La pagliuzza dello smartphone e la trave di coltelli e pistole

Il clima vacanziero dopo la concitata fase degli esami ha messo la sordina al malcontento studentesco e alle contraddizioni governative in materia scolastica. Dall’altra parte accoltellamenti e sparo di pallini verso i professori mettono in primo piano la crisi nei rapporti tra studenti, professori e famiglie. Altro che uso dei cellulari in classe, evidentemente in classe girano coltelli e rivoltelle…Non per colpa del ministro, ma di tutti noi che non abbiamo saputo dare la giusta dimensione e considerazione all’educazione scolastica.

Tuttavia mi sembra opportuno, anche a livello ironico e provocatorio, come compito delle vacanze che stanno pe finire, tornare di seguito, tra il serio e il faceto, sul tema emblematico dei telefoni cellulari in classe: un modo per sottolineare come il capitolo scuola sia ben più profondo e grave e come sia più pregnante ed importante di (quasi) tutti gli altri problematicamente presenti sul tavolo di un governo sempre più identitario ed autoreferenziale piuttosto che aperto alla società ed ai suoi problemi. Anziché commentare le travi delle coltellate e degli spari ai professori, preferisco sgattaiolare su quel che sembra una pagliuzza, vale a dire l’uso dei telefoni cellulari nell’ambiente scolastico. Ognuno potrà poi fare tutti i collegamenti del caso in senso proibizionista, in senso disciplinare e in senso educativo, senza drammatizzare ma anche senza sottovalutare il degrado scolastico. Chiedo scusa e vado avanti.

Forse “qualche fesso” non ha compreso il significato della circolare sui cellulari, allora “si legga più attentamente la circolare, che ne sottolinea l’uso corretto”. Lo ha detto il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, nel corso di un intervento alla scuola politica della Lega. Secondo il ministro “alcuni hanno perso di vista il significato più profondo: il rispetto. Se io insegnante sto spiegando in un momento in cui voglio che i ragazzi partecipino, se uno si mette a chattare con un amico o a immortalare magari le smorfie dell’insegnante per dileggiarlo, credo che questo sia inaccettabile”.

Ho letto la circolare e spero di non essere fesso per le argomentazioni che andrò brevemente ad esporre. Temo che la recente circolare ministeriale, che vieta l’uso in classe degli smartphone, salvo eccezioni guidate dagli insegnanti, possa fare la fine delle grida manzoniane. Dovrebbe trattarsi di una questione di buona educazione in entrata e in uscita, invece ne sta nascendo un caso. Quando non vuoi far rispettare una regola fanne oggetto di un divieto, perché automaticamente diventerà un invito alla trasgressione. Forse era molto meglio lasciare la materia alla competenza dei dirigenti scolastici e dei docenti.

L’uso dei telefoni cellulari, diventati nel frattempo veri e propri strumenti comunicativi di alto livello tecnologico, era stato all’inizio considerato dal grande giornalista televisivo Andrea Barbato come uno strumento riservato a due categorie di persone: le ostetriche e i sacerdoti. Facilmente intuibili i motivi. Sono diventati un’arma per la distrazione di massa: credo poco all’uso serio e mirato di questi strumenti. Tuttavia i giovani ne sono detentori e occorre indurli ad un utilizzo culturale e comunicativo e non ad un uso di carattere più o meno ludico.

Siamo diventati tutti schiavi di questi robottini, i giovani in primis, ma non solo loro. Il progresso ci mette in condizione di utilizzare strumenti interessanti anche se poi tutto dipende dall’uso equilibrato che ne facciamo. Vale per radio, televisione, per tutti i cosiddetti social media.

Qualche tempo fa mi sono divertito a scrivere un dialogo impossibile fra un trolley ed uno smartphone, che nascondeva un ironico processo ai giovani d’oggi tra luoghi comuni, forti provocazioni, pessimismo di maniera, ottimismo di facciata, realismo quasi disperato, lumi di speranza. Dal bamboccionismo, con venature di sfigatismo, alle azioni coraggiose per la conquista dei diritti civili (chi volesse lo può leggere tra i libri contenuti in questo sito).

La buttiamo in politica? Se è per quello, tutti i politici, quando vengono fotografati o ripresi dalle telecamere hanno uno smartphone in mano o vicino all’orecchio. Mi sono chiesto più volte cosa avranno sempre da comunicare, con chi parleranno, magari è tutta una messa in scena per dimostrare di essere molto impegnati. I giovani invece ingannano il tempo, giocano, messaggiano, scherzano. Non saprei chi scegliere. Poi ci sono le degenerazioni con i bullismi, le induzioni al suicidio, etc. etc.

Insomma, a scuola è un male che i giovani tengano a disposizione lo smartphone durante le lezioni? Non saprei: io, ai miei tempi lontani, prendevo appunti, a volte mi distraevo guardando le gambe della giovane e bella insegnante, a volte ridacchiavo col compagno di banco, a volte studiavo la materia dell’ora successiva, a volte pensavo ai fatti miei. Cosa avrei combinato con uno smartphone non lo so.

Forse il male minore è lasciare che i giovani decidano il da farsi, responsabilizzarli a loro rischio e pericolo. Tanto è sempre tutto nelle capacità di indirizzo educativo degli insegnanti. Da loro dipende la serietà della scuola. Preoccupiamoci di formarli e trattarli bene. Anche gli smartphone verranno di conseguenza.

In cauda venenum. Non è che il ministro dell’Istruzione Valditara vieti gli smartphone per timore che vengano usati quali strumenti di mobilitazione e complottismo antigovernativi e antifascisti? Con le arie che tirano non mi stupirei, anche perché gira e rigira l’opposizione all’attuale governo e all’andazzo politico, che ne è premessa e conseguenza, è forse più nelle menti e nelle iniziative degli studenti che nei dibattiti delle aule parlamentari. Spero in loro nonostante coltelli, pistole, bullismi e, perché no, telefoni cellulari.

 

Il Niger e i peccati dell’Occidente

«Golpe e ammutinamenti erano già avvenuti in Mali e Burkina Faso, un caos che negli ultimi tre anni ha generato nei Paesi del Sahel, ben sette colpi di stato. Il messaggio è che i popoli vogliono affrancarsi dall’occidente e dai loro interessi commerciali. Ecco perché, come alternativa a questa dipendenza socio-economica, stanno sventolando bandiere russe», chiarisce Ganapini. Si tratta di Stati che stanno camminando insieme in una logica di alternativa politica a quella sinora vissuta, ecco perché hanno dichiarato che se si agirà in Niger militarmente, interverranno a sostegno dei militari al potere. Gli occidentali in queste ore stanno lasciando il Paese, la tensione è perenne, mentre il nuovo corso iniziato dai militari, rappresenta una novità, una via diversa, alternativa, al vecchio blocco occidentale. (da un commento alla situazione in Niger di Nicola Antonetti sulla base dell’analisi del missionario Filippo Ganapini) 

La prima riflessione riguarda la necessità, nel guardare ai fatti internazionali, di fare i conti con la storia e purtroppo questa chiama in causa le notevoli responsabilità, passate e presenti, dell’Occidente nei confronti di Paesi considerati come vacche da mungere. Non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo e pertanto smettiamola di scandalizzarci per i continui golpe e per le strane alleanze che si vengono a creare. Si impone un profondo e implacabile esame di coscienza, senza il quale rischiamo di prendere lucciole per lanterne.

Il mondo è molto più complesso e vecchio di quanto si possa pensare nel cosiddetto Occidente democratico: la nostra visuale è limitata se non addirittura falsata. Continuare ad appiattirsi pedissequamente su un atlantismo sempre più di maniera e sempre meno ragionato è un colossale errore sostanzialmente imperialistico.

Anche il fenomeno migratorio va inquadrato in un assetto internazionale che viene da lontano e che non può essere sbrigativamente risolto con cinici accordi rientranti nella consueta logica commerciale: un tempo consideravamo l’Africa terreno da sfruttare a livello di materie prime, ora la consideriamo un magazzino in cui ricoverare e bloccare i morti di fame e di guerra. Di male in peggio.

Non stupiamoci se il Niger, come altri Paesi africani, cade nella trappola russa: quando uno non sa dove sbattere la testa, non ha il tempo di fare ragionamenti sofisticati, si butta spesso nelle braccia del peggior offerente alternativo.

La situazione è talmente complessa da non riuscire a trovare il bandolo della matassa: continuiamo a cercarlo prima di volerla sgrovigliare a nostro uso e consumo e senza pagare dazio per gli errori passati.

 

Le miracolose complicazioni

Emergono nuovi dettagli sulla guarigione inspiegabile della ragazza ipovedente di Madrid pellegrina con 300 sue coetanee alla Gmg di Lisbona, che dopo la Comunione all’improvviso si è accorta che la vista era tornata normale. A riferirli è don Ivo Manuel Santos, 38enne parroco di São Tiago a Évora de Alcobaça, nella diocesi portoghese di Leiria-Fatima, il parroco del paese dove il gruppo di adolescenti spagnole era ospitato. Un testimone di prim’ordine, dunque, che al sito di informazione locale Regiaodeleiria.pt ha riferito che dopo il fatto tuttora senza spiegazioni mediche la giovane «è andata a leggere la preghiera della novena» alla Vergine Maria che stava concludendo proprio quel giorno, festa della Madonna della Neve, titolo col quale è venerata nella basilica romana di Santa Maria Maggiore dov’è custodita l’immagine della Salus Populi Romani, icona delle Gmg. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Una morte improvvisa. Una tragedia sconcertante. Che ha gettato in un dolore indicibile una famiglia e un’intera comunità. La famiglia è quella di Luca Re Sartù, 24 anni, morto venerdì 11 agosto all’ospedale San Gerardo di Monza a pochi giorni dal rientro dal Portogallo, dove aveva partecipato alla Giornata mondiale della gioventù. La comunità è quella di Marnate, provincia di Varese, diocesi di Milano, che ricorda Luca come ragazzo di fede, impegnato in oratorio come educatore e catechista. Che cosa l’ha portato via, così implacabilmente? «Ipotizziamo che abbia contratto il batterio, lo stafilococco, a Lisbona – ha spiegato alla Prealpina Francesco, il papà, ex consigliere comunale –. Al suo ritorno, mercoledì 9 agosto alle 23,30 all’aeroporto di Bergamo, è stato portato al pronto soccorso della Mater Domini a Castellanza: qui ha avuto un arresto cardiaco. I medici sono stati bravissimi e lo hanno ripreso ma hanno capito la gravità della situazione e che fosse necessario un intervento differente e specializzato. Giovedì mattina l’hanno trasferito all’unità coronarica dell’ospedale di Monza ma non si è più ripreso, fin quando, venerdì pomeriggio, ci ha lasciati». A causa dell’infezione, il giovane è andato in setticemia. E questo – a rendere ancora più acuto il dolore – ha reso impraticabile l’idea di donare gli organi. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Due fatti sconcertanti, che, se messi in collegamento, diventano ancor più sconcertanti. Un miracolo e il quasi contemporaneo anti-miracolo? Lo scetticismo di credenti e non credenti è servito! Mio padre, forse con un sano (?) eccesso di razionalità, di fronte al miracolismo di guarigioni e scampati pericoli, si permetteva una battuta ironica e provocatoria: la riferisco in italiano anche se in dialetto aveva una incisività ben maggiore. “Perché la Madonna, che ha scampato da morte la vittima di un incidente stradale, non è intervenuta prima per evitare l’incidente stesso?”. Mia madre liquidava la cosa spostando il discorso sulla preconcetta incredulità del marito. Personalmente sorridevo, ma evitavo accuratamente di imbastire una qualsiasi risposta. Se la fede infatti dipendesse esclusivamente dai miracoli saremmo fritti nella padella dell’ateismo. Nello stesso tempo non mi sento di escludere aprioristicamente un valore alle manifestazioni miracolose e non mi schiero con chi ritiene che la fede non abbia alcun bisogno di esse. Se dall’alto può venire un aiutino, perché rifiutarlo presuntuosamente e categoricamente?

Così come non sono pedissequamente schierato sulle posizioni di cautela della gerarchia cattolica: le capisco, ma le ritengo anche un atteggiamento difensivo del potere clericale. Se infatti il divino sceglie qualche strada diretta nella rivelazione alle persone, la Chiesa rischia di perdere il monopolio nei rapporti tra la divinità e l’umanità. E allora diamo credito ai cialtroni? Nossignori, anche se i cialtroni sono purtroppo da entrambe le parti.

Gesù somministrava i miracoli col contagocce, ne voleva contenere al massimo l’effetto mediatico, intendeva evitarne la fuorviante portata religiosa. Però li compiva, anche se li faceva scaturire dalla fede dell’interlocutore e non viceversa. Il miracolo è un’arma a doppio taglio e da utilizzare quindi con molta attenzione. Mi sono commosso ascoltando dell’improvvisa guarigione della ragazza ipovedente durante una messa celebrata nell’ambito della Giornata Mondiale della Gioventù. Mi sono profondamente rattristato della morte del giovane partecipante alla Gmg. Ho cercato di tirare una conclusione. E mi sono detto: ma chi sei tu per tirare delle conclusioni. Ho deciso di fare una cosa molto semplice: tutti questi dubbi e perplessità, che gira e rigira fanno riferimento al leit motiv della sofferenza umana, li metto da parte e li tengo per l’altra vita, quando verranno risolti automaticamente. Per il momento mi deve bastare il mistero della fede: annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta.

Alla triste vigilia della guerra del Golfo, vale a dire agli inizi del 1991, durante una trasmissione sportiva in televisione, la conduttrice Alba Parietti, bellissima donna e a quel tempo incantatrice di calciodipendenti, a commento di una notizia flash sulle trattative per evitare in extremis la guerra, notizia che riportava la richiesta di aiuto a Dio da parte dell’allora segretario generale dell’Onu, ormai deluso e scoraggiato dalle umane diplomazie incrociate, con atteggiamento a metà tra lo scettico e lo sprezzante, ha sciorinato, in tono aggressivo, questa battuta: “Se Dio c’è, è il momento di dimostrarlo”. Certamente il Padre Eterno non aveva bisogno di vedere accreditato il proprio ruolo da una pur affascinante donna di successo, la cui presunzione peraltro poteva arrivare fino al punto di lanciare un ultimatum a Dio richiamandolo alle proprie responsabilità. Povera Alba e poveri tutti noi che forse ci meritammo quella guerra, che non tardò purtroppo a scoppiare. È l’approccio alla fede di chi pretende appunto il miracolo: “E quanti passavano di lì, lo ingiuriavano, scuotendo il capo e dicendo: “Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo riedifichi, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù di croce!”. Così pure, i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani, beffandosi, dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare sé stesso! Se è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce e noi crederemo in lui. Si è confidato in Dio; lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: ‘Sono Figlio di Dio’”.

Torno alla laica saggezza di mio padre. Non riesco, parlando molto sinceramente, a qualificarlo nel suo atteggiamento verso i problemi religiosi: ateo? Direi proprio di no. Indifferente? Neanche, perché era sensibile a queste problematiche, non era un superficiale e nemmeno un gaudente. Anticlericale? Come si dice oggi, assolutamente no. Azzarderei definirlo un uomo alla ricerca della verità e quindi di Dio e (non ricordo chi lo dice), se uno è in sincera ricerca, è già a buon punto e forse è più vicino alla verità di quanto possa immaginare. Mio zio Ennio, sacerdote, consigliava mia madre (cattolica convinta e  praticante) di non forzare i toni, di rispettare il marito nei suoi convincimenti: molto probabilmente, nella sua grande intelligenza e sensibilità, aveva capito che il cognato nella rettitudine morale, nell’ancoraggio ai valori, nella generosità e nella bontà stava  percorrendo la strada giusta e non aveva bisogno di spinte (perché possono farti cadere) o di incitamenti (perché possono irritarti), ma solo di essere accompagnato con discrezione e rispetto.

Concludo la pazza dissertazione pseudo-teologica ricordando come mio padre, che abbiamo visto in precedenza in versione scettica, sapesse ragionare con grande onestà intellettuale e, quando qualcuno definiva assurda ed illusoria la risposta della religione cattolica ai misteri della vita, della morte e dell’aldilà, era solito rispondere: «Alóra catni vùnna ti, ch’ a tsi un zvaltón !!!».

 

 

 

 

 

Dagli armadi della destra spuntano scheletri in divisa

È bufera sul libro autoprodotto “Il mondo al contrario’’ del generale Roberto Vannacci, 55 anni, originario della Spezia, già a capo dei paracadutisti della Folgore e attuale comandante dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. In base a quanto riportato da Repubblica, il generale si scaglia contro “la dittatura delle minoranze”, attaccando omosessuali, definiti “non normali”, ambientalisti, femministe, immigrati clandestini, famiglie arcobaleno e quant’altro. “La normalità è l’eterosessualità. Se a voi tutto sembra normale, invece, è colpa delle trame della lobby gay internazionali”. Parlando della legittima difesa il generale non usa mezzi termini. Se un ladro entra in casa “perché non dovrei essere autorizzato a sparargli, a trafiggerlo con un qualsiasi oggetto mi passi tra le mani”, “se pianto la matita che ho nel taschino nella giugulare del ceffo che mi aggredisce, ammazzandolo, perché dovrei rischiare di essere condannato?”. 

Nella quarta del libro i toni sono più smorzati ma le parole danno comunque l’idea del contenuto: “Quando gli occupanti abusivi delle abitazioni prevalgono sui loro legittimi proprietari; quando si spende più per un immigrato irregolare che per una pensione minima di un connazionale (…); quando veniamo obbligati ad adottare le più stringenti e costosissime misure antinquinamento, ma i produttori della quasi totalità dei gas climalteranti se ne fregano e prosperano; (…) quando definirsi padre o madre diventa discriminatorio, scomodo ed esclusivo perché urta con chi padre o madre non è; quando si inneggia a larga voce per l’adozione di sempre più disparati diritti senza prevedere un altrettanto fitta schiera di doveri; quando non sai più come chiamare una persona di colore perché qualsiasi aggettivo riferito all’evidentissima e palese tinta della sua pelle viene considerato un’offesa; quando nei bar si incontrano persone che portano al guinzaglio maiali vestiti con cappottini rosa… Molti chiamano questa condizione Civiltà e Progresso. Ecco, questo libro è dedicato a tutti gli altri!”. (dal quotidiano “La Nazione”)

Che dire? Il ministro Crosetto e la destra governante le considerano farneticazioni di un soggetto da sottoporre ad adeguata procedura disciplinare, considerata la funzione da lui svolta. Altri nell’area pseudo-culturale della destra le considerano la punta dell’iceberg di una mentalità piuttosto diffusa nel Paese.

Ammesso e non concesso che in quelle parole scritte e pubblicate non si configuri qualche reato, ridurre il tutto ad una quasi goliardata militaresca mi sembra una reazione piuttosto omertosa ed opportunistica. Goliardate sarebbero quelle dei nostalgici partecipanti ai raduni fascisti, goliardate sarebbero quelle dei giovani studenti fascisti che scorrazzano negli atenei, goliardate sarebbero le bravate compiute dal movimento politico neofascista di “Forza Nuova”, goliardate sarebbero le raccolte di cimeli mussoliniani in casa del Presidente del Senato Ignazio La Russa, etc. etc. Atteggiamento comodo, che salva capra e cavoli, rassicura i goliardi e tranquillizza gli osservatori.

Quanto al fatto che si tratti di una libera e spregiudicata elaborazione di idee presenti nel corpo sociale sono abbastanza d’accordo ed è appunto l’aspetto più preoccupante. Che nella società italiana circoli il virus del razzismo con tutto il conseguente disprezzo e addirittura odio per i diversi è un dato vergognoso ma reale. L’aspetto più pericoloso ed inquietante sta, da una parte, nella subdola tolleranza della destra verso questa mentalità e, ancor più, nel clima politico di destra estrema che consente a queste idee di trovare libero sfogo e addirittura rappresentanza istituzionale (si pensi soltanto ai presidenti dei due rami del Parlamento). Se vogliamo ulteriormente approfondire il discorso possiamo addirittura trovare evidenti riscontri di questa mentalità nell’azione del governo nei confronti degli immigrati (il ministro degli interni se ne frega altamente dell’accoglienza e pensa solo alle espulsioni), nei confronti dei poveri (trattati alla stregua di fastidiosi fannulloni), nei confronti di chi vive in condizioni difficili (la riforma fiscale abbozzata sembra un premio ai furboni dell’evasione).

Due parole in conclusione sul fatto che nell’esercito e nelle forze di polizia alberghi uno stile di nostalgica adesione verso i presupposti fascisti dell’ordine vissuto come intolleranza e discriminazione: è una storia molto vecchia che nessun governante, di destra e di sinistra, ha saputo e voluto affrontare, considerandola come un elemento costitutivo e geneticamente immodificabile del militarismo di ogni tempo e luogo.

A questo punto preferisco fare riferimento a mio padre, che aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto al di à del signorsì  o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc. Pensava che tutto sommato gli eserciti e le polizie del mondo siano schierate a difesa non dell’ordine e della legalità, ma dei regimi, palesi od occulti che siano. Racchiudeva il suo pensiero critico in una simpatica ed “anarchica” battuta: «A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt, al dvénta un stuppid».

 

 

I cani sciolti e i leoni morenti

Putin “testa di c….” insultato e deriso per il crollo del rublo sulla scritta elettronica di un palazzo in Siberia. “Putin è una testa di c… e un ladro. 100 rubli x $ – ti sei fottuto quella tua testa di c….”. Un pensiero che è impossibile stimare quanto sia diffuso in Russia, ma comunque esiste. A Surgut, in Siberia, hanno hackerato la scritta elettronica su questo palazzo di uffici. Sono stati presentati, dai vari organi della propaganda di stato, come “hacker burloni”, ma forse hanno intercettato un sentimento non così raro, e soprattutto un problema di enorme portata nella Russia di Putin: la situazione finanziaria del Paese, e specialmente per la classe media, è così grave che oggi la Banca centrale terrà una riunione non programmata del Consiglio di amministrazione. Molti analisti pensavano (fonte Moscow Times) che martedì Nabiullina avrebbe alzato il tasso di riferimento di 100-350 punti base al 9,5-12%. Ma la decisione è arrivata invece subito, nella mattinata del 15 agosto, con il rialzo massimo: 3,5 punti, con i tassi saliti al 12% per arginare il disastro del rublo. (Dal quotidiano “La Stampa” – Iacopo Iacoboni)

 

La telefonata che inchioda Trump: “Fu cospirazione criminale per sovvertire l’esito elettorale”: ecco cosa rischia l’ex presidente Usa. Per Trump si tratta della quarta incriminazione dopo quella per il presunto pagamento con fondi elettorali alla porno attrice Stormy Daniels, quella di Miami sui documenti classificati sottratti alla Casa Bianca e nascosti a Mar-a-Lago, e quella di Washington per i fatti del 6 gennaio 2021. (Dal quotidiano “La Stampa” – Francesco Semprini).

 

Non c’è alcun dubbio sul dato storico che tutti i dittatori siano dei furbacchioni, ma anche e soprattutto dei criminali e delle teste di c…. Purtroppo ci vuole tempo prima che i loro sudditi se ne accorgano e la causa scatenante quasi sempre non è un convincimento popolare, ma un disastro di vertice, non un crollo ideologico ma un patatrac economico.  L’invasione dell’Ucraina sta mettendo in gravi difficoltà il sistema economico-finanziario russo? Le opinioni al riguardo sono contrastanti: chi vede un’economia al collasso, chi la vede resistere abbastanza bene seppure a conti stretti. L’opinione pubblica, ammesso e non concesso che in Russia esista, sembra vacillare di fronte a messaggi provocatori come quello di cui sopra: la storia attualmente la fanno non solo e non tanto le fake news, ma gli “hacker burloni”. Ben vengano anche loro in mancanza di meglio, anche se il rischio è quello di trasformare la politica in una burla colossale e continuativa.

Mentre in Russia sembra che il punto d’attacco possa essere la situazione economica, negli Usa (forse è così in tutte le cosiddette democrazie occidentali) l’asse di equilibrio scricchiola sotto i colpi della magistratura. Lo aveva ben capito Silvio Berlusconi che si illuse di sfidarla a duello, lo sta capendo Giorgia Meloni che si illude di slanciare il cane (il ministro Nordio) a leon morente (i giudici in qualche difficoltà), lo sta addirittura cavalcando Donald Trump tutto intento a difendersi contrattaccando, puntando sull’inflazione e sulla conseguente svalutazione delle incriminazioni ai suoi danni. Non so se negli Usa possa succedere quanto avvenne in Italia alla fine degli anni ottanta con l’operazione mani pulite e se Trump finirà con l’essere sepolto sotto una pioggia di monetine, di foto porno, di documenti piccanti e di schede elettorali fasulle (chi di brogli ferisce può di brogli morire). So che l’unica vera spina nel fianco del tycoon è quella giudiziaria e non certo quella politica del traballante Joe Biden.

Le democrature che cadono sotto i colpi degli hacker, le democrazie (?) che cadono sotto i colpi dei giudici: sembrerebbe questo lo sconfortante quadro internazionale, in attesa cha anche in Cina possa succedere qualcosa magari a metà strada fra gli hacker e i giudici. Ci sarà un giudice a Pechino?

Nel frattempo, per tornare a casa nostra, stiamo ben attenti agli attacchi orchestrati contro la libertà di stampa e contro l’autonomia della Magistratura (se ne è ben accorto il Presidente della Repubblica nel recente intervento alla cerimonia del ventaglio). La sinistra non ripeta l’errore commesso in regime berlusconiano, delegando la battaglia ai pochi media di libero pensiero e ai pochi o tanti magistrati di esagerato zelo.

 

L’elefante capitalista e la mosca etica

Con la guerra tra Russia e Ucraina che infuria alle porte dell’Europa è «perverso» che gli investitori che applicano criteri di sostenibilità continuino a evitare il settore della Difesa. È quello che due sottosegretari del governo britannico, Andrew Griffith e James Cartlidge, con delega, rispettivamente, ai servizi finanziari e agli appalti militari, hanno scritto in una lettera al Mail on Sunday del 1° agosto.

Per Griffith e Cartlidge la finanza etica è un «virus» che avrebbe pericolosamente contaminato l’industria e la finanza britannica. Il tabù degli investimenti in armamenti è a loro dire una chiusura al mercato che fa a pugni con l’idea su cui si regge l’appoggio dell’Occidente a Kiev nella guerra contro Mosca ovvero che la libertà e la democrazia si difendono anche con la forza. I due membri dell’esecutivo si sono spinti fino a considerare questo approccio come un «malinteso» che espone la nazione alle minacce di Paesi dittatoriali e che, a lungo termine, «rischia di far morire di fame» il mercato dei capitali d’Oltremanica. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano – Londra)

Semplicemente agghiacciante! Il capovolgimento radicale dell’etica vista come male da evitare per salvaguardare la logica capitalistica della guerra e delle armi. Lo spegnimento delle coscienze auspicato quale salvaguardia del sistema di mercato. È stato facile profeta papa Francesco quando ha affermato: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).

Per finanza etica si intende un insieme di attività finanziarie sviluppate con metodi, strategie e strumenti che, discostandosi dall’ottica del massimo profitto, consentono di perseguire un congruo guadagno anche attraverso l’assunzione di impegni di rilevanza sociale. Non sono un esperto in materia e faccio fatica a comprendere in cosa possa effettivamente consistere un meccanismo virtuoso fra finanza e socialità: una sfida quasi paradossale da affrontare tuttavia con estremo coraggio. Visto che la storia ha dimostrato che il sistema capitalistico non ha alternative radicali bisogna ripiegare su meccanismi correttivi interni al sistema stesso.

Un elefante incontra una mosca. Lui non capisce come mai la mosca non riesca a stare ferma, la mosca non comprende invece la costante immobilità del pachiderma, …. La mosca si avvicina all’orecchio del pachiderma e comincia ad entusiasmarsi vedendo le grandi orecchie del mammifero. Comincia a ronzarvi intorno facendo una gran rumore che inevitabilmente disturba il colosso. Con un colpo deciso di orecchie il pachiderma allontana la fastidiosa mosca. Ma, quest’ultima, non si arrende, e, dopo qualche secondo riprende la sua attività e comincia nuovamente a disturbare il mammifero. Si ripete la scena, e, questa volta, con maggiore decisione. La mosca rischia davvero di essere tramortita nella sua attività. Sembra che quell’ultimo colpo debba avere avuto un effetto devastante inculcando tanta paura nella mosca, invece l’insetto, sfidando il destino, si riavventura nello stesso luogo cominciando a dare fastidio. A quel punto l’elefante termina la sua attività di mangiare e rivolgendosi alla mosca le dice: “Mi spieghi perché continui a ronzare senza stare ferma intorno al mio orecchio? Perché non riesci a stare ferma? Quantomeno non ti fai sentire con questo ronzio irritante!”. La mosca, dopo che sentì la voce del pachiderma, decise di planare e rispose dicendo “beh vedi, i miei sensi e soprattutto i miei occhi sono fatti in modo tale che veda ogni oggetto sotto mille sfaccettature diverse, e mi entusiasmo, e non riesco a resistere, devo toccare, vedere da vicino quello che i miei occhi mi propongono”. L’elefante, senza scomporsi, rispose: “Al contrario, amica mia, i miei occhi sono piccoli e non molto acuti, e vedo a malapena quello che mi circonda, dunque non mi lascio prendere troppo dai miei sensi ma piuttosto cerco di governarli! Ecco perché non ho necessità di spingermi in luoghi dove rischio di morire!”.

La stessa situazione si può verificare tra il pachiderma capitalistico e le mosche etiche? Mi auguro che l’elefante si lasci guidare troppo dai suoi meccanismi e senza rendersene conto si possa imbattere in idee e comportamenti che finiscano col metterlo in seria difficoltà.

La reazione stizzita di rappresentanti del guerrafondaio Regno disunito di Gran Bretagna e Irlanda del nord potrebbe essere la dimostrazione di una certa qual debolezza del mercato delle armi se gli fanno paura gli investitori che intendono dribblare il settore della difesa. A volte basta poco per mettere in crisi un equilibrio. Non pretendo che la finanza etica diventi il Robin Hood del mercato moderno, mi accontenterei che funzionasse da pacifico don Chisciotte che non combatte contro i mulini a vento della guerra, ma investe sui mulini a vento della pace.

Moody’s scopre l’acqua calda

La nuova tassa “è credit negative” per il settore, avvertono gli analisti di Moody’s. Che ne evidenziano l’effetto negativo per gli istituti: secondo i calcoli proforma su cinque banche che rappresentano oltre il 60% del margine di interesse del sistema (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Bper, Banco Bpm e Mps) “ridurrà sensibilmente il loro reddito netto”, con un peso di “circa il 15% dell’utile netto 2022 del sistema”. Per Fitch intaccherà la redditività delle banche, ma senza comportare un abbassamento del rating. 

Moody’s Corporation è un’agenzia di rating, privata, che ha sede a New York, fondata nel 1909 da John Moody, giornalista specializzato in economia che aveva un particolare interesse per la trasparenza finanziaria delle aziende. Detto in parole povere si tratta di un soggetto che giudica autorevolmente i conti delle aziende. E cosa dice riguardo agli effetti della tassa sugli extraprofitti delle banche, di cui si fa un gran parlare? Prevede una riduzione del reddito degli istituti bancari! Non c’era bisogno di Moody’s per arrivare a questa considerazione. Le tasse colpiscono i redditi dei contribuenti e fino a prova contraria li diminuiscono. Il problema non è questo, ma semmai di vedere se la tassazione sia equa, colpisca chi ha più capacità contributiva, contribuisca a creare le risorse per meglio governare, fornire migliori servizi ai cittadini e riequilibrare le loro economie.

Se il sistema bancario va in crisi per effetto di una tassa, peraltro già in via di annunciato ridimensionamento, che colpisce notevoli profitti non dovuti allo sviluppo dell’economia, ma ai sacrifici esosi ed indiscriminati imposti a intere categorie di cittadini, vuol dire che si basa sulla speculazione e niente più.

Mio padre, da grande saggio qual era, sosteneva che per giudicare e fare i raggi etici a una persona bizoggnäva guardarne e toccarne il portafoglio. È lì che casca l’asino, è lì la prova del nove di certa generosità a parole, di certa disponibilità teorica. «Tòchia in-t-al portafój…».

Le banche, toccate nel vivo e oltre tutto sorprese con le dita nella marmellata dell’inflazione galoppante, reagiscono né più né meno come qualsiasi contribuente, che preferisce difendere le proprie rendite di posizione e rinvia agli altri il contributo al sostegno delle casse erariali.

Cosa potrai mai succedere se le banche guadagneranno un po’ meno? Troveranno subdolamente il modo di recuperare reddito torchiando direttamente o indirettamente i loro clienti. Questo è il vero problema: il sistema ha gli anticorpi per resistere agli attacchi. Sono i contribuenti poveri che non li hanno e quindi soffrono. Servirà questo improvvisato provvedimento governativo ad intaccare lo strapotere globale della finanza? Temo di no.

Il prelievo sugli extraprofitti bancari è finito in prima pagina sul quotidiano finanziario britannico che dedica al caso un lungo articolo intitolato “La Robin Hood tax danneggia la reputazione dell’Italia”. Il giornale sottolinea come la tempesta scatenata dalla misura decisa dal governo “metta alla prova la capacità di Giorgia Meloni di afferrare la realtà del mercato”. E aggiunge che “la gaffe del governo italiano ha inflitto un serio danno alla credibilità degli sforzi del primo ministro Giorgia Meloni di presentarsi come un’amministratrice responsabile dell’economia”. (dal quotidiano “Avvenire”)

La politica si illude di determinare le sorti del mondo che sono nelle mani della tecnocrazia finanziaria: la reputazione dell’Italia verrebbe incrinata dalla tassa sugli extraprofitti e non dalla povertà dilagante. Giorgia Meloni comincia a pagare il suo appiattimento sull’andazzo affaristico e bellicistico. Ha trovato legittimazione a questo livello ed ora il sistema non ammette scherzi e digressioni dilettantesche.

La sinistra invece di balbettare di fronte a questa spiazzante iniziativa del governo dovrebbe farne l’occasione per giocare al rialzo sul terreno dell’equità fiscale, sul terreno della lotta a tutti gli extraprofitti, nel campo della revisione di un sistema basato sull’inequità e sull’ingiustizia sociale. Vada cioè a vedere se il governo Meloni sta bluffando giocando le carte truccate di una destra sociale e punti a giocare al rialzo in una virtuosa gara di apertura verso chi fa fatica a vivere e addirittura a sopravvivere.

 

 

Mancini se ne va e chissenefrega…

Mi sovviene di un aspetto che raccontava mio padre relativamente al periodo della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio. Per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, facevano lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe.

Di qui il detto “va’ al canäl” utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Al riguardo è memorabile una sua esibizione in concerto assieme a Renata Tebaldi, accompagnati al pianoforte, al ridotto del Regio: alla fine l’entusiasmo raggiunse l’isteria e voglio credere a mio padre che rammentava come una parte del pubblico fosse in piedi sopra le poltroncine ad applaudire freneticamente dopo l’esecuzione del duetto finale di Andrea Chenier. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”.

Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come una persona, quando ha vissuto in qualsiasi campo una notevole carriera, dovrebbe essere in grado di scegliere i giusti tempi e modi per abbandonare il campo del tutto o in parte o per cambiare comunque aria.

L’arte delle dimissioni non è di tutti e certamente non di Roberto Mancini. Il tempo migliore per lui sarebbe stato all’indomani del trionfo della nazionale al campionato europeo. Forse era chiedergli troppo. Il passo indietro era certamente da fare dopo l’eliminazione nella fase eliminatoria del campionato mondiale. Invece è andato avanti per parecchio tempo alla disperata ricerca di un rilancio, inanellando una serie di sconfitte piuttosto indecenti e decidendosi a togliere le tende a pochi giorni dagli impegni della nazionale in sede di gare importanti in vista del futuro campionato europeo del 2024.

Per uno come il sottoscritto, affetto da “dimissionite” acuta, è sempre stato normale solidarizzare con chi rinuncia dignitosamente ai propri impegni. Ebbene, Mancini è riuscito a giocarsi la mia solidarietà. Sapete quanto gliene potrà fregare…

Tutti si interrogano sul perché e il percome di questa improvvisa fuga: motivi tecnici, motivi economici, motivi strettamente personali. Un argomento futile in più per le chiacchiere estive. Non ci casco e sapete cosa mi sento di dire a Roberto Mancini? Con un ossimorico pizzico di bonaria cattiveria e senza alcun presuntuoso intento accusatorio, gli sussurro a denti stretti: “Va’ al canäl o addirittura va’ a ca…”.  Ci sono problemi ben più grossi, ma, come credo sostenesse Dante Alighieri, è comodo concentrarsi a discutere su quelli più piccoli e insignificanti.

«È mòrt Buscaglione…» sussurrò un infermiere amico nell’orecchio di mio padre molto sofferente, l’indomani di un intervento chirurgico per l’asportazione di ben tre ulcere allo stomaco. «E chi s’ nin frega…» fu la bisbigliata risposta. Una miscela di cinico realismo e di quasi legittima difesa. L’infermiere ebbe però l’ardire di insistere: «Mora, cme t’si cativ!». Mio padre non lo mandò a quel paese, ne avrebbe avuto, tutto sommato, il diritto, ma ribatté a modo suo: «Se a Buscaglione i gh’ avisson ditt “è mort Mora” co’ gh’ arisol rispost second ti…». Buscaglione era un importante uomo di spettacolo, simpatico, intelligente, ma il problema non era questo. Ai miei pochi lettori riservo la fatica di adattare questa gag, riportandola dal macabro contesto “buscaglionesco” a quello goliardico “mancinesco” (e pensare che eri piccolo, ma piccolo, tanto piccolo, così!).

 

 

Di minimo c’è solo la politica

Sul salario minimo tanto tuonò che non piovve. Dall’incontro tra governo e opposizione ci si aspettava qualcosa: o una rottura insanabile oppure l’apertura di un dialogo costruttivo. Invece ne è uscito un “compromessino antistorico” tanto per tirare avanti. Persino il Cnel sono andati a riscoprire pur di buttare la palla in tribuna, prendere tempo e girare vergognosamente intorno al problema.

Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, comunista doc, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavamo, da incalliti vedovi del compromesso storico, come alla politica stesse sfuggendo l’anima: se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema, creando un vero e proprio regime, in cui, a babbo morto, siamo sostanzialmente ancora invischiati ed immersi fino al collo.

Di questa deriva “avaloriale” è certamente responsabile la sinistra, il PD soprattutto, che dovrebbe ricominciare a fare politica dal basso della povera gente e dall’alto delle idealità della sua ricca storia. Invece, come sostiene autorevolmente Massimo Cacciari si gioca al leaderismo senza leader, alla strategia senza strateghi, alla opposizione senza programmi alternativi, alla politica senza preparazione e professionalità, alle nozze del dialogo coi fichi secchi della polemica.

La sinistra, in questa fase rappresentata dal PD e dal M5S (il convento passa la minestra che ha), ha fatto del salario minimo una bandiera (sempre meglio dei soprammobili da salotto) e del reddito di cittadinanza uno stendardo (sempre meglio del riformismo politicamente corretto). Le bandiere e gli stendardi vanno sventolati, ma, se dietro non c’è un’elaborazione culturale complessiva, una mobilitazione popolare, una capacità di proposta di governo, tutto rimane in balia delle onde politicanti e i problemi del lavoro e del sostentamento ai poveri retano un terreno di scontro polemico fine a sé stesso. Soprattutto se dietro non c’è un aggancio a dei valori irrinunciabili si rischia di (s)cadere nel tatticismo, laddove vince la politica della “bottega”, di cui ai miei dialoghi con l’amico Torelli.

La politica è un’arte e quindi espressione di valori a cui fare riferimento critico ma positivo e creativo, dall’altra parte è una professione basata sulla qualità dell’esperienza e della preparazione e non sulle capacità di mestieranti più o meno improvvisati.

Giorgia Meloni ha avuto buon gioco nell’eludere il problema del salario minimo: ha rimandato tutti ad un approfondimento teorico della questione (Cnel), ha preso tempo per elaborare uno straccio di accordo che salvi capre e cavoli, ha celebrato una messa minimale invischiando tutti in una vuota ritualità istituzionale. Carlo Calenda c’è caduto dentro alla grande (gli hanno però rubato il mestiere di pontiere), Giuseppe Conte ha rifiatato nel suo populismo di maniera, Elly Schlein è rimasta col cerino in mano non sapendo a cosa dare fuoco.

Tutto da rifare, diceva Gino Bartali. Nel frattempo però i lavoratori sfruttati continuano a soffrire e i poveri restano senza sussidio. A quando una sinistra che sappia fare il suo mestiere? A quando una politica accettabile (accontentiamoci!) che sappia affrontare la realtà? A quando la riscoperta dei valori da cui ripartire e con cui ridare senso ad una sinistra fatta di lotta (intesa come coinvolgente protesta e proposta) e di governo (al momento “ombra” in attesa di tornare luce).

 

 

 

Carne da vacanze

Due suicidi in poche ore. Due donne si sono tolte la vita nella stessa struttura carceraria. È accaduto nel carcere le Vallette di Torino. Il sindacato di polizia penitenziaria Osapp nel tardo pomeriggio di oggi ha fatto sapere che una detenuta italiana si è tolta la vita intorno alle 17.30 impiccandosi nella propria cella. Poco prima Vicente Santilli, segretario regionale del Sappe, aveva dato notizia di un altro decesso, quello di una donna di 43 anni che si è lasciata morire di fame sempre nel carcere di Torino.

“Due suicidi in contemporanea in carcere oltre alla classica indignazione dovrebbero produrre uno scatto di azioni da parte dell’Amministrazione Penitenziaria. Invece siamo certi che dopo i 44 suicidi dall’inizio dell’anno non accadrà nulla”, ha commentato il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo. Sulla situazione della struttura carceraria di Torino è intervenuta anche l’assessora ai rapporti col Sistema carcerario della Città di Torino: “La morte di due donne detenute in carcere oggi è il segnale evidente che occorrono interventi mirati e urgenti perché la situazione è disperata. Le storie di queste donne, diverse tra loro, ma accomunate dalla disperazione impone che le carenze di operatori e di adeguati supporti sanitari a sostegno delle fragilità si debbano risolvere il prima possibile attraverso l’azione di tutte le istituzioni”, ha commentato, Gianna Pentenero.

La donna che si è lasciata morire di fame si chiamava Susan John, era sposata e aveva un figlio di 4 anni. Era stata portata nel carcere delle Vallette il 21 luglio dopo avere trascorso un lungo periodo agli arresti domiciliari: doveva scontare una pena detentiva inflitta per tratta e immigrazione clandestina. La procura ha aperto un’inchiesta. Lunedì prossimo sarà affidata l’autopsia. Secondo quanto trapela la 43enne rifiutava il cibo perché “voleva vedere il figlio”. “Non diceva altro”, si apprende da fonti informate. “L’intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria di servizio non ha purtroppo impedito la morte della detenuta” ha comunicato Scintilli, evidenziando che la donna, entrata in carcere nel luglio scorso in un reparto riservato a detenuti con disagi di carattere psichiatrico, si era “fin da subito rifiutata di assumere alimenti, rifiutava ogni cura e sollecitazione a mangiare e persino i ricoveri in ospedale”. Scintilli ha poi concluso sottolineando il fatto che il Piemonte è “una delle Regioni d’Italia con il maggior numero di detenuti”. Sulla vicenda è intervenuto anche Donato Capace, segretario generale del Sappe, denunciando la situazione sanitaria precaria delle carceri che rimane “allarmante” e “non superata” e chiedendo “interventi concreti” fra cui anche la riapertura degli “Ospedali psichiatrici giudiziari” e maggiori investimenti e tecnologie.

“Una tragedia che non può essere tollerata in un Paese che si professa civile e democratico”, sottolinea la senatrice Ilaria Cucchi: “Una morte – continua – di cui comunque è responsabile lo Stato che aveva in custodia la vita della vittima”, prosegue Cucchi che chiede che venga fatta chiarezza sulla vicenda.

Protesta anche Antigone che in generale ricorda le difficili condizioni nelle carceri italiane: “Il sovraffollamento continua ad essere una delle principali problematiche del sistema penitenziario italiano”, si legge in una nota, “con un tasso che viaggia attorno al 121%, con 10.000 persone detenute in più rispetto ai posti effettivamente disponibili (e un numero di presenze in costante crescita). Il sovraffollamento non toglie solo spazi vitali, ma anche possibilità di lavoro e di svolgere attività che spezzino la monotonia della vita penitenziaria. Quella monotonia che porta all’emergere di situazioni di forte depressione, alla base di un aumento di suicidi e atti di autolesionismo nel periodo estivo”. E ancora: “Proprio i suicidi, pur nel silenzio della politica e di parte del sistema dell’informazione, continuano ad essere una piaga a cui il carcere ha abituato. Dopo gli 85 dello scorso anno, quest’anno sono già 42 e 1.352 quelli avvenuti dal 2000 ad oggi. L’estate, da questo punto di vista, non aiuta”. (da “Il fatto quotidiano”)

Il vero dramma, oltre che nei suicidi (disperato sbocco della disperazione esistenziale), sta nell’indifferenza con cui li subiamo, quasi fossero un normale pedaggio pagato per la nostra (in)civile convivenza, e nell’inerzia della politica e della pubblica amministrazione, che, da sempre, trattano la questione carceraria come l’ultimo dei problemi.

Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda.

Non pretendo che gli italiani rinuncino alla loro partenza per le vacanze in segno di lutto e rispetto per i morti in carcere, che aumentano nel periodo estivo; non pretendo che i parlamentari accorcino le loro ferie, peraltro scandalosamente lunghe; un po’ più di sensibilità e attenzione sarebbe doverosa, ma prevale in tutti la rimozione del problema.

Voltaire, nel diciottesimo secolo, affermava: “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”: da ciò si può dedurre come, al giorno d’oggi, l’Italia non sia un Paese per nulla civile. Qualche rimbrotto al riguardo ci arriva persino dall’Unione europea ed è tutto dire.

Non si tratta di fare della retorica o della demagogia, ma fa indubbiamente scalpore che mentre la gran parte degli italiani se ne va in vacanza (come facciano Dio solo lo sa, considerate le condizioni difficili in cui versa il Paese) ci sia chi, disperato per una disumana impostazione della sua detenzione carceraria oltre magari per una insensata lungaggine del procedimento giudiziario a suo carico, si toglie la vita.

Per il mio caro ed indimenticabile amico sacerdote Luciano Scaccaglia, i gesti liturgici erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile.

Ebbene, forse vale la pena ricordare quello che indica Gesù quale criterio di giudizio, di premio o di condanna, per la vita di un cristiano: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Così come è doveroso rammentare come la funzione rieducativa della pena, trovi il suo riconoscimento nel 3° comma dell’articolo 27 della Costituzione, il quale sancisce che «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Da cristiani e/o cittadini non possiamo prescindere da questi riferimenti etici e a Dio (per chi ci crede) e alla propria coscienza (per chi ce l’ha) non potremo rispondere: “Ma io ero in vacanza…”.