Il governo tocca il fondo sui fondi

Una delle più inspiegabili e inammissibili lacune dello Stato italiano nei confronti dei suoi cittadini consiste nella stitichezza a supportare invalidi e famigliari delle vittime di eventi peraltro quasi sempre dovuti alla debolezza delle strutture pubbliche: lavoro, calamità, terrorismo, etc. etc.

Medaglie sì, pensioni col contagocce e con enormi ritardi. Risparmiamo (?) sulla pelle dei cittadini più sfortunati: roba che grida vendetta. Purtroppo è un difetto storico che va oltre gli indirizzi politici dei governanti di turno. Questioni burocratiche? Quando non sappiamo a chi dare la colpa, ce la prendiamo con la burocrazia di cui tutti, più o meno, siamo vittime. Non mi sento però di liquidare una simile manchevolezza in questo modo sbrigativo.

Quando vedo consegnare onorificenze e medaglie, quando sento la solita frase del “non vi dimenticheremo”, mi viene spontaneo pensare se e quando mai queste persone avranno quel sostegno economico che meritano e che magari è stato loro promesso. Probabilmente dopo il danno avranno le beffe di vedersi costretti ad inoltrare domande, a fare interminabili file agli sportelli pubblici, a chiedere quanto di loro sacrosanta spettanza.

Frequentavo la quarta classe dell’istituto tecnico commerciale: in questa scuola c’era l’usanza di iscrivere in un albo d’onore (sic!) gli allievi che si distinguevano per il loro profitto. Alla fine del primo trimestre avrei avuto i requisiti per quella iscrizione (nessuna insufficienza), ma avevo un voto basso in condotta (eravamo stati nella mia classe tutti puniti per alcune marachelle) e quindi persi “l’onorificenza”, per la verità senza grosso dispiacere da parte mia. Quando l’insegnante, che nutriva grande stima nei miei confronti, mi diede con un certo rammarico questo annuncio di fronte a tutti i miei compagni di classe, non esitai ad esprimere una sostanziale indifferenza alla questione: un mio compagno, volle dire ironicamente la sua e rivolto verso di me chiese, provocatoriamente e ad alta voce affinché la professoressa potesse sentire: «Si prendono soldi ad essere iscritti nell’albo d’onore?». Lo disse in uno sguaiato dialetto parmigiano per rendere ancor più ficcante la battuta. Fu immediatamente redarguito dall’insegnante, lui si scusò e la cosa finì così.

Forse aveva brutalmente ragione: siamo sempre pronti a riconoscere i meriti a parole salvo fregarcene altamente di premiarli in modo concreto. Si tratta della “paccaterapia” vale a dire la pacca sulla spalla che risolve tutto.

Un decreto del ministero del Lavoro approvato a maggio e passato sotto traccia per alcune settimane ha ridotto l’importo che le famiglie delle vittime del lavoro – o di chi subisce un grave infortunio – possono ricevere dallo Stato. Il testo del decreto 75/2023, firmato dalla ministra Marina Calderone, specifica le nuove cifre: il minimo è di 4mila euro, se c’è una sola persona superstite nella famiglia. Il massimo 14.500 euro euro per più di tre superstiti. Si considerano familiari i coniugi e i figli, e se non ci sono si allarga a genitori, fratelli e sorelle.

Nel 2022, le cifre erano ben diverse: 6mila euro la soglia minima, ben 22.400 quella massima. E la differenza si vede, ovviamente, anche per le quote intermedie. Per due superstiti si pagano 7.500 euro, che un anno fa erano 11.400. Per tre superstiti, la somma è di 11mila euro contro il 16.800 assegnati nel 2022.

Così, il Fondo di sostegno per le famiglie delle vittime di gravi infortuni sul lavoro è stato ridimensionato. Il pagamento una tantum è una pratica gestita dall’Inail, nata nel 2007, che viene erogata alle famiglie dopo la morte o il grave infortunio di un lavoratore o una lavoratrice, entro un mese. Si rivolge anche a chi non ha un’assicurazione Inail. Più avanti, poi, con apposite verifiche si fissa un indennizzo specifico in base alle circostanze che vengono accertate. (Fanpage.it)

È stato chiesto conto al ministro competente e staremo a sentire cosa risponderà. Nel frattempo posso vergognarmi? Sì, mi vergogno! Mi si dirà che sono piccole ingiustizie a fronte di altre ben più grosse e clamorose. Qui però c’è accanimento, c’è sadismo di Stato, ben più del pizzo di Stato (ammesso e non concesso che esista, forse solo, speriamo nel cervello di Giorgia Meloni).

 

 

I buffoni seri e quelli ridicoli

“Cominciate a fare le brigate di cittadinanza – dice dal palco al popolo pentastellato – mascheratevi col passamontagna e di nascosto andate a fare i lavoretti, sistemate i marciapiedi le aiuole, i tombini, senza dare nell’occhio”.

Non ci voleva molto a capire che si trattasse di una provocazione ironica che intendeva scuotere i cinquestelle e spingerli a reagire ad un certo andazzo della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Ma esponenti politici e media in mala fede hanno reagito scandalizzati sostenendo che si trattasse di un equivoco e pericoloso invito alla politica armata.

Beppe Grillo è stato così costretto a tornare ad ironizzare: “Per favore fermatevi, era una boutade. Possibile che prendete tutto sul serio? Arrivano notizie drammatiche: è stato avvistato un pensionato di 74 anni che stava aggiustando sei tombini di notte con il passamontagna. Un albanese con la cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi nella notte con il passamontagna”. Ed ha aggiunto: “Serve anche una legge. Il governo deve reagire, deve fare una legge. Abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela. Siate coerenti con voi stessi e con il governo e con la politica. Uscite e applaudite la città. Dovete dire – ha concluso Grillo – ‘guarda che bel tombino devastato, che meraviglioso marciapiede rotto, guarda che piante ammuffite!’. Questo dovete fare. Smettetela perché altrimenti scoppia un casino ottimale!”.

Le reazioni più strumentali si sono avute nel partito democratico la cui segretaria aveva partecipato alla manifestazione grillina contro la precarietà durante la quale è avvenuto il “fattaccio” e la cui seduta della direzione ne è stata pretestuosamente “influenzata”.

“Il ritorno sul palco di Beppe Grillo inguaia Elly Schlein e il Pd. L’uscita sulle «brigate di cittadinanza con passamontagna» (in realtà lanciate mesi fa dal garante e proposte come una libera associazione di cittadini per lavori di pubblica utilità) crea scompiglio e ieri ha portato alle dimissioni dal Consiglio regionale del Lazio di Alessio D’Amato, ex assessore alla Salute e candidato del centrosinistra alle scorse regionali. Non è il solo ad aver espresso disagio rispetto alla partecipazione della segretaria al corteo voluto sabato da Giuseppe Conte contro la precarietà, ma la sua reazione è certamente quella più rumorosa.  «Va prestata grande attenzione a cosa si dice. E se lo si fa in una manifestazione pubblica, sì, possono essere considerate eversive – ha detto D’Amato -. Il passamontagna si è messo in circostanze nefaste per la Repubblica mentre per le proprie idee si combatte a viso aperto». Non è chiaro al momento se le dimissioni siano l’anticipo di un addio al partito (magari per approdare proprio al Terzo polo) ma il diretto interessato non pare escluderlo: «Dipenderà dall’evoluzione della discussione nei prossimi giorni. Sono sorpreso che nessuno mi abbia chiamato e lavorerò per far valere le tesi della sinistra riformista, che deve avere un linguaggio chiaro, farsi comprendere e contrastare sia i sovranisti che i populisti». Da notare inoltre che è stato lo stesso D’Amato a segnalare il diffuso «malcontento e malessere» nel partito «a cui bisognerà dare una risposta politica» e comunque, ha aggiunto, «la cosa più grave è che a 24 ore di distanza dalle parole di Grillo non ci sia stata una presa di distanze netta».

A ricucire ci ha provato Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, coordinatore dei primi cittadini Pd, ma anche sostenitore dell’abrogazione dell’abuso d’ufficio: «Se Schlein ha sbagliato ad andare nella piazza della manifestazione organizzata da Conte? No. Noi dobbiamo trovare un modo di coordinarci con le opposizioni. Altrimenti Meloni farà quello che vuole. È giusto che la segretaria tessa una tela su temi specifici». «Le parole di Grillo sono sbagliate e pericolose – ha aggiunto -. Credo che le abbia scelte per prendersi la scena e ostacolare un rapporto costruttivo tra le opposizioni. Che invece dovrebbe essere l’obbiettivo di tutti. Invece, alla prima vera occasione d’incontro, ci ha pensato Grillo con la sua uscita a ostacolare quell’avvicinamento»”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Una volta tanto che Beppe Grillo fa bene il proprio mestiere di buffone prestato alla politica si scatena un’assurda polemica. Mi pare che in questo caso sia più buffonesca la posizione di Alessio D’Amato che muore dalla voglia di uscire dal PD e trova un inconsistente pretesto per farlo o cominciare a farlo.

Mi vengono spontanee due riflessioni, una di merito e una di metodo. Nel merito sono d’accordo con Grillo: chi amministra e governa deve smetterla di parlare di massimi sistemi e deve cominciare a farsi su le maniche affrontando i problemi concreti della gente. Un modo per combattere la precarietà potrebbe essere ad esempio anche quello di impegnare le persone, disoccupati, sottoccupati, detenuti, etc., nei lavori socialmente utili. La protesta popolare dovrebbe proprio partire dalle cose piccole per arrivare gradualmente a quelle grandi.

Nel metodo penso che anche la provocazione, l’ironia, l’iperbole dialettica possano avere la loro funzione positiva esattamente contraria a quella temuta dai benpensanti, vale a dire distogliere i contestatori dalla protesta violenza per farli confluire nella proposta disincantata e concreta.

Quanto al partito democratico, mi pare che inchiodarlo ad una sorta di diaspora grillina sia il modo peggiore possibile per rinnovarlo e rilanciarlo. E poi non si dice che il PD ha perso contatto e consenso a livello popolare? Allora, scendere in piazza su temi squisitamente popolari come la lotta alla precarietà non è un modo per recuperare contatti e consensi? Certo, non basta, ma tanto per cominciare…

 

La direzione che non marcia

Una relazione lunghissima, ben 21 pagine, articolata tra l’azione politica del Pd, i temi cardine dell’agenda dem, il rapporto con gli alleati e le questioni interne. Elly Schlein a 360 gradi oggi in Direzione Pd. Appuntamento a cui la segreteria è arrivata dopo giorni di tensioni, acuite dalla partecipazione sabato alla manifestazione M5S. Punto, anche questo, sul quale Schlein non si è sottratta argomentando sul ruolo di collante di una possibile futura coalizione che la segretaria vuole interpreti il Pd. Ai dem chiede lealtà, garantisce pluralismo ma ai critici si rivolge con franchezza: “Forse il problema è che a qualcuno questa linea non piace, ma allora sarebbe più onesto ammetterlo anziché trovare altre scuse”. E ribadisce: “Mettetevi comodi, siamo qui per restare e restare insieme”. (adnKronos)

La lunghezza della relazione, i subliminali contrasti interni, le critiche esterne mi hanno fatto ripensare alle riunioni del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, con la differenza che in quello il dibattito era molto più radicato (nelle correnti), aperto (non c’erano le primarie a fare da freno) e trasparente (nessuna paura ad esprimere dissenso).

Il partito democratico non è una forza politica leaderistica e monolitica (tutto sommato è un suo pregio), ma un insieme di idealità diversificate: il problema è che non esiste chi sia in grado di fare sintesi politica. Elly Schlein ci sta provando con enorme fatica. Non ho ancora capito se ciò sia dovuto ad una sua debolezza oppure alle opposizioni piuttosto sconclusionate, aprioristiche e velleitarie che incontra.

Credo abbia effettivamente individuato alcune linee programmatiche su cui lavorare sodo anche se i media hanno sorvolato sui contenuti per puntare alle gag di Beppe Grillo ed ai rapporti col movimento cinque stelle.

Ci sono molte fronde interne, ci sono fuoruscite marginali ma significative, serpeggia un certo scetticismo, tende a prevalere il mugugno: quando la Schlein  parla in generale è generica, quando scende sul particolare è limitata, quando pone delle priorità è divisiva, quando si occupa un po’ di tutto è inconcludente, quando parla di pace è pacifista, quando si schiera con l’Occidente e bellicista, quando dialoga col M5S è troppo remissiva, quando privilegia il Pd è integralista, quando si occupa di diritti civili è movimentista, quando punta sui problemi del lavoro è demagogica, quando parla di riforme è vaga, quando agisce in proprio si è montata la testa, quando temporeggia  è una minestra scaldata e via di questo passo.

I casi sono due: o si ritiene che la forma e la sostanza del partito democratico siano inadeguati a questa fase politica oppure ci si va e ci si sta dentro a ridere e piangere. In questo ha perfettamente ragione la segretaria quando chiede schiettezza e lealtà: il tempo dei giochini è ampiamente scaduto. Personalmente propendo per il primo caso anche se non so dove andare a sbattere la testa, ma non mi sento più di scegliere il male minore, pretendo qualcosa di più.

L’investitura dalla base ottenuta con le primarie aperte all’esterno dà indubbiamente una certa forza alla segreteria Schlein, ma dall’altra parte la costringe a trascurare almeno in parte la dialettica interna. Il problema di un partito di sinistra sta nel coniugare le idealità con i programmi concreti e nel considerare il dialogo a tutti i livelli come presupposto dell’azione di governo.

Elly Schlein ha molte idee in testa e molte idealità nel cuore, ha meno capacità di ascolto e dialogo, fa molta teoria e poca pratica. Restando al Pd, chi potrebbe in questo momento storico fare meglio di lei? C’è senz’altro chi ha più intelligenza, esperienza e capacita politica, ma è superato dai tempi e logorato dalle vicende passate. E allora? Fatela lavorare, qualcosa di buono sta già facendo, aiutatela e non mettetela sulla graticola delle discussioni stucchevoli e nel tritacarne dei rapporti più tesi. Ho tante perplessità sul suo conto, ma vedo una onestà intellettuale, una pulizia morale, una disponibilità all’impegno, uno sforzo al rinnovamento. Non è moltissimo, ma nemmeno poco.

 

Un uomo, una donna, due vescovi

Lo ha fatto dalle pagine de “La Repubblica” Concita De Gregorio. Non ho letto, per non esserne influenzato, il suo raffronto fra le due omelie tipiche di questi giorni: quella tenuta dal cardinal Delpini, vescovo di Milano, alle esequie di Silvio Berlusconi, quella del cardinal Zuppi, vescovo di Bologna, tenuta alle esequie di Flavia Franzoni Prodi. Provo a fare questo accostamento con le mie personali riflessioni.

Riporto le parole spese sulla vita di Berlusconi.

Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori. Godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari.

Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico è sempre un uomo di parte.

Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. 

Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà.

Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento.

Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio.

Riporto di seguito anche le parole spese sulla vita di Flavia Franzoni Prodi.

Ecco Flavia, che ha imparato tanto da Gesù mite e umile di cuore. Mite lo è sempre stata, con quel radicalismo dolce che era la sua fermezza e che la coinvolgeva intimamente alle vicende del prossimo. Amava i piccoli. Riservata, in un mondo sguaiato, pieno di vanagloria, davvero vana, di penosa esibizione perché riduce l’amore ad apparenze. Flavia preferiva la sobria e solida vicinanza alla vita vera, partendo dai più fragili, legandosi a loro nella sua ricerca accademica mai chiusa nei corridoi, facendo i luoghi dell’umanità le vere aule dove imparare e vivere, da studiare con cuore e intelligenza, con curiosità e interesse, per provare l’urgenza di cambiare e la programmazione per costruire le soluzioni. E generosità significa anche passare il proprio sapere senza appropriarsene, consegnarlo agli altri, perché non ne ha mai fatto strumento di potere ma di servizio. ‎Generosa ma non accomodante. Si schernirebbe e, a questo punto, mi inviterebbe alla sobrietà! Però è giusto ricordare come con Achille Ardigò, e tanti altri, scelse una branca della Sociologia vicina alle marginalità, che per certi versi verifica e corregge le decisioni degli economisti, certi tagli alla spesa, ad esempio, con conseguenze spesso lasciate a chi viene dopo, perché vede il mondo a partire dai poveri e non viceversa. Con tanta passione civile per i servizi sanitari e sociali, uniti alla comunità umana, come l’assistenza domiciliare che ha dentro una comunità che rende la città casa, indispensabile perché sia pubblica e universalistica, con prossimità e cura, con la pazienza di un lavoro all’uncinetto. Con intelligenza una sua amica ha scritto che Flavia riportava ogni cosa al suo senso profondo, in politica, nelle relazioni occasionali e in quelle profonde, familiari. Era come se lei avesse la bussola. Ci si può smarrire, senza un orientamento così. Ma anche ritrovare, certo, definitivamente. E questa bussola ci porta nel cuore di Gesù, vince e vincerà ogni solitudine.

Emergono, al di là delle differenti esperienze, due modi di intendere la fede, due mentalità di vita, due impostazioni esistenziali e, se vogliamo, anche due diversi approcci della comunità cristiana al ricordo delle persone.

Nel primo caso siamo al ritratto di un uomo che ha agito in proprio, da uomo in balia dei suoi desideri, che ha interpretato a suo modo le beatitudini evangeliche; nel secondo caso siamo davanti all’esistenza di una donna che si è sforzata di prendere alla lettera le beatitudini evangeliche improntando ad esse le sue scelte di vita.

Per quanto riguarda gli omileti, nel primo caso abbiamo uno stile ecclesiale molto abilmente diplomatico e distaccato, una perfetta (?) combinazione tra il dire e il non dire, fra il dire quello che tutti hanno visto e che vede la gente e il non dire quello che dice il Vangelo per paura di giudicare e disturbare il giudizio mondano.

Nel secondo caso lo stile omiletico è molto evangelico e poco diplomatico, una analisi che va oltre le apparenze che ingannano e fruga nel segreto di una vita che ha portato avanti la testimonianza del “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, senza santificazione di sorta ma con piglio coraggiosamente costruttivo.

Due modi di essere uomo, donna e vescovo. Giudicherà il Padre Eterno!

 

 

 

Prosegue la strage degli innocenti

Emerge sempre più che la strage di Pylos è stato il drammatico e colpevole esito dei “non soccorsi”. Con un video che dimostra con chiarezza come il peschereccio fosse fermo, con mare calmo, in attesa di soccorsi. Invece si sono avvicinati solo mercantili, lanciando con una fune pacchi di acqua in bottiglia. Quindi non una fune per trainare. (dal quotidiano “Avvenire”)

Assistiamo inerti e addirittura indifferenti alle stragi di migranti, che si susseguono e che purtroppo vanno in crescendo. Questi eventi tragici non li abbiamo saputi prevenire nei tempi passati con una lungimirante politica di aiuto ai Paese sottosviluppati, non li riusciamo nemmeno ad evitare con una gestione razionale e solidale del fenomeno migratorio, non li evitiamo nemmeno a valle con i soccorsi umanitari.

Rimangono sempre, se non le certezze, almeno i dubbi atroci che si sarebbero potuti evitare con atteggiamenti solerti e adeguati verso chi chiede aiuto per non morire affogato. Capisco le difficoltà, ma non ci si può rassegnare a fatti del genere: è un comportamento che grida vendetta al cospetto di Dio e della storia.

Forse esiste la orribile riserva mentale del lasciarli morire dal momento che non riusciamo ad accordarci fra di noi sulla loro accoglienza: un gioco a rimpiattino che finisce in tragedia.  Prima scarichiamo e rimbalziamo le responsabilità sull’accoglienza, poi buttiamo le colpe addosso al Paese di turno. Questa volta è la Grecia ad essere sul banco degli imputati, qualche mese fa l’Italia. Non è un caso che siano i Paesi più esposti all’ondata migratoria (che avrebbero da tempo dovuto meglio organizzarsi al riguardo), mentre gli altri non muovono un dito (dovrebbero capire che il problema riguarda tutti) e tutti stanno a guardare le mosse altrui (io ho già dato, ora tocca a te). Si parla da sempre di gestione comunitaria del fenomeno, ma ogni Paese guarda i propri interessi e tutto finisce lì.

Il grande sindaco di Firenze Giorgio La Pira ammetteva di non riuscire a dormire sapendo che c’erano operai che rischiavano il posto di lavoro. A maggior ragione gli attuali governanti dovrebbero avere sonni molto agitati sapendo che c’è gente disperata in mare che muore affogata. Tutti dovremmo sentirci colpevoli e chiamati in causa. Nessuno è esente da colpe. Fin qui l’umano senso di responsabilità. Poi vengono le colpe della politica e dell’economia, dell’intero sistema che trova nei fenomeni migratori le valvole di sfogo ai propri problemi e squilibri: i migranti e la loro eventuale morte sono il prezzo da pagare per il “benessere” delle nostre democrazie. Orribile ipotesi!

Possibile che non si possa fare almeno qualcosa per alleviare le sofferenze di tanta gente e per evitare la sua tragica fine? Impossibile, ma vero!

 

La politica tra blasismo e fedezismo

Non sono in grado di capire se la disfatta elettorale della sinistra spagnola abbia una portata europea (probabilmente sì), vale a dire se lasci intendere o meno un andamento generale elettorale verso destra o se dipenda da questioni di carattere contingente e/o locale (considerata la natura amministrativa della recente tornata elettorale iberica). Credo purtroppo che si tratti di un indirizzo che si sta allargando e radicando in molti Paesi, Italia compresa. Quali i motivi?

Durante animate ed approfondite discussioni, tra me e l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti? Temo di sì.

Il susseguirsi di emergenze gravissime ha inoltre evidenziato l’inadeguatezza della politica a fare fronte ad un mondo che sta rapidamente cambiando, a governare i conseguenti processi, a dare un senso agli impellenti sacrifici individuali e sociali.

Tanto vale allora ripiegare sull’egoismo individuale, sociale e nazionale e su questo piano la destra è indubbiamente meglio attrezzata e più credibile. Mentre la sinistra balbetta di fronte alle nuove problematiche non riuscendo a coniugarle con la necessità di profonde revisioni programmatiche, la destra, direttamente o indirettamente, urla slogan, che promettono adattamenti fatti di tecnicismo pseudo-liberale e di nostalgico ritorno agli schemi del tempo andato.

La destra dovrebbe essere conservatrice di natura, mentre la sinistra dovrebbe essere progressista per vocazione. Molto più facile e meno rischioso conservare quello che esiste in nome del puro mantenimento delle libertà anziché lavorare per il cambiamento verso l’uguaglianza e la giustizia sociale in base a determinati valori impegnativi e stimolanti. La sinistra, dopo la crisi delle ideologie, non è riuscita a sostituire la fede nel marxismo con valori altrettanto forti da mettere alla base delle sue politiche. Persino negli Usa la sinistra ha recentemente deluso le aspettative valoriali dopo la tempesta populista ed egoista di Donald Trump. Joe Biden non è riuscito infatti ad incarnare la riscossa valoriale e solidale a cui si guardava con interesse e speranza. In Europa la sinistra non riesce ad essere veramente riformista nel senso di proporre riforme radicalmente legate a determinati valori coinvolgenti a livello popolare e si limita a distinguersi dalla destra combattendola sul suo terreno, quello del pragmatismo e così destinandosi alla sconfitta.

Un tempo si sosteneva che quando le cose vanno male occorre un governo di sinistra che riesca ad imporre sacrifici e prospettive rigorose, mentre quando fanno il latte anche le galline può governare la destra per spartire il bottino. Il discorso sembra essersi capovolto: gli elettori si orientano al meno peggio, individuandolo nel realismo economicista e nel rassegnato qualunquismo incarnati dalla destra sempre più estrema.

Il voto di sinistra è storicamente stato piuttosto ideologizzato e, ammesso e non concesso che le ideologie siano tramontate, l’elettore medio fa molta fatica a dare fiducia a chi non riesce a sostituire niente alle ideologie. Il voto di destra invece è sempre stato piuttosto pragmatico e, ammesso e non concesso che il pragmatismo sia costretto a trionfare, l’elettorato orientato storicamente a destra non scappa dal mercato politico e ripiega sulla bottega più comoda e più promettente.

In Italia allo sparpagliamento elettorale si vuole dare addirittura, a scanso di sorprese, un assetto istituzionale con l’ignobile connubio tra presidenzialismo e autonomismo (quasi) secessionista: il peggio che si possa mettere insieme. Ma tant’è: la politica meglio mandarla in vacanza, meglio farla sotto l’ombrellone. Non ho idea dove ci porterà questa tendenza all’apolitica, che è forse ancor peggio dell’antipolitica. A scegliere, come dice Franco Cardini, tra Ilary Blasi e Fedez? Tra due finte e false trasgressioni? Staremo a vedere.

 

 

La pignatta riformatrice

Ho la netta sensazione che il discorso della giustizia nel nostro Paese soffra di un acceso e distruttivo clima di contrapposizione tra magistratura e politica. Da una parte chi amministra la giustizia ha avuto ed ha la tentazione di combattere il malcostume politico infierendo con troppa disinvoltura sui comportamenti dei governanti e degli amministratori pubblici a tutti i livelli. Dall’altra parte la politica si difende a lumaca vale a dire rinchiudendosi nel proprio recinto e cambiando le leggi per sgattaiolare fuori dalla portata giustizialista e tentando più di depotenziare la magistratura che di moralizzare la vita pubblica.

L’art. 323 del Codice Penale recita: Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità”.

Il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma della giustizia proposta dal guardasigilli Carlo Nordio. Il testo, tra l’altro, elimina il reato di abuso d’ufficio.  E quale sarebbe la motivazione? Per evitare l’abuso dell’abuso d’ufficio che avrebbe paralizzato le procedure burocratiche e che viene considerato afflittivo nella fase delle indagini per le ombre sull’immagine degli amministratori ma scarsamente incisivo visto che l’approdo in dibattimento avviene in un numero molto limitato di casi (nel 2021, ci sono stati solo 18 casi di condanna dopo il dibattimento di primo grado).

In buona sostanza si vuole eliminare il reato perché spaventa e condiziona il comportamento dei pubblici ufficiali sui quali graverebbe la spada di Damocle dell’abuso d’ufficio. Può darsi che sia effettivamente diventato uno spauracchio e una fattispecie esageratamente perseguita dalla magistratura inquirente. Non mi convince però l’argomentazione politica del ministro che cancella con un tratto di penna un reato perché viene brandito come arma impropria dai giudici.

Non sono un giurista, ma resto molto perplesso e mi chiedo: d’ora in poi, se un pubblico ufficiale effettivamente abusa del suo potere, chi lo ferma? Non sono in grado di valutare se nel contesto di questa riformina il discorso sia stato recuperato con altre norme più leggere e più agibili.

Mi pare che il ragionamento di fondo sia questo: dal momento che la magistratura esagera indagando a destra e manca alla ricerca degli abusi, facciamo finta che gli abusi non ci siano più e speriamo bene. Al giustizialismo dei giudici si contrappone il garantismo assoluto a favore di chi amministra. Non mi sembra una contrapposizione seria e costruttiva. Al rischio di un atto di sfiducia pregiudiziale dei magistrati verso la pubblica amministrazione si risponde con un atto di sfiducia verso la magistratura scippandola di una norma di riferimento.

Lungi da me santificare i giudici, ma lungi da me anche colpevolizzarli ante litteram cancellando una loro giurisdizione. In questo clima non si può riformare la giustizia. Non so se sia costituzionale il comportamento del ministro Nordio, ma certamente l’approccio non è equilibrato ma fazioso.

Mi pongo una provocatoria domanda: quali serie riforme si possono impostare quando il premier considera “pizzo di Stato” le tasse e il ministro della giustizia “pizzo dei giudici” le indagini sugli abusi degli amministratori pubblici. Ci sarà pure un modo serio per rendere equa la tassazione senza perseguitare i contribuenti ed equa l’amministrazione senza perseguitare gli amministratori. La politica dovrebbe cimentarsi in tal senso e non giocare alla pignatta col riformismo.

 

La scostumatezza del “berluscismo”

Ho ascoltato con grande interesse ed ammirazione l’intervista che Corrado Augias ha rilasciato a Giovanni Floris nell’ambito del programma televisivo “Di martedì” in merito al personaggio “Berlusconi” (che Dio l’abbia in gloria…).

Augias ha sfoderato la sua consueta classe (che però spesso lo frena e non gli consente di andare a fondo nelle analisi), il suo alto livello di giornalista (un giornalista sui generis, troppo equilibrato per essere tale, poco dotato di senso politico per essere commentatore della politica stessa), la sua notevole capacità comunicativa (giocata più sull’abilità dialettica che sui contenuti), la sua elevata cultura (anche se non troppo profonda). Un mix di acutezza, scetticismo e ironia che lo lascia però sempre a metà del guado. Detta in modo brutale un “pistapòcci”: dico cose spiacevoli perché stanco e stressato da una vomitevole deriva di chiacchiere fuorvianti. Forse i media sentono odore di regime post-berlusconiano e si stanno preparando alla bisogna. Da parte mia invece sento odore di resistenza e la farò con tutta la forza delle idee che potrò mettere in campo.

Quando ho l’occasione di seguire Augias nelle sue performance televisive, da una parte mi compiaccio delle indubbie capacità, ma dall’altra parte mi dispiaccio della eccessiva, forse caratteriale, prudenza. Ad esempio, in questo momento molto delicato nella vita della Rai, di cui lui è un autentico pilastro, non ha il coraggio di uscire allo scoperto e di andare oltre le eleganti punture di spillo verso i governanti attuali. Forse pretendo troppo e preciso che non ho alcuna intenzione di sparare sul pianista.

Ma veniamo ai contenuti dell’intervista e ai giudizi da lui sciorinati su Silvio Berlusconi.

Dopo avere espresso l’ovvia contrarietà alla proclamazione del lutto nazionale per un personaggio altamente e rovinosamente divisivo per il Paese, ha fatto l’affermazione più interessante che abbia sentito in questi giorni: “Ha inciso sul costume” degli italiani. È la sintesi perfetta dell’azione berlusconiana. Ma se non si aggiunge che ha cambiato il costume, catapultando la scala dei valori etici e democratici e mettendo al primo posto falsi nuovi valori, rischiamo di qualificarlo come un innovatore coraggioso che ha svecchiato le mentalità e i comportamenti della gente. Ecco il difetto di Augias che torna puntualmente: non scavare, non approfondire, restare in superfice, dire e non dire.

Quanto al bilancio politico del berlusconismo, Augias si è accodato alla sbrigativa constatazione della “rivoluzione liberare promessa e non mantenuta”, senza fornire nemmeno un elemento caratteristico del liberalismo e soprattutto senza precisare che non solo nel governo di Berlusconi non c’è stato niente di liberale, ma tutto di populistico, che è il suo esatto contrario: un populista, come nella storia ce ne sono stati tanti e come ce ne sono ancora.

Il passaggio più inaccettabile dell’intervista è quello sulle “ombre nella vita di Berlusconi”. Non mi interessano, non hanno importanza. Il solito stucchevole ricorso al “politicamente corretto”. E la coerenza dove la mettiamo? Se coniughiamo la sua vita con queste ombre, che non sono sospetti, ma dati obiettivi e inconfutabili, si sgretola tutto. Il ricorso alla corruzione è stato un dato caratteristico del suo modo di fare l’imprenditore e il politico: non si può prescindere. Sarebbe come dire di una persona: è brava senza considerare tutte le sue malefatte…

Qualcosa Augias dice quando lo definisce “un politico che parlava come un venditore”. Di cosa? Di fumo, di sé stesso, di promesse assurde? “Ha tolto le forme alla vita democratica ed istituzionale”, che sono sostanza. Ha tolto o sconvolto, dico io, i valori della democrazia. Altro che svecchiamento, altro che innovazione, altro che interpretazione degli umori della gente. Molto più coraggioso di Augias fu Indro Montanelli, che, dopo aver pagato di persona la sua ostilità al regime berlusconiano, lo definì un politico capace di valorizzare ed incoraggiare tutti i peggiori difetti degli italiani. Era fortemente innovativo? Certo, buttava via tutti i bambini (le cose migliori) per conservare l’acqua sporca (le cose peggiori).

Veniamo al rapporto con le donne. Secondo Augias, Berlusconi era rimasto un italiano di vecchia generazione, un maschilista, oltre tutto di cattivo gusto (barzellette scollacciate). Smascherato nella sua vita sessuale dalla moglie Veronica (ce ne aveva messo del tempo a capirlo…), non rispettò la Costituzione laddove prescrive “onore” per le persone investite di ruoli pubblici. Augias però si ferma (forse per carità di Patria) e sorvola sul fatto che portò sé stesso e coinvolse il Paese in una deriva di libertinaggio, che tuttora segna indelebilmente la nostra reputazione. E le donne lo amavano lo stesso, come le guardie di finanza sputtanate dalle sue barzellette, come i preti imbarazzati dalle sue immoralità e persino dalle sue barzellette e bestemmie: una sorta di masochismo all’italiana.

I commentatori sono belli come il sole: quando non sanno cosa dire di buono su Berlusconi, si rifugiano nelle sue capacità imprenditoriali, lasciando stare le ombre…Lo ha fatto anche Augias favoleggiando su autentici miracoli aziendali del cavaliere. Ma quali miracoli? A detta del suo grande amico e collaboratore Fedele Confalonieri, se non fosse entrato in politica, sarebbe stato rovinato, fallito a rischio di galera. Ma fatemi il piacere…

Per quanto concerne il modello istituzionale populista, fornito da Berlusconi e utilizzato, più o meno consapevolmente da altri suoi illustri colleghi a livello internazionale, Augias è caduto in una sorta di lapsus freudiano: “Anche Mussolini fu un modello…”. Prontamente si è corretto affermando che il parallelo lo faceva solo “ad hoc”, intendendo dire che non voleva aprire il triste, ma importantissimo capitolo del “berluscismo”.  Dal momento che Augias è molto attento alla proprietà di linguaggio, gli faccio presente che “ad hoc” vuol dire “allo scopo di…” oppure “adatto a…”: quindi il richiamo a Mussolini a quale scopo è stato fatto e a quale ipotesi era adatto? La verità è che questo tasto non si può toccare anche se la lingua democratica dovrebbe battere ovunque il dente fascista duole.

E poi, dulcis in fundo, la riluttanza a parlare della sinistra, facendo finta di non capire che, come sostiene Norberto Bobbio è molto più facile conservare che cambiare: la sinistra dovrebbe essere progressista, ma non può fare politica con gli slogan come ha fatto Berlusconi, deve mettere in campo i suoi valori che comportano anche lacrime e sangue. Poco appropriato e quasi indisponente mi è sembrato il richiamo al moderatismo procedurale di Moro e Berlinguer. Lasciamo stare i veri santi… Mentre Berlusconi demoliva lo Stato, la sinistra purtroppo è stata a guardare. Speriamo che non lo faccia anche in riferimento agli eredi di Berlusconi a prescindere da chi saranno rappresentati.

In conclusione – a giudizio di un aberlusconiano sfegatato, preso in contropiede dalla melassa filoberlusconiana e dalla omertosa ed opportunistica narrazione imbastita dopo la sua morte e chissà per quanto tempo ancora – una occasione parzialmente persa per dire qualche verità, ma tant’è…d’ora in poi non si potrà parlare male della mamma e dei carabinieri, ma anche di Berlusconi.

 

 

Il funerale mondano

Mia madre, nella sua radicalità di fede, non voleva saperne di partecipare a funerali civili. Le poche volte che mi è capitato di sbatterci la testa sono rimasto colpito dalla loro tristezza e inconsistenza: la morte senza un minimo di senso religioso è una presa in giro per chi muore e per chi rimane.

C’è però un altro tipo di funerale, lo abbiamo sperimentato con quello di Silvio Berlusconi: un funerale mondano, ospitato in pompa magna nel duomo di Milano, tra vip della politica, dello spettacolo, dei media, dello sport, a cui ha partecipato (?) in lontananza una folla scatenata ed osannante con tanto di cartelloni e bandiere, col clero celebrante a fare da maestro di cerimonie o da paraninfo a seconda dei punti di vista e con un teologo (don Walter Insero) a portare il lume su Canale 5.

«Sono molto addolorato per la morte di Silvio Berlusconi – ha detto il cardinal Camillo Ruini, non l’ultimo dei preti, presidente della Cei all’epoca del berlusconismo imperante – era persona di grande intelligenza e generosità. Ha avuto meriti storici per l’Italia, soprattutto avendo impedito al partito ex comunista di andare al potere nel 1994. E anche per l’instaurazione del bipolarismo. Inoltre – ha aggiunto Ruini – ha operato molto bene in politica estera». Il cardinale non ha nascosto i suoi sentimenti: «Sono stato uno dei suoi amici. Domani celebrerò la santa Messa per lui, perché il Signore nella sua misericordia lo accolga nella sua eterna pienezza di vita». Fu proprio il cardinal Ruini nella sua qualità di vicario di Roma a negare, diversi anni fa i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. La Chiesa è bella perché è varia.

I funerali di Berlusconi li ho definiti “mondani”, sì del bel mondo dei ricchi. Andiamo alla Bibbia, a san Giacomo e alla sua lettera: “Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi lì», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?”.

Una gerarchia cattolica che fa il pesce in barile, senza coraggio e senza coerenza. D’altra parte nei rapporti con Berlusconi ha tenuto nel tempo atteggiamenti di benevola e opportunistica comprensione e anche in questi giorni non si è smentita. E pensare che Gesù Cristo ha detto: il vostro parlare sia sì-sì no-no, il di più viene dal maligno. Di fronte alla morte di Silvio Berlusconi la Chiesa si è accodata alla leccata globale, aggiungendo alla santificazione socio-politica anche quella religiosa.

Non pretendevo certo che venissero rifiutati i funerali religiosi, bastava un po’ più di sobrietà: invece, all’esagerato funerale di Stato la Chiesa ha aggiunto quello nel duomo di Milano celebrato dal vescovo della diocesi milanese.

Ho seguito per pura curiosità, anche se mi vergognavo di sbirciare dal buco della serratura, l’oceanica cerimonia, che qualcuno ha avuto il coraggio di definire spirituale, e mi sono posto due domande molto imbarazzanti. In che Paese vivo? A che Chiesa appartengo?

Una società totalmente priva di spirito critico, che beve a gola aperta il calice mediatico e non è capace di distinguere il rispetto per le persone dalla loro incensazione, che storicizza la vita di un uomo senza battere ciglio e senza lasciare che semmai sia la storia a collocarlo nella vita dell’Italia e del mondo.

Una Chiesa che, in una equivoca e pirandelliana omelia vescovile, sembra rivalutare la vita conflittuale, l’amore desiderato per sé stessi, la felicità riposta nel consenso degli altri, l’affarismo come obbligo etico, la politica come arte del vincere e si salva però in corner: “Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio”.

Dice Gesù: “Siate nel mondo, ma non del mondo”. E la mitezza dove la mettiamo? Un’omelia più scivolosamente mondana di questa forse non mi è mai capitato di ascoltarla. Infatti è piaciuta molto al bel mondo!

Dopo tangentopoli la politica era a pezzi, non c’erano più riferimenti attendibili, due istituzioni si ergevano a censori e rinnovatori: la magistratura e la Chiesa. Berlusconi seppe catturarle entrambe in una spregiudicata ed articolata manovra. Contro la magistratura, dopo un tentativo di coinvolgimento, attirò su di sé, stando sempre sul filo del reato, una battaglia senza quartiere ed effettivamente fu la sua sacrosanta anche se supplente spina nel fianco. Con la Chiesa trovò il modo di convivere a suon di privilegi e favori concessi. La politica se l’era mangiata a colazione. Con la sua morte la magistratura è stata tacitata, la politica costretta ad oscillare colpevolmente fra l’esaltazione del de cuius e la sdegnosa e timida rinuncia all’inopinata eredità, la Chiesa auto-collocata in confessionale per non dire né il peccato né il peccatore e per assolvere senza alcun bisogno di penitenza o di purgatorio. Applausi!

 

Da Burlesconi a Berluskaiser

A tutto dovrebbe esserci un limite. Mi ero ripromesso di non tornare sul commento alla morte di Silvio Berlusconi, ma la gazzarra “santificatoria”, che si è scatenata, che si è appiattita su un concetto perbenista del politicamente corretto e che ha persino superato ogni previsione, mi costringe a riprendere l’argomento con poche battute.

Perfino la Chiesa ha ritrovato un suo vecchio interlocutore ed ha innalzato sommessamente un inno di lode passando sopra ai moralismi (fin che spadroneggiava la politica e concedeva qualche cospicuo vantaggio andava benissimo, persino le bestemmie andavano contestualizzate, poi c’è voluto il più sbracato dei libertinaggi a squalificarlo, ma fino ad un certo punto).

L’unico dato positivo di questa sarabanda è il temporaneo oscuramento mediatico di Giorgia Meloni, spiazzata dall’evento: probabilmente la fine di Berlusconi se l’era immaginata diversamente, in modo da avere il tempo di devitalizzarlo per assorbirne l’eredità a livello partitico (un fantomatico partito conservatore europeo), invece questo improvviso e velleitario scatto d’orgoglio dei berlusconiani la mette in qualche imbarazzo tattico.

In effetti l’evento non è la morte di Berlusconi, ma la pazzesca corsa ad enfatizzarne i pregi, che non riesco a capire, e a scusarne i difetti, che ritengo siano gli unici suoi dati positivi, almeno accettabili. Voglio esemplificare questa paradossale affermazione.

Berlusconi avrebbe cambiato la vita politica italiana e giù con un elenco di novità introdotte. Per me ha rovinato e avvelenato la vita politica italiana e non solo italiana: è sceso in politica per evitare il crollo finanziario delle sue imprese ed è uscito dal governo per evitare il crollo finanziario del Paese; ha incantato molti spargendo a piene mani l’illusione di una destra liberale e moderna e ci lascia la disillusione destrorsa di Fratelli d’Italia. In mezzo un populismo capace di interpretare e impersonificare, come diceva Indro Montanelli, tutti i difetti degli italiani. Oltre ad avere sdoganato il neofascismo, ad aver incapsulato il leghismo, ha rivalutato il qualunquismo.

Berlusconi è stato vittima di un accanimento giudiziario. Per me è stato vittima di sé stesso e del suo ritenersi al di sopra delle leggi facendosene magari alcune a proprio uso e consumo.  Palazzinaro prima, imperatore mediatico poi, spregiudicato politicante sempre, uomo del più grande conflitto di interessi che abbia mai avuto la storia. E uno che si comporta così pretenderebbe la comprensione e la tolleranza della Magistratura?

Berlusconi ha cambiato il mondo dei media. Secondo me lo ha semplicemente manipolato e monopolizzato, facendo della comunicazione il proprio affare e mettendola al servizio della politica dei propri affari. É il tratto più caratteristico, l’elemento distintivo del Berlusconismo, ma che, guarda caso, è un elemento importante del fascismo (ideologia fondata sul culto del capo). Per come è nato (partito = azienda), per le modalità con cui raccoglieva il consenso (uso dei media), per come era impostato (un plebiscito ed una acclamazione continui), per come era finanziato (integrato in una sorta di impero economico), per come interpretava il ceto di massa (populismo), per come sapeva motivare i simpatizzanti (mito del successo sopra ogni e qualsiasi altro valore), per come riusciva a garantire l’elettorato (faso tuto mi!), per come usava la propria immagine (vero e proprio showman), per come nascondeva le contraddizioni, soprattutto per come nascondeva il conflitto d’interessi (se sono capace di fare i miei interessi sarò capace di fare anche i vostri), il berlusconismo merita la patente di movimento di un capo o meglio di “culto del capo”. Ricordo agli inizi del fenomeno quando fu chiesto a Mike Bongiorno un giudizio su Berlusconi, il popolare presentatore (già a libro paga Mediaset) rispose:” Non saprei, per me è un po’ come Gesù”. E uno che si impone così sarebbe un modernizzatore delle relazioni umane?

Berlusconi ha cambiato il mondo del calcio. Per me lo ha definitivamente e irreversibilmente reso un circo in cui sfogare i più beceri appetiti e con cui conquistare il consenso politico (panem et circenses). E uno che si comporta così sarebbe un novello De Coubertin?

Potrei continuare, ma mi sembra inutile: Berlusconi è un santo e coi santi non si può scherzare. Negli ultimi anni mi era diventato simpatico a causa dei suoi difetti: la sua fissazione sessuale da disonorevole grande seduttore era diventata patetica debolezza umana del vecchio che non vuole cedere le armi; il suo protagonismo politico era diventato un farsesco presenzialismo; la sua verve da uomo di mondo si era trasformata nelle performance del nonno che gira per casa in mutande; la sua smania di primazia lo aveva portato alla indimenticabile alzata di sopracciglio nei confronti della montante megalomania meloniana. Capivo che poteva rappresentare un argine psicologico alla destra-destra, solo psicologico, ma, in certe situazioni disperate, anche Berlusconi poteva fare brodo. Della serie “putost che la Meloni giòvna è mej Berlusconi véc’”.

L’Economist, autorevole giornale d’informazione politico-economica in lingua inglese, alla prima nomina del cavaliere a presidente del consiglio uscì con un sarcastico titolo di copertina che suonava provocatorio soprattutto nei confronti dell’Italia e degli italiani: “BURLESCONI”. Alla sua morte ha scritto “SILVIO BERLUSCONI ERA IL GRANDE SEDUTTORE DELL’ITALIA”. Dallo scherzo alla follia.