A scuola di opposizione

Il consigliere della Corte dei Conti Marcello Degni non è affatto pentito delle sue parole sul centrodestra da «far sbavare di rabbia» sulla «manovra blindata». Tanto è vero che non ha cancellato il post su X indirizzato a Elly Schlein per criticare il mancato ostruzionismo sulla Legge di Bilancio. Ma nei confronti del consigliere revisore per Lombardia e regioni autonome la Corte dei Conti ha annunciato l’adunata urgente del Consiglio di presidenza «per le valutazioni di competenza». Adesso, fa sapere in un’intervista a La Stampa, sta preparando una relazione per giustificare le sue azioni. Ma intanto, dice, «più ci penso e più sento di aver fatto la scelta giusta».

Perché, spiega Degni a Flavia Amabile, ha solo espresso un rammarico visto che l’opposizione «avrebbe potuto sfruttare di più gli strumenti del diritto parlamentare per marcare meglio la maggioranza sulla manovra». Voleva soltanto difendere «il ruolo del Parlamento». Mentre l’esercizio provvisorio che ha invocato «non avrebbe creato problemi all’Italia ma al governo, all’interno di una normale dialettica con la maggioranza. Che cosa dovremmo dire allora sulla bocciatura del Mes e sui danni che provoca all’Italia?». Dice poi di essersi espresso «come Marcello Degni, non come giudice della Corte dei Conti». Sottintendendo che nel momento in cui ha scritto il post su X non stava esercitando le sue funzioni. Per i magistrati è d’obbligo essere imparziali soltanto quando si trovano nell’esercizio delle funzioni, è il ragionamento di Degni.

E infatti lo spiega subito dopo: «Io credo che un magistrato abbia il diritto di esprimere le sue posizioni purché non si trovi di fronte a una questione che incide su una sua azione diretta e purché lo faccia in modo rispettoso come ho fatto io argomentando su una questione di cui mi occupo». Infine, Degni spiega anche che la sua non era una critica dalla maggioranza: «Dall’opposizione mi sarei aspettato la presentazione di mille emendamenti che avrebbero costretto il governo a decidere il voto di fiducia. In quel caso ci sarebbe stato un dibattito e si potevano sfruttare tutti gli spazi per rallentare l’approvazione della manovra. La maggioranza sarebbe stata costretta a rinunciare al cenone per approvare in tempo la legge di bilancio – e in alcuni casi a dire la verità sarebbe stato anche preferibile – ma si poteva sollevare la questione di un metodo che da anni non dà al Parlamento la possibilità di esprimersi». (da open online)

Sinceramente non so se dichiarazioni politiche in libertà siano o meno consentite ad un consigliere della Corte dei Conti, ma nel merito mi permetto di essere perfettamente d’accordo con lui. C’erano solo due punti d’attacco parlamentare contro la manovra di bilancio impostata dal governo. Nel contenuto occorreva concentrarsi sulla sanità, chiedendo che tutte le poche o tante risorse disponibili fossero indirizzate a questo settore, che piange e fa piangere indistintamente tutti gli italiani, i quali, prima o dopo, di destra o di sinistra, vanno a sbattere contro le drammatiche carenze e disfunzioni di un vergognoso sistema sanitario pubblico. Sarebbe stata una battaglia facilmente compresa e certamente condivisa da tutti i cittadini al di là delle loro convinzioni politiche e partitiche.

Nel metodo, dopo avere individuato e spiegato l’obiettivo contenutistico di cui sopra, si sarebbe potuto tranquillamente fare ricorso all’ostruzionismo parlamentare, creando non pochi problemi alla maggioranza: una sanità un po’ più adeguata val bene un ostruzionismo ben motivato e fatto. Un’opposizione seria e decisa fa così e non si limita al solito ritornello della richiesta di dimissioni dei vari personaggi, che cascano continuamente su indegne bucce di banana a livello etico e politico. Ultimo di questi è il parlamentare di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo con la sua performance vergognosa al veglione di capodanno. Sicuramente questi signori si dovrebbero dimettere, ma forse tatticamente è meglio lasciarli fare, anche se il discredito sulle istituzioni è sempre più grande.

Concludendo, mi sembra che Marcello Degni abbia dato una bella lezioncina al PD, che dovrebbe smettere di fare l’opposizione di comodo per attaccare veramente il governo e la sua maggioranza sui nervi scoperti (e Dio solo sa quanti ne abbiano).

Forse Giorgia Meloni e il suo partito stanno scherzando col fuoco: l’episodio del parlamentare che mostra maldestramente un’arma che finisce col ferire un malcapitato alla festa ne è l’emblematica e ridicola dimostrazione. L’opposizione è perfettamente inutile che soffi sul fuoco, meglio occuparsi della pelle dei cittadini a rischio sanità.

 

Il freezer liturgico

Ricordo con piacere di avere conosciuto un intelligente ed impegnato sacerdote gesuita che teneva un atteggiamento intransigente di fronte ai disturbatori delle messe (quelli che chiacchierano e lasciano vociare e scorrazzare i loro bambini), ai lettori improvvisati (quelli che leggono la Parola di Dio come se scorressero un giornale), a tutti coloro che ostentavano comportamenti censurabili (pose sconvenienti, ritardi, fughe anticipate, etc. etc.). Un giorno provai a capire meglio questa severità e mi venne risposto che un sacerdote deve difendere la serietà ed autenticità della messa dagli attacchi dei pressapochisti di turno. Me ne sono ricordato leggendo la notizia di cui sotto.

I fedeli che domenica mattina stavano assistendo, nel Duomo di Torino, alla Santa Messa celebrata dall’arcivescovo, monsignor Roberto Repole, sono stati testimoni di un’azione a opera di un gruppo di attiviste di Extinction Rebellion, il movimento ambientalista globale noto per iniziative di sostegno alla causa climatica attraverso manifestazioni di disobbedienza civile eclatanti, come i blocchi del traffico o l’imbrattamento di monumenti. Questa volta, però, ad essere interrotta è stata una funzione religiosa. Le attiviste si sono confuse tra i fedeli tra i banchi del Duomo di Torino, poi, prima che monsignor Repole iniziasse l’omelia, si sono alzate in piedi e, a una a una, hanno letto alcuni passi dell’enciclica “Laudato sì” e dell’esortazione apostolica “Laudate Deum”.

L’arcivescovo le ha lasciate parlare. Ma ha stigmatizzato l’accaduto. «Ho grande stima per chi si mobilita per la difesa del Creato e accoglie gli appelli di Papa Francesco, apprezzo l’impegno in questo senso delle attiviste di Extinction Rebellion, ma mi è dispiaciuto che abbiano ritenuto di prendere la parola in Duomo senza prima volermene parlare e chiedere se potevano intervenire – ha detto monsignor Repole -. Avrei risposto che a Messa si prega spesso per la pace e per la salvaguardia del Creato, ma la celebrazione eucaristica non è un momento idoneo a ospitare interventi pubblici: ho inizialmente lasciato che le attiviste parlassero; poi ho chiesto che terminassero perché la Messa è un momento di preghiera e in quanto tale dev’essere rispettata, anche e soprattutto da coloro che dichiarano di voler operare nel rispetto di tutti». (dal quotidiano “Avvenire”)

Non ho trovato alcuna analogia tra la sacrosanta intransigenza del padre gesuita di cui sopra e la piccata insofferenza del vescovo di Torino. La messa non è una parodia a cui assistere distrattamente, ma non è nemmeno un rito asettico e sganciato dalla realtà. Introdurre nel contesto liturgico forti richiami ai problemi sociali, forti provocazioni alla comunità orante non mi pare sconveniente e dissacrante. Anzi! Non si disturba la preghiera se la si colloca in un contesto aperto ai problemi sociali. Quanta genericità nelle intenzioni della preghiera dei fedeli, snocciolate in un bla-bla routinario! Ben vengano intenzioni che scuotano le coscienze e invitino alla riflessione.

L’occasione è propizia per parlare un po’ di liturgia. Lo faccio in un periodo di snocciolamento liturgico nel periodo natalizio, in contrasto con i solti spettacolari ambaradan vaticani, alla luce degli insegnamenti del caro ed indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia, che non aveva paura di aprire la liturgia alla vita, ma temeva al contrario di farne una occasione routinaria, un rito formale e pappagallesco, lontano dai drammi e dalle tragedie della vita concreta.

Innanzitutto riusciva a creare un palpabile clima di familiarità fatto di piccoli atteggiamenti capaci però di integrare tutti nella comunità: il saluto ad personam dell’accoglienza e del congedo, il buongiorno iniziale (ne ha tutto intero il diritto d’autore, il papa lo ha adottato anni e anni dopo), l’applauso alla Parola di Dio, il Padre Nostro recitato mano nella mano e motivato dalle ansie ecclesiali, mondiali e locali, i ragazzi stretti intorno all’altare a leggere con lui una parte del canone e ad innalzare assieme a lui il pane ed il vino dopo la consacrazione, l’omelia intensa e calata nella vita, il chiamare per nome le persone per farle partecipare e coinvolgerle, il chiedere continuamente adesione e condivisione, invitare l’assemblea a ripetere, anche più volte e ad alta voce, le frasi evangeliche più significative, la presenza attiva come ministranti degli immigrati ospiti della casa di accoglienza,  la forte connotazione femminile dell’assemblea (mancava solo la ciliegina sulla torta, l’atto finale del sacerdozio per le donne, che non dimenticava mai di auspicare). Tutto serviva a sgelare, a “sgessare” la ritualità, riconducendola alla spontaneità: si trattava del coraggio di fondere il sacro con la vita.

Quando durante le celebrazioni entrava in chiesa qualcuno, veniva immediatamente invitato a partecipare o, in caso negativo, ad uscire: poteva sembrare un gesto di scortesia, di esagerato rispetto alla liturgia, di presuntuoso giudizio sul devozionismo altrui. No, c’era il coraggio appunto di fondere il sacro con la vita (non con il profano come qualcuno malignamente pensava…). La partecipazione non è mai troppa!

I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Se, pertanto, fare politica in chiesa vuol dire affermarne la laicità ed auspicare l’ancoraggio ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, don Scaccaglia faceva politica. Provocazioni continue?! Sì, fatte in stile evangelico, in nome del più grande provocatore della storia, Gesù Cristo.

Purtroppo la concezione liturgica di don Scaccaglia fu tenuta sempre, più o meno, nel mirino episcopale, clericale e bigotto. Qualche volta il vescovo, in qualità di commissario ispettore più che di padre incoraggiatore, venne a verificare di soppiatto, tenendosi in disparte quasi per la paura di contaminarsi, cosa succedeva in quella chiesa zeppa di eretici, chissà cosa gli riferivano i benpensanti sulle “intemperanze” di questo prete.  Non piacevano certe “genialità”, ci si scandalizzava. Più volte fortunatamente registrai anche la reazione opposta, vale a dire di persone che venivano a curiosare e non trovavano nulla da ridire, anzi, si stupivano dello stupore… Lo sciocchezzaio imbastito contro don Scaccaglia si serviva, in modo oserei dire sacrilego, anche della messa. «Quelle non sono messe, sono comizi politici…» diceva qualcuno. Paradossalmente parlando, meglio una messa-comizio di una messa-dormitorio.

Siamo ancora lì a disquisire sulla liturgia. E poi ci chiediamo perché sempre meno persone partecipano all’Eucaristia. Teniamo rigorosamente le messe in freezer e poi vorremmo che i credenti fossero reattivi e pronti all’impegno. La messa non è solo preghiera, ma è sorgente, centro e culmine della vita cristiana a livello personale e comunitario. Oltre tutto mi piacerebbe sapere cosa penserà papa Francesco dell’atteggiamento episcopale, che ritiene le parole contenute nella Laudato si’ e nella Laudate Deum inopportunamente inserite nel contesto eucaristico.  Interventi pubblici, comizi papali? Ma fatemi il piacere… Forse varrebbe la pena di cambiare la frase di congedo: “La messa non è finita, andate e mettete tutto in discussione alla luce del Vangelo”.

 

 

L’algoritmo della guerra e l’arbitrio della pace

1° gennaio 2024, giornata mondiale della pace. Ho pensato di cedere la parola a due autorevoli personaggi e di riportare di seguito e a stralcio alcune loro profonde considerazioni, a cui aggiungerò il ritorno alla sconvolgente realtà contro la mistificazione operata dalle narrazioni correnti. Chiedo scusa per la lunghezza, ma penso valga la pena di leggere con calma e attenzione.

 

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica: il cuore nelle istituzioni

 

La violenza. Anzitutto, la violenza delle guerre. Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate. Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla. L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti. La guerra – ogni guerra – genera odio. E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti. La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza. E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia. Rifiutando il progresso della civiltà umana.

Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre. Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto. Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta. E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo. Macerie, non solo fisiche. Che pesano sul nostro presente. E graveranno sul futuro delle nuove generazioni. Di fronte alle quali si presentano oggi, e nel loro possibile avvenire, brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia. La guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni. Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano. È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace. Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità. Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti. Ma impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro.

Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole. Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone. Per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi. Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera. Dipende, anche, da ciascuno di noi.

 

Papa Francesco: il cuore non è un algoritmo

 

In questi giorni, guardando il mondo che ci circonda, non si può sfuggire alle gravi questioni etiche legate al settore degli armamenti. La possibilità di condurre operazioni militari attraverso sistemi di controllo remoto ha portato a una minore percezione della devastazione da essi causata e della responsabilità del loro utilizzo, contribuendo a un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra. La ricerca sulle tecnologie emergenti nel settore dei cosiddetti “sistemi d’arma autonomi letali”, incluso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale, è un grave motivo di preoccupazione etica. I sistemi d’arma autonomi non potranno mai essere soggetti moralmente responsabili: l’esclusiva capacità umana di giudizio morale e di decisione etica è più di un complesso insieme di algoritmi, e tale capacità non può essere ridotta alla programmazione di una macchina che, per quanto “intelligente”, rimane pur sempre una macchina. Per questo motivo, è imperativo garantire una supervisione umana adeguata, significativa e coerente dei sistemi d’arma. Non possiamo nemmeno ignorare la possibilità che armi sofisticate finiscano nelle mani sbagliate, facilitando, ad esempio, attacchi terroristici o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime. Il mondo, insomma, non ha proprio bisogno che le nuove tecnologie contribuiscano all’iniquo sviluppo del mercato e del commercio delle armi, promuovendo la follia della guerra.

Così facendo, non solo l’intelligenza, ma il cuore stesso dell’uomo, correrà il rischio di diventare sempre più “artificiale”. Le più avanzate applicazioni tecniche non vanno impiegate per agevolare la risoluzione violenta dei conflitti, ma per pavimentare le vie della pace. In un’ottica più positiva, se l’intelligenza artificiale fosse utilizzata per promuovere lo sviluppo umano integrale, potrebbe introdurre importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione e nella cultura, un miglioramento del livello di vita di intere nazioni e popoli, la crescita della fraternità umana e dell’amicizia sociale. In definitiva, il modo in cui la utilizziamo per includere gli ultimi, cioè i fratelli e le sorelle più deboli e bisognosi, è la misura rivelatrice della nostra umanità. Uno sguardo umano e il desiderio di un futuro migliore per il nostro mondo portano alla necessità di un dialogo interdisciplinare finalizzato a uno sviluppo etico degli algoritmi – l’algor-etica –, in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie. Le questioni etiche dovrebbero essere tenute in considerazione fin dall’inizio della ricerca, così come nelle fasi di sperimentazione, progettazione, produzione, distribuzione e commercializzazione. Questo è l’approccio dell’etica della progettazione, in cui le istituzioni educative e i responsabili del processo decisionale hanno un ruolo essenziale da svolgere.

 

Una sorta di raggelante controcanto proveniente da Costituente Terra – Raniero La Valle: la denuncia del freddo cuore della disinformazione

 

Abbiamo vissuto questo doloroso Natale con due catastrofi e una rivelazione. La prima è la catastrofe umanitaria. Secondo le ultime notizie giunte da Gaza, sono stati uccisi finora 21.110 palestinesi  tra cui 8.800 bambini, 6.300 donne, 3111 medici e personale sanitario, 40 addetti alla protezione civile e più di 100 giornalisti; 7.000 persone risultano disperse, 55.243 sono state ferite, 92 scuole e università,  115 moschee e tre chiese sono state distrutte insieme a decine di migliaia di case, 23 ospedali e 53 centri medici non sono più operativi, 102 ambulanze sono state attaccate, l’intera popolazione è  errante. Nemmeno è venuta meno la catastrofe in Ucraina e nel mar Nero.

La seconda catastrofe è quella del potere e dell’informazione in Israele, in Ucraina e in tutto l’Occidente. In Israele ieri il quotidiano Haaretz e il Canale televisivo 12, hanno informato che lo Shin Bet, il servizio segreto israeliano per l’interno, aveva saputo in anticipo che Hamas stava allestendo un attacco “significativo” a Gaza, mentre il famoso e accreditato giornalista americano Seymour Hersh ha scritto di aver appreso da un funzionario israeliano che Netanyahu aveva “visto e letto” le anticipazioni sull’attacco palestinese. Il New York Times da parte sua aveva parlato a fine novembre di questa informazione di cui disponeva Israele. L’ex responsabile italiano del controspionaggio e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, Marco Mancini (quello dell’incontro con Renzi) aveva a sua volta spiegato a TV 7 che era impossibile che Israele non avesse scorto Hamas preparare un attacco dato che vi stava per impiegare visibilissimi alianti a motore; come poi si è visto sono stati impiegati anche robusti bulldozer per aprire i varchi nella recinzione del confine. A ciò si può accostare  quanto sostenuto da Hamas, che gli attaccanti intendevano prendere ostaggi per riaprire la partita con Israele, e aspettandosi di incontrare una forte resistenza, avevano messo in campo molti uomini, scontando di perderne un gran numero (“martiri”); invece non hanno trovato difese, mentre attraverso i varchi così aperti hanno fatto irruzione molti altri palestinesi che, inferociti per i lunghi tormenti subiti ad opera del nemico, si sono abbandonati alla strage (1417  israeliani uccisi, mai tanti ebrei tutti in una volta dopo la Shoah).

Che Netanyahu avesse adottato la politica di non contrastare Hamas per indebolire l’autorità palestinese a Ramallah e porre fine all’idea di uno Stato palestinese, era cosa risaputa da tempo. Resta da chiarire il motivo per cui Netanyahu, ormai identificato da più lustri con lo Stato di Israele, pur sapendolo non abbia impedito l’azione terroristica a Gaza; e la ragione non può essere se non la “ragion di Stato” di provocare, grazie a quell’azione (non prevista però in quella dimensione dandosi per scontata la debolezza di Hamas) il casus belli che gli permettesse di sferrare l’offensiva finale per chiudere la “questione palestinese”.  Accusato perciò anche in Israele del disastro, Netanyahu ha risposto portando fino alle estreme conseguenze l’eccidio a Gaza (da lui stesso, accusato da Erdogan, paragonato al genocidio turco dei Curdi), e respingendo, perfino con Biden, ogni esortazione a interromperlo. A questo punto si è aggiunta la catastrofe della politica degli Stati Uniti, che dopo l’appello a Israele di non ripetere “l’errore” americano fatto dopo l’11 settembre, hanno votato contro la tregua all’ONU, mentre Biden, dopo una lunga infruttuosa telefonata con Netanyahu, ha penosamente dichiarato trattarsi di una “conversazione privata” e di non avere chiesto al premier israeliano il “cessate il fuoco”.

A questa catastrofe politica si aggiunge quella dell’Ucraina, a cui si è fatto credere di poter sconfiggere la Russia riconquistando la Crimea ed entrando nella NATO, e si trova ora con un popolo mandato al sacrificio, senza i dollari americani e le armi che deve perciò implorare dall’Europa, impeditane dal veto di Orban. 

 L’Occidente, dal canto suo, grazie anche al suo sistema mediatico, che ha un po’ mistificato e un po’ taciuto tutto questo, ha perduto così ogni fondamento nel vantare la superiorità dei propri valori e la sua pretesa di dominio sulle autocrazie e sul “resto del mondo”.

Queste le catastrofi. La rivelazione che ne è venuta è questa: che la guerra non è solo “una follia senza scuse”, come ha detto papa Francesco nel suo messaggio di Natale. È anche e soprattutto un suicidio per chi la intraprende, prima ancora che sconfigga il nemico o lo voti al genocidio; ciò è avvenuto con la Germania nazista, avviene con i sogni di gloria degli Stati Uniti e della loro NATO, avviene con Israele, avviene con l’Ucraina. Contro i fautori di guerra e chi fabbrica e li rifornisce di armi, dovrebbe essere questo l’argomento decisivo. Purtroppo però esso può funzionare con i popoli, non funziona con gli Stati e i loro apparati di governo. Finché noi glielo permettiamo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’assordante silenzio del Capo dello Stato

Come era facilmente prevedibile Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno di altissimo profilo morale e sociale non ha fatto riferimento al mondo della “politica” e conseguentemente non ha fatto alcun cenno all’eventuale riforma costituzionale in chiave presidenzialista (premier o capo dello Stato eletto direttamente dal popolo).

Troppo corretto e leale per lasciarsi trascinare in una bagarre istituzionale che lo vedrebbe comunque coinvolto: lo si potrebbe considerare infatti condizionato dall’interesse personale a mantenere intatta la propria carica a livello di poteri e di elezione. Ben altra eleganza e riservatezza rispetto a Giorgia Meloni che punta chiaramente a rafforzare i propri poteri ed a sfruttare l’onda dei consensi per una conferma col botto.

Sono convinto che il primo obiettivo dell’attuale maggioranza politica sia quello di sbarazzarsi di Sergio Mattarella, il vero e unico contraltare istituzionale e politico rispetto al governo, a cui l’opposizione fa solo il solletico, il sindacato fa solo stucchevole contrapposizione piazzaiola (senza piazza), l’Europa manda profumi, gli Usa riservano balocchi.

E allora cosa vuole questo ingombrante Mattarella? Facciamolo fuori alla svelta e in modo subdolo, perché gode di un certo seguito popolare. Teniamolo sulla corda rendendo precaria la sua situazione, logoriamolo a dovere sfruttando la sua innata ritrosia. Mantenerlo in carica fino alla scadenza del suo secondo settennato potrebbe essere estremamente pericoloso per la stima di cui gode a tutti i livelli, in Italia e all’estero, e per la capacità di ergersi a custode della Carta costituzionale.

I cittadini l’avranno capito? Quando si dà loro una scheda per votare, perdono la testa: le elezioni del post governo Draghi sono lì a dimostrarlo. Facciamo loro credere che contano, che decidono, che sono i protagonisti: per dirla con De Rita, i “casalinghi guardoni” abboccheranno e dimenticheranno facilmente meriti e competenze del capo dello Stato.

IL silenzio di Mattarella è troppo dorato per essere capito ed apprezzato, troppo assordante per essere ascoltato, troppo serio per essere compreso. D’altra parte in questa società dove prevale chi grida di più, forse l’unico modo per distinguersi è tacere.

Mio padre non era ambizioso, si accontentava dei risultati raggiunti con onestà e laboriosità, non recriminava, non invidiava nessuno, sapeva godere delle piccole (grandi) soddisfazioni della vita. Di fronte a certe carriere fulminanti, senza scandalizzarsi e senza particolare acredine, commentava così: «In-t-la vitta pr’andär avanti, purtróp, bizoggna lavorär äd gòmmod…Mi an sariss miga bón äd färol». Quando qualcuno si pavoneggiava e si dava un contegno, tenendo, come si suol dire, su le carte, ammetteva sconsolatamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti».

A lui piacerebbe molto Sergio Mattarella, anche se tremerebbe alla quasi scontata eventualità che lo volessero far fuori. Tremo anch’io, anche se ammiro il suo silenzioso coraggio per resistere alle varie derive e rispettare ed aiutare le persone che vengono prima dello Stato (detto dal Capo dello Stato fa un certo, oserei dire commovente, scalpore).

 

 

Da casalinghi guardoni a disturbati fascistoni

Gli italiani sono un popolo di casalinghi, schiavi della televisione e delle opinioni veicolate attraverso social e mass media. Lo sostiene Giuseppe De Rita, fra i fondatori del Censis, in una intervista a La Stampa, partendo dai dati dell’ultimo rapporto Censis-Auditel, il quale mostra come stia aumentando “la casalinghità della società italiana”: gli italiani “stanno bene in una dimensione di casalingo medio. È così che si formano il giudizio sul mondo esterno, attraverso quello che hanno visto con il televisore con uno schermo di oltre 50 pollici, dotato della migliore tecnologia possibile”. Sottolinea quindi che “la dimensione della soggettività è in aumento dagli anni Settanta. Gli italiani sono sempre di più dei casalinghi guardoni, soggetti ai flussi di opinione esterni. Per questo il modo in cui viene loro descritto il Covid, l’Ucraina o l’inflazione li colpisce particolarmente”, “viviamo sull’onda dell’opinione del giorno. In base a quello che ascoltiamo possiamo essere pessimisti o sostenere personaggi politici. È l’opinione che traina, non la realtà”, “è il problema di questo Paese. Tutti i cambiamenti politici degli ultimi anni sono avvenuti sulla base dell’onda dell’opinione. Da Berlusconi a Grillo, Salvini e ora Meloni non ci troviamo di fronte a rivoluzioni politiche ma alla capacità di singoli di gestire le onde. Silvio Berlusconi aveva i mezzi e li usava, Giorgia Meloni è stata molto abile a creare un tam-tam a partire dal libro ‘Io sono Giorgia’ fino a conquistare il potere”, “gli italiani dicono mi piace Meloni e non Salvini ma non sono in grado di valutare, per esempio, quanto Meloni possa incidere sul loro conto corrente o sul loro lavoro. Hanno un’opinione politica generica e seguono le onde al contrario di quanto accadeva in passato. Nessun politico della Dc si è basato sull’opinione quando si è trattato di creare l’Ue o di prendere altre decisioni di peso. Oggi invece se il politico si rende conto che una scelta può provocare un calo nei sondaggi si spaventa. É l’opinione che governa il Paese. A questo processo contribuiscono i mass media creando loro stessi un’onda di opinione su un argomento per settimane e poi passando all’onda successiva quando cala l’interesse. Anche noi che creiamo cultura collettiva dovremmo farci un esame di coscienza: andando avanti così resta il nulla”. E chiosa con un “magari” se tutto si riducesse in macerie morali: “Sarebbe la base per poter costruire di nuovo. Invece qui è stato distrutto qualcosa che si è auto-consumato lasciando un vuoto intorno”. (dall’agenzia giornalistica “9colonne”)

Pur rimanendo convinto che la sociologia sia l’elaborazione sistematica dell’ovvio, ammetto che anche l’ovvio così ben elaborato e presentato assume una sua valenza critica molto importante. Gli italiani effettivamente stanno diventando carne da macello mediatico: non si può spiegare diversamente la cotta che si sono presi per la Meloni. Il problema non sta però tanto nel potere mediatico, ma nel fatto che chi lo subisce non se ne renda nemmeno minimamente conto. Probabilmente di fronte a certe clamorose scivolate politiche dei preferiti non si vuole ammettere di avere commesso un errore di valutazione e si risponde con la penosa ricerca del nulla motivazionale, ripiegando semmai sul qualunquistico “così fan tutti o tutte”.

Paradossalmente il sondaggismo dimostra che stiamo morendo di sondaggismo: su di esso si operano le scelte politiche, su di esso si basa il consenso, su di esso si costruisce una sorta di politica virtuale che sfugge ad ogni e qualsiasi meccanismo di valutazione critica. Questo è il nuovo volto del fascismo!

Il problema e se e come si possa uscire da questo tunnel delle opinioni farlocche. Credo si debba innanzitutto fare un virtuoso bagno di passatismo: dobbiamo riuscire a comprendere come l’antifascismo fu proprio lo scatto di orgoglio critico contro la manipolazione della realtà. Siccome purtroppo la storia si ripete, oggi si impone la stessa rivolta: non violenta, ma impietosa nello spargimento di cenere sul capo di chi vota o non vota con la pancia e quel che segue.

Gli attuali governanti hanno paura non tanto del fascismo di cui tuttavia sono subdoli eredi, ma dell’antifascismo e quindi lo stanno devitalizzando e riducendo a battaglia anacronistica: il tutto viene giubilato e collocato negli scantinati della storia. I giovani non hanno cuore e sentimenti per scendere in cantina e restano a piano terra illudendosi di salire prima o poi ai piani alti; gli anziani preferiscono andare nell’attico da dove si osserva il sogno dell’ingiustizia fatta sistema e della guerra fatta pace.

Non è un caso che l’attuale governo abbia l’intenzione di infiltrarsi nella Costituzione depotenziandola dal di dentro, creando nei cittadini l’opinione che occorra ammodernare la Carta, mentre in realtà la si vuole strappare.  Le idealità che la Costituzione contiene sono l’unico antidoto alla dittatura mediatica strisciante e imperante. Di lì occorre ripartire! Non dai programmi che in fin dei conti sono tutti uguali o comunque possono essere considerati tali. I valori invece non possono essere mescolati e confusi, sono elementi discriminanti. Bisogna schierarsi!

Qualcuno ritiene snobisticamente che non valga la pena di radicalizzare lo scontro politico. Sono di idea diametralmente opposta: non ho paura di parlare di fascismo in casa dei neo-fascisti, di pacifismo in casa dei guerrafondai, di povertà in casa dei ricchi, di solidarietà in casa degli egoisti, di europeismo in casa dei sovranisti, di popolarismo in casa dei populisti, di socialismo in casa dei capitalisti, di democrazia in casa degli autocratici, di vere libertà in casa dei finti libertari. Creare macerie morali prima che politiche per costruire qualcosa di nuovo.

 

 

La procreazione imbastita

Maternità come «prima aspirazione femminile» e «missione». Un concetto da insegnare alle giovani generazioni, perché le ragazze vedano il diventare madri «un nuovo cool». Parole, pronunciate dalla senatrice Lavinia Mennuni (Fdi) durante una diretta tv, che hanno scatenato la bagarre politica con le opposizioni che parlano di frasi «offensive e pericolose» e di concetto di donna arretrata. A difendere la senatrice invece per lo più il suo partito per cui quelle parole sono una verità se si vuole evitare l’estinzione. (dal quotidiano “Avvenire”)

La maternità è un valore troppo grande per essere oggetto di assurde polemiche politiche. I valori più sono grandi e più non si insegnano, ma si devono testimoniare. È inutile negarlo, dietro le parole della senatrice Mennuni si intravede il fumo di una certa ideologia che poneva la maternità al servizio del regime: ora la si considera un presupposto per il mantenimento della specie. Se non è zuppa è pan bagnato!

Bisogna però essere altrettanto spietatamente obiettivi nell’intravedere in un certo concetto di emancipazione femminile una pura assuefazione ai falsi valori, peraltro maschilisti, che caratterizzano la nostra società. Sono solito così sintetizzare criticamente la battaglia in favore delle donne: si punta più alla parità di difetti che alla parità di diritti. La donna deve stare attenta a non cadere nella trappola consumistica spacciata come percorso di realizzazione delle proprie aspirazioni, così come non deve accettare il ritorno a schemi patriarcali spacciati come difesa della dignità femminile.

Anche la questione femminile rischia di entrare nel tritacarne manicheo della nostra società liquida, che mia madre originalmente, involontariamente, spontaneamente, superficialmente e “matusalmente” (da matusa) aveva a suo modo delineato: “J òmmi i vólon fär il dònni e il dònni i vólon fär j òmmi. Podrala andär bén”. Quanta ansiosa nostalgia, quanta graffiante ironia, quanta spietata critica e quanta inconsapevole ingenuità ci fossero in quelle parole è cosa difficile da calcolare; le butto lì tanto per dire, anche per divertirmi un po’. So che quanto detto da mia madre può essere equivocato in senso reazionario, ma fa lo stesso. Io voglio arrivare a ben altre conclusioni, vale a dire ad una emancipazione femminile al di là degli stereotipi consumistici e lontana mille miglia dalla maternità ricucita e dalla procreazione imbastita.

 

 

Guerra e guerra

L’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, nel quale sono state uccise più di 1.100 persone in territorio israeliano, “è stata una rappresaglia per l’uccisione nel gennaio del 2020 del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo della Brigata Qods degli stessi Pasdaran”. Lo ha detto Ramadan Sharif, portavoce dei guardiani della rivoluzione iraniana (Pasdaran), secondo quanto riportano media che citano l’agenzia di notizie iraniana Mehr. Soleimani, a lungo l’architetto della strategia militare iraniana nella regione, era stato ucciso quattro anni fa nell’aeroporto di Baghdad in Iraq da un drone militare statunitense.

Sharif ha detto ancora che Teheran “risponderà” dopo che lunedì è stato ucciso in Siria un comandante dei guardiani della rivoluzione. “Queste vendette continueranno in luoghi e momenti diversi”, ha proseguito.

Hamas è però intervenuta per smentire l’affermazione dei pasdaran iraniani. “Neghiamo – si legge in comunicato citato dai media – quando riferito riguardo l’operazione e i suoi motivi. Abbiamo sottolineato più volte i motivi, il principale dei quali la principale è stata la minaccia alla moschea di al-Aqsa (Spianata delle Moschee, ndr). Ogni risposta della resistenza palestinese è una reazione all’occupazione e all’aggressione al popolo palestinese e ai luoghi santi”.

Ieri In un intervento alla Commissione parlamentare per la sicurezza e la difesa, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant aveva detto che Israele è attaccato su sette fronti, e che su sei di essi ha già reagito. “Siamo stati attaccati – ha rilevato – da Gaza, Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Yemen ed Iran”. “Abbiamo reagito ed operato contro sei di quei fronti”, ha aggiunto, senza tuttavia menzionare quali di essi fosse il settimo, per alcuni alludendo proprio a Teheran. “Voglio dirlo in maniera esplicita: chiunque opera contro di noi rappresenta un obiettivo potenziale. Non c’è immunità per alcuno”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Quando si dice “come (non) cambia il mondo… Un tempo si facevano i salti mortali dell’ipocrisia per addossare al nemico la colpa dell’inizio delle guerre, oggi ci si accapiglia per aggiudicarsi il “merito” di averle scatenate.

Evidentemente la guerra ce l’abbiamo nel sangue! Proprio oggi la Chiesa cattolica celebra liturgicamente i Santi Innocenti, la schiera degli innocenti inaugurata dalla brutalità di Erode. La storia è piena di personaggi in stile erodiano e di vittime della violenza in stile realpolitik. Davanti al sangue innocente ci meravigliamo. Di cosa? Siamo tutti più o meno colpevoli, non facciamo finta di essere buoni. Abbiamo almeno il coraggio di ammettere il disastro che stiamo combinando.

Non voglio però insistere in questa sede su riflessioni di carattere etico-religioso, ma intendo farmi una domanda a livello di politica internazionale: possibile che tutti assistano, più o meno imbarazzati, a questo gioco al massacro non solo e non tanto giustificato da contese territoriali, ma addirittura rivendicato come modo per equilibrare un disordine accettato come connaturale ai rapporti fra i popoli?

L’Iran vuole fare la parte del leone, Hamas ostenta la parte della tigre, Israele punta ad essere comunque il re della foresta bellica. Non voglio guardare alle cosiddette grandi potenze a cui forse giova questo clima di coesistenza bellicista. Resto in Italia. Possibile che nessuno azzardi un serio ragionamento di pace al di là delle schematiche e superficiali partigianerie? Possibile che non si possa essere che filo-israeliani e filo-ucraini a prescindere? Possibile che la politica internazionale venga ridotta a becero tifo da stadio?

Il poeta Andrea Chénier, nell’omonima opera di Umberto Giordano, ambientata ai tempi della rivoluzione francese, di fronte al lusso sfrenato e provocante di una festa in casa di una nobile famiglia, dopo aver subito le risate di scherno delle vacue ed eleganti giovani nobildonne, improvvisa un canto all’amore difendendo i suoi ideali contro i costumi corrotti dell’epoca. Rivolgendosi alla contessina Maddalena dice: «In cotanta miseria…sol l’occhio vostro esprime umanamente qui un guardo di pietà, ond’io guardato ho a voi si come a un angelo. E dissi: ecco la bellezza della vita».

Oggi un eventuale Andrea Chénier in versione pacifista si dovrebbe rivolgere a papa Francesco: troppo poco? No, umanamente è tutto! Politicamente parlando, nel nostro piccolo Paese non resta che guardare a Sergio Mattarella e al suo prossimo discorso di fine anno (mentre tutti aspettano la conferenza stampa di Giorgia Meloni). Saprà il nostro capo dello Stato esprimere un guardo di pietà e dimostrare che la politica, nonostante tutto, può ancora fare qualcosa di buono in favore della pace? Sarà una voce che grida nel deserto? Può darsi: ricordiamoci però che serve gridare come fece il doge Simone Boccanegra nell’opera verdiana: “E vo gridando pace! E vo gridando: amor! “, riecheggiando lo storico accorato appello del poeta Francesco Petrarca.

Se la politica andasse a prestito dall’arte potrebbe trovare qualche interessante spunto. Non si dice forse che la politica è un’arte? Sì, l’arte della pace e non il mestiere della guerra!

 

 

Giorgiani o Giorgetti

«Il ministro dell’Economia e delle finanze avrebbe interesse che il Mes fosse approvato per motivazioni di tipo economico-finanziario. Ma per come si è sviluppato il dibattito negli ultimi giorni mi è sembrato evidente che non fosse aria per un’approvazione, per motivazioni non soltanto economiche». Lo ha detto il ministro dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti rispondendo ai giornalisti fuori da Palazzo Madama dopo l’approvazione in Senato della legge di bilancio.

Dichiarazione sibillina che mi lascia molto perplesso e mi induce ad ulteriori riflessioni sull’argomento che avevo “momentaneamente” ed ironicamente accantonato.

Non intendo assolutamente sparare sul pianista, anche perché ritengo Giorgetti una persona seria che ragiona con la sua testa (non è poco in questo periodo di sfrenato opportunismo), un politico equilibrato (non è poco in una fase in cui si assiste alla corsa a chi la spara più grossa), un ministro abbastanza competente (non è poco in un momento storico che si caratterizza per ignoranza, dilettantismo e inadeguatezza di chi governa), un componente del governo che sa stare al suo posto (non è poco in mezzo a gente che dimostra di non avere alcun rispetto per le  istituzioni a livello europeo e nazionale), un leghista sui generis (non è poco in quanto riesce a resistere con una certa eleganza e nonchalance alle tentazioni barricadere salviniane).

Lo vedo imbarazzato quando presenzia alle sedute parlamentari dai banche del governo: non è a casa sua e ostenta sorrisetti a metà strada fra il senso di superiorità (ci vuol poco vista la compagnia in cui è inserito) e un rassicurante messaggio agli italiani (del tipo “non fatevi impressionare dalle parole di chi non sa e non conta un cazzo”). In conclusione mi è simpatico e nutro nei suoi confronti una certa umana tenerezza più che una certa stima politica. Non so fino a quando potrà resistere…

Ritorno però alle sue criptiche dichiarazioni. Da qualsiasi parte si prendano, dovrebbero portare alle sue dimissioni o almeno costituire un preludio in tal senso. Cosa vuol dire infatti che il ministro dell’Economia e delle finanze avrebbe interesse che il Mes fosse approvato per motivazioni di tipo economico-finanziario? Presumo che non si tratti di interesse personale, ma di interesse nazionale. E allora?

Cosa vuol dire che per come si è sviluppato il dibattito negli ultimi giorni mi è sembrato evidente che non fosse aria per un’approvazione, per motivazioni non soltanto economiche? Penso che la politica stia andando oltre la realtà dei fatti per stravolgerla ad uso e consumo propagandistico. E allora?

Cosa vuol dire con la seguente affermazione: «Fino a quando la maggioranza sosterrà la mia impostazione su progetti seri, credibili e sostenibili non vedo perché lasciare. Come ho già detto, l’opposizione ha tutto il diritto di dare suggerimenti, anche graditi, poi però decido io»? È un avvertimento? A chi? Al governo? Alla Lega? A chi pensa di legargli le mani?

Se devo essere sincero, i progetti seri, credibili e sostenibili non li vedo affatto e quindi su di essi il buon Giorgetti non può fare affidamento alcuno. La questione è e rimane tutta politica. A Giorgetti sta stretta la Lega e sta stretto questo governo. Lo posso capire, ma cerchi di non tergiversare. Più aspetta e più gli sarà difficile continuare questa esperienza o uscirne dignitosamente. A meno che non aspetti il ritorno di Mario Draghi…

 

La diplomazia vaticana e la demagogia evangelica

Anche nel giorno di Natale, il Pontefice ha tenuto a ribadire che «per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi. Perché – ha spiegato -, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?». La gente invece, ha detto il Papa, «non vuole armi, ma pane». La gente «che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva – ha chiesto Francesco -, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre». L’auspicio del Pontefice è invece che si avvicini il giorno profetizzato da Isaia, in cui gli uomini «non impareranno più l’arte della guerra», ma «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci». (dal quotidiano “Avvenire”)

Se l’appello natalizio papale in favore della pace poteva suonare come stucchevolmente retorico o, per meglio dire, come evangelicamente scontato, il forte richiamo al “disarmo” totale ed incondizionato lo ha reso incisivo e oltre modo “inappellabile”. Sì, un appello inappellabile!

Non è la prima volta che papa Francesco batte su questo tasto, che rende credibile la sua adesione al Vangelo. Il suo è un ragionamento semplice e di immediata comprensione: se si continua a fabbricare armi, prima o poi qualcuno le dovrà pure usare, altrimenti ci sarebbe una paradossale contraddizione sistemica.

Mi ha particolarmente colpito l’invito a rendere edotta la gente degli interessi e dei guadagni che muovono i fili delle guerre. Non è un caso che purtroppo la storia abbia visto la Chiesa benedire addirittura le armi. La recente squallida presa di posizione del patriarca ortodosso Kirill in favore della guerra giusta russa contro la Crimea, interpretata come guerra contro le devianze capitalistiche rispetto ai principi cristiani, va proprio in questa demoniaca direzione. Sarebbe come se alla nascita di Gesù Erode avesse scatenato una guerra contro i Romani, illuminato dalla stella dei Magi.

Posso esagerare e pretendere troppo da papa Francesco? Avrebbe a mio avviso dovuto rifiutare di affacciarsi al balcone di San Pietro davanti ai militari che gli rendevano l’onore delle armi e forse, ancor di più, dovrebbe sciogliere la guardia svizzera o trasformarla, per non creare disoccupazione, in un drappello di operatori della carità.

Pensiamo alle compromissioni vaticane col regime fascista, pensiamo alle titubanze pacelliane verso il regime nazista e l’olocausto degli ebrei, pensiamo a tutte le volte che la Chiesa si è schierata col potere facendo finta di non vedere le armi che lo insanguinano. Non so cosa dica papa Francesco quando incontra i potenti della terra. Spero che abbia il coraggio di scoprire i loro “altaroni” assieme agli altarini della Chiesa.

Non vale la giustificazione di evitare guai maggiori soprattutto ai cattolici oggetto di eventuali rappresaglie da parte dei governanti messi alla gogna e non conta persino il timore di compromettere l’esito degli sforzi diplomatici. Il fatto che immediatamente dopo la celebrazione del Natale si faccia memoria del martire Stefano la dovrebbe dire molto lunga: Stefano non ha taciuto per evitare che la Chiesa fosse minacciata e maltrattata nei suoi componenti…e non si è messo a trattare coi suoi aguzzini (vedi caso si trattava di capi religiosi in combutta col potere).

Ben vengano quindi le coraggiose denunce di papa Francesco contro i costruttori e i fabbricanti di armi, contro i poteri che usano le armi, contro i media che tacciono sulle sporche motivazioni delle realtà belliche. Visto che Francesco ha il coraggio di fare sessanta, perché non fare sessantuno lavandosi ancor più in bocca e soprattutto togliendo di mezzo ogni e qualsiasi aggancio residuale con la logica delle armi? Mi permetto di insistere: dopo un appello così forte per la pace non ci stava la pur piccola e penosa menata militaresca in piazza San Pietro. Così come forse, dopo aver parlato di povertà della nascita del Redentore, non ci sta la pompa magna liturgica natalizia.

 

 

Il MES (per il momento) è finito, andate in pace

Un voto rapido, dopo mesi di attesa e rinvii, in cui sembrava che la maggioranza di governo volesse trovare un modo per ratificare il trattato di modifica del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. La maggioranza, con 184 voti blocca la ratifica per almeno sei mesi, con il voto nettamente contrario di Fratelli d’Italia e Lega e l’astensione di Forza Italia e Noi Moderati. A favore solo Pd e Italia Viva e Azione, visto che Alleanza verdi e sinistra si è astenuta, mentre il Movimento Cinque stelle vota contro. In mattinata tutto è accaduto abbastanza rapidamente.

Nelle scorse settimane la premier Giorgia Meloni aveva spiegato che la ratifica del Mes non veniva più esclusa a priori, ma tenuta in standby come arma di pressione per ottenere migliori accordi su altri tavoli europei, ovvero per «trattare tutte le nuove regole» in modo armonico, in particolare parallelamente al Patto di Stabilità. Ora, dopo l’approvazione ieri sera all’Ecofin del nuovo quadro di regole per la governance economica europea, l’esecutivo Meloni mette un punto. E non rinvia più.

Il più soddisfatto della ritrovata compattezza tra Fratelli d’Italia e Lega sul Mes e la sua bocciatura è probabilmente Matteo Salvini che infatti dichiara a stretto giro: «Sul Mes la Lega non ha mai cambiato idea in vent’anni, è uno strumento inutile se non dannoso che porterebbe un lavoratore italiano a dover mettere dei soldi per salvare una banca tedesca. Non penso sia utile e siccome il Parlamento è sovrano, il Parlamento vota in base all’interesse nazionale italiano: i tedeschi fanno gli interessi tedeschi, noi quelli degli italiani. La posizione della Lega è sempre stata e continua a essere chiara». (da open.online)

A prescindere dal merito tecnico di questo strumento mi sembra che l’Italia ne esca politicamente molto male. Innanzitutto sembrava che fino ad ora la questione fosse stata tenuta in sospeso per farne una sorta di contropartita con i partner europei a livello di trattativa sul patto di stabilità e forse anche sui migranti. Fatto sta che, il giorno dopo il raggiungimento degli accordi sui vincoli di bilancio e sul trattamento degli immigrati, la maggioranza di governo su input del governo stesso, mette da parte il Mes e non ratifica il relativo trattato.

I casi sono due: o si tratta della solita inaffidabilità del nostro Paese, che promette e non mantiene; oppure gli accordi ottenuti in sede Ue non sono affatto soddisfacenti e quindi liberi tutti di fare le proprie scelte sul Mes. Alla base di queste misere vicissitudini c’è una concezione a dir poco minimalista dell’Ue, che viene subordinata non solo agli interessi meramente nazionali, ma ai calcoli politici di partito e di governo. Con questa impostazione l’Europa farà poca strada e continuerà a non conterà nulla sullo scacchiere internazionale. Quale credibilità esterna può avere infatti un insieme di Stati, che non riesce al proprio interno a trovare un minimo di coesistenza solidale?

Anche l’opposizione italiana dovrebbe darsi una regolata: il pur sacrosanto anti-melonismo non è il collante sufficiente a creare un’alternativa di governo ad una destra pericolosa e sostanzialmente anti-costituzionale. Bisogna trovare una strategia comune sui grandi temi a partire proprio da quelli internazionali. Che il PD e il M5S abbiano votato in contrasto fra di loro sul Mes non è un segnale positivo. Non basta far finta di andare d’accordo, bisogna cercare di trovare seri accordi politici e programmatici. Diversamente, a destra si continuerà a catturare voti fatti di opportunismo e di menefreghismo, mentre l’elettorato potenzialmente di sinistra preferirà astenersi dal voto. E l’Italia andrà a ramengo.