Di minimo c’è solo la politica

Sul salario minimo tanto tuonò che non piovve. Dall’incontro tra governo e opposizione ci si aspettava qualcosa: o una rottura insanabile oppure l’apertura di un dialogo costruttivo. Invece ne è uscito un “compromessino antistorico” tanto per tirare avanti. Persino il Cnel sono andati a riscoprire pur di buttare la palla in tribuna, prendere tempo e girare vergognosamente intorno al problema.

Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, comunista doc, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavamo, da incalliti vedovi del compromesso storico, come alla politica stesse sfuggendo l’anima: se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema, creando un vero e proprio regime, in cui, a babbo morto, siamo sostanzialmente ancora invischiati ed immersi fino al collo.

Di questa deriva “avaloriale” è certamente responsabile la sinistra, il PD soprattutto, che dovrebbe ricominciare a fare politica dal basso della povera gente e dall’alto delle idealità della sua ricca storia. Invece, come sostiene autorevolmente Massimo Cacciari si gioca al leaderismo senza leader, alla strategia senza strateghi, alla opposizione senza programmi alternativi, alla politica senza preparazione e professionalità, alle nozze del dialogo coi fichi secchi della polemica.

La sinistra, in questa fase rappresentata dal PD e dal M5S (il convento passa la minestra che ha), ha fatto del salario minimo una bandiera (sempre meglio dei soprammobili da salotto) e del reddito di cittadinanza uno stendardo (sempre meglio del riformismo politicamente corretto). Le bandiere e gli stendardi vanno sventolati, ma, se dietro non c’è un’elaborazione culturale complessiva, una mobilitazione popolare, una capacità di proposta di governo, tutto rimane in balia delle onde politicanti e i problemi del lavoro e del sostentamento ai poveri retano un terreno di scontro polemico fine a sé stesso. Soprattutto se dietro non c’è un aggancio a dei valori irrinunciabili si rischia di (s)cadere nel tatticismo, laddove vince la politica della “bottega”, di cui ai miei dialoghi con l’amico Torelli.

La politica è un’arte e quindi espressione di valori a cui fare riferimento critico ma positivo e creativo, dall’altra parte è una professione basata sulla qualità dell’esperienza e della preparazione e non sulle capacità di mestieranti più o meno improvvisati.

Giorgia Meloni ha avuto buon gioco nell’eludere il problema del salario minimo: ha rimandato tutti ad un approfondimento teorico della questione (Cnel), ha preso tempo per elaborare uno straccio di accordo che salvi capre e cavoli, ha celebrato una messa minimale invischiando tutti in una vuota ritualità istituzionale. Carlo Calenda c’è caduto dentro alla grande (gli hanno però rubato il mestiere di pontiere), Giuseppe Conte ha rifiatato nel suo populismo di maniera, Elly Schlein è rimasta col cerino in mano non sapendo a cosa dare fuoco.

Tutto da rifare, diceva Gino Bartali. Nel frattempo però i lavoratori sfruttati continuano a soffrire e i poveri restano senza sussidio. A quando una sinistra che sappia fare il suo mestiere? A quando una politica accettabile (accontentiamoci!) che sappia affrontare la realtà? A quando la riscoperta dei valori da cui ripartire e con cui ridare senso ad una sinistra fatta di lotta (intesa come coinvolgente protesta e proposta) e di governo (al momento “ombra” in attesa di tornare luce).

 

 

 

Carne da vacanze

Due suicidi in poche ore. Due donne si sono tolte la vita nella stessa struttura carceraria. È accaduto nel carcere le Vallette di Torino. Il sindacato di polizia penitenziaria Osapp nel tardo pomeriggio di oggi ha fatto sapere che una detenuta italiana si è tolta la vita intorno alle 17.30 impiccandosi nella propria cella. Poco prima Vicente Santilli, segretario regionale del Sappe, aveva dato notizia di un altro decesso, quello di una donna di 43 anni che si è lasciata morire di fame sempre nel carcere di Torino.

“Due suicidi in contemporanea in carcere oltre alla classica indignazione dovrebbero produrre uno scatto di azioni da parte dell’Amministrazione Penitenziaria. Invece siamo certi che dopo i 44 suicidi dall’inizio dell’anno non accadrà nulla”, ha commentato il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo. Sulla situazione della struttura carceraria di Torino è intervenuta anche l’assessora ai rapporti col Sistema carcerario della Città di Torino: “La morte di due donne detenute in carcere oggi è il segnale evidente che occorrono interventi mirati e urgenti perché la situazione è disperata. Le storie di queste donne, diverse tra loro, ma accomunate dalla disperazione impone che le carenze di operatori e di adeguati supporti sanitari a sostegno delle fragilità si debbano risolvere il prima possibile attraverso l’azione di tutte le istituzioni”, ha commentato, Gianna Pentenero.

La donna che si è lasciata morire di fame si chiamava Susan John, era sposata e aveva un figlio di 4 anni. Era stata portata nel carcere delle Vallette il 21 luglio dopo avere trascorso un lungo periodo agli arresti domiciliari: doveva scontare una pena detentiva inflitta per tratta e immigrazione clandestina. La procura ha aperto un’inchiesta. Lunedì prossimo sarà affidata l’autopsia. Secondo quanto trapela la 43enne rifiutava il cibo perché “voleva vedere il figlio”. “Non diceva altro”, si apprende da fonti informate. “L’intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria di servizio non ha purtroppo impedito la morte della detenuta” ha comunicato Scintilli, evidenziando che la donna, entrata in carcere nel luglio scorso in un reparto riservato a detenuti con disagi di carattere psichiatrico, si era “fin da subito rifiutata di assumere alimenti, rifiutava ogni cura e sollecitazione a mangiare e persino i ricoveri in ospedale”. Scintilli ha poi concluso sottolineando il fatto che il Piemonte è “una delle Regioni d’Italia con il maggior numero di detenuti”. Sulla vicenda è intervenuto anche Donato Capace, segretario generale del Sappe, denunciando la situazione sanitaria precaria delle carceri che rimane “allarmante” e “non superata” e chiedendo “interventi concreti” fra cui anche la riapertura degli “Ospedali psichiatrici giudiziari” e maggiori investimenti e tecnologie.

“Una tragedia che non può essere tollerata in un Paese che si professa civile e democratico”, sottolinea la senatrice Ilaria Cucchi: “Una morte – continua – di cui comunque è responsabile lo Stato che aveva in custodia la vita della vittima”, prosegue Cucchi che chiede che venga fatta chiarezza sulla vicenda.

Protesta anche Antigone che in generale ricorda le difficili condizioni nelle carceri italiane: “Il sovraffollamento continua ad essere una delle principali problematiche del sistema penitenziario italiano”, si legge in una nota, “con un tasso che viaggia attorno al 121%, con 10.000 persone detenute in più rispetto ai posti effettivamente disponibili (e un numero di presenze in costante crescita). Il sovraffollamento non toglie solo spazi vitali, ma anche possibilità di lavoro e di svolgere attività che spezzino la monotonia della vita penitenziaria. Quella monotonia che porta all’emergere di situazioni di forte depressione, alla base di un aumento di suicidi e atti di autolesionismo nel periodo estivo”. E ancora: “Proprio i suicidi, pur nel silenzio della politica e di parte del sistema dell’informazione, continuano ad essere una piaga a cui il carcere ha abituato. Dopo gli 85 dello scorso anno, quest’anno sono già 42 e 1.352 quelli avvenuti dal 2000 ad oggi. L’estate, da questo punto di vista, non aiuta”. (da “Il fatto quotidiano”)

Il vero dramma, oltre che nei suicidi (disperato sbocco della disperazione esistenziale), sta nell’indifferenza con cui li subiamo, quasi fossero un normale pedaggio pagato per la nostra (in)civile convivenza, e nell’inerzia della politica e della pubblica amministrazione, che, da sempre, trattano la questione carceraria come l’ultimo dei problemi.

Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda.

Non pretendo che gli italiani rinuncino alla loro partenza per le vacanze in segno di lutto e rispetto per i morti in carcere, che aumentano nel periodo estivo; non pretendo che i parlamentari accorcino le loro ferie, peraltro scandalosamente lunghe; un po’ più di sensibilità e attenzione sarebbe doverosa, ma prevale in tutti la rimozione del problema.

Voltaire, nel diciottesimo secolo, affermava: “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”: da ciò si può dedurre come, al giorno d’oggi, l’Italia non sia un Paese per nulla civile. Qualche rimbrotto al riguardo ci arriva persino dall’Unione europea ed è tutto dire.

Non si tratta di fare della retorica o della demagogia, ma fa indubbiamente scalpore che mentre la gran parte degli italiani se ne va in vacanza (come facciano Dio solo lo sa, considerate le condizioni difficili in cui versa il Paese) ci sia chi, disperato per una disumana impostazione della sua detenzione carceraria oltre magari per una insensata lungaggine del procedimento giudiziario a suo carico, si toglie la vita.

Per il mio caro ed indimenticabile amico sacerdote Luciano Scaccaglia, i gesti liturgici erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile.

Ebbene, forse vale la pena ricordare quello che indica Gesù quale criterio di giudizio, di premio o di condanna, per la vita di un cristiano: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Così come è doveroso rammentare come la funzione rieducativa della pena, trovi il suo riconoscimento nel 3° comma dell’articolo 27 della Costituzione, il quale sancisce che «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Da cristiani e/o cittadini non possiamo prescindere da questi riferimenti etici e a Dio (per chi ci crede) e alla propria coscienza (per chi ce l’ha) non potremo rispondere: “Ma io ero in vacanza…”.

 

I grilli sparlanti

Quando FdI voleva il salario minimo: “Fondamentale contro lo sfruttamento, non è vero che fa diminuire gli stipendi”. La proposta di legge presentata alla Camera dai meloniani nel 2019 confuta tutte le tesi espresse oggi dalla premier: “Soglia nazionale necessaria contro sfruttamento e lavoro sottopagato, falso che avrebbe effetti negativi sulla contrattazione collettiva”. Il salario minimo per legge è “fondamentale” per arginare “il lavoro sottopagato” e i casi di “sfruttamento”. E non è vero, come sostengono alcuni sindacati, che livellerebbe al ribasso gli stipendi di chi oggi è coperto dalla contrattazione collettiva. Chi lo dice? Non Elly Schlein, non Giuseppe Conte, nemmeno Nicola Fratoianni. Ma il partito di Giorgia Meloni. Tutto il contrario di quanto sostiene la premier adesso. (dal quotidiano “La Repubblica”)

A questo attacco di voltagabbanismo Giorgia Meloni risponde come può: perché il PD, quando era recentemente al governo, non ha introdotto una legge sul salario minimo? In effetti l’obiezione è molto polemica, ma fondata. Sembra un duello all’ultima incoerenza. I benpensanti giustificano il tutto col gioco temporale fra maggioranza e opposizione. Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I päron coi che all’ostaria con un pcon äd gess in simma a la tavla i metton a post tutt; po’ set ve a veddor a ca’ sova i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”.

Se sono queste le premesse di un dialogo tra governo e opposizione sul salario minimo, stanno freschi i lavoratori sottopagati. Sarà anche vero che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”, come diceva James Russell Lowell. Tuttavia un minimo di coerenza non guasterebbe e darebbe una qualche maggiore credibilità alla classe politica.

La politica ha i suoi riti e tra questi possono essere considerati anche i confronti a quattrocchi tra maggioranza e opposizione. Mi sovviene però quanto sosteneva un illustre giudice di tribunale che non gradiva di mettere a confronto i testimoni con versioni opposte sullo stesso fatto. Diceva che non serviva a niente se non a incallire ulteriormente le parti sulle proprie posizioni. Il problema infatti non sta tanto nel dialogo in sé e per sé, ma nella capacità di dialogare. Quando tira aria di burrasca tra i coniugi, parlarsi diventa quasi impossibile perché ogni parola può scatenare il litigio e la rottura. Immaginiamoci in politica.

Che stupisce non è tanto l’incoerenza fatta sistema, ma l’incapacità del cittadino a snidarla e a farne un parametro di scelta. Forse sotto sotto si accetta senza battere ciglio il presupposto che la politica sia fatta di furbizia e di inganno. È sconfortante!

Confesso che mi ha un po’ stupito l’attacco polemico di Elly Schlein, la quale per rafforzare la propria posizione dialettica ha posto, in premessa all’incontro sul salario minimo, la richiesta di dimissioni di Marcello De Angelis, l’incauto esponente di FdI in vena di esternazioni a dir poco spiazzanti in ordine agli esecutori della strage di Bologna. Stiamo mettendo insieme cose molto diverse. Non discuto l’opportunità di chiedere le dimissioni di questo equivoco personaggio, ma cosa c’entrano col salario minimo? Mi sovviene la verve ironica di mio padre che nel più bello delle discussioni politiche, lanciava un provocatorio sasso nella piccionaia dei trinariciuti: «Am piasriss andär a veddor in ca äd Barilla e Bormioli?». E a chi gli chiedeva cosa c’entrassero Barilla e Bormioli rispondeva: «Si vuetor ch’a dzi sémpor acsì…».

Il dialogo bisogna saperlo fare e così anche la polemica, altrimenti il dialogo può diventare una pietanza senza sale con ingredienti a piacere e la polemica una minestra scaldata e fin troppo salata. Lavoratori avvisati mezzo salvati.

 

 

 

La pompiera di Viggiù

Il governo è al lavoro, ma c’è chi approfitta del disagio sociale per fare propaganda politica. Si surriscalda il clima in Aula alla Camera durante il question time sul reddito di cittadinanza. «Questo governo, attraverso l’incentivo al lavoro e il sostegno necessario ai nostri concittadini più fragili, impiega ogni ora del suo tempo per contrastare e ridurre quel disagio sociale su cui qualcuno, al contrario, soffia cercando di costruire il dissenso, dice la responsabile del dicastero delle Politiche sociali Marina Calderone. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mi permetto di porre due quesiti alla ministra Calderone a prescindere dal merito della questione in aspra discussione.

Il disagio sociale, un fuoco che cova sotto la cenere, esiste oppure è un’invenzione di chi ne parla con toni assai drammatici? Se sì, non lo si affronta eliminando il pur limitato ombrello sotto il diluvio, rinviando la protezione ad una migliore stagione. Se no, vale a dire se il disagio è una montante triste realtà, è perfettamente inutile lamentarsi di chi ne parla con toni preoccupati e preoccupanti.

Un’opposizione di sinistra, politica e sindacale, che si rispetti cosa deve fare di fronte a gente che sta sempre più scivolando verso la povertà assoluta? Chiedere un time out per non irritare chi governa e tenere calma la piazza? Cosa vuol dire soffiare sul fuoco? Non certo organizzare la sacrosanta protesta, non certo dare voce a chi non ce l’ha, non certo prospettare soluzioni urgenti in risposta a bisogni impellenti.

Il dissenso esiste e non è un artificio polemico e demagogico, è una realtà che purtroppo fa molta fatica ad emergere e tentare di rappresentarlo non significa creare confusione ma, al contrario, riportare i conflitti sociali in ambito politico. La ministra Calderone non viene da esperienze politiche e si capisce benissimo. Non si metta quindi in cattedra a dare lezioni e patenti di correttezza ed opportunità politica a chi osa dare ascolto alle proteste sociali. Sarebbe molto grave se ciò non avvenisse, perché l’alternativa è la ribellione con eventuale accompagnamento di violenza.

La ministra quindi non si scandalizzi, impari a dialogare con le forze politiche e sociali, ad affrontare anche la piazza senza sminuirne la portata. Il fuoco c’è, non vedo sinceramente nessuno che ci soffi sopra, vedo semmai molti, anche a sinistra, che non lo vedono o lo sottovalutano. L’importante sarebbe non auspicare i pompieri, ma togliere di mezzo, nei limiti del possibile, le cause che possono far scoppiare gli incendi. Non vedo rischi di piromani, vedo semmai i canadair del governo e della ministra Calderone, che vogliono spegnere le fiamme della povertà incipiente.

Un acuto non fa il belcanto

In questi giorni sono riandato con la mente a Roma, all’EUR, ai lavori di un lontano congresso della Democrazia Cristiana a cui avevo assistito come semplice ma interessatissimo invitato. Durante l’intervento dell’allora ministro del Tesoro, Emilio Colombo, si alzò un isolato, ma forte e netto, attacco verbale all’azzimato esponente democristiano ed al suo intervento lungo e tecnicamente pesante: «Te lo ha scritto Carli?», gli chiesero provocatoriamente. Guido Carli era all’epoca il potente governatore della Banca d’Italia. Scaramucce che segnavano la vivacità ma anche la profondità del dibattito. Allora come ora ci si chiedeva se l’economia dovesse essere indirizzata dal potere delle banche o dalla politica governativa.

Il prelievo fiscale, deciso dal governo sugli extra-profitti delle banche conseguenti alla politica del rialzo dei tassi varata dalla Bce, ha scatenato una polemica per certi versi ingiustificata. Sicuramente l’intervento rientra in una politica portata avanti a casaccio, dando colpi a destra e manca senza un disegno credibile ed organico, certamente più orientato a picchiare sui poveri che non a penalizzare i ricchi: la sostanziale cancellazione del reddito di cittadinanza, le direttive della riforma fiscale, i piaceri elargiti  alle corporazioni di riferimento elettorale, le contrarietà all’introduzione del salario minimo sono tutti segnali che vanno in direzione dell’ingiustizia sociale camuffata da rigore nei conti pubblici peraltro sempre più in rosso.

La tassazione dei profitti bancari, a prima vista, sembra più un demagogico specchietto per le allodole che un vero e proprio intento di riequilibrio fiscale. I mercati finanziari hanno reagito come lumache toccate nel vivo della loro economia fatta di manovre speculative e poco più. L’opposizione politica è stata presa in contropiede e tende a considerare il sacrificio imposto agli istituti di credito come l’ennesima manovra per distrarre l’attenzione dai reali problemi del Paese. I commentatori politici esprimono cautela in attesa di capire meglio la portata, gli effetti e la logica di questo provvedimento: è infatti difficile dire di no in aprioristica difesa delle banche, ma è anche azzardato dire di sì a scatola chiusa. Qualcuno ha visto qualche contrasto all’interno del governo, addirittura fra Giorgetti e Salvini, il primo più farisaicamente ortodosso nei confronti del sistema ed il secondo più sconclusionatamente barricadero.

Il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». Parafrasando Celletti potremmo dire che c’è da godere al vedere le banche spazzolate fiscalmente dal governo, ma si ha la sensazione che il governo stesso stia sparando acuti politici alla viva il parroco.

Non voglio fare il benaltrista ad oltranza, né tanto meno l’allarmista sistemico. Vedremo se si tratterà soltanto di un semplice colpo al cerchio per evitare di intaccare la botte: mi sembra che ci sia un netto contrasto tra questo provvedimento e le linee contenute nella legge di riforma fiscale avviata proprio negli stessi giorni. Al momento non resta che rifugiarsi nel modo di dire parmigiano del “putost che nient è mej putost”.

Parecchio tempo fa mi raccontavano di un incontro informale tra amministratori pubblici della provincia di Parma: un pianto cinese sulle difficoltà finanziarie dei comuni e sulle ristrettezze delle loro comunità. Ad un certo punto uno dei partecipanti sbottò e cominciò ad esprimersi in dialetto, adottando uno spontaneo e simpatico intercalare, scaricando colpe a più non posso sul sistema bancario reo di compromettere sul nascere ogni e qualsiasi intento di ripresa: «Parchè il banchi, ät capi…» diceva a raffica e giù accuse agli istituti di credito. Questo per dire che a volte la politica tende a scaricare sue responsabilità su altri soggetti, ma è pur vero che i detentori del potere finanziario tendono a condizionare scorrettamente la politica, magari dopo avere creato disastri (gli esempi sono numerosi a tutti i livelli, Vaticano compreso). Succede in Europa, in Italia, a Parma. Se l’attivismo improvvisato dal governo non mi entusiasma, il pianto scatenato dai banchieri non mi commuove.

 

 

Salvini in versione assistente sociale

Il primo weekend dei taxi gratis fuori dalle discoteche è passato. L’iniziativa voluta dal vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha fatto il suo esordio a Jesolo, nella discoteca “Il Muretto”. Uno dei sei locali selezionati dal governo per testare l’iniziativa (che durerà fino a metà settembre) di offrire un servizio navetta gratuito a chiunque abbia un tasso alcolemico superiore ai limiti di legge. Basta sottoporsi al test uscendo dal locale e scatta il voucher per montare sul taxi e farsi portare comodamente a casa. Solo loro però. Per tutti gli altri, la corsa si paga.

Un distinguo che da giorni ha scatenato le polemiche, diventate argomento di critiche feroci sotto al post Twitter del vicepremier che lodava la sua iniziativa: «Bene così, ogni potenziale incidente evitato e ogni vita salvata sono una vittoria». Da lì una pioggia di commenti. «Loro bevono e noi cittadini paghiamo?». Centinaia di critiche tutte dello stesso tenore. Inaccettabile per i più che vengano stanziati soldi pubblici per spesare il divertimento serale di chi vuole eccedere con l’alcol. «E gli anziani? E le donne sole? No, loro devono pagare», alcuni dei paragoni più in voga. Ma se il contraltare etico è spesso il fil rouge dei detrattori del vicepremier, è la piega sociale di questa iniziativa a preoccupare: «Con questa iniziativa si incentivano i giovani a bere, invece che dissuaderli». (dal quotidiano “La Repubblica”)

Vorrei evitare di fare dell’ironia (ma come si vedrà in chiusura non ci riuscirò) su questo paradossale provvedimento governativo e sforzarmi di prenderlo sul serio anche se non lo meriterebbe. Se questa iniziativa ha un senso, si inquadra in una surrettizia legalizzazione dell’alcolismo. E allora perché tanta ostilità preconcetta nei confronti della legalizzazione delle droghe leggere? Cosa avrà mai da dire al riguardo l’intransigente ministra Eugenia Roccella, che incarna l’anima moralista del governo? E come si giustifica tanta severità per i partecipanti ai rave party? E tanta intolleranza verso i percettori del reddito di cittadinanza?

Non mi infastidisce pagare pro-quota il taxi ai giovani ubriachi, mi disturba avere un ministro che si improvvisa assistente sociale del piffero. Ricordo una barzelletta riferita ad uno storico personaggio di Parma, Stopàj: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!».

Al lettore l’incarico di adattare la metafora, sostituendo ai personaggi della gustosa gag le parti della commedia “un taxi per bere senza pericolo”. A questo punto i giovani alticci possono tranquillamente salire sul taxi e dire magari al taxista che è brutto: il resto come sopra…con la coda del rinvio in extremis di tutti al ministro. Con quale epiteto lo lascio immaginare. E lui non potrà che difendersi a denti stretti: «A fär dal bén äd j äzon…».

 

 

I nodi meloniani al pettine della storia passata, presente e futura

Giorgia Meloni è partita nella sua esperienza di governo, giocando astutamente su alcuni fattori. Il primo punto a suo favore consiste nel fatto di non aver partecipato ai governi succedutisi nella passata legislatura anche quando avevano nelle proprie file partiti facenti parte dell’area di centro-destra. Questo dato, che peraltro non vale per i suoi alleati, consente a lei ed alla sua formazione politica di scaricare sistematicamente le colpe sui precedenti governi: vale per il PNRR, ma anche in un certo senso per il reddito di cittadinanza, per tante riforme non fatte, per tanti errori commessi, per tanti ritardi accumulati. Un alibi che viene continuamente sbattuto in faccia all’opposizione, ai pochi che osano avanzare critiche, ai suoi stessi alleati in vena di “sgomitamenti” vari, persino ai partner europei ed occidentali.

Giuseppe Conte, il maggior indiziato, si difende con le unghie e coi denti, anche se in modo per la verità non troppo convincente, date le sue stagionali inversione politiche di rotta, dato soprattutto il suo strisciante populismo che si sovrappone a quello della destra e considerato persino il suo consenso ballerino fra destra e sinistra. Non dimentichiamo che il primo governo Conte finì per disperazione verso un Salvini in versione pigliatutto ed il secondo per grazia (?) ricevuta da Sergio Mattarella. Difendersi con questa storia alle spalle non è facile.

Mario Draghi invece tace e mi chiedo il perché. Le motivazioni possono essere diverse. Si sta preparando ad una rentrée col botto a livello europeo e quindi non può perdersi in polemiche che finirebbero per intaccarne l’altissimo livello di stima e considerazione acquisito nel tempo? Si sta addirittura profilando per lui un prestigioso incarico a livello internazionale e quindi non può permettersi il lusso di entrare in collisione con il governo italiano, rischiando di perdere in casa dopo aver magari stravinto in trasferta? Si sta preparando a sostituire Mattarella al Quirinale alla fine del settennato o anche prima, quale uomo super partes a cui nessuno in fin dei conti potrebbe dire di no, vuoi nell’attuale assetto istituzionale, vuoi in un assetto riformato di cui lui potrebbe essere il garante a livello democratico e costituzionale? Si sta tenendo pronto per tornare in sella a livello governativo qualora la situazione interna ed internazionale degenerasse a sfavore dell’Italia e al presidente della Repubblica non rimanesse altra soluzione che quella di riportare Draghi a Palazzo Chigi in un governo di salute pubblica?

Può anche darsi che Giorgia Meloni stia tirando un po’ troppo la corda al punto da indispettire Mario Draghi, costretto a vuotare il sacco ed a controbattere punto per punto al suo subdolo scaricabarile, aprendo una sorta di operazione verità da cui Giorgia Meloni faticherebbe non poco ad uscire indenne. Draghi avrebbe l’autorevolezza, la credibilità, la capacità dialettica di sotterrarla con due parole. Non lo fa per magnanimità nei confronti di questa ragazzetta che si sta montando la testa o per carità di patria o perché magari è tenuto a freno da Mattarella col quale molto probabilmente continua ad avere un collegamento piuttosto consistente o perché (la peggiore delle ipotesi) è timoroso che possa venire fuori qualche scheletro politico dall’armadio lasciato in fretta e furia a Palazzo Chigi?

Giorgia Meloni sta navigando in acque molto difficili, appoggiandosi ad una politica internazionale fatta di tatticismi addirittura piuttosto contraddittori, ma che al momento la stanno legittimando in un ruolo che, al momento del varo del suo governo, sembrava assolutamente fuori della sua portata e della sua storia. L’altra fortuna meloniana consiste nella debolezza politica dei partner europei e di tutti i protagonisti sulla scena mondiale: in mezzo a tanta “tolfa” ci può stare tranquillamente anche lei. Fino a quando non so, probabilmente fino alla prossima risatina ironica tra Macron e Scholz, magari dopo le elezioni europee in cui probabilmente naufragherà l’ambizioso ed avventato disegno popolar-conservatore della nostra premier.

Non so neppure fino a quando potrà nascondersi dietro la guerra Russo-Ucraina con la quale vuole far credere agli Usa di essere un alleato super-fedele, puntando sull’amicizia anche personale con Joe Biden e presentandosi come la più convinta governante al fianco della resistenza ucraina. Potrebbe bastare poco a metterla in buca: l’auspicabile apertura di un tavolo di pace in cui Giorgia Meloni avrebbe poco da dire; la deprecabile vittoria di Donald Trump alle prossime elezioni presidenziali americane. Lei si sta preparando anche a queste eventualità, giocando un ruolo persino nei confronti della Cina e millantando credito a livello africano; quanto a Trump, suo riferimento storico, non esiterebbe a scaricarla e a sacrificarla sull’altare di un nuovo corso riveduto e scorretto.

Forse però, come sostiene Massimo Cacciari, il gioco di palleggiarsi tra il livello internazionale e quello interno (consentito anche dalla pochezza della sinistra politica e sindacale) non potrà durare all’infinito. La cartina di tornasole per la durata e la stabilità del governo Meloni potrebbe essere l’esito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Lì le balle stanno in poco posto e, se il Paese ne dovesse uscire becco e bastonato, per Giorgia Meloni potrebbero essere guai seri. Non c’è da augurarselo, sarebbe una vera e propria debacle nazionale, una sconfitta da tutti i punti di vista, anche se gli italiani un po’ se la meriterebbero dopo avere scherzato ripetutamente nelle urne.

Il Presidente Mattarella al riguardo ha sventolato il ventaglio in faccia a tutti con parole inequivocabilmente dure: “Lei ha parlato del PNRR. Ne ho più volte sottolineato la portata decisiva per il nostro futuro. Vorrei oggi porre in evidenza che non si tratta di una questione del Governo, di questo o dei due governi precedenti, ma dell’Italia. L’invito a tutti a mettersi alla stanga – per usare ancora una volta questa espressione degasperiana – che mi ero permesso di avanzare tempo addietro, è rivolto appunto a tutti: quale che sia il livello istituzionale, quale che sia il ruolo politico, di maggioranza o di opposizione. Quale che sia il ruolo di soggetti della società riguardo ai temi che il Piano affronta. Dobbiamo avvertirne tutti il carattere decisivo per l’avvenire dell’Italia e tener conto, pertanto, allo stesso tempo, di non esserne estranei; di esserne, certamente in misure diverse, responsabili; di dover recare apporti costruttivi. Un eventuale insuccesso o un risultato soltanto parziale non sarebbe una sconfitta del Governo ma dell’Italia: così sarebbe visto e interpretato fuori dai nostri confini e così sarebbe nella realtà”.

Se tanto mi dà tanto non siamo messi bene ed il rischio di uno storico flop si profila all’orizzonte. Tale rischio potrebbe essere addirittura la ossimorica e paradossale polizza assicurativa sulla vita del governo: chi potrebbe dare una spallata, conseguente alle quotidiane vergognose “marachelle”, con la conseguenza di creare un vuoto di potere che potrebbe rivelarsi catastrofico? A volte nella storia è successo che siano stati tollerati personaggi negativi per non cadere dalla padella del malgoverno alla brace del non-governo.

Giorgia Meloni cadrà trascinando l’Italia in un disastroso fallimento? Cadrà prima, scongiurando questo pericolo, ammesso e non concesso che dietro l’angolo possa esserci una soluzione alternativa all’altezza della situazione (andremo in ginocchio da Draghi a chiedergli di tornare in pista?). Vivacchierà puntando tutto sulla comprensione europea, sulla tenuta burocratica del Paese e sulla bonomia tecnocratica della tanto bistrattata Ue? Si rafforzerà vincendo questa enorme scommessa, salvo magari perdere le prossime elezioni (gli Italiani sono ormai specializzati in schizofrenia elettorale)? Chi vivrà vedrà.

Se mia madre, per sua indole e per suo carattere, al colmo del pessimismo arrivava a desiderare la morte (e chi non vive di questi momenti?), papà la rimproverava amabilmente dicendo: “Stat miga preocupär l’é tutta questión ‘d pasensia”.  La pazienza della storia ci darà le risposte ai tanti quesiti di cui sopra, ma sarà una pazienza niente affatto indolore

 

Gli anni passano, i silenzi restano, le bombe imbiancano

“Ho espresso il mio dissenso. E sono finito sul rogo. Da uomo libero”. Lo scrive su Facebook, Marcello De Angelis, responsabile della comunicazione Istituzionale della Regione Lazio, dopo le polemiche nate per il post scritto sulla strage di Bologna. “Come ogni libero cittadino di questa Nazione, ho esercitato il diritto di esprimere la mia opinione su un evento solstiziale della nostra storia, fondata su decenni di inchiesta svolta come giornalista e parlamentare, prosegue De Angelis in un altro post. E certo, non lo nego, animato dalla passione di chi ha avuto un fratello morto, vittima di uno degli accertati depistaggi orditi per impedire l’accertamento della verità, con l’utilizzo della falsa testimonianza del massacratore del Circeo Angelo Izzo – ricorda De Angelis -. E quindi con il diritto personale e familiare di chiedere di approfondire ogni analisi finché non sia dissipato qualunque dubbio”. “Ho detto quello che penso senza timore delle conseguenze. Se dovrò pagare per questo e andare sul rogo come Giordano Bruno per aver violato il dogma, ne sono orgoglioso”, conclude De Angelis.

“So per certo che con la strage di Bologna non c’entrano nulla Fioravanti, Mambro e Ciavardini. Non è un’opinione: io lo so con assoluta certezza”. Marcello De Angelis, ex terrorista nero, cognato dell’ex Nar Luigi Ciavardini e oggi responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio guidata da Francesco Rocca, aveva scritto su Facebook questo e altro a pochi giorni di distanza dal 2 agosto “un giorno – puntualizza – molto difficile per chiunque conosca la verità e ami la giustizia, che ogni anno vengono conculcate persino dalle massime autorità dello Stato (e mi assumo fieramente la responsabilità di quanto ho scritto e sono pronto ad affrontarne le conseguenze)”.

 Solo tre giorni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel 43esimo anniversario dell’attentato del 2 agosto 1980 che conta 85 vittime e 200 feriti, ha sottolineato nel messaggio alla città che “la matrice neofascista della strage è stata accertata nei processi e sono venute alla luce coperture e ignobili depistaggi”.

“Che non c’entrano Fioravanti, Mambro e Ciavardini”, prosegue de Angelis, in realtà “lo sanno tutti: giornalisti, magistrati e ‘cariche istituzionali’; e se io dico la verità, loro, ahimè, mentono. Ma come i martiri cristiani io non accetterò mai di rinnegare la verità per salvarmi dai leoni. Posso dimostrare a chiunque abbia un’intelligenza media e un minimo di onestà intellettuale che Fioravanti, Mambro e Ciavardini non c’entrano nulla con la strage. Dire chi è responsabile non spetta a me, anche se ritengo di avere le idee chiarissime in merito nonché su chi, da più di 40 anni, sia responsabile dei depistaggi. Mi limito a dire che chi, ogni anno e con toni da crociata, grida al sacrilegio se qualcuno chiede approfondimenti sulla questione ha sicuramente qualcosa da nascondere”. De Angelis conclude invitando a rilanciare il suo pensiero. “A questo post non basta mettere un ‘mi piace’ – scrive – dovete rilanciarlo e condividerlo… altrimenti hanno vinto loro, gli apostoli della menzogna…”. (Agenzia Ansa)

Non mi interessano più di tanto i trascorsi di questo signore e nemmeno i suoi legami parentali e amicali. Il suo pulpito non è certamente dei più obiettivi e le affermazioni sono di per sé inquietanti se collegate ad un certo omertoso andazzo post-fascista che trova riscontro anche a livello istituzionale. Se Marcello De Angelis ha elementi probanti di una verità alternativa a quella giudiziaria finora accertata, si faccia avanti nelle sedi opportune e li metta a disposizione della magistratura, altrimenti restiamo in una pericolosissima sfera dove è possibile tutto e il suo contrario e dove certe cose, dette da persone che hanno rivestito e rivestono incarichi di carattere politico o para-politico, sono semplicemente inaccettabili. Andiamo quindi al nocciolo della questione, che va ben oltre e ben più in alto rispetto a quanto detto dal responsabile della comunicazione Istituzionale della Regione Lazio.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel giorno del 43esimo anniversario della strage alla stazione ferroviaria di Bologna ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Le immagini della stazione di Bologna, la mattina del 2 agosto 1980, ci hanno restituito un’umanità devastata da una ferocia inimmaginabile, da un terrore che ambiva a pretendersi apocalittico. Il ricordo di quelle vittime è scolpito nella coscienza del nostro popolo. Una ferita insanabile nutre la memoria dell’assassinio commesso. Nel giorno dell’anniversario la Repubblica si stringe ai familiari e alla comunità cittadina con sentimenti di rinnovata solidarietà. Siamo con loro, con le vite innocenti che la barbarie del terrorismo ha voluto spezzare, con violenza cieca, per l’obiettivo eversivo e fallace di destabilizzare le istituzioni della democrazia. L’Italia ha saputo respingere gli eversori assassini, i loro complici, i cinici registi occulti che coltivavano il disegno di far crescere tensione e paura. É servita la mobilitazione dell’opinione pubblica. É servito l’impegno delle istituzioni. La matrice neofascista della strage è stata accertata nei processi e sono venute alla luce coperture e ignobili depistaggi, cui hanno partecipato associazioni segrete e agenti infedeli di apparati dello Stato. La ricerca della verità completa è un dovere che non si estingue, a prescindere dal tempo trascorso. É in gioco la credibilità delle istituzioni democratiche.
La città di Bologna, sin dai primi minuti dopo l’attentato, ha mostrato i valori di civiltà che la animano. E con Bologna e l’Emilia-Romagna, l’intera Repubblica avverte la responsabilità di difendere sempre e rafforzare i principi costituzionali di libertà e democrazia che hanno fatto dell’Italia un grande Paese».

 

A sua volta la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il 2 agosto 1980 il terrorismo ha sferrato all’Italia e al suo popolo uno dei suoi colpi più feroci. Sono trascorsi 43 anni ma, nel cuore e nella coscienza della Nazione, risuona ancora con tutta la sua forza la violenza di quella terribile esplosione, che disintegrò la stazione di Bologna e uccise 85 persone e ne ferì oltre duecento. Nel giorno dell’anniversario rivolgo ai famigliari il mio primo pensiero. A loro va vicinanza, affetto, ma anche il più sentito ringraziamento per la tenacia e la determinazione che hanno messo al servizio della ricerca della verità, anche attraverso le associazioni che li rappresentano, in costante contatto con la Presidenza del Consiglio. Giungere alla verità sulle stragi che hanno segnato l’Italia nel Dopoguerra passa anche dal mettere a disposizione della ricerca storica il più ampio patrimonio documentale e informativo. Questo Governo, fin dal suo insediamento, ha accelerato e velocizzato il versamento degli atti declassificati all’Archivio centrale dello Stato e li ha resi più facilmente consultabili, completando quella desecretazione che era stata avviata dai Governi precedenti».

 

Mi sembra che emerga una differenza sostanziale e inaccettabile tra le parole dette da Sergio Mattarella e quelle non dette da Giorgia Meloni: la matrice neofascista dell’attentato e di una strategia terroristica in cui esso era inserito. La “dimenticanza” è di una gravità eccezionale e rientra in quel legame tra destra italiana e neofascismo, che la storia dimostra e che la politica di destra non riesce o addirittura non vuole cancellare. Le imbarazzanti e farneticanti dichiarazioni di Marcello De Angelis da cui sono partito ne sono una piccola (?) ulteriore dimostrazione.

Qualcuno sostiene che si tratti di fantasmi del passato: lo vadano a raccontare ai parenti delle vittime della strage di Bologna. Qualcuno afferma che occorra voltare pagina: la storia non si fa a capitoli stagni. Qualcuno vuole una politica legata ai problemi dell’oggi: i valori e i disvalori della politica non sono legati all’attualità, ma vengono da lontano. Qualcuno auspica di terminare le polemiche e di occuparsi di cose importanti: perché il fascismo e il neofascismo erano e sono cose irrilevanti?

Stavo dimenticando: cosa dice il governatore del Lazio, Francesco Rocca, delle parole in libertà pronunciate dal suo addetto stampa? Parola d’ordine tacere, da Giorgia Meloni in giù. Rilevo con una certa sorpresa come ci sia stata solo un’autorevole voce fuori dal silenzioso coro della destra di FdI. “La definitiva verità giudiziaria ha attribuito una matrice neofascista” ha ammesso, nel giorno dell’anniversario della strage del 2 agosto 1980, il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Si sarà detto: devo farmi perdonare troppe gaffe e così per le orecchie di Giorgia Meloni ne ha aggiunta un’altra. È proprio vero che Iddio li fa e poi li accoppia.

 

 

 

Il lavoro a schiamazzata

«Più che i pericoli di una bomba sociale è il rischio di esclusione di una fetta dei poveri a preoccuparci. Reddito di cittadinanza o no, in Italia manca una misura strutturale di lotta alla povertà». Dopo tre giorni di polemiche furibonde e proteste anche davanti ai Comuni per la sospensione comunicata via sms dall’Inps dell’erogazione del Reddito di cittadinanza ai beneficiari definiti dal governo “occupabili”, il direttore di Caritas italiana, don Marco Pagniello, esprime le perplessità di chi sta in prima linea. «Sappiamo – ammette don Marco, 52 anni, alla guida dell’organismo pastorale della Cei dal novembre 2021 – che ci sono stati diversi “furbetti” del Reddito e che qualcuno non ha più diritto di riceverlo. Nulla di nuovo, la misura andava certamente ripensata e anche noi abbiamo presentato proposte fino al maggio scorso. Ma il Reddito di cittadinanza rappresentava comunque una misura universale di sostegno alle persone in povertà, come lo sono tutti i redditi minimi nei paesi europei. E ora il rischio che qualcuno rimanga escluso c’è e questo continua a preoccuparci» (dal quotidiano “Avvenire”).

 

«La sostanza è quella di aver fatto recapitare 160mila messaggi per annunciare la sospensione del reddito di cittadinanza. Che era cosa nota. Anche se non lo erano le modalità e sorprende che il governo non abbia ancora emanato decreti attuativi per gli strumenti sostitutivi. Quindi la sostanza è il fatto di non essere pronti sulle annunciate alternative. Da qui a gennaio decadranno in tutto 600mila persone occupabili e a oggi non ci sono gli strumenti di politica attiva del lavoro e la piattaforma che dovrebbe sostituire il Reddito. Parliamo di persone che da un giorno all’altro rimangono senza sussidi. E mancano le opportunità di lavoro per i cosiddetti occupabili. Hanno ribaltato tutta la responsabilità sui Comuni e i servizi sociali, come se potessero salvare chi rimane senza aiuto in poco tempo. Invece dovrebbero prorogare gli strumenti esistenti. Non sono stati attivati percorsi di formazione. Il governo ha dimostrato la sua impreparazione. Cinismo e sciatteria. Il reddito di cittadinanza non è assolutamente assistenzialismo fine a sé stesso. È welfare universale necessario in mancanza di lavoro e presenza di povertà nei Paesi ricchi. Era uno strumento che in Italia mancava a differenza degli altri Stati dell’Unione Europea. In Italia lavorano solo 23 milioni di persone. In Francia ce ne sono oltre 30 milioni. Non si sono create le occasioni di lavoro. Non ci sono gli investimenti. Eventuali posti vacanti in settori avanzati non sono per i percettori del reddito di cittadinanza. Non possiamo lasciare indietro chi non ce la fa. Lo stesso papa Francesco ha chiesto solidarietà nei confronti dei cosiddetti “residui umani” prodotti dal capitalismo. Il problema è anche il ritardo del Sud. Mancano le infrastrutture e le opportunità di lavoro per i giovani. Perché al Sud ci sono più percettori? Si vuol far credere che ci siano fannulloni e furbetti. La verità è che c’è maggiore disoccupazione e povertà, oltre che mancanza di investimenti» (dal quotidiano “Avvenire” – intervista a Pasquale Tridico, docente universitario ed ex presidente dell’Inps dal marzo 2019 al maggio 2023, finito nel mirino di governo e maggioranza per la gestione del reddito di cittadinanza).

 

È inutile girarci attorno: i poveri danno fastidio per due motivi molto semplici; perché sbattono in faccia ai governanti la loro incapacità a rimuovere le più assurde diseguaglianze del sistema; perché il pianto dei poveri fa emergere lo strapotere dei ricchi che, cascasse il mondo, non piangono mai. Il reddito di cittadinanza era certamente una misura piena di contraddizioni e incongruenze; sicuramente sarà stato applicato col solito pressapochismo; probabilmente si limitava a mettere la pezza nuova dell’aiuto ai senza lavoro sul vestito vecchio dell’inequità sociale e della mancanza di opportunità lavorative per tutti; evidentemente non poteva essere una risposta totale e definitiva ad un problema così complesso e difficile. Di qui a cancellarlo con un colpo di spugna per sostituirlo con vaghe promesse legislative, tutte da concretizzare e da valutare sul piano dell’efficacia sociale, il passo è molto lungo ed impraticabile.

Non accetto la semplificazione che mette tutti i poveri nel calderone dei fannulloni, dei buoni a nulla, dei furbastri, per dirla con un’espressione dialettale molto eloquente, dei “strasacampanén”. Atteggiamento molto comodo…storia vecchia…alibi inattendibile…, che tende addirittura a scatenare autentiche guerre tra poveri, tra chi non ha nulla e chi ha poco, ma quel poco intende difenderlo anche a danno di chi non ha nulla.  Se il sindacato fa fatica a compattare e rappresentare chi non ha un lavoro, chi ha un lavoro precario, chi ha un lavoro sottopagato, la politica dovrebbe provarci, altrimenti che politica è. L’attuale governo ha deciso di cavalcare il perbenismo (?) sociale, facendone addirittura un suo tratto identitario: chi non lavora non mangia, non fa l’amore e soprattutto non vota a destra.

Ma su quale divano volete che possa sdraiarsi un percettore di reddito di cittadinanza, anche ammesso che non abbia tutti i diritti a riscuoterlo e non abbia una gran voglia di lavorare. I problemi non si affrontano partendo dalla fine. Solo dopo aver procurato una dignitosa opportunità lavorativa ad un soggetto disoccupato si potrà considerarlo uno che vuole vivere alle spalle della società. “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”: così dice un antico proverbio cinese. La destra sociale(?) italiana al governo ha cambiato il proverbio: “Non dare pesce a un uomo e lo costringerai ad imparare a pescare”. E se non c’è l’acqua in cui pescare? Si può sempre provare nei pantani dello sfruttamento e delle mafie di turno. Salvo poi essere paradossalmente considerati fiancheggiatori della malavita organizzata. Sì, perché chi non lavora può anche finire col delinquere pur di sopravvivere…

 

 

Le tempeste dopo la quiete

“La Commissione è consapevole dei rischi di interferenza politica che incidono sull’indipendenza dei media del servizio pubblico in Italia”. Lo scrive il commissario Ue per il Mercato unico Thierry Breton in risposta a un’interrogazione firmata da 15 eurodeputati, tra i quali dieci del Pd. Breton evidenzia la mancanza di “sviluppi” nel quadro normativo della Rai “malgrado l’esigenza, menzionata nella relazione” Ue “sullo Stato di diritto 2022 e nell’Osservatorio del pluralismo dei media 2023 di una riforma che permetta alla Rai di resistere meglio ai rischi di influenze politiche e dipendenza finanziaria nei confronti del governo” (Ansa).

 

“All’informazione libera e indipendente, che ogni giorno, in ogni luogo e in ogni ambito, illumina le zone d’ombra per consentirci la formazione di un’opinione consapevole, le istituzioni devono riconoscimento e tutela massima. Perché l’informazione libera e indipendente è l’antidoto alle forme più diverse di disinformazione che in modo massiccio si propalano nei sistemi delle comunicazioni digitali. La sua funzione deve essere quindi garantita, con rinnovato impegno, nelle nuove architetture tecnologiche che stanno ridisegnando i nostri modelli di convivenza rifuggendo ogni tentazione di subordinarla a velleitarie, se non confuse, iniziative di controllo. E i giornalisti devono essere al riparo da ogni forma di intimidazione. L’effettiva libertà di stampa ha valore universale e, in questo ultimo anno, le istituzioni dell’Unione Europea hanno riservato diverse azioni a sostegno dell’indipendenza e della libertà dei media e per la tutela dei giornalisti, insieme alla nuova regolamentazione dello spazio digitale europeo. Sono questioni cruciali per il dispiegarsi, nel tempo nuovo, dei contenuti dell’articolo 21 della Costituzione. Questo – per quanto riguarda il nostro Paese – è sostanziato anche dal necessario sostegno della Repubblica alle relative iniziative editoriali, con la garanzia di parità di accesso al mercato per le imprese, e di rispetto delle regole che riguardano la professione giornalistica” (dall’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia della consegna del ventaglio).

 

Non nascondiamoci che il condizionamento governativo sulla Rai sta assumendo proporzioni pesantissime e forse inedite. Lo vede un cieco, lo sente un sordo. Lo ha ricordato in modo molto soft il Capo dello Stato, ce lo fa presente in modo assai meno morbido la Commissione europea. Ho già avuto l’occasione di bollare come inguardabile e inascoltabile l’informazione politica Rai: un autentico bollettino governativo con tanto di enfasi giornalistica a metà tra l’opportunismo e la faziosità. Penso di avere buona memoria per poter affermare, a dispetto dell’è sempre stato così, che il fenomeno della disinformazione sta assumendo una sistematicità e una incidenza mai raggiunte nella vita democratica della nostra Repubblica. Sintomo e premessa di una deriva democratica innescata dalla destra al potere.

Ma vorrei fare anche un altro discorso. Mentre Giorgia Meloni ostenta i suoi ottimi rapporti con Ursula von der Leyen e tramite essa con l’establishment europeo, non passa giorno che da Bruxelles non arrivi qualche bacchettata diretta o indiretta al governo italiano sulle materie più disparate, dai conti pubblici ai diritti civili, dalle carceri all’informazione. Le risposte italiane viaggiano sul filo del rasoio ora dell’orgoglio stizzito, ora dell’imbarazzo malcelato, ora dell’attacco che (non) funziona da miglior difesa, ora del rinvio ai massimi sistemi relazionali. Non vorrei essere nei panni di Paolo Gentiloni, commissario italiano costretto a fare il pesce in barile alle prese con evidenti difficoltà di carattere politico ed istituzionale.

Non so fino a quando le tensioni nei rapporti con la UE potranno essere ovattati dalle fumose e “flirtose” scorribande europee di Giorgia Meloni. C’è una vera e propria zeppa relazionale: le reiterate bacchettate e reprimende, i baci e abbracci tra i vertici femminili, le aggressive strategie elettorali, le incompatibilità coi partner storici, le simpatie per i partner ultimi arrivati. Alla vocazione storica dell’europeismo l’Italia sta sostituendo l’altrettanto storica inaffidabilità nei rapporti e nelle alleanze. Questa impalcatura fatta di furbizia e opportunismo non potrà reggere a lungo. Non so se saranno gli smacchi sanguinosi del PNRR a smantellarla, non so se saranno le pive nel sacco elettorale del prossimo anno a smascherarla, non so se riprenderà corpo l’insofferenza franco-tedesca nei nostri confronti, non so se l’asse con i sovranisti ci porterà fuori strada, non so se l’Europa si sveglierà e vedrà la nostra inconsistente presenza.

Siamo abituati alla meteorologia politica di stampo nazionale, ma, se allarghiamo la visuale sul futuro italiano a livello europeo, si addensano nuvoloni minacciosi. Saranno sane tempeste con successiva quiete o sarà una quiete tempestosa che ci metterà per lungo tempo ai margini dei processi di integrazione europea?