Una capo-classe senza classe

Solo una volta mio padre si prese la libertà di esprimere il suo dissenso rispetto al mio maestro di quarta e quinta elementare (persona che ricordo con tanto affetto e riconoscenza). Riferivo in famiglia, come sono soliti fare i bambini, che il maestro chiamava alla lavagna un alunno per segnare i nomi dei compagni buoni e cattivi: si diceva e si scriveva proprio così, vale a dire per segnalare chi, magari durante la momentanea assenza del maestro, si comportava in modo più o meno indisciplinato. Era una prassi decisamente discutibile sul piano etico-educativo ed umano e mio padre, senza dirlo apertamente e, quindi, senza censurare direttamente la caduta di stile del maestro (peraltro bravo, aperto e moderno), mi consigliò, in modo pacato ma convincente, di opporre, nel caso mi fosse rivolto l’invito, il mio rifiuto a contribuire a quella sciocca schedatura dei compagni di classe. Rispondi educatamente così: “Signor maestro Le chiedo di poter rimanere al mio posto e, se possibile, di non avere questo incarico”.

Si trattava di una piccola, bella e buona, obiezione di coscienza, volta ad evitare confusione di ruoli, a rispettare la dignità degli altri ragazzi, a rifiutare ogni e qualsiasi tentazione per forme più o meno velate di delazione. Capii  abbastanza bene il suggerimento paterno e non mancai di metterlo in pratica alla prima occasione: il maestro, persona molta intelligente, girò  in positivo il rifiuto di fronte alla classe,  quasi sicuramente capì che non si trattava di farina del mio sacco, trovò subito chi era disposto a sostituirmi, assorbì, è il caso di dire in modo magistrale, il colpo che non gli bastò per interrompere una prassi piuttosto generalizzata, ma non per questo meno sbagliata e insulsa, probabilmente rifletté sull’accaduto: il risultato era stato raggiunto. Da mio padre s’intende. Non ricordo neanche se riferii l’accaduto anche perché il fatto poteva considerarsi chiuso.

Ho riportato questo episodio della mia infanzia per motivare il fatto che nella mia vita non accetto chi si erge a giudice senza averne i requisiti e ancor meno chi vuol fare il primo della classe senza esserlo. La scolaretta Cocomeri fa parte di queste antipatiche ed inaccettabili categorie. Pur prescindendo, per carità di patria, dal merito di quanto dice e fa, è il tono che non mi va giù e, come diceva mio padre, «l’è al tón ch’a fà la muzica…».

Quell’atteggiamento da sbruffoncella riveduta e scorretta, quell’aggressività sintomo di estrema debolezza, quel vittimismo studiato a tavolino, quella sicurezza di sé ostentata a copertura dell’inadeguatezza lampante, quello scaricare sistematicamente sugli altri le proprie pecche e i propri errori, sono decisamente insopportabili.

Nel suo famoso pizzino Silvio Berlusconi giudicava così il comportamento di Giorgia Meloni: “1.supponente, 2.prepotente, 3.arrogante, 4.offensivo, 5.ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”, scriveva il Cavaliere. Parole astiose ma azzeccatissime. Ho impressa nella memoria l’espressione facciale di Berlusconi: il sopracciglio alzato mentre Giorgia Meloni si autocandida a presidente del Consiglio all’uscita dai colloqui col Presidente della Repubblica (nemmeno il buongusto di farlo fare a uno dei suoi alleati/sponsor).  In quella piccola gag è detto tutto. Andrebbe vista e rivista prima e dopo tutte le pubbliche performance meloniane.

I cortigiani del ducato mantovano liquidano le sbracate impennate di Rigoletto in difesa dell’onore della figlia con le seguenti amare parole: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…». Giorgia Meloni difende goffamente l’onore italiano e copre penosamente il suo disonore politico con le continue sbruffonate esaltate dall’opportunistico e prezzolato clamore mediatico: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…». Con una piccola differenza: Rigoletto aveva mille ragioni per incazzarsi, mentre Meloni ha mille ragioni per fare incazzare tutti coloro che tendono all’onore del vero.

 

 

 

Israele, Palestina e il cerchiobottismo occidentale

Di soldi a Gaza ne sono arrivati tanti, negli anni. Di fatto, la Striscia viveva degli aiuti internazionali prima della guerra dichiarata da Hamas con i massacri del 7 ottobre. Un importante datore di lavoro, nonché fornitore di sussidi e servizi, è l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Nel 2022 l’Italia l’ha sovvenzionata con 18 milioni di euro e gli Stati Uniti hanno versato 344 milioni di dollari, seguiti da Germania e Unione Europea. Il Canada ha dato 24 milioni e l’Australia 14. Ora le donazioni sono sospese, dopo la bufera che ha investito l’organismo accusato da Tel Aviv di essere coinvolto, tramite «alcuni» suoi dipendenti (12 i licenziati, secondo Hamas «su indicazioni sioniste»), nel feroce assalto che causò 1.200 morti in Israele e la presa in ostaggio di 240 persone.

Dopo lo stop americano, anche l’Italia, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Finlandia e la Germania hanno congelato i fondi in attesa dell’indagine interna. «Qualsiasi dipendente coinvolto in atti di terrorismo sarà chiamato a rispondere» ha ribadito il segretario generale Philippe Lazzarini. Vale la pena ricordare che 152 dipendenti sono morti e 141 strutture sono state danneggiate o distrutte nel conflitto. «L’Unrwa svolge un ruolo fondamentale nell’assistenza ai palestinesi – ha osservato il segretario di Stato Usa, Antony Blinken –. Il suo lavoro ha salvato vite» E la stessa Agenzia ha definito «scioccante» la sospensione dei fondi.

Da Tel Aviv, il ministro degli Esteri Israel Katz denuncia: «Da anni avvertiamo che l’Unrwa perpetua la questione dei rifugiati, ostacola la pace e funge da braccio civile di Hamas a Gaza». Vorrebbe l’agenzia fuori dalla Striscia ed esclusa dal dopoguerra. (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Maria Brogi)

Ho l’impressione che l’interruzione dell’invio di fondi all’agenzia dell’Onu in odore di appoggi al terrorismo sia un po’ troppo precipitosa: non vorrei pensar male, ma forse non si aspettava altro per battere un colpo a favore di Netanyahu e c.

Nel ginepraio internazionale tutto è possibile, anche il coinvolgimento, diretto o indiretto, di alcuni funzionari Onu in operazioni terroristiche: siamo veramente, come da tempo vado scrivendo e dicendo, nel casino totale.

Stiamo però ben attenti a non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca.   «L’Unrwa svolge un ruolo fondamentale nell’assistenza ai palestinesi – ha osservato il segretario di Stato Usa, Antony Blinken –. Il suo lavoro ha salvato vite». E allora andiamo adagio prima di squalificare tutto e tutti. Si poteva aspettare un attimo prima di congelare i fondi in un periodo in cui questi fondi dovrebbero servire proprio a salvare vite umane.

Al colpo alla botte israeliana inferto dalla Corte Internazionale dell’Aia si risponde con un colpo al cerchio palestinese tramite il pur inquietante e presunto coinvolgimento dell’Agenzia Onu nelle trame terroristiche. L’Occidente non mi sembra in grado di svolgere un’azione obiettiva ed efficace a favore della pace in Medio Oriente: brancola nel buio dei propri affari e alla fine temo si schieri col più forte dietro la scusa di combattere il terrorismo.

Così come chi osa tenere un atteggiamento critico sulla crisi russo-ucraina viene immediatamente considerato un amico del giaguaro-Putin, chi cerca di avere una visione oggettiva dello scontro israelo-palestinese non accontentandosi della mera risposta alla pur esecrabile provocazione terroristica di Hamas, viene catalogato come filo-palestinese se non addirittura come antisemita. Un modo per tenere caldo il clima di guerra che piace a chi vuole comandare nel mondo a prescindere dagli enormi problemi esistenti.

Naturalmente l’Italia si è pedissequamente accodata agli Usa: proprio nel momento in cui sembrava prevalere una posizione neutrale rispetto alle smanie vendicative e distruttive di Netanyahu, si è fatto immediatamente un passo indietro: le elezioni americane ed europee incalzano, gli interessi commerciali (vedi Mar Rosso) gridano, i Paesi arabi alzano la cresta. Per l’amor di Dio, non sbilanciamoci troppo, non si sa mai che possa spirare un alito di vento pacifico, tutto sommato meglio la bufera bellica. Anche l’Onu, dopo tutto, è un gatto bigio nella notte internazionale.

Non conto niente, nessuno mi ha in nota, ma non ci sto!

 

Con(tro) quello che sta facendo Netanyahu c’entriamo tutti

“Questa guerra ha scatenato uno tsunami di antisemitismo. Ma cosa c’entro io con quello che sta facendo Benjamin Netanyahu a Gaza? Cosa c’entra un ebreo italiano?”. A usare queste parole, nel giorno della Memoria, è Edith Bruck che nella primavera del 1944, a tredici anni, venne presa dal ghetto di Sátoraljaújhely (in Ungheria) e deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi. Parlare con la scrittrice, regista e poetessa, sopravvissuta alla più grande tragedia del Novecento significa ripercorrere la Storia e provare a coniugarla nel presente e nel futuro. (da “Il Fatto quotidiano”)

Premesso che Edith Bruck ha tutta la mia incondizionata stima ed ammirazione, dopo aver consigliato a tutti di leggere interamente l’intervista di cui ho riportato l’incipit, mi permetto di entrare nel merito del suo comprensibile sfogo: apprezzo la netta presa di distanza dal governo israeliano, ma non posso accettare una sbrigativa dichiarazione di estraneità verso la Stato di Israele ed il suo comportamento. Chi meglio di Edith Bruck può e deve entrare nel merito del cortocircuito bellico che si è venuto a creare e che rischia di mettere a repentaglio i rapporti tra Israele e i palestinesi, di sprofondare il Medio Oriente in una catastrofe umanitaria, di provocare conseguenze gravissime in tutto il mondo, di infilare Israele e la Palestina in un tunnel senza vie d’uscita.

Sarebbe opportuno che Edith Bruck, dall’alto della sua levatura morale e della sua drammatica esperienza umana, desse un segno esplicito, motivato ed inequivocabile di condanna verso l’approccio aggressivo di Israele ai rapporti con i palestinesi.

Dica chiaramente se è d’accordo sul diritto dei palestinesi ad avere un loro Stato sovrano, se sente aria di genocidio verso questo martoriato popolo. Cosa c’entra un bambino palestinese con quello che sta facendo Hamas contro Israele? Lo tsunami di antisemitismo non dipende forse anche dall’equivoco atteggiamento storico dello Stato di Israele nei rapporti col mondo arabo?

Capisco il dramma interiore di chi, dopo aver sofferto sulla propria pelle lo sterminio nazifascista, si vede tirato in ballo da una guerra che sembra riprendere tutto daccapo. Israele si sta accollando enormi responsabilità e chi meglio di Edith Bruck può farglielo presente.

Ho l’impressione che si stia scherzando con la storia: il fascismo non esiste più se non nelle menti malate di quattro scagnozzi; il razzismo è un divertimento innocuo per giovani scemi; il terrorismo è una piaga inevitabile; la guerra è l’unico modo per difendere la democrazia; la pace è un’utopia; le armi servono a garantire l’ordine internazionale; l’Onu è un ferro vecchio da rottamare; la Ue è una congrega di tecnocrati che giocano a fare politica; la Corte internazionale di giustizia  dell’Aia ha tempo da perdere; e via di questo passo.

Chi porta impresse nel proprio corpo e nella propria anima le stimmate dell’ingiustizia e dell’odio ha il diritto-dovere di reagire non chiamandosi fuori, ma buttandosi dentro nella mischia, non solo a livello culturale ma anche nel senso della testimonianza politica.

I giovani aspettano una lezione credibile dal passato (Edith Bruck la sta impartendo alla grande), ma hanno bisogno anche di indicazioni precise per interpretare il presente e di vie pacifiche per costruire il futuro (Edith Bruch si sforzi di fornirle ancor di più rispetto a quello che già meritoriamente ed eroicamente fa).

 

I ricordi ci devono interrogare sul presente

Quest’anno la celebrazione della giornata della Memoria impone uno scomodo ma onesto, un profondo ma drammatico interrogativo: come è possibile che i governanti dello Stato che rappresenta e guida un popolo che ha sofferto il più grande ed efferato sterminio della storia possano cadere nella trappola mortale di reagire alla violenza subita in questo periodo con un altro seppur diverso sterminio, quello verso la popolazione civile palestinese?

Non bastano le analisi storiche e geopolitiche a giustificare l’eccesso, quanto meno colposo, nella legittima difesa israeliana contro Hamas. Non è il caso di infierire andando alla ricerca di ingiustizie perpetrate da decenni verso il popolo palestinese e di subdoli complotti effettuati in nome della realpolitik: dovrebbe bastare infatti la memoria di quanto subito nella Shoah per evitare di ripetere anche in minima parte errori che la storia dovrebbe avere archiviato definitivamente.

Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese”, che quindi secondo questa impostazione sarebbe una vittima collaterale della guerra ad Hamas. Che l’estrema destra israeliana sogni una Palestina senza palestinesi in realtà non è una novità, ma anche volendo prendere per buona la tesi degli “effetti collaterali”, è del tutto evidente che Netanyahu e il suo governo non si sono posti nessun limite e che l’obiettivo dichiarato – distruggere Hamas – verrà perseguito a qualunque costo. E già questa è una palese violazione del diritto di guerra e del diritto internazionale, che invece richiedono di soppesare in maniera molto accurata le conseguenze sui civili di ogni azione militare.

Immaginate che un terrorista si barrichi in una scuola usando bambini e insegnanti come scudi umani: chi di noi accetterebbe che venga sganciata una bomba su quella scuola per uccidere quel terrorista, essendo perfettamente consapevoli che questo causerà la morte certa anche di tutta la comunità scolastica? Chi di noi accetterebbe la tesi degli inevitabili effetti collaterali in questo caso? Solo se considerassimo le vite di quei bambini e di quegli insegnanti di nessun valore, potremmo sostenere una simile tesi. (Micro Mega- Cinzia Sciuto)

La guerra contro Il terrorismo non può essere l’alibi dietro cui nascondere volontà egemoniche e azioni belliche ingiustificabili. Non c’è occhio per occhio che tenga: questa logica è rovinosa e va fermata. Il fatto che dietro le politiche intransigenti di Israele ci sia l’influenza dei capi religioso ebrei aggrava ulteriormente la situazione dandole una ulteriore luce sconvolgente.

Oltre tutto il comportamento a dir poco sproporzionato di Israele innesca incredibili ma diffuse nostalgie antisemitiche nonché paradossali simpatie verso Hamas e le scorciatoie terroristiche.

L’auspicio è che i ricordi tremendi possano esorcizzare un futuro diversamente orrendo. Che tutti nelle loro coscienze condannino un passato tragico, ma mettano anche un alt a qualsiasi “scherzo” in capo alla storia futura.

 

 

 

Aridatece er trumpone!

Scappiamo, sta tornando Trump. Pensavamo di essercene liberati con i processi giudiziari a suo carico: tremende accuse di carattere etico, clamorose accuse di tipo costituzionale. Ebbene, ormai siamo al punto che avere guai seri con la giustizia è un titolo di merito, che conferma e addirittura aumenta i consensi. La politica viene vista come l’arte non tanto del governare, ma dello sgovernare. Io ti voto non perché sei onesto e bravo (almeno penso che tu lo sia), ma perché sei furbo e arrogante (come sotto-sotto vorrei essere anch’io).

In seconda battuta si sperava che i guasti provocati in quattro anni bastassero a placare l’innamoramento: niente da fare, quando uno è innamorato cotto, vede soltanto i pregi e non coglie i difetti anche se clamorosi. Evidentemente gli americani sono ancora innamorati di Trump e intendono dargli una prova d’appello.

Da ultimo si pensava che i subliminali valori della democrazia americana, venissero timidamente a galla, ma purtroppo la deludente prova del democratico Biden li ha sepolti sotto una coltre di penosi errori politici a livello interno e internazionale. Il casino totale richiede un forte uomo d’ordine a prescindere dal tipo di uomo e dal tipo di ordine. L’importante è la forza.

Siamo ancora alle elezioni primarie, vale a dire quelle del partito repubblicano, l’aria potrebbe cambiare quando si tratterà di confrontare il candidato repubblicano con quello democratico. Non è affatto vero che i due partiti si equivalgano in una corsa al ribasso ideologico, ma la personalizzazione e la “pragmatizzazione” della politica giocano a favore di una campagna elettorale alle grida in cui vince chi la spara più grossa. In secondo luogo il partito democratico, non avendo alternative a Joe Biden (salvo auspicabili sorprese), sarà costretto a ripresentare l’impresentabile presidente uscente. Sono convinto che tutto il mondo si accorgerà che in fin dei conti Biden non era poi così male in arnese, ma sarà troppo tardi.

Chi pensa alle elezioni americane come una questione riguardante quasi esclusivamente gli americani, sbaglia di grosso: oggi più che mai siamo talmente interconnessi da soffrirne irrimediabilmente e fortemente le conseguenze. Quali? Gli Usa arroccati e noi becchi e bastonati. Il dibattito viene ridotto alla penosa previsione in chiave meloniana: per nostra signora del cavolo sarà meglio consolidare l’opportunistico idillio con Biden o ritornare al vecchio amore con Trump?

E per l’Europa sarà meglio un presidente americano che balla costantemente nel manico o un presidente che considera la Ue come una pezza da piedi? E per i conflitti bellici in atto sarà meglio un presidente in balia delle onde o un presidente che vuò fà l’americano? Si tratterebbe di scegliere il male minore, ma gli statunitensi potrebbero anche optare per il male maggiore.

Se, per ipotesi, Trump scegliesse di accontentare in qualche modo Putin, mollandogli l’osso dell’Ucraina per poi rinchiuderlo nel canile russo ad abbaiare al mondo intero; se, sempre per ipotesi, Trump scegliesse di spezzare la pregiudiziale alleanza di potere che lega gli Usa ad Israele, lasciando che gli ebrei si divertano a giocare al gatto coi topi, vale a dire con  i palestinesi e gli arabi; se, Trump, sempre per pura ipotesi, decidesse di spartirsi una buona volta il mondo con i cinesi, tagliando fuori tutto il resto (Europa compresa); se, insistendo nelle ipotesi, Trump impostasse un mondo dove ognuno fa i cazzi suoi, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, chi muore di fame peggio per lui, chi esce dai propri confini viene rimandato a casa; se, concludendo le ipotesi, brigasse persino a favore di un papa diplomaticamente chiuso in Vaticano, avremmo un mondo da cui scendere precipitosamente, ammesso e non concesso di averne il tempo.

 

L’autonomia incasinata

Chi ci capisce dentro qualcosa è bravo. Mi riferisco alla riforma regionale denominata “autonomia differenziata”. Il decentramento regionale, varato con enorme ritardo rispetto ai tempi costituzionali, è già una grande delusione: avrebbe dovuto avvicinare i cittadini alle istituzioni e sburocratizzare lo Stato. Obiettivi falliti alla grande.

Alla burocrazia centrale si sono aggiunte le burocrazie regionali, il quadro si è allargato ed è qualitativamente peggiorato, perché, mentre lo Stato, bene o male, può contare sulla professionalità e l’esperienza dei suoi burocrati, le regioni hanno a disposizione un personale molto meno preparato, che finisce con l’avere tutti i difetti dell’amministrazione centrale senza averne i pregi. La mia pur modesta ma emblematica esperienza professionale è lì a dimostrarlo.

Per dirla in estrema sintesi, la burocrazia statale è intenta a svuotare di contenuto ogni e qualsiasi riforma socio-economica al fine di garantire la propria tranquilla sopravvivenza; quella regionale è intenta a confondere le idee del cittadino utente sovrapponendo lacciuoli a lacci, costringendolo a viaggiare su un doppio binario con deragliamenti inevitabili.

Sul piano legislativo la confusione è tale per cui il cittadino non sa più di chi sia la competenza a risolvere i suoi problemi ed è costretto a giocare a mosca cieca con le istituzioni. Di conseguenza si assiste allo scaricabarile delle responsabilità politiche fra Stato e Regioni: della serie molti colpevoli, nessun colpevole.

Nel 2001 è stata approvata una riforma al titolo V della Costituzione italiana che ha notevolmente ampliato le competenze regionali. In precedenza le Regioni avevano competenza legislativa su determinate materie, nel quadro della legislazione statale. Per le materie non menzionate dall’articolo 117 della Costituzione, la competenza legislativa era di esclusiva pertinenza statale. Con la riforma del 2001 è mutata la prospettiva circa la potestà legislativa in Italia: l’articolo 117 della Costituzione prevede, al secondo comma, una lista tassativa di materie soggette alla potestà legislativa statale e al terzo comma un elenco, altrettanto tassativo, di materie sottoposte alla legislazione concorrente (in cui la potestà legislativa spetta sempre alle regioni, ma nel quadro dei princìpi fondamentali posti dalla legge statale). Il quarto comma prevede infine che, per le materie di non esclusiva competenza statale o non sottoposte alla legislazione concorrente, la potestà legislativa sia esclusivamente regionale.

La confusione è ulteriormente aumentata: le regioni sono state ingolfate di poteri che finiscono nel nulla in quanto, tra l’altro, non supportati dalle necessarie disponibilità finanziarie.  Secondo una satira dell’epoca, quando i plenipotenziari partono da Campoformio, il locandiere che li ha alloggiati insegue la loro carrozza gridando: “Chi mi paga?” E Pantalone, che sta a cassetta, risponde: “Amigo, pago mi!”. Se si chiede alla Stato di intervenire su una certa materia, ci si sente rispondere che è di competenza della Regione; se ci si rivolge alla Regione, ci si sente rispondere che mancano i fondi.

Giunge il giorno della grande parata, lo Stato sfila e il codazzo dietro, con i governanti tronfi e sicuri! Finché un grido si leva dalla voce dei bambini leghisti: “Lo Stato è nudo!”. E giù tutti a credere che sia meglio accrescere i vestiti regionali per coprire le nudità centrali. Maggiori poteri alla Regioni, maggiori risorse alle Regioni, e chi paga? Pantalone! E se una regione è più capace o più ricca delle altre? Meglio per i suoi cittadini e peggio per i cittadini delle altre regioni.

Così non può funzionare! Sarebbe una palese ingiustizia! Allora fissiamo i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale. Campa cavallo che l’erba (non) cresce!

In tragica conclusione, la cosiddetta autonomia differenziata a cui si sta puntando, se dovesse mai funzionare, creerebbe una sorta di “Stato Arlecchino” servitore di troppi padroni in concorrenza fra di loro; se non dovesse funzionare, come è prevedibile, finirebbe col creare solo un gran casino.

Lavoravo da pochissimo tempo ed entrai in contatto con un utente dei servizi erogati dal mio datore di lavoro, il quale mi disse fuori dai denti: “Sa cosa le devo dire dottore? Che quell’organizzazione, in cui lei ha cominciato a lavorare, è un gran casino!”. Lascio immaginare lo sconcerto che mi crearono quelle sincere parole.

Senonché il casino, ricordiamocelo bene, fa sempre comodo a qualcuno: nel caso delle autonomie regionali differenziate sta diventando l’alibi per dare potere all’uomo o alla donna forte che metta ordine (leggi premierato), mentre chi ha creato il casino pensa di lucrare dalle “marchette” consegnate agli elettori. La Costituzione italiana è l’esempio di compromesso politico ai livelli più alti. Le riforme costituzionali che la destra sta cucinando sono il risultato del compromesso ai livelli più bassi.

Non resta che sperare nel referendum abrogativo. Mandiamo in Parlamento gente che non sa cosa stia combinando. Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion?» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

L’auto-squalifica ce la stiamo preparando: l’astensione dal voto!  Referendum più abrogativo di così! Forse però rischiamo di abrogare la democrazia. Qualcuno la sta abrogando da Palazzo Chigi, bisognerebbe scendere in piazza. Ma no…smettiamola di inoculare il virus del fascismo strisciante nella gente ingenua e distratta. Sono altri i veri problemi. E quali sono? Se lasci che eliminino il guardaroba, con cosa potrai mai vestirti? Forse coi “Lep”.

 

 

 

 

 

 

Il PD poco intelligente e molto artificiale

Su due questioni caldissime tra i dem, il conflitto Hamas-Israele e il fine vita, la leader ha speso parole che hanno evidenziato le differenze interne e hanno lasciato perplessi, nuovamente, liberal e catto-dem.

Elly Schlein ha bacchettato la consigliera regionale veneta del partito per eccesso colposo in legittima crisi di coscienza sul tema del fine vita. A parte questa reciproca e strumentale forzatura metodologica, per la segretaria, ora, il tema è rilanciare la proposta di legge «per assicurare un fine vita dignitoso», su cui proprio i cattolico-democratici del Pd avevano costruito una faticosa unità interna durante la scorsa legislatura.

I liberal invece restano impressionati da un altro passaggio della segretaria, quello inerente il conflitto Hamas-Israele: «Dobbiamo porci la questione di evitare di alimentare questi conflitti, di evitare l’invio di armi e l’esportazione di armi verso i conflitti, verso il conflitto in Medio Oriente, in particolare in questo caso ad Israele. Perché non si può rischiare che le armi vengano utilizzate per commettere quelli che si possano configurare come crimini di guerra». (le frasi in corsivo di cui sopra sono prese dal quotidiano “Avvenire”)

Sono cattolico, non so se sono catto-dem. Se essere catto-dem vuol dire restare rigidamente attaccati al principio assoluto della morte indisponibile per la persona umana, non lo sono. Ho una visione laica della religione e ancor più della politica. Per farla breve sono perfettamente d’accordo con quanto affermava don Andrea Gallo: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

E dove sta don Gallo sta anche una canzone di Fabrizio De André, “Preghiera in gennaio”: “Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte ai suicidi dirà baciandoli alla fronte venite in Paradiso là dove vado anch’io perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Dal momento che però non si può cadere in una sorta di assistita anarchia suicida, la politica deve intervenire a normare la delicatissima materia senza pregiudizi religiosi e ideologici, ma mettendo al primo posto i diritti della persona (discorso perfettamente costituzionale). Non ricordo i contenuti della proposta di legge elaborata unitariamente dal PD, ma penso sia la strada giusta senza nascondersi dietro pelose obiezioni di coscienza, che amo definire obiezioni di comodo. Speriamo che il pur sacrosanto intervento legislativo non rappresenti una beffarda tortura burocratica finale per chi è già sufficientemente maltrattato da madre natura con tutto quel che segue.

Sulla questione delle armi mi rifaccio a quanto ha scritto recentemente sul quotidiano “Avvenire” Pier Luigi Castagnetti, un autorevole aderente, seppur critico, al PD: «Mi limito a osservare ad esempio che se, di fronte ai focolai di guerra in corso, che stanno allargandosi spaventosamente, producendo migliaia e migliaia di morti incolpevoli, e lo sconvolgimento degli equilibri del mondo, anche i politici cattolici lasciano solo il Papa a testimoniare una posizione di assoluto realismo e buon senso, perché preferiscono discutere della partita delle capoliste alle elezioni europee, sarà difficile che essi possano migliorare il loro appeal elettorale»

Basta armi, basta armi! Basta con la menata della difesa della democrazia armi in pugno. Papa Francesco ha dedicato gran parte della sua ultima intervista televisiva ad un durissimo atto d’accusa ai signori di ogni guerra, i produttori di armi, quei “fabbricanti di morte” indicati come i maggiori promotori e i principali beneficiari di ogni conflitto. E con loro quei leader che decidono di mettere mani alle armi incuranti della sorte dei loro soldati e delle vittime civili.

Allora mettiamoci d’accordo. Non si può essere accaniti difensori della vita con chi non ce la fa più a vivere e accaniti realisti davanti agli eccidi conseguenti alle guerre. Non so cosa ci sia di cattolico nei primi e cosa ci sia di liberale nei secondi. Bisognerebbe almeno paradossalmente essere sempre radicali o sempre liberali.

Se il Pd si incarta in queste diatribe pseudo-ideologiche si allontanerà sempre più dagli umori e dagli amori popolari per ripiegare su una sorta di partito poco intelligente e molto artificiale. Ben vengano le discussioni interne al partito, ma poi occorre la capacità e la volontà di fare sintesi. Non ce l’ha nessuno e allora penso proprio che mi confermerò nell’intenzione di non votare più per questo partito in cui non mi riconosco. Mai dire mai, ma mi sento troppo laico per difendere la vita solo a parole, per niente liberale per offendere la vita con le armi in pugno.

 

 

I dubbi atroci sulla politica israeliana

Una soluzione a due Stati, ovvero Israele e Palestina, deve essere “imposta dall’esterno per portare la pace nella regione” mediorientale. Lo ha detto l’Alto rappresentante europeo per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, durante il suo discorso dopo aver ricevuto il dottorato onorario dall’Università di Valladolid (Uva). Se la comunità internazionale non interverrà con forza, ha proseguito Borrell, “la spirale di odio e violenza continuerà di generazione in generazione, fino a che i semi dell’odio che oggi vengono seminati a Gaza germoglieranno”.

L’Alto rappresentante ha poi criticato il fatto che negli ultimi 30 anni, sebbene tutti sostengano la soluzione dei due Stati, “non abbiamo mai fatto molto per realizzarla”. “La buona notizia è che ci sono persone disposte a farlo, mentre la cattiva notizia è che in Israele, in particolare, il suo governo si rifiuta categoricamente”, ha evidenziato Borrell, aggiungendo che il primo ministro, Benjamin Netanyahu, “ha boicottato personalmente questa soluzione negli ultimi 30 anni”. L’Alto rappresentante ha infine dichiarato che, nel tentativo di impedire la creazione di uno Stato della Palestina, il governo israeliano ha “finanziato Hamas per cercare di indebolire l’Autorità nazionale palestinese”. (Nova.News.it)

Dichiarazioni a dir poco esplosive, che gettano una luce diversa sulla situazione dei rapporti tra Israele e la Palestina. Altro che realpolitik, se la pur sbrigativa analisi di Borrell fosse veritiera, si tratterebbe della più vergognosa e cinica delle politiche, messa in atto dallo stato di Israele, che oltre tutto funzionerebbe da perfetto assist per l’antisemitismo.

Finalmente la Ue ha battuto un colpo, oserei dire persino esagerato. Evidentemente anche a livello diplomatico non se ne può più. Nessuno in Italia ha il coraggio di fare simili dichiarazioni: si va “manicheisticamente” dal filo-ebraismo di maniera all’acritico appoggio alla causa palestinese. La verità sta nel mezzo. Persino gli Usa avanzano una posizione possibilista sui due Stati e infatti sono in forte contrasto con Benjamin Netanyahu e la sua intransigenza.

Ancora una volta devo citare mia sorella Lucia allorché, al rientro da un pellegrinaggio in Terra Santa, si lasciò andare a un giudizio pesantissimo sui rapporti tra ebrei e palestinesi: in poche parole disse che gli ebrei erano capaci di tutto mentre i palestinesi non capivano niente. Siamo ancora lì: a Israele fa gioco la radicalità palestinese che gli consente di spadroneggiare il territorio e l’economia. Che si arrivi al punto di finanziare i terroristi di Hamas per delegittimare e mettere in crisi l’Organizzazione per la liberazione della Palestina è una cosa che non sta né in cielo né in terra o, meglio, sta nell’inferno politico.

Quando qualcuno a livello culturale si lasciò andare ad una lettura nazista capovolta della politica israeliana post Shoah, ci fu una comprensibile levata di scudi. Non si trattava di negazionismo, ma del timore di una sorta di sindrome del perseguitato che si trasforma in persecutore.

La storia si sta incaricando di sollevare qualche dubbio atroce. E poi non stupiamoci dei rigurgiti di antisemitismo che affiorano: vomitevoli e condannabili, mancherebbe altro. Teniamo presente tuttavia che, purtroppo la Shoah non può giustificare il teorema in base al quale, Israele e l’ebraismo sarebbero l’incarnazione del bene che combatte contro il mondo del male impersonificato dai palestinesi, dagli arabi e dall’islamismo. La situazione è molto più complessa e discutibile.

D’altra parte si dice che il Mossad (i servizi segreti israeliani), sia stato implicato nell’infiltrazione delle Brigate Rosse ai fini del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Così come in molte altre porcherie in giro per il mondo. Tutto si terrebbe.

 

Fredde parolin…e o calde castagnett…e

“Il passato non si può ripetere, è stata una stagione che ha avuto le sue grandezze ma anche i suoi limiti, ma che è finita. Certo, al di là della formula, l’importante è che ci siano i valori dei cattolici, i valori umanistici che possano trovare spazio nella politica di oggi, e anche realizzazione, e dunque essere tradotti anche nella realtà”.  Lo ha affermato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano parlando della fine della Democrazia Cristiana. “I rapporti con la politica italiana – ha aggiunto il cardinale Parolin – sono di competenza della Cei. Ma credo che nella particolare situazione in cui viviamo non possiamo esimerci dal rapporto tra politica e Santa Sede, l’importante è che ci sia un coordinamento e una collaborazione tra Santa Sede e Cei in modo da portare avanti gli stessi elementi”. (Askanews   17-01-2024)

Devo ammettere che queste fredde, scarne e sbrigative parole mi hanno un po’ irritato: non si può liquidare in modo così frettoloso un lungo periodo storico, mi riferisco appunto all’epoca caratterizzata dalla presenza della Democrazia Cristiana e a quel che ne è conseguito. Voglio solo far presente come la DC sia riuscita a coniugare la laicità della politica con l’ispirazione cristiana, non cadendo mai nel mero collateralismo e salvaguardando il riferimento ai valori cristiani. Se è vero che il passato non si può ripetere, è altrettanto vero che il sentimento della storia (come ci insegna Antonio Scurati) ci obbliga a rivisitarlo criticamente per trovare in esso insegnamenti molto preziosi.

I rapporti con la politica italiana non sono di competenza della Cei in coordinamento col Vaticano: c’è in questa affermazione una evidente contraddizione, che riporta dritti dritti al discutibilissimo passato remoto (Luigi Gedda) e prossimo (Camillo Ruini). La politica italiana è innanzitutto e soprattutto materia per i cattolici di base, per i loro movimenti e le loro associazioni, non una questione da riservare ai rapporti tra gerarchia e partiti, tra potere clericale e potere politico.

Non voglio essere irriverente, ma l’analisi paroliniana mi sembra assai più andreottiana che degasperiana e ancor prima sturziana. Sono rimasto stupito dal pressapochismo del segretario di Stato Vaticano, al quale consiglierei di andare a scuola da papa Montini per capire la politica italiana e favorirne un’evoluzione squisitamente popolare e democratica.

Per fortuna negli stessi giorni in cui Parolin mi raggelava, Pier Luigi Castagnetti, l’ultimo segretario del Ppi (dal 1999 al marzo 2002), oggi presidente dell’associazione “I Popolari”, mi riscaldava con la sua rivisitazione del popolarismo nei suoi passaggi storici per arrivare ai giorni nostri, vale a dire a suonare la sveglia al Partito Democratico.

Mi limito a osservare ad esempio che se, di fronte ai focolai di guerra in corso, che stanno allargandosi spaventosamente, producendo migliaia e migliaia di morti incolpevoli, e lo sconvolgimento degli equilibri del mondo, anche i politici cattolici lasciano solo il Papa a testimoniare una posizione di assoluto realismo e buon senso, perché preferiscono discutere della partita delle capoliste alle elezioni europee, sarà difficile che essi possano migliorare il loro appeal elettorale. (Forse dovremmo tutti rileggere il capitolo 75 della “Gaudium et Spes” e il cap. VIII della “Lumen Gentium”. E anche il cap. XIII (“La eliminabilità della guerra”) del libro che Sturzo scrisse in inglese nel 1929, “La comunità internazionale e il diritto di guerra)”. (dal quotidiano “Avvenire” del 18 gennaio 2024)

Colpito e affondato un certo generico e superficiale modo di intendere il PD. La storia e la cultura ci portano su altri lidi a livello di metodo e di contenuto. Sì, perché, come scrive molto efficacemente Castagnetti, ripercorrendo la storia dei popolari e dei democratici cristiani, la diversità fondamentale fra quei tempi (1919 e 1994) e l’attuale a me pare si possa cristallizzare in una osservazione: allora i partiti venivano fatti dalla storia (Bodrato), oggi invece vengono fatti dalle mode e dai sistemi elettorali, entrambi, per ragioni diverse, imprescindibili. Ragionare e comportarsi come se non esistessero in particolare le gabbie di leggi elettorali, criticate a parole ma ampiamente condivise nei fatti dalle segreterie di tutti i partiti, significa mortificare ogni pur legittima iniziativa. A questi due condizionamenti si dovrà aggiungere quello della conoscenza della realtà. 

Oggi la realtà significa innanzitutto “guerra” e chi vuole dare un senso alla politica non può prescindere “dalla guerra alla guerra”. La madre di tutti i problemi è la pace, così come quella di tutte le riforme è l’equità fiscale. Si provi a ripartire di lì per presentarsi alle urne con dei valori da proporre (Costituzione alla mano), e non con delle persone da sbandierare (sfide mediatiche fra i piedi).

 

 

 

Le democrazie invecchiano e i bimbi muoiono

Bronson Battersby, 2 anni, è morto di stenti. Il suo corpo è stato trovato accoccolato a quello senza vita del padre sessantenne, Kenneth, ucciso in casa a Skegness, nel Lincolnshire, da un infarto. Il dettaglio che scuote l’opinione pubblica britannica è la tempistica del ritrovamento avvenuto, lo scorso 9 gennaio, almeno due settimane dopo il presunto decesso dell’uomo a cui il bambino era stato affidato per il Natale. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non risponde alle telefonate del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dallo scorso 7 ottobre, quando si sono verificati gli attacchi di Hamas, che hanno poi scatenato la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza.
Guterres ha riconosciuto oggi in un’intervista ad Al Jazeera a Davos di non aver ancora parlato con il premier israeliano; e, successivamente, da New York, il suo portavoce, Stephane Dujarric, nella sua conferenza stampa quotidiana a New York, ha spiegato meglio. Dujarric non ha specificato quante volte Guterres ha provato a parlare con Netanyahu: “Non è come se qualcuno mi chiamasse tutti i giorni (e dicesse) richiamami, richiamami. C’è’ un protocollo diplomatico. Sappiamo che il messaggio (della chiamata) è stato ricevuto e il fatto che non abbiano chiamato non ha impedito al segretario generale di avere tutta una serie di contatti con funzionari israeliani”, ha spiegato Dujarric, che ha citato -tra questi “contatti”- il presidente israeliano Isaac Herzog o l’ambasciatore all’Onu, Gilad Erdan.
Dall’inizio della guerra, l’Onu è stata accusata di parzialità filo-palestinese dal governo israeliano, che ha preso di mira in particolare il segretario generale; tanto che diversi membri del gabinetto di governo israeliano ne hanno poi chiesto le dimissioni. (Rai News.it)

 

Ho fatto l’accostamento fra due notizie apparentemente scollegate, che però la dicono lunga sul mondo in cui viviamo. Se un bambino di due anni, nella democratica Gran Bretagna, muore nell’indifferenza generale, c’è indubbiamente qualcosa che tocca nella nostra cosiddetta civiltà occidentale. Se un importante capo di Stato, in un periodo di gravissime tensioni internazionali e mentre muoiono migliaia di bambini fra atroci sofferenze, snobba clamorosamente il segretario generale dell’Onu, c’è indubbiamente qualcosa che tocca nelle nostre cosiddette democrazie occidentali. Lo spaventoso egoismo che ci caratterizza non trova un limite nemmeno di fronte ai bambini. Forse ci commuoviamo sul momento davanti a certe immagini e pensando a quanto sta succedendo, per poi tornare a rifugiarci nella narrazione bellica e in quella pseudo-democratica che ci mettono il cuore in pace.

Papa Francesco, durante l’intervista rilasciata a Fabio Fazio, ha ricordato di avere incontrato in Vaticano dei bambini provenienti da Kiev pochi giorni prima: «Non sorridevano più, hanno dimenticato come si fa. Nonostante gli offrissi cioccolata e scherzassi con loro, non sorridevano. Un bambino che dimentica un sorriso è una cosa criminale, la guerra toglie il sorriso ai bambini». Quei bimbi ucraini accompagnati dai loro genitori «hanno visto qualcosa della guerra ma nessuno di loro sorrideva. I bambini spontaneamente sorridono» ma loro «avevano dimenticato il sorriso» e quando «un bambino dimentica un sorriso è criminale».

Mia sorella andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica. Posso facilmente immaginare come reagirebbe di fronte ai drammi della guerra di questo periodo.

Lascio invece a mio padre la colorita reazione verso la politica ufficiale degli Stati in guerra. Cosa direbbe davanti al trattamento disgustoso riservato ad Antonio Guterres, vale a dire da Putin che gli ha mandato bombe che lo hanno sfiorato durante la sua missione in Ucraina, da Biden che ha irriso ai suoi appelli moltiplicando i carri armati all’Ucraina, da Netanyahu che gli chiude il telefono nei denti? “Ig scorezon adrè, i al tozon pr’al cul, robi da mat”. Poi si alzerebbe di soppiatto dalla poltrona e quatto, quatto se ne andrebbe a letto. Mia madre allora gli chiederebbe: “Vät a lét?”. Mio padre con aria assonnata risponderebbe quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”; l’altro risponde: “No vagh a lét” E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”. E chi c’è infatti di più sordo dei capi di Stato che dialogano con le bombe.

Diceva Dietrich Bonhoeffer: “Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini”. C’era un mio simpatico conoscente che in dialetto parmigiano definiva i bambini, scherzosamente ma con sgarbata dolcezza, “putanén” anziché putén. Probabilmente intendeva sottolinearne la sana e spregiudicata irrequietezza. Quando invece doveva sottolineare il modo assurdo di giocare a carte di qualcuno, esclamava: “Mo guärdol col putanòn lì…”.  Come è bello ed eloquente il dialetto parmigiano!!!