La “sbuonizzazione” della GMG

“Quando incontro i giovani, dico loro di aiutarci a essere più coraggiosi per affrontare le sfide del cambiamento. Di ascoltare di più i poveri, gli ultimi, chi fa più fatica. Ascoltare i loro desideri, le loro paure e le loro necessità. Dico sempre che Gesù parla soltanto dopo aver servito. Prima serviva, faceva, e poi parlava. Questo diventa importante anche per noi. Altrimenti la gente non crederà alle nostre parole. Perché oggi c’è bisogno di tanta concretezza, c’è bisogno di gesti significativi.

Racconto sempre quattro parole di Don Lorenzo Milani che diceva “fino a che c’è fatica c’è speranza”.  Noi dobbiamo trasformare la preghiera in vita e la vita in preghiera. Perché, se la preghiera non parte dalla vita delle persone, non serve. La “strada del Vangelo”, è quella che dice “di cercare di viverlo dentro i segni dei tempi. Il Vangelo deve vivere nel contesto di oggi. Senza timore di parlare alla politica, perché i ragazzi chiedono speranza, che significa avere dignità, diritti, ascolto. Credo profondamente in questo. Questa è una società del consumismo e del profitto che ad esempio sta un po’ espropriando la realtà dell’adolescenza.

A cominciare dal tentativo di omologare, quando invece “la diversità dei giovani va preservata perché vive e si nutre di relazioni, non di semplici contatti e di connessione. Perciò ai giovani augurerò la solitudine. Da non confondersi con l’isolamento. Perché è nella solitudine che tu vivi le tue emozioni. Questo tuo guardarti dentro, il tuo prendere coscienza. C’è bisogno di solitudine perché noi siamo schiavi dei social e della tecnologia. Non sono da demonizzare, ma abbiamo da fermarci per guardarci dentro” (dall’intervento di don Luigi Ciotti alla GMG come da articolo di “Avvenire” di Daniela Pozzoli inviata a Lisbona).

Da vecchio bacucco qual sono mi sono riconciliato con la GMG grazie alle parole rivolte ai giovani da don Luigi Ciotti: concretezza nel servizio agli ultimi, preghiera che parte dalla vita, solitudine per puntare a vere relazioni. In un clima enfaticamente e trionfalmente celebrativo c’è bisogno di tornare coi piedi per terra, non per tarpare le ali ai sogni della gioventù, ma per dare ad essi un autentico respiro evangelico.

Un testimone credibile riporta i giovani a una dimensione contro-corrente lontana dalle moderne schiavitù, ma anche dai buonismi di evasione. Con don Ciotti si passa dalla clericalizzazione della GMG al suo tuffo nella “politica” intesa evangelicamente come impegno al cambiamento solidale.  Una boccata d’aria giovane in mezzo ai giovani che faticano a viver la loro diversità in un mondo che tenta di traviarli omologandoli e ad una Chiesa che cerca di salvarli “buonizzandoli”.

Sono andato a rileggermi un pezzo scritto nell’ormai lontano 2014 in occasione di un incontro nella chiesa di Santa Cristina: un pretaccio (don Luciano Scaccaglia) che ospitava un altro pretaccio (don Luigi Ciotti), col quale ebbi l’opportunità di scambiare anche qualche parola a tu per tu. “Ascolto attentamente, quasi con apprensione, don Ciotti: si presenta da laureato in scienze confuse, come ama simpaticamente definirsi, da uomo rispettoso della diversità (da non confondersi con avversità) quale sale della vita, da prete che non sputa sentenze ma che accetta e invita ad accettare i dubbi ritenendoli il sale delle certezze, da uomo di Chiesa che consiglia vivamente di diffidare di coloro che propinano troppe facili verità puzzolenti di un sapere di seconda mano, da credente che porta Dio dentro di sé senza bisogno di sbandierarlo o di nascondersi dietro il suo nome, da oratore che getta la sue “parole di carne”.

Auguro ai giovani di prestare ascolto a questo maestro di vita, sbandierando non tanto il proprio pompato giovanilismo di maniera, ma la propria scandalosa ansia di cambiare il mondo e…la Chiesa.

 

Il diversivo delle inchieste parlamentari

Quando entrò in vigore l’iva, fece un certo scalpore l’introduzione di un documento strano, la cosiddetta autofattura, che in certi casi il compratore si vedeva costretto ad emettere al posto del venditore. Un mio simpatico interlocutore, impressionato da questa novità legislativa, quando mi poneva un problema in materia di imposta sul valore aggiunto, finiva col chiedermi in ogni caso: «Co’ disol dotôr, ag fämmiä n’autofatura?». Oggi, politicamente parlando, di fronte a qualsiasi problema potremmo chiederci: «Fämma ‘na comission parlamentärä?». Sta diventando un modo improprio e pericoloso per (s)valorizzare il lavoro del Parlamento, facendo come generalmente fa chi non è capace di fare il proprio mestiere e si dedica a quello altrui.

Il Presidente della Repubblica ha fatto sentire la sua autorevole voce: Fare la parte propria. Vorrei declinare questo dovere in maniera completa e conseguente; aggiungendo: non pretendere di fare abusivamente la parte di altri. Ciascuno faccia il proprio mestiere – come si dice in linguaggio corrente – e cerchi di farlo bene. Auspico, come mi è avvenuto di suggerire in diverse occasioni, che questa stessa consapevolezza – cioè fare al meglio la propria parte – venga anzitutto avvertita da chi ha responsabilità istituzionali. Più volte è stato ricordato, da molte sedi, l’esigenza ineludibile che i vari organismi rispettino i confini delle proprie competenze e che, a livello istituzionale, ciascun potere dello Stato rispetti l’ambito di attribuzioni affidate agli altri poteri. Così quanto alla necessità che la Magistratura sia consapevole di esser chiamata – in piena autonomia e indipendenza – a operare e a giudicare secondo le norme di legge, interpretandole, anche, correttamente secondo Costituzione, e tenendo conto che le leggi le elabora e le delibera il Parlamento, perché soltanto al Parlamento – nella sua sovranità legislativa – è riservato questo compito dalla Costituzione. Allo stesso modo, ovviamente, va garantito il rispetto del ruolo della Magistratura nel giudicare, perché soltanto alla Magistratura questo compito è riservato dalla Costituzione. Iniziative di inchieste con cui si intende sovrapporre attività del Parlamento ai giudizi della Magistratura si collocano al di fuori del recinto della Costituzione e non possono essere praticate. Non esiste un contropotere giudiziario del Parlamento, usato parallelamente o, peggio, in conflitto con l’azione della Magistratura. Così come non sono le Camere a poter verificare, valutare, giudicare se norme di legge – che il Parlamento stesso ha approvato – siano o meno conformi a Costituzione, perché questo compito è riservato, dall’art.134, in maniera esclusiva, alla Corte Costituzionale. Non può esistere una giustizia costituzionale politica. I ruoli non vanno confusi, anche a tutela dell’ambito di cui si è titolari. È una doverosa esigenza quella della normale e virtuosa logica della collaborazione istituzionale”.

Ci sono in ballo parecchie commissioni parlamentari d’inchiesta, dal dopo covid al reddito di cittadinanza, e con esse l’attuale maggioranza governativa tenta di rafforzare i propri poteri, facendo la voce grossa e spaventando chi ha fatto o sta facendo qualcosa che non le aggrada, mentre la minoranza tenta di delegare ad altri la propria funzione. Naturalmente le inchieste fanno comodo quando toccano le eventuali scorrettezze degli altri. A parte che la storia insegna come questo strumento abbia fatto quasi sempre cilecca, a parte che un suo abuso porta inevitabilmente a risultati molto scarsi per non dire inesistenti, a parte il rispetto per i poteri degli altri organi istituzionali, a parte il fatto che ripiegare sulle inchieste dimostra la debolezza o addirittura la mancanza di una cultura di governo, a parte tutto questo, mi viene spontanea una riflessione terra-terra: forse che il Parlamento sta tentando disperatamente di trovare qualcosa da fare per coprire la propria inettitudine a svolgere la funzione legislativa dal punto di vista qualitativo e quantitativo?

Per adesso se ne vanno in ferie, poi al rientro magari ci saranno le commissioni d’inchiesta e le leggi, giuste o sbagliate che siano, le lasciano fare al governo (salvo lamentarsi dell’invadenza governativa). E parlano di riforme costituzionali…ma fatemi il piacere…

Un simpatico amico di mio padre, soprannominato “Pépo spinasa”, al bar, quando si parlava di voglia di lavorare, diceva: «Par mì lavorär l’è un detersìv!». Voleva dire che per lui il lavoro non era considerato un peso, ma un “diversivo”. Credo che troppa gente, anche di alto livello culturale, stia cadendo nell’errore di considerare il lavoro e financo la politica come un diversivo. Ci sarebbe bisogno di detersivo, ma questo è un altro discorso.

 

I poveri senza cittadinanza

Di fronte al dramma di migliaia di persone, che stanno per perdere il loro pur scarso sostentamento disposto nell’ultimo periodo da una legge dello Stato a sostegno dei soggetti in gravi difficoltà economiche per mancanza di lavoro, mi vengono spontanee due sofferte riflessioni.

La prima di carattere socio-politico: non si può chiudere gli occhi davanti ai soggetti più bisognosi. A nulla valgono le motivazioni inerenti eventuali abusi, ritardi e inadempimenti in ordine all’elargizione del cosiddetto reddito di cittadinanza. Anche se in maggioranza (e non è così) questo aiuto fosse finito in tasca a chi non ne ha diritto, anche se coloro che ne usufruiscono fossero prevalentemente dei fannulloni (e non è così), anche se la legge fosse decisamente demagogica e troppo benevola (e non è così), anche se il bilancio dello Stato fosse in gravi difficoltà a causa di queste elargizioni (e non è così), tutto ciò comunque non giustificherebbe un trattamento così freddo al limite del cinismo.

Con tutti i soldi che si sprecano si pensa di fare le pulci ai poveracci: vergogna! Mi vergogno di essere italiano! Nessun argomento mi potrà mai convincere ad accettare simile cattiveria politica e sociale. Bisognerebbe reagire con durezza, ma purtroppo la sinistra balbetta e il sindacato latita: questi sfigati non li ha in nota nessuno ad esclusione dei grillini, che ne stanno facendo una bandiera più strumentale che politica.

La seconda riflessione del tutto personale è di carattere etico prima che politico. Piuttosto che prendersela con chi non sa come fare a vivere ci starei a pagare una consistente tassa ad hoc. Un tempo esisteva il soccorso invernale: se ben ricordo, una sorta di contributo richiesto a chi spendeva in divertimenti, in beni e servizi voluttuari. Oggi potrebbe chiamarsi soccorso di cittadinanza: lo pagherei molto volentieri e mi sentirei più a posto in coscienza. Sì, perché prima della politica viene l’etica e la mia impone di dare una mano a chi è in difficoltà. Sarebbe una tassa oltre modo “piacevole”, un atto di solidarietà a prescindere dagli assetti sociali, che dovrebbero comunque essere consoni a questi bisogni essenziali di tanti cittadini.

Torno rapidamente in ambito politico. Quanta gente, forse anch’io, ha del superfluo con cui vivere abbastanza bene. Possibile che non scatti un meccanismo di equità fiscale che ristori le persone più in difficoltà? Se la sinistra non riparte di qui non so dove possa andare a parare. Dalla destra non mi aspetto niente, mi fa sorridere chi parla di destra sociale: ma fatemi il piacere… E se provassimo a scendere in piazza? Non cambierà probabilmente nulla, ma almeno daremo un segnale di attenzione, faremo un gesto di buona volontà, dopo di che, come già detto, sarei comunque disposto a mettere mano al mio portafoglio in senso fiscale. Servirebbe a poco? Può darsi. A volte basta poco!

Qualcuno potrà rispondermi che nessuno mi impedisce di essere generoso nella gestione personale della mia economia. Giustissimo! Di questo risponderò davanti a Dio. Ma il mio discorso è anche di valenza politico-sociale. I poveri hanno bisogno dell’aiuto di chi sta meglio di loro, ma anche e soprattutto dello Stato di cui sono cittadini. La migliore elemosina consiste nella giustizia sociale e viceversa.

 

Il “Pirlamento” alla stanga

“L’invito a tutti a mettersi alla stanga – per usare ancora una volta questa espressione degasperiana – che mi ero permesso di avanzare tempo addietro, è rivolto appunto a tutti: quale che sia il livello istituzionale, quale che sia il ruolo politico, di maggioranza o di opposizione”. 

È il pressante invito formulato dal Presidente della Repubblica durante la tradizionale cerimonia della consegna del ventaglio. L’occasione è stata quella del lavoro inerente il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza), ma mi permetto di allargare il discorso presidenziale, anche perché era tutto improntato al senso di responsabilità, allo svolgimento dei propri ruoli, al rispetto dei limiti costituzionali e via discorrendo.

Ebbene, la risposta non si è fatta attendere: il Senato si è preso cinque settimane di ferie, la Camera quattro. Mi chiedo se sia possibile in un contesto drammaticamente problematico come quello attuale una simile fuga vacanziera. Stiamo scherzando? Vergogna!

Un Parlamento, dove succedono queste cose e forse anche di peggio, può essere tranquillamente ribattezzato “pirlamento”, come ho sentito dire a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora.

È qualunquismo? È più qualunquista chi nel bel mezzo dei problemi, tira giù la saracinesca e se ne va in vacanza o chi si permette di bollare questo comportamento come irresponsabile? Come ebbe a dirmi qualche tempo fa un mio acuto interlocutore, è più qualunquista il politico che ruba o il cittadino che protesta con veemenza contro le ruberie dei politici? Non lavorare è come rubare!

Moralismo spicciolo? Sì, perché se non ritroviamo il senso etico della politica, siamo fritti in padella. Il discorso del Capo dello Stato alla suddetta cerimonia era proprio, al di là dei precisi e puntuali riferimenti, un rimprovero per quanti fanno poco o niente e magari si permettono di criticare e censurare chi fa qualcosa. Chi non fa non falla.

Mi sovviene l’aneddoto relativo alle disavventure professionali di un funzionario pubblico, che si dava da fare (non era un assenteista, tutt’altro), ma finiva col combinare disastri, al punto tale che il suo capo, dopo avere registrato lamentele e proteste degli utenti, fu costretto a chiamarlo a rapporto. Gli disse perentoriamente: «Lei non faccia niente, legga il giornale, guardi fuori della finestra, quando proprio non sa come fare a passare il tempo, dorma! Le farò mettere un comodo divano letto nella sua stanza…». Stiamo scivolando verso questa paradossale china? Non vorrei che l’appello presidenziale fosse una specie di ultimo richiamo, un’ammonizione da cartellino giallo prima dell’espulsione da cartellino rosso. Mi si dirà che piuttosto di lavorare male forse è meglio non fare niente per evitare disastri. Siamo arrivati a tale punto?

In questi giorni qualcuno sta accusando Sergio Mattarella di eccessivo interventismo, di parlare troppo, di intromettersi nei gangli istituzionali e politici. Credo che stia correttamente nei limiti delle sue prerogative, ma se esagerasse avrebbe tutta la mia approvazione e penso anche quella dei cittadini. Ha usato l’incisivo termine “stanga” a significare l’assoluta necessità dell’impegno da parte di tutti. Gradirei che tirasse fuori anche lo “staffile” per picchiare duro sui vagabondi e sugli incapaci di Stato a tutti i livelli, cominciando possibilmente dai più alti.

La teologia di chitarre e mandolini

Papa Francesco, qualche tempo fa, ha detto: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso».

Non credo che questa immagine si attagli all’insistente impostazione della Chiesa proiettata sullo straordinario: giornata dei nonni, giornata della gioventù, tempo di sinodo e via discorrendo. Con tutto il rispetto mi sembra più la configurazione di una “casa per vacanze”, impegnate ed impegnative, ma pur sempre legate più a straordinarie pause di riflessione che a ordinario e quotidiano impegno di testimonianza.

La vita civile, politica e finanche religiosa è tutta puntata sugli eventi straordinari dopo di che “passata la festa, gabbato lo santo”. Chi amministra una città non è preoccupato delle buche nelle strade, delle risse nelle strade, della gente che dorme sotto i ponti, delle bocchette che non tirano, si dedica ai convegni programmatici ed agli eventi culturali. Chi guida la Chiesa ai vari livelli si preoccupa di predicare bene nelle occasioni particolari e si accontenta di razzolare male nel quotidiano.

Purtroppo l’evento straordinario, anche se promosso con le migliori intenzioni, se non è preceduto e seguito dai comportamenti quotidiani ed ordinari, rischia di scadere nella cultura dell’effimero, che lascia tutto com’è. In campo religioso Vittorio Messori, quanto ai giovani, l’ha chiamata “teologia della chitarra”, per gli anziani potremmo introdurre il concetto di “pastorale del liscio”, per la Chiesa intera ipotizzare un “parlarsi addosso coordinato e continuativo” (vedi interminabile cammino sinodale).

È anche un po’ la storia della liturgia ingessata in una vuota ritualità e che andrebbe invece ricondotta alla spontaneità, al coraggio di fondere il sacro con la vita. Tutti assistiamo in televisione ai riti celebrati in Vaticano, in S. Pietro a Roma, ma anche in giro per il mondo, e ne cogliamo la pesante, oserei dire pedante, spettacolarizzazione, abbiamo la sensazione di assistere ad assurde messe in scena degne del miglior Franco Zeffirelli (a quando, papa Francesco, una ventata di aria fresca anche in questo campo? A quando il licenziamento degli insopportabili ed impettiti maestri di cerimonie, protagonisti instancabili di un marcamento a uomo del pontefice ovunque celebri una messa?). Poi entriamo in certe chiese periferiche e torniamo a terra, per constatare la routinaria pochezza di liturgie sbrigativamente ed anonimamente finalizzate solo al tagliando di adempimento del precetto festivo. Da una estremità all’altra: dalla vuota enfasi rituale alla banalizzazione precettistica, dalle straordinarie parodie, magari con tanto di indulgenza plenaria, alle ordinarie e routinarie liturgie deducibili in sede di esame di coscienza, dal vuoto, oserei dire ridicolo, formalismo del “su al capél e zo al capél” (se qualcuno non l’avesse intuito mi riferisco alle mitre episcopali ostentate durante le celebrazioni liturgiche) alle messe celebrate alla sans-façon.

Preghiamo pure per i giovani che andranno alla radunata oceanica di Lisbona, per gli anziani vezzeggiati dal papa, per i pellegrini di tutti i santuari sparsi nel mondo, per tutti i cristiani della domenica, affinché rientrati nella quotidianità possano capire che il Vangelo è roba da farsi su le maniche.

C’era una mia carissima zia che, in assoluta controtendenza, andava a messa solo quando era in vacanza (probabilmente condizionata dalla trascinante devozione di mia madre con la quale trascorreva appunto le vacanze estive). Sosteneva però di essere abbastanza assidua nella frequenza ai sacramenti, intendendo scrollarsi di dosso l’immagine di una praticante piuttosto leggera e opportunistica. Venne però la riforma liturgica e durante le prime vacanze successive si recò, assieme a mia madre, a messa nella località di villeggiatura. Incappò, per ironia della sorte, in un sacerdote piuttosto testardo e pignolo, il quale, al momento della comunione, le porse l’ostia consacrata dicendo “Corpus Cristi”, restando in attesa della dovuta risposta, vale a dire “amen”. Mia zia rimase a bocca aperta e non rispose un bel niente. Lui insistette alquanto invitandola espressamente: “Dica amen…dica amen…dica amen”. Niente da fare, si dovette rassegnare a concederle l’ostia senza ottenere il prescritto “amen”. Tornata al posto chiese conto a mia madre, perché non aveva capito niente e le disse: «Insomma, parché an met miga spieghè cmé ‘s fa a fär la comunion?». Mia madre scoprendo l’altarino le rispose: «Cò vót ca vaga a imaginär ch’an tal sev miga, at dis ch’at vè sémpor a mèssa…».  Per mia zia la pratica religiosa era un fatto straordinario, anche se era così buona e generosa che il Padre Eterno l’avrà fatta accomodare in paradiso senza bisogno di alcun amen di carattere formale.

Santanchè, tanta politica e niente etica

Nelle tre ore di dibattito si sono fatte ben ascoltare le parole del senatore Luigi Spagnolli (Autonomie). Non ha condiviso lo strumento della mozione di sfiducia ma, ormai che ci siamo “voglio dire come le penso”. Il problema signora ministra “non è che lei si debba dimettere da ministro. Il problema è che lei sia diventata ministro. Non è il Senato che la processa ma il groviglio di menzogne nell’aula del Senato, di potenziali conflitti interesse, di vicende tutte da chiarire che la rendono politicamente incompatibile con il suo ruolo”. Segue l’elenco impietoso delle domande a cui dovranno rispondere le inchieste della magistratura: gli ex dipendenti ancora in attesa del TFR; che fine hanno fatto i 2,7 milioni di euro prestati da Invitalia alle società Visibilia e Ki Group; c’è stato uso fraudolento della Commissione d’inchiesta Covid come denunciano alcuni dipendenti? “È opportuno – ha chiesto Spagnolli – che la Santanchè-imprenditrice negozi con l’Agenzia delle Entrate il rientro dei debiti fiscali quando la Santanché-Ministra siede in Cdm con il Ministro che dell’Agenzia ha responsabilità diretta?”. O che la Santanché-imprenditrice porti a garanzia gli introiti del Twiga quando la Santanché-Ministra è impegnata sul rinnovo delle concessioni ai balneari?”. I filoni di indagine per cui la ministra del Turismo è indagata o di cui sono oggetto le sue attività imprenditoriali ipotizzano il falso, la bancarotta, l’aggiotaggio, la truffa. Sempre che non porti altro anche la miracolosa compravendita della villa a Forte dei Marmi che ha fruttato in meno di un’ora un guadagno di 753mila euro alla famiglia La Russa-Santanchè tramite le maglie del presidente del Senato e il compagno della ministra. (dal quotidiano “Il riformista”

Mi chiedo se sia possibile che un ministro della Repubblica con questo popò di pendenze sul capo possa rimanere al proprio posto trincerandosi dietro un voto di fiducia parlamentare. Da un punto di vista squisitamente giuridico sì, sul piano etico no, sul piano politico nì o sò.  È pur vero che la nostra è una Repubblica Parlamentare, ma tutto ha un limite e prima e oltre che al Parlamento un governante deve rispondere alla Costituzione, al popolo sovrano e allo Stato nel suo complesso.

Le opposizioni sono state fin troppo politicamente corrette: c’è chi ha affondato i colpi, chi non ha infierito più di tanto, chi ha fatto addirittura il pesce in barile. Il punto d’attacco doveva essere quello etico, argomento che i cittadini sentono molto, invece… Ho riportato sopra l’intervento del senatore Luigi Spagnolli in quanto risponde a questa necessità di fare chiarezza.

Si dice che in altri Paesi democratici un ministro invischiato come Daniela Santanché si sarebbe già dimesso da parecchio tempo, forse non sarebbe nemmeno stato nominato. Non voglio guardare all’estero, preferisco rimanere in Italia. Se devo essere sincero mi ha stupito l’atteggiamento del Quirinale in sede di formazione del governo (fino a prova contraria infatti la Santanché è stata nominata da Mattarella seppure su proposta di Giorgia Meloni): troppa indulgenza verso personaggi chiacchierati ed eticamente inadatti al ruolo. Mi stupisce poi che il Presidente della Repubblica non abbia usato la moral suasion per far dare le dimissioni a questa imbarazzante ministra: doveva alzare la cornetta del telefono e consigliarglielo caldamente (una sorta di imposizione più che opportuna a costo di innescare uno scontro istituzionale).

Un’ultima considerazione sul Partito Democratico: non riesce a toccare le menti, i cuori e le coscienze degli italiani. Forse avrà qualche timore di ritorsioni dialettiche in merito a propri peccati? Se è così, meglio che vadano a casa tutti… Personalmente, fossi stato un senatore, di fronte al diniego di questa ministra ad assumersi le proprie responsabilità, mi sarei dimesso in segno di protesta contro un andazzo inqualificabile della politica a prescindere dagli schieramenti e finanche dal voto elettorale. Qualcuno in questo Paese addormentato dovrà pur cominciare a dare qualche segnale!

 

Attenti a quei due

Se agli Usa è concessa la realpolitik, io mi prendo la libertà della “realcommentik”. Non mi lascio incantare dai baci e abbracci fra Joe Biden e Giorgia Meloni, anche perché avvengono all’ombra di una guerra e sinceramente non credo alle amicizie cementate da intenti bellici. Le guerre da sempre servono a deviare l’attenzione dai veri problemi: a Biden quella tra Russia e Ucraina serve a ribadire la propria potenza (?) a livello internazionale, a Meloni serve a superare la propria debolezza a livello italiano ed europeo.

“Diamo il benvenuto al Primo Ministro, siamo diventati amici”. Joe Biden fa gli onori di casa nello Studio Ovale accogliendo Giorgia Meloni: “Ed è bello averti alla Casa Bianca. Grazie per essere venuta”. L’incontro tra due leader è durato poco più di un’ora. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha sottolineato davanti alle telecamere come lui e la premier Giorgia Meloni “sono diventati amici”, ha detto prima dell’incontro a porte chiuse. (da Il tempo.it)

A quanto pare nessun problema in merito alla credibilità democratica di una governante dal passato politico equivoco: l’importante è inchinarsi alla strategia Usa senza battere ciglio. Non fu così con Aldo Moro negli anni settanta del secolo scorso: “Lei la pagherà cara” gli dissero e mantennero la promessa, “brigando” non poco, direttamente e indirettamente, con le brigate rosse per far fuori chi osava rompere i coglioni aprendo ai comunisti. Come si permetteva questo signore di scombussolare la guerra fredda, tentando una qualche collaborazione col Pci, portandolo progressivamente e definitivamente nell’area democratica?

Sui baci e abbracci americani c’è quindi da essere molto cauti ed attenti. Sono un sostenitore di una sorta di neo-atlantismo in salsa europea: gli Usa, la Nato, l’Occidente visti in un rapporto amichevole ma paritario con l’Europa in una logica multilaterale e pacifica. Giorgia Meloni ha porto a Biden un piatto di lenticchie africane, sventolando lo specchietto delle allodole di un finto e strumentale protagonismo filo-africano in spudorata chiave anti-immigrazione.

Intendiamoci bene, non è che Mario Draghi potesse permettersi una grande autonomia rispetto alla strategia Usa, ammesso e non concesso che ne abbiano una. Poteva però almeno spiegare a loro cosa sta succedendo in Italia e in Europa a livello economico. Cosa volete che spieghi Giorgia Meloni a Biden al di là dei debordanti casini italiani ed europei? Gli avrà forse garantito una linea conservatrice in Europa che assomiglia molto al trumpismo e poco al pur timido bidenismo? Gli avrà promesso di tenere a bada i sovranisti e populisti europei? Ma a questo ci sta già pensando lui con maggiore forza persuasiva.

In conclusione, operazione d’immagine! Quando assisto alle strette di mano fra i capi di Stato, da una parte mi sento un po’ più tranquillo (meglio uno scambio di cortesie piuttosto che un’esibizione muscolare), dall’altra però mi chiedo cosa combineranno dopo (l’amicizia è una cosa seria). Dopo la visita di Giorgia Meloni negli Usa non mi sento affatto rinfrancato, perché rientra in un dilettantesco maquillage della nostra premier e, se proprio vogliamo trovarvi un significato più sostanzioso, in un inaccettabile consolidamento dello status quo a livello italiano, europeo e mondiale. Morale della favola: se restava a casa forse era meglio!

Rai e Mediaset a ruoli invertiti

Informazione plurale e stop al trash, la svolta Mediaset. Arrivano Berlinguer e Merlino. Banditi gli eccessi nei reality. Un’informazione sempre più ampia e plurale, capace di parlare a un pubblico “il più trasversale possibile”, con l’ingaggio di Bianca Berlinguer, che avrà un doppio impegno su Rete4 fra prime time e access prime time, l’arrivo di Myrta Merlino a Pomeriggio 5, al posto di Barbara D’Urso, e l’approdo di Veronica Gentili alle Iene su Italia 1. Lo stop al trash e agli eccessi nei reality, che – a partire del Grande Fratello – dovranno porsi “limiti che hanno a che fare con la sensibilità e con il rispetto dei singoli e del pubblico nel suo insieme”. E un tocco di vintage, con la riedizione della Ruota della fortuna, affidata a Gerry Scotti, e una serata Karaoke. È la rivoluzione annunciata da Pier Silvio Berlusconi, Ad di Mediaset, pronto a ridisegnare il volto editoriale di un’azienda che con Mfe punta a creare un player paneuropeo per far fronte alla concorrenza dei big del web.  (Agenzia Ansa)

 

Saviano cacciato dalla Rai. Lo scrittore paga lo scontro con Salvini: “Sembra un nuovo editto bulgaro. Questa Italia fa paura”. Definì il leader della Lega “ministro della Mala Vita”. Il suo programma Insider, faccia a faccia con il crimine non andrà in onda a novembre. La decisione motivata con il Codice etico. L’ad Sergio: “Scelta di Viale Mazzini”. Roberto Saviano è fuori dai palinsesti autunnali della Rai. Il suo programma Insider, faccia a faccia con il crimine – quattro puntate già registrate – non andrà in onda, come previsto, a novembre. Lo ha anticipato, in un’intervista al Messaggero, l’amministratore delegato Roberto Sergio. “La scelta è aziendale non politica”, ha puntualizzato Sergio, che oggi dovrebbe ufficializzare la decisione. Incompatibilità con il Codice etico del servizio pubblico, le motivazioni ufficiali dietro la cancellazione del programma del giornalista e autore di Gomorra, che paga lo scontro social con il ministro Matteo Salvini. “Sembra un nuovo editto bulgaro. Questa Italia fa paura. Prima ti massacrano di processi, poi ti impediscono di lavorare”, dice Saviano. Per Roberto Saviano quella della Rai è dunque una scelta politica. “Hanno elaborato un codice etico che risponde ai desiderata di chi – Salvini – nel 2015 scriveva: ‘Cedo due Mattarella per mezzo Putin’, dice lo scrittore all’Ansa ricordando che alla trasmissione, “quattro puntate già registrate”, dedicate tra l’altro a Don Peppe Diana e ad alcuni cronisti “perseguitati”, si lavorava “da oltre un anno”. (Dal quotidiano “La Repubblica”)

 

Il mondo è bello perché è vario. Da qualche tempo, per quel che riesco a curiosare nei programmi televisivi, mi sono accorto che, mentre il servizio pubblico radiotelevisivo tende spudoratamente a privilegiare l’appoggio politico al potente di turno a scapito della qualità, della professionalità e della correttezza e completezza dell’informazione, le reti Mediaset stanno cercando un nuovo corso almeno un po’ più aperto, plurale e professionale. Si sta venendo a creare un dualismo invertito, che non vede più la contrapposizione fra il servizio pubblico a servizio degli utenti “canonizzati”, seppur quasi inevitabilmente condizionato dal potere politico, e la televisione privata quasi inevitabilmente schierata sul business, bensì una Tv di Stato imbalsamata in una sorta di cultura di regime e una Tv commerciale aperta al nuovo che avanza.

Intendiamoci bene non mi illudo che Mediaset possa costituire una sorta di garanzia nel potersi accostare al video senza brividi, però mi scandalizzo per una Rai asservita totalmente alla classe politica governante. Forse si è rotto lo schema tradizionale del conflitto tra pubblico e privato, le carte si stanno rimescolando e alla fine temo che per l’utente radiotelevisivo tutti i gatti siano bigi e l’uno e l’altro pari siano.

Vado a prestito da mia madre che acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi e nei ruoli: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Tento la parafrasi: «La television äd Berluscón la vol stär dala pärta ädla génta, la Rai la fa j interess dj amig äd Berluscón: podrala andär bén l’Italia?».

Ho più volte ricordato come mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi dicesse: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

A livello Rai non esiste più nemmeno un minimo di pluralismo, tutte le reti sono addomesticate dal governo che ne detta i contenuti e ne spreme gli appoggi. Una Rai sempre più inguardabile e mi mette tanta tristezza dover sperare in Mediaset. Siamo arrivati a questo punto: a fare il tifo per Marina Berlusconi contro Giorgia Meloni, per la famiglia berlusconiana contro il clan del centro-destra, a scegliere i puzzoni che puzzano meno. E magari non è ancora finita, ne vedremo delle belle. Il problema sta nel fatto che tutto ciò alimenta la sfiducia, lo scetticismo il qualunquismo. Putôst che niént (la Rai) è mej putôst (Mediaset).

 

 

 

 

 

Il neo-squadrismo salviniano

Quando si ammazza una persona, non si ammazza solo l’uomo, ma quello che rappresenta. Don Giovanni Minzoni, dopo la Prima guerra mondiale in cui opera come cappellano militare, poi medagliato, ritorna ad Argenta come arciprete. Ma non è un sacerdote come gli altri. Interpreta il clima storico, politico e sociale non solo attraverso la sua fede, ma opera nel concreto di quel contesto sociale, ponendosi due obiettivi: l’organizzazione educativa dei ragazzi, di cui sono testimonianza le sue realizzazioni di quegli anni – il doposcuola, la biblioteca circolante, il teatro parrocchiale, i circoli maschile e femminile, le due sezioni scout – e quella sociale dei lavoratori, tesa a diffondere la pratica cooperativistica di ispirazione cattolica sia tra i braccianti sia tra le operaie del laboratorio di maglieria. (Paolo Papotti – Patria indipendente)

 

Chi sia don Luigi Ciotti lo sanno tutti, in Italia e all’estero. Che cosa abbia rappresentato per la lotta alle mafie, per i familiari delle vittime innocenti, per l’educazione alla legalità è testimoniato da decine di associazioni, migliaia di persone, semplici cittadini, magistrati, professionisti, politici, giornalisti, parlamentari. Don Ciotti può essere studiato da tanti punti di vista, tutti giusti, ma tutti parziali, perché egli è, innanzitutto e soprattutto, un prete. Un prete, costretto a vivere sotto scorta, perché ha preso terribilmente sul serio il comandamento di Gesù di amare il prossimo, concretamente, sporcandosi le mani, là dove si trova, nelle condizioni in cui si trova, correndo il rischio di essere insultato, vilipeso, ucciso. Per liberarlo dai legacci insidiosi che lo tengono prigioniero, rimetterlo in piedi, aiutarlo a essere libero. (Maurizio Patriciello – Avvenire).

 

Mi si dirà che l’accostamento fra questi due preti della storia italiana sia sproporzionato: don Ciotti non è stato ammazzato. Le parole però sono come spade, possono uccidere. Penso che quelle irripetibili pronunciate dal ministro Matteo Salvini siano tali. Possibile che si stia arrivando a tanto per difendere l’indifendibile progetto della costruzione del ponte sullo stretto di Messina? Possibile che il popolo italiano sopporti un simile scempio etico-culturale prima che politico? Possibile che il linguaggio e i metodi di questa squadraccia governativa non induca gli italiani a reagire? Don Ciotti non ha bisogno di solidarietà, è l’Italia che ha bisogno dell’impegno civile e sociale di don Ciotti. E non mi si venga a dire che non abbiamo il neofascismo dietro l’angolo: cosa aspettiamo a rendercene conto?

Non si deve solo dire eticamente che il ponte sullo stretto rischia di collegare due cosche anziché due coste, si deve avere il coraggio di affermare politicamente che la destra italiana al governo sta rischiando di collegare due fascismi, quello del ventennio del novecento con quello altrettanto pericoloso del quinquennio in corso. Speriamo che qualcuno lo interrompa o che almeno non lo faccia durare oltre.

 

 

Vox Hispaniae, vox Melonis

Le previsioni elettorali spagnole sono state almeno parzialmente smentite dalle urne: il vento di destra, che sembrava soffiare impetuoso spazzando via l’esperienza governativa di sinistra, si è quanto meno placato lasciando sul campo una situazione che assieme all’immediata ingovernabilità offre qualche speranza di ravvedimento operoso a livello di prospettive politiche spagnole ed europee.

Dietro la montante onda, che voleva una vittoria della destra a tinte fortemente voxiane, c’era in nuce il disegno molto meloniano e poco merkeliano di portare nel Parlamento europeo un’aria scaturente dall’alleanza tra popolari e destre sullo schema italiano attuale, vale a dire di un centro-destra molto spostato a destra in netta contrapposizione alla sinistra socialdemocratica e verde. Fine delle grandi coalizioni e ritorno alla dialettica politica con lo sdoganamento anti-europeo dei vari sovranismi e populismi sparsi nel continente.

Gli elettori spagnoli hanno imposto una brusca frenata a questa marcia apparentemente inarrestabile. Probabilmente hanno ragionato e reagito, portando in primo piano i problemi sociali (lavoro e salari) e mettendo da parte le sirene identitarie (Dio, patria e famiglia), nazionaliste (prima le vecchie patrie della nuova patria europea), egoiste (prima i cittadini nostrani di quelli d’immigrazione), populiste (meglio i popoli singoli delle burocrazie europee).

Leggo in questo risultato elettorale un flebile e disperato appello alla sinistra a fare il proprio mestiere prima che sia troppo tardi. Verrà colto a livello spagnolo ed europeo? Faccio una provocatoria e semplicistica provocazione: in Francia la gente protesta con violenza nelle strade, in Spagna reagisce col voto, in Italia…sale il gradimento di Giorgia Meloni.

Perché negli altri Paesi europei c’è, bene o male, una reattività popolare, che non trova sbocchi positivi immediati, ma riesce comunque a farsi sentire, mentre il Italia il malcontento c’è ma non si vede e soprattutto non riesce a farsi sentire? Alle piazze e alle urne gli italiani preferiscono i bar, dove tutti si rifugiano in quel paese che si chiama qualunquismo e dove si ha solo il coraggio di mandare a cagare la politica. È chiaro che in un simile clima la destra ha buon gioco, mentre la sinistra arranca. Fino a quando?

L’elettorato italiano saprà prima o poi scuotersi dallo scettico torpore, lasciare perdere l’antipolitica del leghismo prima e del grillismo poi, abbandonare le nostalgie identitarie del melonismo, rendersi conto dell’impoverimento socio-economico dilagante, darsi una mossa per ricominciare a fare gli inevitabili conti con la politica? Oppure continuerà ad applaudire Sergio Mattarella e a votare Giorgia Meloni: un autentico ossimoro dell’attuale storia italiana.

Quando se magna Viva la Spagna? Un tempo si usava l’espressione “o Franza o Spagna, purché se magna”, attribuita al fiorentino Francesco Guicciardini, che fu ambasciatore presso la corte di Spagna, diplomatico e condottiero al servizio del Papato, infine grande storico, per significare l’opportunismo italiano sempre pronto a stare dalla parte di chi gli garantisce un piatto di lenticchie. Oggi potremmo rivedere e correggere questo modo di dire: “niente Franza, niente Spagna anche se nun se magna”.