La tempesta nel bicchiere sessuale

La goccia ha fatto traboccare il vaso?! Magari…Temo invece che il tutto si asciugherà in fretta, anche perché esistono degli aspiratori fenomenali che rimettono in breve le cose a posto.

Il clamore mediatico riservato al recente e sconvolgente femminicidio mi insospettisce. Stiamo parlando troppo e, come si suol dire, le chiacchiere stanno in poco posto. Anche la reazione giovanile nelle piazze e nelle scuole non mi convince. I media poi si salvano la coscienza con qualche spot educativo di maniera, immediatamente seguito da messaggi pubblicitari a furor di culi e tette con tanto di virilità pronta ad intervenire. Sarebbe peggio l’indifferenza, ma esiste l’interesse prezzolato che aggrava la situazione e anche l’attenzione del momento a cui subentra spesso la quiete culturale dopo la tempesta sociale.

Prendiamo ad esempio il discorso della educazione sessuale nelle scuole e non solo nelle scuole. Sarei favorevolissimo anche alla luce delle mie infantili e adolescenziali esperienze. C’è qualcuno che teme, con qualche ragione, di schematizzare e burocratizzare il sesso, facendone una pura materia di studio tra le risatine sporcaccione degli alunni. Qualcuno sostiene che basterebbe insegnare ed apprezzare la cultura e l’arte per creare un antidoto alle degenerazioni maligne: il rapporto fra Renzo e Lucia nei Promessi sposi (già materia di insegnamento) dovrebbe essere una fonte formativa ben più importante di un corso di lezioni psicologiche sui rapporti fra uomo e donna (provate a indovinare chi l’ha detto: Vittorio Sgarbi!). Qualcuno aggiunge che non si deve scaricare sulla scuola il disimpegno della famiglia e l’assenza o insufficienza di tutte le altre agenzie educative. Qualcuno teme che la pezza sia peggio del buco riducendo la sessualità a mera e parziale dissertazione teorica, dopo di che nel concreto entrerebbero in gioco i social, la pornografia, il bullismo, le discoteche a rimettere le cose giù di posto.

Tutto abbastanza vero e sostanzialmente riconducibile ai fondamenti della nostra società. Il sesso è parte integrante e strutturale del sistema in cui viviamo. La pubblicità è tutta basata su di esso: la donna oggetto domina la scena e il maschio, plenipotenziario ma comprimario, la rincorre, la possiede e la getta via dopo l’uso.  Il consumismo ruota attorno al gusto femminile ridotto a frenetica ricerca del sex appeal. I media sono più pornografici della pornografia, propongono subdolamente modelli sessuali accattivanti ma illusori e sbagliati. I salotti televisivi sono uno stimolo per i guardoni ed i curiosoni. Le Tv spazzatura impazzano e hanno il becco di ferro di farsi censori della società in cui guazzano.

O troviamo il coraggio, individuale e collettivo, di reagire a questo andazzo sistemico, altrimenti restiamo comunque prigionieri di un patriarcato riveduto e scorretto in sesso libero, di una parità di diritti sotto le mentite spoglie della parità di difetti, di una pacifica convivenza fra generi che prescinde dai sentimenti e dall’amore in particolare.

Attenzione a non ripetere sul piano psico-sociale l’errore che il marxismo ha fatto su quello politico-economico. La struttura rimane l’economia, la politica può solo contenerne alcune storture, la società sta a guardare a meno che non parta dall’attenzione alla persona. Solo così si può cambiare qualcosa. La nostra Costituzione ha saputo impostare questo discorso: è la bussola giusta! Partiamo sempre e comunque dalle persone e dal rispetto che meritano. Questo è il principio che dobbiamo ficcare in testa ai bambini, non a parole, ma con la testimonianza.

Non facciamo i predicatori sulla famiglia e sulla scuola, perché di prediche se ne fanno anche troppe: tutti ne parlano più o meno a proposito, i politici, i religiosi, i giornali, i sociologi, gli psicologi e chi più ne ha più ne metta, per predicare bene e razzolare male, per illudersi ed illudere che il tutto si possa risolvere con leggi restrittive o liberali, rispolverando rigidi dogmatismi, elaborando analisi dotte, riportando interminabili inchieste etc. etc.

Per concludere questo sconclusionato commento, permettetemi di riferire quanto detto da uno psicologo ad un mio carissimo amico in merito alla credibilità della testimonianza dei genitori nei riguardi dei figli. Lasciamo perdere il fatto se gli psicologi meritino o meno l’attenzione che l’attuale società sta loro riservando. Se posso dire la mia, aprendo una breve parentesi, nutro poca stima nei confronti di tre categorie di esperti, studiosi (no scienziati): psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta. Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano alla elaborazione sistematica dell’ovvio, si limitano cioè a fare una fotografia della realtà. Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.

Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I päron coj che a l’ostarìa con un pcon äd gèss in simma a la tävla i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca’ sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”

Forse sono stato poco “complimentoso”, ma un po’ di verità in quel che ho detto c’è, eccome. Nel caso specifico però quanto “confessato” dallo psicologo al mio amico lo voglio prendere per “buono” non foss’altro per la stima, che nutro nei confronti di tale amico. “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”. Ed è così anche per gli educatori in genere e per tutti coloro che svolgono ruoli di responsabilità a livello sociale. Della serie “fate come faccio e non solo come dico”.

 

 

 

Il grande dittatore e il piccolo democratico

A volte, per segnare marcatamente il distacco con cui seguiva i programmi TV, mio padre si alzava di soppiatto dalla poltrona e, quatto-quatto, se ne andava. Mia madre allora gli chiedeva: “Vät a lét?”. Mio padre con aria assonnata rispondeva quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Era un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”; l’altro risponde: “No vagh a lét” E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

Stando alle cronache, l’incontro al vertice fra Biden e Xi Jinping ha registrato risultati piuttosto deludenti. Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. Grosso modo si è svolto in un clima simile a quello di cui sopra. Non ci mancava altro che la solita gaffe bideniana.

Uno scivolone imprevisto? Dopo le strette di mani, la passeggiata con tanto di scambi di cordialità, le dichiarazioni concilianti e distensive, il pranzo di gala è arrivata anche la coda polemica. Dopo averlo già bollato come un “dittatore” in estate, il presidente Usa Joe Biden ci è ricascato. Il presidente cinese Xi Jinping, ha detto il capo della Casa Bianca nel corso della conferenza stampa, “è un dittatore, nel senso che governa un Paese comunista, basato su una forma di governo totalmente diversa dalla nostra”. Immediata (e irata) la replica cinese. Per il portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning “questo tipo di discorso è estremamente sbagliato ed è una manipolazione politica irresponsabile. La Cina si oppone fermamente”. (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Miele).

Scaramuccia a parte, sembra che il dialogo sia stato finalizzato ad evitare il peggio (peggio di così?!) e non a porre le seppur minime basi per rapporti costruttivi in ordine alla ricerca di assetti pacifici a livello mondiale.

A dettare l’agenda dei due colossi sarà l’instabilità globale. Per Patricia Kim, esperta di Asia al Brookings Institution «le drammatiche crisi in Medio Oriente e nell’Europa dell’Est servono a ricordare a entrambe le parti che, nonostante la feroce rivalità in tutti i settori, né gli Stati Uniti né la Cina beneficiano del caos. Al contrario condividono un forte interesse per un’economia globale stabile». (sempre dal quotidiano “Avvenire” – Luca Miele)

Non so se sia per la complessità e delicatezza della situazione in atto, non so se sia per il basso livello qualitativo dei due leader, non so se sia per la mancanza di visioni strategiche, fatto sta che i due hanno giocato a fare i sordi. E pensare che solo da loro potrebbe venire l’apertura di qualche spiraglio nella ricerca di nuovi ed accettabili equilibri.

Mi viene il sospetto che Stati Uniti e Cina, i due colossi a livello mondiale abbiano entrambi i piedi d’argilla per quanto concerne la loro classe dirigente: il cinese gioca a fare il grande dittatore, l’americano gioca a fare il piccolo democratico.

Non resta che accontentarsi del disgelo, delle strette di mano, di un incontro fine a se stesso. Non so se sia meglio di niente, forse dovevano aspettare di avere concrete reciproche rimostranze da far valere, invece tutto sembra essersi risolto in un confronto educato quanto inconcludente. Speriamo che sia soltanto lo scialbo aspetto esteriore di una diplomazia sotterranea.

E allora viene in mente quell’aneddoto ambientato a teatro: il pubblico rumoreggiava contro il baritono, che, rivolto agli spettatori, osò dire: «Ce l’avete con me? Sentirete il tenore…». Nel caso in questione di baritoni ce n’erano ben due sulla scena mondiale. Quando arriveranno i due tenori? Andrà ancor peggio? Peggio di così!

 

 

 

Qualcosina di sinistra non guasta

Elly Schlein ha rifiutato di partecipare ad un dibattito alla festa di Fratelli d’Italia. Maurizio Landini ha indetto uno sciopero più o meno generale contro la politica economico-sociale del governo così come emergente dalla manovra di bilancio (e non solo).

Finalmente due atteggiamenti di chiara contestazione alla destra sgovernante il Paese. Elly Schlein sta forse provando a fare la donna di sinistra, Maurizio Landini sta faticosamente provando a fare il sindacalista. Sono perfettamente consapevole della relatività dei due fatti, ma proviamo a immaginare il contrario. Se la Schlein fosse andata alla festa di Atreju si sarebbe presa una sfilza di critiche al limite dell’improperio: che razza di sinistra è mai quella che accetta di dialogare educatamente con l’avversario di estrema destra. Se Landini si fosse limitato a protestare senza scendere in piazza gli avrebbero rinfacciato una eccessiva e inspiegabile correttezza politica al limite della timidezza.

Mi auguro che siano due fatti emblematici della volontà di provare a lottare contro questa destra, certo non alla viva il parroco, ma nemmeno alla viva il Parlamento che non esiste. Non basta dire “no”, ma bisogna anche saper dire qualche “no”. Servirà a poco, ma forse a smuovere un pochettino le acque dell’indifferenza e della sfiducia totale.

Come al solito si alzerà il coro dei politologi chic e dei commentatori snob che ritengono non pagante un’opposizione barricadera e ideologica. Ho messo in parata le due posizioni di Schlein e Landini perché una è frutto di chiarezza ideologica e di identità antifascista, l’altra di concreta protesta sui problemi che toccano nel vivo gli italiani. Non credo che gli autori delle due iniziative si siano accordati, ma, tutto sommato, i loro espedienti tattici vanno abbastanza d’accordo. Oltre tutto si potranno fare molte critiche, ma i due personaggi sono sinceri e leali.

Due piccoli segnali che possono spegnersi in fretta, ma che potrebbero anche innescare qualche processo politico virtuoso. Non sono mai stato un fanatico sostenitore della strategia di massa e di lotta, non provengo da quella cultura e da quella storia anche se mi sento sostanzialmente molto più di sinistra di tanti personaggi sulla scena politica e sociale. Mi sembra però giunto il momento di fare qualcosa di sinistra altrimenti andiamo tutti alla festa di Atreju a bere l’amaro calice e non se ne parli più.

Lo sciopero è uno strumento superato e qual è lo strumento moderno di protesta popolare? L’antifascismo è una battaglia vecchia e fuori dal tempo e qual è la battaglia nuova contro il fascismo di oggi?

Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo; a chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “Sit bón äd guidär”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo schèrsot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se po’ suceda quel, at pos dìr dal bagolón”.

Se il potere in mano alla destra dovesse mai portarci in una vera e propria deriva antidemocratica, potremo almeno dare dei bagoloni a quanti oggi lasciano intendere di saper guidare il Paese ed a quanti si lasciano da essi abbindolare.  Soddisfazione magra, ma di alto profilo politico.

I corpi delle ragasse

«L’educazione sessuale e affettiva dei ragazzi è fondamentale, perché oggi l’apprendimento avviene tramite la pornografia, mentre invece sarebbe opportuno imparare il rispetto dell’altro sin dalla scuola elementare, anzi ancora prima, dalla materna». Ne è convinto Mario Puiatti, presidente dell’Aied, l’Associazione italiana per l’educazione demografica che ha lanciato la sua nuova proposta politica.

«Vorremmo che l’educazione affettiva e sessuale diventasse un diritto delle ragazze e dei ragazzi italiani. Raccomandato dall’Oms e previsto nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in Italia questo diritto è tuttora carta morta. Dopo 16 proposte di legge arenatesi in Parlamento, il nostro Paese è l’unico inadempiente in Europa insieme a Cipro, Bulgaria, Polonia, Romania e Lituania.

I ragazzi di oggi si rapportano alle relazioni sessuali ed affettive In modo pessimo. Innanzitutto ne sanno molto meno dei loro genitori e dei loro nonni: gli adolescenti disertano i consultori e si nutrono della pornografia diffusa da Internet. La scuola dovrebbe avere il tema dell’educazione sessuale ed affettiva come materia prevista dal programma scolastico nazionale del ministero dell’Istruzione. Magari potrebbe anche essere una materia facoltativa, ma dovrebbe essere inserita nell’orario scolastico.

La violenza di genere, il dilagare del femminicidio è figlio di una cultura che non è incentrata sul rispetto degli altri. Dobbiamo arginare questa deriva cultuale. Ma non vedo attenzione alle nostre battaglie. (Sono alcuni passaggi di un’intervista pubblicata dal quotidiano “La Stampa”)

La proposta di Mario Puiatti ha assunto purtroppo un significato profetico in quanto, pochi giorni dopo, la fuga dei fidanzati, che aveva suscitato ansia a livello mediatico, ha trovato un tragico epilogo nella morte della ragazza avvenuta con ogni probabilità ad opera del fidanzato: l’ennesimo caso di femminicidio con modalità e motivi ancora da chiarire.

Dopo il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin, la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha lanciato un appello a Giorgia Meloni. “Almeno sul contrasto a questa mattanza di donne e di ragazze, lasciamo da parte lo scontro politico e proviamo a far fare un passo avanti al Paese”, ha detto, sottolineando che “non basta la repressione se non si fa prevenzione. Approviamo subito in Parlamento una legge che introduca l’educazione al rispetto e all’affettività in tutte le scuole d’Italia”.

Se si fosse finalmente sgelata l’attenzione della politica riguardo a questo inquietante fenomeno sarebbe già qualcosa di importante. Tuttavia credo che ci vorrà ben altro rispetto alla pur lodevole introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. Il benaltrismo è un male paralizzante, ma purtroppo penso che il femminicidio sia sintomo e sintesi di un male generale e profondo della nostra società, fondata sui disvalori.

Il sesso viene ridotto a merce di consumo, il corpo della donna a strumento di piacere, le relazioni sentimentali a gioco delle parti, la procreazione a fenomeno da baraccone, i rapporti umani a conflitti di potere, l’educazione a optional rimpallato fra traballanti famiglie e burocratiche scuole, e via di questo passo.

La mina non è esplosa fintantoché la subordinata condizione femminile assorbiva queste contraddizioni relegandole nei diversi retrobottega. Quando si è rotto l’equilibrio basato sulla inaccettabile condizione femminile, tutto è venuto a galla. Lo stesso comportamento della donna emancipata (?) non è in grado di prevenire o almeno arginare il fenomeno, imprigionando la donna stessa in una sorta di paradossale sindrome di Stoccolma a livello sessuale.

Uscirne non sarà facile. È inutile piangere sul latte versato. Ricordando, amaramente e provocatoriamente, un famoso proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, mio padre, tra il serio ed il faceto, diceva invece: “Chi è causa del suo mal pianga me stesso”. Ed infatti c’è molto di cui piangere sugli altri, sulla società, sulla crisi dei vari sistemi educativi, sulla immancabile crisi della politica, ma anche su tutti noi stessi! Tutti portiamo un pezzo rilevante di responsabilità. Non illudiamoci di reprimere finendo col mettere la sporcizia sotto il tappeto. Non pensiamo di lavarci la coscienza con le solite folcloristiche manifestazioni. Non facciamone un punto di scontro sociale e ancor meno politico.  Non facciamo rientrare la soluzione del caso in una edizione riveduta e scorretta del “Dio, Patria e Famiglia”.

E allora? Non lo so. In questa società che uccide le donne, che giustifica le guerre, che rifiuta i disgraziati, che respinge i disperati, mi sento a disagio. Sento e faccio mio il grido dello scrittore russo F. M. Dostoevskij: «No, non voglio partecipare ad un mondo che si costruisce su tanti cadaveri e su tante sofferenze. Restituisco il mio biglietto d’ingresso. Il prezzo è troppo alto!».

Anche perché ne sarò chiamato a rispondere da chi la sa molto più lunga dei politici, dei sociologi, degli psicologi, dei filosofi, degli antropologi. Non ci girerà intorno, come facciamo noi, e mi dirà: “Ho avuto fame e non mi hai dato da mangiare; ho avuto sete e non mi hai dato da bere; ero forestiero e non mi hai ospitato, nudo e non mi hai vestito, malato e in carcere e non mi hai visitato”.

Di fronte ai problemi c’è la tendenza a “buttarla in politica”. Io, da parecchio tempo, la butto in religione, o per meglio dire “in Vangelo”. Pacifista, comunista, integralista cattolico? No, solo un povero cristo che cerca di trovare il bandolo della matassa nel vero e grande Cristo. Con quali risultati? Spero conti soprattutto la retta intenzione mia e l’onnipotenza di chi sa trarre il bene anche dal male.

 

 

La religione del buonsenso

Mia sorella Lucia mi raccontava spesso del suo rapporto con don Raffaele Dagnino, suo confessore e direttore spirituale per diverso tempo, un prete che sapeva essere ad un tempo rigoroso e aperto, radicale e dialogante, laico e sacerdote: se ne possono trovare precisi riscontri nel modo di essere e di comportarsi di Lucia. Una chicca che Lucia amava ricordare, in riferimento alla schietta e profonda religiosità incarnata da questo storico sacerdote, riguardava l’incoraggiamento sui generis fatto ad un’amica a cui era nato un figlio con una piccola imperfezioni fisica. «L’important l’è cal g’abia dal bon sens, ‘na roba ca ne’s compra miga dal bodgär» sentenziò con sano realismo umano e religioso di fronte alle ansie di una madre inquieta.

La partecipazione del cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei nonché vescovo di Bologna, molto vicino alla Comunità di sant’Egidio, chiaramente nella manica di papa Francesco, impegnato in delicate missioni  diplomatiche, alla trasmissione “otto e mezzo” su La 7 correva due rischi: quello di clericalizzare troppo questa sua presenza ad un dibattito a tinte dichiaratamente politiche e quello opposto di laicizzare troppo le sue idee sulle materie in discussione (guerre, emigrazione, riforme costituzionali, etc. etc. ).

Aiutato dal suo appeal umanissimo e cordiale, se l’è cavata egregiamente senza cadere nelle scontate trappole di cui sopra. Non ha rinunciato ad esprimere il proprio spassionato pare sui temi caldissimi, ma usando un approccio intelligentemente dettato dal buonsenso (evangelico) più che dalla dottrina cattolica e dalla diplomazia vaticana.

Si pensi ai rapporti col terrorismo (rimuoverne pazientemente e coraggiosamente le cause e i collegamenti sociali), all’emigrazione (da affrontare in modo sistematico e non sporadico con provvedimenti spot), alla Costituzione italiana (da trattare con i guanti di velluto di accordi larghi e di larghe vedute in continuità con lo stile dei padri costituenti), al Dio-Patria-Famiglia (uno slogan da sminuzzare, idealizzare e approfondire a capitoli separati, facendone operosa sintesi e non propagandistica ispirazione).

Non mi ergo ad interprete ufficiale del cardinal Zuppi e quindi non vado oltre. Lo stile coraggiosamente da lui adottato, quello appunto del “buonsenso”, riesce ad andare umanamente al nocciolo delle questioni su cui poi ognuno può costruire scelte di tipo religioso e politico, lasciando intendere un’opzione per il pluralismo culturale, per il dialogo religioso e per la presenza discreta ma forte della Chiesa-comunità nel mondo contemporaneo.

Qualcuno lo vede come futuro papa, qualcuno come futuro segretario di Stato vaticano, qualcuno come punta di diamante della Chiesa in uscita. Personalmente lo vedo molto bene. Durante un compito in classe di storia mi trovai in difficoltà nel rispondere alla domanda su cosa pensasse di Federico II il sommo poeta Dante Alighieri. Chiesi spudoratamente aiuto a un compagno, che, non potendo dilungarsi per timore di essere ripreso dall’insegnate, continuava a bisbigliarmi: “Pensa bene”. Poco per poter elaborare un capitolo del compito in classe. Me la cavai senza infamia e senza lode.

Se oggi mi chiedessero cosa penso di Matteo Zuppi, senza darmi arie dantesche (mancherebbe altro), ma sfoderando tutto il mio senso critico, risponderei senza esitazione: “Penso molto bene, giorno per giorno sempre più!”.  Cosa farà il cardinal Zuppi da grande non lo so e non lo voglio nemmeno immaginare per non disturbarlo: so soltanto che sta facendo del bene alla Chiesa e alla società tutta.  Grazie!

 

 

Compromessi ai livelli più bassi o più Bossi

In Spagna Pedro Sanchez è riuscito a costruire una coalizione di forze progressiste e autonomiste (inclusa l’ala dura dell’indipendentismo catalano): operazione spericolata (la Lega nord di un tempo era un bijoux rispetto agli attuali interlocutori di Sanchez), tatticamente furba (o spregiudicata?), solo il tempo dirà se strategicamente valida (o destinata a creare confusione). Non ho conoscenza della Spagna e della sua vita politica e sociale, tuttavia la cosa mi ha interessato e mi ha soprattutto indotto a qualche riflessione sul passato italiano piuttosto remoto.

Vado alla fine degli anni ottanta e inizio anni novanta del secolo scorso, vale a dire alla nascita del leghismo nel nostro Paese: un movimento ben più serio rispetto all’attuale Lega. La democrazia cristiana prima e il centro-sinistra poi non hanno colto quanto di positivo poteva esistere all’interno di queste aspirazioni autonomistiche e le hanno immediatamente esorcizzate considerandole una sorta di antistato e di antipolitica. Non hanno tenuto aperto nessun canale di dialogo, preferendo guardarsi conflittualmente l’ombelico (non hanno ancora smesso), finendo col regalare il leghismo a Berlusconi prima e alla destra estrema poi.

La Lega ai suoi albori non era un movimento catalogabile tout court di destra, era certamente un interlocutore scomodo e provocante, ma tutto sommato interessante. Non era, come ebbe a dire Massimo D’Alema, una costola tolta alla sinistra, ma un certo qual collegamento con la sinistra poteva averlo.

Invece il leghismo bossiano venne regalato a Silvio Berlusconi che ne fece pian piano un sol boccone, utilizzando la sua arma migliore, vale a dire “i soldi”, e lo asservì a un disegno di regime, che ben poco aveva a che fare con le spinte a livello idealità-opportunità di un nord in vena di orgogliosa autonomia e di slancio imprenditoriale.

Dopo le prime ammirevoli resistenze bossiane la Lega finì nel tritacarne berlusconiano, perdendo progressivamente identità e intento “rivoluzionario”: forse Umberto Bossi aspettava qualche cenno da sinistra che, a torto o a ragione, non arrivò mai. La Lega, perdendo il nord nella denominazione, ha finito giorno dopo giorno col rimanere prigioniera di una destra clerico-affaristica prima e clerico-neofascista poi. Della spinta iniziale non sono rimaste che le intemperanze mal condotte da un Matteo Salvini in cerca di spazio politico sempre più risicato e inquietante.

È pur vero che la storia non si fa con i se e con i ma, tuttavia se la sinistra avesse provato a tener aperta una finestra di dialogo, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. Ci hanno provato i grillini con lo sciagurato patto del primo governo Conte, ma era tardi: alla Lega serviva un partner politicamente e socialmente affidabile e non una brutta copia a base di antipolitica. Al M5S non poteva bastare un interlocutore meramente tattico e programmaticamente sconclusionato. Andò a finire come ben sappiamo.

Ora Matteo Salvini interpreta senza dignità la parte di servo sciocco di Giorgia Meloni, forzando la mano a quanti nella Lega mantengono, nonostante tutto, una certa vocazione sociale, un collegamento territoriale e un relativo senso di responsabilità. Mi riferisco, tanto per non fare nomi, ai Giorgetti, agli Zaia ed ai Fedriga. Il leghismo è ridotto a mero e velleitario rivendicazionismo regionale sul piano istituzionale (autonomie rafforzate), a sbracata contestazione sul piano sociale (lotta dura all’immigrazione) e a inconcludente posizionamento politico (perdita graduale di consensi a favore di FdI).

La sinistra nel 2001 ha provato a togliere la terra sotto i piedi al leghismo con la riforma-pateracchio costituzionale del Titolo V della Costituzione, che ha riscritto appunto il Titolo V, modificando l’assetto del governo territoriale e sovvertendo i tradizionali rapporti tra Stato centrale ed enti periferici. Tentativo fallito sul piano istituzionale e politico a giudicare dal casino sopravvenuto nei rapporti centro-periferia e dall’imperterrita addirittura crescente verve anti-costituzionale della destra.

Ormai la frittata pseudo-indipendentista è fatta ed è diventata il piatto compromissorio per un autentico salto nel buio di una riforma istituzionale senza capo né coda e con tanti rischi per la democrazia parlamentare. La destra trascina irrimediabilmente la Lega nel gorgo con il masochistico assenso salviniano.

In casa socialista spagnola ci puzza di compromesso ai livelli più bassi (staremo a vedere…), mentre in Italia a suo tempo si sarebbe potuto provare un compromesso ai livelli più Bossi.

 

 

Le ragioni anti-belliche di un aspirante pacifista

L’attacco israeliano ad un ospedale situato nella striscia di Gaza riporta tragicamente in primo piano il discorso sulla legittimità del comportamento israeliano in questa guerra contro Hamas, che purtroppo finisce con l’essere contro il territorio palestinese sostanzialmente raso al suolo e contro la popolazione palestinese costretta a morire, a soffrire situazioni pazzesche o, nella migliore delle ipotesi, a sloggiare.

Aleggiano due questioni più pretestuose che delicate.  La prima riguarda i limiti che dovrebbe avere una guerra: non colpire obiettivi e persone civili. Come si faccia a fare queste distinzioni è cosa tragicomica. Ho sempre pensato che in guerra – ed è uno dei motivi che la rende assurda e malefica – tutto finisca con l’essere lecito. È la guerra in sé ad essere illecita, qualsiasi tipo di guerra.

Certo che gli israeliani non stanno andando molto per il sottile. Un po’ di moderazione, consigliata persino dall’alleato statunitense, non guasterebbe. Ma c’è sempre pronta la scusa del terrorismo sottostante: anche sotto gli ospedali ci sarebbero i terroristi. E allora è sempre tutta e comunque colpa di Hamas.

E poi viene la seconda domanda: lo Stato di Israele non ha diritto di difendersi? Guai a mettere in discussione questo assioma. Ebbene qualcuno sul punto si permette di sollevare qualche dubbio.  Dopo i ripetuti appelli da parte delle Nazioni Unite ad un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza, sono arrivate anche le parole della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, l’italiana Francesca Albanese, secondo la quale Israele fa riferimento “ad un inesistente diritto all’autodifesa”.

Secondo la giurista specializzata in diritto internazionale umanitario, la comunità internazionale sta “fallendo in modo colossale” nella risposta al conflitto tra Israele e Hamas. La relatrice speciale ha aggiunto che “gli Stati membri, specie in Occidente, restano ai margini, sussurrando parole inaudibili di condanna, o restano in silenzio per paura di ledere l’autoproclamato diritto di Israele all’autodifesa. Secondo il diritto internazionale, Israele ha il diritto di proteggersi, ma non di intraprendere una guerra”.

Come minimo mi sembra che Israele si stia rendendo colpevole di eccesso doloso in legittima difesa. Ma allora torniamo daccapo. Come si fa a mettere dei limiti ad una vera e propria guerra? In fin dei conti tutte le guerre sono di offesa e/o di aggressione. Mi sovviene quanto diceva un mio simpatico cugino a proposito della morte per tumore (un brutto male come si suole dire): “Am piazris savér chi è ch’è mòrt d’un bél mäl!?”. Io giro la domanda: “Mi piacerebbe sapere qual è una guerra giusta e doverosa!?”.

Mio padre, di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia, si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Bisognerebbe portare i vomitevoli, pretenziosi e lagnosi teorici del diritto alla guerra difensiva a dare una sbirciatina alla striscia di Gaza per vedere se dopo saranno ancora così sicuri e tranquilli nel loro realismo bellico (meglio ancora se ci avessero fatto una capatina prima che scoppiasse l’attuale conflitto…).

So perfettamente che qualcuno mi chiederà: con queste teorie non ci sarebbe stato il Risorgimento e nemmeno la Resistenza. A parte che non ci vedo molte analogie con l’attuale comportamento israeliano, bisognerebbe sforzarsi di prevenire a tutti i costi situazioni che rechino necessità estreme di ricorso alle armi. Ed è proprio quello che l’Occidente democratico non ha fatto e non sta facendo (sarebbe meglio tardi che mai) per i rapporti fra palestinesi e israeliani.

L’indiscutibile e definitiva motivazione alla mano pesantissima degli israeliani sarebbe il reagire al terrorismo, che peraltro se la ride perché è proprio quel che vuole. La lotta al terrorismo e la reazione violenta ai suoi attacchi furiosi coprono tutto e rendono tutto plausibile. Hamas si è resa colpevole di atti incredibilmente assassini, ma i suoi adepti hanno in mano due pazzeschi jolly: non hanno paura di morire e vogliono portare la situazione a guerra totale ed infinita, strumentalizzando certe situazioni di indubbia ingiustizia e debolezza sociale. Fare guerra al terrorismo è come illudersi di vuotare il mare. Dalle onde ci si difende in altro modo. Lo ha capito persino Biden su autorevole suggerimento di Obama.

Ma i politici e commentatori nostrani sono più filoisraeliani di Biden. Si nascondono dietro i sensi di colpa della shoah, non capendo che, così come stiamo facendo una guerra mondiale a pezzi (lo dice il Papa), stiamo supportando e alimentando una shoah sparsa nel mondo (lo dico io).

 

 

 

 

Il nodo giorgiano

Ho tentato di considerare da tutti i punti di vista le motivazioni che possono avere spinto il premier Giorgia Meloni ha “imporre” al Parlamento la riforma costituzionale su cui si sta discutendo.

Era nel programma elettorale dei partiti di governo: non è vero, c’era l’elezione diretta del capo dello Stato a cui, strada facendo, si è sostituita l’elezione diretta del premier. Oltre tutto nel programma di governo c’era ed è in fase di avanzata approvazione l’attribuzione di autonomia differenziata e rafforzata alla Regioni, che fa a pugni con i maggior poteri al premier eletto dal popolo: si tratta infatti di un compromesso di basso profilo tra Lega e Fratelli d’Italia.

Soddisfa l’esigenza di stabilità governativa: non è vero ed è vero semmai il contrario in quanto, se va in vera e profonda crisi l’alleanza di governo, altro non si potrebbe fare che ricorrere alle elezioni alla faccia della stabilità, che non è la causa del buon funzionamento del sistema istituzionale, ma l’effetto del buon funzionamento del sistema politico.

Conferisce al popolo il potere di scegliere i propri governanti: ogni democrazia degna di tale nome parte dal potere del popolo, ma ciò non significa necessariamente potere diretto e assoluto. Infatti, laddove il capo del governo è eletto direttamente dal popolo col rischio di farne un vero e proprio plenipotenziario, esiste una serie di contrappesi che garantiscono un certo equilibrio democratico, mentre in Italia il Parlamento diventerebbe pura cassa di risonanza del governo e il Presidente della Repubblica mero notaio della stipula del rogito fra popolo e premier.

Eliminerebbe il rischio di governi tecnici: innanzitutto i governi sono tutti politici dal momento che si reggono sul voto di fiducia del Parlamento e vengono scelti e incaricati dal Capo dello Stato; se nella compagine governativa in certi momenti storici prevale la qualificazione tecnico-professionale del premier e dei ministri, ciò può essere una occasione per governare in modo meno fazioso e più competente.

Affrancherebbe il sistema politico-istituzionale dalla prepotenza dei partiti: discorso pericolosissimo. Senza partiti non c’è democrazia né diretta né rappresentativa. C’è il populismo in agguato. Forse si vuole commutare l’astensione dal voto con la partecipazione ad un voto drogato e illusorio: una sorta di referendum sul premier. Se fosse così, stiamo rischiando grosso.

Garantirebbe maggiori poteri al presidente del Consiglio: nella attuale configurazione ne ha anche troppi, il problema è quello di saperli esercitare all’interno del governo stesso, nei confronti del Parlamento, nei rapporti con gli altri organi istituzionali, nel rispetto della sovrana volontà popolare. E questa è una questione di adeguatezza della classe dirigente. Non è questione di poteri, ma di capacità politica.

Non vedo quindi motivazioni plausibili in quelle apertamente dichiarate e allora mi permetto di fare qualche processo alle intenzioni. C’è una smodata voglia di piantare le radici a Palazzo Chigi e l’unico vero e concreto ostacolo è il Presidente della Repubblica: questo è il nodo gordiano che la Meloni, emulando Alessandro Magno, vuole troncare con un fendente costituzionale.

C’è una seconda interpretazione: quando il gioco si fa difficile e la possibilità di perdere diventa piuttosto consistente, è il momento di provare a cambiare le regole del gioco stesso. In mezzo a enormi problemi socio-economici, in mezzo a contrasti di maggioranza, in mezzo ai problemi internazionali dell’emigrazione e delle guerre, è opportuno sviare l’attenzione generale e battere un pugno sul tavolo.

A tutto c’è un limite: gli italiani cascheranno nel tranello o avranno un rigurgito di dignità? Toccare la Costituzione è sempre stato rischioso e i cittadini hanno sempre reagito con una certa veemenza a chi la vuole stravolgere. Temo che la situazione generale sia talmente ingarbugliata da rendere impossibile una reazione popolare. I media sono addomesticati, l’opposizione è debolissima, i sindacati traballano. Non resterebbe che attaccarsi alla Costituzione. Sì, ma quale? Quella frutto del compromesso ai più alti livelli, stipulato dopo la Resistenza, basato sull’antifascismo e sugli ideali di democrazia, rispetto della persona e giustizia sociale. Non certo quella dell’antiriforma meloniana.

 

 

 

Il ferro da stiro sindacale

Eravamo nei primi mesi del 1969, avevo in tasca un fresco e brillante diploma di ragioniere, avevo appena incominciato a lavorare al centro elaborazione dati della Barilla, ero stato assunto in prova, c’era lo sciopero generale di solidarietà per i dipendenti della Salamini, azienda che stava per fallire. Ricordo con emozione il caso di coscienza che mi si poneva: aderire allo sciopero comportava qualche rischio non essendo ancora dipendente a titolo definitivo, gli stessi sindacalisti interni mi avevano concesso di comportarmi liberamente, i colleghi anziani facevano strani discorsi sull’opportunità di uno sciopero a loro avviso inutile, gli impiegati più scettici temevano di danneggiare ingiustamente la Barilla per colpa della Salamini. Credevo nel sindacato, nella solidarietà tra lavoratori, nello sciopero come diritto e come strumento di lotta, mi importava dei lavoratori della Salamini i quali stavano rischiando il loro posto e non mi preoccupava il fatto di creare problemi al mio datore di lavoro. Alla fine andai a lavorare col “magone” dribblando il cordone sindacale posto all’ingresso della fabbrica. In un certo senso aveva vinto l’egoismo anche se gli stessi sindacalisti non avevano preteso da me un atto di coraggio.

Mi è tornato alla mente questo piccolo episodio della mia vita in concomitanza con la riproposizione del dibattito sull’arma dello sciopero. Non mi interessa rivangare quella passata vicenda, ma sento il dovere di tornare, tramite essa, su un argomento storicamente usato dai reazionari per squalificare le battaglie sindacali bollandole come iniziative velleitarie ma soprattutto disfattiste. C’è in ballo la proclamazione da parte di CGIL e Uil di uno sciopero generale contro il governo. Il Garante ha sollevato eccezioni riguardo alla natura di questo sciopero ed alle sue modalità. Il governo si è detto pronto ad intervenire, emanando precettazioni a raffica (evviva il dialogo con le parti sociali…).

L’intervista rilasciata dal noto giuslavorista professor Pietro Ichino al quotidiano “La Stampa” mette tuttavia correttamente e intelligentemente il dito sui punti controversi, vale a dire i rapporti tra diritto di sciopero e diritto al lavoro, tra iniziativa sindacale e rappresentatività dei sindacati, tra efficacia dello strumento dello sciopero e oggetto onnicomprensivo della protesta, tra autonomia sindacale e posizionamento politico dei partiti, tra intolleranza governativa e dialogo con le parti sociali.

Nel momento storico che sta vivendo il Paese credo non sia il caso di sottilizzare, ma di valutare realisticamente come la protesta dei lavoratori debba trovare comunque uno sbocco democratico e come la piazza debba farsi sentire per evitare il peggio che si va profilando.

A tale proposito ricordo una gustosa barzelletta di quel tale che scopre la moglie a letto con l’amante e preso dalla rabbia la uccide usando un ferro da stiro. Al processo il giudice chiede conto all’imputato del perché avesse usato un corpo contundente così spropositato. Al che l’uomo risponde con estrema sincerità e grande sarcasmo: “Parchè l’era adrè ciapär ‘na brutta pìga”.

Può darsi che lo sciopero generale sia uno strumento esagerato, ma bisogna comunque tenere conto che la politica governativa sta veramente prendendo una gran brutta piega. Voglio però essere obiettivo e ammettere che restano i rischi che intravedeva mio padre e di cui bisognerebbe tenere conto, anche perché non vorrei che lo sciopero più o meno generale nascondesse prevalentemente l’ansia dei sindacati volta a recuperare consenso dopo un lungo letargo.

«I gh’ la fan» diceva mio padre fra sé, seduto davanti al video, ma in seconda fila, come era solito fare, per dare libero sfogo ai suoi commenti al vetriolo senza disturbare eccessivamente. Stavano trasmettendo notizie sulle battaglie sindacali a tappeto. Mi voltai incuriosito, anche perché, forse volutamente, la battuta, al primo sentire piuttosto ermetica, si prestava a contrastanti interpretazioni. «Co’ vot dir? A fär co’?» chiesi, deciso ad approfondire un discorso così provocatorio e intrigante. «A ruvinär l’Italia!» rispose papà in chiave liberatoria, sputando il rospo. Badate bene, mio padre era un antifascista convinto, di mentalità aperta e progressista, un tantino anarchico individualista: tuttavia amava ragionare con la propria testa e si accorgeva come a volte la strategia sindacale esageri ed esasperi le situazioni rendendole troppo conflittuali e poco costruttive.

Qualcuno penserà che stia dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Sono soltanto portato a ragionare e a riconoscere la legittimità e l’opportunità di questa pesante iniziativa sindacale senza però illudermi sui suoi risultati in un momento così complicato e delicato. In conclusione, ripiegando sul vernacolo romanesco di Trilussa, quanno ce vo’ ce vo’.

 

 

Le bombe parolaie di Salvini

“Israele, Salvini show contro il business del terrorismo. Bordata ad Amnesty international”.

È il titolo del quotidiano “Il Tempo” che introduce la cronaca dell’intervento del ministro e vice-premier Matteo Salvini al 34esimo Congresso Nazionale della Federazione delle Associazioni Italia – Israele. Ho avuto la sfortuna di ascoltarlo in diretta (stavo facendo la doccia in compagnia di Radio Radicale). Non dedico nemmeno una parola al contenuto collocabile a metà strada tra il demenziale e il ridicolo e mi concentro invece sull’acrobatica inopportunità di questo intervento che oserei definire “tira-bombe”.

Siamo infatti nel campo della più assoluta e rischiosissima irresponsabilità di chi soffia sul fuoco per ricavarne chissà quale vantaggio personale, di partito o di Stato. Salvini non era al bar di via Sellerio, ma rappresentava, volenti o nolenti, il governo italiano e non poteva lasciarsi andare a parole in libertà. C’è di mezzo una sanguinosa guerra, si tratta di enormi problemi che non possono essere affrontati con la più provocatoria delle superficialità, mettendo il Paese a rischio e pericolo di sconsiderate reazioni terroristiche.

Ma chi crede di essere questo signore per sparare impunemente cazzate a raffica sullo scenario internazionale?  Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente reattivo di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Il tono salviniano è comunque inaccettabile: purtroppo chi alza la voce molto spesso lo fa per coprire il proprio vuoto di idee. Quando ciò avviene in capo a politici investiti di alte funzioni pubbliche, tutto diventa ancor più grave, inaccettabile e rischioso.

L’Italia nei confronti del mondo arabo-israeliano si è sempre distinta per senso di equilibrio e per atteggiamento diplomaticamente volto a considerare le ragioni degli uni e degli altri e, pur rimanendo in linea con la collocazione italiana nel mondo democratico occidentale, senza schierarsi aprioristicamente e faziosamente da una parte. Salvini butta via tutto questo storico patrimonio per un polemico piatto di voti. Il suo è un comportamento che grida vendetta al cospetto della storia e della cultura politica del nostro Paese. Speriamo che i discorsi di Salvini non arrivino alle orecchie dei terroristi di Hamas o dei loro simpatizzanti sparsi nel mondo e da essi non partano vendette e rappresaglie. In fin dei conti è quello che cercano e Salvini sta loro offrendo su un piatto d’argento insanguinato i pretesti per attaccare anche l’Italia. Forse non se ne rende conto e allora veda di cambiare mestiere e, se dovesse mai rendersene conto, abbia la compiacenza di cambiare tono e registro per il bene del Paese.

“Io parlo solo con persone sobrie”, disse Matteo Salvini nel 2018 a proposito del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Il ministro aggiunse che “le famiglie non hanno figli di serie A e serie B”, dopo le frasi del presidente dell’Ecofin che aveva paragonato l’Eurozona a una famiglia. E pensare che Juncker, a prescindere dagli schieramenti politici, era indubbiamente un amico dell’Italia, che più volte aveva difeso la non facile situazione del nostro Paese a livello europeo. Attaccarlo e offenderlo era il massimo dell’idiozia politica e prima ancora umana! Se ubriachezza era, non era certo molesta nei nostri confronti.

Secondo Salvini, Juncker era un ubriacone e non si limitava a pensarlo, ma lo diceva apertamente. Mi sovviene una barzelletta avente come protagonista Stopàj, lo storico personaggio di Parma: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona, ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!». Mettiamo, provocatoriamente e al limite dell’offensivo, Juncker (spero che non me ne vorrà) al posto di Stopaj e Salvini nelle vesti della donna brutta (lui è brutto politicamente parlando).

Ora è la volta di Amnesty International: «Dobbiamo scoperchiare il tema dei finanziamenti delle organizzazioni internazionali. Facciamo nomi e cognomi, Amnesty international». Mi chiedo: è il momento di scagliare simili sassi in piccionaia? Chi era e chi è ubriaco? Non stupiamoci poi se in risposta dovesse arrivare qualche bomba da ben altra piccionaia…