Il becco di Vance

La minaccia che più mi preoccupa nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno, ma la minaccia interna, il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”.

Nel suo vero debutto internazionale, quello alla Conferenza di Monaco, JD Vance dribbla i temi della sicurezza in agenda e sul cruciale nodo della guerra di Mosca a Kiev si limita a profetizzare “un accordo ragionevole tra Russia e Ucraina”. Il giovane vicepresidente Usa preferisce invece salire in cattedra e impartire lezioni di democrazia al Vecchio continente, attaccando l’Europa in modo frontale – dall’immigrazione alla libertà di parola fino all’esclusione dell’estrema destra – minimizzando il ruolo della disinformazione russa e difendendo Elon Musk, paragonato inopinatamente a Greta Thunberg. Un intervento shock, applaudito solo da poche persone, prevalentemente parlamentari repubblicani, ma che gela e lascia attonita la gremitissima sala, dove la maggior parte dei presenti è rimasta seduta senza applaudire. (ANSA.it)

Questo si chiama “becco di ferro”! Come si permette questo parvenu della democrazia di impartire lezioni all’Europa? Da che pulpito viene la predica!? Non so se sia più grave l’attacco di Putin a Mattarella o questo proditorio intervento di Vance. Probabilmente sono due mosse rientranti nella stessa articolata strategia. Siamo solo ai titoli di testa…

L’Europa trattata come una pezza da piedi: dov’è la dignità degli europei e dei loro governanti, che non reagiscono a simili improperi? I casi sono due. O gli europei stanno facendo come i cortigiani del duca di Mantova: quando Rigoletto osa protestare clamorosamente per il rapimento e lo stupro della figlia, dicono: “Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…”. Nel nostro caso sarebbe un po’ diverso: ci sarebbe di mezzo lo stupro della democrazia rivendicato da Trump tramite il suo tirapiedi, mentre gli europei farebbero finta di niente. Oppure preferiscono legare l’asino dove vuole il padrone americano e stanno buoni e zitti dalla paura.

Siamo veramente alla frutta e c’è magari ancora qualcuno che pensa di cibarsi di qualche residuo dei disgustosi piatti trumpiani. Ogni riferimento a governanti esistenti è puramente “causale”. Possibile che i maggiorenti (?) europei non abbiano un sussulto di orgoglio per riunirsi e imbastire un’azione comune per far fronte a questa volgare deriva anti-democratica proveniente dagli Usa?

Posso capire le divisioni tra i partner europei, posso capire le loro reciproche gelosie, posso capire le loro debolezze politiche, i loro scheletri negli armadi, ma non è ammissibile fare i pesci in barile in una situazione di tale gravità a livello internazionale. Non è ammessa rassegnazione. È il momento di tirare fuori gli attributi, non per gareggiare con Trump per vedere chi ce l’ha più lungo, ma per fargli capire che al mondo non esiste soltanto la prepotenza dei forti ma anche la forza dei deboli se sanno fare squadra.

Il premier tedesco Scholz ha timidamente ed unilateralmente risposto: “Respingo espressamente quanto affermato dal vicepresidente statunitense Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Dall’esperienza del nazionalsocialismo, i partiti democratici in Germania hanno tratto un consenso comune: questo è il muro di protezione contro i partiti di estrema destra”. (ANSA.it)

Non basta: è il minimo che non significa un bel niente. Nel calcio non basta respingere l’attacco buttando la palla in tribuna ma occorre impostare immediatamente una ripartenza (un tempo si chiamava contropiede): la Ue si deve ricompattare e adottare sue forti ed unificanti iniziative.

E chi potrebbe guidare questa squadra alla riscossa? Non certo Ursula, non certo Giorgia…Forse esiste un personaggio all’altezza della situazione. Non ne faccio il nome anche perché non lo ritengo il mago Otelma della politica. Conosce però bene gli Usa, perché è un filo-americano di formazione culturale e professionale. Ha dimestichezza con i fondamentali dell’economia. Ha serietà e fermezza. Ha recentemente pontificato sul futuro della Ue. Non è De Gasperi, non è Adenauer e nemmeno Schuman. Però, sempre meglio dei nani che si accodano ai giganti. Cerchiamo un Davide che provi ad andare contro Golia con le armi dell’intelligenza e della diplomazia. Se non l’avete ancora capito, mi riferisco a…

La Mosca cocchiera di un mondo neonazista

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha definito offensive, scandalose e del tutto false le “invenzioni blasfeme” e le analogie citate dal presidente Sergio Mattarella, che aveva paragonato l’invasione russa dell’Ucraina al progetto del Terzo Reich in Europa.

Il 5 febbraio, durante una lezione all’Università di Marsiglia, il presidente italiano ha “fatto diverse dichiarazioni offensive” sulla Russia, ha ricordato Zakharova, come riporta l’agenzia Tass. “Ha tracciato parallelismi storici scandalosi e francamente falsi tra la Federazione Russa e, come ha detto, la Germania nazista”, ha spiegato Zakharova in un briefing con la stampa, aggiungendo che a riguardo è “impossibile persino pronunciarsi”.

Mattarella, ha proseguito la portavoce, “ha affermato che le azioni della Russia in Ucraina sono di natura simile al progetto del Terzo Reich in Europa”. Secondo Zakharova, “è strano e folle sentire invenzioni così blasfeme dal presidente dell’Italia, un Paese che conosce in prima persona cosa sia veramente il fascismo”. (AGI)

Riandiamo un attimo alla fonte, vale a dire alle parole, storicamente fondate, eticamente nobili e politicamente coraggiose, di Sergio Mattarella.

L’accostamento, Putin-Terzo Reich, è stato fatto dal presidente Mattarella il 5 febbraio durante un discorso di ventotto minuti dopo che gli era stata conferita una laurea honoris causa. Il riferimento era contenuto all’interno di una lectio magistralis ricca di rimandi storici, in cui paragonava l’attuale situazione mondiale a quella degli anni Trenta del secolo scorso. La tesi è che il protezionismo e la fine del diritto internazionale avevano contribuito a spalancare le porte alla seconda guerra. In questo contesto, ricordando la crisi del ’29 e il fatto che gli Stati scelsero di non affrontare la recessione in modo coeso, Mattarella disse testualmente: «Fenomeni di carattere autoritario presero il sopravvento in alcuni Paesi, attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali. Il risultato fu l’accentuarsi di un clima di conflitto – anziché di cooperazione – pur nella consapevolezza di dover affrontare e risolvere i problemi a una scala più ampia. Ma, anziché cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura» (da ilsole24ore.com)

L’attacco risulta essere clamorosamente pretestuoso e quindi non meritevole di attenzione nel merito oltre che estremamente scorretto nel metodo. Mi chiedo perché Putin e la sua cricca siano usciti così violentemente allo scoperto.

Individuo alcune motivazioni piuttosto plausibili. Innanzitutto Putin sfrutta il momento di debolezza e di isolamento dell’Europa, causato dall’inqualificabile atteggiamento di Donald Trump rispetto al conflitto russo-ucraino. Il presidente russo si sente forte sotto il paradossale ombrello statunitense e si permette di attaccare il più prestigioso e credibile leader europeo.

Putin è un delinquente, ma non è stupido e quindi ha capito benissimo che Mattarella può giocare un ruolo fondamentale nella ricerca di una comune strategia europea, atta a svolgere un ruolo autonomo rispetto al ventilato strapotere americano (non lo chiamo imperialismo per rispetto a Martin Luther King, a Roberto Kennedy ed a quei presidenti del passato che non assomigliano per niente a Trump e per l’aiuto che, nonostante tutto, gli Usa hanno dato al nostro Paese e alla sua rinascita) e un’azione di notevole disturbo per l’imperialismo russo e quindi a costituire un elemento di difficoltà per gli assetti che si stanno profilando nei rapporti tra Russia e America.

In terzo luogo l’autocrate russo prende di mira l’Italia, che è sempre stata l’alleato europeo principale degli Usa, per mettere zizzania nel nostro Paese e convertirlo ad una tattica di appoggio incondizionato al trumpismo che fa rima con putinismo.

Per fortuna, almeno nominalmente, il governo e pressoché tutte le forze politiche hanno espresso solidarietà al capo dello Stato, anche se non credo che quanti applaudono Mattarella siano omogenei rispetto al suo europeismo ed alla sua visione internazionale etica e politica.

Consiglio a tutti coloro che avranno la pazienza di leggere questo mio commento di riprendere integralmente il discorso di Mattarella fatto a Marsiglia: una lezione di democrazia in un mondo che la democrazia se la sta mettendo sotto i piedi.

 

 

La guerra fredda e la pace surgelata

Che differenza c’è fra la guerra fredda Usa-Urss e la pace che si sta profilando fra Trump e Putin. Apparentemente sembrano due facce della stessa medaglia o, forse meglio, due medaglie con facce diverse ma molto simili.

Che pace potrà mai sortire da accordi fra due delinquenti che puntano a spartirsi il mondo sulla pelle dell’Ucraina, nell’assordante silenzio imposto alla Ue, facendo peraltro i conti senza l’oste cinese.

La partita a scacchi è cominciata: si stanno muovendo le pedine semplici (lo scambio di prigionieri come iniziali carinerie), ma si intravedono già le mosse ben più importanti (lo scambio di terre e ricchezze ucraine).

Il quadro è cambiato: dell’adesione dell’Ucraina alla Nato nemmeno a parlarne; agli aiuti alla ricostruzione ci pensi la Ue; la stessa adesione ucraina alla Ue sta diventando un fatto secondario, una partitella di consolazione da giocare su un campetto periferico; la Ue viene ricattata a livello delle spese militari Nato oltre che dei dazi commerciali.

Sembra tutto così semplicemente cinico: l’uovo di Trump!

La questione palestinese viene relegata nel campo delle esercitazioni internazionali sotto la vigile supervisione guerrafondaia di Benjamin Netanyahu.

Ci sono però due variabili indipendenti che potrebbero scombussolare la scacchiera su cui stanno giocando Trump e Putin: la strategia cinese e la eventuale ritrovata unione fra i Paesi europei (almeno quelli di maggior peso politico ed economico), che potrebbero paradossalmente allearsi e far saltare il banco degli sbruffoni.

Non credo che Trump abbia la capacità diplomatica di giocare su più tavoli molto impegnativi e decisivi. Xi Jinping non è Zelensky, la Cina non è l’Ucraina, così come, nonostante tutto, Francia-Germania-Spagna (lasciamo stare l’Italia affaccendata a rimanere nell’orbita trumpiana) non sono i servi sciocchi dei padroni russo-americani.

Ho l’impressione che la Cina stia beffardamente a guardare cosa sta succedendo, pronta ad entrare in gioco a gamba tesa non appena gli accordi russo-americani interferiscano con gli spavaldi interessi cinesi.

L’ Europa è un rebus! Saprà trovare un minimo di strategia comune per battere un colpo e farsi sentire? Le mosse potrebbero essere queste: un esercito comune e una politica commerciale comune. In fin dei conti l’Europa, in questo momento storico ha tutto da perdere, e allora deve scommettere sul futuro a tutti i costi.

In conclusione ci sono altri due elementi da considerare: il mondo cattolico sotto la guida di papa Francesco potrà incidere negli equilibri internazionali?

Tom Homan, responsabili per i confini nella nuova amministrazione Trump, ha risposto alle critiche avanzate da Papa Francesco sulla politica di deportazione di massa dei migranti avviata dal presidente degli Stati Uniti, ricordando che il Vaticano ha un muro attorno. Il Papa “ci attacca perché proteggiamo i nostri confini? Ha un muro attorno al Vaticano, giusto? (…) E noi non possiamo avere un muro attorno agli Stati Uniti”, ha detto Homan, citato dal quotidiano “The Hill”. (nova.news)

Assomiglia molto alla famosa battuta staliniana sulle armate del Vaticano.

E poi, negli Usa la gente e soprattutto le istituzioni democratiche sapranno reagire al trumpismo? Al momento sembrerebbe di no. Il tempo però è galantuomo e staremo a vedere.

Mio padre sintetizzava la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…». Intendeva dire che è andato contro tutto e tutti e c’è rimasto dentro. Speriamo che non occorrano vent’anni e una guerra mondiale per sbarazzarsi di Trump.

 

 

Fine vita e accanimento teologico

La Toscana sarà la prima Regione italiana a garantire ai malati tempi e modalità certi per l’accesso al suicidio medicalmente assistito.

Dopo un lungo e acceso dibattito il Consiglio regionale ha approvato, a maggioranza, la legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni: un testo presentato in tutte le Regioni ma, finora, mai arrivata all’approvazione. A votare a favore Pd (con l’eccezione della consigliera Dem, Lucia De Robertis che non ha espresso voto) Iv, M5s e gruppo Misto.

Abbracci e lacrime tra i rappresentanti dell’Associazione Coscioni, presenti in aula al momento del voto finale. “Siamo grati ai consiglieri della Regione Toscana per avere approvato la nostra legge ‘Liberi subito’, che definisce tempi e procedure per l’aiuto medico alla morte volontaria – ha commentato la segretaria dell’Associazione Filomena Gallo – È una legge di civiltà perché impedisce il ripetersi di casi, da ultimo quello di Gloria, proprio in Toscana, di persone che hanno dovuto attendere una risposta per mesi, o addirittura per anni, in una condizione di sofferenza insopportabile e irreversibile”. (ANSA.it)

 

La legge è scaturita dalla proposta d’iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni. Un percorso che ha la sua origine nella sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, che ha dichiarato non punibile chi agevola il suicidio «di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni».

Partendo da qui l’Associazione Coscioni ha raccolto firme (10mila in Toscana) e depositato nei Consigli regionali una proposta di legge per definire le procedure delle varie aziende sanitarie. Diversi gli esiti: in Veneto, nonostante il sì del governatore Zaia, l’atto non è passato per un voto; i Consigli di Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte hanno puntato sulla non competenza regionale; l’Emilia Romagna ha approvato una delibera di giunta, senza passare dall’aula. E in Toscana? «L’Associazione Coscioni ha presentato la proposta di legge a marzo – spiega Enrico Sostegni (Pd), presidente della Commissione sanità – Da fine luglio l’abbiamo approfondita con costituzionalisti, docenti, associazioni e con le aziende sanitarie, che stanno già applicando la sentenza. E proprio questo è il punto: c’è una sentenza, ma non uniformità nella sua applicazione. La nostra norma si limita a garantirla, individuando 10mila euro per le spese, senza alcuna impostazione ideologica». (dal quotidiano “La Nazione”)

Sulla questione sono intervenuti i vescovi toscani con le solite tiritere dogmatiche (peraltro così poco evangeliche), che non riesco a digerire. Sono infatti perfettamente in linea con quanto pensava don Andrea Gallo il quale non si perdeva in disquisizioni teologiche, ma andava dritto alla persona.

Malati terminali: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa». (don Andrea Gallo)

Dal punto di vista legislativo sarebbe opportuno che si intervenisse a livello nazionale, ma purtroppo la politica, come al solito, non riesce a fare i conti con i drammatici bisogni dei cittadini e si nasconde dietro questioni etico-religiose. Allora non si può aspettare all’infinito alla faccia di immani sofferenze patite da cittadini colpevoli solo di essere malati più o meno terminali.

I vescovi della Toscana hanno detto la loro e ne riporto di seguito le dichiarazioni.

 

Legge regionale su suicidio assistito: vescovi toscani, “no a questione di schieramento”. “Sistema sanitario esiste per migliorare le condizioni della vita e non per dare la morte”. “Siamo consapevoli che questa proposta di legge assume per molti un valore simbolico, nel senso che si chiede alla Regione Toscana di ‘forzare’ la lentezza della macchina politica statale chiamata a dare riferimenti legislativi al tema – importantissimo – del fine vita”. Lo sottolineano i vescovi toscani, i quali, riuniti a Livorno per il consueto incontro, ritengono opportuno offrire alcuni spunti al dibattito sulla proposta di legge regionale riguardante il cosiddetto “suicidio assistito” che presto verrà discussa in aula. In primo luogo i presuli invitano i consiglieri regionali e i dirigenti dei loro partiti “a non fare di questo tema una questione di ‘schieramento’ ma di farne un’occasione per una riflessione profonda sulle basi della propria concezione del progresso e della dignità della persona umana”. In questo, suggeriscono i vescovi toscani, “può essere d’aiuto la lettura attenta del documento ‘Dignitas infinita’ pubblicato recentemente dal Dicastero per la Dottrina della Fede, che esprime nel modo più attuale la visione che nasce dall’esperienza cristiana, offrendo un contributo significativo su questi temi di grande drammaticità”. Non solo: “L’altro elemento che può aiutare a fare una scelta legislativa è proprio la storia della nostra Regione. Nella cura delle persone in condizione di fragilità la Toscana è stata esempio per tutti: la nascita dei primi ospedali, dei primi orfanotrofi, delle associazioni dedicate alla cura dei malati e dei moribondi, come le Misericordie, e poi tutto il movimento del volontariato, sono un’eredità che continua viva – affermano i presuli –. Ci sembra che in un momento di crisi del sistema sanitario regionale, più che alla redazione di ‘leggi simbolo’, i legislatori debbano dare la precedenza al progresso possibile anche nel presente quadro legislativo, in un rinnovato impegno riguardo alle cure palliative, alla valorizzazione di ogni sforzo di accompagnamento e di sostegno alla fragilità”. I vescovi della Toscana chiariscono: “La vita umana è un valore assoluto, tutelato anche dalla Costituzione: non c’è un ‘diritto di morire’ ma il diritto di essere curati e il Sistema sanitario esiste per migliorare le condizioni della vita e non per dare la morte”. “Anche da parte nostra vogliamo affermare la necessità di leggi nazionali aggiornate e siamo disponibili al dialogo e all’approfondimento sul grande tema del fine vita, pronti ad ascoltare e ad apportare, per la passione per ogni persona umana che impariamo da Gesù Cristo e che viene offerta a tutti come contributo libero alla nostra società”, concludono i presuli. (Sir – agenzia d’informazione)

L’iniziativa legislativa toscana è partita dall’Associazione Luca Coscioni. È proprio vero che alle degne persone che hanno tanto sofferto i vescovi italiani si ostinano a non concedere pace. Siamo passati dal sadismo cattolico del cardinale Ruini nei confronti di Piergiorgio Welby, a cui furono negati i funerali religiosi, al troppo ragionato e paralizzante attuale tira e molla sul fine vita.

Quando si scende sul piano dogmatico, peraltro condizionati da astratti principi religiosi (con i quali la fede ha poco o niente a che vedere), si arriva a disquisizioni teoriche sulla pelle di persone che non difendono un loro capriccio, ma chiedono il riconoscimento del diritto di uscire dalla loro disperazione per chiudere dignitosamente la loro esistenza. Il parallelismo con le subdole contestazioni farisaiche a Gesù mi viene abbastanza spontaneo. Lui aveva il coraggio di guardare alle persone e al loro cuore senza imprigionarsi nei principi e nelle regole.

Rifiuto sdegnosamente il socio-catastrofismo cattolico: biotestamento = anticamera dell’eutanasia; suicidio assistito = eutanasia camuffata; eutanasia = capriccio esistenziale. Non sarebbe opportuno lasciare questioni così delicate alla coscienza delle persone senza aggiungere alla sofferenza umana ulteriore tensione moralistica, senza generalizzazioni impossibili? C’è il Vangelo e lasciamo che le persone scelgano in base ad esso: la carità evangelica per chi soffre e per chi vuole aiutare chi soffre! Come dice don Gallo, ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa.

Di fronte a queste dissertazioni etico-moralistiche il grande Indro Montanelli sfoderava tutta la sua laicità e concludeva drasticamente e amaramente: «Sono beghe di frati!». Io, a differenza di Montanelli, mi considero un credente, ma condivido pienamente il suo giudizio: «Sono beghe di frati!». Purtroppo però queste beghe continuano a condizionare il Parlamento italiano, a disturbare le coscienze di credenti, non credenti e diversamente credenti, a torturare le persone che soffrono.

 

 

Lo specchietto antiabortista per le allodole clerico-trumpiane

I licenziamenti a tappeto sono già iniziati, e toccheranno più della metà del personale, mentre i programmi di assistenza saranno sottoposti a sforbiciate drastiche. L’organizzazione umanitaria internazionale cattolica Catholic Relief Services (Crs), che fa capo ai vescovi statunitensi, sta cercando in queste ore un modo di sopravvivere dopo il congelamento delle spese, la chiusura degli uffici e gli ampi tagli ai dipendenti dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, Usaid, ordinati dall’amministrazione Trump.

In seguito al colpo di mannaia che ha decapitato Usaid, Crs è stata costretta a iniziare a chiudere tutti i programmi finanziati dall’agenzia, che fornisce circa la metà del budget di 1,5 miliardi di dollari dell’organizzazione cattolica, ha spiegato l’amministratore delegato Sean Callahan con una e-mail inviata a tutto lo staff. Callahan ha aggiunto che Crs è stata informata che alcuni progetti che gestisce sono stati eliminati e che altri lo saranno presto.

La Conferenza episcopale degli Stati Uniti, che ha creato l’organizzazione nel 1943 per servire i sopravvissuti della Seconda guerra mondiale in Europa, non ha finora rilasciato dichiarazioni al riguardo. (dal quotidiano “Avvenire”)

I tanti cattolici che hanno votato Trump sono serviti. Mio padre direbbe sarcasticamente: «Bizòggna ésor stuppid bombén, a ne s’ pól miga där dil cozi compagni». Tanto va la gatta al lardo dell’aborto che ci lascia lo zampino del Crs. Non sto a fare tante indagini sulle motivazioni socio-politiche che hanno portato molti cattolici a scegliere Trump, mi permetto solo di tirare una scurrile conclusione: “Chi vota con la pancia non si deve poi lamentare della diarrea”.

Intendiamoci bene: esiste effettivamente il problema dell’eccesso politico nella legittima difesa dei diritti civili Lgbtq. Sembra l’unica e pregiudiziale questione. Di qui a saltare il fosso per andare dietro al primo delinquente di turno che promette di combattere l’aborto per poi tormentare gay e transgender e imporre il ripristino di una morale bigotta che di evangelico non ha proprio nulla…

D’altra parte non risulta forse che i vescovi americani siano piuttosto tradizionalisti e abbiano molte perplessità sul papato di Francesco e le sue aperture sul piano sociale? Tutto si tiene! Li voglio vedere piangere sul latte versato.  Basti considerare che il Papa si è sentito in dovere di inviare una lettera ai vescovi Usa, diffusa in inglese e spagnolo, le due lingue più parlate nel Paese nordamericano, in cui critica duramente la politica migratoria di Donald Trump: “Deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie”. Francesco aggiunge: “Ho seguito da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti”, “la coscienza rettamente formata non può non esprimere un giudizio critico e il proprio disaccordo”. “Esorto tutti i fedeli della Chiesa cattolica e tutti gli uomini e le donne di buona volontà a non cedere a narrazioni che discriminano e causano inutili sofferenze ai nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati”. Il Papa sottolinea poi che non si può assistere alle decisioni senza reagire: “Tutti i fedeli cristiani e le persone di buona volontà sono chiamati a considerare la legittimità delle norme e delle politiche pubbliche alla luce della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali, non viceversa”. (da l testo della lettera pubblicato da molti organi di stampa)

In Italia siamo purtroppo avvezzi a simili contraddizioni clericali: il berlusconismo venne visto di buon occhio perché foraggiava direttamente o indirettamente la Chiesa-istituzione, gli si perdonavano persino le bestemmie, poi, quando emerse il marciume sessuale in cui era sprofondato Silvio Berlusconi, vescovi, preti, suore etc. cominciarono ad aprire gli occhi anche se era tardi e certi guasti erano stati irrimediabilmente portati a compimento.

Trump nemmeno foraggia la Chiesa cattolica, le taglia i viveri, è un puttaniere di razza, ma va bene lo stesso. Quando si dice che la minestra è fredda senza averla effettivamente assaggiata, rimane tale anche se poi ci si accorge che scotta.

I cattolici non sono gli unici che hanno votato Trump alla leggera. In troppi hanno preferito Trump pensando di fare un dispetto alla sinistra da cui magari si sono sentiti abbandonati: è un po’ la storia del marito che si taglia l’uccello per far dispetto alla moglie infedele.

Senonché i cattolici hanno una doppia colpa perché non solo hanno tradito gli interessi clericali ma anche il Vangelo. Dovrebbe servire di lezione ai cattolici meloniani del “Dio, patria e famiglia”. Purtroppo, finita la (nonostante tutto) virtuosa esperienza della Democrazia Cristiana, che riusciva a coniugare l’ispirazione religiosa con la politica di centro più o meno aperta a sinistra, i cattolici in libera uscita si sono vocati all’irrilevanza rincorrendo il perbenismo della destra sedicente cattolica.

Chissà che il “ghignone” americano non faccia riflettere i cattolici italiani. Se il buon giorno si vede dal mattino, temo che governanti e cittadini italiani abbiano bisogno di parecchie docce fredde per svegliarsi di fronte alla deriva trumpiana. Servirà vedersi toccati nel portafoglio dalla dissennata politica dei dazi? Servirà vedersi schiacciati nella morsa cino-statunitense? Servirà vedere i super ricchi che stritolano i poveri? Servirà accorgersi di essere rimasti senza uccello pur avendo tanta voglia di…?

 

 

 

Dei rapporti Italia-Libia son piene le fosse …comuni

Le autorità libiche hanno condotto tre arresti, di un libico e due stranieri, e denunciato la scoperta di una fossa comune con 28 cadaveri nei dintorni di Kufra. Sarebbero tutti migranti africani. Sempre nel sud-est libico, la scorsa settimana era venuta alla luce un’altra sepoltura contenente 19 cadaveri. La Bbc, nel riportare la notizia, cita le immagini pubblicate online dalle autorità libiche che mostrano polizia e volontari intenti a dissotterrare cadaveri dalla sabbia del deserto.

Il ritrovamento della fossa comune è avvenuto a seguito dello smantellamento di una cellula di trafficanti di esseri umani. La procura generale libica afferma che sono stati liberati 76 migranti che erano stati imprigionati e torturati. Sarebbero state raccolte le loro testimonianze. Non è la prima volta che dal Sahara libico arrivano notizie di fosse comuni. L’anno scorso una fossa con i corpi di almeno 65 migranti era stata scoperta nel deserto sud-occidentale, dove arriva la rotta proveniente dal Niger. (dal quotidiano “Avvenire”)

E noi facciamo le pulci alla Corte penale internazionale che ha avuto l’ardire di scoperchiare, direttamente o indirettamente, la pentola maleodorante della situazione migratoria libica gestita per conto anche dell’Italia. Vorrei sapere dove ha il cuore il ministro Carlo Nordio: forse se lo è dimenticato nelle tasche della toga di un tempo? Forse lo ha gettato oltre l’ostacolo della separazione delle carriere in magistratura? Forse lo ha messo nel conto del governo di cui fa parte?

Smettiamola di fare i furbi, il gioco si fa sempre più sporco! Sono stanco di essere governato da gente che mette il cuore sotto i piedi della convenienza politica! Non ne posso più: da qualsiasi parte mi giro vedo spuntare torture e cadaveri! Basta!

Come posso fare a distinguermi da questa combriccola che si chiama governo. Guardo all’Europa ed è peggio che andar di notte. Guardo agli Stati Uniti e Dio me ne scampi e liberi. Ma cosa sta succedendo nel mondo?

In una stupenda preghiera a santa Rita da Cascia, composta dal cardinale Angelo Comastri, si dice che “oggi il mondo sta vivendo una drammatica carestia di amore: tante persone non sanno più amare, perché l’egoismo sembra aver contagiato l’intera umanità”. Non è un’impressione è la tragica realtà, peraltro promossa e condotta da governanti senza cuore.

La preghiera continua così: “Con la tua potente intercessione fa’ piovere dal cielo una pioggia di petali di rose: petali di vero amore che arrivino al cuore degli sposi, dei padri, delle mamme e delle persone consacrate al Signore”.

Mi permetto di aggiungere, quale destinatario della pioggia di petali di rose, il cuore dei governanti. Speriamo in santa Rita, la Santa degli impossibili!

Il corridoio delle chat perdute

Il libro del giornalista del Fatto Quotidiano Giacomo Salvini, ‘Fratelli di chat’, riporta alcune conversazioni tenute via Whatsapp tra Giorgia Meloni e gli esponenti del suo partito, conversazioni in cui si offende apertamente il vicepremier della Lega Matteo Salvini, ma non solo.

A leggere quei messaggi, il segretario della Lega non è ben voluto tra i dirigenti di Fratelli d’Italia. È definito “Un ministro bimbominkia”, “un cialtrone”, “ridicolo”, “disadattato”, “poveretto”, “incapace”, “un Renzi di destra”, un politico che fa “accordi sottobanco con Renzi per il cognato Denis Verdini”. Sono scambi di messaggi pieni di insulti nei confronti del leader della Lega, scritti in un periodo che va dal 2018 al 2024.

Ce ne è anche per la Lega, considerato un partito che “non ha onore” e “non rispetta la parola data”. Il giornalista Giacomo Salvini, anticipando alcuni contenuti del volume, ha pubblicato ieri diversi messaggi di qualche anno fa della premier, che scriveva: “Sulla cosa delle accise Salvini dovrebbe andare a nascondersi”, nel 2018, mentre nel febbraio 2020 criticava così il Carroccio: “Secondo me il messaggio che va fatto passare, che è la verità, è che la Lega è un partito che non mantiene la parola data. Hai voglia a fare il partito di destra se non hai onore”.

A chiamare il ministro dei Trasporti “bimbominkia”, è stato, nel dicembre 2018 – in un periodo quindi in cui Lega e Fdi non erano alleati – l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, braccio destro di Meloni, che scriveva: “Ministro bimbominkia colpisce ancora”, frase scritta su WhatsApp dopo la visita in Israele dell’allora ministro dell’Interno, che definì i componenti di Hezbollah “terroristi islamici” aprendo uno scontro diplomatico con il Libano.

Ma non è tutto. Dura la trasmissione Piazza Pulita condotta da Formigli sono stati rivelati altri dettagli, per esempio a proposito delle difficoltà del partito di Meloni nel prendere le distanze dal fascismo. In una conversazione del 2021, Meloni commentava con i suoi un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, il quale criticava la premier per le sue difficoltà a condannare esplicitamente il fascismo, da tutti i punti di vista. La premier scriveva ai suoi: “Più facile a dirsi che a farsi…”, e poi aggiungeva: “Diciamo che se per esempio dite ai nostri consiglieri regionali di non mettere claretta e ben come sottofondo alle loro conferenze stampa mi date una mano”, alludendo a una canzone scritta da un gruppo neofascista.

E c’è anche l’attuale ministro per Affari europei, Tommaso Foti, che riferendosi a Benito Mussolini lo definiva “un gigante”, con la ‘G’ maiuscola.

Ricorre poi frequentemente la parola “infame”, termine utilizzato per criticare “intellettuali, giornalisti, politici che da destra ‘tradiscono’ criticando Meloni e Fratelli d’Italia. Un affronto che – scrive il giornalista del Fatto nel suo libro – i parlamentari meloniani non possono accettare proprio perché proveniente da intellettuali considerati alla stregua, se non peggio, degli oppositori di sinistra. L’appellativo, però, viene spesso utilizzato anche per denunciare coloro che passano all’esterno le informazioni”.

La chat Whatsapp in questione, della quale precisiamo che non sono stati diffusi messaggi su fatti privati, è stata chiusa a ottobre 2024, e la stessa Meloni aveva smesso quasi del tutto di scrivere dopo la nascita del governo con la Lega. L’unico messaggio recente della premier su Salvini è una critica velata sui ritardi dei treni: “Ah sì il blocco della linea. Ma sono molto soddisfatta invece. Pensavo saremmo tornati al dorso di mulo e invece ci sono ancora i treni dopo due anni…” (fanpage.it)

 

Non mi è mai piaciuto sbirciare dal buco della serratura per scoprire elementi inconfessabili nel comportamento delle persone: vale anche per la politica finché essa rimane una questione privata. Dal momento in cui la politica diventa un fatto pubblico, le cose cambiano. Una stronzata detta fra amici al bar può essere tranquillamente tollerata, una stronzata circuitata su una chat politica non mi scandalizza, ma mi incuriosisce soprattutto se rivela risvolti e retroscena che influiscono sui comportamenti di persone che rivestono rilevanti cariche pubbliche.

Da questo autentico immondezzaio della politica emerge di tutto: la fantasia viene superata da una realtà che rivela la peggior specie di partitocrazia: colpi bassi, insofferenze, attacchi, volgarità, chi più ne pensa più ne metta. Ho partecipato per diversi anni alla vita di un partito come la Democrazia Cristiana, in cui non mancavano contrasti e battaglie, ma tutto aveva un limite anche perché, pur trovando nel potere i prodromi di questi scontri, il tutto era comunque riconducibile a diverse visioni culturali e politiche e non a mere manciate di fango o addirittura di merda. Il più incallito doroteo di quei tempi era un esempio di virtù politiche rispetto agli attuali esponenti di questa destra inqualificabile (mi sembra torni di moda a rovescio la questione etica di berlingueriana memoria).

Il punto dolente è la credibilità di questa frazione piuttosto consistente di classe politica. A tal proposito, prima di proseguire, permettetemi di riferirvi quanto detto da uno psicologo ad un mio carissimo amico in merito alla credibilità della testimonianza dei genitori nei riguardi dei figli. “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”.

Se trasferisco questa regola in campo politico dovrei dire: “I cittadini dovrebbero giudicare i loro rappresentanti politici da due comportamenti molto precisi: da come si comportano con i colleghi e finanche con gli avversari e dai presupposti culturali della loro azione istituzionale”.

Non è possibile collaborare con un leader e il suo partito (vedi Salvini e Lega) considerandoli dei mentecatti o roba del genere; non è accettabile la criminalizzazione sistematica di chi osa criticare o dissentire o deve esercitare una funzione di controllo e garanzia e viene considerato per ciò stesso “infame”; non è ammissibile operare in un sistema democratico costituzionale mantenendo simpatie per il fascismo e il suo capo. Mi paiono queste le più clamorose contraddizioni emergenti dalle chat di Fratelli d’Italia.

Non può che uscirne una sfiducia, magari ingiustamente e qualunquisticamente allargata a tutto il sistema, che, nella migliore delle ipotesi, si sfoga nell’astensionismo dal voto elettorale.

Un tempo si diceva fate come dico e non come faccio, oggi per saltarci fuori bisognerebbe dire fate come non dico e come non faccio. Leggendo e ascoltando il contenuto di questi scambi di opinioni in libertà mi sono vergognato per i loro autori: non ho riso e non ho pianto, sono solo andato immediatamente ai leader che hanno accompagnato il mio modestissimo impegno politico. Altre persone, altri valori, altra politica. Quanta nostalgia…ognuno ha la sua nostalgia: chi rimpiange Mussolini e chi rimpiange Moro.

 

Da alleati a porte-coton

Tutto come previsto. La “picconatura” di Donald Trump è arrivata. Con tanto di firma che suggella il nuovo affondo contro la Corte penale internazionale. L’ordine esecutivo impone sanzioni al tribunale internazionale con sede all’Aja, accusandolo di «aver intrapreso azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Dalla Corte, in tutta risposta, è arrivato l’appello «agli Stati membri, alla società civile e a tutte le nazioni ad unirsi per la giustizia e ei diritti umani fondamentali». Con il passare delle ore, voci sempre più numerose si sono alzate a difesa della Corte. Alla fine, in una dichiarazione congiunta 79 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno condannato le sanzioni di Trump.

Tra i firmatari non figura l’Italia, mentre sono presenti Francia, Germania e Spagna, oltre a, tra gli altri, Paesi Bassi, Grecia, Irlanda, Danimarca, Portogallo e, fuori dall’Ue, la Gran Bretagna. I 79 firmatari rappresentano i due terzi dei 125 Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma che ha istituito la Corte Penale Internazionale. Nel documento i Paesi sostengono che le sanzioni decise dagli Stati Uniti nei confronti dell’organismo internazionale, che a novembre aveva emesso un ordine di cattura verso il premier israeliano Benamin Netanyahu e i leader di Hamas per crimini di guerra, «comprometterebbero in modo grave tutti i casi attualmente sotto inchiesta, perché la Corte potrebbe doversi trovare costretta a chiudere i suoi uffici sul campo». Il rischio, aggiungono i firmatari, è anche quello di «erodere lo stato di diritto internazionale». (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Miele)

Come volevasi dimostrare… L’atteggiamento italiano, tenuto nei confronti della Corte penale internazionale in occasione dell’arresto/liberazione/espulsione del torturatore libico Almasri, non è stato un incidente di percorso, ma rientra in una precisa scelta nazional-populistica dettata dal nuovo corso trumpiano e seguita direttamente o indirettamente dai suoi Stati sodali tra cui l’Italia di Giorgia Meloni.

Quando dopo la seconda guerra mondiale l’Italia aderì al blocco occidentale, operò una scelta, che, pur con tutte le sacrosante riserve riassumibili nelle ragioni del cosiddetto neo-atlantismo, si rivelò, seppure a denti stretti, giusta per il nostro Paese, uscito sanguinante dalla deriva nazifascista e dal conflitto conseguente. Si tratta di scelte che condizionano in modo irreversibile la storia di un Paese.

Ebbene anche oggi si prospetta per l’Italia un’opzione storica fra un ordine mondiale fondato sul multilateralismo, di cui dovrebbe essere protagonista la Ue, e un assetto nazionalistico in cui primeggiano gli interessi degli Stati singoli l’un contro l’altro armato.

Il governo italiano sta scegliendo lo schema trumpiano illudendosi di renderlo agibile o quanto meno sopportabile per un’Italia promossa a leader tattica dell’Europa disunita: disegno assurdamente velleitario e presuntuoso dal punto di vista pragmatico, ma soprattutto inaccettabile dal punto di vista dei principi e dei valori della nostra Costituzione. Giorgia Meloni si sta candidando a svolgere il ruolo che fu del maresciallo Tito nei confronti dell’Urss: altra epoca, altro assetto internazionale, altri equilibri e soprattutto ben altro livello di statista.

Ci stiamo arrendendo alla logica del più forte delinquente, illudendoci di salvare almeno la pelle. Non è in gioco soltanto il ruolo della Corte penale internazionale, ma la resa ad un mondo governato da tre criminali: Trump, Xi Jinping e Putin a cui nessuno potrà più opporsi, ma che si contenderanno fra di loro le sorti del pianeta.   Putin ha messo al fuoco la carne dell’Ucraina, Trump ha acceso il fuoco sulla carne di Panama e della Groenlandia, Xi Jinping ha nel mirino l’Africa. Stanno giocando al rialzo per poi spartirsi la posta in palio. Non c’è più posto per alleanze strategiche, rimane soltanto la possibilità di stare a guardare dove pende la bilancia per buttarsi sul piatto più conveniente.

Giorgia Meloni gioca a fare la donna più forte d’Europa, coniugando europeismo con unilateralismo, strizzando l’occhio a Donald Trump via Elon Musk: una sorta di Penelope che di giorno tesse la tela europea e di notte la disfa d’accordo con Trump. Ulisse non esiste più, quindi… Una povera diavola che si siede a tavola con i super ricchi che le tolgono dignità e democrazia.

La peggior disgrazia che può accadere ad una persona (anche ad un Paese) non è quella di essere povero di risorse materiali, ma di essere senza dignità, vale a dire privo di risorse umane e di rispetto verso se stesso e gli altri. Quando mi recavo in quel di Verona per assistere agli spettacoli areniani, per accedere alla platea ero costretto a passare in mezzo a due ali di folla: erano frotte di curiosi alla spasmodica ricerca di qualche vip da ammirare, per soddisfare la voglia di “sgolosare” sulle sfarzose primedonne del pubblico, per accontentarsi cioè di “sfrugugliare” nel retrobottega dell’affascinante mondo dello spettacolo. Erano i poveri senza dignità, che invidiano i ricchi e non riescono ad essere “signori”.

Questa non è realpolitik, vale a dire atteggiamento e prassi che si fondano sulla valutazione delle situazioni reali e degli interessi concreti dell’azione politica, anche in modo cinico e opportunistico, ma arrivismo di Stato, paradossale politica ideologica di stampo neo-fascista.

Ci candidiamo ad essere i migliori servi sciocchi degli Usa, i porte-coton del nuovo re sole americano: roba da matti! Ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate appunto “porte-coton”. Di chi si tratta? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca.

Il tutto avviene nella sbadataggine della gente e nel cinico scetticismo dei narratori mediatici: i due atteggiamenti si sostengono e si giustificano a vicenda. Si pensi che Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, durante un intervento a “L’aria che tira” su La 7, ha beffeggiato la seduta parlamentare in occasione della seduta d’ascolto dei ministri Nordio e Piantedosi sulle ragioni dell’espulsione di Almasri dal nostro Paese, assimilandola alle calde e sessantottine assemblee. Ha commesso due sottovalutazioni in una: il ’68 non fu una buffonata, ma una problematica e drammatica messa in discussione della società del cosiddetto benessere; la discussione sulle dichiarazioni del governo non era una farsa, ma l’immagine della tragica deriva della politica interna ed internazionale. Forse voleva sdrammatizzare colpendo il cattivismo di maniera della sinistra: attenzione, perché così facendo si finisce col fare dell’opportunistico buonismo nei confronti di chi sta svendendo l’Italia al peggior offerente. Se questo è il taglio giornalistico di un giornalista di tale livello…se tanto mi dà tanto…

Non resta che sperare in un mastodontico e globale flop in cui però saremo colpevolmente coinvolti, per ricominciare semmai tutto daccapo, come se la storia fosse un palcoscenico in cui si recita a soggetto.

Il salvagente mattarelliano

Regole e strumenti ci sarebbero per affrontare questa fase e allora perché il sistema multilaterale sembra non riuscirci, con il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta del secolo scorso: sfiducia nella democrazia, riemergere di unilateralismo e nazionalismi? Oggi come allora si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle. Interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così. Le conseguenze di queste scelte, la storia ci insegna, sono purtroppo già scritte.

(…)

L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o, invece, divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà? Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie? Con, al massimo, la prospettiva di un “vassallaggio felice”. Bisogna scegliere: essere “protetti” oppure essere “protagonisti”? L’Italia dei Comuni, nel XII e XIII secolo, suggestiva ma arroccata nella difesa delle identità di ciascuno, registrò l’impossibilità di divenire massa critica, di sopravvivere autonomamente e venne invasa, subì spartizione. L’Europa appare davanti a un bivio, divisa, come è, tra Stati più piccoli e Stati che non hanno ancora compreso di essere piccoli anch’essi, a fronte della nuova congiuntura mondiale. L’Unione Europea è uno degli esempi più concreti di integrazione regionale ed è, forse, il più avanzato progetto – ed esempio di successo – di pace e democrazia nella storia. Rappresenta senza dubbio una speranza di contrasto al ritorno dei conflitti provocati dai nazionalismi. Un modello di convivenza che, non a caso, ha suscitato emulazione in altri continenti, in Africa, in America Latina, in Asia. Costituisce un punto di riferimento nella vicenda internazionale, per un multilateralismo dinamico e costruttivo, con una proposta di valori e standard che abbandona concretamente la narrazione pretestuosa che vorrebbe i comportamenti dei “cattivisti” più concreti e fruttuosi rispetto a quelli dei cosiddetti “buonisti”. L’Unione Europea semina e dissemina futuro per l’umanità. Ne sono testimonianza gli accordi di stabilizzazione internazionale stipulati con realtà come il Canada, il Messico, il Mercosur. Le stesse politiche di vicinato, le intenzioni messe in campo dopo la Dichiarazione di Barcellona sul partenariato euro-mediterraneo (siamo a trent’anni da quella data). Occorre che gli interlocutori internazionali sappiano di avere nell’Europa un saldo riferimento per politiche di pace e crescita comune. Una custode e una patrocinatrice dei diritti della persona, della democrazia, dello Stato di diritto. Chiunque pensi che questi valori siano sfidabili sappia che, sulla scia dei suoi precursori, l’Europa non tradirà libertà e democrazia. Le stesse alleanze si giustificano solo in base a – transeunti – convergenze di interessi e, dunque, per definizione, a geometria variabile, o riguardano anche valori?

(…)

Aldo Moro, lo statista italiano assassinato dalle Brigate Rosse, nella sua qualità di presidente di turno delle allora Comunità Europee (raccoglievano 9 Paesi), intervenendo nella sessione conclusiva della Conferenza di Helsinki, si proponeva di dare senso alla fase di distensione internazionale che si annunciava, sottolineando che significava “l’esaltazione degli ideali di libertà e giustizia, una sempre più efficace tutela dei diritti umani, un arricchimento dei popoli in forza di una migliore conoscenza reciproca, di più liberi contatti, di una sempre più vasta circolazione delle idee e delle informazioni”. L’Unione Europea – e in essa Francia e Italia – deve porsi alla guida di un movimento che nel rivendicare i principi fondanti del nostro ordine internazionale sappia rinnovarlo, attenta alle istanze di quanti dall’attuale costruzione si sentano emarginati. Una strada che non è quella dell’abbandono degli organismi internazionali né quella del ripudio dei principi e delle norme che ci governano ma di una profonda e condivisa riforma del sistema multilaterale, più inclusiva ed egualitaria rispetto a quanto furono capaci di fare le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, cui va, tuttavia, riconosciuto il grande merito di mettere insieme vincitori e vinti per un mondo nuovo. Servono idee nuove e non l’applicazione di vecchi modelli a nuovi interessi di pochi. (dall’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di Dottore honoris causa dall’Università di Aix-Marseille: «L’ordre international entre règles, coopération, compétition et nouveaux expansionnismes»)

 

Il Presidente della Repubblica, come sempre, interviene autorevolmente e tempestivamente nei momenti difficili della vita politica ed istituzionale. In questi giorni, in cui il governo italiano balbetta e commette veri e propri strafalcioni in materia di multilateralismo, di europeismo e di rispetto per i valori costituzionali, se ne sentiva più che mai la necessità. Dal momento che però le nobili parole del Capo dello Stato rischiano di entrare da un orecchio e di uscire dall’altro dei nostri governanti e dei componenti dei nostri organi istituzionali, complice un sistema mediatico che premia le stucchevoli polemiche e non affronta i nodi sostanziali delle contingenze e delle emergenze democratiche, sarebbe necessario che Sergio Mattarella si facesse sentire dando qualche benefica frustata a chi di dovere.

Pur ammettendo la mia crassa ignoranza, pur non volendo essere importuno (chi sono io per giudicare il presidente Mattarella?), mettendo in campo tutta la mia sensibilità politica e la mia buona fede, insisto nel chiedere qualcosa di più facendo di seguito alcuni esempi.

Il conflitto in atto fra governo italiano e magistratura sta assumendo toni e contenuti inquietanti: non potrebbe Sergio Mattarella, dall’alto del suo ruolo di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, intervenire chiedendo ai Magistrati di abbandonare la guerra difensiva per adottare lo stile del dialogo costruttivo? L’autonomia della Magistratura non avrebbe niente da perdere, ma al contrario il ruolo dei giudici acquisirebbe ancora maggior credibilità ed efficacia. Ci sono punti su cui si può discutere, altri su cui non si può transigere. La Costituzione italiana è l’esempio di compromesso ai livelli più alti, proviamo a rimanere fedeli a questo stile.

Dal momento che per dialogare occorrono due o più interlocutori, non potrebbe il Capo dello Stato chiedere espressamente e pubblicamente al governo di tenere un atteggiamento dialogante, abbandonando ogni e qualsiasi intento punitivo nonché ogni e qualsiasi volontà di asservimento del potere giudiziario al potere esecutivo?

In questi virtuosi tentativi Mattarella avrebbe il consenso del popolo italiano, che vede in lui una sorta di buon padre della famiglia democratica istituzionale del Paese.

Faccio un secondo esempio. Non potrebbe Mattarella inviare un messaggio alle Camere, chiedendo espressamente una pronuncia a favore della fedeltà alle organizzazioni internazionali quale via per la costruzione di una pacifica convivenza. Chi si potrebbe chiamare fuori? Se qualcuno intendesse farlo, lo dovrebbe dichiarare, assumendosene le responsabilità di fronte ai cittadini che non mancherebbero di riscontrare eventuali gravissime successive incoerenze.

Azzardo un terzo esempio. E se Mattarella rivolgesse, davanti ai parlamentari europei eletti in Italia appositamente convocati al Quirinale, un messaggio alla nazione per ribadire la irreversibile e indiscutibile nostra vocazione europea, ponendola quale pregiudiziale irrinunciabile rispetto alla politica estera italiana? Chi gliela darebbe buca, chi oserebbe tenere i piedi in due staffe, chi farebbe il pesce in barile, chi si dichiarerebbe europeista per poi rincorrere le sirene trumpiane?

Penso che sarebbero opportune “forzature” costituzionali: a volte non basta bussare,  bisogna spingere le porte che sembrano aperte, ma che in realtà rischiano di rimanere sprangate. E se qualcuno osasse fare critiche e censure, Sergio Mattarella potrebbe rispondere autocitandosi: «Abbiamo dimostrato di saper agire con efficacia nelle crisi, come durante la pandemia, e di saperci opporre con unità di intenti alle inaccettabili violazioni del diritto dei popoli, come nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina. Con la stessa efficacia d’unità dobbiamo ora rinnovarci, per salvaguardare la sicurezza e il benessere dei popoli europei e contribuire alla pace mondiale, a partire dalla dimensione mediterranea e dal rapporto con il contiguo continente africano. Non può guidarci la rassegnazione ma la volontà di dare contenuti ai passaggi necessari per ottenere questi risultati».

 

 

 

 

 

 

I cavilli di Nordio e i cavalli di Meloni

È il 13 dicembre 2024 quando gli investigatori Onu consegnano al Consiglio di sicurezza il nuovo report annuale sulla Libia. Il caso Almasri, con il controverso viaggio in Europa e l’arresto in Italia su mandato della Corte penale dell’Aja concluso con l’accompagnamento di Stato a Tripoli, non è neanche in preventivo. Ma il generale libico per la seconda volta dal 2023 è uno dei protagonisti dell’investigazione internazionale.

Per il Panel of experts, che ancora una volta dal Consiglio di sicurezza Onu non hanno visto muovere alcun rilievo al loro lavoro, i crimini di Almasri hanno «seguito un modello coerente di privazione illegale della libertà, sparizione forzata, tortura e altri maltrattamenti e negazione dei diritti». Non è che la sintesi della serie di prove raccolte direttamente dagli investigatori delle Nazioni Unite.

Nel mirino c’è soprattutto la rete del nuovo apparato di Sicurezza libico denominato “Dacot”, che sta per “Deterrence Apparatus for Combating Organized Crime and Terrorism”, in cooperazione con Isa, il servizio segreto interno.

A seguire il calendario viene da dire che la Corte penale internazionale, e non il contrario, ha confermato con proprie autonome indagini le accuse del Panel of expert. Non è un caso che nel mandato di cattura per Almasri, i giudici dell’Aja avessero indicato tra le fonti delle proprie inchieste il lavoro degli esperti Onu incaricati dal Consiglio di sicurezza. Solo il giorno dopo, il 14 dicembre, il procuratore internazionale Kharim Khan preannunciava l’emissione di nuovi mandati di cattura. I nomi sono stati coperti dal segreto investigativo. Ma ora sappiamo che uno di loro è proprio il generale Najim (Almasri)

Il Gruppo di esperti ha esaminato le numerose testimonianze e prove documentali a proposito del carcere di Mitiga, a Tripoli, raccolte a partire dal giugno 2021. Oltre alle vittime sono state ascoltate «persone che hanno assistito alle violazioni commesse in quella struttura». Non viene precisato chi siano questi testimoni, dovendone tutelare l’incolumità. «Tra questi, cinque ex detenuti e tre testimoni oculari hanno identificato Osama Najim come responsabile diretto di aver ordinato e commesso personalmente atti di tortura e altre forme di maltrattamento come parte di una politica organizzativa di gestione della struttura di detenzione di Mitiga». Il Gruppo di esperti ha corroborato queste testimonianze «con prove documentali indipendenti, tra cui rapporti medici, decisioni giudiziarie ufficiali e documentazione interna del Dacot, nonché con fonti terze affidabili che hanno tutte confermato sia la natura sistematica delle violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale umanitario, sia la responsabilità del personale del Dacot per tali violazioni».

Nelle 299 pagine di relazione, cui sono allegati centinaia di documenti, foto, filmati, registrazioni, è ricostruita l’intera filiera del traffico di esseri umani, che vede in particolare 17 boss libici, tutti con una divisa da militare o la grisaglia di funzionario pubblico.

Almasri è il sistema di cui fa parte, è un ingranaggio tra i più robusti. Perché ai detenuti, specialmente ai subsahariani, viene offerta una chance per sopravvivere alle torture: arruolarsi nella milizia e combattere per conto dei libici. E questo, spiegano gli ispettori, perché la milizia di Almasri è screditata presso la popolazione libica, specialmente quella di Tripoli, dove a causa delle malefatte della “cupola” fatta di generali e politici, chi può si sottrae all’arruolamento.

Dalla lettura si apprendono particolari abietti, Non solo i prigionieri vengono “picchiati e presi a calci per ore durante i giorni di detenzione”, non solo “minacciati di morte”, ma “esposti a continue brutalità perpetrate sui compagni di cella” dai detenuti stessi e alla presenza dei loro familiari. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

Di fronte alla schiacciante evidenza di questi elementi, i cavilli giuridici e procedurali di Carlo Nordio stanno in poco posto.  Il dato politico emerge con vergognosa verità: il governo non tiene in alcuna considerazione le istituzioni internazionali, a cui peraltro il nostro Paese aderisce.

Anche la scusa della ragion di Stato, peraltro nemmeno ufficialmente accampata, ma lasciata solo intravedere dalla strafottenza meloniana, si scioglie nell’attuale inquietante convenienza politica: il nazionalismo si sta imponendo e unendo al populismo in una miscela di stampo trumpiano. Non è infatti una strana coincidenza che Trump abbia firmato un ordine esecutivo che ritira il suo Paese da una serie di organismi delle Nazioni Unite, tra cui il Consiglio per i diritti umani (Unhrc) e dalla principale agenzia di soccorso delle Nazioni Unite per i palestinesi (Unrwa) e prevede la revisione del coinvolgimento nell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco).

È la democrazia di tipo occidentale (e non solo la nostra…) che sta traballando. In una simile avventura c’è posto anche per l’alleanza con la Libia e i suoi carnefici. Cosa volete che sia mandare in libertà un Almasri qualsiasi.

La Corte penale internazionale dell’Aja ha avviato un fascicolo di indagine sull’operato del governo italiano per “ostacolo all’amministrazione della giustizia ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma” in relazione alla vicenda del generale Almasri. É quanto scrive il quotidiano Avvenire nella pagina online.

Nella denuncia ricevuta dall’Ufficio del Procuratore, che l’ha trasmessa al cancelliere e al presidente del Tribunale internazionale, sono indicati i nomi di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.

L’atto finito all’attenzione dei giudici è stato trasmesso dai legali di un rifugiato sudanese che già nel 2019 aveva raccontato agli investigatori internazionali le torture che lui e la moglie avevano subito dal generale libico, quando entrambi erano stati imprigionati in Libia. 

 (…)

“Secondo l’accusa – si afferma nell’articolo -, nella quale Meloni, Nordio e Piantedosi sono indicati come «sospettati», i rappresentanti del governo italiano non hanno provveduto a consegnare il generale Almasri alla Corte penale internazionale: “Hanno abusato dei loro poteri esecutivi per disobbedire ai loro obblighi internazionali e nazionali”. In particolare viene citato l’articolo 70 dello Statuto di Roma che disciplina i provvedimenti contro chi ostacola la giustizia internazionale. Secondo la norma “la Corte eserciterà la propria giurisdizione” su una vasta serie di reati, tra cui “ostacolare o intralciare la libera presenza o testimonianza di un teste”. (ANSA.it)

A questo punto si sono aperte due inchieste, una che pende davanti al Tribunale dei ministri e una che pende davanti alla Corte penale internazionale, sul comportamento di autorevoli membri del governo, che fanno i furbi e gli schizzinosi e si difendono attaccando. Qualcosa di poco limpido sta avvenendo: rispetto delle leggi, dei trattati e delle procedure lasciano a dir poco a desiderare, per non parlare delle scelte politiche che ci immergono fino al collo nel disordine mondiale.

Giorgia Meloni sta scherzando col fuoco, la pentola più si mescola e più puzza (la sporca ed inaccettabile ragion di Stato, se esiste, è comunque la tessera di un ben più ampio mosaico) e il popolo italiano non riesce ad accorgersene. È chiaro che una simile deriva non può ammettere contrappesi (magistratura, stampa, organi di controllo, etc.) e contrarietà di un certo spessore. E allora guerra contro tutti!

Non so se la questione Almasri possa essere la goccia che fa traboccare il vaso. Troppo complessa la situazione internazionale, troppo debole l’opposizione politica e parlamentare, troppo divisa l’Europa, esageratamente addomesticati i media: ognuno sembra autorizzato a comandare più che a governare, a fare quel che vuole in nome di un consenso popolare peraltro tutto da dimostrare e rispettare (la democrazia entra in campo il giorno dopo le elezioni…). Troppo manovrabile l’opinione pubblica: impazzano i social. La gente fatica a rendersi conto della gravità della posta in palio.

Bisogna che qualcuno rompa le uova nel paniere. Insisto nel vedere questo qualcuno nel Presidente della Repubblica.