I complimenti Pelosi

«È molto brava, nella sua visita a Washington ha fatto a tutti un’ottima impressione». In particolare, «per la sua cautela verso la Cina, la sua collaborazione con l’Unione europea, le sue posizioni sull’Ucraina». A parlare è la speaker emerita della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, icona dei Dem Usa, simbolo della resistenza liberal al Partito repubblicano versione Trump, idolo della Sinistra italiana. Oggetto dei complimenti, la premier Giorgia Meloni, che la medesima sinistra italiana e certa stampa continuano a dipingere all’estero come un pericolo per la democrazia. Una conferma dell’intelligenza politica di Pelosi e, per chi ancora non se n’è fatta una ragione, del solido legame costruito dalla premier con l’Amministrazione democratica di Joe Biden e, più in generale, del rapporto di fiducia che è stato ricostruito con gli Stati Uniti, dopo le sbandate filo cinesi e filo russe dei Governi Conte. Pelosi, che aveva incontrato personalmente Meloni a Washington, in occasione della visita della premier al Congresso Usa, ha pronunciato i suoi complimenti alla presidente del Consiglio a Venezia, in occasione della Mostra del cinema, ospite d’onore di un premio internazionale. (dal quotidiano “Il giornale”)

Quel che pensano gli americani della politica italiana non mi interessa anche se mi ha sempre spaventato. “Lei la pagherà cara” disse Kissinger o qualcuno del suo entourage ad Aldo Moro in riferimento alle sue aperture al Partito comunista. Sbagliava Moro, no! Sbagliavano gli americani. Ragion per cui se fossi in Giorgia Meloni non mi farei grosse illusioni. Di politica gli americani non capiscono un accidente, basti pensare al loro inossidabile trumpismo. Probabilmente però fra ignoranti e incompetenti ci si intende a meraviglia.

La forzatura polemica del parallelismo tra i democratici Usa e la sinistra italiana suscita più ilarità che fastidio. Ognuno deve fare i conti con la propria storia, nessuno ha la verità in tasca, men che meno Nancy Pelosi, pur con tutto il rispetto possibile e immaginabile. Tutto sommato la considerazione statunitense per Giorgia Meloni mi conferma nel mio giudizio negativo sulla premier italiana. Avere i complimenti americani non è un titolo di merito, ma un segnale d’allarme.

A proposito di sbandate Giorgia Meloni non è seconda a nessuno: sta regolarmente rimangiandosi tutto quanto detto in passato in politica interna ed internazionale. L’unica cosa che stenta a rimangiarsi è la fedeltà al neofascismo. Ognuno interpreta la coerenza a suo modo.

Attenzione però, perché le situazioni cambiano in fretta: anche Silvio Berlusconi sembrava protagonista incontrastato dei rapporti internazionali, salvo crollare proprio su questo terreno scivoloso.

Il Dc9 dell’Itavia precipitato vicino a Ustica il 27 giugno 1980 è stato abbattuto da un missile francese. Lo sostiene, in un’intervista a Repubblica, l’ex premier Giuliano Amato. “Era scattato un piano per colpire l’aereo sul quale volava Gheddafi – racconta – ma il leader libico sfuggì alla trappola perché avvertito da Craxi. Adesso l’Eliseo può lavare l’onta che pesa su Parigi”. “Dopo quarant’anni le vittime innocenti di Ustica non hanno avuto giustizia. Perché continuare a nascondere la verità? È arrivato il momento di gettare luce su un terribile segreto di Stato. Potrebbe farlo Macron. E potrebbe farlo la Nato. Chi sa ora parli: avrebbe grandi meriti verso le famiglie delle vittime e verso la Storia”, afferma Amato nell’intervista, sottolineando che “la versione più credibile è quella della responsabilità dell’aeronautica francese, con la complicità degli americani. Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. Il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”. (Ansa.it)

Avrà il coraggio Giorgia Meloni di sollevare questo caso non solo con i francesi, ma anche con gli americani? Se lo facesse godrebbe ancora della simpatia statunitense dietro cui sta nascondendo tutte le sue magagne passate e presenti?

Cosa direbbe Giorgia Meloni se un redivivo Trump alla Casa Bianca ripristinasse un buon rapporto con la Russia di Putin? Dovrebbe imbastire una delle sue storiche giravolte. E allora? Smorziamo sul nascere i reciproci facili entusiasmi e pensiamo all’Italia, che ha sempre tenuto un buon rapporto con gli Usa, ma a schiena diritta e senza farsi tirare la volata. Aldo Moro docet! Lui ha pagato cara la sua lungimiranza di statista, mentre Giorgia Meloni non potrà che raccogliere tempesta dopo aver seminato il vento dell’opportunismo, del populismo e del sovranismo.

 

 

Il medico e i mediconi

Sergio Mattarella, nella spontanea esibizione dei suoi gesti e delle sue parole molto significative ed emblematiche, sembra disegnare e proporre un’altra Italia rispetto a quella emergente dall’azione dell’attuale governo, ma anche dal quadro politico complessivo.

Raccogliendo per certi versi l’eredità di Sandro Pertini e di tutti i suoi predecessori, riesce a rappresentare ed interpretare, immediatamente e senza alcun intento strumentale o retorico, l’umore dei cittadini di fronte agli accadimenti più inquietanti e problematici. Mentre le reazioni governative puzzano di demagogia, le sue sono sempre dettate da sincerità e semplicità e risultano coerenti e credibili. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti.

Quante volte sembra quasi che gli interventi del Presidente Mattarella tendano a correggere o almeno a rendere compatibili con la storia italiana e riportare nei giusti limiti istituzionali le posizioni interne ed internazionali del governo e dei suoi ministri. Talora sembra quasi dare la dritta, in certe occasioni traspare un intento censorio, sempre e comunque nel rigoroso rispetto delle proprie prerogative costituzionali ed istituzionali. Per dirla con parole un po’ enfatiche, con Mattarella la politica torna a respirare con i polmoni giusti e a far respirare anche i cittadini che, con lui, tirano un sospiro di sollievo.

Non so quanto di tutto ciò appaia e quanto rimanga sotto traccia, fatto sta che l’impronta di Mattarella c’è, si vede, si sente e si apprezza. Mi sono chiesto più volte a cosa sia dovuta la sintonia del Paese con la sua azione, dal momento che a livello elettorale i cittadini italiani tendono a prendere strade molto diverse da quelle riconducibili al Presidente della Repubblica. Basti pensare alla bocciatura nelle urne dell’esperimento Draghi apparentemente accolto a braccia aperte dagli italiani salvo cestinarlo col voto politico a distanza di pochissimo tempo.

Evidentemente gli italiani non riescono, per colpa soprattutto della debolezza del sistema partitico, a tradurre l’ammirevole ed ammirato stile mattarelliano in scelte politiche. Sembra quasi che dal salotto buono gestito dal Capo dello Stato in cui si sentono a loro agio, ad un certo punto si allontanino alla ricerca prodiga dei bar in cui esprimere i loro istinti repressi e sfogare le loro intemperanze. Non vorrei che ci fosse una sorta di riserva mentale: proviamo a fare di testa nostra, semmai interverrà Mattarella a mettere a posto le cose. Atteggiamento infantile e pericoloso! Penso che anche all’estero vedano queste nostre incongruenze e se ne rammarichino.

La comica finale veniva proiettata alla fine di un film drammatico, avventuroso o sentimentale, per alleggerire la tensione emotiva e riportare la situazione alla pace dei sensi. Non voglio esagerare, ma il governo di centro-destra sembra essere la comica finale messa in scena dopo le vicende drammatiche, a volte tragiche, del nostro Paese.

Ci sono due modi per affrontare le contingenze dolorose della nostra società: la ricetta Mattarella, fatta di equilibrio, buonsenso, rispetto e dialogo; la terapia d’urto Meloni, fatta di elettroshock, salassi e cure d’assalto. Gli italiani stanno preferendo, pur tra mille contraddizioni, i mediconi di turno, che alla lunga fanno le piaghe puzzolenti, ai medici prudenti che coniugano guarigioni e sacrifici. Il primario ospedaliero è Sergio Mattarella, ma noi preferiamo i protocolli terapeutici dei praticanti (meglio dire praticoni) magari addirittura senza laurea in medicina.

Su MicroMega Daniele Barni titola così un suo apprezzabile, acuto e provocatorio pezzo: “Persi per strada: le parabole discendenti dei politici di sinistra”, e presenta una sfilza di grandi contraddizioni dei politici della sinistra italiana, che continuano ad abbandonare gli ideali di sinistra per vantaggio personale. Al termine dell’articolo scrive: “Desidero concludere, invece, con due esempi alti: Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Alla scadenza del loro mandato al Quirinale, dopo aver giurato e spergiurato di non voler essere rieletti, dopo aver fatto circolare foto con i bagagli già inscatolati, dopo aver considerato che sarebbe stato dannoso per le istituzioni repubblicane un ulteriore mandato, immancabilmente si sono fatti rieleggere. Eppure, su quasi sessanta milioni di italiane e di italiani ce ne saranno stati uno o una degni della carica. Quale esempio hanno offerto? Quale valore adesso ha la loro parola? Perché l’avranno fatto? Mistero”.

Mi sembra un attacco ingeneroso, infondato e inopportuno: meno male che Mattarella, con obiettività e correttezza, è rimasto al suo posto a portar croce e a cantar messa, ad elaborare il controcanto ad una politica incompetente, inconcludente, presuntuosa e pericolosa, a proporre un’altra Italia rispetto a quella di un governo nostalgico, impiccione e incapace, a fare opposizione al posto di una sinistra che non riesce a svolgere il suo ruolo nelle istituzioni e nelle piazze.

 

Il governo Meloni dalla cintola in su

Di fronte ad un neonato gli atteggiamenti tipici e ricorrenti sono due: la spasmodica e quasi maliziosa ricerca delle somiglianze e l’ansiosa previsione del futuro. A chi assomiglia? Cosa farà da grande? Mio padre, in merito alle somiglianze, di me diceva: «Al m’ somilia da chi in zo!» segnando la cintola dei pantaloni.

Le misurate ed equilibrate esternazioni del ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, esponente di rilievo della Lega, lo rendono somigliante al leader leghista Matteo Salvini dalla cintola in giù. Non so se sia l’effetto prolungato della partecipazione al governo Draghi, non so se si tratti dell’adesione alla visione più economicistica, territorialistica e razionalistica della Lega, non so se Giorgetti abbia in testa una tattica alternativa rispetto agli attuali equilibri politici, non so se faccia la parte del poliziotto buono rispetto a quello cattivo impersonificato da Salvini, fatto sta che Giorgetti assomiglia più a Draghi che a Salvini, più a Carlo Calenda che a Lorenzo Fontana, financo più a Renzi che a Giorgia Meloni (non è un caso che proprio Matteo Renzi abbia profetizzato vita breve al governo a causa dei gravissimi problemi di bilancio).

Intendiamoci bene, non è che il ministro dell’economia stia dicendo cose straordinarie e rivoluzionarie rispetto all’impostazione dell’attuale governo, sta solo cercando di ragionare e di ragionare con la propria testa (con le arie che tirano non è poco!). Mi sembra che smorzare i facili entusiasmi innovatori sia doveroso alla luce della situazione dei nostri conti pubblici; che in riferimento al PNRR occorra fare presto, ma anche e soprattutto fare bene a costo di qualche rinuncia è una lapalissiana affermazione più di principio che di politica; che occorra riportare i rapporti con l’Unione Europea ad un confronto serio e pacato sulle linee di finanza pubblica mi sembra un proposito molto ben mirato e calibrato.

Forse si sta delineando uno sdoppiamento governativo fra linea dura dell’asse Salvini-Alemanno e linea morbida dell’asse Giorgetti-Crosetto. Non è solo questione di toni più o meno accesi e propagandistici, ma di stile e programmi di governo. In mezzo a questo crocevia si colloca la sempre più imbarazzata premier, che si trova costretta a tenere i piedi contemporaneamente negli scarponi demagogici, populisti e sovranisti e nelle scarpine eleganti e classiche dell’europeismo, del moderatismo e del conservatorismo.

A fare la parte del vigile inconcludente c’è Antonio Tajani, vedovo inconsolabile e impresentabile di Silvio Berlusconi. Anche per lui potrebbe funzionare la metafora ironica da cui sono partito. Forza Italia senza Berlusconi non esiste e si vede e forse questo seppur modesto bacino elettorale può fare una certa gola all’ala moderata di Lega e Fratelli d’Italia, che magari stanno pensando ad una problematica riedizione della Casa delle libertà semmai ribattezzata “condominio dei ragionevoli”. Anche Matteo Renzi, nella sua (in)comprensibile smania di galleggiamento, ci sta probabilmente facendo un pensierino.

Tornando a Giorgetti da tempo mi sono chiesto cosa ci stia a fare dentro la Lega se non il moderatore abbastanza intelligente ma, in fin dei conti, inconcludente. Non fu così ai tempi della nascita del governo Draghi, ma poi… Potrebbe anche non essere così di questi tempi, ma sarà una gara dura: l’ala pragmatica e ragionevole del nord (vedi soprattutto Luca Zaia) è territorialmente e socialmente forte, chissà…

Per ora accontentiamoci di una flebo di buonsenso fatta ad un governo insensato. Potrà sortire qualche effetto miracoloso? Solo per intercessione di san Mattarella in combutta coi santi protettori dell’Europa (quelli veri, san Benedetto, santa Caterina, santa Brigida, i santi Cirillo e Metodio, santa Teresa Benedetta della Croce: sono tanti anche perché il loro compito è molto complicato).

 

Il mondo non inizia e non finisce a Kiev

Venerdì 25 agosto, nell’ambito dell’Incontro panrusso dei giovani cattolici tenutosi a San Pietroburgo, nella Basilica intitolata a Caterina d’Alessandria, si è tenuto un incontro in teleconferenza con Papa Francesco. Il pontefice, prima della benedizione, ha concluso l’incontro rivolgendo queste parole ai ragazzi accorsi da tutto il paese per udirne il messaggio: «Non dimenticate mai il vostro retaggio. Voi siete gli eredi della grande Russia: la grande Russia dei santi, dei governanti, la grande Russia di Pietro I, Caterina II, quell’impero – grande, illuminato, [un impero] di grande cultura e grande umanità. Non rinunciate mai a questa eredità, voi siete gli eredi della Grande Madre Russia, andate avanti. E grazie. Grazie per il vostro modo di essere, per il vostro modo di essere russi».

Apriti cielo! Come si suol volgarmente dire, ce n’è venuta una gamba. Le reazioni ucraine sono state immediate e molto negative. Papa Francesco non è un politico e non ha nemmeno troppa sensibilità politica: può essere un difetto, ma è anche un grande pregio. Anche Gesù non era un politico… Partendo dalla mia ignoranza storico-culturale, nelle succitate parole ho letto un invito a cogliere l’eredità positiva proveniente dalla Grande Russia per evitare di cadere nella sua grottesca caricatura del regime putiniano. Evitare cioè la tentazione di buttare via il bambino dei valori di un passato glorioso assieme all’acqua sporca delle degenerazioni contemporanee.

Io posso capire che gli Ucraini abbiano le antenne sempre drizzate a salvaguardia della loro azione in difesa della patria invasa dalla Russia, ma non possono pretendere che tutti leggano la storia a senso unico, imposto dalla disgraziata attualità putiniana. Sarebbe indirettamente un piacere fatto a chi vuole ideologizzare la guerra russo-ucraina e consolidarla all’infinito. Non è un caso che, nella stessa occasione sopra richiamata, papa Francesco abbia fatto l’elogio della “follia diplomatica”, che supera proprio gli schemi rigidi che tendono a cristallizzarsi.

Mi sembra che l’atteggiamento del papa sia volto a cavare dalla storia passate e presente le cose positive tra le tante negative, senza lasciarsi condizionare da pericolose e fuorvianti generalizzazioni portanti al peggio. Dovrebbe essere lo stile del cristiano e, perché no, anche lo stile del politico, che usa l’arma della diplomazia in questo senso.

Devo ammettere che, pur comprendendo l’ansia dell’Ucraina e il timore di essere alla lunga trascurata, mi infastidisce una certa qual propensione ad esibire egemonicamente la verità in suo possesso. Ricordiamoci che, per essere aiutati nel modo giusto, bisogna sapersi mettere nella condizione ideale per essere aiutati. La prepotenza dei forti è inaccettabile, ma è paradossalmente fastidiosa anche quella dei deboli che pretendono di dettare le condizioni a chi intende aiutarli.

Cosa dovrebbe fare papa Francesco? Scomunicare i Russi senza se e senza ma? Mandare le guardie svizzere a combattere a fianco del battaglione Azov? Convincere i Paesi europei a stanziare infiniti fondi per le armi da inviare all’Ucraina? Tornare alla dottrina della guerra giusta? Inserire nelle sue intercessioni una preghiera per i perfidi russi? Nominare cardinale un prete segnalato da Zelensky per farne il suo emissario? Invitare la diplomazia vaticana a schierarsi apertamente a favore dell’Ucraina mandando all’inferno la Russia?

Forse sto esagerando, ma bisognerà pure far capire all’Ucraina, che forse qualche scheletro nei suoi armadi esiste, che effettivamente la Nato ha abbaiato un po’ troppo ai confini con la Russia, che il mondo non inizia e non finisce a Kiev, che il dialogo, seppure gradualmente, si deve sostituire alle armi. Papa Francesco è il personaggio giusto e credibile in tal senso e meno male che esiste e tiene accesa la fiammella della pace, una fiammella che può dare fastidio, ma l’unica che può illuminare i destini del mondo.

La politica a scuola da certi pretacci

Andrà a Caivano. Giorgia Meloni ha accolto l’invito di don Maurizio Patriciello. Il parroco nei giorni scorsi ha chiesto alla premier di recarsi nel Comune dell’area a nord di Napoli, al confine con la provincia di Caserta, dove sono state stuprate due cuginette, «perché il Parco Verde è Italia, e i nostri bambini sono italiani». Giorgia Meloni ne ha parlato durante il Consiglio dei ministri di ieri. Ha detto che il governo punta a «bonificare l’area» di Caivano, sottolineando che «per la criminalità non esistono zone franche». Poi ha precisato che la sua «non sarà una semplice visita: offriremo sicurezza alla popolazione». E ha aggiunto che il centro sportivo in stato di abbandono, uno dei luoghi dove si sarebbero consumate le violenze del branco, «deve essere ripristinato e reso funzionante il prima possibile». «Ringrazio la presidente del Consiglio che ha accolto il mio invito. Ha mostrato sensibilità. E da credente ringrazio il Signore che ci dà la forza di andare avanti e di non arrenderci» ha aggiunto il sacerdote. (dal quotidiano “Avvenire”)

Purtroppo l’insensibilità della politica ai problemi sociali non ha colore. Volete la dimostrazione? Una volta mia sorella Lucia, consigliera comunale, durante un dibattito nell’assise parmigiana sul problema dell’assistenza alle persone svantaggiate, attaccò la giunta di sinistra e sbottò esclamando: «Il comune di Parma fa troppo poco per la povera gente, andate a scuola da don Sacchi, è lui che copre i nostri e vostri buchi…». Don Sergio Sacchi era il parroco del nostro quartiere, un prete costantemente dalla parte degli ultimi, sempre vicino alla gente nei momenti difficili, un prete che non aveva paura di sporcarsi le mani coi problemi sociali.

Don Patriciello ha fatto benissimo a chiamare in causa il governo. Ci vuole un prete a mettere la politica di fronte alle sue gravi responsabilità?

Per la verità nei giorni scorsi la segretaria del partito democratico Elly Schlein si è rivolta alla premier Meloni: “Sulla violenza di genere lavoriamo insieme. Sono giorni in cui leggiamo notizie tragiche di femminicidi e di episodi di stupri e di violenza di genere. Io vorrei fare appello alla presidente del consiglio Giorgia Meloni: questo non è un tema su cui utilizzare la solita dialettica tra le forze politiche. Vorrei che lavorassimo tutti insieme per fare un grande investimento, che serve, di prevenzione, oltre che sulle misure di repressione su cui abbiamo dato la nostra disponibilità a lavorare.  Se guardiamo a questi ultimi fatti, si tratta di vittime e carnefici giovanissimi, questo vuol dire che la cultura dello stupro in questo Paese sta attecchendo anche tra le giovanissime generazioni. Non lo possiamo permettere e quindi vuol dire che bisogna intervenire prima che si radichi quella cultura e quel pregiudizio sessista e quell’idea sbagliata di un diritto del possesso sul corpo della donna. Serve un grande investimento sull’educazione alle differenze, a partire dalle scuole. L’hanno fatto in altri Paesi europei e questo ha contribuito a cambiare questa cultura a prevenire la violenza di genere in tutte le sue forme che purtroppo colpiscono ogni giorno moltissime donne in questo Paese e non soltanto in questo paese. Riusciamo su questo a fare un lavoro comune per un grande investimento che parta dalle scuole e che sradichi quel pregiudizio patriarcale del diritto al possesso sul corpo delle donne che genera violenza anche tra i più giovani?”. (Ansa.it) 

La cosa al momento non ha avuto un seguito, a dimostrazione che la politica non riesce a sbloccarsi e rimane schematicamente abbarbicata alle proprie teoriche identità. Il mio amico Mario Tommasini, politico sui generis, pur di concretizzare progetti a favore di persone svantaggiate era disposto a superare gli schemi, andava a battere cassa dagli industriali, imbarcava nelle sue iniziative laici e cattolici, persone aderenti a diversi partiti e schieramenti: aveva il coraggio di non partire dalle ideologie e dalle tessere di partito, ma dal cuore di chi credeva a certi valori, in particolare la solidarietà sociale. Un giorno l’ho incontrato casualmente per strada: era sempre un piacere confrontarsi con lui, uomo schietto e leale, pronto al dialogo e alla collaborazione. Era comunista, ma estremamente critico verso gli esponenti del suo partito. Quel giorno mi disse: “Veddot  Mora, mi e ti ag cardemma, lor i neg crèddon miga…”. Aveva ragione! O si ha il coraggio di partire concretamente dai bisogni degli ultimi, altrimenti la politica finisce, come si suol dire, in cavalleria. Voleva recuperare i giovani delinquenti a tutti i costi, non li voleva mettere in carcere.

Sarà d’accordo Giorgia Meloni con questo approccio, che dovrebbe essere anche quello di don Patriciello? Cosa vuol dire sicurezza se non si riesce a recuperare queste fasce di emarginazione sociale, se non si riesce a difendere l’integrità delle ragazze riscattando anche i loro coetanei maschi dal gorgo della violenza? Quali proposte concrete ha Elly Schlein da mettere in campo? È lì che l’aspetto al varco. È di lì che deve ripartire la sinistra. Guai se tutto finisse in un compromesso con tanto di inasprimento delle pene. Non basta! Cerchiamo di essere seri! E anche concreti…

 

 

Le sorelle Melonassi

Giorgia mi ha detto: ‘l’unico consiglio che ti do è di non dare peso alle cose che contano poco. Non farti prendere dall’ansia per le sciocchezze. Abbiamo una storia importante da scrivere, al resto evitiamo di dare troppa rilevanza”». Così al Corriere della Sera Arianna Meloni, sorella della presidente del Consiglio e da poco ufficialmente responsabile Adesioni e segreteria politica di Fratelli d’Italia. Quanto alle critiche sul nuovo ruolo politico in Fdi, ha risposto: «E’ un fuoco di fila di chi non ha voluto informarsi. Mi iscrissi al Msi che avevo 17 anni, ho fatto di tutto: attaccavo i manifesti, contattavo i militanti, organizzavo gli eventi, poi via via ho preso a tenere i contatti alla Regione Lazio con i nostri vari eletti o candidati, più recentemente nel partito, che cresceva… Insomma, politica a tempo pieno». Mai ruoli visibili «una volta perché Giorgia era ministro o leader, una volta perché Francesco (Lollobrigida, ndr.) assumeva altri incarichi… A me stava bene così. Non mi interessa apparire, ma lavorare». «In questo ultimo anno sono cambiate talmente tante cose, ci siamo assunti responsabilità enormi. Oggi c’è la fila di persone che si propone, chiede incarichi. Ma sono in grado? Non stiamo giocando. Io credo di saper fare alcune cose con serietà e passione, e posso farle anche al partito. Tutte le nostre figure politiche più esperte credo che debbano necessariamente mettersi a regime». Quanto ai mugugni nel partito, Meloni ha risposto: «In FdI non esistono gruppi o correnti. Se uno con la storia di Rampelli volesse chiedere un congresso, lo farebbe in prima persona. Anche perché non si è capito a che servirebbe oggi un congresso: c’è una leader indiscussa, la linea politica è condivisa, lo spazio per lavorare c’è in tantissimi ruoli e organismi». Quanto alla disponibilità di candidarsi alle Europee ha spiegato: «Preferirei di no. Ma sono un soldato». (dal quotidiano “La Stampa”)

Un tempo si chiamava nepotismo o giù di lì, oggi non saprei come definirlo: cattivo gusto? mancanza di sobrietà? deficit di riservatezza?

Nel 1986 si scatenò una polemica sul viaggio di amicizia in Cina di Bettino Craxi accompagnato da una folta delegazione italiana. Andreotti disse: «Vado in Cina con Craxi e i suoi cari…», riferendosi a quanto affollato fosse l’aereo di famigliari e amici del premier.

Si dice che Enrico Berlinguer non volesse che la figlia Bianca lavorasse in Rai al fine di evitare ogni e qualsiasi chiacchiera. Forse, oltre tutto, aveva visto lontano e voleva evitare che la figlia fosse indotta in tentazioni.

Un tempo erano cose imbarazzanti che i politici più seri e rigorosi evitavano accuratamente. Oggi tutto è cambiato. Non c’è niente di male, intendiamoci bene, ma questi intrecci fra politica e rapporti famigliari non rappresentano il massimo della correttezza. E poi, da cosa nasce cosa…

Una nuova vignetta di Mario Natangelo su “Il Fatto Quotidiano” con protagonisti la coppia Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida fa scattare la polemica, con Fratelli d’Italia che critica il vignettista. Sul giornale di Marco Travaglio – accanto all’articolo che racconta le divisioni interne sulla nomina di Arianna meloni come responsabile della segreteria politica del partito della premier – Natangelo disegna il ministro Francesco Lollobrigida a letto con una donna di colore. Nella vignetta si legge: “Intanto in casa Lollobrigida…”, con la donna che chiede al ministro: “E tua moglie?”. Risposta: “Tranquilla, sta tutto il giorno fuori a occuparsi del partito della sorella”. Natangelo qualche mese fa, aveva pubblicato una vignetta che ritraeva Arianna Meloni con un uomo di colore. La sorella della presidente del Consiglio diceva: “Mio marito? Tranquillo, sta tutto il giorno fuori a combattere la sostituzione etnica”.

Mi sembra che Giorgia Meloni queste vignette se le stia tirando addosso. Forse, tutto sommato, è meglio per lei, riderci sopra, perché se si andasse su discorsi seri sarebbe molto più imbarazzante e spettegolante. Ho un concetto di politica incompatibile con queste storielle private. Lo so benissimo che il problema vero non sta in queste questioni, ma anche l’occhio rifiuta queste parti.

Nei lontani anni ottanta del secolo scorso il mio carissimo amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo, durante una delle solite chiacchierate, mi chiese, dal momento che mi sapeva piuttosto informato sulla cronaca politica, di riferirgli dell’episodio relativo a Massimo D’Alema, il quale, in occasione di una sua presenza in un salotto romano, rimbrottò vivacemente il cane di casa che gli era montato sulle scarpe. Ammise snobisticamente che gli erano costate una grossa cifra. L’amico Walter innanzitutto mi confessò tutta la sua indignazione e la sua riprovazione per un comportamento eticamente inaccettabile: «Da un dirigent comunista robi dal gènnor an ja soport miga!». Poi aggiunse con tanta convinzione: «Lé propria ora chi vagon a ca tùtti».

Distinguere la sfera privata da quella pubblica è molto difficile, quasi impossibile. Ragion per cui bisognerebbe evitare gesti e atti sfacciatamente privati, pena il deterioramento ulteriore della politica agli occhi di chi ha ancora un minimo di senso critico. Per gli altri tutto va ben, tutto fa brodo, anche le sorelle Meloni.

 

 

 

 

 

 

Il generale scacciapensieri

Tutte le occasioni sono buone per tirare in ballo la questione del pensiero unico, che sarebbe stato monopolio della sinistra in conseguenza della sua egemonia culturale. La svolta politica di centro-destra starebbe mettendo in discussione questo regime monopolistico culturale dando spazio e voce a persone e movimenti portatori di idee fino ad ora relegate nella cantina del neofascismo o nella soffitta del neo populismo.

La sinistra per sua natura e storia è più acculturata, più ideologica e più valoriale, di conseguenza esercita una certa influenza sul dibattito a tutti i livelli e una notevole ispirazione per le mentalità. Negativo? Direi proprio di no, anzi. E allora cosa ha da recriminare la destra in Italia? Che la sinistra abbia usato il potere per condizionare ed orientare le coscienze e le opinioni? Se restiamo al periodo post prima repubblica, vediamo che la destra ha governato spesso, soprattutto nella fase berlusconiana, preoccupandosi non tanto di promuovere cultura, ma di influire mediaticamente sull’opinione pubblica e di esercitare l’arte dei propri affari. Quindi se pensiero unico riconducibile alla sinistra ci fosse anche stato seppure indirettamente, sarebbe anche per colpa del pragmatismo fine a se stesso della destra. Sarebbe il caso di fare il mea culpa senza bisogno di scomodare il farneticante generale Vannacci per recuperare feeling con la pubblica opinione sulle tematiche più delicate e complesse.

In buona sostanza negli ultimi quarant’anni non si è tanto formato un pensiero unico, ma si è affievolito il pensiero in generale, a destra e sinistra: forse quel po’ che ci è rimasto è indubbiamente più spostato a sinistra, ma non si tratta certo di pensiero unico, presupposto e conseguenza di regimi anti-democratici. Chi non ha pensato vuole abbattere il pensiero altrui non riuscendo ad elaborarne uno convincente ed alternativo se non lisciando il pelo a quello emergente nei bar e nelle caserme.

Per recuperare terreno la destra sta puntando non tanto alla libertà di pensiero e di parola ma all’abuso di pensiero e parola, sciorinando idee al limite della Costituzione repubblicana, andando in controtendenza rispetto all’evoluzione dei diritti delle persone e promuovendo sic et simpliciter un ritorno al passato oscurantista e perbenista, non capendo peraltro che uno dei capisaldi dell’attuale cultura, della quale si vorrebbe fare piazza pulita,  è proprio quel consumismo così fortemente spinto dal berlusconismo al limite del regime.

Fa un po’ sorridere la mobilitazione destrorsa in difesa della libertà di pensiero di un generale dell’esercito, che si diverte a fare il politico al punto che qualcuno sembra stia pensando di candidarlo al Parlamento in funzione di una ulteriore riscossa estremista di destra. Ma fatemi il piacere…

Se uno però dice delle cavolate che non stanno né in cielo né in terra glielo si dovrà pur dire: il Vangelo parla di correzione fraterna, la politica dovrebbe usare l’arma del dialogo. Invece non si punta al dialogo, ma a difendere aprioristicamente un signore che spara cavolate alla viva il…. (stavo per dire Duce), facendo un po’ come il lupo che accusa l’agnello di sporcare l’acqua. Parliamo e vediamo chi dice cazzate: il discorso vale non tanto e non solo per Roberto Vannacci, ma per chi gli sta dietro, a fianco, davanti, sopra e sotto. In questo senso la sinistra, invece che scandalizzarsi, dovrebbe recuperare il proprio ruolo culturale e politico e sparare i colpi che da troppo tempo le rimangono in canna.

La bomboletta paralizzante di Donald Trump

Delle vicende giudiziarie di Donald Trump, che stanno assumendo un’entità paradossale, non stupisce tanto la quantità e la qualità delle incriminazioni, quanto la disinvoltura con cui il mondo politico americano e l’opinione pubblica ne assorbono l’impatto.

Sembra (quasi) impossibile, ma le incriminazioni appaiono addirittura direttamente proporzionali al consenso degli elettori: più Trump rischia di essere condannato e di andare addirittura in galera e più gli americani gli concedono fiducia o, quanto meno, benevola attenzione.

Fatte le debite proporzioni e gli opportuni adattamenti storici, anche in Italia è successo qualcosa di simile rispetto alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi: entrambi si sono dichiarati perseguitati dalla magistratura e si sono appellati al popolo. E il popolo, per tutta una serie di motivi, ha creduto e crede più a loro che ai giudici.

Lo stesso partito repubblicano non riesce assolutamente a liberarsi dell’ingombrante ricandidatura di Trump, forse per mancanza di candidati alternativi, forse per paura di essere coinvolto in uno scandalo dalle dimensioni colossali, forse perché la politica si sta sempre più allontanando dall’etica, forse per la debolezza di Joe Biden e del partito democratico.

Se il sistema politica non trova la dignità e la forza per reagire, molto strano però risulta il comportamento dei cittadini statunitensi, che stanno dimostrando di essere un corpaccione amorfo totalmente incapace di reagire. Tutto considerato, sembrano dire, perso per perso, tanto vale affidarsi a Trump, che magari riuscirà, in qualche modo, a chiudere la guerra in Ucraina e proverà a mettere in riga la Cina.

Le ricette populiste e sovraniste di Trump sembrano resistere: incarna la peggior democrazia possibile, rendendola vincente sulla base di parametri inaccettabili ma necessari. Per la verità non è che in Italia siamo molto distanti da questa logica. Ci salva il sistema istituzionale articolato, che si insinua nel rapporto diretto fra cittadino e governo. Non è un caso se Giorgia Meloni continua a parlare di riforma istituzionale, presidenzialismo o premierato che sia, proprio per sottrarsi al gioco democratico e rispondere, in fin dei conti direttamente, all’elettorato sempre più disamorato, sfiduciato e fuorviato.

Fortunatamente la Costituzione italiana ha blindato la democrazia con un sistema istituzionale di pesi e contrappesi di cui è molto difficile liberarsi. Negli Usa hanno solo il disturbo della magistratura peraltro piuttosto asservita al potere politico, in Italia, volendo, abbiamo ben altre possibilità difensive. L’attuale governo sta puntando su alcune direttive: riformare, per imbrigliarla, la magistratura, condizionare e spadroneggiare il sistema mediatico, semplificare le istituzioni per rafforzare il potere esecutivo a danno di quello legislativo e giudiziario, togliere di mezzo direttamente o indirettamente la Presidenza della Repubblica nel suo ruolo di garante, incanalare la politica europea in modo omogeneo o comunque compatibile rispetto agli indirizzi italiani, puntare ad un atlantismo piatto e acritico, valido chiunque sia al governo degli Usa.

A ben pensarci si vogliono togliere di mezzo tutte le pietre d’inciampo su cui cadde Silvio Berlusconi. Donald Trump ha meno problemi. Assomiglia a Berlusconi e si prepara a tornare a galla alla grande: il dato fondamentale in comune è il mix tra politica e affari. Lo si vede chiaramente, ma si fa una certa fatica a combatterlo. Stiamo ben attenti, perché c’è in gioco la democrazia, quella vera, non quella dei giorni nostri.

 

 

La morte del burattino fa comodo ai burattinai

La vendetta di Putin, abbattutasi inesorabilmente su Prigozhin e la mina vagante wagneriana, non fa che aggiungere un ulteriore pizzico di sconfortante ineluttabilità sulla guerra russo-ucraina e su tutte le guerre. Un criminale e impazzito personaggio è sfuggito di mano al dittatore russo: forse non aveva intenzione di arrivare al potere, ma solo di condizionarlo a proprio favore e in difesa della sua folle organizzazione militare. Il disordine è stato ripristinato e, sotto-sotto, tutti se ne rallegrano: le variabili impazzite nella loro impresentabilità danno sempre fastidio e quindi tutto è tornato sotto il controllo dei manovratori belligeranti e bellicisti più ortodossi.

In un’interessate intervista a Romano Prodi, Eugenio Fatigante di “Avvenire” ha chiesto a quello che giudico il personaggio politicamente più autorevole a livello europeo: “In questi 18 mesi, quando si è evocata la pace si è sempre stati tacciati di «posizioni filo-russe» o «filo-putiniane». É sbagliato parlare di pace?”. Prodi risponde: «La pace ha sempre la sua validità nella storia. Uno degli errori commessi finora è stato proprio quello di assimilare questa parola a una sorta di patto col diavolo. E si è persino cercato di definire ingenui coloro che parlano di pace. Il nostro obiettivo deve essere quello di riflettere su quali sono le condizioni per una possibile pace giusta e duratura».

Certo, nella misura in cui Vladimir Putin fa di tutto per assomigliare sempre più al diavolo, il discorso diventa sempre più problematico anche se imprescindibile. Intendiamoci bene, non è che gli altri protagonisti della scena politica internazionale siano degli stinchi di santo o degli angioletti, ma purtroppo si consolida lo schema di un Occidente salvatore della democrazia in guerra costante con il resto del mondo. Su questo schema punta comprensibilmente Zelensky, che rischia di trascinare nel gorgo della guerra infinita anche i suoi potenziali salvatori.

Dentro questa impostazione non mi trovo a mio agio, oserei dire che la rifiuto. E allora mi si dirà che sono un amico di Putin. A parte il fatto che in passato Putin ha goduto di parecchie amicizie occidentali ed europee in particolare, non si può ragionare in questo modo. Se c’è bisogno di fare dei patti col diavolo pur di salvaguardare anche uno straccio di pace o, per meglio dire, di una cessazione delle ostilità, ben vengano questi paradossali patti.

Ho da sempre considerato Putin uno dei più grandi criminali della storia e mi sono sempre stupito delle simpatie ed amicizie di cui godeva: erano evidentemente anche allora patti col diavolo. Il diavolo va bene quando serve e fa gioco, è da esorcizzare quando scompiglia i giochi. Incongruenze e incoerenze della realpolitik.

Non si alza nessuna autorevole voce, ad eccezione di quella di papa Francesco e di Sergio Mattarella, in favore dell’apertura di una seria trattativa di pace. Mi è stato riferito che il filosofo Massimo Cacciari, in un colloquio privato, abbia fatto discendere i mali della nostra epoca dalla mancanza di autorevolezza da parte delle classi dirigenti. Come italiani, in mezzo a tante vergognose pecche, abbiamo l’onore di poter contare su un Presidente della Repubblica in grado di tenerci sulla giusta strada: lo dobbiamo ringraziare, ma soprattutto ascoltare e seguire non solo con gli applausi, ma con l’adesione concreta alle sue indicazioni di altissimo livello e profilo.

La guerra russo-ucraina sta diventando la normalità dietro cui si nascondono le debolezze politiche, gli interessi più inconfessabili, le miopie strategiche e le irresponsabili inettitudini dei poteri dominanti. Di una cosa sono certo: non stiamo, nel modo più assoluto, difendendo la democrazia, stiamo soltanto galleggiando sul mare degli imperialismi. Speriamo almeno che i due imperialismi protagonisti di questa disgraziata fase storica, quello cinese in ascesa e quello statunitense in declino, trovino un modus vivendi in una sorta di do ut des di livello internazionale. Al momento non riesco a vedere cosa possa formare oggetto di questo scambio e temo che i reciproci negozi restino chiusi per mancanza di merce. A meno che non trovino motivo di accordo nell’eliminazione della pur potente bancarella russa, che rompe i cogliono, ma che detiene la bomba atomica. E l’Europa (Italia in primis) sta a guardare, anzi non sa e non fa che litigare.

 

Il bacio di Arditi

La vittoria ai mondiali della Spagna, il primo Mondiale della squadra femminile, è stata parzialmente oscurata dal bacio sulla bocca del presidente della Federcalcio spagnola (RFEF), Luis Rubiales, alla giocatrice Jennifer Hermoso. 

È appena finita la partita con la Spagna che si impone sull’Inghilterra per 1-0. In campo c’è euforia e le giocatrici spagnole salgono sul podio per ricevere la medaglia. Tra i dirigenti c’è Rubiales che saluta e abbraccia con vigore le calciatrici. TVE sta trasmettendo in diretta quando immortala lo “scandalo”: il bacio di Rubiales all’atleta con la maglia numero 11. Solo pochi istanti e le immagini, subito virali, rimbalzano sui social. Monta la polemica e interviene il ministro ad interim spagnolo per l’uguaglianza, Irene Montero: “Non dobbiamo dare per scontato che il bacio senza consenso sia qualcosa ‘che accade’. É una forma di violenza sessuale che soffrono le donne in modo quotidiano e fino ad ora invisibile, e che non possiamo normalizzare”. E ancora scrive Montero: “Porre fine a questo è compito dell’intera società. Il consenso è la questione centrale. Solo il sì è sì”.

Da parte sua, Hermoso cerca di smorzare le polemiche: “È stato un gesto reciproco del tutto spontaneo per la gioia immensa della vittoria di un Mondiale. Io e il presidente abbiamo un ottimo rapporto, il suo comportamento con tutti noi è stato da dieci ed è stato un gesto naturale di affetto e riconoscenza” ha sottolineato la calciatrice. (Rai news)

Non è un episodio molto edificante, ma nemmeno da gridare allo scandalo come sta succedendo. In una società dove il femminicidio sta diventando una regola, dove le donne vengono stuprate con molta facilità e disinvoltura, dove anche lo sport è inquinato da sessismo, in un mondo dove le donne continuano ad essere torturate nel corpo e nei loro diritti, dove il sesso viene spacciato senza alcun ritegno, imbastire una polemica per un bacio un po’ ardito, ma per i tempi che corrono considerabile (quasi) casto e non certo ottenuto con violenza fisica o psicologica, mi sembra eccessivo e fuorviante.

Queste polemiche servono a distrarre l’attenzione dai veri problemi e dalle vere emergenze. I media e i social ci guazzano dentro. Non sono un frequentatore di spiagge, ma, da quanto mi dicono amici e conoscenti, si vedono cose molto peggiori sul piano della decenza e finanche del buongusto. Francamente nell’episodio di cui sopra non trovo niente di scandaloso. Certamente un po’ più di autocontrollo non guasterebbe. Non penso però che si possa rientrare nel campo della violenza sessuale. Esagerare non è mai cosa opportuna. Un tempo esageravano i bigotti: baciarsi in pubblico era addirittura considerato un reato per oltraggio al pudore. Oggi esagerano i difensori d’ufficio delle donne, anche non desiderati dalle dirette interessate: sempre di bigottismo si tratta. Non è minimamente accettabile considerare le donne come una sorta di bambole più o meno gonfiabili, ma non è serio nemmeno ritenerle delle cretine, che cascano automaticamente dentro le trappole maschiliste.