La contea di sinistra e il marchesato del Grillo

Stretta nella morsa di Giuseppe Conte, Elly Schlein vola a Bari decisa a reagire in prima persona all’attacco del leader di M5S. Il programma prevedeva il comizio a sostegno di Vito Leccese, che avrebbe dovuto contendersi con le primarie la candidatura a sindaco con Michele Laforgia (sostenuto dai pentastellati) e la segretaria del Pd non si lascia cambiare l’agenda. Un segnale chiaro all’ex premier: «Siamo qui a confermarti la nostra fiducia e il nostro supporto», dice a Leccese dal palco, al fianco del governatore Emiliano, di Angelo Bonelli e Antonio Decaro.

La leader del Pd nasconde la rabbia ma non la delusione. Non rinnega di aver lavorato «sempre per l’unità» che «altri hanno rotto» e anche stavolta avrebbe optato per una soluzione terza, che Conte ha respinto. La decisione dell’ex premier di sfilarsi dalle primarie insinuando sospetti sui dem comunque non le va giù. E lei è disposta a tollerare attacchi alla sua persona, «ma non alla nostra comunità». E ancora più chiara: «Forse chi ha iniziato a far politica direttamente da Palazzo Chigi non ha dimestichezza con il lavoro e lo sforzo collettivo della comunità, ma si deve avere rispetto, e far saltare le primarie a tre giorni dal voto è una sberla a chi si stava preparando per queste primarie, alle persone perbene che volevano andare a votare. Non è accettabile» anche perché «aiuta la destra», dice Schlein, che ringrazia Emiliano e Decaro per il loro lavoro in Puglia. (dal quotidiano “Avvenire” – Roberta D’Angelo)

È decisamente insopportabile questo continuo tira e molla tra PD e M5S. Non voglio fare l’equidistante a tutti i costi, ma vorrei evidenziare come questo stucchevole duello parta da presupposti sbagliati.

Comincio dal partito democratico, perché è un partito: ha una storia, ha, o dovrebbe avere, una sua identità, una sua base sociale di riferimento, dei presupposti culturali abbastanza precisi. Ragion per cui dovrebbe finalmente scegliere fra due atteggiamenti evangelici (apparentemente in contrasto far di loro), quello del “chi non è contro di me è con me” e quello del “chi non è con me è contro di me”.

A volte sembra prevalere l’uno, a volte l’altro. Non si può fare! O il PD ritiene che il M5S, nonostante tutto, sia un interlocutore valido e allora porta pazienza ad oltranza, perché una coalizione non è una “cotta” pregiudiziale e infinita, ma un rapporto di collaborazione tutto da costruire giorno per giorno, partendo da una base comune di valori, oppure considera i pentastellati un alleato tattico da prendere o lasciare a seconda dei casi e delle situazioni. Emerge invece un miscuglio di atteggiamenti con una continua drammatizzazione delle emergenze, una sorta di amore-odio, che non è bello proprio perché è “litigarello”, che disorienta gli elettori potenzialmente di sinistra e li spinge all’astensione.

Ma come succede in tutte le umane convivenze, i torti e le ragioni si intersecano e sono spesso ascrivibili a entrambe le parti. Vengo quindi al M5S, che non è un partito, che ha un leader piuttosto improvvisato, che pesca negli “anti” che stanno in poco posto e durano l’espace d’un matin. I pentastellati hanno la innata vocazione a rubare voti a destra e manca, ma finiscono purtroppo per rubarli solo a sinistra (soprattutto al PD) e per perderli in casa (?) propria. Sprecano intuizioni e posizioni interessanti (in materia di disarmo, di lotta alla povertà, di anti-corruzione etc.) sull’altare di un’ impossibile e improponibile egemonia pseudo-culturale che assomiglia molto a faziosità elettorale.

Ci sono i valori comuni da cui iniziare il discorso? A sinistra occorrono, pena il naufragio. A volte sembra di sì, a volte sembra di no. Se non si parte da questa ricerca non si va da nessuna parte. Ha perfettamente ragione Elly Schlein ad imputare ai cinque stelle una leadership proveniente da un’esperienza ondivaga di governo, peraltro molto discutibile nei presupposti e nei risultati. Dovrebbe però avere il coraggio di ammettere che anche la sua leadership non è molto radicata, preparata e storicizzata.

Da una parte il PD veda di rispondere alle provocazioni politico-programmatiche provenienti dal M5S e dall’altra parte il M5S veda di rispettare la comunità piddina dal punto di vista culturale, storico e territoriale. Su tutto incombe un certo non so che di precario e posticcio.

Siamo nel pieno di una competizione elettorale proporzionale, che sembra fatta apposta per spingere le forze politiche all’isolamento, oscillante fra la strumentalità propagandistica e la spinta alla finta identità. Il discorso europeo dovrebbe fare da collante invece finisce col fare da specchietto per le allodole.

Ci si divide bellamente sul territorio, laddove il PD si sente più forte (e lo è veramente) e il M5S soffre un evidente complesso di inferiorità sfogato a casaccio e spesso pretestuosamente.

Il partito democratico purtroppo si intende di fusione a freddo. Il M5S è specialista nella pesca di granchi politici.  Non vorrei che l’accordo finisse in una raffazzonata e litigiosa combinazione tiepida vomitata dagli elettori.

 

 

 

 

 

 

A destra un fischio di trombona, a sinistra un sibilo di trombetta

Come da copione, è stato il Pd a fare il primo passo chiedendo a Elly Schlein di candidarsi alle europee. Mentre Giorgia Meloni e Fdi si tengono stretto il vantaggio di potersi esprimere solo quando la prima forza di opposizione, e tutti gli altri, avranno fatto la loro scelta. Ma ormai la chiave che accende il motore del corpo a corpo tra le due leader è stata girata, ed è sempre più difficile che la presidente del Consiglio, a sua volta pressata dal proprio partito, si sfili.

Il fatto del giorno, innanzitutto. Tra malumori e obiezioni eccellenti, come quella espressa da Romano Prodi in tempi non sospetti, l’ipotesi di una candidatura di Schlein alle Europee, «con diverse sfumature», è stata ufficialmente avanzata durante la riunione della segreteria dem di ieri. Le proverbiali “fonti vicine” al Pd, direttamente riferibili alla segretaria, raccontano che «tutti» i componenti dell’organismo di partito «le hanno chiesto di candidarsi». Qualcuno spingendo per la formula tradizionale, ovvero da capolista in tutte le circoscrizioni. Altri chiedendole di essere sì presente ovunque, ma guidando la lista solo nella circoscrizione Nord-orientale, e mettendosi a servizio di altri nomi forti, anche esterni al partito, negli altri territori. Più cauti gli esponenti della minoranza dem, preoccupata sia dall’eccesso di “civismo” sia dall’eventualità che la segretaria «penalizzi altre candidature femminili». Tuttavia, la leader ha «preso atto» dell’invito, precisando che «prima di esprimersi» sarà necessario avere chiaro «l’impianto generale» delle liste. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli e Matteo Marcelli)

Da tempo lo scontro elettorale in vista della consultazione europea è impropriamente e scriteriatamente incentrato sull’eventuale contrapposizione fra le candidature pigliatutto di Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Sono quasi sicuro che andrà a finire così: purtroppo l’aria politica che tira è questa, vale a dire la più spinta delle personalizzazioni alla faccia dei contenuti, dei programmi e persino del rispetto dei ruoli istituzionali.

Giorgia Meloni non vede l’ora di “soubrettare” in Italia per sgambettare in Europa e viceversa: fiuta l’aria a suo favore e tende a sfruttarla al massimo, vuole incassare il dividendo maturato prima che sia tardi. Nel centro-destra non ha rivali, si colloca tra “niént pighè in t’na cärta” (Antonio Tajani) e “da lu a niént da sén’na…” (Matteo Salvini). Putost che niént (i suoi alleati di governo) è mej putost (la sua bella faccia tosta).

Per dirla con Norberto Bobbio, mentre la destra può limitarsi a fare discorsi di mera convenienza rispondente alla combinazione di interessi che la sostengono, la sinistra non può prescindere dai valori di riferimento fra cui spicca la partecipazione.

Cosa voglio dire? Al potenziale elettorato di destra non importa che Giorgia Meloni svolga il ruolo di parlamentare europeo con tutto quel che ne consegue a livello di equilibri politici, gli basta che riesca a “manellare” per difendere gli interessi dell’Italia in sede europea. Tra filo-europeismo ed euro-scetticismo a destra vince la mera difesa degli interessi nazionali a prescindere dal processo di integrazione europea. Non è un caso che, a livello di propaganda elettorale, di Europa parli solo (e male) Matteo Salvini, mentre Tajani si nasconde nel Ppe e la Meloni balla un po’ con tutti, cimentandosi in tutti i balli. Del Parlamento europeo non frega niente a nessuno: meno lavorerà, meno conterà e meglio sarà. Non è un caso che Giorgia Meloni guardi agli equilibri nella Commissione europea, disposta a flirtare con tutti, e si disinteressi di quelli parlamentari, aspettando di vedere cosa succederà per infilarsi nella combinazione giusta al momento giusto.

La sinistra non può permettersi questo lusso, ha un patrimonio ideale europeista da difendere e sviluppare, deve portare validi rappresentanti in Parlamento, deve proporre una visione e garantire un’azione conseguente. Ecco perché la candidatura onnipresente e sfuggente di Elly Schlein lascia il tempo che trova e rischia addirittura di essere controproducente di fronte ad un elettorato che chiede impegno nel palazzo e non chiacchiere di facciata.

Quanto al duello tra le due donne, dico la verità, non credo che interessi più di tanto al popolo della sinistra, sensibile alla soluzione dei problemi, per dirla in gergo operistico, alla musica e al canto e non allo scontro fra primedonne (ammesso e non concesso che le siano e che non le facciano soltanto).

Consiglierei quindi molta attenzione a non cadere nella trappola dei leaderismi a confronto. Oltre tutto, mentre Giorgia Meloni è purtroppo leader indiscussa del centro-destra, Elly Schlein non può considerarsi tale da nessun punto di vista. Il fatto che stia acquisendo attenzione e consensi non significa che incarni in modo convincente le aspettative di un elettorato molto critico e scettico. Credo che mantenga un suo spessore etico e politico l’obiezione ad una candidatura fine a se stessa e sganciata dall’effettiva partecipazione in prima persona alla vita istituzionale europea. A sinistra ho sempre sentito e visto molte perplessità sulle giravolte nelle candidature: mi sembra che prevalga a tutti i livelli la concretezza di chi esige impegno nel ruolo ricoperto senza sgattaiolare su altri ruoli da ricoprire.

Sono quasi certo di non votare il partito democratico alle prossime elezioni europee (mai dire mai…), tuttavia mi interessa come questo partito approcci l’Unione europea per i prossimi anni. O Elly Schlein è in grado di farsi promotrice di proposte, impersonificandole fino in fondo, sui punti cardine della politica europea, vale a dire ecologia, migrazione, pace, lotta alle povertà, difesa dei diritti delle persone, integrazione federale, etc. etc., spostando il suo raggio d’azione dall’Italia all’Europa, rinunciando al ruolo di segretaria e di parlamentare nazionale, altrimenti meglio che voli basso  e cerchi di scegliere programmi e candidature valide per l’Europa, lasciando perdere l’inutile sfida a Giorgia Meloni.

Ricordo che Valter Veltroni era arrivato a non nominare invano il suo competitor (Silvio Berlusconi): faccia altrettanto, lasci perdere, giochi in proprio, vinca o perda con la storia e nella storia della sinistra. Meglio perdere a sinistra che vincere scopiazzando la destra.

 

 

 

 

 

La gatta israeliana e il lardo globale

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato lunedì la sua prima risoluzione per chiedere un immediato cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. La risoluzione è stata approvata dopo mesi in cui i veti incrociati nel Consiglio, soprattutto di Stati Uniti, Russia e Cina, avevano bloccato qualsiasi decisione al riguardo.

La risoluzione ha ottenuto 14 voti a favore, tra cui quelli dei governi di Cina e Russia. La cosa più rilevante è stata però l’astensione degli Stati Uniti, il cui appoggio a Israele si era già indebolito nelle ultime settimane (tutti e tre i paesi, insieme a Regno Unito e Francia, sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con potere di veto: significa che possono bloccare qualsiasi risoluzione).

A più di cinque mesi dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, gli Stati Uniti hanno infatti cominciato a criticare con sempre maggior forza il modo in cui Israele sta conducendo la guerra, e soprattutto l’operato del primo ministro Benjamin Netanyahu, considerato uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un cessate il fuoco nella Striscia. È una cosa rilevante perché fino a poco tempo fa il governo statunitense aveva sostenuto in maniera quasi incondizionata il governo israeliano.

Il Consiglio di Sicurezza è l’unico organo internazionale che può prendere decisioni che teoricamente sono vincolanti per tutti i paesi membri, Israele compreso. L’ufficio di Netanyahu ha criticato l’approvazione della risoluzione e in particolare l’astensione degli Stati Uniti, sostenendo che in questo modo verranno compromessi gli sforzi di Israele per liberare gli ostaggi trattenuti da Hamas. L’ufficio del primo ministro israeliano ha anche fatto sapere di aver cancellato la visita di una delegazione israeliana prevista per i prossimi giorni a Washington DC, negli Stati Uniti.

La risoluzione prevede un cessate il fuoco per il periodo del Ramadan, la ricorrenza più importante per le comunità musulmane nel mondo, che è cominciato tra domenica 10 e lunedì 11 marzo e si concluderà tra il 9 e il 10 aprile. Prevede anche la liberazione immediata di tutti gli ostaggi tenuti da Hamas nella Striscia di Gaza e invita Israele a fare di più per facilitare l’ingresso di aiuti umanitari nel territorio, dove ormai da settimane la crisi umanitaria in corso a causa della guerra è gravissima.

La risoluzione in teoria è vincolante: significa che, almeno sulla carta, Israele è obbligato a rispettarla. È comunque difficile che il governo di Netanyahu, che finora ha resistito a qualsiasi pressione per ridurre l’intensità della guerra a Gaza, possa effettivamente rispettarla.

Il testo era stato presentato dai dieci membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza (che ovviamente non hanno potere di veto), dopo che ne era stata respinta una proposta dagli Stati Uniti che chiedeva un «cessate il fuoco immediato e duraturo». In precedenza il governo americano aveva posto il veto per tre volte sulla richiesta di un cessate il fuoco umanitario, immediato e definitivo nella Striscia di Gaza. Secondo alcuni diplomatici sentiti dal New York Times, gli Stati Uniti avevano proposto un emendamento al testo definitivo per sostituire «cessate il fuoco permanente» con «cessate il fuoco duraturo»: una formulazione più vaga e meno impegnativa per Israele, che però non è passata.

Le tre volte precedenti gli Stati Uniti si erano opposti a simili risoluzioni sostenendo che le richieste non rispettassero il diritto di Israele di difendersi. Lunedì la rappresentante degli Stati Uniti all’ONU, Linda Thomas-Greenfield, ha detto che quella approvata è in linea con gli sforzi diplomatici portati avanti dagli Stati Uniti, che però a suo dire si sono astenuti perché non in accordo con altre parti del testo: tra queste ci sarebbe il fatto che nella decisione non vengono condannati esplicitamente gli attacchi compiuti da Hamas lo scorso 7 ottobre. (da “Il Post”)

La risoluzione Onu non ha sortito alcun effetto, anzi. Israele ha continuato imperterrito la sua escalation bellica con azioni a vanvera, disgustose, meramente vendicative, al limite e forse oltre il limite del vero e proprio genocidio, volte proditoriamente e scriteriatamente all’allargamento del conflitto. Un dato emerge con estrema chiarezza: Israele è isolato nel suo testardo approccio alla pur difficile situazione venutasi a creare.

Che Benjamin Netanyahu sia vittima del proprio delirio di onnipotenza è sotto gli occhi di tutti. Altrettanto innegabile è che il premier israeliano abbia il pieno appoggio dell’establishment religioso. L’opposizione politica interna sembrava forte ed agguerrita a livello popolare, ma si sta affievolendo, così come anche quella etica degli israeliani sparsi nel mondo. Che il potere israeliano sia forte e possa esercitare ricatti nei confronti del mondo occidentale è cosa risaputa. Resta tuttavia alquanto difficile capire dove Netanyahu voglia parare chiudendosi in questo splendido (?) isolamento, che si sta sempre più verificando non solo a livello politico ma anche a livello etico e culturale.

Molto probabilmente vuole prendere disperatamente due piccioni con una fava: salvare e rafforzare la propria incerta leadership, collegandola alla storica e forse irripetibile chance di chiudere una volta per tutte la questione in senso drastico e punitivo nei confronti dei palestinesi, usando verso l’Occidente l’arma del ricatto economico-finanziario e sfruttando le distrazioni occidentali dovute alla guerra russo-ucraina. Se per Putin il conflitto israelo-palestinese serve a rimettersi in qualche modo in gioco (cosa che sta succedendo anche in conseguenza del rigurgito terroristico dell’Isis), per Netanyahu può essere l’occasione per sgattaiolare fuori dai giochi internazionali, regolando i conti non solo con Hamas ma con i palestinesi stessi.

C’è una variabile che potrebbe impazzire da un momento all’altro, buttando all’aria i subdoli piani israeliani: il mondo arabo. Se si dovesse mai legare una sorta di cordone tra Occidente, Stati arabi, Russia e Cina (magari favorito dal rientro di Trump alla Casa Bianca), Israele sarebbe veramente spacciato e costretto a ben più miti consigli. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Ed è un’ipotesi che indebolirebbe anche la posizione dell’Ucraina ben più isolata di quanto non lo sia oggi. Sarebbe il peggior modo per ristabilire il (dis) ordine a livello mondiale. Israele e l’Ucraina lo mettano comunque in conto e non tirino troppo la corda.

 

 

Stato minimo, ingiustizie massime

Dai pourparler con amici e conoscenti emerge un triste, accorato, sconfortante e (quasi) rassegnato ritornello sulla sanità: ormai è normale fare ricorso alle prestazioni a pagamento attingendo alle proprie risorse. Le persone meno sensibili si fermano qui, quelle più responsabili aggiungono la preoccupazione per quanti non si possono permettere il ricorso al privato e rimangono invischiati negli incredibili ritardi e nelle disfunzioni del sistema sanitario pubblico.

«È necessario un piano straordinario di finanziamento del Servizio sanitario nazionale» perché «la spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute». È un appello accorato quello sottoscritto da alcune note personalità della scienza per mettere in salvo il futuro di «una delle più grandi conquiste della Repubblica», quel «Servizio sanitario nazionale (Ssn), che ha contribuito significativamente a migliorare prospettiva e qualità di vita e a ridurre le disuguaglianze socioeconomiche».

A firmare il testo (un’ampia riflessione in 10 punti sotto il titolo «Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico») 14 scienziati: Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, il Nobel Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone e Paolo Vineis. Un consesso autorevole che unisce differenti competenze attorno alla consapevolezza che occorre scuotere la politica e l’opinione pubblica su un valore come il Ssn che forse stiamo dando per scontato nei suoi principi di universalità e gratuità ma che è forte rischio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Occorrerebbe una mobilitazione finanziaria, programmatica ed organizzativa per risalire una china che ci sta facendo regredire in modo paradossale. Per onestà intellettuale bisogna ammettere che il problema non è ascrivibile soltanto all’attuale governo: è questione annosa di almeno un ventennio. Tuttavia il governo in carica dimostra scarsissima sensibilità e addirittura tendenza a scaricare la problematica sul sistema regionale.

É inutile dare qualche biscottino alle classi meno abbienti togliendoglielo immediatamente di bocca con una sanità, a cui prima o poi tutti devono ricorrere, a dir poco insufficiente e inefficiente e costringendo questi soggetti a pagare fior di prestazioni mediche per curarsi la salute. È una beffa bella e buona!

È scandaloso premiare gli evasori fiscali per poi piangere sulle esauste casse erariali, che non consentono di potenziare, rafforzare ed efficientare il sistema sanitario pubblico. È vergognoso sbandierare il pericolo di una procedura europea nei confronti dell’Italia per «disavanzo eccessivo». Cosa facciamo? Instilliamo sensi di colpa nei malati bisognosi di assistenza e cura? C’è stata e c’è trippa per cani e porci e poi, quando arrivano i malati, non c’è più niente da poter spendere. È da incompetenti e, oserei dire da “delinquenti”, continuare a sprecare fondi in mille inutili rivoli elettoralistici, quando abbiamo una sanità che piange miseria e ha fame di fondi, da impiegare in risorse umane, in investimenti strutturali, etc. etc.

Ascoltiamo il grido incrociato degli scienziati, degli operatori e dei malati effettivi e potenziali. Stiamo trasformando lo Stato sociale, vale a dire quello volto a fornire sostegno a chi si trova in situazione di bisogno e assicurazione e copertura contro determinati rischi e necessità, in Stato minimo che predilige il rispetto e la salvaguardia dell’iniziativa privata in opposizione a ogni tentativo di dirigismo statale e per il quale il compito fondamentale non è quello di perseguire forme di eguaglianza sostanziale, ma di limitarsi unicamente a quelle di eguaglianza formale.

Se proprio si volesse perseguire questo schema statuale individualistico bisognerebbe essere coerenti, dando a tutti licenza di evadere il fisco, eliminando per tutti l’obbligo delle ritenute alla fonte, concedendo a tutti il diritto a condonare le imposte arretrate e non pagate, quale paradossale contraccambio all’arrangiarsi dalla parte dei servizi quali appunto sanità, scuola, trasporti, etc. etc. Un’americanata!

Non sono in grado di valutare l’eventuale impatto benefico sulla sanità dei fondi ottenuti col piano nazionale di ripresa e resilienza: chissà come e chissà quando ne sentiremo gli effetti. Così come è roba da far tremare le vene ai polsi l’eventualità dello scoppio di qualche pandemia: saremmo con ogni probabilità all’anno zero con la necessità di ripartire da capo. Non resta che sperare che ciò non accada.

C’è poi la mina vagante delle autonomie differenziate: un’arlecchinata sanitaria in cui i cittadini meno abbienti rischierebbero di essere ulteriormente becchi e bastonati.

Non so come la gente potrà reagire nel tempo a questa deriva. Forse finirà la sbornia del novellato “Dio, patria e famiglia”, forse si sveglierà dall’illusione di un bagno di ordine e sicurezza, forse capirà di essere stata turlupinata, forse troverà la forza per scendere in piazza e protestare, ma sarà troppo tardi? Non è mai troppo tardi, anche se occorrerà ricominciare dalla Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Ecco perché vogliono riformare la Costituzione in senso formale (col premierato e con l’autonomia differenziata) e materiale (lo stanno già facendo con bislacche attuazioni).

Un Governo da Osteria della Giarrettiera

L’articolo 54 della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Alle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni contro la ministra Daniela Santanchè e il ministro, nonché vice-presidente del Consiglio, Matteo Salvini, gli interessati e i loro sodali governativi e parlamentari hanno risposto canticchiando la famosa aria di Falstaff nell’opera di Giuseppe Verdi, rivolta ai suoi scagnozzi, che avevano osato rifiutare i suoi ordini, accampando motivi di onore, assimilando quindi  i parlamentari dell’opposizione ai buffi e goffi servi Pistola e Bardolfo e la Camera dei deputati all’Osteria della Giarrettiera.

 

L’onore!

Ladri! Voi state ligi all’onor vostro, voi!

Cloache d’ignominia, quando, non sempre, noi

possiam star ligi al nostro. Io stesso, sì, io, io,

devo talor da un lato porre il timor di dio

e, per necessità, sviar l’onore e usare

stratagemmi ed equivoci, destreggiar, bordeggiare.

E voi, coi vostri cenci e coll’occhiata torta

da gatto-pardo e i fetidi sghignazzi, avete a scorta

il vostro onor! Che onore? che onor? che onor! che ciancia!

Che baia! Può l’onore riempirvi la pancia?

No. Può l’onor rimettervi uno stinco? Non può.

Né un piede? No. Né un dito? No. Né un capello? No.

L’onor non è chirurgo. Ch’è dunque? Una parola.

Che c’è in questa parola? C’è dell’aria che vola.

Bel costrutto! L’onore lo può sentire chi è morto?

No. Vive sol coi vivi?… Neppure: perché a torto

lo gonfian le lusinghe, lo corrompe l’orgoglio,

l’ammorban le calunnie; e per me non ne voglio!

Ma, per tornare a voi, furfanti, ho atteso troppo.

E vi discaccio.

Miglior commento alle spudoratezze di questi squallidi personaggi non saprei trovare. Fanno i furbi, abbozzano, evitano la seduta parlamentare, si mettono la Costituzione sotto i piedi, si occupano degli affari loro, tanto hanno i voti e il Parlamento non conta nulla, si sentono al di sopra di ogni sospetto, hanno un cosiddetto becco di ferro, in situazioni analoghe o addirittura molto meno gravi chiedevano a gran voce le dimissioni di loro colleghi/avversari, non hanno il minimo senso istituzionale.

Per tornare all’opera Falstaff, ricordiamoci che termina con una fuga sulle seguenti parole:

Tutto nel mondo è burla.

L’uom è nato burlone,

la fede in cor gli ciurla,

gli ciurla la ragione.

Tutti gabbati! Irride

l’un l’altro ogni mortal.

Ma ride ben chi ride

la risata final.

Al posto del mondo mettiamo pure l’attuale governo italiano, sicuri purtroppo che la risata finale non ci potrà essere, perché ci rimarrà in gola.

 

A carte scoperte sul traballante tavolo europeo

Non c’era fisicamente Marine Le Pen, alla kermesse romana dell’ultradestra europea organizzata da Salvini. Ma è arrivato da lei il fuoco d’artificio con cui la Lega apre la sua campagna elettorale. In un quadro di lotta fratricida, all’ultimo sangue, con Giorgia Meloni. Nel video mandato all’amico italiano, Le Pen si rivolge direttamente alla premier italiana: «Giorgia, sosterrai il secondo mandato di von der Leyen? Io credo di sì. E così contribuirete ad aggravare le politiche di cui soffrono terribilmente i popoli d’Europa».

E ancora: «Dovete dire agli italiani la verità, dire cosa farete dopo il voto. Sono convinta che in Italia ci sia un solo candidato a destra che si opporrà con tutte le forze a von der Leyen: è Matteo Salvini. Con la Lega eleggerete deputati che non vi mentiranno e fermeranno le politiche della decrescita, quelle contro gli agricoltori, quelle che vogliono imporci la sottomissione all’islamismo più radicale». (dal quotidiano “Il manifesto”)

Tutti i matti hanno le loro virtù. Matteo Salvini ha il merito di snidare l’equivoco filoeuropeo di Giorgia Meloni, riportando la campagna elettorale sul tema proprio dell’atteggiamento politico italiano nei confronti del futuro parlamento europeo.  Lo fa per motivi squisitamente elettoralistici, vale a dire nell’intento di recuperare voti a destra, cavalcando l’euroscetticismo rubato dalla borsetta demodé di Giorgia Meloni. Tuttavia fa un po’ di chiarezza e gliene dovremmo essere per certi versi grati.

È più rispettabile il sincero astio antieuropeo salviniano corroborato dal lepenismo francese oppure il cerchio-bottistico filo-europeismo di maniera sbandierato in giro per il mondo da Giorgia Meloni? È più giustificabile l’ansia di recuperare i voti scippati alla Lega rispetto alle ultime elezioni europee oppure l’intento di continuare a cannibalizzare l’alleato leghista isolandolo sulla scena europea e mondiale?

Matteo Salvini ci costringe a parlare, seppure in modo deteriore, di Europa, di immigrazione, di guerra russo-ucraina, delle inesistenti politiche europee, quando tutti pensano sovranisticamente ed esclusivamente all’Italia. Salvini mette i piedi nel piatto antieuropeo, Meloni mette le dita nella marmellata filoeuropea.

La leader di Fratelli d’Italia non può continuare all’infinito a giocare su due tavoli: quello più o meno orbaniano e quello più o meno vonderleyano; quello perbenista del centro popolare in cui si è infilata di sfruso (anche per rubare voti a Forza Italia) e quello della destra estrema a cui strizza l’occhio con tanto di nostalgie fascistoidi (per razziare la potenziale platea elettorale della Lega). Molto probabilmente finirà per portare acqua all’anormale mulino sinistra-destra-centro (acutamente ipotizzato dall’esperto di geopolitica Lucio Caracciolo), un modo per mandare la Ue a sbattere e/o finirà per adeguarsi al piattume bellicista indistinto e onnicomprensivo dell’Europa (impietosamente registrato dal giornalista Marco Travaglio).

Morale della favola: i padri fondatori dell’Europa unita, i federalisti veraci di un tempo si scaravolteranno nella tomba. Io mi rassegnerò all’ennesima astensione dal voto. Sì, perché sono alla ricerca di una forza politica che dica a livello europeo qualche parola di pace e che si schieri apertamente per una trattativa tra Russia e Ucraina. Speravo nei verdi, ma sono stato immediatamente deluso.

Soprattutto i Verdi accusano Scholz di essere timido e cedevole di fronte a una potenza autocratica, la Russia putiniana, che intende solo il linguaggio della forza e che punterebbe a scardinare ogni ordine regolato dal diritto internazionale, come se questo godesse nel mondo contemporaneo di una qualche, pur minima, salute. (dal quotidiano “Il manifesto” – Marco Bascetta))

I casi sono due. Io sono un sognatore che non si rassegna al “clima di riarmo drammatizzato e alimentato a gran voce da Ursula von der Leyen,in cui la guerra e i suoi dintorni rappresentano per alcuni una benedizione economica che consente di rimpinguare con generose commesse pubbliche i profitti privati dell’industria bellica nella Germania in recessione, senza commettere sacrilegio nei confronti della dottrina liberale. La quale peraltro non arretra di un passo nella strenua difesa di quel “freno all’indebitamento” che imporrebbe di sottrarre al Welfare le risorse destinate all’economia di guerra” (ancora dal quotidiano “Il manifesto” – Marco Bascetta).

Diversamente il bellicismo è davvero imprescindibile e bisogna rassegnarsi a ingoiarlo prima e dopo i pasti principali. Non mi adeguerò mai, anche a costo di morire di fame pacifista.

 

 

Chi rompe senza pagare e chi raccoglie i cocci nell’interesse generale

Ieri la Pec di Roberto Salis, il papà di Ilaria, al Quirinale. Questa mattina la telefonata del capo dello Stato. C’è un padre disperato. E c’è il capo dello Stato che capisce il suo stato d’animo. Che esprime con parole nette la sua vicinanza. Che confida di aver sperato in giornate diverse. Mattarella ha «ribadito la sua vicinanza personale a me e alla famiglia e mi ha garantito il suo personale interessamento al caso». Non c’è molto di più. Ma dal Colle filtra la conferma della volontà del capo dello Stato a fare quello che è nelle sue possibilità. Non ci sono grandi spazi operativi perché quello tocca al governo. Ma c’è attenzione. Salis è colpito e toccato dalla velocità della risposta dell’inquilino del Quirinale. Ringrazia Mattarella. «Mi ha risposto in meno di 24 ore e ha dimostrato sensibilità e vicinanza al dramma che sto vivendo con la mia famiglia», confida Salis. Poi ancora un particolare dal Colle. Salis spiega che con la sua lettera voleva segnalare la disparità di trattamento tra due cittadini italiani. Mattarella gli risponde che si tratta della differenza del nostro sistema ispirato ai valori europei e quello ungherese. E che questa disparità colpisce la nostra opinione pubblica. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Mentre i membri del consiglio dell’istituto comprensivo statale Iqbal Masih di Pioltello, nel Milanese, difendono la decisione di confermare la chiusura il prossimo 10 aprile in occasione della festa per la fine del Ramadan, arriva anche l’intervento del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella ha risposto, infatti, alla lettera inviatagli da Maria Rendani, vicepreside dell’Iqbal Masih, che nei giorni scorsi lo aveva invitato a visitare l’istituto al centro della bufera politico mediatica. “Apprezzo il vostro lavoro”, ha detto il Capo dello Stato. “Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla, desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo”. È questo il messaggio di Mattarella indirizzato alla vicepreside. La stessa Maria Rendani che ha ricevuto proprio da Mattarella, nel giugno del 2022, l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana per avere “favorito l’integrazione nella sua scuola di Pioltello”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

 

Quei manganelli usati contro i ragazzi che partecipavano ai cortei pro-Palestina a Pisa “esprimono un fallimento”. È la presa di posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che all’indomani delle violenze della polizia sugli studenti che manifestavano – 11 giovani sono rimasti feriti – ha deciso di telefonare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per sottolineare che “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza”. A riferire della telefonata tra il Colle e il Viminale era stata una nota dell’ufficio stampa del Quirinale: “Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni”, si legge. Poi il monito: “Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”. (da “Il Fatto Quotidiano)

Tre episodi, citati in ordine temporale decrescente, di intervento istituzionale del Presidente Sergio Mattarella, in corretta ma netta controtendenza rispetto ai comportamenti ed agli atteggiamenti del governo Meloni. Sono autentiche lezioni di fedeltà costituzionale, di lealtà democratica e di “alta” interpretazione del sentimento degli italiani. In tutti i tre casi si è notata l’imbarazzata, silenziosa o balbettante reazione. Qualche organo di stampa ha maldestramente provato a replicare, mettendo ancor più in rilievo la differenza sostanziale di levatura istituzionale, morale e politica tra il Capo dello Stato e l’attuale governo. Due stili diversi al di là delle differenti prerogative e funzioni. Meno male che c’è Mattarella, non per risolvere i problemi (non è compito suo), ma per riportarli nel clima di unità nazionale (di cui è interprete costituzionale).

Sì, perché in Italia, politicamente parlando, si sente sempre più il desiderio di serenità di vita, pur tra i normali contrasti di opinioni e di posizioni. Mentre i partiti di maggioranza fanno di tutto per dividere e conflittualizzare gli italiani, rompendo senza pagare (anzi aumentando sondaggisticamente i consensi), il Presidente Mattarella interviene, raccogliendo continuamente, fin dove possibile, i cocci. È diventato l’unica e credibile coscienza critica, un vero e proprio alter ego istituzionale. Resta da capire come mai i cittadini gli riservino tanta attenzione e tanta adesione in netto contrasto con il voto da essi espresso.

Provo a ipotizzare un motivo di questa apparente dicotomia popolare. Forse Mattarella presta voce autorevole alla (sempre più) grave perplessità degli italiani rispetto alla classe politica che li governa e li rappresenta, a quella maggioranza silenziosa che non va al voto, a quei milioni di cittadini in cerca di politica vera. Lui ha provato a fare questa azione di recupero promuovendo l’esecutivo guidato da Mario Draghi, ma poi purtroppo la cattiva politica ha preso il sopravvento e a Mattarella non è rimasto altro che tentare una moral suasion coordinata e continuativa. Batti oggi, batti domani, chissà…

I suoi interventi sono per tutti autentici capitoli di un manualetto di educazione civica. Quando si è presuntuosamente ignoranti, occorre un bagno di umiltà ed è purtroppo quello che non riesce a fare chi ci sta governando. Speriamo che lo facciano gli italiani, tornando alle urne (il sottoscritto per primo) e tentando di riportare la politica al suo posto e mettendo i problemi al primo posto per abbandonare le nostalgie, le illusioni, le scorciatoie, le furbizie e le “balle che stanno in poco posto”.

 

 

 

 

 

Se il PD c’è, faccia battere un colpo a Tarquinio

“Tra le cose che leggiamo sui giornali, ormai da mesi, sulle liste per le elezioni europee, si ventila anche la possibilità che Marco Tarquinio, giornalista esperto e opinionista dalle posizioni nette e note, venga candidato dal Pd. I giornali sottolineano sia la sua linea contraria all’autodifesa dell’Ucraina, sia le affermazioni a sostegno della famiglia tradizionale e contro il diritto di abortire in modo sicuro. Sull’Ucraina, il Pd si è sempre schierato a sostegno di Kyiv, votando per l’invio delle armi”. Lo scrive su Facebook la deputata del Pd Lia Quartapelle.

Quartapelle sottolinea le contraddizioni nel suo post: “Nel manifesto elettorale del Pse, il partito europeo di cui facciamo parte, è scandito con chiarezza che non faremo mancare il sostegno a Kyiv. Faremo anche quel che è necessario perché l’UE nei prossimi anni si assuma maggiori responsabilità per la propria sicurezza e difesa, attuando una forte politica di sicurezza e di difesa comune europea che operi in modo complementare alla NATO e sostenendo lo sviluppo dell’industria europea della difesa. Per quanto riguarda i diritti civili, nella legislatura europea che va concludendosi, il PD si è impegnato perché venga riconosciuto in tutta Europa, Italia inclusa, il certificato di genitorialità anche per le coppie dello stesso sesso, e perché il diritto all’aborto sia inserito nella Carta europea dei diritti. Nei prossimi anni lavoreremo per garantire alle donne in Europa un pieno accesso ai diritti sessuali e riproduttivi, incluso il diritto ad abortire, rafforzare le strategie UE per la parità di genere e per l’uguaglianza delle persone LGBTIQ”.

La dem si chiede se Tarquinio possa condividere il programma di lavoro che il Pd si è dato per i prossimi anni: “Ci chiamiamo Partito Democratico, e ne siamo orgogliosi. Il percorso delle candidature alle europee deve rispettare la natura di partito e il fondamento democratico della nostra identità. Se si vuole imporre un cambiamento di rotta politica, lo si faccia apertamente, con una discussione esplicita negli organismi di partito deputati, non con le candidature. Allo stesso modo, non si venga meno alla funzione dei partiti, quella di selezionare la classe dirigente, come ha giustamente detto Simona Malpezzi. Scegliere solo donne esterne per guidare le nostre liste, combinata con la possibilità della candidatura della segreteria in tutte le circoscrizioni, andrà a detrimento delle tante donne del partito, pronte a fare questa battaglia in prima persona. Questa è una questione di partito, non è solo una questione delle donne”. (da HUFFPOST)

Un simile cumulo di sciocchezze da parte di un esponente politico di sinistra era da tempo che non lo ascoltavo. È proprio vero che il mio destino politico-elettorale non riesce a trovare un minimo di riscontro positivo nel Partito democratico. Quando si profila un piccolo barlume di luce e di speranza, immediatamente v’è chi lo spegne senza pietà. La candidatura di Marco Tarquinio nelle liste elettorali europee del Pd è da me considerata come una proposta molto seria da salutare con grande favore per tanti motivi. Rispondo a caldo alle faziose e, per certi versi, sorprendenti argomentazioni di cui sopra con un mio articolato e brevissimo discorso.

Prima di tutto costituirebbe un arricchimento culturale di questo partito, che da tempo sembra aver smarrito la propria identità anche perché la cerca in se stesso e non nelle aree culturali e sociali di riferimento storico.

Nel caso di Marco Tarquinio saremmo in presenza della cultura cattolica pacifista (quella espressa ripetutamente e coraggiosamente da papa Francesco), che finalmente toglierebbe il Pd dalle secche del mero appiattimento sullo schema occidentale (leggi Nato e Ue asservita alla Nato e agli Usa). Si comincerebbe a respirare una boccata d’aria aprendo una finestra sulla politica di pace.

In secondo luogo il Pd si arricchirebbe facendo riferimento alla dottrina sociale della Chiesa interpretata modernamente e apertamente: non è un caso che la candidatura di Tarquinio sia appoggiata dalla Comunità di Sant’Egidio, vale a dire dal mondo cattolico progressista impegnato nel sociale e nel politico. Il partito democratico si metterebbe in ascolto e in collaborazione col mondo cattolico la cui anima doveva essere una delle componenti fondamentali costitutive del partito, purtroppo malauguratamente persa negli ultimi anni.

Il tutto avverrebbe poi, non nel chiuso degli organigrammi di partito, ma nella prospettiva di una presenza nelle Istituzioni europee, finalmente indirizzate ad una vera integrazione fra gli Stati-partner e alla proposizione di una politica internazionale di dialogo e di pace.

E vengo al punto più delicato che irrita le sensibilità laiciste riconducibili alla galassia LGBTIQ. Ammetto francamente che la linea etico-politica a cui Marco Tarquinio fa riferimento non mi convince, però non ho la presunzione laicista di essere nel giusto e ritengo che solo nella sintesi politica seria, dialogica e rispettosa della vita umana possano trovarsi le risposte alle problematiche relative ai diritti civili.

Chiudere la porta in faccia a Marco Tarquinio accampando strumentalmente penosi motivi identitari, di linea politica e di vita partitica sarebbe un gravissimo errore. Che questi atteggiamenti vengano da donne impegnate nel Pd mi fa oltre modo dispiacere.

Qual è l’identità del PD? Non la vedo se non ritornando alla costituzione del partito di cui la cultura cattolica progressista doveva essere un elemento basilare.

Qual è la linea politica del PD? Non la vedo se non nelle battaglie contro la guerra, contro la povertà, contro l’egoismo sociale, a favore di un ecologismo integrale.

Qual è la struttura democratica interna al Pd? Non la vedo se non nel recupero di un pluralismo interno e in un dialogo proficuo tra le culture e le rappresentanze di riferimento.

Credo che Tarquinio potrebbe dare una mano a ritrovare il filo del discorso, partendo, come ormai è più che doveroso fare, dalla dimensione e dal livello europei. Spero, anche se non ho molta fiducia. La chiusura nei confronti di Tarquinio sarebbe per me e per molti una delusione forse decisiva. Se è vero che “mai dire mai”, la candidatura di Tarquinio potrebbe diventare “l’ora o mai più”.

 

 

 

L’assurdo bilancino scolastico

Il 20 per cento o meno della metà? La percentuale massima di alunni stranieri nelle classi italiane continua a interrogare la politica, strascico della vicenda di Pioltello. Se una scuola densamente popolata da alunni musulmani ha ritenuto di chiudere nel giorno conclusivo del Ramadan proprio perché le aule sarebbero state comunque vuote, ecco che si ricomincia a ragionare su “tetti” e “quote”. Ma quale potrebbe essere una equilibrata distribuzione delle presenze per una didattica che da una parte non penalizzi gli alunni italiani e dall’altra garantisca una corretta integrazione? Le ricette divergono. (dal quotidiano “Avvenire”)

Al solo pensare a simili regole mi vengono i brividi. Ci vogliamo mettere in testa che la presenza degli stranieri è una realtà imprescindibile e per certi versi molto favorevole? Anche su questo tema sto dalla parte di papa Francesco, che chiede pressantemente di “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti”.

Se non vogliamo ascoltare il papa, diamo almeno un po’ di attenzione a quanto emerge dai dati Istat: “Gli stranieri nel 2023, oltre a contrastare il calo della popolazione con un saldo migratorio che compensa, quasi del tutto, il saldo naturale negativo, contribuiscono a rallentare il processo di invecchiamento”. Siamo chiusi in un egoistico recinto e abbiamo la presunzione di vivere sempre più soli, sempre più vecchi e sempre più disperati.

Il caro e indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia, operava evangeliche provocazioni liturgiche. I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile.

Il Vangelo e tutta la Bibbia, dietro cui si nascondono molti benpensanti cattolici, insegnano ad accogliere lo straniero che deve essere considerato sacro (ero straniero e mi avete accolto…).

La Costituzione riconosce espressamente agli stranieri (anche agli stranieri non presenti regolarmente nel territorio italiano) parità di trattamento con il cittadino italiano per la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi; penso che fra i diritti ci sia quello all’istruzione senza discriminazioni di sorta.

E noi stiamo a disquisire sulla modica quantità, come per le droghe. Lasciamo perdere! Oltre tutto sono battaglie di retroguardia, perse in partenza. Preoccupiamoci di integrare al meglio i bambini stranieri a livello scolastico e non consideriamoli come una medicina amara da ingoiare dopo averla dosata.

Il ministro dell’istruzione non perde occasione per affrontare i problemi nel modo sbagliato. Ne ha già dette e fatte di tutti i colori. Basta! Faccia il ministro e non l’agit-prop del centro destra e della sua visione sociale asfittica.

Dal punto di vista burocratico-amministrativo un tetto di presenze in caso di alunni con ridotta conoscenza dell’italiano esiste già, è al 30% ed è contenuto in una circolare del 2010 dell’allora ministra Gelmini, che ammetteva però deroghe.

Chiudo dando un occhio ai dati del fenomeno degli stranieri a scuola come pubblicato sempre dal quotidiano “Avvenire”. Le scuole italiane nel 2022/23 erano frequentate da circa un milione di studenti con cittadinanza non italiana, l’11,3% del totale degli iscritti. L’anno precedente erano 865.388. Un terzo è inserito alle elementari, il 19% alle medie e il 21% alle superiori. Le scuole del Nord-Italia ospitano più della metà degli alunni stranieri, e la Lombardia da sola ne totalizza il 25% (238.254). Ultima notazione: il 67 degli alunni con cittadinanza non italiana è nato… in Italia.

La questione può essere affrontata in modo costruttivo e senza alcuna ansia emergenziale e pseudo-culturale. Ricordiamoci di cosa dice il Papa: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Il di più viene dalle farlocche difese identitarie di Salvini e dalle nostalgiche smanie nazionalistiche di Meloni, a cui troppa gente fa attenzione e dà ascolto.

 

 

Col Salis sulla coda

Rivedere ancora, dopo le crude immagini di fine gennaio, l’ingresso di Ilaria Salis in ceppi, tirata al guinzaglio come un animale nel tribunale di Budapest è qualcosa che non può lasciare indifferenti, quali che siano i capi d’imputazione o la “pericolosità” attribuita dai giudici magiari a una signora lombarda di 39 anni. Di più: il fatto che tale scena avvenga in uno Stato aderente all’Ue (e che pur condividendone i principi fondanti, non è nuovo a censure per violazioni dei diritti umani), inquieta e lascia l’amaro in bocca, tanto da spingere il padre Roberto ad un appello accorato al Quirinale.

Ciò detto, però, non si può non riservare alcune considerazioni rispetto all’eccesso, attorno al caso Salis, di una «politicizzazione», per dirla col vicepremier italiano Antonio Tajani, che non aiuta e anzi fomenta un contesto ambientale che potrebbe incidere, se non lo sta già facendo, sui risvolti giudiziari. (dal quotidiano “Avvenire”)

Il grande Enzo Biagi citava spesso un aneddoto in cui una madre premurosa e perbenista, di fronte alla giovanissima e nubile figlia incinta, ammette con la gente: “Sì, è incinta, ma solo un pochettino…”.

La questione Ilaria Salis è politica? Sì, no, solo un pochettino! Ma fatemi il piacere. Questa persona è in galera per motivi politici: ha osato scontrarsi con i nazifascisti che imperversano in Ungheria. Sembra che li abbia menati. Cosa doveva fare? Offrirgli una camomilla calda?

Il premier ungherese Orban se ne frega altamente della sorte di Ilaria Salis: gli interessano molto di più i gruppi nazifascisti che gli fanno da sponda. È sotto accusa per violazione dei diritti delle persone al fine di consolidare il suo potere. È un ricattatore bello e buono nei confronti dell’Unione europea: porta a casa i vantaggi e fa il furbo sui sacrifici.

Questo signore è corteggiato dalla premier italiana, è un suo amico, non si capisce fino a che punto. E allora non lo si può disturbare più di tanto. Non si può dire la verità perché fa male anche a noi.

La questione è formalmente giudiziaria, ma sostanzialmente politica. Se Ilaria Salis aspetta la libertà o comunque un giusto processo in condizioni di libertà provvisoria dal ministro Tajani, fa in tempo a mettere le radici nel carcere ungherese. Lo ha capito benissimo suo padre, che infatti intende rivolgersi direttamente a Sergio Mattarella.

E tutti a discutere se sia meglio tacere e trattare sotto traccia oppure prendere Orban per le corna. Quando si tace di fronte alla prepotenza e alla palese violazione dei principi democratici si sbaglia sempre e comunque, perché arrivano puntualmente ulteriori e gravi violazioni.

Ma come fa il governo italiano a fare la voce grossa? Non ne ha la capacità e la voglia. Ilaria Salis è capitata in una situazione molto aggrovigliata, dove nessuno ha il coraggio di partire dal bandolo della matassa. Lei questo coraggio bene o male ce l’ha avuto, gli altri no.

La narrazione che va per la maggiore è quella del “se l’è cercata”. Anche noi italiani il governo Meloni ce lo siamo cercati e ce lo teniamo più o meno stretto. Cosa volete che sia una italiana in carcere? Meglio la sua carcerazione che un grave incidente politico-diplomatico a carico di chi, fra l’altro, non sa neanche dove stia di casa la diplomazia e, politicamente parlando, è d’accordo con l’amico autocrate che si tiene ben stretto l’ostaggio.