In guéra äd zgaidón

«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle Nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria. Ci impegneremo inoltre a fornire supporto alle Nazioni più colpite, anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali». 

La politica è purtroppo l’arte del “dire e non fare” o addirittura del “dire e non dire”, se non del “dire e disdire”. E la chiamano diplomazia…

Mi sovviene al riguardo una gustosa barzelletta, anche se la materia drammatica non si presta molto a simili divagazioni, ma l’equilibrismo diplomatico invece esige sarcasmo per non soccombere alla vergogna.

Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

Al di là dell’ironia non riesco sinceramente a capire cosa intendano fare i magnifici sette: troppo grossi gli interessi economici per chiamarsi fuori; troppo grossi i rischi bellici per entrare in guerra seppure “äd zgaidón”, vale a dire di sponda o di traverso; troppo forti gli Usa e Israele per essere mandati al diavolo; troppo grandi i sacrifici per una politica di pace; troppo grande la tentazione di stare comunque dalla parte del più forte.

Sembra che gli americani siano divisi a metà nel consenso alla guerra all’Iran; gli israeliani sembrano essere tutti d’accordo; gli europei sembrano essere in tutt’altre faccende affaccendati; gli italiani hanno paura del terrorismo, ma sperano nel Vaticano e nella tradizione favorevole. La storia insegna che le guerre servono a distrarre le pubbliche opinioni dai problemi quotidiani per incastrarle nelle false diatribe ideologiche e allontanarle persino dai loro interessi reali. Nemmeno la minaccia nucleare scuote la gente: passa infatti il messaggio che la guerra serve a esorcizzare il rischio atomico. E allora decide la follia di chi comanda: ci sono tanti tipi di follia…

Mio padre diceva in riferimento ai governanti di tutto il mondo: “Quand as trata äd fär un po’ d päza i tacàgnon cmé di mat, quand as trata äd fär d’il guéri ien tùtt dacordi”.

 

Per la politica la matematica è solo un’opinione

La musica e la matematica sono intimamente connesse da rapporti numerici, ritmo e proporzioni strutturali fin dall’antichità. Dalle frequenze delle note (ottave, quinte) alle frazioni temporali del ritmo, la musica è un’espressione matematica. Pitagora ha scoperto che le armonie si basano su proporzioni semplici, definendo la musica come “aritmetica sonora”. 

Ascoltando e leggendo i commenti politici di Piergiorgio Odifreddi, un matematico di chiara fama, mi sono chiesto se non dovrebbe sussistere una connessione tra politica e matematica-fisica. Perché in politica due più due non fa mai quattro; perché in politica ad ogni azione non corrisponde una reazione uguale e contraria?

Odifreddi afferma con estrema semplicità: “Non credo che il governo di Israele sia tanto più democratico e meno fondamentalista di quello iraniano. Tra l’altro, non dimentichiamoci che Netanyahu è un criminale di guerra su cui pende un mandato di cattura internazionale, esattamente come su Putin”. Due più due fa quattro!

Si chiede Odifreddi: “Perché all’atto dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sono partite immediatamente sanzioni a carico dell’invasore, mentre verso l’aggressione all’Iran da parte di Usa e Israele c’è tanta comprensione da parte dei Paesi europei?”. Azioni e reazioni non combaciano!

Provo anch’io a mettermi nella logica di Odifreddi. Perché le reazioni israeliane agli attacchi di Hamas ed Hezbollah sono così sproporzionate, ben oltre le storiche decimazioni? Hamas sta ad Israele come 1139 morti stanno a 162mila morti? I conti non tornano. Ad un pur orrendo crimine si risponde con un vero e proprio genocidio. Sta succedendo anche in Libano…dove piove sul bagnato, le migrazioni e le povertà si sovrappongono, la gente viene messa sulla bilancia truccata da Israele, che in questo modo aumenta la pressione sul governo libanese perché disarmi Hezbollah: un milione di sfollati, quasi mille gli uccisi, 116 sono bimbi.

Ahmad non ci ha nemmeno pensato. Quando le bombe sono cominciate a cadere su Yanuh, sfiorando la fattoria dove lavorava, ha preso quel che poteva ed è partito. Non aveva amici o parenti a cui chiedere asilo nelle città e paesini al nord del Litani. Ha, dunque, percorso il centinaio di chilometri per Beirut e ha proseguito fino a Ghosta, percorrendone altri trentasei sulle montagne. Là ha bussato alla porta del convento di Saint Germaine. «Sapevo che me la avrebbero aperta anche stavolta. Lo avevano già fatto nel 2024 quando tutti me l’avevano sbattuta in faccia. Nelle emergenze, nessuno può e vuole farsi carico degli stranieri». Il trentaseienne è arrivato in Libano da Khartum, in fuga da un altro conflitto. Come la gran parte dei 250mila migranti africani – soprattutto eritrei e sudanesi – presenti nel Paese, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Braccia a basso, bassissimo costo – impiegate spesso addirittura in condizioni di semischiavitù – per l’agricoltura e l’edilizia. Molti di loro, dunque, sono approdati nei campi del sud, a ridosso del confine israeliano, dove li ha colti la nuova guerra. Sono, così, dovuti scappare ancora, unendosi all’esodo generale. Una marea umana che sale vertiginosamente, al ritmo di quasi 100mila al giorno. La soglia del milione è stata ormai ampiamente oltrepassata. Quasi un quinto della popolazione, contando l’oltre 1,5 milioni di siriani rifugiati da più di un decennio. «Immagina che in Italia, dieci milioni di persone siano sfollate in poco più di due settimane… È una situazione estrema. E in simili contesti, purtroppo, si scatena la più tragica delle guerre: quella fra poveri. Non mi sorprende, dunque, che molti centri escludano i migranti. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, inviata a Beirut)  

Ha senso massacrare il popolo iraniano per coprire ideologicamente altri massacri e dargli l’illusione di una svolta democratica portata dall’esterno da chi sta facendo carta straccia di ogni e qualsiasi regola, da chi punta solo ed esclusivamente a fare i propri sporchi affari, da chi ha sostenuto regimi sanguinari e feroci in tutto il mondo solo perché gli facevano comodo? Ha senso far credere al mondo che la panacea di tutti i mali sia la caduta del regime iraniano, mentre in realtà Israele punta a diventare potenza esclusiva nel medio-oriente e gli Usa puntano a fare terra bruciata intorno alla Cina? L’Iran è solo il pretesto per cercare una combinazione fra i quattro imperialismi che si fronteggiano.

In questo quadro desolante l’Europa col proprio insensato riarmo mira a diventare il quinto imperialismo oppure a saltare (sarebbe meglio dire a rimanere) obtorto collo sul carro imperialista americano. Paradossalmente meno male che i Paesi europei sono fra loro divisi e non se la sentono di entrare apertamente in guerra: lo faranno opportunisticamente solo un pochettino in base ai trattati vigenti e sotto l’insistenza-ricatto di Trump. Prima o poi saranno dissuasi dal testardo e velleitario appoggio all’Ucraina. Sì, perché rischiano di fare la parte dell’ultimo soldato giapponese: loro continuano ad armare l’Ucraina mentre Trump tratta con la Russia (vedi apertura al petrolio) e magari li batterà sul tempo nell’approccio tattico alla Cina. Prima o poi saranno vittima del terrorismo islamico e pagheranno ancora una volta il loro storico colonialismo e il loro assurdo cordone ombelicale con la matrigna israelo-statunitense.

L’Italia sta diventando la comica finale che viene proiettata alla fine del film drammatico e avventuroso. A Giorgia Meloni ed al suo governo non rimane altro che fare la buffona di corte di Trump oppure il Gian Burrasca dell’Europa disunita oppure l’infermiere di Tata dell’ospedale universale.

Piuttosto patetico il canto del cigno dell’Europa che chiama l’Onu. Dopo il “grande no” agli Stati Uniti sullo stretto di Hormuz, l’Ue prova a immaginare uno scenario alternativo, subordinato, necessariamente, a una de-escalation. Il dialogo tra Bruxelles e il Palazzo di Vetro, nel nome della difesa quasi disperata del multilateralismo (“Avvenire”).

Non so se sia un escamotage dialettico consigliato dal buonsenso mattarelliano o un auto-SOS crosettiano: specchietti per le allodole italiane che assistono passivamente, se non distrattamente, alla fine del mondo politico o alla fine politica del mondo. La speranza è l’ultima a morire? Se andiamo avanti così è in avanzato stato di decomposizione!

 

La “magistratizzazione” della politica

Sull’imminente referendum sulla giustizia, Massimo Cacciari invita a un minimo di chiarezza e onestà intellettuale. “Un minimo di onestà intellettuale da parte di chi sostiene la Meloni, del tutto legittimamente, sarebbe necessario. Non mi si può venire a dire che il problema della supplenza esercitata dalla magistratura, una questione culturale e politica che ci trasciniamo da 30 anni, venga risolta con questa riforma. Non c’entra assolutamente niente”, ha spiegato Cacciari. Il filosofo evidenzia che l’unico effetto concreto della riforma è “l’indebolimento della parte togata rispetto alla parte politica in tutti gli organi che dirigeranno la magistratura e gli affari ad essa collegati”. (otto e mezzo La7)

Credo che migliore sintesi della questione non si potesse fare. La riforma della giustizia, così come prevista dalla legge sottoposta a referendum confermativo, non è un fatto di tecnica giurisdizionale in linea con le legislazioni della gran parte delle democrazie occidentali, ma un problema di rapporti con la politica che verrebbe automaticamente e potenzialmente resa invadente e invasiva rispetto alla magistratura.

Nessuno può negare che in certi casi la magistratura abbia svolto e possa svolgere un ruolo eccessivo rispetto alle sue prerogative istituzionali, di qui a proporre una sorta di “castrazione chimica” di tutti al fine di evitare eventuali stupri di pochi ci passa incolmabile differenza.

Chi pensa che l’indipendenza della magistratura sia un valore da difendere ma allo stesso tempo non vuole rinunciare alla sovranità dei cittadini come ancoraggio della democrazia, non può oggi sottrarsi alla storica sfida della «individuazione dei collegamenti più appropriati tra esercizio indipendente della funzione giudiziaria e sovranità popolare». Le turbolenze della vicenda politica e le contrapposizioni dell’ordine giudiziario dapprima con Craxi e poi con Berlusconi han consentito di non affrontare quella sfida. Ma una sfida elusa è una sfida persa. È possibile, per la giurisdizione, un collegamento con il principio di sovranità popolare che non la renda schiava delle maggioranze politiche del momento? Man mano che le proposte venivano abbandonate in soffitta, sempre più svaniva l’assillo che le aveva ispirate: attuare la prima parte dell’articolo 101 Costituzione. Rendere più autorevole la legittimazione dei magistrati. E così, a cominciare dagli anni ‘90, tutte le correnti della magistratura han visto come il fumo negli occhi la questione della legittimazione. Certo, non ha giovato il fatto che da allora la «carenza di legittimazione democratica del magistrato» è stata spesso roteata come una clava sulla testa dei magistrati da chi, più che la soluzione del problema, aveva in mente qualche fastidioso processo a carico di qualche amico. I magistrati hanno così reagito asserragliandosi in una cittadella assediata e negando l’esistenza del problema. (“Avvenire” – Paolo Borgna – magistrato italiano, noto per il suo ruolo di sostituto procuratore a Torino e il suo impegno come magistrato antimafia. Ha condotto importanti inchieste, in particolare su fenomeni criminali e infiltrazioni mafiose in Piemonte, e si è distinto come saggista. È andato in pensione nel maggio 2020)

La debolezza della politica non si risolve indebolendo la magistratura, così come la politicizzazione della magistratura non si evita “magistratizzando” la politica.

Mia madre acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi di vita: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Non era un’avanguardista, ma nemmeno un’antifemminista, nemmeno una retrograda: voleva eticamente osservare come l’essenziale sarebbe che ognuno cercasse di svolgere al meglio il proprio ruolo, senza interferire pesantemente con quello altrui, anzi rispettandolo scrupolosamente pur esercitando il sacrosanto diritto di critica. Nella vita delle nostre Istituzioni sta succedendo esattamente l’opposto e, anziché porre un benefico rimedio a questa deriva, si vuole addirittura procedere a mettere in discussione i principi e i rapporti a livello costituzionale discostandosi dalla loro corretta attuazione.

Purtroppo la legge, per la quale si chiede un sì o un no ai cittadini, non affronta il nodo storico fondamentale della piena maturazione democratica del ruolo della magistratura, ma nella sua velleitaria parzialità rientra, di fatto e nelle intenzioni degli attuali governanti (con il Parlamento a fare da paraninfo), in un disegno di squilibrata e inquietante revisione della Costituzione, portato avanti in modo subdolo e fazioso, andando a mettere a soqquadro l’intero assetto istituzionale del nostro sistema democratico.

Mi auguro che i cittadini lo comprendano e non cadano, più o meno ingenuamente, nella trappola, pensando di affrancarsi dall’eventuale strapotere dei magistrati affidandosi al certo strapotere della politica. Il paradosso attuale potrebbe essere proprio questo: la sfiducia nella politica (vedi astensionismo etc. etc.) che porta ad aumentare il ruolo della politica. Se volete, la politica cattiva che scaccia quella buona.

Leader amorali e follower umorali

Non ho alcuna remora nel dire e nel ripetere che gli Stati Uniti sono un Paese imperialista. Esercitano questa politica da ben 85 anni. Del resto, questo predicava la dottrina Monroe del 1823 che il presidente Donald Trump ha deciso di prendere alla lettera e, addirittura, di espandere a tutto il globo nella variabile del Corollario Roosevelt. Questo modus operandi è una postura: culturale, politica, economica.

Gli Stati Uniti hanno sempre voluto essere il Paese unico dominante. La cosa fondamentale, per agire in questo modo, è individuare, di epoca in epoca, il nemico: prima furono i nazisti, poi l’Unione Sovietica, a un certo punto i khmer rossi, poi il terrorismo islamico. Adesso è la Cina. Nel caso specifico dell’Iran, la decisione di attaccare è volontaria. Giustificata, certo, dalla teoria della mossa “preventiva”. Anche se non c’era alcuna evidenza che Teheran avrebbe colpito per prima.

Come altre volte, questa è anche una guerra per l’elezione o la rielezione. Vale per Trump negli Stati Uniti e vale per Benjamin Netanyahu in Israele. Ma continuo a credere che il tycoon sia stato precipitato in questa scelta dalla pressione del premier israeliano, da una parte per compiacerlo e dall’altra per portare a termine una strategia di domino: annichilire tutti i Paesi del Medio e vicino Oriente in modo che nessuno possa diventare prevalente rispetto a Israele. Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Yemen: in questi quarant’anni, tutti hanno avuto la stessa sorte.

Non è un sogno, la pace: è diventata una cosa concreta quando, nel 1945, sono nate le Nazioni Unite, volute proprio per garantire l’armonia globale. Questa armonia può esistere a una condizione: che il mondo sia multipolare e che le grandi potenze, anche con atteggiamenti coloniali, siano bilanciate. Ma quando c’è un solo Paese molto potente in posizione di preminenza, salta il banco. Gli Stati Uniti sono gli unici al comando da anni. Hanno la sindrome dell’impero romano. Aveva ragione William Fullbright quando parlava di “arroganza del potere”.

In un negoziato ottieni quello che puoi, non quello che chiedi. L’arte pragmatica del negoziare comprende la rinuncia a un qualche bene superiore, non personale ma comunitario, che non va interpretata come sconfitta. È così che si salvaguarda la pace. Purtroppo, oggi, non vedo nessun politico di alto rango capace di quest’arte.

(Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica prima dal 1986 al 1990, poi dal 2006 al 2010, premio Nobel per la Pace nel 1987, come da intervista rilasciata a Laura Silvia Battaglia di “Avvenire”)

Consiglio di leggere integralmente l’intervista da cui ho tratto i passaggi, a mio giudizio, più significativi. Concordo pienamente in tutto e per tutto con l’analisi geopolitica che emerge: così lucidamente provocatoria e così storicamente e diplomaticamente propositiva. Da essa esce anche un profilo inquietante di Donald Trump: non un malato mentale, ma un lucido imperialista.

L’ho messa in collegamento con “Io, Vladimir”, il racconto in prima persona dell’ascesa del presidente russo dall’infanzia poverissima alla conquista del Cremlino, ricostruito da Stefano Massini: consiglio di rivedere anche questa serata evento.

In quali mani è il mondo? Nelle mani di due personaggi, Trump e Putin, amorali che odiano la politica in tutte le sue basi ideologiche e culturali. È detto tutto! Entrambi intendono prendere alla lettera ed espandere a tutto il globo la dottrina Monroe che delineò l’emisfero occidentale come sfera d’influenza statunitense, mentre Putin ipotizza l’oriente come sfera d’influenza dell’impero russo. I due non possono, in un certo senso, che andare d’amore e d’accordo: per loro la democrazia è un incidente di percorso, la pace un ingombrante optional e il consenso il frutto proibito della paura. Lo spaventoso rischio è che anche le loro società possano finire con l’assomigliarsi quanto a indifferenza, superficialità ed egoismo.

Esistono però due variabili a questo folle ma realistico disegno “geoantipolitico”: l’Europa e la Cina. Sono i nemici di Trump e Putin, anche se per Putin il discorso è molto più arduo, considerata la debolezza economica della Russia.

Il potere in Cina è amorale e antipolitico? Forse sì, forse no. Combinare il capitalismo più spinto con il comunismo più becero è una sfida alla politica; la leadership cinese non credo sia totalmente amorale, la riterrei piuttosto completamente opportunistica (la differenza è sottile, ma notevole).

E il potere in Europa? È troppo frastagliato per essere antipolitico, troppo tradizionale ed istituzionalizzato per essere amorale, molto compromesso ed affaristico e quindi immorale.

E allora via al coraggioso (anche se privo di visione) negoziato euro-cinese prima che sia troppo tardi e che l’Europa e la Cina vengano risucchiate in una logica asfissiante e globalizzante di compromesso ai più bassi e mafiosi livelli (quello che sta già da tempo avvenendo fra Trump e Putin). Una sorta di negoziato in progress, che potrebbe trasformare lo stato di necessità in un incontro di strane ed occulte virtù.

 

 

 

 

Una rondinElly non fa primavera

Uno dei nodi riguarda il coinvolgimento militare dell’Italia. Schlein non si accontenta delle rassicurazioni di Giorgia Meloni sul passaggio parlamentare in caso di richiesta di supporto logistico agli attacchi Usa: «Chiediamo al governo di chiarire subito che negherebbe l’autorizzazione, anche perché si porrebbe in contrasto con la nostra Costituzione. Meloni dice che sarebbe folle chiamarci fuori e io dico che è incostituzionale starci dentro». La segretaria dem accusa l’esecutivo di «subalternità» verso Washington, criticando la disponibilità ad alzare la spesa militare al 5% richiesta da Trump e la rinuncia a una vera difesa comune europea. «Se compri più armi dagli Usa e non vuoi il “Buy European”, diventi più dipendente da Trump e mini l’autonomia strategica dell’Europa».

Pur definendo Khamenei un «dittatore sanguinario che nessuno rimpiangerà», Schlein ribadisce che la transizione democratica deve restare nelle mani del popolo iraniano. La preoccupazione è che, calpestando il diritto internazionale, si finisca nella «legge del più forte». (Open cita un’intervista rilasciata da Elly Schlein a Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera).

“D’Alema, di’ qualcosa di sinistra”, così chiedeva Nanni Moretti nel lontano (?) 1998. In questi giorni ho sentito finalmente Elly Schlein dire qualcosa di sinistra e mi sono precipitato a metterlo nero su bianco. Infatti sul tema dei rapporti internazionali osservo come la sinistra italiana sia tutto sommato prigioniera della visione atlantista e acriticamente appiattita su di essa. De Gasperi aveva i suoi (in)discutibili motivi per essere decisamente filoamericano; Berlinguer aveva i suoi evoluzionistici motivi per sentirsi tranquillo sotto l’ombrello della Nato; Moro aveva i suoi strategici motivi per conservare il coraggio di pagarla cara ai suoi  amici (?) statunitensi e israeliani. Adesso, con la situazione così cambiata, che problema c’è per non dire apertamente parole di netto dissenso verso la schizofrenica impostazione israelo-americana?

Sarò esagerato e candidato all’antisemitismo, ma vedo una vergognosa analogia fra i balbettii della sinistra e i silenzi dell’intellighenzia israeliana in patria e all’estero. Chi osa discutere la guerra in Ucraina è amico di Putin, chi non osa discutere la guerra in Iran di chi è amico?

Il trumpismo in versione sempre più hard sta facendo saltare i nervi a Giorgia Meloni, imbarazzatissima rispetto alle sviolinate del presidente Usa che la sta scopertamente strumentalizzando in chiave antieuropea; la nostra premier si sta arrampicando sui vetri con le mani sporche di grasso anti-magistratura, fa una fatica tremenda a districarsi in mezzo allo sciocchezzaio dei suoi vice, vede indebolirsi il feeling con la gente (che poi non è del tutto stupida).

In questo momento alla gente interessano soprattutto la guerra e le sue conseguenze economiche: la casa nel bosco, i giudici cattivi, i poliziotti buoni non fanno molta opinione e non attirano consensi se non in senso stucchevolmente perbenista.

 

Il trend di riduzione dei consensi per il presidente americano influenza anche i giudizi nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che è stata storicamente una alleata, se non una sostenitrice di Trump e la cui posizione è ritenuta oggi da molti parzialmente ambigua: l’indice di gradimento nei confronti di Meloni è sceso infatti oggi al 37,5%, quando ancora nel novembre scorso superava il 45%. Questo andamento ha come effetto un fatto significativo: per la prima volta, infatti, il gradimento per Giuseppe Conte supera quello per la presidente del consiglio. Con la conseguenza che il segretario del Movimento 5 Stelle si trova ad essere oggi il politico italiano che raccoglie maggiori consensi in assoluto. (msn.com/it.it – Italia Oggi – Storia di Renato Mannheimer) 

 

A cosa si attaccherà la giorgina o giorgetta, come dir si voglia, per la sua propaganda? Il mio caro amico Pino si chiede: la sinistra saprà approfittarne? Ho molti seri dubbi per due motivi: uno legato alla debolezza leaderistica e alla inconsistenza carismatica dei suoi esponenti; l’altro legato al fatto che, gira e rigira, la sinistra non propone cose molto diverse e alternative. Significativo il fatto che aumenti il gradimento di Giuseppe Conte presumibilmente in quanto molto critico verso il bellicismo occidentale. Personalmente però non ritengo plausibile Conte come leader di sinistra. La mia risposta all’interrogativo dell’amico Pino è quindi la seguente: non può approfittare delle difficoltà della destra perché è sostanzialmente d’accordo (almeno così è l’impressione percepita) al di là delle scaramucce parlamentari.

Anche a livello europeo, forse ancor di più, la sinistra risulta impercettibile, tatticamente schiacciata sulla ineluttabilità dell’alleanza con gli Usa e strategicamente incapace di dare all’Europa Unita un respiro progressista e pacifista.

Sono purtroppo saltati gli schemi politici tradizionali e, a livello europeo vige una sorta di melassa politica ed economica, che serve a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.

Forse, in fin dei conti, ci arrabattiamo in cerca del male minore, vale a dire di chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi. Siamo quasi in primavera e, come noto, una rondine non fa scattare questa desiderabile stagione. Temo sia così anche per le sparate schleiniane, anche se mi hanno momentaneamente aperto il cuore.

 

Maternità bruciata e vita ritrovata

Chiara Petrolini ha letto per sette minuti senza mai cambiare tono di voce, dicendo di non essere una madre assassina e di non aver voluto fare del male ai suoi due bambini, che però non ha mai nominato.

Subito dopo la pm Francesca Arienti ha iniziato la requisitoria dell’accusa, che si sarebbe conclusa con una richiesta di condanna a 26 anni, dicendo i nomi, tra le prime parole pronunciate, dei neonati sepolti nel giardino di Traversetolo: Domenico Matteo e Angelo Federico, così come sono stati registrati nei certificati di morte.

“Siamo qui – ha detto – per la morte di due bambini che non esistono solo sulla carta, sono realmente esistiti”. Le vittime dei due omicidi volontari premeditati contestati alla 22enne, sono state partorite il 12 maggio 2023 e il 7 agosto 2024, alla fine di gravidanze che la ragazza ha nascosto ai familiari, all’ex fidanzato, agli amici. Proprio sulla consapevolezza di essere incinta e sulla volontà di provocare la morte dei bimbi appena venuti alla luce si gioca il processo, aggiornato al 27 marzo, per l’arringa del difensore, avvocato Nicola Tria, e si concluderà il 24 aprile, con la decisione della Corte di assise. (ansa.it)

Cara Chiara,

le chiedo scusa per l’intromissione e per il tono confidenziale con cui mi rivolgo a lei, che avrà bisogno di silenzio in mezzo al cinico vociare mediatico ed alla burocratica discussione di avvocati e giudici. Tutti la giudicano, tutti la colpevolizzano, tutti scaricano su di lei i loro sensi di impietosa vendetta. Io non riesco a comprendere fino a che punto lei fosse e sia in grado di auto-esaminarsi e fin dove possano arrivare le sue responsabilità penali.

Mia madre era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Sono sicurissimo che lo farebbe anche nei suoi confronti, più col cuore materno che con la scienza criminologica. Ho pensato spesso alla sua vicenda e non sono riuscito a trovare motivi plausibili che possano averla spinta agli atti di cui è chiamata a rispondere: un mix di ancestrali paure, di condizionamenti moralistici, di solitudine famigliare e sociale, di fuga dalle inammissibili e vergognose trasgressioni, di ripiegamento a tutti i costi nella normalità della vita.

Non sono uno psicologo, non credo molto in questa scienza, preferisco metterla sul piano umano: lei molto probabilmente si è illusa di poter fuggire dalla sua situazione in una sorta di illegittima difesa rispetto alla valanga di critiche che le sarebbero potute piovere sul capo. Ha messo le mani avanti rispetto alla prevedibile squalifica esistenziale, non è riuscita a cogliere un po’ di valoriale quiete prima della immaginabile tempesta.

Credo che lei sia tuttora vittima di questo cortocircuito psico-sociologico da cui si esce soltanto con la coraggiosa forza della propria umanità: nel suo caso una maternità bruciata sull’altare del perbenismo all’epoca dei fatti, oggi un riscatto sentimentale a livello di coscienza e di reinserimento nella vita.

Vedo in lei una sorta di blackout: si sforzi di accendere la luce, di guardare avanti, di recuperare il terreno perduto qualunque sia il trattamento che le riserverà la giustizia umana. Mi auguro che i giudici la trattino almeno come prevede la Costituzione senza alcun accanimento. Dal clamore mediatico cerchi di isolarsi. In fin dei conti il vero giudice è sempre la propria coscienza.

Spero che lei possa trovare dei riferimenti forti a livello esistenziale, umano, sentimentale e sociale. La sua paradossale affermazione sulla scelta di tener vicini i suoi figli potrebbe diventare molto più vera di quanto appaia: i suoi figli la capiscono, la perdonano, le vogliono bene!

Per quanto mi riguarda faccio fatica a capirla, non ho titolo per giudicarla, per concederle il perdono così come per accusarla e condannarla.

Una cosa sola le posso garantire: le voglio bene!

Chissà che lei non possa leggere queste mie parole amichevoli. Lei è giovane, io sono vecchio. Non avremo possibilità di incontro. Non si sa mai…

Un cordiale anche se virtuale saluto.

Ennio Mora

 

La fuffa suprema di offesa

Anziché fare riferimento alle notizie filtrate e riportate con la solita subdola viscidezza, ho preferito prendere in considerazione il testo ufficiale delle risultanze della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, riportandone i passaggi, a mio giudizio, più significativi e commentandoli sulla base dei miei convincimenti e delle mie idee.

 

Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni. Nell’attuale contesto di instabilità – irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica.

Basta la preoccupazione? NO! Quando si parte da questo atteggiamento vuol dire che si tende pregiudizialmente a lavarsene le mani. La crisi del multilateralismo non è una calamità naturale a cui rassegnarsi come sta facendo il governo italiano prestando attenzione ad iniziative di parte come l’istituzione del Board of Peace, ma continuando a rimanere legati allo stile multilaterale del dialogo aperto e del confronto leale. Non si può tenere i piedi in due paia di scarpe: la Costituzione italiana è chiara e non ammette infingimenti. Non esistono ragioni per l’unilateralità: sono tutti pretesti per fare i propri porci comodi.

Il comportamento della Russia non è la causa scatenante del disordine, ma semmai la conseguenza del disordine preesistente. Dov’è poi l’impegno dell’Italia sulla via negoziale e diplomatica? Parole, parole, parole…soltanto parole…parole fra noi…

 

Il Consiglio, nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili. Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio in Parlamento.

Le preoccupazioni italiane sono ridicole e chiudono la stalla dopo che i buoi sono scappati. I buoi si chiamano rappresaglie, attacchi a civili, interventi del terrorismo, nuovi flussi migratori: cose risapute che bisognava considerare prima di immettersi nel tunnel bellico. Nessuna lamentela per essere stati tenuti totalmente all’oscuro?! Mancherebbe altro che l’Italia decidessi di partecipare alla guerra…

 

Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico. Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento.

Non c’è accordo internazionale che tenga, per due motivi molto precisi: gli accordi vanno rispettati da tutte le parti nei tempi e nei modi e vanno interpretati e contestualizzati nell’attuale situazione internazionale. Non vedo motivo alcuno che possa indurre l’Italia a fornire aiuti di carattere militare, sotto qualsiasi forma, a chiunque venga coinvolto nel conflitto: si arrangino gli Usa e Israele. Hanno voluto questa guerra e se la sbrighino!

 

Il Consiglio ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa assunta dal Governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese NATO nel Mediterraneo orientale nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale. Il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz.

Stiamo bene attenti a non cadere in trappola: l’ombrello della Nato deve proteggerci e non deve esporci a incalcolabili rischi di coinvolgimento nel conflitto. Da una parte gli Usa ci chiedono inesorabilmente un maggiore impegno per le armi a livello Nato e dall’altro ci trattano da servi sciocchi che si inchinano al volere dei padroni. Quanto al discorso economico ed energetico dovremo certamente farvi fronte con iniziative concordate a livello europeo. Dov’è però l’impegno dell’Italia nell’Unione europea? Non si è forse preferito l’asse di squilibrio con gli Usa rispetto all’asse di equilibrio con i partner europei? Non si sono forse parlati due linguaggi: uno con gli euroconvinti e uno con gli euroscettici? Parole, parole, parole…soltanto parole…parole fra noi…

 

Il Consiglio ha preso in esame con particolare attenzione anche la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut. Il Consiglio ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di UNIFIL, attualmente a guida italiana. Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di concludere la missione UNIFIL, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi. Il Consiglio esprime condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq.

Israele ha da sempre tenuto un comportamento unilaterale, fregandosene altamente delle deliberazioni dell’Onu, continuando imperterrita ad occupare territori al di fuori della sua sovranità, superando tutti i limiti dell’ordine internazionale: la presidenza Trump è stata un vero e proprio definitivo placet nei confronti delle pretese israeliane. Ieri a Gaza, oggi è la volta del Libano: Gaza diventerà un mega resort senza palestinesi, il Libano un’oasi di benessere senza Libanesi. E noi continuiamo a bere le giustificazioni inerenti Hamas ed Ezbollah. Non solo, ma addirittura veniamo presi regolarmente per i fondelli a causa dei nostri impegni militari varati dall’Onu. Ma come si permettono questi signori israeliani di fare il buono e il cattivo tempo? Qualcuno prima o poi glielo dovrà pur dire apertamente.

 

Concludendo grande irritazione per la fuffa emergente dal Consiglio Supremo di Difesa (una mera ratifica dell’operato governativo), notevole delusione per l’opera apparentemente insignificante del Presidente della Repubblica (a quando tirare fuori i cosiddetti… se non ora, mai…), enorme sconforto per un mondo che non lascia intravedere nemmeno un filo di speranza (bisogna cercarla altrove…).

 

 

 

 

Le lacrime di Giorgia in gola agli italiani

Quanto all’impegno del Governo, l’azione va su tre direzioni: diplomazia per tornare ai negoziati, che ha come condizione lo stop degli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo; pressione perché i civili vengano risparmiati, e sul punto Meloni esprime «ferma condanna» per la strage delle bambine nell’asilo di Minab, chiedendo l’accertamento delle responsabilità; sostegno militare ai Paesi del Golfo. Su questi punti c’è intesa con Gran Bretagna, Germania e Francia.

Circa le basi Usa in Italia, Meloni punge le opposizioni rompendo di fatto la tregua che lei stessa ha chiesto: «Seguiamo le stesse regole degli altri Paesi Ue, Spagna compresa. A oggi non ci sono state fatte richieste». La premier ha espresso cordoglio per la morte di padre Pierre, in Libano. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sono decisamente curiose le direzioni di marcia governative in mezzo al bailamme bellico scatenato da Trump e Netanyahu (a proposito tutti ricordano la pignoleria linguistica con cui veniva e viene definita come aggressione russa la guerra in Ucraina: guai a non dichiararlo continuamente. Adesso nessuno parla di aggressione degli Usa e di Israele all’Iran: tutto e sempre colpa dei terroristi e simili, prima Hamas, poi i Pasdaran, poi gli Hezbollah…).

La prima linea del comportamento italiano sarebbe puntare alla diplomazia a condizione che gli iraniani interrompano gli attacchi ai Paesi del Golfo. Da dove è partita questa guerra? Mi sarei aspettato logicamente che si chiedesse innanzitutto la sospensione degli attacchi Usa-Israele all’Iran. Nossignori, è l’Iran che deve interrompere le rappresaglie! Strane regole diplomatiche a senso unico. Oltre tutto si sapeva benissimo che l’Iran si sarebbe difeso attaccando i Paesi del Golfo, non potendo nel modo più assoluto fare fronte direttamente alla pressione militare statunitense ed israeliana. Era più che prevedibile e allora ci si doveva pensare prima, adesso è tardi. Questa è finta, velleitaria e schizofrenica diplomazia da cortile! E siamo solo agli inizi. Arriverà purtroppo anche il contraccolpo terroristico e cosa faremo? Troveremo un altro Khamenei su cui scaricare colpe e coscienze? La storia è andata sempre così. Guerre contro il terrorismo, che non aspetta altro.

Poi viene la buona intenzione che vengano risparmiati i civili. Dove vive il governo italiano? Finge di non capire che la caratteristica orribile della guerra dei nostri giorni è proprio quella di infierire volutamente sulle popolazioni civili? D’altra parte vorrei capire come si fa a circoscrivere il teatro bellico senza scantonare inevitabilmente sul territorio dove vivono le popolazioni? Bombe intelligenti? Attacchi mirati? Chirurgia bellica? Ma fatemi il piacere!

Quanto allo scandalizzarsi perché sono state colpite bambine di un asilo siamo all’ipocrisia bella e buona: la guerra colpisce dove capita e purtroppo succede quasi sempre che capiti di essere colpito a chi non c’entra niente: è la perfida (il)logica strategia bellica. Non piangiamo sul latte versato, oltre tutto dovremmo piangere indistintamente su tutte le bambine e tutti i bambini vittime di tutte le guerre e non opportunisticamente sui bambini che sono in linea con la narrazione che ci fa comodo: mio padre le definiva causticamente “lägormi su ordinasión”.

Al sostegno militare ai Paesi del Golfo ci avrebbe dovuto preventivamente pensare chi si è preso la briga di scatenare una guerra senza capo né coda e voluta solo in base al prurito imperialista di Trump e Netanyahu. Si sapeva fin dall’inizio che nel mirino iraniano sarebbero finiti i Paesi filo-occidentali dell’area mediorientale. Adesso l’Europa viene chiamata a togliere le castagne dal fuoco. I Paesi europei, dopo essere stati umiliati, derisi, strumentalizzati e trattati a pesci in faccia, non sono stati minimamente non dico consultati, ma nemmeno informati sullo scoppio della guerra contro l’Iran e ora dovrebbero parteciparvi fornendo sostegno militare a chi viene coinvolto di sponda. Pretese assurde che vanno contro il buon senso e penso anche contro lo spirito e forse finanche contro la lettera dei trattati internazionali (li farei ingoiare a tutti i filoamericani del c….).

Anche l’attendismo targato Europa lascia molto a desiderare: non stiamo giocando a scacchi, stiamo governando degli Stati nell’interesse di intere popolazioni. E poi, siamo diventati europeisti tutto d’un colpo? Ci ripariamo sotto l’ombrello europeo? Ma che buffonata stiamo inscenando? Stiamo dicendo alla Ue: “Va’ avanti ti che a mi am scapa da riddor”. Ma la Ue non siamo noi? Scarichiamo le responsabilità sui nostri partner, lanciando persino una frecciatina alla Spagna di Sanchez, reo di essere recalcitrante di fronte alla prepotenza Usa?

Dulcis in fundo: il cordoglio per la morte di padre Pierre, caduto in Libano perché venuto in soccorso delle vittime degli attacchi israeliani. Altro non è che la macabra ciliegina sulla torta avvelenata cucinata da Trump e Netanyahu per i loro sporchi ed orribili scopi, davanti ai quali non sappiamo che balbettare e piagnucolare come finti bambini ingenui e sprovveduti.

Il geyser Bartolozzi

Irritazione e necessità di chiudere il caso, lasciando che sulla polemica si spengano i riflettori. Questi i sentimenti che trapelano ai piani alti dell’esecutivo e nella maggioranza dopo la bufera sulle frasi di Giusi Bartolozzi. In una diretta televisiva, la capo di Gabinetto del ministero della Giustizia aveva invitato a votare sì al referendum “per toglierci di mezzo la magistratura”, definendo i giudici “plotoni di esecuzione”. Un’uscita che non è piaciuta alla premier Giorgia Meloni, fortemente contrariata. Bartolozzi “deve tenere a freno la lingua”, è una delle considerazioni che si fanno all’interno del governo. Parole di biasimo arrivano anche dai responsabili della campagna referendaria di Lega e Forza Italia, sia a microfoni spenti che accesi. Ed è lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano a qualificare come “infelice” la frase di Bartolozzi. Decisioni drastiche, però, non sono sul tavolo, e lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio chiarisce che la sua capo di gabinetto “non deve dimettersi”. Ma sulla gestione della vicenda è alta tensione nell’esecutivo. A metà giornata, fonti di governo sottolineano che il caso “verrà gestito internamente” e che da parte della diretta interessata non sono in programma scuse pubbliche. È proprio sulla ‘marcia indietro’, però, che va in scena il braccio di ferro. Da un lato, ai piani alti del governo sarebbe stato visto di buon occhio un gesto più distensivo, magari con delle scuse pubbliche. Dall’altro, Bartolozzi resiste nel suo fortino, anche se accerchiata, lasciando un canale di comunicazione aperto con il suo ministro. Dopo ore di fibrillazioni, arriva solo una precisazione. Bartolozzi parla di “lettura fuorviante” e puntualizza che quel ‘plotoni di esecuzione’ “alludeva allo stato di assoluta prostrazione quando a trovarsi al centro dell’azione giudiziaria è qualcuno che sa di non aver commesso nulla di male”. “Non ho mai attaccato la magistratura che anzi ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose”, aggiunge con un riferimento velato al caso Almasri. Nordio resta tuttavia convinto che le scuse arriveranno e non molla il pressing, mentre le opposizioni vanno all’attacco. Chiedono che il Guardasigilli riferisca alle Camere e continuano a invocare le dimissioni della sua capo di Gabinetto. (ansa.it)

Che dietro il caso Bartolozzi ci sia una generalizzata, insopportabile e fuorviante smania di protagonismo è fuor di dubbio, a cominciare da Giorgia Meloni che non perde occasione per darsi in pasto ai media e così coprire con le chiacchiere il vuoto politico. Altra inquietante realtà riguarda l’ingerenza degli alti funzionari nella politica al punto che a volte ci si domanda chi comandi nei ministeri: i ministri o i loro invadenti portavoce? Molto probabilmente in Gran Bretagna una situazione come quella di cui sopra, che ha scatenato un autentico putiferio, sarebbe stata risolta con le immediate dimissioni del ministro oltre a quelle della funzionaria interessata. In Italia no!

Ma vengo al merito della questione. Penso che l’opinione Bartolozzi rispecchi perfettamente la filosofia politica della riforma su cui dovrà presto pronunciarsi l’elettorato: non si vuole migliorare l’assetto e il funzionamento della Magistratura – obiettivo doveroso che peraltro dovrebbe riguardare più il Parlamento che il Governo – ma ridimensionare e condizionare il ruolo dei giudici attaccandone di fatto l’autonomia e l’indipendenza. Giusi Bartolozzi ha ammesso in modo triviale questa sotterranea volontà governativa, che emerge qua e là come succede per i geyser. Forse bisognerebbe essere grati a questa importante funzionaria per avere ulteriormente scoperto gli “altaroni” governativi in materia di giustizia e di Costituzione (gira e rigira infatti andiamo a finire lì).

Giorgia Meloni ha deciso di metterci la faccia e allora ecco spuntare la ventriloqua del ministro Nordio (così almeno si dice maliziosamente), che spiega brutalmente quale sia la questione politica in ballo. Il governo non può censurarla più di tanto anche perché probabilmente la teme nelle sue eventuali ulteriori esternazioni e soprattutto perché, volenti o nolenti, dice la verità che fa male, ma, prima o poi, viene sempre a galla. E poi, tutto sommato, il clima da stadio, vale a dire lo scontro fra le tifoserie del sì e del no, aiuta il governo, buttando il discorso sulla magistratura in caciara laddove tutti i giudici sono bigi e tutti le istituzioni pagano dazio.

Questi purtroppo sono i rischi della deriva referendaria, che tuttavia costituisce una sorta di preludio rispetto alla strisciante revisione populista della Costituzione. Il ragionamento sotto sotto è questo: se i giudici sono “plotoni di esecuzione”, se la magistratura italiana tiene un comportamento “para-mafioso” nel suo Consiglio Superiore, se i ministri fanno un gran casino e non concludono un tubo di niente, se il Parlamento si riduce a Pirlamento, se il potere politico, stretto nella sacrosanta tenaglia costituzionale ed istituzionale di Magistratura e Presidenza della Repubblica, evidenzia tutti i propri insuperabili limiti di coerenza e lungimiranza, non resta da fare altro che depotenziare giudici, Parlamento e capo dello Stato e varare un presidenzialismo (o premierato che sia) per salvare “Dio, patria e famiglia”.

E tanti cari saluti alla Carta costituzionale!

 

 

Le scimmiette della politica estera

L’altra linea di politica estera italiana degli ultimi cento anni, prevalsa nel primo cinquantennio repubblicano, si è ispirata alla speranza cristiana e all’universalismo cattolico. Tra le sue scelte più significative ci sono l’assunzione della responsabilità derivanti da colpe commesse in precedenza da altri; comportamenti correlati al peso effettivo dell’Italia nel mondo; la cooperazione con le organizzazioni internazionali e il sostegno delle politiche multilaterali; l’adesione alla Nato in quanto alleanza difensiva; la promozione di un’unità dell’Europa che ha interrotto secoli di guerre tra europei; il neoatlantismo, che coniugava fedeltà agli alleati e apertura verso i Paesi del Terzo mondo; una politica di mediazione e di pace in Medio Oriente; la crescente partecipazione a iniziative di peace keeping ecc. Questa politica estera ha contribuito a rafforzare un ordine internazionale orientato verso la pace. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Ho seguito pazientemente il dibattito parlamentare sulla politica estera alla luce degli eventi drammatici di questi giorni introdotto dalle comunicazioni della presidente del Consiglio. Al di là dell’imbarazzante basso livello storico-culturale che lo ha caratterizzato (siamo veramente alla frutta…), è emersa una netta ed inquietante divergenza rispetto alle linee di politica estera così ben sintetizzate nel citato pezzo di cui sopra.

Si dice spesso che il mondo è cambiato, ed è vero, ma ancor più grave e preoccupante è il fatto che è cambiato il posizionamento politico del nostro Paese rispetto ai principi ed ai valori della nostra Costituzione e della nostra prassi politica.

L’Italia sta rinunciando al proprio ruolo di proposta legato non tanto alla sua forza economica e militare, ma alla sua migliore tradizione storica e culturale. La Presidente Meloni ci regala un capolavoro di doppiezza ed insignificanza con la sua posizione sulla Guerra all’Iran. “Il governo italiano, NON CONDANNA, NON APPROVA”. Come il gioco delle scimmiette applicato alla politica: non vedono, non sentono, non parlano (forse fanno finta di non vedere, sentono ma non ascoltano, straparlano a raffica).

L’Italia ha rinunciato alla cooperazione con le organizzazioni internazionali ed al sostegno alle politiche multilaterali. La scelta emblematica di diventare attenti osservatori del Board of Peace vuol dire rischiare di appiattirsi sui desiderata unilaterali dei più forti.

Il limite costituzionale posto con l’ammissibilità ai soli interventi difensivi è saltato: le guerre le dichiarano e le fanno a loro piacimento le nazioni dominanti, a noi non resta che guardare e tacere.

L’Unione europea è diventata una mezza farsa: siamo sparpagliati, giriamo attorno al sedicente alleato statunitense ed israeliano e facciamo a gara a chi gli lecca meglio il culo (l’immagine è di Trump…).

L’asse preferenziale con gli Usa è diventato indifferenziato: il dito ideologico dietro cui nascondiamo tutte le peggiori combinazioni ed i più ignobili connubi, non abbiamo la benché minima capacità di critica, ci limitiamo a prendere atto.

In Medio Oriente abbiamo perduto il pur difficile ruolo di mediazione che ci ha caratterizzato e, tra l’altro, ci ha anche salvaguardato rispetto alla minaccia terroristica.

Siamo diventato ridicoli nei nostri atteggiamenti: la pace la sappiamo evocare solo a parole, ma nei fatti stiamo dalla parte dei facitori di guerre.

Mi sono limito a poche iconiche pennellate per dipingere il desolante quadro della politica estera italiana. Non ho ancora capito fino in fondo se i nostri attuali governanti “ci sono o ci fanno”. Mi domando cioè se sono veramente incapaci o se stanno solo fingendo di esserlo. So benissimo che la situazione è difficilissima, ma proprio per questo richiederebbe doti, coraggio, esperienza, competenza e coerenza notevoli.

Il Parlamento funge da cassa di risonanza in assenza di suoni. I parlamentari di maggioranza rinunciano a priori al loro ruolo di rappresentanti di tutti i cittadini e si accontentano di redigere il compitino ossequioso verso il governo: non una voce originale e costruttiva… I rappresentanti delle opposizioni non riescono ad incalzare il governo, finiscono per perdersi in sterili polemiche: mancano loro la credibilità e la visione alternativa.

In conclusione, se rinunciamo agli storici presupposti politico-diplomatici provenienti dalla nostra cultura e dalla nostra storia, abbiamo ben poco da discutere di bollette energetiche, di carrelli della spesa, di sostegno all’economia, di aiuti a famiglie ed imprese. Siamo colpevolmente patetici!