Da una parte la sensazione (?) che papa Francesco sia stato precipitosamente dimenticato dalla (sua) gente, dall’altra parte il rischio che venga storicizzato dai soloni di turno prima del tempo e fuorviato rispetto alla sua portata evangelico-pastorale.
Ho provato a seguire il suo ricordo andato in onda su La 7 a cura di Ezio Mauro: un polpettone farraginoso e superficiale che non ha minimamente colto, seppure in senso critico, lo spirito sostanziale del papato francescano. Mi terrò quindi a debita distanza da tutte le inevitabili pseudo-celebrazioni.
Molto meglio aprire il mio cuore per farne uscire tutte le emozionanti riflessioni che Francesco ha sollecitato nella mia coscienza. Sì, perché lui ha parlato alle coscienze di tutti in base al Vangelo. Non è riuscito a riformare la Chiesa-istituzione (anche se ci ha ripetutamente provato), ha rivitalizzato la Chiesa-comunità (la sinodalità contrapposta alla curialità), è riuscito soprattutto a mettersi in sintonia con le persone al di là e al di fuori delle strutture: è “un”, oserei dire “il” modo evangelico di fare Chiesa.
La gente non lo ha dimenticato e speriamo che lo abbia metabolizzato. Faccio un delicato esempio riguardante le mie convinzioni personali. Il mio atteggiamento sul tema dell’aborto è sempre stato “possibilista”, e lo è tuttora, ma papa Francesco mi ha messo più volte in crisi, perché, pur adottando la misura misericordiosa, ha tenuto un atteggiamento intransigente in linea di principio considerando lo spropositato abuso del mezzo per ottenere lo scopo di evitare “impossibili” gravidanze.
È stato il papa delle piccole grandi-cose fuori dai dogmi, dei segni-segnali fuori dalla diplomazia, dei ruspanti “ma io vi dico” fuori dalla tradizione, delle provocazioni profetiche fuori dagli equilibrismi, delle umane aspettative fuori dagli schemi socio-politici.
«Quanto alla Chiesa, Francesco sta indicando la strada. La Chiesa “in uscita”, povera per i poveri, purificata dal potere e dallo sfarzo, è quella che sogno da una vita, a cui sono fiero di appartenere» (don Luigi Ciotti, fondatore e presidente del gruppo Abele e di Libera).
Talora non ero perfettamente d’accordo con le sue uscite estemporanee, sono sicuro che non pretendeva che io lo fossi: gli bastava toccarmi il cuore e la coscienza, il resto lo fa Dio.
Quante volte ho pensato: papa Francesco incarna il nuovo, ma, se non riesce a tradurlo a livello strutturale, rischia di andare tutto perduto…Il seminatore della parabola evangelica non si preoccupa di finalizzare il seme, ma lo sparge dappertutto, tocca al terreno recepirlo. Papa Francesco ha seminato molto, forse avrebbe potuto dissodare e concimare il terreno: si è preoccupato più di lanciare il seme…
La sua logica era la Chiesa ospedale da campo, che si butta nella mischia, che si sporca le mani, che va incontro ai poveri, che può finanche commettere errori, ma non si tiene in disparte. È impossibile tirare un bilancio del papato di Francesco: la sua azienda era in perdita, la perdita della vita per il Vangelo è un enorme guadagno…
