Le pale solidali e il fango democratico

Terzo settore. Meno giovani fanno volontariato. Oltre la solidarietà spontanea che viene fuori con le emergenze, come in Emilia-Romagna, la realtà comunica un disimpegno simile a quanto avviene nel caso della partecipazione politica. Un conto è valorizzare e rendere merito all’impegno volontario di tanti giovani di fronte a un’emergenza, un altro è dedurre che queste forme di attivazione, occasionali e individuali, siano la nuova e crescente modalità di impegno che “bilancia” le perdite nel volontariato organizzato, ovvero quello tipico del mondo delle associazioni. Purtroppo non è così.  (Vanessa Pallucchi sul quotidiano “Avvenire”)

Siamo abituati a leggere la realtà, limitandoci all’evidenza momentanea senza approfondirla adeguatamente. Stiamo in superficie, quasi avessimo timore di andare al di sotto di essa. La immediata santificazione della gioventù in occasione del pur ammirevole schieramento di forze anti-fango, così come quella dei medici anti-covid, non deve distogliere l’attenzione dai problemi etici che riguardano i cittadini italiani e il loro traballante spirito civico: le eccezioni, seppure molto corpose, importanti ed interessanti, confermano la regola di un egoistico e crescente ripiegamento nel privato.

C’è poco da fare, la società è malata e non basta impegnarsi nelle emergenze, ma occorrerebbe spingere perché l’impegno diventi scelta quotidiana di lavoro e/o di volontariato. Credo che al decadimento dei valori si accompagni il qualunquismo politico, a cui solo le catastrofi riescono a mettere la sordina. E allora ecco che la politica, nei suoi momenti di vita istituzionale e di partecipazione democratica, non regge all’assalto o meglio non si prepara a fronteggiare l’assalto.

Non ha senso rifugiarsi nelle pale per poi disertare le urne. Certo meglio le pale degli sballi in discoteca, ma non basta. Anche perché il rischio della retorica della solidarietà non fa bene alla solidarietà stessa.

Facciamo attenzione, allora, a letture semplicistiche, seppure “consolatorie”: il calo di partecipazione è ovunque, non solo nelle “tradizionali” organizzazioni di Terzo settore, e si somma al crollo già ampiamente registrato negli ultimi anni della partecipazione politica ed elettorale. Tutto ciò apre uno scenario decisamente preoccupante, che deve interessare tanto il mondo dell’associazionismo quanto le istituzioni e l’intero Paese: davanti abbiamo tutti il rischio concreto di una società civile sempre più stagnante. E se a causarla sono state anche le ferite emerse nei meccanismi di rappresentanza che hanno minato inesorabilmente il senso di appartenenza a un sistema di valori e prodotto disaffezione e sfiducia verso le istituzioni, la risposta non può essere un’ulteriore spinta alla cosiddetta disintermediazione nell’impegno sociale e politico.

È molto probabile che i giovani volontari “occasionali” accorsi in Emilia-Romagna, oltre a volersi rendere utili in un momento critico, abbiano cercato esperienze di senso di cui avvertono la mancanza quotidianamente, una giusta canalizzazione di quell’energia e desiderio di “sentirsi parte” di qualcosa, che con difficoltà trova altri sbocchi. (ancora l’articolo del quotidiano “Avvenire”)

Da una parte quindi bisogna capire che le emergenze stanno diventando normalità e non si possono affrontare con straordinarie mobilitazioni; dall’altra parte i cittadini, i giovani in particolare, non devono mettersi a posto la coscienza solo col generoso spontaneismo solidaristico, ma partecipando a tutta la filiera socio-politica del Paese, aiutati in questo dalle istituzioni pubbliche e private. Passata l’alluvione gabbato il gap tra bisogni e loro soddisfacimento. Nossignori, passata l’alluvione rimane, anzi cresce la necessità di cambiare registro nei nostri assetti di impegno e partecipazione democratica. Mi preme dirlo ai giovani, anche perché solo da essi può provenire una forte opposizione allo strisciante regime a cui stiamo disgraziatamente abituandoci.

Forse però ai giovani, come sostiene acutamente lo scrittore Antonio Scarati, manca il sentimento della storia, la volontà di leggere il passato per trarne le indispensabili indicazioni. Così facendo si finisce con l’appiattirsi acriticamente sul presente senza speranza e senza voglia di impegnarsi verso il futuro. Il discorso vale per la politica, ma anche per tutto lo spettro culturale, vale a dire per la capacità di porsi di fronte alla realtà non solo per rifiutarne gli aspetti più deprecabili, ma per coglierne le opportunità e le prospettive.

Nel suo recente intervento al meeting dell’amicizia fra i popoli di Rimini, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è rivolto ai giovani con queste parole: «L’amicizia comincia da noi. Dal nostro modo di essere. Dalla nostra voglia di dare più umanità al mondo intorno a noi. La speranza è in voi giovani. Prendetevi quel che è vostro. Comprese le responsabilità e i doveri. Voi avvertite, in maniera genuina, tutti questi problemi. Avete la sensibilità di sentirvi pienamente europei. Più degli adulti. Avete conoscenze adeguate per affrontare, senza timore, le trasformazioni digitali e tecnologiche che sono già in atto. Avete la coscienza che l’ambiente è parte della nostra vita sociale. Che non ci sarà giustizia sociale senza giustizia ambientale; e viceversa. Non vi chiudete, non fatevi chiudere in tanti mondi separati. Usate i social, sempre con intelligenza; impedite che vi catturino, producendo una somma di solitudini, come diceva il mio Vescovo di tanti anni addietro. Non rinunciate, mai, alle relazioni personali; all’incontro personale; all’affetto dell’amico; all’amore; alla gratuità dell’impegno. Il mondo è migliore, se lo guardiamo con gli occhi giusti».

 

Gioco, partita e…viva la Resistenza

Durante gli incontri di Coppa Davis tenutisi a Malaga, in occasione dei cambi di campo dei tennisti veniva mandata assordante musica per riempire le pause: è una prassi ormai consolidata in tutti gli impianti sportivi. Non so se nelle intenzioni voglia essere un modo per stemperare le tensioni, prevenire disordini e sdrammatizzare il clima. Le musiche sono di quelle che i nervi li urtano più che distenderli, ma lasciamo perdere, ormai l’importante è comunque fare casino e la gente si diverte così.

Non mi è però sfuggito un fatto particolare che nessuno ha sottolineato. Negli incontri di cui sopra con la partecipazione dei tennisti italiani, per diverse volte, è stato trasmesso un pezzo musicale sulle note di “Bella ciao”, la canzone che viene associata alla Resistenza e ai partigiani: le parole del testo evocano la libertà, la lotta contro le dittature e l’opposizione agli estremismi, e per questa ragione è considerata la canzone simbolo della Resistenza italiana.

Non voglio fare della dietrologia a tutti i costi, né tanto più mischiare l’apoteosi tennistica italiana in coppa Davis con la denigrazione politica dell’attuale governo italiano, ma la cosa mi ha incuriosito e stimolato in alcuni pensieri. In Spagna conoscono bene le simpatie del nostro premier verso l’estremismo pseudo-fascista di Vox. Avranno voluto dare una stoccata al governo italiano via coppa Davis? Se non è così chiedo umilmente scusa agli amici spagnoli, se per caso fosse come da me maliziosamente ipotizzato, non mi scandalizzerei, anzi mi compiacerei e trarrei un utile e provocatorio insegnamento che potrebbe essere persino utile a togliere le fette di prosciutto dagli occhi degli italiani dalla memoria corta e dall’illusione facile. Certo che farsi cantare nei denti “Bella ciao” suona come polemica presa in giro: gli spagnoli mi sono sempre stati simpatici, da oggi in poi vorrà dire che lo saranno ancor più.

Mi è tornato alla mente il clamoroso incidente avvenuto il 6 maggio 1959, allorché in occasione dell’incontro di calcio Italia-Inghilterra che si svolgeva allo stadio di Wembley fu suonata la «Marcia reale» invece che l’inno di Mameli, suscitando polemiche e interrogazioni parlamentari. Allora probabilmente dall’alto della loro splendida (?) monarchia democratica gli inglesi vollero ricordarci la nostra squallida monarchia filo-fascista e ce ne venne una gamba sul piano diplomatico.

Oggi, molto più cordialmente, come è nel loro carattere, gli spagnoli forse (il condizionale è d’obbligo) vogliono ricordarci, se qualcuno mai in Italia se ne fosse dimenticato, che la Resistenza è qualcosa di irrinunciabile e con essa non si può scherzare andando magari a braccetto con partiti politici spagnoli di estrema destra in cui ci puzza di fascismo lontano un miglio. Aggiungo solo un grazie di cuore per avercelo ricordato. Ce n’era bisogno. Viva l’Italia del tennis e viva l’Italia della Resistenza!

Il piscio registico inquina il canto lirico

Venne il giorno in cui cominciai a frequentare con una certa regolarità il teatro Regio. Fu il giorno del mio compleanno, un primo gennaio, del 1958 credo di ricordare: si rappresentava Turandot in una matinée (spettacolo pomeridiano). Mio padre rientrò per il pranzo di capodanno e prima di cominciare a mangiare si rivolse a me, quasi con noncuranza e molta naturalezza, chiedendomi di sorpresa: “Putén, incó vénot a teator?”  Rimasi di sale e si può facilmente immaginare la gioia che provai e l’entusiasmo con cui aderii alla proposta: si trattava del più bel regalo di compleanno che potessi desiderare, forse sentivo che per me stava per iniziare un’epoca, era il battesimo della passione musicale ed anche l’inizio delle “prediche” di mio padre dal pulpito teatrale. Ricordo quello spettacolo, il primo nell’età della ragione, molto distintamente, perché lo memorizzai al punto da ripeterne, goffamente, alcune scene nei giorni successivi. Avevo rotto il ghiaccio, ero diventato anch’io un abitante del Regio, avevo sviluppato finalmente “la malattia” che non mi avrebbe più lascito per tutta la vita e che avevo ereditato da mio padre.

Cosa sarebbe successo se nel 1958 al teatro Regio di Parma avessero rappresentato una Turandot come quella che ho visto in televisione per l’inaugurazione del teatro San Carlo di Napoli? Probabilmente ne sarei rimasto scioccato e complessato così come la principessa della fiaba musicata da Puccini è condizionata ed ossessionata dall’idea del sesso associato alla violenza. Non so se ne sarei uscito vivo, riscattato magari soltanto da qualche Liù e da qualche Calaf tornati nel seminato pucciniano.

Qualcuno sostiene che i provocatori ammodernamenti delle messe in scena operistiche servano per attirare i giovani. Forse servono ad allontanarli irrimediabilmente. Nel caso della Turandot di Napoli il regista, peraltro contestato dal pubblico, è riuscito a creare un vomitevole polpettone pseudo-culturale, cercando una impossibile combinazione tra fiaba e realtà, tra Pechino e Napoli, tra incidenti stradali e supplizi riparatori, tra amore sublimato e sesso riabilitato.

Un direttore d’orchestra dovrebbe innanzitutto essere un sacerdote difensore dell’opera e non un opportunistico osservatore dell’opera violentata dal regista. Invece si crea una snobistica corsa alla novità fine a se stessa, che conduce il teatro alla deriva artistica. Un sovrintendente dovrebbe varare e divulgare operazioni culturali e non sperperare denaro pubblico alla ricerca di un ridicolo modernismo.

Le baggianate scenografiche e registiche non hanno limiti. Anche la provocazione può avere un senso se non è commerciale e consumistico snaturamento del messaggio di fondo. La novità dovrebbe costringere lo spettatore ad approfondire il significato dell’opera, non proporgliene la ridicolizzazione e lo stravolgimento.

Tanto tempo fa, in clima di piena contestazione giovanile, alla vigilia della visita pastorale del vescovo nella mia parrocchia, un gruppetto di “scapestrati” e fantasiosi adolescenti si pose il problema di trovare un eloquente gesto per attirare l’attenzione della comunità e rompere il clima di ovattata accoglienza. Dopo una lunga discussione intervenne il parroco, assai preoccupato per i clamorosi effetti di un gesto avventato e scomposto. Fulminò tutti con una battutaccia: “Quand rivä al vèscov,  fi ‘na béla pisäda davanti a la céza…”.

Ho cominciato con mio padre in vena di regali operistici e chiudo con mio padre in vena di insegnamenti culturali. Non concepiva e non accettava le scenografie e le regie d’avanguardia, le messe in scena antitradizionali ecc. ecc… Era drasticamente contrario a queste innovazioni, era un autentico “matusa” in questo campo, anche se ammetto non avesse tutti i torti. Cito un episodio significativo in tal senso.

Nell’ultimo atto dell’opera Falstaff, la vicenda si svolge in una foresta e Sir John dice espressamente “ecco la quercia” per identificare il luogo dell’appuntamento. “Mo indò éla?” gridò mio padre dal loggione, dal momento che la scena non aveva neanche l’odore della quercia. Maleducato? Sì! Aveva ragione? Almeno un po’, sì! Il discorso sarebbe molto lungo e complesso, valga comunque l’episodio ad evidenziare un messaggio che papà mi lanciava: stai sempre attento ai mistificatori della realtà, a chi te la vuole raccontare e chi più ne ha più ne metta.

L’Unesco ha promosso la pratica del canto lirico italiano a elemento del patrimonio immateriale dell’umanità, salvo errori e manomissioni di chi non canta, ma stona anche senza cantare.

Il Teatro di San Carlo ha inaugurato la sua stagione con un trionfo di voci e una regia che ha suscitato dissenso, presentando la celebre opera “Turandot” in una nuova produzione firmata dal regista russo Vasily Barkhatov, esordiente in Italia. Non oso nemmeno ipotizzare cosa direbbe mio padre di questa messa in scena. Forse si rifugerebbe in un laconico e disarmante commento: “Za i teator j én mez vôd, se j a vólon vudär dal tutt, chi fagon pur!”.

 

 

 

 

L’opportunismo statunitense e il ventriloquismo italiano

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto un ”cessate il fuoco immediato” per la guerra tra Israele e Hamas, aggiungendo che ”gli occhi del mondo e gli occhi della storia guardano”. “E’ tempo di agire”, ha detto intervenendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu riunito per votare una risoluzione sul cessate il fuoco. ”La brutalità dimostrata da Hamas non deve essere utilizzata come una giustificazione per la punizione collettiva del popolo palestinese. Il lancio indiscriminato di razzi da parte di Hamas contro Israele e l’uso di civili come scudi umani non assolvono Israele dalle sue stesse violazioni”, ha aggiunto Guterres, sottolineando il fatto che Israele deve ”rispondere nei limiti di quanto prevede il diritto internazionale”.

“La gente di Gaza sta guardando nell’abisso. La comunità internazionale deve fare tutto il possibile per porre fine a questa dura realtà”, ha proseguito Guterres. Rivolgendosi al Consiglio di sicurezza dell’Onu ha poi chiesto di ”non risparmiare alcuno sforzo per ottenere un cessate il fuoco umanitario immediato per la protezione dei civili e per la consegna urgente di aiuti salvavita”.

”A Gaza stanno finendo le scorte di cibo” e ”ai palestinesi viene chiesto di muoversi come palline da flipper, rimbalzando verso aree sempre più ristrette del sud senza alcune base per la sopravvivenza”, ha affermato, sottolineando che ”a Gaza nessun posto è sicuro”. Inoltre, ha aggiunto, per la popolazione di Gaza ”servirebbero 40 camion al giorno con scorte alimentari al giorno, molti di più rispetto a quanti oggi” ne entrino nell’enclave palestinese.

C’è un ”serio rischio che si aggravino le minacce al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale” come conseguenza della guerra tra Israele e Hamas. ”Abbiamo già assistito a ripercussioni in Cisgiordania, in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Esiste chiaramente, a mio avviso, il serio rischio che si aggravino le minacce esistenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. (adnkronos)

La risoluzione che accoglieva l’appello di Guterres è stata bloccata dal veto statunitense col pretestuoso appunto della mancanza di condanna esplicita per l’opera terroristica di Hamas. La condanna del terrorismo non ha bisogno di questi formali appigli. Ha perfettamente ragione Guterres: il comportamento di Hamas non giustifica le violazioni di Israele. Se andiamo avanti di questo passo faremo ai terroristi il piacere di scatenare una guerra mondiale.

L’atteggiamento di Biden è ondivago e opportunistico: potrà essere rieletto presidente con i determinanti voti degli ebrei, ma risponderà davanti alla storia di scelte sciagurate e insensate. Possibile che in Occidente non si comprenda la gravità della situazione e ci si intestardisca in una difesa aprioristica del governo israeliano, che oltre tutto non sembra interpretare affatto il vero sentimento del popolo, limitandosi a rispondere all’odio con l’odio.

Fino a quando continueremo a considerare filo-Hamas chi osa chiedere sforzi diplomatici ed umanitari per uscire dal tunnel? La mia coscienza mi impone di azzardare qualche passo di pace e quindi sto con Guterres e mi riconosco nelle sue equilibrate posizioni. Accusiamo sempre l’Onu di inconcludenza e, quando dall’Onu arriva una proposta seria, la respingiamo per motivi di realpolitik (che oggi significa appoggio pregiudiziale e incondizionato a Israele).

Da una parte si rischia di arrivare gradualmente ad un vero e proprio conflitto mondiale; dall’altra si fomenta indirettamente l’antisemitismo, purtroppo sempre presente nel mondo, fornendo un assist ai montanti sovranismi e populismi.

Oggi, per chi ha senso un antisemitismo “insensato”? Anzi tutto per i sistemi nazionalisti e populisti, che da un lato appoggiano Israele ma dall’altro alimentano la polarizzazione sociale, il razzismo e la divisione tra “noi e loro”. L’idea dell’altro come invasore, il mito della sostituzione etnica per cui il pericolo per le nostre società europee arriva da fuori, sono elementi che creano discriminazione e minano l’edificio dell’uguaglianza. Anche se apparentemente oggi questa mentalità di esclusione non tocca gli ebrei, in realtà produce quelle radici di divisione che sono un pericolo per tutte le minoranze. (dal quotidiano “Avvenire” – Milena Santerini)

Paradossalmente il filo-ebraismo di facciata nasconde un deleterio manicheismo nei rapporti internazionali.  Il governo italiano sta portando avanti questo disgraziato atteggiamento di supino allineamento agli Usa e ad Israele (più filo-americani degli americani, più filo-israeliani degli israeliani), senza alcun sforzo di dialogo e di intermediazione pacifica. Penso che mai nella storia italiana si sia registrato una simile genuflessione filo-occidentale: il tutto per ottenere appoggi e consensi internazionali ad un governo che non li merita.

Perché non esprimere nemmeno una parola di apprezzamento e di sostegno a Guterres e all’Onu? Perché limitarsi a sfruttare opportunisticamente la scia degli Usa? Perché rinunciare a svolgere un ruolo propositivo e originale a livello europeo? La posizione italiana è sempre stata molto importante e non va sciupata in un pedissequo ventriloquismo del più forte alleato.

Persino la posizione di M5S e PD non riesce a dare un minimo di voce e di rappresentanza politica alle istanze di chi vorrebbe distinguersi rispetto alla finta melassa filo-israeliana, per la paura di essere tacciati come amici del giaguaro terrorista e di essere isolati dal coro occidentale. Se la sinistra non si distingue su questi qualificanti punti politici, rischia di snaturarsi sopportando le evidenti stonature belliciste.

 

 

La piatta Scala dei leccaculo

“Viva l’Italia antifascista”, così ha gridato un loggionista al termine dell’inno nazionale eseguito all’apertura della stagione lirica scaligera con la rappresentazione del don Carlo di Giuseppe Verdi.

Un grido che ha fatto giustizia di tutte le componenti anomale della serata: la vergognosa presenza nel palco reale di un presidente del Senato, che, a dir poco e volendo usare un eufemismo, non è un antifascista; la passerella dei rappresentanti di un governo che con il fascismo tradizionale e con quello nelle sue più moderne versioni ha parecchi conti in sospeso; gli onori (?) di casa fatti da un sindaco di sinistra (?), che non è capace di astenersi sobriamente dalla sfilata sul red carpet e dall’esibirsi in un palco reale che fa a pugni con l’altra Milano, quella di chi protesta e soffre; la prima fila di chi, nascondendosi dietro Liliana Segre o mettendosi al suo fianco, tenta di coprire il passato di fascismo, nazismo e antisemitismo con un acritica e opportunistica vernice filo-israeliana; la retorica di chi pensa che l’Unesco, proclamando la pratica del canto lirico italiano a elemento del patrimonio immateriale dell’umanità, abbia assolto la incultura degli attuali governanti, in particolare del ministro della cultura (intervistato al riguardo) ormai universalmente ribattezzato ministro dell’ignoranza (se per Sangiuliano Dante Alighieri era il fondatore del pensiero di destra, Giuseppe Verdi, potrebbe essere un romantico sognatore sovranista e populista); il leccaculismo di chi, facendo un fastidioso, fuorviante e mondano fumo mediatico, ritiene di svolgere un servizio pubblico funzionale alla valorizzazione artistico-culturale del Paese.

Bene ha fatto il presidente Mattarella a non presenziare alla prima della Scala: ha lasciato la scena a chi deve prendersi le proprie responsabilità, non ha voluto coprire, col suo prestigio e con quello della Scala di Milano, una fase politica assurda e negativa da tutti i punti di vista. Giorgia Meloni, probabilmente, temeva i fischi del pubblico e ha messo in primo piano i fiaschi del suo governo.

La Rai ha avvolto l’evento con un complesso di personaggi di contorno che di opera lirica non sanno un cazzo, ma lo dicono bene. Volete una sintesi? Roberto Bolle, che balla nel manico: da ospite della Scala a ospite di Sanremo. È detto tutto. Questa è l’aria che tira!

L’opera è inevitabilmente rimasta sullo sfondo anche se si è cercato di darne, da parte dei commentatori, una lettura pseudo-culturale fatta di luoghi comuni, di interpretazioni storiche forzate e di retoriche varie: roba da far scaravoltare nella tomba, Schiller, Verdi, François-Joseph Méry, Camille Du Locle, Achille De Lauzières e Angelo Zanardini.

Resta l’evento teatrale ben confezionato da un direttore che non emoziona ma svolge bene il proprio compito, da cantanti intenti più ad esibire le proprie virtù canore che a calarsi nei personaggi, da scenografo, costumista e regista talmente tradizionalisti da far quasi rimpiangere le baggianate nuoviste. Mi sento in dovere di sottolineare la classe di Anna Netrebko, cantante di un altro pianeta rispetto ai pur bravi colleghi. E pensare che Bruno Vespa, da presuntuoso quanto insopportabile ed incompetente commentatore della serata, ha osato affermare che dopo alcune incertezze il soprano si è riscattato nel finale dell’opera. Non ha capito niente. In politica usa soltanto il più disgustoso degli opportunismi, nella musica e nel teatro si concede il lusso di dare aria ai denti. Con quella bocca può dire ciò che vuole…

Il dilagante sciocchezzaio vannacciano

Il generale Roberto Vannacci non è più fonte di imbarazzo per Palazzo Chigi, non abbastanza, comunque, da impedirne la nomina a capo di Stato Maggiore delle forze operative terrestri (avvenuta ieri), una delle cariche più prestigiose nell’Esercito. Scontate le polemiche da parte dell’opposizione, destinate a crescere di intensità dopo la notifica di questa mattina dell’avvio di un’inchiesta interna nei confronti del militare, partita proprio a seguito della pubblicazione del suo best seller “Il mondo al contrario”. Lui però, dopo aver ringraziato per il ruolo assegnatogli (che ha promesso di ricoprire «con la passione di sempre»), non ha commentato la notizia, ma ha deciso di prendersi un mese di licenza per motivi familiari.

Il nuovo incarico ha generato molte perplessità, specie dopo le critiche della prima ora del ministro della Difesa, Guido Crosetto, al volume dell’alto ufficiale (aveva parlato di «farneticazioni»). Eppure lo stesso Crosetto ha difeso la nomina, negando sia stata una promozione o addirittura un riconoscimento per quanto scritto nel libro, come ipotizzato da alcuni esponenti dell’opposizione e in particolare dal presidente grillino, Giuseppe Conte: «In merito alle pretestuose polemiche che alcuni stanno provando a sollevare – ha spiegato il ministro – sentendosi esperti di questioni militari, mi preme sottolineare che il generale Roberto Vannacci non è stato né promosso né retrocesso. Lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano ha deciso di affidargli uno dei ruoli che gli competevano per grado, esperienza e diritto, in attesa che siano esperiti gli accertamenti previsti». Insomma, ha tagliato corto il titolare della Difesa, «le garanzie costituzionali a tutela della persone valgono anche per i militari e nessuno può emettere giudizi sommari, sostituendosi alle norme e alle procedure previste a tutela di uno Stato di diritto».

Tra i motivi dell’inchiesta a carico del generale ci sarebbero le controverse opinioni contenute nel testo (come quelle sui gay «non normali» per esempio), che potrebbero generare un’identificazione con l’istituzione rappresentata e quindi venire meno al principio di terzietà. L’indagine formale fa seguito a quella sommaria aperta ad agosto. La commissione apposita ne valuterà gli atti prodotti e trasmetterà un rapporto finale all’autorità che ha ordinato l’inchiesta e una scheda informativa dettagliata al ministro della Difesa. Solo dopo si potranno valutare eventuali provvedimenti disciplinari. Nel frattempo sono diversi i “colleghi generali” che hanno scelto di difendere Vannacci e questa mattina lo hanno fatto anche Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Giorgio Battisti, primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan e Marco Bertolini, già comandante del Coi.

Ma non cessano neanche gli attacchi delle associazioni lgbt che continuano a chiedere «l’espulsione» del generale dalle Forze armate. Il generale non è tornato sull’argomento, ma in un’intervista La Stampa, oggi ha parlato di femminicidio e del caso di Giulia Cecchettin: «Perché chiamare l’omicidio di una donna in modo diverso? Quindi l’assassinio di un tabacchino lo chiameremo commercianticidio? C’è in qualsiasi omicidio una matrice precisa. Si parla da anni di femminicidi, eppure le donne continuano a venire uccise. Mi sembra più importante evidenziare che siamo tutti uguali davanti alla violenza. Il paradosso – ha continuato – è pensare che la responsabilità di quella che chiamiamo cultura patriarcale sia di uomini forti e prevaricatori: è il contrario. Sono gli uomini deboli a fare del male alle donne. Noi educhiamo uomini deboli, non uomini forti. Altro che maschi patriarcali: sono mollaccioni smidollati che abbiamo prodotto noi. Abolendo le punizioni. Se un ragazzo non studia, lo mandi a lavorare invece di fare ricorso al Tar contro i professori che gli mettono». (dal quotidiano “Avvenire” – Matteo Marcelli)

La penosa vicenda del generale Vannacci ha un secondo atto e più la si osserva più si sente puzza di idee e metodi di stampo fascista. Il ministro Guido Crosetto, esperto di dietrologia istituzionale, non va tanto per il sottile con i magistrati politicizzati, ma invece fa il fine dicitore con il generale farneticante. Teme gli attacchi dei giudici e non teme le coglionate dei capi militari. Avere un esercito nelle mani di personaggi come Vannacci non tranquillizza il popolo italiano (a meno che la gente non sia maggioritariamente d’accordo con lui, cosa che non mi sentirei di escludere). Cosa potrai mai pretendere dai suoi sottoposti? Ma lasciamo perdere, l’ambiente militare mi ha sempre procurato una sorta di allergia.

Mi permetto di chiedere: con tanti ritardi accumulati nelle nomine pubbliche, non si poteva quanto meno aspettare gli esiti dell’inchiesta avviata sulle garanzie di terzietà istituzionale dell’esercito prima di investire Vannacci di un incarico così rilevante? Non sembra proprio che questo generale esprima idee del tutto personali dal momento che fior di colleghi lo stanno difendendo a prescindere dai risultati dell’inchiesta avviata. Lui stesso ha ritenuto opportuno prendersi una breve licenza per motivi familiari (spero non si tratti di questioni gravi, ma solo di un escamotage per guadagnare tempo).

Temo che il governo dia per scontate le lungaggini delle indagini e finanche le sue inconfessabili conclusioni: il pensiero del generale Vannacci rispecchia in tutto e per tutto la mentalità dei capi dell’esercito italiano. Cosa direbbe mio padre al riguardo? Probabilmente si rifugerebbe nella seguente battuta istituzionalmente sdrammatizzante, ma culturalmente perentoria: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, s’a t’ ghe mètt in testa un bonètt, al dventa un stuppid”.

Nel frattempo il nostro generale non perde infatti occasione per sparare sciocchezze in libertà. Nessuno gli ha consigliato il buongusto e il buonsenso di tacere, ma come noto queste doti non si trovano dietro l’angolo. Anche le opinioni sulla piaga dei femminicidi sono di una superficialità disarmante. É questa la cultura con cui la destra vuole soppiantare la presunta egemonia della sinistra? Se fossi nei panni del ministro Crosetto mi vergognerei, ma evidentemente Vannacci, tutto sommato, fa gioco al qualunquismo imperante. È il caso di dire che ogni esercito ha i generali che merita e che ogni popolo ha i governanti che merita. E io cosa ho fatto di male nella mia vita da meritarmi questi personaggi. E pensare che Crosetto è ritenuto il miglior ministro del governo Meloni.

 

La destra getta via la maschera

Arriva la pietra tombale della maggioranza sul salario minimo. Tutto come previsto, ma in aula alla Camera le opposizioni vendono cara la pelle e la protesta assume toni forti e solenni. Per la prima volta viene di fatto negato dalla coalizione di governo il confronto nel merito della proposta che aveva visto uniti e per la prima volta compatti i partiti di minoranza (con la sola eccezione di Italia viva), perché da Palazzo Chigi la linea dettata è quella di sostituire il testo con un maxiemendamento che sopprime e soppianta l’introduzione della paga minima oraria di 9 euro con una delega al governo a legiferare entro sei mesi per risolvere il dramma del lavoro povero in Italia. Di più, il centrodestra si fa forte delle considerazioni che arrivano dal commissario europeo per il Lavoro Nicolas Schmit, per il quale l’Ue «non impone un salario minimo negli Stati membri».

E però Schmit, in audizione in commissione a Montecitorio, spiega i tre sistemi vigenti: «Il salario minimo, la contrattazione collettiva, il salario minimo più la contrattazione». Tre sistemi che devono garantire remunerazioni congrue, perché, sottolinea il commissario, «la contrattazione potrebbe non essere in grado di coprire una parte sostanziale della forza lavoro. E questo non va bene per l’economia, se tante persone hanno salari bassi. Bisogna bilanciare i due punti e studiare la soluzione migliore per avere salari normali».

Parole interpretate in due sensi diversi da maggioranza e opposizione. Ed è la ministra del Lavoro Maria Calderone ad assicurare che dal governo «viene individuato un percorso diverso. Lo abbiamo sempre detto: per noi è una questione di salario dignitoso».

Rassicurazioni che hanno un peso assai scarso per le opposizioni, decise fino all’ultimo a tenere accesi i riflettori su un provvedimento che trova ampi consensi nel Paese. Così, di fronte alla decisione del presidente della Commissione lavoro Walter Rizzetto (di Fratelli d’Italia) di sostituire per intero la proposta delle opposizioni con il testo della maggioranza, le minoranze tentano il blitz riproponendo sotto forma di emendamento l’articolato iniziale. Pd, M5s, Azione, Avs e +Europa sono consapevoli di non avere i numeri, e infatti il salario minimo viene bocciato con 149 voti contrari, 111 favorevoli e 3 astenuti, ma una volta in assemblea, inizia lo showdown.

Uno a uno – a partire da Giuseppe Conte – i leader delle opposizioni ritirano la firma sul testo del tutto stravolto sostenuto dal centrodestra. «Si deve vergognare chi ha votato no a questa legge che avete fatto a pezzi. Con la modalità della delega si prende in giro la platea di lavoratrici e lavoratori – tuona il leader di M5s -. Io dico questo a quest’Aula: questo gesto proditorio non lo compirete nel mio nome né nel nome del M5s. E per questa ragione ritiro la firma da questo provvedimento perché state facendo carta straccia del salario minimo legale», dice l’ex premier stracciando materialmente il testo.

Toni pesanti anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein: «La Costituzione non vi autorizza agli abusi di potere sulla pelle delle minoranze», mentre «il governo ha scelto di sottrarre al parlamento il diritto di discutere e votare sul salario minimo. Questa è l’idea che avete della democrazia, è un antipasto del premierato», accusa la leader dem. E ancora: «State pugnalando alle spalle le persone sfruttate perché non avete il coraggio di guardarle negli occhi mentre affossate una proposta» che ha «raccolto oltre 500mila firme, ve ne siete fregati, gli avete tolto pure il nome. Puntate a cancellarlo dalla memoria collettiva». Ma così, per Schlein, «voi oggi votate contro una legge che dice che sotto i 9 euro non è lavoro, è sfruttamento. Allora ditelo: a voi va bene lo sfruttamento». (dal quotidiano “Avvenire”)

Sembra giunto il tempo della chiarezza per la destra, che si presenta per quella che è, senza infingimenti sociali, senza foglie di fico europee, senza moderazione alcuna. Mentre Matteo Salvini toglie la maschera a Giorgia Meloni puntando dritto-dritto al sovranismo ed al populismo, mentre la maggioranza di governo si rivela divisa al proprio interno ma in fin dei conti unita su battaglie sostanzialmente anti-europee, in Parlamento ritrova piena e totale consonanza e arroganza anti-sociale non volendo nemmeno sentir parlare di salario minimo per i lavoratori subordinati (si pensi, una miseria di nove euro all’ora).

Dall’articolo sopra riportato emerge chiaramente la pretestuosità dei richiami alla Ue: la linea europea tracciata dal commissario competente esige una sostanziale garanzia di salari normali. Dal momento che la contrattazione collettiva non è in grado di fornire questa garanzia per motivi oggettivi (molti lavori infatti sfuggono alla tutela sindacale), non rimane che un provvedimento di legge erga omnes, che possa coprire l’intero mondo del lavoro. Il governo continua a parlare di un percorso diverso che garantisca un salario dignitoso: “Lo cercan qui, lo cercan là, dove si trovi nessuno lo sa. Che garantire mai non si possa, quel dannato lavoro buttato nella fossa?”.

Il governo si affiderebbe alla contrattazione collettiva, preservandola magari dalla possibilità di ricorso allo sciopero, ben sapendo che molti tipi di lavoro e molti settori economico-sociali, per tutta una serie di motivi al momento insuperabili, non rientrano nel discorso del tradizionale rapporto tra impresa e lavoratori. E allora? Campa lavoratore che il salario non cresce.

È indubbio che esista una consistente fetta di lavoro sfruttato: si tratta spesso di lavoratori extra-comunitari giudicati inutili e fastidiosi, impiegati in lavori che nessun italiano vuol fare, remunerati con un tirone di borsa, a volte buttati allo sbaraglio in condizioni rischiose e costretti a vivere in ambienti penosi. Queste persone sono costrette ad accettare tutto pur di sopravvivere e noi facciamo finta di non vedere, rifiutiamo persino di concedere loro un salario minimo di nove euro all’ora.

Il discorso è molto più largo di quanto si possa immaginare e il problema è veramente grave. Forse finalmente le opposizioni stanno dicendo e proponendo qualcosa di sinistra, mentre governo e maggioranza stanno dimostrando tutta la loro arroganza di destra. Se il confronto parlamentare non è possibile su questa materia di sussistenza per le persone, figuriamoci quando si affrontano problematiche meno immediate e clamorose. Figuriamoci se sarà possibile dialogare sul premierato forte e sulle autonomie regionali rafforzate?

Perché il governo intende inasprire i rapporti politici fino a questo punto? Evidentemente vuole tenere aperto un cordone più o meno ombelicale con la gente allergica ai diritti dei lavoratori, trasferendo sul piano sociale una storica ispirazione più pseudo fascista che pseudo liberista. Altre motivazioni non riesco a vederne. Mi daranno del demagogo. Se è demagogia prendere le parti di persone che guadagnano meno di nove euro all’ora, sono un demagogo e me ne vanto.  Credo abbia ragione Elly Schlein, questa vergognosa e reazionaria vicenda del diniego dell’introduzione del salario minimo suona come prova politico-parlamentare in vista dell’introduzione del premierato. Un colpo oggi, un colpo domani, la democrazia va a pezzi sotto gli occhi dei sonnambuli e dei pecoroni.

 

 

 

Salvini che abbaia non morde

Ursula von der Leyen e Hans Timmermans? “Sono dei malati”.  Non solo: “Le persone più pericolose per l’Europa”. Le sanzioni alla Russia? “Inutili e soprattutto dannose visto che l’economia russa vola e quella tedesca è in recessione”. E poi, “basta immigrazione di massa, basta asilo, basta transizione climatica”. L’Europa? “Una grande casa con un bel giardino e in fondo un bel muro invalicabile dove far entrare chi vogliamo noi”.  I vaccini? “Una insopportabile schiavitù”. Sul palco si alterano uno dopo l’altro i leader tedeschi (Afd), austriaci (Fpo), francesi (Rassemblement national), bulgari (Revival), cechi (Chega), polacchi, romeni, danesi, estoni. Sono sedici. In prima fila, uno accanto all’altro, li ascoltano il vicepremier Matteo Salvini, il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il ministro dell’economia Giorgetti, quello delle Riforme Roberto Calderoli, i governatori Zaia e Fontana, i capigruppo Romeo e Molinari. A volte applaudono. Comunque acconsentono e approvano. S’intravede anche molto imbarazzo. Fortezza da Basso, la reunion dei leader delle destre sovraniste e xenofobe europee convocate sotto il cappello di “Identità e democrazia” e lo slogan “Free Europe” dal leader della Lega Matteo Salvini. Giorgia Meloni ha ufficialmente un problema enorme nel suo governo: il principale alleato va in direzione opposta alla sua e, per come sono state rappresentate le cose ieri mattina, nella competizione europea saranno uno contro l’altro. Salvo sorprese che non possono mai essere escluse ma sembrano altamente improbabili. (Tiscali News – Claudia Fusani)

Matteo Salvini finalmente fa un po’ di chiarezza. Tutto sommato gliene sono grato. Mentre Giorgia Meloni si fa il trucco, lui usa le salviettine struccanti. Lei punta ad un rassemblement moderato, lui ad una reunion delle destre estreme, mentre lei flirta con Ursula, lui la considera una malata contagiosa, mentre lei si colloca nell’area politica filoamericana, lui vagheggia una sorta di terzaforzismo destrorso, mentre lei gioca a fare l’ecologista in transizione, lui sfiora il negazionismo climatico.

I casi sono due: o stanno entrambi recitando una parte in commedia per meglio avere successo di pubblico, oppure stanno facendo sul serio e prima o poi i nodi dovranno venire al pettine, magari proprio in occasione delle prossime elezioni europee. In effetti, guadando al passato, Salvini sta rubando il mestiere alla Meloni, le sta facendo il verso con la sua solita dozzinalità: le sfila le battaglie odierne (sovranismo e populismo) e le lascia quelle di un brutto e impresentabile passato (neofascismo in salsa Vox). Se gara sarà, prenoto un posto defilato in loggione.

Non so quanta credibilità abbia Salvini in Europa dal momento che ha dovuto registrare alcuni importanti forfait: sembra più il mastino tenuto al guinzaglio da gente che la sa molto più lunga di lui, che il coordinatore di una vera e propria fronda antieuropea.

Non mi stupisce l’armata Brancaleone che sta venendo avanti a livello europeo, mi colpisce piuttosto l’accondiscendenza dei Giorgetti e degli Zaia, così come il problematico consenso delle forze sociali filo-leghiste ai disegni velleitari e sbracati di un leader in cerca d’autore.

Può darsi si tratti di una mera tattica volta a ottenere maggiore visibilità mediatica, più largo spazio a livello governativo, più potere all’interno della maggioranza, più considerazione nell’azione di governo, magari sulle battaglie di autonomia regionale rafforzata e di realizzazione del famigerato ponte sullo stretto. Credo tuttavia che Matteo Salvini faccia più pena che paura. Gli avrei dato meno tempo a disposizione, invece vedo che resiste e non molla.

Capisco Gianni Letta che tenta disperatamente di smarcarsi da questa compagnia di giro: ha trovato nell’opposizione alle scriteriate riforme costituzionali in cantiere il punto d’attacco neo-forzista e filo-mediaset. Si vede schiacciato fra gli opportunismi meloniani e i radicalismi salviniani.  Non so se riuscirà nel suo intento di rimettere un po’ d’ordine nel centro-destra. Un tempo, quando la politica aveva un senso e un consenso, ci sarebbe riuscito, oggi lo vedo destinato ad un notabilato critico e stucchevole. Meglio comunque un Gianni Letta fuori dal coro dei cantori stentorei alla Salvini e dei penosi falsettisti alla Meloni.

 

I porte-coton a reti unificate ed allargate

Interrogazione parlamentare per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in merito alla lunga intervista di TgPoste alla presidentessa del Consiglio Giorgia Meloni. A presentarla il segretario di Più Europa Riccardo Magi che spiega: “Venti minuti di pura propaganda di Giorgia Meloni trasmessi in ogni ufficio postale d’Italia, dove i poveri utenti non hanno nemmeno la possibilità di cambiare canale. Sembra uno scenario orwelliano invece è la realtà: TgPoste ha realizzato una lunga intervista a Meloni dove la nostra premier sciorina tutta la propaganda del suo governo, arrivando persino a parlare di successo sul fronte dell’immigrazione e dell’economia. Ricordiamo che azionista di maggioranza di Poste è lo Stato italiano con Cassa depositi e prestiti e il Ministero dell’Economia”. TgPoste viene trasmesso oltre che negli uffici postali di tutta Italia, sul sito di poste italiane, sull’app di poste e su tante altre piattaforme legate a Poste e utilizzate da milioni di italiani. “È normale che a Meloni venga messo a disposizione questo servizio di propaganda da parte di una azienda a controllo pubblico? Perché gli altri leader politici, in particolare quelli di opposizione, non hanno la stessa disponibilità?” si chiedono le opposizioni.

“Ho ricevuto parecchie segnalazioni sull’evento creato dal Tg di Poste Italiane nella giornata di venerdì: quasi tutte per esprimere indignazione e senso del ridicolo per l’operazione mediatica messa in campo. Ma era proprio necessario fare un’intervista “esclusiva” alla presidente del Consiglio?”, afferma il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra. “Già da una parte la Rai – prosegue il leader di SI – si sta confermando come TeleMeloni, venendo meno al suo impegno di servizio pubblico che rispetta equilibrio e pluralismo politico, ci si mettono pure le aziende pubbliche a fare operazioni di propaganda. Ora mancano le immagini della presidente del consiglio mentre fa l’albero di Natale”. “Ma pensano davvero – conclude Fratoianni – che trasformarsi nel nuovo Istituto Luce faccia il bene del Paese?” (da “Il fatto quotidiano”)

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: «Se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati Luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…». Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Lo scandalo è soprattutto della Rai, che è diventata il bollettino d’informazione non tanto del governo e dei partiti di maggioranza, ma addirittura della premier Giorgia Meloni. Alcuni relativizzano la questione dicendo che le cose sono sempre andate così. Non è assolutamente vero! I partiti avevano una notevole influenza a livello Rai, ma i diversi canali garantivano una certa pluralità nell’informazione: tutti ricordano come il primo canale (allora i canali si chiamavano primo, secondo, terzo) fosse orientato sulla Democrazia Cristiana (Bruno Vespa, che ne era una delle punte di diamante, si autodefiniva portavoce di questo partito, Gustavo Selva pontificava dalla radio, etc. etc.), il secondo canale era filo-socialista (i socialisti erano maestri e sorse si preparavano al berlusconismo) , il telegiornale del terzo canale veniva addirittura definito ironicamente TeleKabul dai suoi detrattori per sottolinearne la pedissequa e perfino rozza osservanza che, a loro dire e forse non del tutto a torto, lo caratterizzava rispetto alla linea politica del Pci. Non era certo un sistema modello, ma almeno esisteva un po’ di pluralismo e il fiancheggiamento veniva fatto con qualità e professionalità.

Ora di qualità e professionalità meglio non parlarne: c’è rimasto solo uno sfrenato opportunismo. Vincenzo Cerami nel lontano 2008, in un gustosissimo pezzo su l’Unità, scriveva: “Ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate “porte-coton”. Di chi si tratta? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca”. Che oggi ce ne siano parecchi annidati soprattutto a livello mediatico è innegabile: il discorso si sta allargando a macchia d’olio e vede la Rai capofila in una sfrenata corsa al “filomelonismo”. Dove ci sta il più, la Rai appunto, ci sta anche il meno, vale a dire anche e persino le aziende pubbliche che propagandano il prodotto governativo a marchio Meloni.

È uno schifo? Sì! Tutti vedono, a molti conviene così, a tanti fa gioco fingere di non accorgersene, a parecchi viene comodo cavarsela con un’alzata di spalle. Nei miei rapporti interpersonali verifico però come ci sia gente che proprio non se ne rende conto ed è quello che più preoccupa. Magari è gente che soffre socialmente ed economicamente, ma sembra frastornata e paralizzata.

Berlusconi aveva impostato questo sistema scientificamente (chi sa fare i propri affari è capace di fare anche i tuoi…), ma allora il meccanismo era più scoperto e veniva in qualche modo, seppure faticosamente e parzialmente, respinto (avevamo gli anticorpi): c’era chi battagliava contro quell’andazzo. Oggi la situazione è cambiata e la capacità critica sembra non esistere più. Tutto sommato c’è quasi da rimpiangere i tempi del berlusconismo d’autore: a tanto siamo arrivati?!

 

 

 

Le fandonie della guerra e le verità della pace

 

Il New York Times ha pubblicato il piano d’attacco di Hamas che i militari israeliani conoscevano da oltre un anno. Nel file erano anticipate, al dettaglio, le future mosse dei mujaheddin: il lancio massiccio di razzi, le torri d’avvistamento neutralizzate, l’infiltrazione con moto e deltaplani, l’azione mirata per assumere il controllo della base-comando di Reim in modo da paralizzare la reazione. La breccia doveva essere seguita dall’assalto esteso, con la presa di ostaggi e le incursioni nei villaggi lungo il confine. Per condurre l’operazione Hamas ha intensificato il reclutamento, ha acquistato GPS e droni, ha perfezionato il training, ha condotto esercitazioni continue sotto gli occhi del nemico. Una missione portata a termine con effetti devastanti nonostante a Gerusalemme in molti sapessero. Non è però chiaro se anche Netanyahu fosse stato informato delle intenzioni avversarie. (Dal “Corriere della sera” – Guido Olimpio)

“Si vis pace para bellum”, ma evidentemente non siamo capaci di preparare la guerra o, per dirla in altro modo un po’ più leggero, non siamo capaci di difenderci dalla guerra e quindi finiamo col rispondere alla guerra con la guerra. Sembra uno scioglilingua, ma è invece una triste realtà. Lo strapotere militare e l’efficienza dei servizi segreti israeliani escono molto ridimensionati. Quanto meno la politica non è riuscita a tenere il passo e a mantenere il controllo sulle armi e sulle spie, a dimostrazione che la logica delle armi va per la sua drammatica strada e che le spie, come diceva Aldo Moro, sono inaffidabili per loro vocazione naturale. Il mondo è nelle mani dei fabbricanti di armi e dipende dalle manovre spionistiche: il resto è fuffa pseudo-diplomatica.

Se non ci convertiamo, periremo tutti. Lo dice Gesù a chi lo interroga sulle vittime delle catastrofi. Non c’è guerra giusta o difensiva che tenga, non c’è terrorismo o antiterrorismo, non c’è equilibrio militare che possa garantire uno straccio di coesistenza pacifica, non si può basare la diplomazia sulle macerie della guerra, non si può difendere la democrazia con le armi, non si può distruggere per costruire.

Basta vedere con quanta vomitevole superficialità e sbrigatività si è interrotta la tregua tra Hamas e Israele: entrambi i contendenti avevano la riserva mentale e non aspettavano altro che un pretesto per riprendere la guerra a pieno ritmo. Per Hamas è questione esistenziale (il terrorismo senza guerra non può stare), per i governanti israeliani è questione di paradossale credibilità (più crescono la pur modesta ma tosta contrarietà popolare nonché la pur debole ma realistica perplessità dell’opinione pubblica occidentale, più Israele ha bisogno di picchiare le bombe sulla striscia di Gaza). In mezzo i Palestinesi come canne sbattute dai venti bellici nel deserto della loro totale precarietà.

Gli esperti di geopolitica ci offrono un quadro che sembra dimostrare come le guerre siano inevitabili se non addirittura necessarie. La gente se ne sta convincendo e questo è forse l’aspetto più preoccupante, anche perché dietro le guerre, sotto-sotto c’è sempre la convinzione popolare di essere dalla parte del giusto.

Quando rivedo le folle osannanti all’entrata in guerra dell’Italia giustificata dalla follia mussoliniana, mi chiedo se fossero tutti ubriachi fradici? L’ubriacatura c’era stata, ma c’era qualcosa di più, vale a dire la convinzione che le guerre si devono fare e si possono vincere. La più grande fandonia che purtroppo continua nel tempo. Persino la Chiesa nei secoli vi è caduta clamorosamente e malignamente: la benedizione dei cannoni era il più grave dei tradimenti del dettato evangelico. Oggi non è più così, ma come dice Enzo Bianchi, monaco e teologo,  in una recente intervista rilasciata al “Corriere della sera”, anche per la Chiesa rimane il pericolo dello ”smarrimento”: «Con il Concilio Vaticano II si è arrivati a una riforma della Chiesa per portare il Vangelo nel mondo, poi però ci si è ripiegati molto sulle stesse attività della Chiesa, che si è posta sempre come domina della storia, ha creduto che tutto dipendesse da lei stessa, dimenticando la scelta di spoliazione che persino Cristo ha compiuto dal suo status di figlio di Dio. Ecco, piuttosto di avere la pretesa di dover e poter dire tutto su tutti e tutto, di essere maestra e guidare gli uomini, la Chiesa dovrebbe tornare a spogliarsi e a camminare accanto agli uomini, con compassione e umiltà, per offrire a tutti la grande speranza della resurrezione».

Quindi, o facciamo tutti un bagno di realismo pacifista o rischiamo di essere travolti dalle macerie del realismo bellicista. Due realismi a confronto. Il primo, quello pacifista, sembra un sogno, ma è la più grande delle speranze che non deludono. Il secondo, quello bellicista, sembra un destino ineluttabile, ma è la più sbagliata delle scelte che deludono.