Le fandonie della guerra e le verità della pace

 

Il New York Times ha pubblicato il piano d’attacco di Hamas che i militari israeliani conoscevano da oltre un anno. Nel file erano anticipate, al dettaglio, le future mosse dei mujaheddin: il lancio massiccio di razzi, le torri d’avvistamento neutralizzate, l’infiltrazione con moto e deltaplani, l’azione mirata per assumere il controllo della base-comando di Reim in modo da paralizzare la reazione. La breccia doveva essere seguita dall’assalto esteso, con la presa di ostaggi e le incursioni nei villaggi lungo il confine. Per condurre l’operazione Hamas ha intensificato il reclutamento, ha acquistato GPS e droni, ha perfezionato il training, ha condotto esercitazioni continue sotto gli occhi del nemico. Una missione portata a termine con effetti devastanti nonostante a Gerusalemme in molti sapessero. Non è però chiaro se anche Netanyahu fosse stato informato delle intenzioni avversarie. (Dal “Corriere della sera” – Guido Olimpio)

“Si vis pace para bellum”, ma evidentemente non siamo capaci di preparare la guerra o, per dirla in altro modo un po’ più leggero, non siamo capaci di difenderci dalla guerra e quindi finiamo col rispondere alla guerra con la guerra. Sembra uno scioglilingua, ma è invece una triste realtà. Lo strapotere militare e l’efficienza dei servizi segreti israeliani escono molto ridimensionati. Quanto meno la politica non è riuscita a tenere il passo e a mantenere il controllo sulle armi e sulle spie, a dimostrazione che la logica delle armi va per la sua drammatica strada e che le spie, come diceva Aldo Moro, sono inaffidabili per loro vocazione naturale. Il mondo è nelle mani dei fabbricanti di armi e dipende dalle manovre spionistiche: il resto è fuffa pseudo-diplomatica.

Se non ci convertiamo, periremo tutti. Lo dice Gesù a chi lo interroga sulle vittime delle catastrofi. Non c’è guerra giusta o difensiva che tenga, non c’è terrorismo o antiterrorismo, non c’è equilibrio militare che possa garantire uno straccio di coesistenza pacifica, non si può basare la diplomazia sulle macerie della guerra, non si può difendere la democrazia con le armi, non si può distruggere per costruire.

Basta vedere con quanta vomitevole superficialità e sbrigatività si è interrotta la tregua tra Hamas e Israele: entrambi i contendenti avevano la riserva mentale e non aspettavano altro che un pretesto per riprendere la guerra a pieno ritmo. Per Hamas è questione esistenziale (il terrorismo senza guerra non può stare), per i governanti israeliani è questione di paradossale credibilità (più crescono la pur modesta ma tosta contrarietà popolare nonché la pur debole ma realistica perplessità dell’opinione pubblica occidentale, più Israele ha bisogno di picchiare le bombe sulla striscia di Gaza). In mezzo i Palestinesi come canne sbattute dai venti bellici nel deserto della loro totale precarietà.

Gli esperti di geopolitica ci offrono un quadro che sembra dimostrare come le guerre siano inevitabili se non addirittura necessarie. La gente se ne sta convincendo e questo è forse l’aspetto più preoccupante, anche perché dietro le guerre, sotto-sotto c’è sempre la convinzione popolare di essere dalla parte del giusto.

Quando rivedo le folle osannanti all’entrata in guerra dell’Italia giustificata dalla follia mussoliniana, mi chiedo se fossero tutti ubriachi fradici? L’ubriacatura c’era stata, ma c’era qualcosa di più, vale a dire la convinzione che le guerre si devono fare e si possono vincere. La più grande fandonia che purtroppo continua nel tempo. Persino la Chiesa nei secoli vi è caduta clamorosamente e malignamente: la benedizione dei cannoni era il più grave dei tradimenti del dettato evangelico. Oggi non è più così, ma come dice Enzo Bianchi, monaco e teologo,  in una recente intervista rilasciata al “Corriere della sera”, anche per la Chiesa rimane il pericolo dello ”smarrimento”: «Con il Concilio Vaticano II si è arrivati a una riforma della Chiesa per portare il Vangelo nel mondo, poi però ci si è ripiegati molto sulle stesse attività della Chiesa, che si è posta sempre come domina della storia, ha creduto che tutto dipendesse da lei stessa, dimenticando la scelta di spoliazione che persino Cristo ha compiuto dal suo status di figlio di Dio. Ecco, piuttosto di avere la pretesa di dover e poter dire tutto su tutti e tutto, di essere maestra e guidare gli uomini, la Chiesa dovrebbe tornare a spogliarsi e a camminare accanto agli uomini, con compassione e umiltà, per offrire a tutti la grande speranza della resurrezione».

Quindi, o facciamo tutti un bagno di realismo pacifista o rischiamo di essere travolti dalle macerie del realismo bellicista. Due realismi a confronto. Il primo, quello pacifista, sembra un sogno, ma è la più grande delle speranze che non deludono. Il secondo, quello bellicista, sembra un destino ineluttabile, ma è la più sbagliata delle scelte che deludono.