Il mondo non inizia e non finisce a Kiev

Venerdì 25 agosto, nell’ambito dell’Incontro panrusso dei giovani cattolici tenutosi a San Pietroburgo, nella Basilica intitolata a Caterina d’Alessandria, si è tenuto un incontro in teleconferenza con Papa Francesco. Il pontefice, prima della benedizione, ha concluso l’incontro rivolgendo queste parole ai ragazzi accorsi da tutto il paese per udirne il messaggio: «Non dimenticate mai il vostro retaggio. Voi siete gli eredi della grande Russia: la grande Russia dei santi, dei governanti, la grande Russia di Pietro I, Caterina II, quell’impero – grande, illuminato, [un impero] di grande cultura e grande umanità. Non rinunciate mai a questa eredità, voi siete gli eredi della Grande Madre Russia, andate avanti. E grazie. Grazie per il vostro modo di essere, per il vostro modo di essere russi».

Apriti cielo! Come si suol volgarmente dire, ce n’è venuta una gamba. Le reazioni ucraine sono state immediate e molto negative. Papa Francesco non è un politico e non ha nemmeno troppa sensibilità politica: può essere un difetto, ma è anche un grande pregio. Anche Gesù non era un politico… Partendo dalla mia ignoranza storico-culturale, nelle succitate parole ho letto un invito a cogliere l’eredità positiva proveniente dalla Grande Russia per evitare di cadere nella sua grottesca caricatura del regime putiniano. Evitare cioè la tentazione di buttare via il bambino dei valori di un passato glorioso assieme all’acqua sporca delle degenerazioni contemporanee.

Io posso capire che gli Ucraini abbiano le antenne sempre drizzate a salvaguardia della loro azione in difesa della patria invasa dalla Russia, ma non possono pretendere che tutti leggano la storia a senso unico, imposto dalla disgraziata attualità putiniana. Sarebbe indirettamente un piacere fatto a chi vuole ideologizzare la guerra russo-ucraina e consolidarla all’infinito. Non è un caso che, nella stessa occasione sopra richiamata, papa Francesco abbia fatto l’elogio della “follia diplomatica”, che supera proprio gli schemi rigidi che tendono a cristallizzarsi.

Mi sembra che l’atteggiamento del papa sia volto a cavare dalla storia passate e presente le cose positive tra le tante negative, senza lasciarsi condizionare da pericolose e fuorvianti generalizzazioni portanti al peggio. Dovrebbe essere lo stile del cristiano e, perché no, anche lo stile del politico, che usa l’arma della diplomazia in questo senso.

Devo ammettere che, pur comprendendo l’ansia dell’Ucraina e il timore di essere alla lunga trascurata, mi infastidisce una certa qual propensione ad esibire egemonicamente la verità in suo possesso. Ricordiamoci che, per essere aiutati nel modo giusto, bisogna sapersi mettere nella condizione ideale per essere aiutati. La prepotenza dei forti è inaccettabile, ma è paradossalmente fastidiosa anche quella dei deboli che pretendono di dettare le condizioni a chi intende aiutarli.

Cosa dovrebbe fare papa Francesco? Scomunicare i Russi senza se e senza ma? Mandare le guardie svizzere a combattere a fianco del battaglione Azov? Convincere i Paesi europei a stanziare infiniti fondi per le armi da inviare all’Ucraina? Tornare alla dottrina della guerra giusta? Inserire nelle sue intercessioni una preghiera per i perfidi russi? Nominare cardinale un prete segnalato da Zelensky per farne il suo emissario? Invitare la diplomazia vaticana a schierarsi apertamente a favore dell’Ucraina mandando all’inferno la Russia?

Forse sto esagerando, ma bisognerà pure far capire all’Ucraina, che forse qualche scheletro nei suoi armadi esiste, che effettivamente la Nato ha abbaiato un po’ troppo ai confini con la Russia, che il mondo non inizia e non finisce a Kiev, che il dialogo, seppure gradualmente, si deve sostituire alle armi. Papa Francesco è il personaggio giusto e credibile in tal senso e meno male che esiste e tiene accesa la fiammella della pace, una fiammella che può dare fastidio, ma l’unica che può illuminare i destini del mondo.

La politica a scuola da certi pretacci

Andrà a Caivano. Giorgia Meloni ha accolto l’invito di don Maurizio Patriciello. Il parroco nei giorni scorsi ha chiesto alla premier di recarsi nel Comune dell’area a nord di Napoli, al confine con la provincia di Caserta, dove sono state stuprate due cuginette, «perché il Parco Verde è Italia, e i nostri bambini sono italiani». Giorgia Meloni ne ha parlato durante il Consiglio dei ministri di ieri. Ha detto che il governo punta a «bonificare l’area» di Caivano, sottolineando che «per la criminalità non esistono zone franche». Poi ha precisato che la sua «non sarà una semplice visita: offriremo sicurezza alla popolazione». E ha aggiunto che il centro sportivo in stato di abbandono, uno dei luoghi dove si sarebbero consumate le violenze del branco, «deve essere ripristinato e reso funzionante il prima possibile». «Ringrazio la presidente del Consiglio che ha accolto il mio invito. Ha mostrato sensibilità. E da credente ringrazio il Signore che ci dà la forza di andare avanti e di non arrenderci» ha aggiunto il sacerdote. (dal quotidiano “Avvenire”)

Purtroppo l’insensibilità della politica ai problemi sociali non ha colore. Volete la dimostrazione? Una volta mia sorella Lucia, consigliera comunale, durante un dibattito nell’assise parmigiana sul problema dell’assistenza alle persone svantaggiate, attaccò la giunta di sinistra e sbottò esclamando: «Il comune di Parma fa troppo poco per la povera gente, andate a scuola da don Sacchi, è lui che copre i nostri e vostri buchi…». Don Sergio Sacchi era il parroco del nostro quartiere, un prete costantemente dalla parte degli ultimi, sempre vicino alla gente nei momenti difficili, un prete che non aveva paura di sporcarsi le mani coi problemi sociali.

Don Patriciello ha fatto benissimo a chiamare in causa il governo. Ci vuole un prete a mettere la politica di fronte alle sue gravi responsabilità?

Per la verità nei giorni scorsi la segretaria del partito democratico Elly Schlein si è rivolta alla premier Meloni: “Sulla violenza di genere lavoriamo insieme. Sono giorni in cui leggiamo notizie tragiche di femminicidi e di episodi di stupri e di violenza di genere. Io vorrei fare appello alla presidente del consiglio Giorgia Meloni: questo non è un tema su cui utilizzare la solita dialettica tra le forze politiche. Vorrei che lavorassimo tutti insieme per fare un grande investimento, che serve, di prevenzione, oltre che sulle misure di repressione su cui abbiamo dato la nostra disponibilità a lavorare.  Se guardiamo a questi ultimi fatti, si tratta di vittime e carnefici giovanissimi, questo vuol dire che la cultura dello stupro in questo Paese sta attecchendo anche tra le giovanissime generazioni. Non lo possiamo permettere e quindi vuol dire che bisogna intervenire prima che si radichi quella cultura e quel pregiudizio sessista e quell’idea sbagliata di un diritto del possesso sul corpo della donna. Serve un grande investimento sull’educazione alle differenze, a partire dalle scuole. L’hanno fatto in altri Paesi europei e questo ha contribuito a cambiare questa cultura a prevenire la violenza di genere in tutte le sue forme che purtroppo colpiscono ogni giorno moltissime donne in questo Paese e non soltanto in questo paese. Riusciamo su questo a fare un lavoro comune per un grande investimento che parta dalle scuole e che sradichi quel pregiudizio patriarcale del diritto al possesso sul corpo delle donne che genera violenza anche tra i più giovani?”. (Ansa.it) 

La cosa al momento non ha avuto un seguito, a dimostrazione che la politica non riesce a sbloccarsi e rimane schematicamente abbarbicata alle proprie teoriche identità. Il mio amico Mario Tommasini, politico sui generis, pur di concretizzare progetti a favore di persone svantaggiate era disposto a superare gli schemi, andava a battere cassa dagli industriali, imbarcava nelle sue iniziative laici e cattolici, persone aderenti a diversi partiti e schieramenti: aveva il coraggio di non partire dalle ideologie e dalle tessere di partito, ma dal cuore di chi credeva a certi valori, in particolare la solidarietà sociale. Un giorno l’ho incontrato casualmente per strada: era sempre un piacere confrontarsi con lui, uomo schietto e leale, pronto al dialogo e alla collaborazione. Era comunista, ma estremamente critico verso gli esponenti del suo partito. Quel giorno mi disse: “Veddot  Mora, mi e ti ag cardemma, lor i neg crèddon miga…”. Aveva ragione! O si ha il coraggio di partire concretamente dai bisogni degli ultimi, altrimenti la politica finisce, come si suol dire, in cavalleria. Voleva recuperare i giovani delinquenti a tutti i costi, non li voleva mettere in carcere.

Sarà d’accordo Giorgia Meloni con questo approccio, che dovrebbe essere anche quello di don Patriciello? Cosa vuol dire sicurezza se non si riesce a recuperare queste fasce di emarginazione sociale, se non si riesce a difendere l’integrità delle ragazze riscattando anche i loro coetanei maschi dal gorgo della violenza? Quali proposte concrete ha Elly Schlein da mettere in campo? È lì che l’aspetto al varco. È di lì che deve ripartire la sinistra. Guai se tutto finisse in un compromesso con tanto di inasprimento delle pene. Non basta! Cerchiamo di essere seri! E anche concreti…

 

 

Le sorelle Melonassi

Giorgia mi ha detto: ‘l’unico consiglio che ti do è di non dare peso alle cose che contano poco. Non farti prendere dall’ansia per le sciocchezze. Abbiamo una storia importante da scrivere, al resto evitiamo di dare troppa rilevanza”». Così al Corriere della Sera Arianna Meloni, sorella della presidente del Consiglio e da poco ufficialmente responsabile Adesioni e segreteria politica di Fratelli d’Italia. Quanto alle critiche sul nuovo ruolo politico in Fdi, ha risposto: «E’ un fuoco di fila di chi non ha voluto informarsi. Mi iscrissi al Msi che avevo 17 anni, ho fatto di tutto: attaccavo i manifesti, contattavo i militanti, organizzavo gli eventi, poi via via ho preso a tenere i contatti alla Regione Lazio con i nostri vari eletti o candidati, più recentemente nel partito, che cresceva… Insomma, politica a tempo pieno». Mai ruoli visibili «una volta perché Giorgia era ministro o leader, una volta perché Francesco (Lollobrigida, ndr.) assumeva altri incarichi… A me stava bene così. Non mi interessa apparire, ma lavorare». «In questo ultimo anno sono cambiate talmente tante cose, ci siamo assunti responsabilità enormi. Oggi c’è la fila di persone che si propone, chiede incarichi. Ma sono in grado? Non stiamo giocando. Io credo di saper fare alcune cose con serietà e passione, e posso farle anche al partito. Tutte le nostre figure politiche più esperte credo che debbano necessariamente mettersi a regime». Quanto ai mugugni nel partito, Meloni ha risposto: «In FdI non esistono gruppi o correnti. Se uno con la storia di Rampelli volesse chiedere un congresso, lo farebbe in prima persona. Anche perché non si è capito a che servirebbe oggi un congresso: c’è una leader indiscussa, la linea politica è condivisa, lo spazio per lavorare c’è in tantissimi ruoli e organismi». Quanto alla disponibilità di candidarsi alle Europee ha spiegato: «Preferirei di no. Ma sono un soldato». (dal quotidiano “La Stampa”)

Un tempo si chiamava nepotismo o giù di lì, oggi non saprei come definirlo: cattivo gusto? mancanza di sobrietà? deficit di riservatezza?

Nel 1986 si scatenò una polemica sul viaggio di amicizia in Cina di Bettino Craxi accompagnato da una folta delegazione italiana. Andreotti disse: «Vado in Cina con Craxi e i suoi cari…», riferendosi a quanto affollato fosse l’aereo di famigliari e amici del premier.

Si dice che Enrico Berlinguer non volesse che la figlia Bianca lavorasse in Rai al fine di evitare ogni e qualsiasi chiacchiera. Forse, oltre tutto, aveva visto lontano e voleva evitare che la figlia fosse indotta in tentazioni.

Un tempo erano cose imbarazzanti che i politici più seri e rigorosi evitavano accuratamente. Oggi tutto è cambiato. Non c’è niente di male, intendiamoci bene, ma questi intrecci fra politica e rapporti famigliari non rappresentano il massimo della correttezza. E poi, da cosa nasce cosa…

Una nuova vignetta di Mario Natangelo su “Il Fatto Quotidiano” con protagonisti la coppia Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida fa scattare la polemica, con Fratelli d’Italia che critica il vignettista. Sul giornale di Marco Travaglio – accanto all’articolo che racconta le divisioni interne sulla nomina di Arianna meloni come responsabile della segreteria politica del partito della premier – Natangelo disegna il ministro Francesco Lollobrigida a letto con una donna di colore. Nella vignetta si legge: “Intanto in casa Lollobrigida…”, con la donna che chiede al ministro: “E tua moglie?”. Risposta: “Tranquilla, sta tutto il giorno fuori a occuparsi del partito della sorella”. Natangelo qualche mese fa, aveva pubblicato una vignetta che ritraeva Arianna Meloni con un uomo di colore. La sorella della presidente del Consiglio diceva: “Mio marito? Tranquillo, sta tutto il giorno fuori a combattere la sostituzione etnica”.

Mi sembra che Giorgia Meloni queste vignette se le stia tirando addosso. Forse, tutto sommato, è meglio per lei, riderci sopra, perché se si andasse su discorsi seri sarebbe molto più imbarazzante e spettegolante. Ho un concetto di politica incompatibile con queste storielle private. Lo so benissimo che il problema vero non sta in queste questioni, ma anche l’occhio rifiuta queste parti.

Nei lontani anni ottanta del secolo scorso il mio carissimo amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo, durante una delle solite chiacchierate, mi chiese, dal momento che mi sapeva piuttosto informato sulla cronaca politica, di riferirgli dell’episodio relativo a Massimo D’Alema, il quale, in occasione di una sua presenza in un salotto romano, rimbrottò vivacemente il cane di casa che gli era montato sulle scarpe. Ammise snobisticamente che gli erano costate una grossa cifra. L’amico Walter innanzitutto mi confessò tutta la sua indignazione e la sua riprovazione per un comportamento eticamente inaccettabile: «Da un dirigent comunista robi dal gènnor an ja soport miga!». Poi aggiunse con tanta convinzione: «Lé propria ora chi vagon a ca tùtti».

Distinguere la sfera privata da quella pubblica è molto difficile, quasi impossibile. Ragion per cui bisognerebbe evitare gesti e atti sfacciatamente privati, pena il deterioramento ulteriore della politica agli occhi di chi ha ancora un minimo di senso critico. Per gli altri tutto va ben, tutto fa brodo, anche le sorelle Meloni.

 

 

 

 

 

 

Il generale scacciapensieri

Tutte le occasioni sono buone per tirare in ballo la questione del pensiero unico, che sarebbe stato monopolio della sinistra in conseguenza della sua egemonia culturale. La svolta politica di centro-destra starebbe mettendo in discussione questo regime monopolistico culturale dando spazio e voce a persone e movimenti portatori di idee fino ad ora relegate nella cantina del neofascismo o nella soffitta del neo populismo.

La sinistra per sua natura e storia è più acculturata, più ideologica e più valoriale, di conseguenza esercita una certa influenza sul dibattito a tutti i livelli e una notevole ispirazione per le mentalità. Negativo? Direi proprio di no, anzi. E allora cosa ha da recriminare la destra in Italia? Che la sinistra abbia usato il potere per condizionare ed orientare le coscienze e le opinioni? Se restiamo al periodo post prima repubblica, vediamo che la destra ha governato spesso, soprattutto nella fase berlusconiana, preoccupandosi non tanto di promuovere cultura, ma di influire mediaticamente sull’opinione pubblica e di esercitare l’arte dei propri affari. Quindi se pensiero unico riconducibile alla sinistra ci fosse anche stato seppure indirettamente, sarebbe anche per colpa del pragmatismo fine a se stesso della destra. Sarebbe il caso di fare il mea culpa senza bisogno di scomodare il farneticante generale Vannacci per recuperare feeling con la pubblica opinione sulle tematiche più delicate e complesse.

In buona sostanza negli ultimi quarant’anni non si è tanto formato un pensiero unico, ma si è affievolito il pensiero in generale, a destra e sinistra: forse quel po’ che ci è rimasto è indubbiamente più spostato a sinistra, ma non si tratta certo di pensiero unico, presupposto e conseguenza di regimi anti-democratici. Chi non ha pensato vuole abbattere il pensiero altrui non riuscendo ad elaborarne uno convincente ed alternativo se non lisciando il pelo a quello emergente nei bar e nelle caserme.

Per recuperare terreno la destra sta puntando non tanto alla libertà di pensiero e di parola ma all’abuso di pensiero e parola, sciorinando idee al limite della Costituzione repubblicana, andando in controtendenza rispetto all’evoluzione dei diritti delle persone e promuovendo sic et simpliciter un ritorno al passato oscurantista e perbenista, non capendo peraltro che uno dei capisaldi dell’attuale cultura, della quale si vorrebbe fare piazza pulita,  è proprio quel consumismo così fortemente spinto dal berlusconismo al limite del regime.

Fa un po’ sorridere la mobilitazione destrorsa in difesa della libertà di pensiero di un generale dell’esercito, che si diverte a fare il politico al punto che qualcuno sembra stia pensando di candidarlo al Parlamento in funzione di una ulteriore riscossa estremista di destra. Ma fatemi il piacere…

Se uno però dice delle cavolate che non stanno né in cielo né in terra glielo si dovrà pur dire: il Vangelo parla di correzione fraterna, la politica dovrebbe usare l’arma del dialogo. Invece non si punta al dialogo, ma a difendere aprioristicamente un signore che spara cavolate alla viva il…. (stavo per dire Duce), facendo un po’ come il lupo che accusa l’agnello di sporcare l’acqua. Parliamo e vediamo chi dice cazzate: il discorso vale non tanto e non solo per Roberto Vannacci, ma per chi gli sta dietro, a fianco, davanti, sopra e sotto. In questo senso la sinistra, invece che scandalizzarsi, dovrebbe recuperare il proprio ruolo culturale e politico e sparare i colpi che da troppo tempo le rimangono in canna.

La bomboletta paralizzante di Donald Trump

Delle vicende giudiziarie di Donald Trump, che stanno assumendo un’entità paradossale, non stupisce tanto la quantità e la qualità delle incriminazioni, quanto la disinvoltura con cui il mondo politico americano e l’opinione pubblica ne assorbono l’impatto.

Sembra (quasi) impossibile, ma le incriminazioni appaiono addirittura direttamente proporzionali al consenso degli elettori: più Trump rischia di essere condannato e di andare addirittura in galera e più gli americani gli concedono fiducia o, quanto meno, benevola attenzione.

Fatte le debite proporzioni e gli opportuni adattamenti storici, anche in Italia è successo qualcosa di simile rispetto alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi: entrambi si sono dichiarati perseguitati dalla magistratura e si sono appellati al popolo. E il popolo, per tutta una serie di motivi, ha creduto e crede più a loro che ai giudici.

Lo stesso partito repubblicano non riesce assolutamente a liberarsi dell’ingombrante ricandidatura di Trump, forse per mancanza di candidati alternativi, forse per paura di essere coinvolto in uno scandalo dalle dimensioni colossali, forse perché la politica si sta sempre più allontanando dall’etica, forse per la debolezza di Joe Biden e del partito democratico.

Se il sistema politica non trova la dignità e la forza per reagire, molto strano però risulta il comportamento dei cittadini statunitensi, che stanno dimostrando di essere un corpaccione amorfo totalmente incapace di reagire. Tutto considerato, sembrano dire, perso per perso, tanto vale affidarsi a Trump, che magari riuscirà, in qualche modo, a chiudere la guerra in Ucraina e proverà a mettere in riga la Cina.

Le ricette populiste e sovraniste di Trump sembrano resistere: incarna la peggior democrazia possibile, rendendola vincente sulla base di parametri inaccettabili ma necessari. Per la verità non è che in Italia siamo molto distanti da questa logica. Ci salva il sistema istituzionale articolato, che si insinua nel rapporto diretto fra cittadino e governo. Non è un caso se Giorgia Meloni continua a parlare di riforma istituzionale, presidenzialismo o premierato che sia, proprio per sottrarsi al gioco democratico e rispondere, in fin dei conti direttamente, all’elettorato sempre più disamorato, sfiduciato e fuorviato.

Fortunatamente la Costituzione italiana ha blindato la democrazia con un sistema istituzionale di pesi e contrappesi di cui è molto difficile liberarsi. Negli Usa hanno solo il disturbo della magistratura peraltro piuttosto asservita al potere politico, in Italia, volendo, abbiamo ben altre possibilità difensive. L’attuale governo sta puntando su alcune direttive: riformare, per imbrigliarla, la magistratura, condizionare e spadroneggiare il sistema mediatico, semplificare le istituzioni per rafforzare il potere esecutivo a danno di quello legislativo e giudiziario, togliere di mezzo direttamente o indirettamente la Presidenza della Repubblica nel suo ruolo di garante, incanalare la politica europea in modo omogeneo o comunque compatibile rispetto agli indirizzi italiani, puntare ad un atlantismo piatto e acritico, valido chiunque sia al governo degli Usa.

A ben pensarci si vogliono togliere di mezzo tutte le pietre d’inciampo su cui cadde Silvio Berlusconi. Donald Trump ha meno problemi. Assomiglia a Berlusconi e si prepara a tornare a galla alla grande: il dato fondamentale in comune è il mix tra politica e affari. Lo si vede chiaramente, ma si fa una certa fatica a combatterlo. Stiamo ben attenti, perché c’è in gioco la democrazia, quella vera, non quella dei giorni nostri.

 

 

La morte del burattino fa comodo ai burattinai

La vendetta di Putin, abbattutasi inesorabilmente su Prigozhin e la mina vagante wagneriana, non fa che aggiungere un ulteriore pizzico di sconfortante ineluttabilità sulla guerra russo-ucraina e su tutte le guerre. Un criminale e impazzito personaggio è sfuggito di mano al dittatore russo: forse non aveva intenzione di arrivare al potere, ma solo di condizionarlo a proprio favore e in difesa della sua folle organizzazione militare. Il disordine è stato ripristinato e, sotto-sotto, tutti se ne rallegrano: le variabili impazzite nella loro impresentabilità danno sempre fastidio e quindi tutto è tornato sotto il controllo dei manovratori belligeranti e bellicisti più ortodossi.

In un’interessate intervista a Romano Prodi, Eugenio Fatigante di “Avvenire” ha chiesto a quello che giudico il personaggio politicamente più autorevole a livello europeo: “In questi 18 mesi, quando si è evocata la pace si è sempre stati tacciati di «posizioni filo-russe» o «filo-putiniane». É sbagliato parlare di pace?”. Prodi risponde: «La pace ha sempre la sua validità nella storia. Uno degli errori commessi finora è stato proprio quello di assimilare questa parola a una sorta di patto col diavolo. E si è persino cercato di definire ingenui coloro che parlano di pace. Il nostro obiettivo deve essere quello di riflettere su quali sono le condizioni per una possibile pace giusta e duratura».

Certo, nella misura in cui Vladimir Putin fa di tutto per assomigliare sempre più al diavolo, il discorso diventa sempre più problematico anche se imprescindibile. Intendiamoci bene, non è che gli altri protagonisti della scena politica internazionale siano degli stinchi di santo o degli angioletti, ma purtroppo si consolida lo schema di un Occidente salvatore della democrazia in guerra costante con il resto del mondo. Su questo schema punta comprensibilmente Zelensky, che rischia di trascinare nel gorgo della guerra infinita anche i suoi potenziali salvatori.

Dentro questa impostazione non mi trovo a mio agio, oserei dire che la rifiuto. E allora mi si dirà che sono un amico di Putin. A parte il fatto che in passato Putin ha goduto di parecchie amicizie occidentali ed europee in particolare, non si può ragionare in questo modo. Se c’è bisogno di fare dei patti col diavolo pur di salvaguardare anche uno straccio di pace o, per meglio dire, di una cessazione delle ostilità, ben vengano questi paradossali patti.

Ho da sempre considerato Putin uno dei più grandi criminali della storia e mi sono sempre stupito delle simpatie ed amicizie di cui godeva: erano evidentemente anche allora patti col diavolo. Il diavolo va bene quando serve e fa gioco, è da esorcizzare quando scompiglia i giochi. Incongruenze e incoerenze della realpolitik.

Non si alza nessuna autorevole voce, ad eccezione di quella di papa Francesco e di Sergio Mattarella, in favore dell’apertura di una seria trattativa di pace. Mi è stato riferito che il filosofo Massimo Cacciari, in un colloquio privato, abbia fatto discendere i mali della nostra epoca dalla mancanza di autorevolezza da parte delle classi dirigenti. Come italiani, in mezzo a tante vergognose pecche, abbiamo l’onore di poter contare su un Presidente della Repubblica in grado di tenerci sulla giusta strada: lo dobbiamo ringraziare, ma soprattutto ascoltare e seguire non solo con gli applausi, ma con l’adesione concreta alle sue indicazioni di altissimo livello e profilo.

La guerra russo-ucraina sta diventando la normalità dietro cui si nascondono le debolezze politiche, gli interessi più inconfessabili, le miopie strategiche e le irresponsabili inettitudini dei poteri dominanti. Di una cosa sono certo: non stiamo, nel modo più assoluto, difendendo la democrazia, stiamo soltanto galleggiando sul mare degli imperialismi. Speriamo almeno che i due imperialismi protagonisti di questa disgraziata fase storica, quello cinese in ascesa e quello statunitense in declino, trovino un modus vivendi in una sorta di do ut des di livello internazionale. Al momento non riesco a vedere cosa possa formare oggetto di questo scambio e temo che i reciproci negozi restino chiusi per mancanza di merce. A meno che non trovino motivo di accordo nell’eliminazione della pur potente bancarella russa, che rompe i cogliono, ma che detiene la bomba atomica. E l’Europa (Italia in primis) sta a guardare, anzi non sa e non fa che litigare.

 

Il bacio di Arditi

La vittoria ai mondiali della Spagna, il primo Mondiale della squadra femminile, è stata parzialmente oscurata dal bacio sulla bocca del presidente della Federcalcio spagnola (RFEF), Luis Rubiales, alla giocatrice Jennifer Hermoso. 

È appena finita la partita con la Spagna che si impone sull’Inghilterra per 1-0. In campo c’è euforia e le giocatrici spagnole salgono sul podio per ricevere la medaglia. Tra i dirigenti c’è Rubiales che saluta e abbraccia con vigore le calciatrici. TVE sta trasmettendo in diretta quando immortala lo “scandalo”: il bacio di Rubiales all’atleta con la maglia numero 11. Solo pochi istanti e le immagini, subito virali, rimbalzano sui social. Monta la polemica e interviene il ministro ad interim spagnolo per l’uguaglianza, Irene Montero: “Non dobbiamo dare per scontato che il bacio senza consenso sia qualcosa ‘che accade’. É una forma di violenza sessuale che soffrono le donne in modo quotidiano e fino ad ora invisibile, e che non possiamo normalizzare”. E ancora scrive Montero: “Porre fine a questo è compito dell’intera società. Il consenso è la questione centrale. Solo il sì è sì”.

Da parte sua, Hermoso cerca di smorzare le polemiche: “È stato un gesto reciproco del tutto spontaneo per la gioia immensa della vittoria di un Mondiale. Io e il presidente abbiamo un ottimo rapporto, il suo comportamento con tutti noi è stato da dieci ed è stato un gesto naturale di affetto e riconoscenza” ha sottolineato la calciatrice. (Rai news)

Non è un episodio molto edificante, ma nemmeno da gridare allo scandalo come sta succedendo. In una società dove il femminicidio sta diventando una regola, dove le donne vengono stuprate con molta facilità e disinvoltura, dove anche lo sport è inquinato da sessismo, in un mondo dove le donne continuano ad essere torturate nel corpo e nei loro diritti, dove il sesso viene spacciato senza alcun ritegno, imbastire una polemica per un bacio un po’ ardito, ma per i tempi che corrono considerabile (quasi) casto e non certo ottenuto con violenza fisica o psicologica, mi sembra eccessivo e fuorviante.

Queste polemiche servono a distrarre l’attenzione dai veri problemi e dalle vere emergenze. I media e i social ci guazzano dentro. Non sono un frequentatore di spiagge, ma, da quanto mi dicono amici e conoscenti, si vedono cose molto peggiori sul piano della decenza e finanche del buongusto. Francamente nell’episodio di cui sopra non trovo niente di scandaloso. Certamente un po’ più di autocontrollo non guasterebbe. Non penso però che si possa rientrare nel campo della violenza sessuale. Esagerare non è mai cosa opportuna. Un tempo esageravano i bigotti: baciarsi in pubblico era addirittura considerato un reato per oltraggio al pudore. Oggi esagerano i difensori d’ufficio delle donne, anche non desiderati dalle dirette interessate: sempre di bigottismo si tratta. Non è minimamente accettabile considerare le donne come una sorta di bambole più o meno gonfiabili, ma non è serio nemmeno ritenerle delle cretine, che cascano automaticamente dentro le trappole maschiliste.

 

 

Le pietre scagliate dai peccatori

Forza Italia insorge contro le rivelazioni dell’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, colpevole di aver infangato la memoria dell’amato fondatore con la sua recente autobiografia, Le temps des combats, da due giorni disponibile nelle librerie d’oltralpe. In effetti il ritratto di Silvio Berlusconi che ne esce fuori non è dei migliori. In particolare per quanto riguarda il racconto di quel terribile 2011, l’anno della caduta più fragorosa dell’ex premier. Sarkò scrive di un Cav. ormai diventato «la caricatura di se stesso», rievoca la triste vicenda del “bunga-bunga”, e rivela un particolare scottante sulla fine del governo italiano dell’epoca: «Angela Merkel e io decidemmo di convocare Berlusconi per convincerlo a prendere ulteriori misure per provare a calmare la tempesta in atto», lui «cominciò a spiegare che non avevamo capito che non c’erano rischi sui mercati internazionali. Voleva creare altro debito da mettere sulle spalle solo dei suoi compatrioti. Tutto era abbastanza delirante». Poi le parole più dure: «Ci fu tra di noi un momento di grande tensione, quando ho dovuto spiegargli che il problema dell’Italia era lui! Pensavamo sinceramente che la situazione sarebbe stata meno drammatica senza di lui e il suo atteggiamento patetico…L’ora era grave. È stato crudele, ma necessario». Davvero troppo per gli azzurri, per giunta a soli due mesi dalla scomparsa del “presidente per sempre”. «Berlusconi rispetto a Sarkozy ha saputo resistere sulla scena più a lungo, molto più apprezzato e rispettato – è la replica di Maurizio Gasparri –. Sarkozy riversa in questi suoi scritti il livore di un politico fallito». Per Licia Ronzulli invece il libro dell’ex inquilino dell’Eliseo è la prova «che la caduta del governo Berlusconi fu il risultato di un complotto internazionale contro l’Italia e gli italiani, di cui egli fu protagonista per sua stessa ammissione, con ben note complicità nel nostro Paese, anche di alto livello». «Sono scritti da chi ha vissuto una parabola discendente fino a scomparire del tutto – chiosa caustico il capogruppo di Forza Italia al Parlamento europeo, Fulvio Martusciello –, ed ora con il libro punta a sbarcare il lunario». (dal quotidiano “Avvenire”)

Erano cose non dico risapute ma facilmente deducibili dalla storia di quel periodo. Sarkozy si poteva risparmiare questa confessione fatta oltretutto a babbo morto. Non si trattò di un complotto, ma della presa d’atto di una situazione insostenibile in cui era sprofondata l’Italia e fu un bene che a livello europeo e forse anche mondiale oltre che a livello delle massime istituzioni italiane si sia pensato ad una soluzione di ricambio (governo dei tecnici guidati da Mario Monti), che tolse l’Italia dall’imbarazzo e dalle gravi difficoltà di quel momento.

Patetica, anche se comprensibile, la difesa d’ufficio di Forza Italia, che vede lanciare una manciata di fango sulla tomba del suo fondatore e leader incontrastato. Tra Berlusconi e Sarkozy ci fu una certa amicizia oltre che una certa comunanza di stile politico. Sarkozy farebbe meglio a parlare dei suoi gravissimi errori, uno per tutti la guerra alla Libia di Gheddafi, scatenata solo ed esclusivamente per motivi di carattere interno alla Francia, e l’Occidente irresponsabilmente ci cascò con conseguenze nefaste tuttora in atto.

Sarkozy è stato maestro della peggiore delle realpolitik e Silvio Berlusconi fu suo amico e seguace: ad un certo punto diventò scomodo e fu scaricato. Il cavaliere si sceglieva gli amici con grande spregiudicatezza: negli Usa Bush figlio, nella Russia Putin, in Europa Sarkozy. Non voglio esagerare, ma, come si sa, ogni simile ama il suo simile.

Diverso il discorso relativo ad Angela Merkel, personaggio di ben diverso spessore: trattata male sul piano personale da Berlusconi, che non ne sopportava l’immagine di donna molto diversa dai suoi stereotipi, diede un contributo fondamentale alla caduta del cavaliere. Lei ha il buongusto di tacere, perché non ha certamente la “patàja” molto pulita soprattutto nei rapporti con la Russia di Putin. Tutti hanno notato il suo rigoroso silenzio sulla guerra russo-ucraina.

Licia Ronzulli lascia intendere il protagonismo del Presidente Giorgio Napolitano nella vicenda della caduta berlusconiana: non merita note di biasimo, ma semmai un grazie di cuore per il coraggio dimostrato, a dimostrazione che il Capo dello Stato non è un notaio, ma un protagonista nella vita delle nostre istituzioni repubblicane. Può darsi che il riferimento riguardi anche la magistratura: qui il discorso si fa molto complesso, basti dire che la vera opposizione al regime berlusconiano la fecero impropriamente parecchi giudici, causa la debolezza illusionistica della sinistra e causa una serie di conflitti di interesse clamorosi, ma sostanzialmente accettati dal sistema politico e dall’opinione pubblica.

Non c’era sinceramente bisogno che Sarkozy tirasse fuori questi scheletri dall’armadio di Berlusconi perché è anche il suo armadio. Lasciamo agli storici il compito di indagare e alla politica quello di riflettere.

 

Alemanno, alé…destra

“Ma cos’è questa destra? parapapa, ma cos’è questa destra? parapapa”: mi sono ritrovato a canticchiare con relativa parafrasi questo simpatico motivetto del 1933, che portò grande fortuna al suo autore ed interprete tale Rodolfo De Angelis, noto anche come attore, pittore e poeta vicino agli ambienti futuristi, che con Filippo Tommaso Marinetti diede vita al Nuovo Teatro Futurista. Allora ci si chiedeva cosa fosse la “crisi”, oggi mi chiedo quale sia la destra.

“A Palazzo Chigi e a via Venti Settembre, nelle roccaforti di Giorgia Meloni e di Guido Crosetto, leggono con attenzione un passaggio dell’ultima intervista di Gianni Alemanno, già sindaco di Roma, già ministro del centrodestra, oggi leader del Forum dell’indipendenza italiana. C’è un deciso affondo contro il ministro della Difesa: «Ha piegato la testa al politicamente corretto». C’è un avvertimento al presidente del Consiglio: «Vannacci andava difeso gli elettori sono delusi». E c’è la sfida già fissata per le elezioni europee del prossimo anno. Gianni Alemanno sta lavorando notte e giorno alla costruzione di un fronte sovranista. Ha ripreso a parlare con Francesco Storace. Ha messo insieme un gruppo di intellettuali. Ha ricostruito una rete di relazioni. E ora dice chiaramente: sono pronto. «Non voglio fare la destra della destra ma raccogliere le sensibilità della destra sociale che Meloni ha completamente cancellato da FdI», avverte”. (dal quotidiano “Avvenire” – Arturo Celletti)

Si tratta dei retroscena del dibattito (?) scatenato dal libro in libera uscita di un generale, “Il mondo al contrario”, che sta andando a ruba e che sembra abbia tirato un sasso nella piccionaia meloniana. Questo Roberto Vannacci sta facendo parlare molto di sé, ma ha indubbiamente scoperto certi altarini dell’incultura di destra.  Traggo da questa vicenda due elementi positivi: finalmente la destra evidenzia tutto il suo potenziale antistorico e reazionario, mostra il suo vero volto camuffato con una certa difficoltà dal trucco governista; la gente forse comincerà a capire qualcosa risucchiata in un estremismo chiarificatore.

Per quanto mi riguarda i contenuti di questo testo mi sono totalmente estranei e non mi sento di prenderli neanche minimamente in seria considerazione: suscita invece in me qualche interesse il contraccolpo politico che stanno avendo nella destra che sta sgovernando il Paese. Della serie tutto il mal non vien per nuocere.

Può darsi che tutto si risolva in un casinetto estivo, in un colpo di sole, in una lapalissiana menata tattica o nella fiction di una ragazza (Meloni) e il generale (Vannacci). Può darsi però che questa vicenda lasci un segno, che venga da lontano e possa portare lontano, non tanto per la qualità politica dei protagonisti dietro le quinte (Alemanno e Storace), non tanto per lo spessore degli argomenti in ballo (un autentico stupidario), ma a dimostrazione che tutto sommato anche in politica le balle stanno in poco posto. Anche quelle di Giorgia Meloni magari rafforzate da quelle di Guido Crosetto. Se mi è consentito vaneggiare per un attimo, mi sento di fare il tifo per Gianni Alemanno che gioca con la sua storica maglia contro Giorgia Meloni che gioca con una maglia presa a prestito, oserei dire rubata, dal magazzino della democrazia.

 

La pagliuzza dello smartphone e la trave di coltelli e pistole

Il clima vacanziero dopo la concitata fase degli esami ha messo la sordina al malcontento studentesco e alle contraddizioni governative in materia scolastica. Dall’altra parte accoltellamenti e sparo di pallini verso i professori mettono in primo piano la crisi nei rapporti tra studenti, professori e famiglie. Altro che uso dei cellulari in classe, evidentemente in classe girano coltelli e rivoltelle…Non per colpa del ministro, ma di tutti noi che non abbiamo saputo dare la giusta dimensione e considerazione all’educazione scolastica.

Tuttavia mi sembra opportuno, anche a livello ironico e provocatorio, come compito delle vacanze che stanno pe finire, tornare di seguito, tra il serio e il faceto, sul tema emblematico dei telefoni cellulari in classe: un modo per sottolineare come il capitolo scuola sia ben più profondo e grave e come sia più pregnante ed importante di (quasi) tutti gli altri problematicamente presenti sul tavolo di un governo sempre più identitario ed autoreferenziale piuttosto che aperto alla società ed ai suoi problemi. Anziché commentare le travi delle coltellate e degli spari ai professori, preferisco sgattaiolare su quel che sembra una pagliuzza, vale a dire l’uso dei telefoni cellulari nell’ambiente scolastico. Ognuno potrà poi fare tutti i collegamenti del caso in senso proibizionista, in senso disciplinare e in senso educativo, senza drammatizzare ma anche senza sottovalutare il degrado scolastico. Chiedo scusa e vado avanti.

Forse “qualche fesso” non ha compreso il significato della circolare sui cellulari, allora “si legga più attentamente la circolare, che ne sottolinea l’uso corretto”. Lo ha detto il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, nel corso di un intervento alla scuola politica della Lega. Secondo il ministro “alcuni hanno perso di vista il significato più profondo: il rispetto. Se io insegnante sto spiegando in un momento in cui voglio che i ragazzi partecipino, se uno si mette a chattare con un amico o a immortalare magari le smorfie dell’insegnante per dileggiarlo, credo che questo sia inaccettabile”.

Ho letto la circolare e spero di non essere fesso per le argomentazioni che andrò brevemente ad esporre. Temo che la recente circolare ministeriale, che vieta l’uso in classe degli smartphone, salvo eccezioni guidate dagli insegnanti, possa fare la fine delle grida manzoniane. Dovrebbe trattarsi di una questione di buona educazione in entrata e in uscita, invece ne sta nascendo un caso. Quando non vuoi far rispettare una regola fanne oggetto di un divieto, perché automaticamente diventerà un invito alla trasgressione. Forse era molto meglio lasciare la materia alla competenza dei dirigenti scolastici e dei docenti.

L’uso dei telefoni cellulari, diventati nel frattempo veri e propri strumenti comunicativi di alto livello tecnologico, era stato all’inizio considerato dal grande giornalista televisivo Andrea Barbato come uno strumento riservato a due categorie di persone: le ostetriche e i sacerdoti. Facilmente intuibili i motivi. Sono diventati un’arma per la distrazione di massa: credo poco all’uso serio e mirato di questi strumenti. Tuttavia i giovani ne sono detentori e occorre indurli ad un utilizzo culturale e comunicativo e non ad un uso di carattere più o meno ludico.

Siamo diventati tutti schiavi di questi robottini, i giovani in primis, ma non solo loro. Il progresso ci mette in condizione di utilizzare strumenti interessanti anche se poi tutto dipende dall’uso equilibrato che ne facciamo. Vale per radio, televisione, per tutti i cosiddetti social media.

Qualche tempo fa mi sono divertito a scrivere un dialogo impossibile fra un trolley ed uno smartphone, che nascondeva un ironico processo ai giovani d’oggi tra luoghi comuni, forti provocazioni, pessimismo di maniera, ottimismo di facciata, realismo quasi disperato, lumi di speranza. Dal bamboccionismo, con venature di sfigatismo, alle azioni coraggiose per la conquista dei diritti civili (chi volesse lo può leggere tra i libri contenuti in questo sito).

La buttiamo in politica? Se è per quello, tutti i politici, quando vengono fotografati o ripresi dalle telecamere hanno uno smartphone in mano o vicino all’orecchio. Mi sono chiesto più volte cosa avranno sempre da comunicare, con chi parleranno, magari è tutta una messa in scena per dimostrare di essere molto impegnati. I giovani invece ingannano il tempo, giocano, messaggiano, scherzano. Non saprei chi scegliere. Poi ci sono le degenerazioni con i bullismi, le induzioni al suicidio, etc. etc.

Insomma, a scuola è un male che i giovani tengano a disposizione lo smartphone durante le lezioni? Non saprei: io, ai miei tempi lontani, prendevo appunti, a volte mi distraevo guardando le gambe della giovane e bella insegnante, a volte ridacchiavo col compagno di banco, a volte studiavo la materia dell’ora successiva, a volte pensavo ai fatti miei. Cosa avrei combinato con uno smartphone non lo so.

Forse il male minore è lasciare che i giovani decidano il da farsi, responsabilizzarli a loro rischio e pericolo. Tanto è sempre tutto nelle capacità di indirizzo educativo degli insegnanti. Da loro dipende la serietà della scuola. Preoccupiamoci di formarli e trattarli bene. Anche gli smartphone verranno di conseguenza.

In cauda venenum. Non è che il ministro dell’Istruzione Valditara vieti gli smartphone per timore che vengano usati quali strumenti di mobilitazione e complottismo antigovernativi e antifascisti? Con le arie che tirano non mi stupirei, anche perché gira e rigira l’opposizione all’attuale governo e all’andazzo politico, che ne è premessa e conseguenza, è forse più nelle menti e nelle iniziative degli studenti che nei dibattiti delle aule parlamentari. Spero in loro nonostante coltelli, pistole, bullismi e, perché no, telefoni cellulari.