Alla ricerca del bandolo delle tragiche matasse

Ci sono rabbia e sconcerto nelle parole di Tiziana Suman, la madre di Erika Preti, alla notizia che Dimitri Fricano, l’assassino della figlia, è stato trasferito agli arresti domiciliari per motivi di salute. Questo anche per il modo in cui la notizia è arrivata, all’improvviso. «Ero al lavoro, con il telefono spento e non ho saputo nulla fin quando non sono rientrata a casa». Ad annunciargliela un messaggio whatsapp da La Stampa. Prima risponde con un altro messaggio: «Sono rimasta senza parole e non riesco a esprimere il mio disgusto e il mio senso di ingiustizia». Poi chiama, un po’ per saperne di più oltre che probabilmente per sfogarsi. «All’inizio non capivo, mi sembrava impossibile che avessero preso un simile decisione senza dirci niente, mi sembra una cosa assurda».

Sua figlia Erika è stata uccisa nell’estate del 2017 dal fidanzato con cui era in vacanza a casa di amici a San Teodoro, in Sardegna. Il corpo della ragazza è stato straziato da 57 coltellate e Fricano aveva continuato a colpirla anche quando era già a terra. Un femminicidio terribile, che l’uomo aveva cercato di mascherare denunciando l’aggressione da parte di uno sconosciuto, versione che aveva sostenuto per un mese prima di confessare. È stato condannato a trent’anni in via definitiva.

Il trasferimento di Dimitri Fricano, trentacinque anni, nella sua casa di Biella, deciso dal Tribunale di Sorveglianza, è avvenuto martedì su richiesta dell’amministrazione penitenziaria, vista l’impossibilità di gestirne i problemi di salute all’interno della struttura carceraria. (dal quotidiano “La Stampa” – Mauro Zola)

 

Gli episodi come quello succitato mi mettono in grande imbarazzo perché come persona condivido il dramma umano di tutti i protagonisti, ma in particolare dei famigliari della vittima che si sentono dimenticati da una giustizia frettolosa che sembra bypassare in fretta l’orrore per il reato commesso; come cittadino capisco l’esemplare punibilità e l’auspicabile deterrenza, tuttavia devo attenermi al dettato costituzionale che finalizza la pena al rispetto, al recupero e alla rieducazione del condannato a prescindere dalla gravità di quanto ha commesso; come cristiano non posso dimenticare l’imperativo evangelico del perdono per le offese ricevute, anche le più tremende e sanguinose.

Cosa è che rende agibili le tre dimensioni della drammatica questione? Il vederne la faticosa dinamicità, il considerarne il lungo cammino, il proiettarli nel futuro terreno ed ultraterreno. Se non si osa questo passo avanti, si resta prigionieri di una pena vista come vendetta riparatrice, di una sofferenza civica universale senza possibilità di riscatto, di una giustizia inflessibile ma inconcludente che non redime e non spaventa, di un perdonismo fuorviante e impraticabile.

Ecco perché non sopporto l’atteggiamento mediatico che pone sotto i riflettori chi avrebbe diritto alla riservatezza dei propri drammi. Vale per il detenuto automaticamente bollato come furbacchione dribblante la pena, come impenitente sconsideratamente agevolato, come ulteriore aperto sfidante delle sue vittime. Vale a maggior ragione per le vittime costrette a rivivere i drammi senza via d’uscita se non lo sfogo della pretesa di una pena che vendica ma non ripara. Vale per i giudici automaticamente considerati come perdonisti burocratici che se ne lavano le mani.

Ognuno deve fare il suo difficile percorso. Il perdono per chi lo concede e per chi lo accoglie non è un atto eroico ma una conquista. La giustizia umana dovrebbe sovrintendere ed agevolare il percorso di recupero del condannato ma nel rispetto del persistente dramma dell’offeso. Tutto molto difficile! L’umano e il sociale fanno fatica a trovare la giusta combinazione; la difesa fa fatica a conciliarsi con la coesistenza; il recupero non deve suonare come premio ma come prezzo di conversione; la psicologia dovrebbe andare a braccetto con la sociologia; la fede religiosa dovrebbe contribuire a districare questi incroci pericolosi.

Smettiamola di fomentare ulteriore disagio e disordine, osserviamo un po’ di silenzio attorno a queste vicende così problematiche e drammatiche. Cerchiamo di impegnarci solidalmente a dipanare queste aggrovigliate matasse umane. Nessuno ha la ricetta in tasca, rigorista o perdonista che sia.

 

 

 

Quando la sincerità batte l’ambiguità

Alle critiche delle opposizioni per il discusso accordo sui migranti con l’Albania si aggiungono le osservazioni del presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, convinto che l’intesa «di per sé» sia «un’ammissione di non essere in grado» di gestire il fenomeno. «Ci si chiede perché non venga sistemata meglio l’accoglienza qui – ha aggiunto l’arcivescovo di Bologna a margine della presentazione Rapporto Italiani nel Mondo 2023 della Fondazione Migrantes. Ciò che sicuramente è importante è avere un sistema di accoglienza che dia sicurezze a tutti, sia a chi accoglie che a chi è accolto». (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Quanto al processo di pace, si è a un momento di svolta: o si dà finalmente una soluzione alla questione palestinese o non si risolverà il problema radendo al suolo Gaza perché le ideologie non si estirpano facilmente, bisogna superare anche le cause che le alimentano. Si spera che da tanto dolore si possa almeno riavviare in maniera seria un processo che porti a un riconoscimento di una realtà palestinese autonoma e libera. Non sta a me dire quale formula politica adottare, ma ho visto che anche gli Stati Uniti stanno riproponendo la formula dei due stati per i due popoli: spero si ritorni a questa ipotesi, ma fissando tempi certi. (dall’intervista a Padre Francesco Patton, custode francescano di Terra Santa, pubblicata dal quotidiano “Avvenire”) 

 

Due personaggi del mondo cattolico che commentano due questioni politiche, quella migratoria e quella bellica, senza alcun intento di interferire, ma usando il cuore e il cervello con estrema semplicità e sincerità. Lungi da me ogni e qualsiasi integralismo cattolico, ma finalmente da uomo e da cattolico trovo risposte serie nel pensiero degli uomini di Chiesa, cose che non trovo nei discorsi e, ancor meno, nelle azioni degli uomini politici. Non aggiungo altro dalla paura di rovinare tutto.

L’uovo dell’antisemitismo e la gallina della guerra

Mi stupisco di chi si stupisce per il riaffioramento dell’antisemitismo in conseguenza e/o in corrispondenza della guerra tra Hamas e Israele. Guerra di aggressione, ingiusta, tremenda, pazzesca come del resto tutte le guerre. Le guerre scatenano tutti i peggiori sentimenti delle persone, di chi è direttamente coinvolto, ma anche di chi sta a guardare.

Chi si difende non riesce mai a porre un limite alla propria difesa. É il caso di Israele che sembra voler ribadire il proprio diritto all’esistenza, distruggendo una volta per tutte l’imbarazzante e concorrente presenza di un territorio equivocamente e promiscuamente abitato da una popolazione ad esso storicamente ostile. È Il caso dei palestinesi che sembrano affidarsi disperatamente ai terroristi di Hamas per far valere i loro diritti, vocandosi a loro volta all’auto-distruzione. Entrambi tolgono dal loro vocabolario due termini: politica e pace.

Questo perché la guerra raschia il barile storico dei peggiori sentimenti e trasforma in odio viscerale ed irresistibile ogni e qualsiasi contrasto e conflitto. La guerra è il male assoluto! Dalla sua tragica cucina non possono che uscire tutte le pietanze peggiori di questo mondo. Fra queste possiamo inserire l’antisemitismo, sempre in agguato così come tutti gli odi razziali e religiosi.

L’aggressione di Hamas e la conseguente reazione spropositata di Israele sono un perfetto assist per l’antisemitismo, perfettamente studiato e voluto dai terroristi, drammaticamente non evitato dalla controffensiva israeliana. Scatta in chi interpreta maledettamente tutti gli eventi, passati, presenti e futuri, come lo scontro tra due fazioni in lotta per la propria sopravvivenza.

Purtroppo la storia non insegna niente a chi non vuole imparare, anche perché con le guerre si distrugge la portata ragionevole e pacifica della storia. Non si può distruggere la scuola per poi stupirsi che in molti non vadano a lezione. Restano solo coloro che si sforzano di imparare per loro conto, ma non tutti sono in grado di farlo, perché troppo forte è la tentazione di non studiare e di rifugiarsi nei luoghi comuni, giusti o sbagliati che siano.

Gli odi che riaffiorano sono tali da giustificare la guerra e da renderla perpetua. Chi governa dovrebbe avere il coraggio di rimuovere per tempo le cause delle guerre e non stupirsi che esse portino le più nefaste conseguenze. Chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati è un impegno (quasi) impossibile, in quanto bisogna recuperare sul piano culturale, sociale, economico e politico le motivazioni positive della convivenza pacifica. Compito improbo a cui non giovano le frustranti, scandalizzate e tardive condanne a tavolino degli odi.

Possibile che la storia non dica niente a chi resta prigioniero di una logica fatta di odio e vendetta? Possibile se essa non viene coniugata con un’azione preventiva di risanamento delle coscienze e dei rapporti tra gli Stati e ancor prima tra i popoli. Nessuno può dirsi esente da colpe in tal senso. E chi si stupisce continua a far finta di non capire.

Reprimiamo pure l’antisemitismo, è doveroso, ma occorre rimuoverne le cause: non si tratta di uno sfogo innocuo per bambini scemi e nemmeno dell’esercizio preparatorio di una guerra futura. È la folle realtà di un mondo in perenne guerra con se stesso.

Sono partito dallo stupore e concludo con esso. Termino ponendomi e ponendo a chi si stupisce un provocatorio quesito: è nato prima l’antisemitismo o la guerra? Prima di rispondere a vanvera è opportuno riflettere.

 

 

 

 

La diversa coniugazione dei verbi migratori

“Come il buon samaritano, siamo chiamati a farci prossimi di tutti i viandanti di oggi, per salvare le loro vite, curare le loro ferite, lenire il loro dolore”. É l’invito del Papa da piazza San Pietro, durante il momento di preghiera per i migranti e i rifugiati, con i partecipanti al Sinodo in corso in Aula Paolo VI fino al 29 ottobre. “Per molti, purtroppo, è troppo tardi e non ci resta che piangere sulle loro tombe, se ne hanno una, o il Mediterraneo ha finito di essere una tomba”, il grido d’allarme di Francesco: “Ma il Signore conosce il volto di ciascuno, e non lo dimentica. Il buon samaritano non si limita a soccorrere il povero viandante sulla strada. Lo carica sul suo giumento, lo porta a una locanda e si prende cura di lui”. “Qui possiamo trovare il senso dei quattro verbi che riassumono la nostra azione con i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, ha spiegato il Papa: “I migranti vanno accolti, protetti, promossi e integrati. Si tratta di una responsabilità a lungo termine, infatti il buon samaritano si impegna sia all’andata sia al ritorno. Per questo è importante prepararci adeguatamente alle sfide delle migrazioni odierne, comprendendone sì le criticità, ma anche le opportunità che esse offrono, in vista della crescita di società più inclusive, più belle, più pacifiche”. (agenzia d’informazione “Sir”)

Batte Franceso, risponde Giorgia.

“Con gli sbarchi in calo per via dell’autunno, Giorgia Meloni riprende in mano il “dossier immigrazione” e sfodera una soluzione già proiettata alla prossima stagione 2024. Per farlo si affida a un rapporto ormai più che consolidato in Europa, quello con Edi Rama, il primo ministro di Albania che lo scorso agosto l’ha anche ospitata per qualche giorno di ferie. Con Rama, giunto ieri a sorpresa nella capitale, la presidente del Consiglio ha siglato un’intesa che ufficializza una sorta di nuova categoria di naufraghi, quelli “da esportazione”. È la «dottrina Meloni», come l’hanno già ribattezzata i suoi, una nuova tessera di una strategia che si prefigge di dissuadere le partenze: il protocollo prevede – tra le altre cose – la realizzazione entro la primavera prossima di due centri per il rimpatrio che potranno ospitare fino a massimo 3mila persone cosiddette “irregolari” per l’Italia, con un flusso annuale quantificato «in 36-39mila persone», così da decongestionare le presenze sul suolo italiano. Il testo non si applica agli immigrati che giungono sulle coste e sul territorio italiani, ma a quelli salvati nel Mediterraneo da navi italiane, come quelle di Marina e Finanza e non quelle delle Ong. Inoltre non varrà per minori, donne in gravidanza e soggetti vulnerabili”. (dal quotidiano “Avvenire” – Eugenio Fatigante)

La scansione francescana dei verbi per l’azione con i migranti cambia e di molto: non più “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, ma salvare (mancherebbe altro), rimpatriare (tornatevene a casa vostra), esportare (verso centri per il rimpatrio collocati in Albania e altri territori), decongestionare (alleggerire la presenza sul suolo italiano).

Forse si tratta di una edizione riveduta e (s)corretta in chiave anti-migratoria del “Dio, patria e famiglia” di mussoliniana memoria. Un Dio a prescindere dalla parabola evangelica del buon samaritano, una patria che esporta la merce avariata dei migranti irregolari, una famiglia che si chiude in difesa di se stessa.

La filosofia meloniana assomiglia molto a quella di un mio zio, che viveva e lavorava a Genova: quando tornava a Parma e incontrava gli amici di un tempo ricreava immediatamente il rapporto cameratesco condito dai ricordi. Al termine di questi fitti dialoghi sparava quasi sempre una simpatica battuta. Al momento dei saluti rivolto all’amico di turno, dopo avergli dato una pacca sulla spalla e/o avergli stretto calorosamente la mano, diceva: «Veh, arcòrdot bén, quand at me vól gnir a catär…sta a ca tòvva».

La strategia zigzagante di Giorgia Meloni in materia migratoria si basa su una contraddizione di fondo. Da una parte la lamentazione continua (è il suo leit motiv difensivo) verso il menefreghismo europeo, dall’altra un “faso tuto mi” che non fa altro che spingere i partner europei al “va’ avanti ti c’am scapa da rìddor”.

Il discorso migratorio si inquadra nell’equivoco della politica estera del governo di destra italiano: europeismo a corrente alternata e alterata da sovranismi vari ed estremismi eventuali. Le non scelte si sprecano e consentono di navigare a vista tra i marosi salviniani e le bonacce (?) post-berlusconiane: gli irregolari vanno mandati a casa, ma solo un pochettino, usando cioè gli escamotage internazionali (vedi Tunisia, discorso fallito in partenza e Albania, staremo a vedere). Cosa potrà succedere in questi centri per il rimpatrio lo posso solo immaginare: dei veri e propri lager definitivi. L’esperienza libica, peraltro ascrivibile al partito democratico ed al suo allora ministro Marco Minniti, insegna.

Matteo Renzi, quando era al governo aveva stipulato un patto tacito con la strapotente Angela Merkel: l’Europa chiudeva un occhio sulle trasgressioni finanziarie italiane e l’Italia per contraccambiare il favore accettava obtorto collo il menefreghismo europeo verso l’emergenza migranti che si scatenava sulle coste italiane. Fantapolitica? Può darsi. La storia si ripete e Giorgia Meloni riesce a farsi sopportare (non l’avrei mai detto) da Germania e Francia, con l’aiuto della ridanciana Ursula von Der Leyen, nella sua equivoca opzione sovranista, lamentandosi più in teoria che in pratica dell’inerzia migratoria della Ue in buona parte provocata anche dai suoi interlocutori privilegiati (i Paesi degli accordi di Visegrad).

E questa signora sarebbe una statista? Una governante per il lungo periodo, che si candida, costituzione nuova alla mano, ad essere una premier forte e intoccabile? I migranti con simili interlocutori sono destinati ad affogare nel mare o nei lager o nello sfruttamento. Gli italiani, salvo ripensamenti di pancia e/o riposizionamenti di testa, sono destinati ad uscire dal consesso dei Paesi democratici per collocarsi in una sorta di periferia dove si vive di espedienti sociali e di arrangiamenti economici.

 

 

I corvi impazziti nel cimitero di Gaza

Nuovo scontro tra Israele e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. “Gaza sta diventando un cimitero di bambini”, ha detto il capo delle Nazioni Unite. Parole durissime che hanno fatto infuriare il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, che su Twitter ha reagito: “Si vergogni!”. (agenzia Ansa.it)

Continuo a non capire di cosa si debba vergognare Antonio Guterres. Sta dicendo una lapalissiana e sconvolgente verità, ma, come spesso accade, chi dice la verità passa dalla parte del torto. Se, come afferma sconsolatamente ma lucidamente Pier Luigi Bersani, non abbiamo il coraggio di dire “basta” al conflitto in atto, deponendo, almeno provvisoriamente, bandiere e risentimenti per poi cominciare a discutere seriamente, non ne usciremo mai e la striscia di Gaza sarà totalmente distrutta, rimarrà soltanto un cimitero pieno soprattutto di bambini a futura memoria.

Bene quindi ha fatto Guterres ad usare la toccante immagine del cimitero infantile per tentare, davanti al mondo, di convincere le parti a interrompere la carneficina. Se lo Stato di Israele non ha il coraggio di abbandonare l’atteggiamento scriteriatamente vendicativo da cui è guidato, si rischia grosso non solo nella striscia di Gaza, ma in tutto il medio-oriente e oserei dire in tutto il mondo.

Guterres probabilmente si sente impotente di fronte agli Stati e tenta la carta delle coscienze degli uomini. Sempre Pier Luigi Bersani ha introdotto nel dibattito una riflessione molto interessante: le guerre si sono storicamente basate sulla dilagante mentalità bellicista, che ha mosso le genti ed ha giustificato la folle intransigenza politica delle nazioni. In questo periodo l’imperante crisi dei valori, la crescente indifferenza ai problemi e l’approccio egoistico e conflittuale nei rapporti stanno obnubilando le coscienze e giustificando in qualche modo le guerre: a parole tutti sono pacifisti, nei fatti non è così e si tende più a cercare giustificazioni plausibili alle guerre che motivazioni ideali per la pace.

L’Onu, di cui Guterres è segretario generale, ha purtroppo fallito a livello internazionale non riuscendo a introdurre preventivamente percorsi diplomatici, limitandosi ad interposizioni militari durante i conflitti e alla formulazione di appelli generici a babbo più o meno morto. Non è stata peraltro neanche un punto di riferimento e di speranza per le popolazioni: una confusa e paralizzante palestra per una manichea contrapposizione alla faccia della diplomazia.

Certo che, dopo tanta inerzia, possono innervosire gli appelli che rischiano di assumere poco più del valore retorico di affermazioni grilloparlantesche.  Tuttavia non è mai troppo tardi per fare un passo indietro: salviamo almeno il salvabile, i bambini. Così sembra dire Guterres, che non merita di essere insolentito e svergognato. Ben venga comunque chi ha il coraggio di formulare qualche parola di pace. Sarebbe opportuno ascoltare e non rifiutare aprioristicamente.

In questo ultimo periodo, forse per merito dei suggerimenti obamiani, Joe Biden ha consigliato ad Israele di non ripetere gli errori americani in materia di antiterrorismo. Non si può fare la guerra al terrorismo, bisogna pazientemente difendersi, tentando di rimuoverne le cause, soprattutto combattendo il consenso sociale e religioso su cui poggia. Biden insista su questo tasto, non si lasci condizionare dall’influenza israeliana per motivi di potere e di successo elettorale. L’Europa, che dovrebbe essere l’entità più accreditata per portare alla ragione la furia vendicativa degli israeliani, approfitti della resipiscenza americana e si metta di traverso anziché insistere nella sterile e stucchevole difesa della memoria: la shoah infatti non ha bisogno di ulteriori e/o capovolte shoah, ma di scialuppe di salvataggio per tutti.

 

 

 

L’alluvione calcistica antidoto contro tutte le alluvioni

Il fatto che, di fronte ad un evento calamitoso che ha colpito la Toscana e altre regioni italiane, si spendano parole e immagini per discettare sull’opportunità o meno di giocare una partita di calcio la dice lunga sul livello culturale del nostro Paese e in particolare dei media che in esso sfornano e formano opinioni e giudizi.

C’è poco da fare, il calcio deve sempre essere protagonista, non c’è verso di relativizzarlo e di retrocederlo a mero sport che fa spettacolo. Diamo troppa importanza a ventidue giocatori che rincorrono un pallone. Un mio simpatico zio ironizzava ed affermava che si sarebbe interessato al calcio soltanto se ventidue palloni avessero rincorso un giocatore.

Quando tiro in ballo il calcio, mi sento in dovere di riandare agli insegnamenti paterni. Lui lo amava, se ne interessava fino ad un certo punto, poi si fermava. Si badi bene che non era un soggetto che seguiva la partita in modo distaccato; era molto coinvolto, amava quello che considerava lo sport più bello del mondo perché semplice, giocabile da tutti, per tutti molto comprensibile, affascinante e trascinante nella sua essenzialità, spettacolare nella sua variabilità ed imprevedibilità, sentiva fortemente l’attaccamento alla squadra cittadina (soprattutto nelle partite con la Reggiana soffriva fino in fondo) e non sottovalutava il fenomeno del “fotbal”, come amava definirlo in una sorta di inglese parmigianizzato.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

Può bastare per inquadrare il discorso. Dopo di che, la partita Fiorentina- Juventus andava giocata oppure rinviata a data da destinarsi? Troppo importante per essere rinviata: la vita, secondo i pragmatici, deve continuare nonostante tutto. Troppo importante per essere giocata: secondo i benpensanti bisognava dare un segnale di rispetto per le sofferenze altrui.

Un pareggio fra retoriche. Quante sciocchezze ho sentito nei commenti: il più bel tacer non fu mai scritto. La nostra società, fra le tante sciagure che è costretta ad affrontare, può inserire di diritto anche il campionato di calcio con il profluvio di cazzate che comporta. In questi giorni è stato un modo elegante per bypassare l’alluvione; parlare di calcio è infatti un modo per evadere dalla realtà. Un tempo, per tacitare le discussioni politiche, si spostava maschilisticamente l’attenzione sulle avventure e sui gusti in campo femminile. Oggi, per evitare di toccare tasti imbarazzanti, si pensa e si parla demenzialmente di calcio: tutti hanno qualcosa da dire, nessuno ha voglia di pensare e allora…

Alla fine, dopo queste premesse, credo sia difficile esprimere la mia opinione sull’opportunità di giocare la partita di cui sopra. Forse bisognava sospenderle tutte sine die, quanto meno per disintossicarsi un po’. É pretendere troppo, perché sarebbe un cataclisma e allora continuiamo così!

 

 

La pilatesca rivoluzione schleiniana

Non penso di essere l’unico che aspetta il partito democratico al varco. E quale più importante varco della posizione politica da assumere in ordine alla questione israelo-palestinese e alla guerra di reciproca e paradossale invasione tra Hamas e Israele (invasione aggressiva e brutale dei terroristi di Hamas e invasione difensiva ma altrettanto brutale di Israele).

Ho inteso volutamente distinguere tra questione dei rapporti tra palestinesi e mondo arabo da un lato e Israele e mondo occidentale dall’altro rispetto alla contingenza bellica recentemente scatenata, che peraltro, in un certo senso, non è che la conseguenza della questione sempre aperta e che affonda le sue radici, come ha detto il segretario generale dell’Onu, in un passato di errori ed omissioni clamorose da tutte le parti.

Ebbene il partito democratico, nella sua segretaria Elly Schlein e nei suoi esponenti che ho avuto modo di ascoltare o leggere, si sta limitando a prendere posizione sul conflitto con l’ovvia condanna dell’attacco di Hamas e dei suoi sostenitori e con l’altrettanto ovvia richiesta di cessate il fuoco o di tregua umanitaria come dir si voglia. É pur vero che qualcuno non arriva a tanto, ma ciò non toglie che sia il “minimo sindacale” da spendere. Forse è più ficcante Joe Biden di Elly Schlein: il primo almeno ha aperto un fronte autocritico, mentre la seconda rimane appiattita su una sorta di status quo ante. Forse si muove con più coraggio Giuseppe Conte che aderisce a certe larghe e coinvolgenti manifestazioni popolari urticanti rispetto alla melassa filo-israeliana.

I problemi covano sotto la cenere da quel dì e non si può far finta che Hamas arrivi da Marte per abbattere lo Stato di Israele. La storia va letta, interpretata e vissuta, uscendo dalla retorica contingente della pur sacrosanta condanna sic et simpliciter dell’aggressione e dell’antisemitismo, abbandonando cioè un approccio accomodante per rischiare un atteggiamento critico ai limiti del pacifismo.

Un po’ di coraggio (sissignori anche di spregiudicatezza) non guasterebbe ad una forza di sinistra, che peraltro rischia di dimenticare o addirittura tradire la propria storia di apertura al mondo palestinese ed arabo, patrimonio della cultura e della politica di democrazia cristiana, partito comunista e partito socialista.

La storia ha un passato, un presente e un futuro. Non ci si può limitare ad uno dei tre passaggi obbligati. Perché siamo arrivati a questo punto? Come si esce dal pantano bellico in cui si sta sprofondando? A quale scenario internazionale e pacifico si può puntare?

Come se si avesse paura di cadere in una sorta di pacifismo imbelle o se si avesse la subdola volontà di delegare agli Usa il dipanamento della matassa aggrovigliata.  Il discorso del pacifismo è molto complesso, ma non se ne deve sottovalutare la portata storica e prospettica. Pensare che il mondo possa ancora essere guidato dalle superpotenze è roba da antiquariato della politica.

Non c’è iniziativa da parte del PD e se c’è risulta comunque tardiva e sfuggente.  In sede di presentazione di una manifestazione di piazza tematicamente onnicomprensiva Elly Schlein ha fumosamente dichiarato: «L’aumento dell’antisemitismo è estremamente preoccupante e va contrastato in ogni sua odiosa forma. È come se la storia non ci avesse insegnato nulla. E bisogna contrastare culturalmente chi soffia sull’idea di uno scontro di civiltà, dietro cui spesso si cela l’islamofobia. Serve invece riprendere il filo del dialogo interreligioso, educare alle differenze sin dalle scuole e rilanciare il percorso di pace verso i due popoli e due Stati che devono esistere in pace e in sicurezza, sapendo che uno esiste già e l’altro va ancora pienamente riconosciuto». Putost che nient è mej putost?

Si nota soprattutto qualche stucchevole puntata polemica verso la destra (sappiamo che da destra non può venire niente se non un auspicio velleitario alla pace senza giustizia). Assordante silenzio storico-culturale e omertoso posizionamento politico-internazionale. E questo sarebbe il movimentismo con cui Elly Schlein vorrebbe rivoluzionare il PD? Ma fatemi il piacere…

 

Taxi, taxi, lo scontro non deve finire lì

Troppi pochi taxi in servizio a Milano, Roma e Napoli. L’Antitrust ha inviato a questi tre Comuni una segnalazione sulle criticità riscontrate nell’erogazione del servizio taxi “a danno degli utenti, in termini di qualità ed efficienza del servizio reso”. In particolare, l’Autorità, che ad agosto aveva già mandato una richiesta di informazioni, chiede in sostanza di adeguare il numero di licenze e di superare il tetto del 20% previsto dal dl Asset. Riguardo alle risposte avute in questi mesi, l’Autorità rileva che da queste “è emersa una diffusa e strutturale inadeguatezza del numero delle licenze attive rispetto alla domanda del servizio taxi. Questa situazione ha generato un numero molto elevato di richieste inevase e di tempi eccessivamente lunghi di attesa per l’erogazione del servizio”. (dal quotidiano “Avvenire” – redazione economia)

Ho una innata simpatia per la categoria dei taxisti. Li considero una sorta di angeli custodi rispetto al traffico alienante in cui siamo costretti a viaggiare, alle difficoltà di movimento che incontriamo quotidianamente, alla disperata ricerca di approdi certi nella confusione delle nostre città. Ho avuto anche occasione di conoscerne l’impegno e lo spirito di servizio per motivi di carattere professionale che mi hanno portato a dialogare con loro.

Ecco perché mi colpisce il loro disagio nel cercare e trovare la quadratura del cerchio fra il sacrosanto diritto alla difesa del patrimonio imprenditoriale fatto di grandi sacrifici e la necessità dei cittadini di avere risposte adeguate alle esigenze di spostamento. Non sono un liberista spinto e quindi non credo nella liberalizzazione totale delle licenze in nessun settore economico e quindi anche in quello del trasporto delle persone.  Non accetto però nemmeno una visione drasticamente corporativa nei rapporti socio-economici. Bisogna trovare la quadra con molta pazienza, superando gli egoismi di parte e le facilonerie pubbliche.

Dovrebbe essere compito delle amministrazioni locali cercare intelligentemente la soluzione, senza intenti punitivi a livello categoriale, senza protezionismi elettorali e, possibilmente, senza scioperi che screditano la categoria e non risolvono niente.

Tra le norme del decreto più contestate dagli addetti al settore c’è quella che consente ai sindaci di aumentare del 20% il numero delle licenze per sopperire alle carenze del servizio sul territorio. Secondo i tassisti questo però non basta a risolvere i problemi: il governo, secondo le organizzazioni di categoria, deve provvedere invece attraverso decreti attuativi, a istituire il registro elettronico nazionale per censire mezzi e operatori, il foglio di servizio dei noleggiatori e la regolamentazione delle app, che finora non hanno un coordinamento. “Ma di tutto questo non è stato fatto nulla”, specifica Roberto Sulpizi, presidente della Cooperativa Taxi di Torino che raggruppa circa il 93% della flotta. Il nodo più aggrovigliato, comunque, resta quello dell’allargamento della platea degli operatori: l’incremento delle concessioni, insomma, criticato da Usb e da altri sindacati dei tassisti i quali protestano anche perché i sindaci, soprattutto quelli di Roma e Milano, vorrebbero superare la quota stabilita dal decreto con licenze stagionali e procedere alle autorizzazioni senza la “necessaria” gradualità, con “infornate” da 1.550, come vorrebbe Gualtieri nella capitale, e da 1.000 licenze come prospettato da Sala per il capoluogo lombardo. “Tante licenze tutte insieme è una follia, è da incoscienti” hanno replicato i sindacati. Inoltre, c’è la questione delle tariffe “ferme da anni, senza nemmeno seguire gli aumenti Istat”. (dal quotidiano “Avvenire” – Fulvio Fulvi)

Mi sembrano motivazioni ragionevoli e non impossibili da considerare ed accogliere in un clima di dialogo costruttivo. Potrebbe essere un’occasione per varare una fase nuova di concertazione tra governo ai vari livelli e organizzazioni di categoria. A suo tempo la concertazione rispondeva alla debolezza politica dei partiti e valorizzava l’apporto sociale delle categorie economiche, il tutto favorito da una impostazione tecnica del governo. E se provassimo a riprendere questi discorsi, scommettendo sulla maturità delle parti sociali e prendendo atto della inconsistenza delle forze politiche? Manca purtroppo il perno della questione: il governo. Nel caso dei taxisti però il ruolo di governo non è tanto riservato a quello centrale, ma riguarda quello locale.

In ogni caso, “è uno sciopero poco comprensibile” ha dichiarato il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, riferendosi alla recente astensione dal lavoro dei taxisti. Per cortesia, non facciamo così. Teniamo conto del sacrosanto richiamo dell’anti-trust. Proviamo a discutere e concordare qualcosa di buono, semmai partendo dal livello locale. Tentare non nuoce.

 

 

 

Scherzetto o dolcetto-amaretto

Il caso è destinato ad avere conseguenze interne e internazionali. La diplomazia di Palazzo Chigi è stata raggirata da due comici russi che sono riusciti a parlare telefonicamente con la premier Giorgia Meloni in persona, ricavando dal colloquio esternazioni anche sull’Ucraina. I fatti, informa Palazzo Chigi, risalgono al 18 settembre. L’audio integrale della conversazione è stato pubblicato sulla piattaforma canadese Rumble ed è stata ripresa dall’agenzia russa Ria Novosti. (dal Quotidiano “Avvenire”)

Ho cercato di leggere le dichiarazioni rubate, prendendole da un pezzo del quotidiano “Avvenire”, che mi è parso sufficientemente obiettivo nel riportare l’accaduto senza buttarlo più di tanto nel ridicolo e senza approfittarne polemicamente.

Sull’Ucraina Meloni ha ammesso: ​«C’è molta stanchezza da tutte le parti» e «si avvicina il momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita». «Il problema – afferma l’interlocutrice che viene presentata dai due comici come Giorgia Meloni – è trovare una via d’uscita accettabile per entrambe le parti senza distruggere la legge internazionale. Ho alcune idee su come gestire questa situazione, ma aspetto il momento giusto per metterle sul tavolo. La controffensiva dell’Ucraina non sta andando come ci si aspettava e non ha cambiato il destino del conflitto, tutti capiscono che potrebbe durare molti anni se non cerchiamo di trovare una soluzione». In ogni caso, aggiunge la premier raggirata, gli ucraini «stanno facendo quello che devono fare, quello che è giusto fare, e noi cerchiamo di aiutarli».

Finalmente un po’ di equilibrio e di buon senso, lontani dalla demagogia filo-atlantica e dalla subdola tifoseria filo-russa, due atteggiamenti presenti nel governo italiano, uno alla luce del sole americano, l’altro nell’ombra della luna russa.

Sul problema dei migranti ha detto: «L’Europa ha pensato per un sacco di tempo che poteva risolvere il problema limitandolo all’Italia. Quello che non capiscono è che è impossibile. La dimensione di questo fenomeno è tale che coinvolge non solo la Ue, ma a mio parere anche l’Onu. Il problema è che gli altri non se ne curano e tutti concordano che l’Italia deve risolvere questo problema da sola». «La situazione è molto difficile per noi – continua chi parla con i due comici russi pensando di interloquire con un’autorità africana -, dall’inizio dell’anno abbiamo avuto circa 120mila arrivi, per la maggior parte dalla Tunisia. Quello che non capiscono in Europa è che non è possibile che il problema sia risolto solo dall’Italia. Riguarda l’Unione europea ma anche le Nazioni Unite. Il problema è che agli altri non interessa, non rispondono al telefono». «Il problema è che per noi è impossibile integrare questi migranti. L’Ue lo comprende nelle conclusioni del Consiglio Europeo e nelle parole di Ursula von der Leyen ma poi quando chiedi loro di stanziare i soldi per investire in questi Paesi tutto diventa più difficile, per dire la verità. Questo vale anche per quanto riguarda il memorandum firmato con la Tunisia a luglio, il presidente Saied non ha ancora vista un euro».

E qui ci scappa la solita minestra scaldata delle colpe europee e del mondo intero a copertura del sostanziale fallimento della politica italiana in materia migratoria. Finalmente una ammissione di impotenza, assai meglio dell’approccio aggressivo a furia di porti chiusi e muri invalicabili.

Ebbene forse tutto il mal non vien per nuocere: emerge una piccola operazione-verità. Certo che il governo italiano dimostra di avere una diplomazia molle e penetrabile come il burro. Certo che il tutto sembra una gag satirica. Certo che c’è da tremare al pensiero che la politica internazionale italiana possa ballare in una sorta di farsa diplomatica. Abbiamo l’ulteriore dimostrazione che l’Italia conta come il due di picche, ma almeno non fa doppi giochi e scherzi da prete. Tutto sommato gli scherzi è meglio subirli che farli. E poi, meglio la copia scherzosa dell’originale serioso.

Papa Francesco al capolinea innovatore

Ho seguito l’intervista rilasciata da papa Francesco al direttore del Tg1, con molta attenzione come di figlio smarrito nella tragica confusione del mondo in cui viviamo, e con altrettanto interesse, come di uomo stordito dai silenzi in ascolto dell’unica voce credibile ed autorevole nel deserto esistenziale che stiamo attraversando.

Mi sarei aspettato qualcosa di più dall’intervistatore: non ha colto l’occasione per uscire dagli insopportabili schemi mediatici ed è rimasto inchiodato ad una vomitevole routine in cui si dibatte mamma Rai. L’efficacia di un’intervista dipende molto dall’intelligenza e dalla professionalità dell’intervistatore. Ne è uscita una melassa scontata. Mi è parso che lo scopo fosse quello di devitalizzare l’intervistato, omologandolo al ruolo di mestierante del paradosso evangelico. Non doveva far male alla politica italiana e infatti così è stato.

Di ciò non faccio alcuna colpa a papa Francesco, che tuttavia dovrebbe essere più attento a non farsi strumentalizzare e soprattutto a non farsi marginalizzare. I suoi consiglieri potrebbero essere un po’ più vigilanti al riguardo. La parte più subdola dell’intervista ha riguardato il discorso migratorio. Sembrava quasi una benevola umana solidarietà per le sofferenze della premier italiana, dovute allo scherzo telefonico subito in questi giorni: il realismo papale in soccorso del “nullismo” governativo.

Ma ben altra e più profonda impressione ho ricavato: una serena ma triste ammissione di essere arrivato al capolinea del suo pontificato, di avere sparato tutte le cartucce che aveva nella sua giberna, di avere scoccato tutte le frecce al proprio arco, sia all’interno della Chiesa che nel mondo. Non riesce più ad andare oltre la pur accattivante ripetizione delle sue definizioni di principio: siamo nella fase in cui, dopo aver elaborato in modo esauriente un componimento, non c’è più niente da aggiungere e quindi si passa alla fase della sottolineatura o dell’evidenziazione.

Il pur provvisorio ed interlocutorio esito del sinodo ne è una diretta dimostrazione: da questa Chiesa papa Francesco non riesce a spremere niente di più di quanto abbia potuto ottenere fino ad ora. Non sono in grado di capire se l’imminente e immanente stallo sia dovuto ad umana stanchezza, a consapevolezza dei propri raggiunti limiti, a scontro con le resistenze conservatrici, alla solitudine evangelica del buon pastore, alla presa d’atto di un’epoca troppo complessa per essere in qualche modo indirizzata e condizionata.

Probabilmente il pontefice si sta accorgendo di avere messo troppa carne al fuoco e di non avere il forno adeguato a cuocerla nei dovuti modi a causa delle divisioni della cucina vaticana, ma anche delle complicazioni provenienti da una storia in continuo tragico divenire e sempre più difficile da interpretare.

Penso di poter individuare lo stallo in alcune questioni dirompenti e dirimenti. La guerra è sempre ingiusta, ma come dimostrarlo concretamente nelle scelte pastorali della Chiesa a tutti i livelli. L’immigrazione è la piaga costante dell’umanità, ma come ascoltare il grido disperato degli immigrati e come accoglierli concretamente. La Chiesa deve essere aperta a tutti, ma come, dopo aver spalancato le porte, si deve vivere in autentica comunione di vita con tutti, senza se e senza ma.

Papa Francesco su queste tematiche ha favorito notevoli passi avanti, ma siamo ben lontani da risultati esaurienti nel tessuto vitale della Chiesa intesa come comunità e come istituzione. L’attuale pontefice ha il merito di aver messo all’ordine del giorno questioni imbarazzanti, di avere avviato discussioni aperte e sincere, di avere posto le persone prima delle regole e delle strutture, di avere collocato il Vangelo alla base di tutto e di tutti, di avere privilegiato la semplicità del cuore rispetto alle sofisticate elaborazioni dottrinali.

Ora però viene il bello. Bisognerebbe avere il coraggio di “deregolamentare” la Chiesa, di sfrondarne e rifondarne le strutture, di ripensarla e di buttarla nel mondo senza omologarla al mondo. Ho l’impressione che nessuno abbia aiutato papa Francesco al di là degli elogi più o meno sinceri: “Va’ avanti ti c’am scapa da ríddor”. Gli abbiamo fatto portare la croce e noi ci siamo limitati a cantar messa. Forse lui se ne sta accorgendo fino in fondo e ha tratto la conclusione che sia ora che qualcun altro vada avanti. La strada è lunga, lui ha fatto il suo pezzo con grande spirito evangelico. Se è vero come è vero che la Chiesa non è solo il Papa, tocca a tutti portare la croce possibilmente senza smettere di cantar messa.