Meloni penultimo atto

Su Giorgia Meloni ed il suo governo si sta scatenando una sorta di “conventio ad turbandum”: ogni giorno scoppia una grana, dalla grazia a Nicole Minetti alla rivoluzione alla Biennale di Venezia, dal galeotto emendamento al decreto sicurezza alle scorribande sentimentali del ministro Piantedosi, dalle intemperanze politiche del ministro Salvini alle interferenze del governo israeliano, dalle offese della Russia alle minacce di Trump, dalla sconfitta di Orban ai ricatti vannacciani, dalla sconfitta mal digerita del referendum costituzionale al peso internazionale che si sta sempre più alleggerendo, dalla fine della luna di miele con Trump al calo dell’indice di gradimento.

Si respira un’aria di grave imbarazzo a livello istituzionale, di evidente conflittualità a livello governativo, di crescente delusione a livello popolare, di grossa difficoltà a livello economico, di pericoloso isolamento a livello internazionale.

Stanno venendo meno, uno dopo l’altro, i già deboli presupposti dell’azione del governo meloniano: il gancio atlantico, il destreggiamento europeo, la demagogia dell’ordine e della sicurezza, il prototipo di donna sola al governo.

I nodi oltre tutto stanno venendo al pettine in un clima di precipitoso e per certi versi inaspettato redde rationem. È bastata una timidissima quanto inevitabile presa di distanza per rompere il filo con Trump ed esaurire, prima ancora della partenza, il ruolo di mediatrice fra Usa e Ue; è bastato il tonfo elettorale di Orban per prosciugare l’acqua nel barile europeo dove Meloni faceva la pescivendola; è bastata una megalomane sconfitta referendaria per incrinare i rapporti con l’elettorato e per scatenare il putiferio all’interno della compagine governativa e della maggioranza parlamentare che la sostiene.

Tutto ciò a dimostrazione che per governare bisogna innanzitutto esserne capaci, che per districarsi in un mondo come quello attuale occorre notevole abilità diplomatica, che per avere il consenso non bastano le balle che stano in poco posto.

Non dovrebbe essere molto difficile assestare la spallata decisiva a questo governo traballante su tutti i fronti: nessuno tuttavia ha questa forza e nemmeno questa volontà al di là delle polemichette quotidiane.

Si ha la sensazione che Giorgia Meloni non abbia il coraggio di mettere seriamente mano alla situazione della compagine governativa, capisce che toccare anche solo un ulteriore pezzo può far crollare tutto il castello e allora si sta trascinando più per forza d’inerzia che per convinzione, più per ostinato orgoglio che per fattiva volontà, più per paura del peggio che per speranza nel futuro, più per tirare a campare da pecora che per vivere da leonessa, più per contribuire in qualche modo a determinare il prossimo presidente della Repubblica che per confermare l’attuale governo in rapido ed inarrestabile declino.

L’opposizione probabilmente vuole guadagnare tempo, giocare un po’ al tanto peggio tanto meglio, prepararsi senza fretta alla battaglia elettorale a cui sa di non essere pronta per mancanza di idee e di personale, assillata dal rischio di perdere la battaglia, ben più fondamentale ed epocale, della futura presidenza della Repubblica.

Come suggerisce acutamente il mio interlocutore privilegiato, l’amico Pino che ha la pazienza di seguire le mie elucubrazioni politiche, la Mussolina, dal momento che il clima politico si fa sempre più infuocato, ha capito che Mattarella non è Vittorio Emanuele III…, mentre la sinistra non vuole recitare la parte di Badoglio…In conclusione forse nessuno, sia a destra che a sinistra, vuole vincere le elezioni (una grana governare in grossa crisi…), tanto che non si parla più di riforma elettorale: un bel pareggio e poi ci penserà san Mattarella…