I giudici nel bosco delle polemiche

È ormai diventato terreno di scontro politico e istituzionale, il caso della famiglia nel bosco di Palmoli. Dopo le critiche della premier Giorgia Meloni alla decisione dei magistrati di allontanare la madre, Catherine Birmingham, dai suoi tre bambini e l’annuncio di un’ispezione del ministero della Giustizia, i vertici del Tribunale minorile dell’Aquila hanno difeso il proprio operato ribadendo, in una nota congiunta diffusa ieri, che ogni provvedimento «è adottato esclusivamente nell’interesse dei minori e non per posizioni ideologiche». (“Avvenire” – Viviana Daloiso)

Ho la netta impressione che del problema di questa famiglia non interessi in realtà niente a nessuno: l’importante è sputtanare i giudici (vedi referendum imminente), screditare i servizi sociali (vedi magari la privatizzazione di tali servizi: sanità docet), catturare l’audience televisiva (per guadagnarsi la pagnotta nel circo mediatico), dare spazio all’esercito dei professionisti in cerca di visibilità (la psicologia viene trasformata nel mestiere dei chiacchieroni a vanvera), fare della retorica su “Dio, patria e famiglia” (l’incipiente regime lo richiede).

E se la smettessimo!?  Pensiamo proprio che i giudici del tribunale minorile siano dei sadici che si divertono a far soffrire i bambini e i loro genitori. Pensiamo che gli assistenti sociali siano soltanto degli “imbratta-agende” che passano sopra la testa delle famiglie da loro controllate? Pensiamo che i bambini siano proprietà privata dei loro genitori su cui scaricare furie ecologiche, passioni ambientaliste e ardite sperimentazioni educative?

E se lasciassimo che ognuno facesse il proprio mestiere nel rispetto reciproco di competenze e funzioni!? Avremmo tutti da guadagnare… L’impalcatura strumentale montata attorno a problemi delicati e sensibili crea solo confusione e incattivisce gli animi.

Sono d’accordo sul fatto che forse sarebbe stata opportuna maggiore prudenza all’inizio della vicenda educativa e giudiziaria. Ma chi mi garantisce che non esistessero e non esistano motivi gravi per intervenire anche a gamba tesa. Facciamo pertanto silenzio. Diano il buon esempio la premier e i ministri (i loro pronunciamenti e le loro iniziative fanno venire molti sospetti…) e a cascata tutti gli altri soggetti che (stra)parlano in continuazione.

Posso dirla grossa? Non mi dispiacerebbe che scattasse una sorta di censura su argomenti tanto delicati: la sarabanda televisiva che si scatena in continuazione non è informazione, ma spettacolarizzazione, dal momento che tutto fa spettacolo, anche i drammi famigliari sbattuti sul video. Ma chi procederebbe alla censura?  Il gatto si morderebbe la coda e allora non resta che il senso di responsabilità, prima ancora il buonsenso, merce assai rara e che non si compra.

La Cina è vicina

Altro fronte acceso è quello della guerra “sotterranea”. Secondo il Washington Post, Mosca­ sta fornendo al regime di Teheran informazioni di intelligence con l’obiettivo di aiutarlo a colpire le forze americane in Medio Oriente. Rispetto alla guerra in Ucraina, dove l’intelligence Usa “guida” di fatto Kiev, le parti si sono rovesciate. Il Cremlino si è limitato a puntualizzare: «Siamo in dialogo la leadership iraniana». (“Avvenire” – Luca Miele)

 

Nonostante si parli spesso di “divisione del mondo in zone di influenza”, in riferimento alla Strategia di sicurezza nazionale statunitense, è opinione diffusa nei circoli vicini al presidente Trump che “l’uso della forza in Venezuela e Iran, così come le minacce rivolte alla Groenlandia e a Cuba, abbiano lo scopo di contenere il potere della Cina e garantire agli Stati Uniti un vantaggio geopolitico”. In un recente rapporto, l’autore ed esperto di strategia militare J. Michael Waller sostiene che “La mossa dell’amministrazione di prendere Maduro ora permette a Trump di esercitare un’influenza inaspettata sia su Xi Jinping che su Vladimir Putin”, ponendo fine agli “sforzi di Cina e Russia per distruggere il petrodollaro, attraverso i BRICS”. Secondo Waller, la strategia di sicurezza di Trump consiste fondamentalmente nel “contenere il dominio mondiale della Cina comunista”. “L’Iran e il Venezuela – conclude il rapporto – hanno contribuito ad alimentare l’ordine dominato dalla Cina comunista. Aiutando a rimuovere i regimi ostili in entrambi i paesi, Trump sta eliminando i perni fondamentali senza ricorrere alla guerra”. (Stefano Azzali – Dalla “Dottrina Donroe” agli Accordi di Ciro)

 

Non si tratta di retroscenismo internazionale né di fantasia geopolitica, ma in filigrana, dietro il disordine mondiale caratterizzato dagli eventi bellici apparentemente schizofrenici, appare un disegno dai contorni incerti, ma abbastanza delineato nelle sue intenzioni. Il mondo si regge su equilibri di forza basati sulla combinazione di reciproci interessi: alla spartizione fra Usa e Urss, forse meglio dire fra Occidente e Oriente, si è da tempo sostituita la convivenza fra blocchi più complessi ed articolati, Usa, Russia, Unione europea, Brics, Cina.

Si potrebbe dire che sulla scena mondiale si aggirano troppi personaggi in cerca d’autore, ne deriva un disordine distruttivo e inquietante. Dietro Trump e Netanyahu intravedo la voglia di trovare il “giusto” interlocutore con cui fare i conti, semplificando il contesto internazionale: da una parte l’ignobile connubio post-democratico Usa-Israele, dall’altra la comunione ereditaria post-comunista Cina-Russia. In mezzo i cani perduti senza collare, che non hanno la forza di abbaiare ed ancor meno di mordere.

La volpe Netanyahu sta trascinando il gatto Trump in un’avventura sbilenca in cui l’unica nazione a rafforzarsi è la Russia…povera Ucraina. Il bullo paranoico americano straparla e rischia di impantanarsi, nel suo grande delirio di onnipotenza non si rende conto di essere preso per il sedere da amici e nemici…l’altro vuole silenziosamente fare i propri affari allargando e prolungando la guerra per fortificare il suo predominio nell’area mediorientale (invade il Libano, va alla resa dei conti con Hamas ed Hezbollah, etc. etc.).

Putin incassa una sorta di placet al suo debole imperialismo, Xi Jinping assiste sornione alla prova generale del nuovo assetto mondiale.

In mezzo una squallida platea di tifosi: l’Europa che per problemi economici e migratori ha interesse che la guerra finisca presto; i Paesi produttori di petrolio che temono di essere costretti a berlo più che a venderlo; il terrorismo imbarazzato e spiazzato dal rimescolamento delle carte geopolitiche, dalla laicizzazione affaristica dei rapporti internazionali, dai troppi potenziali obiettivi da colpire.

E se i tifosi decidessero di cambiare squadra? SE, ad esempio, l’Europa decidesse di dialogare fattivamente con la Cina e di flirtare con i Paesi arabi, mandando a… Usa e Israele? No si può fare. E chi l’ha detto?

Gli schemi politici tradizionali sono saltati: la sinistra a livello mondiale non batte alcun colpo; la destra acconsente, a cosa non si sa…Il capitalismo ha cambiato il pelo, ma non il vizio…le ideologie sono morte trascinando nella tomba le idee… Il vuoto pneumatico trascura le religioni e attanaglia le coscienze…

Non è detto però che l’uomo contemporaneo sia meno “religioso” nel senso profondo. Rimane il bisogno di senso, di interiorità, di profondità. Rimane il Mistero. Ma le forme religiose tradizionali – dogmi, linguaggi, categorie – appaiono a molti come appartenenti a un altro mondo. Non parlano più. Non convincono più. Il problema non è solo la fede. Per alcuni teologi non si tratta di “credere di più”, ma di ripensare radicalmente il modo di comprendere Dio, la rivelazione, la Chiesa. Un “Cristianesimo 2.0”, dicono. Senza dualismi, linguaggi mitici o contrapposizioni tra fede e scienza. (don Umberto Cocconi)

Forse la spiegazione migliore consiste in un botta e risposta etico: il contrario di “amarsi”? Basta aggiungere una “r”: armarsi (Tonino Bello). Tutto si spiega! Resta il problema!

Il caos calmo

Come sta reagendo il mondo alla guerra contro l’Iran con tutte le conseguenze, peraltro prevedibili, che si stanno verificando. È difficile capirlo anche perché chi ha scatenato questa guerra lancia ogni giorno messaggi diversi se non addirittura contraddittori.

Secondo gli esperti di comunicazione politica, l’unica regola della coppia Trump-Netanyahu è quella di non avere regole. Si punta al caos, cambiando di volta in volta il target della comunicazione: prima si indica il cambio di regime come fine, poi si incita la popolazione a ribellarsi, infine si chiede la collaborazione dei Paesi alleati (non avvisati in precedenza) nelle operazioni. Si usa un linguaggio spregevole nei confronti del nemico («Li stiamo massacrando» ha detto il presidente degli Stati Uniti) quasi non bastassero i disastri civili provocati dalla guerra. (“Avvenire” – Diego Motta)

Provo a tagliare grossolanamente il mondo in due parti: le pubbliche opinioni e le leadership internazionali. Cosa pensa e cosa ne dice la gente? Bisogna usare ancora l’accetta. Da una parte c’è chi aderisce acriticamente alla narrazione superficiale, prevalente e di comodo, quella che fa risalire tutte le colpe e tutti i mali al regime dispotico dell’Iran (prima ad Hamas). Dall’altra parte c’è chi non la beve da botte e non accetta la semplificazione anti-iraniana, ma finisce col ripiegare sul ragionamento che tutte le guerre, da che mondo è mondo, sono uguali e si basano su colossali fandonie che coprono la vera ed unica motivazione consistente nella ricerca del potere. Gli iraniani sono un male fastidioso, mentre Trump e Netanyahu rappresentano un male necessario.

La gente non prova nemmeno a protestare, tanto non serve a nulla; si spera che la bufera passi più in fretta possibile contenendo i danni nello spazio e nel tempo; vince la globalizzazione del qualunquismo; siamo indifferenti a tutto compresa la guerra.

Vengo alle leadership totalmente separate dalla gente: viaggiano sul loro binario morto. La loro nullità valoriale associata alla loro incapacità politico-diplomatica le porta inevitabilmente a stare dalla parte del più forte, a sopportarne i soprusi e finanche i genocidi spacciati come operazioni di pulizia.

Valga ad esempio il balletto macabro dei Paesi europei, che cercano in ordine sparso il modo più indolore per piegare il capo e uscire col minor danno possibile a livello d’immagine: spaccano penosamente il cappello in quattro al fine di trovare l’escamotage che consenta di partecipare alla guerra solo un pochettino.

Giorgia Meloni è ormai affezionata al ruolo di pescivendola nel barile; Emmanuel Macron a quello di Gian Burrasca nucleare; Keir Starmer a quello di fantino che tiene il piede in due staffe; Friedrich Merz a quello di perfetto doppiogiochista; Viktor Orbàn a quello di beccamorto di lusso. Resta lo spagnolo Pedro Sánchez che, dal momento che osa alzare il ditino per eccepire, viene immediatamente catalogato come un rompiscatole populista e demagogo.

E che dire del trio…lescandol? Ursula von der Kazzen, Roberta Mensola e Giorgia Cocomeri dimostrano l’ermafroditismo della politica politicante. Una peggio dell’altra! Ci si aspetterebbe che almeno le donne fossero sensibili alle brutalità della guerra. Macché, hanno ottenuto la parità, sì, quella dei difetti.

Così va il mondo, che ha i governanti e i governati che si merita, pensa ed assiste alle guerre senza battere ciglio e applaude il Papa (tanto per gradire).

 

La Mensola all’arbitrio internazionale

Presidente Metsola, mentre l’Europa discute del proprio futuro, il Medio Oriente è in fiamme con l’attacco di Israele e Usa all’Iran. È morto il diritto internazionale o è una speranza per il popolo iraniano?

Sono certa che molti ne discuteranno. Per il Parlamento Europeo il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente, destabilizza la regione con i suoi “vassalli”, rifornisce la Russia di droni contro l’Ucraina e costituisce una minaccia globale. Se il regime iraniano rispettasse il diritto internazionale come lo facciamo noi, il popolo iraniano sarebbe libero, Jina Masha Amini sarebbe viva, il terrore non avrebbe regnato in Iran per quasi 50 anni. E l’Europa e gli Stati del Golfo non dovrebbero affrontare attacchi indiscriminati. (dall’intervista rilasciata a Giovanni Maria del Re del quotidiano “Avvenire”)

Strano concetto di diritto internazionale quello scodellato dalla presidente del Parlamento europeo. Il diritto non si dovrebbe rispettare? Cosa significa che non si può abusarne? E soprattutto chi concede l’autorizzazione a prescinderne per cause di forza maggiore? Trump? Netanyahu? Putin? Chi se non l’Onu può interpretare e limitare le regole del diritto internazionale? Il board of peace? Siamo in mano a nessuno e tutti, vale a dire il più forte, di volta in volta, può agire indisturbato accampando le sue più o meno pretestuose ragioni per violarlo.

È il caso di accertare che Roberta Metzola batte due a zero Giorgia Meloni in materia di cazzate internazionali. La seconda infatti ha avuto il buongusto di ammettere la propria preoccupazione per un contesto globale dominato da «una crisi del diritto internazionale», dandone però la primaria responsabilità all’aggressione russa all’Ucraina (sic!). Metzola è andata oltre, spingendosi a darne l’esclusiva colpa al regime tirannico iraniano. Pensiamo un attimo a tutti i regimi dittatoriale sparsi per il mondo: dovremmo, usando il criterio metzoliano, spazzarli via tutti usando le armi, ammazzando i loro premier, e mettendo a soqquadro il mondo intero. È pur vero che esiste la pace dei sepolcri, ma non illudiamoci di sostituirla con la guerra ai tiranni.

La politica internazionale non si fa con i se e i ma! Si fa rispettando le regole di convivenza pacifica ed intervenendo solo laddove le violazioni accertate giustificano un intervento diretto sotto la guida o almeno sotto il controllo e nei limiti fissati dagli organismi internazionali preposti.

La Costituzione italiana recita così: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Sarà bene che Roberta Metzola legga la nostra Costituzione. Ripassi inoltre la recente storia europea. Il 22 marzo 2021 il Consiglio ha adottato una decisione che istituisce lo strumento europeo per la pace, uno strumento volto a consolidare la capacità dell’Unione di Prevenire i conflitti, costruire e preservare la pace, rafforzare la sicurezza e la stabilità internazionali.

In un’epoca caratterizzata da complesse minacce alla sicurezza, lo strumento europeo per la pace accresce la capacità dell’UE di fornire sicurezza ai suoi cittadini e ai suoi partner e massimizza l’impatto, l’efficacia e la sostenibilità dell’azione esterna globale dell’UE in materia di pace e sicurezza. L’EPF opera nel rispetto del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

Ammetto che non sia granché, ma sempre meglio delle farneticanti e “realpoliticanti” idee di chi forse farebbe meglio a presiedere l’assemblea condominiale preposta a gestire gli appartamenti in uso ai funzionari della Ue.

 

Quando la premier non c’è, i ministri (s)ballano

Alle 13.20, dopo le prime tre ore di maratona parlamentare sull’Iran, il ministro della Difesa Guido Crosetto esprime la posizione ufficiale del Governo sull’azione di Usa e Israele contro Teheran: «Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale. L’attacco israeliano è partito nel momento in cui la posizione di Khamenei è diventata nota, è una guerra che è partita all’insaputa del mondo. Il problema nostro è gestire le conseguenze di una crisi che è esplosa e che non abbiamo voluto». Una formulazione senza infingimenti, che Crosetto articola durante la sua replica ai forti attacchi piovuti dai banchi dell’opposizione. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Non so se si tratti di una voce dal sen fuggita, di una sofferta presa di coscienza, di una copertura opportunistica alla renitenza governativa, di uno scivolone dialettico, di un tentativo di recupero di credibilità dopo la sciocca vicenda famigliare e personale a Dubai, fatto sta che Guido Crosetto ha detto finalmente un pezzetto di verità: di questi chiari di luna bisogna accontentarsi? Direi di no, ma putost che nient (Tajani) è mej putost (Crosetto); meglio un uovo oggi (Crosetto) che una gallina mai (Meloni).

Bisogna ammettere che anche in passato il ministro della Difesa si era distinto per un certo qual rispetto verso il Parlamento: lo avevo notato ascoltando le dirette parlamentari trasmesse da Radio Radicale, che peraltro è in triste agonia per il ventilato dimezzamento dei fondi pubblici. Semplice bon ton istituzionale o qualcosa di più? Si è notato anche in occasione delle sedute parlamentari sulla guerra all’Iran.

Ben diverso l’approccio al Parlamento del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Giuseppe Conte ha avuto uno scontro con lui in Commissione Esteri: ha contestato il modo in cui il governo sta gestendo la politica estera, accusandolo di comportarsi come «un servo sciocco degli Stati Uniti». Come si è difeso Tajani? “Onorevole Conte, a me Trump non mi ha mai chiamato Tony Anthony. A lei la chiamava Giuseppi, quindi un rapporto di particolare amicizia ce l’aveva lei”.

L’intervento del ministro Tajani in Parlamento è stato definito da Matteo Renzi “raccapricciante per la sua mediocrità”. Sempre Renzi, riferendosi al comportamento di Tajani, ha dichiarato in una intervista: «Il mondo è in fiamme, siamo allo scontro finale nel mondo islamico tra riformisti ed estremisti e il nostro ministro degli Esteri anziché offrirci un’analisi di ciò che sta accadendo e dire cosa serve all’Italia, si lancia in consigli stile: “Quando vedete un drone non affacciatevi alla finestra”. Ma lei si immagina Moro o Andreotti o Fanfani che nei momenti di difficoltà della politica estera danno istruzioni come se fossero i centralinisti del Viaggiare sicuri anziché offrire un’analisi politica?».

Tajani, attaccato da Renzi per la sua “avvolgente” verve assistenziale nei confronti dei nostri connazionali all’estero, come si è difeso? «Facile andare nel Golfo per fare conferenze bene pagate, è molto più difficile tutelare cittadini italiani».

La miglior difesa è l’attacco: risse da cortile. Non c’è che dire, dalla bagarre Crosetto è uscito molto meglio!

 

 

Spagna, anche se non se magna

«La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra». Il punto, per Sanchez, è che «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra», perché «è così che iniziano i disastri dell’umanità». Quindi l’unica strada percorribile resta la «cessazione immediata delle ostilità», in modo da arrivare quanto prima a «una soluzione diplomatica e politica». Il premier spagnolo ha auspicato una risposta coordinata degli alleati dell’Unione Europea e non ha rinunciato a una replica diretta al presidente Usa (che lo ha definito un «alleato terribile»): la Spagna, ha scandito, è un membro a pieno titolo dell’Ue, della Nato e della comunità internazionale ed è proprio per questo che «chiede a Stati Uniti e Iran di fermarsi prima che sia troppo tardi». Insomma, Madrid non sarà complice di «qualcosa che è male per il mondo», di certo non «per paura di rappresaglie». Anche perché l’esperienza insegna e già ventitré anni fa, ha ricordato rievocando l’Iraq, «un’altra amministrazione ci portò a una guerra ingiusta» e «il risultato fu più terrorismo, più instabilità e una vita peggiore». Ovviamente tutto questo non vuol dire che la Spagna appoggi un regime «che uccide i suoi cittadini e soprattutto le donne», ma pensare che la soluzione sia la violenza «è ingenuo». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità costi quel che costi. Ad Aldo Moro gli americani dissero che l’avrebbe pagata cara, e così fu. Speriamo che la storia non si ripeta con Sanchez. In questi giorni, parlando con amici, ho teorizzato che l’unica via d’uscita per la Ue sia quella di comunicare solidalmente una netta presa di distanza dalla strategia statunitense senza paura di ricatti e rappresaglie. Tutti mi hanno detto che era impossibile, che sognavo, che ero fuori dalla realtà. Ebbene Pedro Sanchez la pensa come me: una piccola soddisfazione personale. Mi copia! Non mi resta che andare a vivere in Spagna: la gente là è molto ospitale e generosa, la politica conta ancora qualcosa, essere socialisti è possibile, essere europeisti sul serio è doveroso senza abbassare le brache davanti a Trump.

Sembra che il sasso in piccionaia abbia creato qualche benefica tensione con gli Usa e qualche effetto positivo a livello europeo.

Dunque la tensione sull’asse Washington-Madrid non accenna a dissiparsi e al di là delle dichiarazioni resta un dato di fatto: la linea di Sanchez ha sparigliato gli equilibri di Bruxelles, conquistando gran parte dell’Europa che conta – esclusa la Germania – e alimentando lo stallo italiano. Merito, si fa per dire, delle minacce di Donald Trump, che dopo il no del premier socialista all’uso delle basi spagnole ha ipotizzato di bloccare le relazioni commerciali con Madrid. Un attacco dopo il quale Sanchez ha incassato la solidarietà dei vertici Ue, a cominciare dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e da quello del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Ma anche Emmanuel Macron e Keir Starmer si sono fatti sentire esprimendo la loro vicinanza. 

Non c’è da farsi illusioni e credo che Sanchez non se ne faccia: resta una sua ammirevole presa di posizione a cui mi auguro faccia seguito un comportamento coerente. Cosa aspetta la sinistra italiana a prendere simili posizioni a livello parlamentare? Esagero sperando che Sergio Mattarella possa dire le stesse cose che ha detto Sanchez? Si creerebbero incidenti diplomatici a catena!? Che bello! Per ora grazie Sanchez!!!

 

 

Gli ignavi italiani ed europei nell’Antinferno dantesco

Ancor più critica la questione della concessione di basi in Italia all’aviazione Usa. Soprattutto dopo le recenti minacce della Repubblica islamica, per la quale «eventuali azioni difensive da parte dei Paesi europei sarebbero considerate un atto di guerra». Crosetto, dunque, non può fare altro che prendere tempo: «L’utilizzo delle nostre basi da parte degli Usa è una decisione del Governo. Quando ce lo chiederanno, risponderemo». (“Avvenire”)

(…)

La premier prende atto – e sembra voler evidenziare – che l’attacco di Trump e Netanyahu è arrivato «senza il coinvolgimento dei partner europei», ma non per questo lo condanna. Allo stesso tempo non nasconde la propria preoccupazione per un contesto globale dominato da «una crisi del diritto internazionale», che però, osserva, «è inevitabilmente figlia» dell’aggressione russa all’Ucraina. Ciò detto, il Governo «è ovviamente impegnato a dare assistenza alle migliaia di italiani bloccati nell’area», ma la situazione non potrà migliorare «se l’Iran non ferma i suoi attacchi totalmente ingiustificati nei confronti dei Paesi del Golfo». (“Avvenire”)

Ammetto che sia estremamente difficile tenere una posizione corretta e dignitosa di fronte allo scoppio di una guerra, che ci vede coinvolti obtorto collo e comporta rischi enormi anche per il nostro Paese. Le basi militari americani collocate nel nostro territorio hanno da sempre costituito materia di scontro politico: come volevasi dimostrare. Oggi il loro utilizzo potrebbe esporre l’Italia a ritorsioni iraniane: diventeremmo, seppure indirettamente, parte in causa in una guerra pazzesca. Il nostro ministro della Difesa ha risposto picche: se sarà il caso, vedremo, decideremo (?) e risponderemo.

Giorgia Meloni non può negare l’evidenza, vale a dire il fatto che questa guerra ci sia piovuta sul capo senza essere non dico coinvolti nella decisione, ma nemmeno informati. Un simile fatto dovrebbe essere apertamente e nettamente condannato. Nossignori! Nessuna condanna, ma soltanto un imbarazzato silenzio.

E la crisi del diritto internazionale? Preoccupante, ma tutta colpa di Putin. Certamente la Russia ha responsabilità enormi riguardo alla rovinosa situazione internazionale, ma dove vogliamo parare? Al fatto che a violazione occorra rispondere con violazione, che se uno sgarra legittimi lo “sgarramento” di tutti? Si è capito da tempo che Putin e Trump si sostengono a vicenda: meglio quindi accettare la situazione e fare orecchie da mercante…

Era facilissimo immaginare che l’Iran non avrebbe potuto difendersi direttamente contro Usa e Israele, ma che avrebbe ripiegato sulla mossa del cavallo attaccando gli amici mediorientali di Trump, vale a dire alcuni Paesi del Golfo. E l’Italia si nasconde dietro questo dito? Rigira la frittata dando la colpa all’Iran: un gioco infantile allo scaricabarile! Mette le mani avanti avvertendo che gli eventuali aiuti ai Paesi arabi non saranno che la doverosa risposta alla schizofrenia iraniana.

Non voglio nemmeno pensare alla disastrosa recrudescenza del terrorismo di matrice islamica: l’unica ed efficace arma di contrattacco che può mettere in campo l’Iran. Alcuni Paesi europei sono esposti a questo rischio per il loro passato coloniale e per la loro succube politica filo-israeliana e filo-americana. L’Italia finora se l’è cavata: merito di una certa qual equidistanza da arabi ed israeliani e della presenza del Vaticano con la sua politica di buoni rapporti. Questa volta non ho idea come potrà andare a finire…

L’unico e vero cavallo di battaglia italiano da esibire alla pubblica opinione è però l’assistenza agli italiani in difficoltà (il pezzo forte del ministro degli Esteri Antonio Tajani): della serie come siamo bravi a difendere i nostri connazionali loro malgrado coinvolti nel casino totale venutosi a scatenare.

Tutto qui! Questa è la politica estera italiana: tutta colpa di Putin, di Hamas e di Khamenei. Per la verità la Ue non fa e non dice molto di più. Merz, dopo aver fatto recentemente la parte dell’europeista convinto, si è precipitato alla Casa Bianca per dare, seppure a denti stretti, la benedizione tedesca a Trump che ha gradito. Macron, smaltito lo spavento per il terrorismo dietro l’angolo, dopo aver preso le distanze dall’attacco all’Iran, sta andando per la tangente nucleare, mettendosi a disposizione dell’Europa per quanto occorrer possa. Sanchez ha deciso di fare il kamikaze e si è coraggiosamente dichiarato contrario alla strategia americana. La Gran Bretagna, che fa parte dell’Europa fino a mezzogiorno, non si sa più da che parte stia. L’Europa è sempre più divisa: d’altra parte qualsiasi comunità se non è preventivamente, idealmente e concretamente coesa, all’insorgere di grosse difficoltà non potrà fare altro che dividersi ulteriormente, consegnandosi al peggior offerente.

O i Paesi europei trovano un po’ di coraggio per distinguersi nettamente dall’ignobile connubio israelo-americano o si troveranno ad agire in ordine sparso, becchi e bastonati: bersaglio del potenziale terrorismo, coagulo di enormi danni economici, coacervo del più grande sciupio storico-culturale di tutti i tempi passati, presenti e futuri.  Nessuno vuole fare apertamente un passo indietro nei confronti di Trump per la paura di soffrirne le conseguenze: vuol dire che comunque le conseguenze ci saranno (nessuno ce le toglierà) e non avremo nemmeno la soddisfazione di dire come la pensiamo, di rispettare i nostri principi e nemmeno di agire per i nostri interessi.

 

Il massimo impensabile della follia bellica

“Cherchez la femme”, tradotto dal francese “cercate la donna”, è una celebre espressione resa famosa da Alexandre Dumas padre nel suo romanzo Les Mohicans de Paris (1864). Indica che all’origine di un problema, mistero o complicazione, specialmente se coinvolge un uomo, si trova spesso una donna. Viene utilizzata per suggerire che la soluzione a una faccenda intricata risiede nel trovare la donna coinvolta nel contesto.

Non credo che la chiave di lettura-ricerca riguardo alle motivazioni della guerra all’Iran possa essere “cercare la donna”, anche se non mi sentirei di escludere nulla in relazione a questa follia bellica. Sto comunque tentando di trovare una chiave che possa giustificare o almeno spiegare quel che sta succedendo.

Sono tre gli approcci al problema che posso individuare e adottare: quello etico-ideologico, quello riferibile al diritto internazionale, quello rientrante nella realpolitik a livello interno e internazionale.

Sul piano etico non vedo alcuna motivazione non dico condivisibile, ma nemmeno plausibile. Bisogna scendere nell’ideologia Maga (acronimo di Make America Great Again, ovvero “Rendiamo l’America di nuovo grande”): un movimento politico e una corrente di pensiero conservatore legata a Donald Trump, diventata la forza dominante all’interno del Partito Repubblicano statunitense a partire dalla campagna presidenziale del 2016. Si tratta di un approccio populista che mira a invertire il percepito declino degli Stati Uniti, ponendo l’interesse nazionale sopra ogni altra cosa e criticando l’establishment politico.

Se si parte da simili presupposti di egoismo individualista e nazionalista tutto diventa populisticamente ammissibile, anche la più spregiudicata aggressione ad altri Stati, che rappresentano mere pedine sullo scacchiere internazionale indipendentemente dalla loro forma di governo. L’accrescimento della propria forza val bene l’aggressione all’Iran: quanto alla distruzione del suo regime dispotico islamico non è lo scopo, ma il mezzo con cui raggiungere una ridefinizione dei rapporti geopolitici nell’area mediorientale e di lì in tutto il mondo. A Trump non gliene può fregar di meno della democrazia in Iran e della liberazione degli iraniani da un’oppressione sfociante in una vera e propria tortura: non è da escludere che gli iraniani possano cadere dalla padella alla brace (non sarebbe la rima volta che succede…).

Aggiungiamo che la sbandierata motivazione dello sbarramento al nucleare militare risulta doppiamente pretestuosa visto che già l’intervento del giugno scorso avrebbe dovuto risolvere o sgonfiare questo problema, vista la concomitanza con le trattative aperte e visto il parere degli esperti che comunque ritengono il pericolo non attuale e quindi scongiurabile tramite la ricerca paziente di accordi e trattati volti a limitare, ridurre o vietare le armi atomiche e la loro proliferazione.

Dal punto di vista del diritto internazionale l’aggressione all’Iran va contro tutti i principi su cui dovrebbe basarsi una convivenza pacifica: diventa essa stessa la prima pietra su cui costruire il nuovo (dis) ordine internazionale con tanto di ridefinizione degli organismi ad hoc (vedasi board of peace). Le regole sono saltate, vale la legge del più forte che le formula a proprio piacere. Onu ed ogni organismo ad essa collegato, Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), UNEP (United Nations Environment Programme), Autorità ambientale globale che coordina le politiche ambientali, Ue e sue istituzioni comunitarie, Corte penale internazionale e sua giurisdizione, finanche Nato con i suoi patti atlantici, diventano inutili orpelli da eliminare in diritto e/o in fatto.

Però persino sul piano della più brutale delle realpolitik non si riesce a scovare un discorso logico se non quello di condurre un’opera di distrazione di massa a livello interno (per evitare contraccolpi nei consensi elettorali) e a livello internazionale (per ridefinire le alleanze in senso meramente opportunistico e contingente). Esistono tanti parziali motivi economici, esistono parecchi motivi politici, esistono molti addentellati tecno-industriali, esistono fondamentali ragioni di puro potere: una miscela esplosiva senza capo né coda se non la incontenibile smania israeliana (che qualcuno ritiene prevalente o almeno condizionante) associata alla follia (?) trumpiana (forse il più colossale inganno antidemocratico della storia).

A proposito, dove sono gli israeliani sparsi nel mondo che giustamente non perdono occasione per battere il chiodo dell’antisemitismo: sono d’accordo con Netanyahu? Non ho sentito nessuno prendere posizione contro questa guerra tanto cara al governo israeliano. Il popolo israeliano come la pensa dal momento che vive in uno Stato democratico? Un po’ di coraggiosa onesta intellettuale non guasterebbe…

Certo, la guerra serve a Benjamin Netanyahu anche per rivincere le elezioni: da politico privo di scrupoli e ossessionato dall’iper-potenza militare del suo Paese, sceglie sempre la guerra come suo strumento strategico. Quale siano i ritorni per gli Usa è difficile capirlo. Ma Trump ormai sembra avviluppato nel suo egotismo mutevole e capriccioso. Facile capire invece chi perderà da questa guerra voluta: il popolo iraniano in primis, tutta la regione mediorientale, i civili israeliani nuovamente costretti nei rifugi, quanto resta dell’idea di un diritto internazionale e di un sistema multilaterale che non crede che esista solo la legge del più forte nella giungla delle relazioni internazionali. (“Avvenire” – Riccardo Redaelli)

Di fronte a questo labirinto costruito dai Dedalo di cui sopra non c’è nessun Teseo che si offra volontario per sconfiggere la bestia (che non è solo Ali Khamenei, fatemi il piacere…) e nessuna Arianna che offra un gomitolo di pace per segnare il percorso e ritrovare l’uscita dopo aver eliminato il mostruoso meccanismo di guerra totale.

L’unico Teseo plausibile sarebbe il Papa (forse gli sto chiedendo troppo…), che però avrebbe bisogno di parecchie Arianne, cominciando dai cattolici americani per arrivare a quelli di tutto il mondo a cui aggiungere tutti gli uomini di buona volontà.

E i cattolici italiani, allineati e coperti sotto l’ombrello meloniano del noto trinomio ideologico conservatore e nazionalista “Dio, patria e famiglia”, dove sono? Si accontentano di credere alle panzane trumpiane anti-islamiche e filo-democratiche? Pensano che, come sempre, sia tutta colpa della sinistra non sufficientemente anti-Khameneista?

È proprio vero che «la differenza profonda tra gli uomini non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti» (Cardinale Carlo Maria Martini).

Ho cercato e continuerò a cercare, nel mio piccolo, di pensare alla guerra per capirne l’assurdità, che sta raggiungendo il massimo impensabile: ora però viene il tempo di costruire la pace da artigiani, compiendo gesti concreti, senza aspettare che i potenti si ravvedano, ma sperando che siano rovesciati dai troni.

Cherchez la femme? No, cherchez et démasquez les semeurs de guerre!

 

 

L’anatra zoppa e i brutti anatroccoli

Donald Trump sta correndo il rischio più che concreto di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero una poderosa macchina di potere costantemente azzoppata dal voto di sbarramento dei congressmen e costretta a governare solo grazie agli executive orders. È accaduto anche a Joe Biden, a Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, quasi fosse la salutare profilassi per una democrazia liberale.

Per The Donald le cose sono un po’ diverse. E i rischi che corre, altrettanto. Dopo il doppio smacco della politica migratoria e l’altolà della Corte Suprema sui dazi, le elezioni di medio termine del 3 novembre rischiano di diventare il collettore di uno scontento nazionale in cui si mescolano fra luci e ombre il bilancio federale, la politiche energetiche, la denuncia degli accordi di Parigi, la riorganizzazione dell’Onu, la nuova dottrina militare, la ripresa dei test nucleari, un ventaglio di incognite che si intreccia con le guerre commerciali, i dazi, la crescita, la pressione fiscale, la lite con la Fed, la Nato, il G20, l’Ucraina, il Board of Peace, la Pax Trumpiana in Medio Oriente, i Brics, Putin, Xi Jinping, la Corea del Nord, gli appetiti neocoloniali su Groenlandia, Messico, Venezuela, Cuba, il traguardo quasi impossibile del Nobel per la Pace. Un super BigMac, che rischia di esplodergli in mano e di metterlo al tappeto con una raffica di richieste di impeachment e a seguire con una diffusa disaffezione dell’universo MAGA, che alla politica estera bada assai poco ma è attento invece al proprio portafoglio. Un portafoglio che attualmente sta premiando i ceti medio-alti ma sta mettendo a disagio la middle class insieme a quel sottoproletariato bianco che il vicepresidente Vance ha abilmente vellicato e illuso, agitando lo spettro di un’America matrigna messa in minoranza perfino nell’idioma materno, ora che i latinos sono diventati il gruppo linguistico più numeroso.

Il rischio per Trump è che l’universo MAGA si rivolti, come starebbero per fare non pochi membri repubblicani del Congresso. E non basta lavorare alacremente sul gerrymandering, la pratica equanimemente perseguita sia dem sia dai repubblicani di ridisegnare i collegi elettorali a proprio piacimento, in modo da favorire il proprio partito – pratica che nel 2016 permise a Trump di battere Hillary Clinton nonostante il voto popolare avesse ampiamente premiato la senatrice.

Veicolati da un negazionismo complottista intriso di pensiero magico, i corifei di Trump accusano il deep state e i giudici supremi traditori. Ma l’americano medio guarda a quel Pil la cui crescita a dicembre 2025 si è fermata all’1,4% mentre l’inflazione a gennaio 2026 rimane al 2,7%. In attesa di capire cosa avverrà per i dazi, il 3 novembre si avvicina. E proietta ombre lunghe su The Donald. (“Avvenire” – Giorgio Ferrari)

Nelle urne americane non hanno funzionato i valori e i principi democratici sostituiti in parte o in tutto con la cultura Maga. Potrebbero funzionare almeno gli interessi? Non ci credo, ma ci spero. La società Usa è così assurda da costituire un enigma. Gli analisti la scompongono sociologicamente in due parti: i grandi centri e le grandi periferie. Nei primi resiste la tradizionale visione democratica seppure pilotata dai salotti radical-chic, nelle seconde attecchisce la chiusura egoistica nazionalista e protezionista; paradossalmente i “ricchi” sarebbero liberal-democratici e i “poveri” demagogicamente autocratici. Una società malata, squilibrata e alla deriva.

La gente toccata nel portafoglio potrebbe ridestarsi dal sonno trumpiano? Ho seri dubbi. Come reagirà all’assurda guerra contro l’Iran che rischia fra l’altro di impoverire i bilanci delle famiglie americane? Una guerra lanciata alla viva Trump senza il nulla osta congressuale, porterà qualche scompiglio nelle teste (lasciamo stare le coscienze) degli statunitensi? Anche questa guerra servirà a distrarre il popolo dai problemi reali per guardare demagogicamente alla riscossa geopolitica? Sarà un “piacerone” fatto a Netanyahu e alla potentissima lobby israeliana negli Usa? Sarà il secondo atto della tragicommedia, dopo il primo costituito dalla tregua (?) a Gaza?.

Nemmeno i latenti impeachment – a cui si aggiungerebbe l’abuso di potere nello scatenare una guerra dalle conseguenze imprevedibili e incalcolabili – scandalizzerebbero il popolo statunitense, anche se, prima o poi, potrebbero esplodere. Nel frattempo il mondo sta a guardare, l’Italia più che mai. L’elenco dei punti di crisi è sconcertante: un casino pazzesco!

Qualcuno dice e scrive che gli Usa sono sempre stati così, adesso stanno esagerando. Anche il resto dell’Occidente è sempre stato acriticamente filo-americano, adesso lo continua ad essere nonostante tutto. La giustizia statunitense è molto asservita al potere, il Parlamento conta come il due di picche, i governi federali aggiungono casino a casino, la Chiesa cattolica fa e disfa, dice e disdice, il presidenzialismo batte sempre più in testa (di c….).

Più ci penso e più mi sento umiliato e confuso: il nazifascismo europeo ci ha costretto a puntare sugli Usa, ora il nazifascismo d’oltreoceano ci costringe a revisionare la democrazia. Corsi e ricorsi storici… Ricordiamoci che il nazifascismo lo hanno battuto anche le resistenze e che, quindi, si potrebbe resistere anche al trumpismo. Proviamoci almeno! Scusate il disturbo!

 

Anche per Trump e Netanyahu verrà un giorno…

Fino a nuova notifica, le 37 organizzazioni umanitarie internazionali che si sono rifiutate di conformarsi alle nuove regole israeliane di registrazione potranno continuare a operare a Gaza e in Cisgiordania oltre il 1° marzo, data prevista dalle autorità di Tel Aviv per l’interruzione delle attività e la partenza del personale straniero dai Territori palestinesi e da Israele. A stabilirlo è l’ingiunzione ad interim emessa ieri dalla Corte Suprema israeliana, giunta in risposta alla petizione inoltrata da 17 Ong che richiedevano all’alto tribunale un’ingiunzione provvisoria capace di sospendere l’implementazione del nuovo regolamento promosso nel marzo 2025 dal governo.

(…)

«Oggi l’Alta Corte di Giustizia ha concesso ai residenti di Gaza e della Cisgiordania un po’ di respiro. Le organizzazioni umanitarie, che lavorano giorno e notte per alleviare, anche solo in parte, la devastazione che Israele infligge quotidianamente nei territori sotto la sua occupazione, non saranno tenute, per il momento, ad andarsene. La svolta arriverà quando Israele riconoscerà i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, permetterà alle organizzazioni di operare e di fornire assistenza, come fanno nel resto del mondo, e smetterà di trattarle come nemiche». Hanno accolto così la sentenza della Corte Alva Kolan e Yotam Ben Hillel, gli avvocati israeliani che hanno curato la petizione delle 17 organizzazioni. (“Avvenire” – Luca Foschi)

 

La Corte Suprema ha stabilito che Donald Trump non poteva imporre i dazi invocando poteri d’emergenza senza il via libera del Congresso, segnando un limite formale al potere dell’esecutivo. Ma, come scrive Roberto Seghetti, la sentenza non incide sull’impianto della politica commerciale né arresta la trasformazione degli equilibri istituzionali. 

Sulla medesima questione, Elisabetta Grande scrive che se è vero che la Corte richiama il rispetto della separazione dei poteri, la decisione interviene su un terreno cruciale per la strategia fiscale e politica dell’amministrazione e non impedisce al presidente di percorrere altre strade normative per mantenere invariato il gettito tariffario. Due sono allora gli interrogativi che si pongono: il primo è se la Corte Suprema intenda cambiare rotta e ristabilire la separazione dei poteri, il secondo se Trump sia disposto a sottomettersi alle decisioni della Corte Suprema. (MicroMega)

 

L’episcopato statunitense ha chiesto alla Corte Suprema di bocciare il decreto di Trump che abolisce lo Ius soli. «Immorale la norma contro la cittadinanza, sarebbe una punizione oltraggiosa contro i minori». Negli ultimi mesi si sono intensificate le prese di posizione critiche delle diocesi sul giro di vite anti-migranti: è in gioco l’identità stessa degli States. (“Avvenire” – Elena Molinari)

 

Il diritto internazionale ha battuto due colpi e l’episcopato statunitense ha ripreso a fare il proprio mestiere.

È pur vero che due importanti pronunciamenti giudiziari non mutano il quadro politico negli Usa e in Israele, ma comunque mettono un argine allo strapotere dei guerrafondai. Qualcuno sta dicendo a Trump e Netanyahu che non possono pensare di fare tutto ciò che vogliono, fregandosene altamente delle leggi.

È pur vero che a stretto rigore Trump può rispondere con un’alzata di spalle ai richiami moralizzatori della gerarchia cattolica, dimenticando persino di aver ottenuto una caterva di voti dal mondo cattolico, ma comunque il risveglio delle coscienze a qualcosa porterà, se è vero, come è vero, che l’ingiustizia istituzionalizzata richiede un cambio delle strutture, ma soprattutto una nuova presa di coscienza da parte degli uomini.

Boccate d’ossigeno per un mondo che fatica a respirare: se riprendono a funzionare i due polmoni, vale a dire le istituzioni a salvaguardia della democrazia e il Vangelo a salvaguardia della giustizia, si può sperare in un mondo diverso.

Gli uomini devono imparare a fare affidamento sulle proprie forze, a dominare il mondo con la propria intelligenza e col proprio lavoro, ma fino ad un certo punto. Chi governa il mondo lo sta facendo fino a superare questo punto, comportandosi come se i principi etici fossero un optional e soprattutto come se Dio non ci fosse. Bisognerà ricordarglielo?!

 

A stretto giro di bombe è arrivata la risposta: Dio è mio e me lo gestisco io. La teocrazia islamica iraniana attaccata dalla teocrazia laico-religiosa di Trump e Netanyahu.

Fra i tanti argomenti critici sollevati in ordine all’aggressione israelo-palestinese ai danni dell’Iran, camuffata nella prevalente narrazione con vergognose motivazioni etiche (quante sciocchezze ho letto ed ascoltato!), scelgo quello che mi sembra più emblematicamente in controtendenza: dopo il rapido intervento del giugno scorso Trump aveva assicurato che l’arsenale nucleare iraniano era stato distrutto, oggi impariamo che questo arsenale è talmente vivo e vegeto da richiedere un’aggressione ulteriore. I casi sono due: o si mentiva in giugno o si mente oggi. Anzi c’è un terzo caso: si mente sempre! L’ordine internazionale è spudoratamente distrutto: i rapporti mondiali si basano sulla menzogna. La raccontano così bene, che in molti ci credono o se ne stanno zitti e fingono di crederci. Siamo entrati nella globalizzazione della menzogna.

Qualcuno in preda al delirio filoamericano e filoisraeliano si sente finalmente liberato dal male: un sacrilegio!  In democrazia, grazie a Dio, sono ammessi anche i sacrilegi. Avessero il coraggio di andare a dire queste puttanate davanti ai pasdaran. Questi imbecilli che aprioristicamente leccano il culo a Trump, mi stanno paradossalmente rendendo “simpatici” i fanatici iraniani: sono infatti più inaccettabili, odiosi e deleteri i port-coton nostrani o i baciapile islamici? Una bella gara, non c’è che dire! Oltre tutto questi cretini, più trumpiani di trump, ho il timore che inopinatamente ci trascinino nel gorgo del terrorismo di risulta e di sponda.