Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è un insieme di regole europee (nato nel 1997) che vincola gli Stati membri dell’UE a mantenere finanze pubbliche sane, coordinando le politiche di bilancio per sostenere l’Eurozona. Impone, tra le altre cose, limiti al disavanzo pubblico (sotto il \(3\%\) del PIL) e al debito pubblico (sotto il \(60\%\) del PIL), garantendo la stabilità economica.
La filosofia di fondo non mi convince: lo scopo della politica economica europea dovrebbe essere lo sviluppo socio-economico con particolare attenzione alla sua equa distribuzione e al riequilibrio reddituale dei territori. Puntare alla combinazione ottimale fra indici e parametri, che peraltro non misurano l’effettivo stato di benessere della società, significa vocarsi ad una (pre)visione burocratica ed asfittica che pone la UE come controllore e non come protagonista dello sviluppo.
“Il Patto di stabilità non può continuare a essere la foglia di fico per nascondere la mancanza di volontà e capacità politica dei 27 di diventare una vera federazione, gli Stati Uniti d’Europa”. Per Brunetta l’Europa deve essere “capace di adottare politiche che consentano di adattarsi ai cambiamenti in atto e di varare le politiche per il futuro”. Nel momento contingente, ha sottolineato, “occorre giocare d’anticipo contro la possibile grave recessione che incombe, e non aspettare che questa arrivi per poi agire, perché a quel punto sarebbe tardi. Poi, se la crisi si risolverà rapidamente e quelle misure diverranno inutili, saremo tutti molto soddisfatti”.
Renato Brunetta, in qualità di presidente del CNEL, ha criticato il nuovo Patto di Stabilità europeo, definendolo inefficace e rischioso per la crescita, ha invocato una risposta europea unita alle crisi e sostiene che le regole attuali siano pro-cicliche, ovvero dannose durante le recessioni, e invoca flessibilità e investimenti.
Brunetta considera il Patto di stabilità spesso una “foglia di fico” per nascondere la mancanza di una vera politica europea e di investimenti comuni. Sottolinea la necessità di risposte europee unitarie, specialmente di fronte a crisi come quella energetica. Sostiene che le nuove regole, se troppo rigide, rischiano di soffocare la crescita in un contesto economico fragile. Invoca una maggiore flessibilità per permettere agli Stati membri di investire, specialmente su riforme e crescita. Propone il metodo Next Generation EU come modello di governance sostenibile.
Leggendo questa analisi, abbastanza convincente e condivisibile, del presidente del Cnel, mi sono chiesto come mai la sinistra a livello europeo resti appiattita sullo status quo e non abbia il coraggio di smuovere le acque che rischiano di diventare stagnanti.
Non sento mai né un sussulto valoriale ed ideale, né una provocazione politica, né una coraggiosa proposta programmatica che osi prescindere dal perbenismo tecnocratico imperante. Così facendo si lascia paradossalmente campo libero all’euroscetticismo che cavalca il malcontento verso il cerbero istituzionale europeo.
L’Europa non può limitarsi a essere il luogo delle regole. Deve tornare a essere il luogo delle scelte. Bisogna costruire strumenti comuni per affrontare sfide che nessuno Stato può sostenere da solo. Dobbiamo indirizzare le nostre economie verso una crescita che redistribuisce e non che si limita ad accumulare. Per l’Italia questo significa investire sul lavoro stabile, qualificato, capace di creare valore, non come costo da comprimere, ma come fondamento della Repubblica. Rafforzare il sistema educativo e formativo. Semplificare e facilitare le attività economiche, perché la produttività non si impone per decreto, ma si costruisce nel tempo. Rendere il fisco più equo e semplice, perché senza fiducia non esiste sviluppo duraturo. Per uscire dall’emergenza servono idee che abbiano orizzonti di legislatura. Non possiamo limitarci a gestire i vincoli. Dobbiamo contribuire a riscriverli, dentro una visione europea che tenga insieme stabilità e crescita, rigore e giustizia. Perché senza questa sintesi, il rischio è quello di una lenta erosione: dei conti pubblici, certo, ma prima ancora della coesione sociale. I numeri, alla fine, non mentono. Ma possono essere letti in modi diversi. Possono essere usati per rassicurare o per capire. Per giustificare l’esistente o per cambiarlo. Sta alla politica scegliere. (“Avvenire” – Ernesto Maria Ruffini)
Ho tanta nostalgia per l’europeismo del ministro Marcora che osava battere i pugni sui tavoli europei, mettendo in primo piano non tanto e non solo la sanità dei bilanci dei Paesi europei, ma quella delle aziende agricole che difendono il loro reddito, ma anche l’occupazione e i territori da punto divista della salvaguardia reddituale, sociale ed ambientale.
Purtroppo gli schemi politici tradizionali, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.
Forse la UE si sta meramente auto-conservando al proprio interno e a livello internazionale, probabilmente costretta a cercare il male minore, vale a dire consegnandosi alle politiche di chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.
