La spada non entra nel fodero

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

 

Durante la veglia di preghiera dell’11 ottobre 2025 Leone XIV aveva detto: «La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo!».

Perché e come abbiamo raggiunto questa escalation nell’arco di pochi anni? Si può ancora invertire la rotta? E con quali strumenti? Ma, soprattutto, una volta riarmati al massimo delle capacità industriali e strategiche, quale sarà il prossimo passo? Il dialogo funzionerà meglio o, al contrario, tutti si sentiranno invincibili, pronti a combattere? Insomma, si può davvero pensare che essere armati sia una garanzia per la pace? Forse, più che dai manuali di strategia, ancora una volta un aiuto viene dalla letteratura. Ne «Il deserto dei Tartari» Dino Buzzati racconta un esercito che passa la vita ad aspettare un nemico, costruendo la propria identità sulla minaccia e sulla preparazione alla guerra. Quando finalmente il nemico arriva, è ormai troppo tardi per dare un senso a quell’attesa. La Fortezza Bastiani diventa così la metafora di un mondo che si arma per sentirsi sicuro e finisce per vivere solo in funzione della guerra. La domanda che resta è la stessa di oggi: prepararsi al conflitto serve davvero a evitarlo, o lo rende semplicemente più probabile? (“Vatican news” – Guglielmo Gallone)

Ragionando così sembra di sfogliare il libro dei sogni, anche se porgere l’altra guancia non è una virtù ma una necessità. Vediamo di seguito uno dei perché.

Il Fondo monetario internazionale, nel suo World Economic Outlook, analizza le conseguenze economiche e sociali dei conflitti e dell’aumento della spesa in difesa.

La spesa per la difesa può offrire un supporto temporaneo alla domanda, ma a lungo andare i suoi costi – in termini di debito, inflazione e riduzione degli investimenti sociali – pongono rischi significativi per la stabilità macroeconomica globale. Questa volta a dirlo e dimostrarlo con un rapporto non sono attivisti e pacifisti, ma il Fondo monetario internazionale nel suo World Economic Outlook.

Armi o welfare? È questo in sostanza il dilemma economico attuale per i vari Paesi che emerge dall’analisi. Perché a pagare il conto della crescita della spesa in difesa sono principalmente il debito pubblico, lo sviluppo sociale e quindi – aggiungiamo – le generazioni future. (“Avvenire” – Elisa Campisi)

Penso di avere circoscritto il tema delle armi tramite un benefico connubio tra etica ed economia: non è vero che l’industria delle armi crei sviluppo economico e tanto meno benessere sociale, ma un meccanismo socio-economico destinato a implodere.

A questo punto vengo alla politica che a parole si schiera per la pace e il disarmo, ma subito dopo comincia a valutare le esigenze condizionanti della difesa per arrivare a giustificare il riarmo e finire nel tritacarne della guerra (a cosa servono le armi se non a fare la guerra!).

Cosa sta facendo il governo italiano nella situazione bellica dell’Ucraina?

Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.

Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.

Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.

Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo. (“FarodiRoma” – Fortunato Depero e Vladimir Volcic)

Allargo l’orizzonte all’Europa. L’Unione europea si nasconde dietro il dito della difesa comune. In realtà sta vivendo una fase di rapido riarmo, con piani per incrementare le spese militari, inclusa una proposta di 800 miliardi di euro per il periodo fino al 2030, guidata dalla necessità di rafforzare la difesa comune di fronte alla minaccia russa. Questo piano, noto come ReArm Europe o Readiness 2030, mira a una maggiore autonomia strategica. Io la chiamo ipocrisia: c’è sempre un motivo per fare la guerra, basta volerlo…

E la sinistra come si comporta a livello nazionale ed europeo? La posizione della sinistra italiana ed europea sulle armi è generalmente critica, focalizzandosi sul disarmo, la riduzione delle spese militari e la diplomazia per risolvere i conflitti. Tuttavia, emergono posizioni sfaccettate sull’invio di armi in teatri di guerra (es. Ucraina), con alcune componenti (come Verdi-Sinistra) nettamente contrarie, mentre altre adottano posizioni più prudenti o europeiste. In mezzo ad una sinfonia sostanzialmente bellica, si odono suoni di pace che vengono coperti e rischiano addirittura di fare da alibi per una politica complessivamente e vigliaccamente bellicista travestita da (in)sano pragmatismo.

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)