La Casa nera, la Chiesa bianca, gli americani grigi

«Se dipendesse dal Papa, l’Iran avrebbe l’arma nucleare e a lui starebbe bene». Per questa ragione, «penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone». L’accusa non è nuova: dall’inizio dell’escalation retorica nei confronti di Leone XIV del 12 aprile, Donald Trump ha più volte ripetuto che il Pontefice sarebbe favorevole all’atomica degli ayatollah. Una “fake news” neppure troppo elaborata: la Santa Sede condanna in modo inequivocabile non solo l’impiego ma anche il possesso delle testate da parte di qualunque Stato. “Fratelli tutti” definisce «sfida» e «imperativo morale e umanitario» la totale eliminazione di queste ultime. Emblematica, in questo senso, la risposta di Leone XIV all’ennesima bordata arrivata dalla Casa Bianca. «Se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio», ha detto all’uscita di Castel Gandolfo. Il Papa ha sottolineato che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». E ha concluso: «Spero semplicemente essere ascoltato per il valore della parola di Dio». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Non presto alcuna attenzione alle reiterate e stucchevoli sparate trumpiane, non mi curo delle prospettive diplomatiche nei rapporti tra Casa Bianca e Vaticano, mi auguro che papa Leone non si lasci trascinare in un’assurda e fuorviante polemica fra Stato e Chiesa. Il parametro prevostiano è infatti il Vangelo e, volendo stare al comportamento di Gesù nei confronti del potere, sintetizzabile emblematicamente nel rapporto con Ponzio Pilato e c., si possono individuare tre stadi: la dichiarazione della verità, il rifiuto del dialogo compromissorio, il silenzio totale che segna la netta separazione.

Leone XIV è al primo stadio: sta ribadendo con forza i principi evangelici irrinunciabilmente riconducibili al tema della pace (guerra ingiusta, ingiustizia come causa-effetto della guerra, rifiuto radicale delle armi, etc. etc.). Alle parole però dovrebbero seguire i fatti, vale a dire i gesti, i viaggi e le scelte (povertà, solidarietà, misericordia, etc. etc.). Alle scelte comportamentali riguardanti la Chiesa-comunità, dovrebbero seguire le riforme riguardanti la Chiesa-istituzione (dalla pletorica curia vaticana alla liturgia imbalsamata, dalla insopportabile impostazione gerarchica alla strenua e retrograda difesa della tradizione).

Il secondo stadio è dietro l’angolo: gli attacchi e i contrattacchi possono preludere a pasticci di convivenza e convenienza e allora…rovinato tutto! Va bene il dialogo, mancherebbe altro, purché non diventi un osceno balletto sulla pelle dei più deboli.

Bisogna tenere duro, la ragion di Stato e la ragion di Chiesa non si possono e non si devono incontrare. Chi attacca e chi difende papa Leone ha fini di carattere politico, ragion per cui il Papa non deve lasciarsi trascinare nella querelle, fatta di sguaiate critiche e di pelose difese.

Ed eccoci al terzo stadio: l’eloquente, assordante, spiazzante e dialogante (sic!) silenzio, quello di Gesù davanti ad Erode oltre che alla presenza di Pilato. Conversando con amici ho manifestato l’impressione che papa Leone abbia (quasi) preso gusto nel confliggere verbalmente con Trump, anche perché effettivamente e dialetticamente Trump ne sta uscendo distrutto. L’unica salvezza per il presidente statunitense sta nel tener viva una paradossale polemica, sperando che alla lunga la triste realtà superi la fiduciosa speranza, che, nonostante tutto, la forza della politica possa prevalere sulla debolezza della fede (qualsiasi fede!).

Sarà necessario non (s)cadere nella trappola. Il bello per papa Leone deve ancora venire: oltre ed in parallelo al silenzio verso i potenti di turno più o meno sgarbati che siano, lo aspetto al varco dei segni (e dei sogni…), delle scelte (concrete), delle riforme (invasive e divisive) di cui sopra.

Prima dell’elezione di Leone XIV, il Papa era per molti americani una figura lontana, rispettata ma remota. Ora è qualcuno che conosce il baseball, che è cresciuto nel Midwest, che parla con l’accento e le cadenze di casa. Gli americani lo sentono vicino in modo viscerale. Lo vedono come uno di loro. E questo ha aperto porte che erano chiuse da tempo: le conversioni sono in aumento, le chiese stanno registrando nuovi fedeli, giovani che non si erano mai avvicinati alla fede. Nella mia arcidiocesi di Washington stiamo vivendo un momento straordinario in questo senso. (dall’intervista dell’arcivescovo di Washington McElroy rilasciata al quotidiano “Avvenire” – Elisa Molinari)

Sono assai lontano dai facili entusiasmi dell’episcopato americano reduce da pesanti contrapposizioni con papa Francesco. Mi dovrebbero spiegare perché fossero così irrequieti e indisciplinati verso il precedente pontefice e così improvvisamente ben disposti verso quello attuale. Una questione di nazionalità? Penso che esistessero motivi ben più consistenti: probabilmente nei cattolici statunitensi c’è molta religiosità opportunistica e poca fede basilare (d’altra parte questa è la loro folcloristica pantomima culturale…).

Forse c’è voluto Trump per ricompattare la Chiesa americana e riconciliarla col Vaticano? Mi auguro che sia stato innescato qualcosa di più profondo e interessante: la volubilità del (non) popolo statunitense è veramente incredibile. Non avevo visto male del tutto: dietro la scelta di Prevost c’era un filo di americanismo, che magari sta sfuggendo di mano a chi lo aveva immaginato dal punto di vista più politico che ecclesiale e che mi auguro possa diventare una spina nel fianco più ecclesiale che politica.

Dopo il primo soffocante scetticismo seguente alla partenza del nuovo pontificato – legato al dubbio che si trattasse ad intra di melassa unitaria con cui nascondere una soft-restaurazione post-francescana e, ad extra, di un rischioso recupero di peso e di ruolo geopolitico – è arrivata la boccata d’ossigeno anti-trumpiana, che ha per lo meno fugato le perplessità verso una impostazione pastorale del quieto vivere. Ora aspetto la polpa che dovrebbe venire dopo le pur sacrosante e coraggiose dichiarazioni di principio.