Ma al di là delle analisi e della ricerca delle genesi, resta comunque la grande amarezza di constatare – le prove ormai si accumulano da anni – che la causa ucraina non è considerata da ampi settori dell’antifascismo italiano degna della nostra solidarietà e che la propaganda di un regime fascista è riuscita a penetrare così in profondità da rendere irriconoscibile, agli occhi di molti, un popolo che sta semplicemente difendendo la propria libertà. Ottant’anni dopo che i nostri partigiani difesero la nostra. (MicroMega – Cinzia Sciuto)
Da tempo ascolto e leggo censure rivolte al mondo della sinistra in ordine a una certa tiepidezza verso la solidarietà nei confronti dell’Ucraina aggredita e invasa dalla Russia. La narrazione, che va per la maggiore, tende a considerare sacrosanto e senza alternative l’atteggiamento europeo ed italiano di impegno a sostenere militarmente l’Ucraina con l’invio di armi e simili, considerando l’Ucraina come l’avamposto europeo per la difesa verso l’imperialismo russo.
Mi sembra una logica rozza e semplicistica. Innanzitutto si potrebbe e dovrebbe aiutare l’Ucraina in modo molto più complesso, fornendole appoggio diplomatico nelle trattative con la Russia, garantendole aiuti economici in chiave pacificatoria e non in senso puramente e stabilmente bellicista. È venuto comodo considerare l’Ucraina il terreno di scontro fra la Nato e la Russia con tutte le conseguenze del caso, andandosi ad infilare in un tunnel senza via d’uscita.
Un’eventuale tregua non potrà prescindere da qualche grosso sacrificio da parte dell’Ucraina che andrebbe compensato con gli aiuti europei e con la disponibilità della Ue a svolgere un ruolo di garante al di là della intempestiva promessa dell’ingresso nella Ue.
Non vedo sinceramente un pericolo né imminente né immanente di aggressione russa nei confronti dell’Europa, senza per questo sottovalutare le smanie imperialistiche putiniane: occorre riaprire con la Russia un dialogo difficile ma necessario, abbandonando la logica meramente sanzionatoria che non porta da nessuna parte.
La situazione che andava affrontata diplomaticamente per tempo si è talmente incancrenita da sembrare impossibile e quindi gestibile solo con le armi. Non sono d’accordo: gli spazi vanno cercati con pazienza e abilità, che purtroppo la Ue non dimostra di avere. Chi in buona fede azzarda la ricerca di vie d’uscita viene immediatamente considerato amico del giaguaro-Putin o, nella migliore delle ipotesi, come un visionario.
Vi sono gravi analogie tra la guerra in Ucraina (2022-presente) e la guerra del Vietnam (anni ’60-’70), che risiedono principalmente nel ruolo di “proxy war” (guerra per procura) tra superpotenze, con una grande potenza invasora (USA allora, Russia oggi) bloccata in un conflitto di logoramento contro una nazione minore sostenuta da blocchi avversari. Entrambi i conflitti sono caratterizzati da una forte resistenza locale, l’impossibilità per l’aggressore di ottenere una vittoria rapida e un alto impatto geopolitico globale.
Nel maggio 2022, Papa Francesco ha espresso preoccupazione per la guerra in Ucraina, suggerendo in un’intervista al Corriere della Sera che l’atteggiamento della NATO, definito come un “abbaiare alla porta della Russia”, possa aver contribuito a provocare o facilitare l’invasione russa. Il Papa ha descritto il conflitto come una possibile “terza guerra mondiale”.
I problemi semplici non esistono, men che meno nei rapporti internazionali: l’Ucraina rappresenta una sfida per l’Europa. Gli Usa di Biden erano schierati in una logica di vetero-scontro fra Occidente democratico e Oriente anti-democratico; gli Usa di Trump sono orientati ad accordi estemporanei tra le superpotenze sulla pelle del resto del mondo, Ucraina ed Europa comprese.
La Ue deve trovare nella compattezza un suo ruolo internazionale: l’Ucraina potrebbe costituire un valido banco di prova. Tornando alla politica italiana non condivido affatto la visione manichea che vuole la sinistra schierata a spada tratta a fianco dell’Ucraina, quale scelta in linea con l’antifascismo e quale realistica impostazione dei rapporti internazionali. Il discorso è molto più ampio, complesso e delicato e non può funzionare da cartina di tornasole per la maturità decisionista. La pace comporta più dubbi che certezze. Chi vuole stare nel sicuro gioca a fare la guerra.
