La norma, inserita nell’ultimo decreto sicurezza (art. 30 bis), che prevede un compenso di 615 euro all’avvocato che convinca il migrante assistito a rimpatriare è stata bloccata dal presidente Mattarella. È un’ottima notizia, che conferma l’importanza del ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Ugualmente ottima è la notizia che, immediatamente e unanimemente, tutti gli organismi dell’avvocatura e il sindacato dei magistrati hanno denunciato che questa norma non solo lede il diritto di difesa (art. 24 della Costituzione) ma stravolge e umilia il ruolo dell’avvocato. E anche questa è una conferma: che la “cultura della giurisdizione” accomuna magistrati e difensori. La filosofia di questo nuovo provvedimento legislativo è in linea con quella dei tanti “decreti sicurezza” che l’hanno preceduto: una miscellanea di norme, sostanziali e procedurali che, di fronte a reali problemi sociali, rispondono introducendo nuovi reati ed elevando in modo estremo le sanzioni. La norma manifesto di questa filosofia fu, nel 2025, l’introduzione (all’art. 415 bis del Codice penale) del reato di resistenza passiva in carcere (sottolineo: meramente passiva). (“Avvenire” – Paolo Borgna)
Alcune brevi osservazioni a margine di questa paradossale vicenda legislativa. La prima riguarda l’incompetenza patentata di chi ci sta governando: norme assurde varate demagogicamente per le quali non si ha nemmeno il coraggio di ammettere l’errore e dalle quali non si ha il buongusto di retrocedere dignitosamente, preferendo mantenerle, approvarle e contestualmente modificarle.
La seconda osservazione per registrare la risposta al quesito che mi ponevo qualche giorno fa: la destra, questa destra, non ha nessuna intenzione di uscire dalla deriva estremista, populista e reazionaria che la contraddistingue, né sul piano ideologico né su quello tattico. L’immigrazione è il suo cavallo di battaglia nel senso appunto della remigrazione, vale a dire della illusoria e inumana lotta contro i migranti considerati disturbatori del nostro egoistico quieto vivere.
La terza osservazione inerisce il ruolo del Capo dello Stato: meno male che la Costituzione gli assegna importanti compiti di garanzia e meno male che Sergio Mattarella li svolge con puntualità e imparzialità. Una ulteriore dimostrazione della inaffidabilità della riforma costituzionale del cosiddetto premierato. Se guardiamo al come la premier ha risolto l’inghippo legislativo in questione, c’è da inorridire, altro che premierato…
La quarta osservazione la prendo da Pietro Mattei, nipote ed erede di Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, morto nel 1962 in un incidente aereo, il quale ha diffidato Palazzo Chigi per aver usato il cognome di suo zio nel piano per il continente africano. Finalmente ha scritto quel che io modestamente ho pensato da tempo sull’abuso governativo del nome di Enrico Mattei, che non ha proprio nulla da spartire con gli attuali nostri governanti. L’erede dell’imprenditore si scaglia contro le ultime scelte dell’esecutivo sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. «Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo – sostiene -. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo». E rincara la dose contro la presidente del Consiglio: «Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». Nella lettera di diffida, l’operato della premier è definito «in totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di «distorcere» figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il Governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa», è la posizione di Pietro. Che poi traccia anche una linea rossa sulle politiche migratorie. Nella diffida, sottolinea che suo zio «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi». Un approccio «lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Anche per questo, promette: «Faremo causa, civile e penale». (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)
La osservazione finale è piuttosto pesante: è inutile che Giorgia Meloni si rifaccia il trucco nei confronti di Donald Trump per poi riprenderne sostanzialmente una linea politica fondamentale, quella appunto sull’immigrazione che, peraltro, ha scatenato una sacrosanta opposizione negli Usa. In Italia non saprei dire.
Mia sorella, spietatamente sincera nei suoi giudizi politici, considerava gli italiani tutto sommato “ancora fascisti”. La cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché piuttosto reale. Bastano le sirene di una inqualificabile destra per riportare a galla queste scorie, vale a dire gli atteggiamenti sostanzialmente razzisti anche se camuffati da difesa della sicurezza nazionale, come appunto quello della criminalizzazione degli immigrati a cui, gira e rigira, si deve ricondurre il vergognoso impasse legislativo dell’aiutino al rimpatrio.
