È venuto il tempo, quindi, che la festa della Repubblica democratica fondata sul lavoro sia celebrata, senza divisioni, con una modalità alternativa a quella della consueta parata militare che prevede l’esposizione delle armi. Coerentemente con ciò che storicamente ha significato il 2 giugno: la data in cui il popolo italiano – i cittadini e le cittadine – hanno messo da parte la violenza e col voto democratico hanno deciso quale doveva essere il loro futuro istituzionale. Vogliamo proporre che la Festa della Repubblica sia una festa di popolo che veda in prima fila la rappresentanza delle scuole e degli ospedali, delle lavoratrici e dei lavoratori, del mondo del volontariato e della cooperazione internazionale che apre lo sguardo solidale sul mondo, assieme a tutti coloro che svolgono, con o senza divisa, il servizio di difesa della Patria in coerenza con la ricerca di quell’ordine internazionale garantito dall’Onu. In un mondo che sembra assuefatto dell’inevitabilità della guerra l’Italia, con Roma città eterna, può offrire un segnale di speranza per l’umanità intera. (Dall’appello della società civile su “Avvenire” – Luigino Bruni, docente universitario di Economia, Livia Cadei, docente universitaria di Pedagogia, Carlo Cefaloni, giornalista)
Quante volte avevo pensato che fosse opportuno smetterla con la militarizzazione della festa delle Repubblica. Finalmente un autorevole appello in tal senso.
Durante la mia adolescenza ho avuto l’opportunità di imparare a pensare e a vivere sulla scorta di preziosi consigli civici da parte dei miei insegnanti. Oggi mi viene spontaneo ricordarne uno: il professor Flavio D’Angelo, che non amava la retorica e il patriottismo di maniera. Si chiedeva sarcasticamente: “Perché la gloriosa Marina? Non sono forse gloriosi anche gli insegnanti che fanno il loro dovere? E che dire degli operai che lavorano alla catena di montaggio? E di tutti coloro che fanno silenziosamente il proprio dovere?”.
Aggiungiamoci pure l’ostentazione a dir poco inopportuna delle armi e il discorso è completo.
Mio padre aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri etc…) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto aldilà del signorsì o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.
Se le armi vengono prodotte, commercializzate e finanche esposte in parata, è giocoforza che prima o poi vengano utilizzate.
Torno ancora una volta alla saggezza di mio padre. Nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.
Non so se il Presidente della Repubblica accoglierà l’invito: purtroppo un suo illustre predecessore (Carlo Azeglio Ciampi se non erro) ripristinò (seppure in buona fede) la parata militare in via dei Fori Imperiali. Il contesto storico è cambiato, occorrono segni (anche piccoli) di aprioristica pace. Sarebbe molto significativo che Mattarella operasse questa provocazione: sono convinto che molti italiani apprezzerebbero. Qualcuno magari si scandalizzerebbe, pazienza…
