Non disarmiamo la cultura

Si moltiplicano in tutta Italia le manifestazioni degli Atenei contro le collaborazioni accademiche con Israele, una forma di protesta per la guerra scatenata da Tel Aviv sulla Striscia di Gaza negli ultimi sei mesi, subito dopo le stragi di Hamas del 7 ottobre scorso. La primavera delle università italiane si preannuncia caldissima, con l’università di Firenze e quella di Pisa che si uniscono alla richiesta di Torino e della Scuola Normale di boicottare il bando Maeci tra Israele e Roma. E mentre a Napoli un gruppo di studenti ha occupato il rettorato della Federico II di Napoli, mesi dopo un blitz analogo alla Orientale, a Roma si tengono flashmob e assemblee. (da “Open”)

“La ricerca scientifica è globale per natura. Pensare di costringerla in qualche gabbia di ordine politico è puro irrealismo. I veri scienziati finiscono col comunicare, confrontarsi, dibattere al di là di ogni norma venga loro imposta da fuori, magari fingendo di obbedirvi. Può piacere o no, ma lo spirito scientifico vola dove vuole. È patetico pensare che qualche occasionale ostacolo nel rapporto tra questo o quell’Ateneo possa significare qualcosa”. (da Huffpost – intervista a La Stampa rilasciata da Massimo Cacciari)

Siamo alle solite: combattere la guerra val bene un freno agli scambi culturali e scientifici? Servono alla causa della pace le sanzioni in questo campo? Sono portato a considerare la pace come un bene assoluto a cui si può e si deve sacrificare tutto. Ma che pace sarebbe quella garantita dalla mancanza di scienza e cultura? La pace dei sepolcri! La pace si alimenta proprio con il dialogo e il confronto culturale e scientifico. Penso abbia ragione Massimo Cacciari nell’auspicare un aumento degli scambi scientifici, scommettendo, almeno a medio e lungo termine, sul loro benefico effetto sulla politica, nonostante che la politica sia sempre pronta a strumentalizzare la scienza così come la scienza è purtroppo spesso pronta a farsi strumentalizzare.

Capisco gli ardori giovanili che si esprimono nella radicalizzazione dei rapporti, bene fanno i giovani a manifestare la loro repulsione verso il clima di guerra imperante nel mondo, ma interrompere gli scambi culturali è una contraddizione in termini. Intendiamoci bene, è inaccettabile ogni e qualsiasi intento di mettere la sordina alle sacrosante proteste dei giovani studenti e dei loro insegnanti, aggiungo come possa essere di giovamento far balenare il rischio di isolamento scientifico-culturale a certi Paesi per metterli di fronte alle loro responsabilità e alla loro dissennatezza bellicista. Ma, come si suole dire, un conto è parlare di morte un conto è morire: un conto è minacciare il boicottaggio delle collaborazioni accademiche, un conto è boicottarle.

Oltre tutto, come succede per le sanzioni economiche, si finirebbe col rafforzare l’orgoglio di questi Paesi e delle loro popolazioni, col danneggiare chi in questi Paesi dissente, con l’allargare il clima bellicista, con l’illudersi che per cambiare aria sia meglio espellere qualcuno dal consesso piuttosto che aprire le porte per far circolare aria pulita e genuina.

Mi permetto di spezzare una lancia a favore del dialogo a tutti i costi. Come sostiene con autorevolezza ed insistenza papa Francesco, i conflitti e le tensioni si risolvono con il dialogo.

Comprendo la buona fede di chi chiede la revisione di certi patti di collaborazione con chi si pone in una logica di guerra, ma la cultura non accetta regole di questo tipo e si finirebbe col gettare benzina culturale sul fuoco delle guerre. Meglio utilizzare l’acqua del dialogo anche se può sembrare troppo neutra e silenziata dal fragore delle armi.

 

 

 

La risurrezione di Bossi

«Alla Lega serve un nuovo leader, che vada nella direzione dell’autonomia, che rimetta al centro la questione settentrionale. Se Giorgetti potrebbe sostituire Salvini? Giorgetti è uno bravo, ma non dico niente se no lo massacrano. Se la base non approva i programmi, non vai da nessuna parte. Diventa una bolla di sapone». Le parole di Umberto Bossi non potrebbero essere più esplicite. (dal quotidiano “Avvenire”)

Un conto è immaginare le idee del leader storico, un conto è ascoltarle da lui direttamente: l’effetto è diverso e dirompente. Ho l’impressione che Umberto Bossi dica quel che il popolo e la dirigenza leghista pensano. La Lega non può andare avanti così, facendo il servo furbo/sciocco di Fratelli d’Italia, strizzando l’occhio alle destre europee, straparlando sui fatti internazionali, sposando cause perse come quella del ponte sullo stretto.

Fino alle prossime elezioni europee molto probabilmente non succederà nulla: il regolamento di conti avverrà dopo la quasi certa disfatta leghista. Saranno ancora in tempo per cambiare rotta? Ho seri dubbi. Dopo un simile snaturamento politico e dopo una tale deriva culturale recuperare il bandolo della matassa non sarà facile. La Lega, nonostante tutto e nonostante Salvini, mantiene un certo radicamento sociale al nord e una certa rappresentanza locale. Basteranno per ricominciare a fare politica seriamente?

Bossi ebbe il coraggio di rompere con Silvio Berlusconi, anche se poi si rassegnò più per motivi economici che politici. Chi verrà dopo Salvini avrà il coraggio di rompere con Giorgia Meloni, anche se poi dovrà conviverci in qualche maniera? Roba da alta acrobazia politica, che non mi riguarda e non mi interessa più di tanto, anche se ammetto di nutrire grande nostalgia per la genuina antipolitica di Bossi, molto meglio di quella di Grillo e di Salvini. Sono solo curioso di capire cosa farà l’elettorato leghista e prima ancora il popolo degli aficionados  e ancor prima i capetti ruotanti intorno al quasi cadavere.

Lo specchio delle brame di Netanyahu

“Abbiamo intercettato, abbiamo respinto, insieme vinceremo”, ha scritto Netanyahu su X. L’esercito israeliano ha dichiarato che le forze armate hanno abbattuto più del 99% degli ordigni iraniani. La TV israeliana Channel 12 ha citato un funzionario israeliano anonimo che annuncia una “risposta significativa”. Alcuni analisti ritengono che l’azione ordinata da Teheran offra il destro per l’operazione di terra a Rafah, nella Striscia di Gaza, dove sono ammassate 1,4 milioni di persone.

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha parlato telefonicamente con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e ha riferito che l’Iran “considera la questione conclusa”. Il Segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha usato toni che sottintendono la necessità di abbassare i toni, spiegando che l’America non cerca un conflitto con l’Iran, ma non esiterebbe a intervenire per proteggere le forze armate Usa e preservare Israele. (dal quotidiano “Avvenire”)

Ho la netta impressione che la guerra in Medio Oriente non giri tanto intorno al problema arabo-israeliano, ma al corto circuito Biden- Netanyahu: questa sta diventando sempre più la guerra per la sopravvivenza politica del premier israeliano. L’Iran punta evidentemente più a logorare i nervi di Netanyahu che a difendere i palestinesi: non si spiega diversamente l’antipasto servito all’esercito israeliano.

Si calcola che l’Iran abbia lanciato complessivamente centinaia di proiettili – dicono fonti della difesa israeliana -, di cui almeno 100-150 droni e 40-60 missili. Incrociando varie fonti, il New York Times azzarda la stima di 185 droni kamikaze, del tipo Shahed 137, 110 missili balistici (superficie-superficie) ipersonici modello Kheibar e 36 missili da crociera tipo Paveh 351. Si tratta delle armi più sofisticate mai affrontate dalle difese israeliane oltre che le più numerose in un solo attacco, ma certamente non le più potenti nel temibile e variegato arsenale degli ayatollah. (da “Il Fatto quotidiano)

Evidentemente l’Iran sta dialogando con gli Usa, tagliando fuori Israele sempre più isolato nella sua condotta bellica demenziale: non può andarci fino in fondo per ovvi motivi di compatibilità internazionale e ripiega su una politica volta a difendere il ruolo israeliano nello scacchiere mondiale, nascondendosi dietro gli ostaggi e dietro la vendetta contro i terroristi di Hamas (finendo magari col dirottarli contro i Paesi europei).

Le guerre sono tutte stupide e ingiustificate, spesso supportate da megalomanie di personaggi squallidi e spregiudicati, ma questa forse sta superando i limiti: se Netanyahu avesse il buon gusto di farsi da parte, si potrebbe aprire un negoziato serio. Gli Usa, Biden in particolare, non se la sentono di scaricare questo alleato scomodo e impertinente: il perché non lo capisco e, se lo capisco, mi fa schifo, perché è tutto racchiuso negli equilibri del reciproco strapotere economico e bellico. I problemi razziali e religiosi fanno, come sempre succede, da specchietto per le allodole: a livello israeliano (i capi dell’ebraismo imperante) e arabo-iraniano (gli ayatollah e i capi mussulmani). Dietro c’è ben altro…

I trucchi ci sono e si vedono

La vendita dell’agenzia di stampa Agi sarà messa a bando di gara da Eni. La protesta dei giornalisti contro l’acquisizione da parte del gruppo Angelucci, proprietario di Libero, Il Tempo e Il Giornale ha portato alla decisione di seguire un percorso più trasparente da parte della partecipata di Stato. Angelucci è, secondo l’opposizione che ha fatto diverse interrogazioni, in conflitto di interesse perché parlamentare della Lega. Ed è leghista il ministro dell’Economia Giorgetti, che durante il question time la settimana scorsa aveva chiesto «la massimizzazione del profitto economico in caso di un’eventuale alienazione» dell’agenzia di stampa per soddisfare «i requisiti di trasparenza, competitività e garanzia dei livelli occupazionali». (dal sito del quotidiano “La Stampa”)

Questo fatto, ancora in divenire, racchiude in sé tutte le contraddizioni possibili a livello di sistema. Si parte con la privatizzazione di un’agenzia di stampa di proprietà sostanzialmente pubblica: prospettiva a dir poco inopportuna, che toglie questo importantissimo strumento informativo dalle pur relative garanzie di obiettività per buttarlo nel tritacarne del mercato già in preda alla schizofrenia di malcelati interessi meramente speculativi se non faziosamente politici.

Si passa attraverso la dichiarazione di interesse da parte di un soggetto in odore di monopolio, già proprietario di numerose testate editoriali, col rischio di inserire l’agenzia Agi in una logica distorsiva del mercato dell’informazione.

Oltre tutto questo soggetto essendo un parlamentare è in conflitto di interessi attuale e concreto a causa di una interferenza tra la sfera istituzionale e quella personale di un soggetto portatore di un interesse privato confliggente con l’interesse pubblico.

Che poi un ministro della Repubblica auspichi la massimizzazione del profitto nella vendita di un bene a funzione così delicata mi sembra cosa a dir poco discutibile sul piano istituzionale e inopportuna sul piano politico.

Infine non mi sembra sufficiente il soddisfacimento dei requisiti di trasparenza, competitività e garanzia dei livelli occupazionali per rendere opportuna una simile operazione. La si metta come si vuole, ma che un Ente di Stato decida di fare inopinatamente cassa alienando una prestigiosa agenzia di stampa non sta né in cielo né in terra se non in una brutale logica di asservimento dell’informazione al potere economico e, tramite questo, agli interessi del potere politico in combutta con quelli economici di parte. La somma di due interessi particolari non farà mai un piacere all’interesse pubblico.

Si sta cercando di mettere una pezza di stoffa concorrenziale nuova sopra un vestito politico-affaristico vecchio. Era molto meglio la sfrontatezza berlusconiana della ipocrisia meloniana.

È molto evidente che l’attuale governo sta affrancandosi direttamente o indirettamente dai vari meccanismi di controllo, si chiamino Parlamento, Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte dei Conti e Libera Stampa. Il potere esecutivo non gradisce i contrappesi previsti dalla Costituzione italiana, non vuole governare ma spadroneggiare. Finché il popolo glielo consentirà magari con elezioni truccate dal premierato.

 

I degasperiani fasulli

La testimonianza di De Gasperi “ci insegna la grande lezione di un cristiano, di un uomo di fede, un uomo di altri tempi. Un uomo che ha sempre saputo distinguere quello che significa un partito di ispirazione cristiana dalla inevitabile laicità dei comportamenti politici che un uomo di governo ha. Non è mai stato clericale. Non è mai stato succube delle indicazioni della Chiesa. Un uomo che ha difeso la dignità la politica con una vocazione spirituale fortissima”: così il senatore Pier Ferdinando Casini, presidente del gruppo italiano all’Unione Interparlamentare, a margine del convegno “De Gasperi, politico cristiano” alle Biblioteca Vallicelliana a Roma. “Sull’Europa De Gasperi ha detto prima di morire tutto quello che dovevamo fare nei 70 anni successivi e non abbiamo ancora fatto: la politica di difesa comune europea e la politica estera comune. Un vademecum da cui attingere in vista delle elezioni europee”, ha aggiunto. (Roma, 3 aprile 2024 – askanews)

La predica è molto buona, ma il pulpito è molto discutibile. Cedo la parola a mia sorella Lucia che di cattolici impegnati in politica se ne intendeva molto.

Al fumoso e galleggiante doroteo, Pierferdinando Casini, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, mia sorella avrebbe saputo come rivolgersi (lo ammetteva lei stessa), dal momento che  lo conosceva bene e le friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale presso la Caritas di Roma…mentre tu, che ne eri il portaborse, sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

Mia sorella Lucia era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda” (l’epiteto calza a pennello a Pier Ferdinando Casini n.d.r.). Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando calunnie e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

Sondaggi politici, il 37% degli italiani vorrebbe un partito cattolico. Soprattutto gli elettori di FdI e Forza Italia. Questo secondo la rilevazione Quorum per Demos, il soggetto politico che orbita nel centrosinistra vicino alla comunità di Sant’Egidio. Più di un italiano su tre è convinto che in Italia manchi un partito che si ispiri espressamente ai valori del cattolicesimo. Un po’ come era la Dc nella Prima repubblica: grande contenitore politico, trasversale e popolare. Una platea elettorale ancora oggi per nulla trascurabile, ma poco rappresentata: per il 27 per cento degli elettori nessun partito si fa carico delle istanze cristiane. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Mi auguro che questo pur interessante anche se ermetico sentimento filocattolico degli elettori italiani non trovi corrispondenza e rappresentanza in personaggi come Pier Ferdinando Casini e nei tanto chiacchierati rigurgiti centristi di cui lui potrebbe essere un (in)degno interprete.

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

Ebbene anche in politica si fa continuamente un gran parlare di centro, in questi giorni di vigilia elettorale europea il discorso si è intensificato, stando ai giornali, soprattutto nell’area cattolica, insoddisfatta della linea politica del PD, considerato un partito radicale di massa, e lontana dalle logiche della destra e dei partiti dell’attuale centro destra.

Riguardo ai centrocampisti cattolici alla Casini, che rischiano di infoltire il centrocampo senza dare sbocchi ad azioni di attacco, in base ad una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, potrei esprimermi così: “Al céntorcampista  l’é vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

Per andare verso una “Camaldoli europea”, invito fatto a più riprese dal cardinale Matteo Zuppi, «il primo passo, urgente e necessario, per favorire la pace è riprendere il sogno di Alcide De Gasperi, svanito 70 anni fa, di una difesa comune», dice Pier Ferdinando Casini. Parlamentare di lungo corso, con 11 legislature alle spalle, fermatosi a un passo dal Colle, è oggi senatore eletto come indipendente nelle liste del Pd. Ma qui l’ex presidente della Camera ed ex segretario dell’Udc parla con l’occhio lungo di ex presidente della commissione Esteri, e attuale presidente del gruppo italiano dell’Unione Interparlamentare, incarico che fu già di Giulio Andreotti e in seguito di Antonio Martino. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sarebbe interessante aggiungere tutti i giri di valzer compiuti da Casini nello schieramento politico italiano: da Forlani a Berlusconi il passo era molto lungo, ma per Casini fu molto breve. Ebbene oggi ce lo ritroviamo a sinistra, senatore eletto nelle file del PD nella Bologna rossa (in questo caso rossa di vergogna), a blaterare opportunisticamente in vista di non so quale futura carica politica da ricoprire (all’ultima nomina del Presidente della Repubblica l’abbiamo scampata bella, temo che al prossimo colpo rispunti Pierfurby: sarebbe una beffa colossale). L’abilità dialettica non gli manca, per la coerenza e la credibilità rivolgersi a chi conosce bene i suoi trascorsi. Certo nel piattume politico attuale un personaggio come Casini può anche permettersi il lusso di pontificare, di dare lezioni di europeismo, di farsi portatore dell’eredità degasperiana, di scherzare coi santi lasciando stare i fanti. Questa gente però assomiglia a De Gasperi, al massimo, nel pisciare (mi scuso per l’eloquente trivialità…).

In estrema sintesi: evviva i De Gasperi, abbasso i Casini!!!

 

E vo gridando unità

In realtà, al di là delle punzecchiature dialettiche più o meno velenose, le divisioni sono molto più di sostanza di quanto non appaia. E riguardano la natura stessa del sindacato, i limiti e obiettivi del suo agire. La Cgil di Landini ha scelto da tempo una linea movimentista e di impegno fortemente “politico” della confederazione. Costruendo una rete di alleanze con il mondo associativo – non solo di sinistra ma anche cattolico – sui temi della pace, della difesa della Costituzione e l’impegno su tutti i campi di politica sociale: dalla sanità (una manifestazione nazionale è già in programma per sabato 20) alla scuola passando per la precarietà e il lavoro. Fino alla scelta di promuovere quattro referendum contro il contratto a tutele crescenti, i contratti a termine, gli appalti e annunciarne altri due contro l’autonomia differenziata e il premierato se verranno approvati. Un programma “politico” – che non significa partitico – a tutto tondo, con la Cgil intenzionata a condizionare e di fatto guidare una nuova sinistra unita in opposizione all’attuale maggioranza di Governo.

La Cisl, invece, ha programmi certamente più aderenti alla tradizionale azione sindacale: contrattare tutto a tutti i livelli. E spingere per cambiare il sistema economico dal basso verso un modello partecipativo, che superi la dicotomia conflittuale tra capitale e lavoro.

Passando per un confronto “laico” con la maggioranza politica di turno. Ora, però, la confederazione di via Po rischia di scontare un isolamento e di essere percepita come troppo accondiscendente alle politiche delle forze di centrodestra. E finire divisa al proprio interno, ad esempio, tra un Nord che vede di buon occhio l’autonomia differenziata e un Sud che la teme.

Di per sé le due strade di Cgil e Cisl possono scorrere parallele senza scontrarsi pericolosamente. A meno che – a furia di dichiarazioni forti – non riprendano gli assalti alle sedi della Cisl e le intimidazioni ai suoi dirigenti, che si sono già visti purtroppo in passato. E che se si ripetessero non produrrebbero nulla di buono. Mentre i lavoratori per essere meglio tutelati – e festeggiare insieme – hanno bisogno innanzitutto di avvertire rispetto e stima reciproca tra le confederazioni. (dal quotidiano “Avvenire” – Francesco Riccardi)

“Sit a pòst coi sindacät?”: era un modo di dire per significare la durezza dello scontro con i sindacati dei lavoratori e la loro intransigenza nella difesa dei lavoratori stessi. La storia è ricca di contrasti nella strategia sindacale fra una linea diciamo pure “politica” e una linea diciamo pure “contrattuale”. Non sempre questa dicotomia ha coinciso con le sigle sindacali: a volte in passato la CISL, tradizionalmente più moderata, ha superato la CGIL. C’è stata poi l’epoca dell’unità sindacale su cui mi permetto di essere tuttora convintamente e culturalmente attestato. Fra i due modelli che sembrano riprendere corpo introdurrei il terzo modello, quello appunto dell’unità sindacale in un periodo caratterizzato dalla virulenza delle problematiche economico-sociali, dalla debolezza della politica e dalla deriva del tutti contro tutti.

Sono saltati tutti gli schemi, anche quelli partecipativi, e quindi è perfettamente inutile dividersi sui vecchi schemi superati dalla realtà dei fatti e nella mentalità della gente. La tentazione di scendere in piazza è forte (personalmente ci vivrei giorno e notte), ma probabilmente non risponde più alla sensibilità di chi vuol far valere le proprie sacrosante ragioni. L’arma dello sciopero è spuntata in una società liquida se non addirittura polverizzata. I bracci di ferro non portano da nessuna parte, a volte risultano addirittura controproducenti.

Ho grande stima ed ammirazione per Maurizio Landini, l’unico personaggio che evidenzia una passione coinvolgente, ma temo che rischi di sprecarla nell’impazienza della protesta, su cui la sinistra politica è assai carente, e nella smania di scalfire la scorza dura del conformismo, che si sta formando intorno alla destra.

Non dico di ripiegare su un comportamento corporativo e contrattualistico, sarebbe un perfetto assist a chi vuole fare a fette la società; ma nemmeno di puntare in modo velleitario sulla lotta politica, candidandosi ad un ruolo marginale e anacronistico di “lotta delle masse”.  Il sindacato fra l’altro ha molti equivoci alla base dei suoi iscritti e non deve solo tenere calda la partecipazione all’interno scaricando le tensioni nelle piazze. Così come non deve dividersi sul metodo trascurando il merito.

È un momento storico molto delicato e difficile, bisogna ricostruire (quasi) tutto: l’unità sindacale dovrebbe essere uno dei punti fondamentali di questa ricostruzione. Ho l’impressione che i lavoratori non credano più nel sindacato così come non credono più ai partiti. Le cosiddette forze intermedie hanno perso ruolo e consenso. Nessuno ha in tasca ricette facili: i partiti non devono snobbare i sindacati (considerandoli un male necessario) e i sindacati non devono rubare il mestiere ai partiti (pungolarli sì, ma non illudersi di sostituirli).

Gli scioperi (spesso più divisivi che generali) mi sembrano tentativi di recuperare fiducia dai lavoratori piuttosto che di incidere nel tessuto economico-sociale e nelle sue clamorose ingiustizie.

L’unica strada percorribile penso sia quella di individuare alcuni valori fondamentali e alcuni conseguenti obiettivi politici per costruire attorno ad essi condivisione e partecipazione, senza fughe in avanti e senza freni a mano tirati. La sanità e la sicurezza sul lavoro sono probabilmente i punti caldi da cui partire, che toccano tutti mettendo tutti a nudo nelle loro assolute necessità. Poi vengono anche l’occupazione, i salari, le pensioni, etc. etc. Partiamo in prima e non in quarta e viaggiamo insieme con molta pazienza (che non vuol dire arrendevole debolezza) e un pizzico di fantasia (per evitare schemi logori e superati).

 

I generosi del o nel pallone

Lorenzo Contucci, noto tifoso romanista, oltre che avvocato penalista ed esperto della difesa processuale dei tifosi, ha lanciato ieri una raccolta fondi per pagare la multa comminata dal Giudice Sportivo a Gianluca Mancini, pari a 5.000 euro “per avere sventolato un vessillo offensivo nei confronti della tifoseria della squadra avversaria durante i festeggiamenti post-gara sotto la propria curva”.

OLTRE 5.000 EURO IN MENO DI 12 ORE – Dopo 11 ore dall’inizio della raccolta fondi, sono stati già raccolti 5.885 euro, superando quindi la somma prevista. Questo il messaggio su Facebook di Lorenzo Contucci, con cui veniva presentata la raccolta fondi.

LA MULTA A MANCINI LA PAGHIAMO NOI!

Molti tifosi della Roma, di Curva e non solo, hanno chiesto di fare qualcosa per la multa di 5000 euro che il Giudice Sportivo ha dato a Mancini per aver sventolato la bandiera con il sorcio alla fine di Roma/Lazio 1-0.

Riteniamo che il derby di Roma sia anche feroce goliardia e becero sfottò e per questo, al di là del giudizio dei moralisti buffoni, diciamo a questi ultimi una sola cosa:

LA MULTA A MANCINI LA PAGHIAMO NOI!

Quindi, come da titolo, si invitano i tifosi romanisti che si rispecchiano in quello che ha fatto Mancini a versare un’offerta libera per arrivare all’importo di cui sopra per pagargli la multa.

Qualora il nostro Mancio non voglia o non possa ricevere l’importo che raccoglieremo, l’intera somma verrà data in beneficenza, come già fatto in passato per le mascherine con il logo ASR (per chi non si dovesse ricordare, l’intero ricavato venne devoluto al Bambin Gesù e ad un’altra associazione di volontariato sociale).

Naturalmente vi terrò personalmente aggiornati sull’andamento e sull’esito della raccolta.

IL ROMANISMO TRIONFERÀ SUL MORALISMO!

 (da “VOCE GIALLO ROSSA”)

Se devo essere sincero, da tanti anni non seguo il Parma calcio con interesse e partecipazione: il ritorno di Nevio Scala mi aveva illuso, ma purtroppo non è andata come avrei sperato. Ho smesso di seguire il Parma, quando era in auge sotto la cappella “tanziana”. Durante una combattutissima partita casalinga con la Lazio mi ritrovai a soffrire troppo e mi chiesi: ma cosa c’azzecco io col Parma di Tanzi, soffra lui… Fui facile “autoprofeta” e da allora non ho più messo piede allo stadio Tardini.

Mentre io rifiuto categoricamente di far parte di qualsiasi tifoseria, c’è chi del tifo calcistico fa (quasi) uno scopo di vita. Questione di gusti? No, questione di valori! Mi chiedo malignamente: se ai tifosi sfegatati della Roma un immigrato in gravi difficoltà allungasse una mano per chiedere aiuto, cosa direbbero e farebbero i “generosi” del pallone. Molto meglio aiutare chi ha ingaggi da nababbo (salvandosi in corner con la beneficenza di risulta) e oltre tutto si comporta da cafone qualsiasi per far piacere ad un consistente gruppo di scalmanati.

Su questo argomento mi permetto di sfoderare il pennello, ricevuto quale testimone da mio padre (io improbabile pittore voglio cimentarmi a dipingere la nostra società, perché, se è vero che da papà non ho ereditato la vena pittorica ed artistica, ho comunque imparato a sferzare i costumi contemporanei senza troppa pietà), e di intingerlo (facendo anche riferimento ad analisi socio-politiche di  alcuni pensatori)  nella cosiddetta “società liquida”, quella odierna senza riferimenti  culturali, sociali e politici, che tende a sciogliere valori ed ideali in un liquido asettico,  inodoro e insaporo, su cui galleggiare mollemente e pigramente, dove le persone vagano senza meta e senza storia (come pecore senza pastore).

Quella società liquida che mia madre originalmente, involontariamente, spontaneamente, superficialmente e matusamente (da matusa) ricostruirebbe a suo modo dicendo: “J giòvvon i vólon fär i generôz coi siòr e i traton da can i povrètt. Podral andär bén al mond?”.

Quanta ansiosa nostalgia, quanta graffiante ironia, quanta spietata critica e quanta inconsapevole ingenuità ci siano in queste immaginarie (non più di tanto) parole di mia madre è cosa difficile da calcolare; le ho buttate lì tanto per dire, anche per divertirmi un po’.

 

Galeotta la patatina e chi l’ha pubblicizzata

Il comitato di controllo dell’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria ha bloccato la diffusione, in tutte le versioni e su tutti i canali, dei contestati spot di Amica chips in cui le ostie consacrate venivano sostituite dalle patatine. La decisione è stata assunta d’urgenza per le «numerose richieste di chiarimenti e proteste» arrivate allo Iap, ha spiegato il segretario generale Vincenzo Guggino, tra cui in particolare il ricorso presentato dall’Aiart, l’associazione degli ascoltatori di radio e televisione, di ispirazione cattolica. Più precisamente il comitato dell’Istituto di autodisciplina «ha ingiunto alle parti di desistere dalla diffusione» della pubblicità «su tutti canali e con ogni mezzo». La decisione è appellabile nei prossimi 7 giorni. Nel caso di appello, a decidere sarebbe poi il Giurì dell’Istituto di autodisciplina quale giudice terzo.

Lo Iap ricorda in un comunicato che «la campagna pubblicitaria, ambientata in un convento e con sottofondo musicale l’Ave Maria di Schubert, mostra un gruppo di suore novizie dirigersi verso l’altare della chiesa per prendere la comunione. Non appena la prima novizia della fila riceve dal sacerdote l’ostia (nella versione web una patatina) si sente un sonoro scrocchio riecheggiare nella chiesa. Stupita e imbarazzata di poter essere la causa di quell’imprevista emissione, la novizia si volta verso la sagrestia dove una altra suora sta sgranocchiando le croccanti patatine pubblicizzate, prendendole dal sacchetto. Il video si conclude con le immagini del prodotto e il claim “Amica chips il divino quotidiano”». (dal quotidiano “Avvenire”)

Non ho visto questo spot pubblicitario e non posso quindi valutarne l’impatto emotivo sullo spettatore e capire se veramente urti il senso religioso e manchi di rispetto alla fede religiosa. Tutto infatti dovrebbe avere un limite, ma sappiamo bene purtroppo che in tutto e per tutto il limite è dettato dall’interesse economico.

La pubblicità, oltre che essere l’anima del commercio, è lo specchio deformato della cultura corrente e quindi non mi scandalizzo affatto di queste stupide boutade, che riempiono il vuoto pneumatico della nostra mentalità corrente.

Mio padre, che non era certo un bigotto ma semmai un diversamente credente, quando vedeva simili immagini diceva di non ridere, né piangere, ma di provare una profonda pena. Mi sembra la reazione azzeccata. Personalmente non avrei inoltrato alcun ricorso allo Iap: nella nostra società bisogna paradossalmente utilizzare le sciocchezze per far capire a quale punto di imbecillità siamo arrivati a prescindere da eventuali offese al senso comune religioso. Si tratta di attentato al buon senso e al buon gusto.

E poi ricordiamoci che la pubblicità deve stupire, non importa come, per ottenere il suo risultato; il messaggio in questione è riuscito nell’intento, favorito anche dalle reazioni spropositate dei benpensanti. Bisogna infatti stare bene attenti a non fare involontariamente il gioco di chi vuole subdolamente speculare su tutto pur di ottenere un effetto economico.

Quando si discute di influenza negativa dei media e di quanto in essi è contenuto, mi sovviene sempre ciò che monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante un convegno tenuto nell’Aula dei Filosofi dell’Università di Parma (non ricordo l’argomento di questo convegno), raccontò di aver detto alle suore della sua diocesi, creando volutamente un certo scandalo, vale a dire di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo.

Applicando il condivisibile e provocatorio metro di giudizio riboldiano, non saprei dove collocare lo spot delle patatine: nel perbenismo commerciale televisivo o nella (quasi) profanazione mercantile? Credo si tratti della versione perbenista del vuoto valoriale della società consumistica. E allora preferisco la satira a contenuto chiaramente blasfemo, da quella mi difendo meglio.

A proposito di pubblicità, devo togliermi un sassolino dalla scarpa, che da tempo tormenta il mio piede di navigatore nel sito internet di “Avvenire”.  Pur apprezzando in modo critico i contenuti del sito (a cui spesso e volentieri attingo come spunto per i miei commenti giornalieri) e il fatto di poterli leggere senza pagare (come avviene per tutti gli altri siti collegati ai giornali quotidiani), noto che da qualche tempo la presenza pubblicitaria è tale da compromettere la navigazione al limite dell’induzione alla rinuncia.

Il coatto bagno pubblicitario nella piscina di “Avvenire” fa il paio con quello nel palinsesto delle tv a contenuto religioso (ne seguo due: TV 2000 e padre Pio TV): ci manca poco che gli spot vadano in onda fra un mistero e l’altro del Rosario e prima o dopo le parti fondamentali della Messa.

Due riflessioni piuttosto acide: 1) chi è senza peccato pubblicitario scagli la prima pietra; 2) viviamo in una società consumistica e…bisogna pur campare.

Parafrasando il grande Enzo Biagi, la pubblicità è negativa, ma solo un pochettino, cioè quando non serve per un fine più elevato. E chi stabilisce lo scopo che rende veniale il peccato di fornicazione pubblicitaria?

 

Esame di coscienza per chi ha la coscienza

“Estirpiamo cacicchi e capibastone!”. Il 12 marzo 2023 Elly Schlein guidava la sua prima assemblea da leader del Pd, colpendo tutti per quel richiamo contro i ras, i porta-voti, i partiti nel partito che spesso controllano voti, nomine e consiglieri nella loro fetta di influenza. Un anno più tardi, la promessa è lontana dall’essere mantenuta. […] (da “Il Fatto Quotidiano”)

Mentre a Bari non si scioglie lo stallo tra i due candidati sostenuti da Pd e M5S, nonostante lo sforzo dei pontieri, da Torino arriva un’altra tegola sul fronte giallorosso. Non solo i 5S hanno ufficializzato ieri la loro candidata alle regionali di giugno, Sarah Disabato, uno delle più agguerrite contro il Pd, ma Chiara Appendino mette il dito nella piaga di un’inchiesta che riguarda Salvatore Gallo, padre di un consigliere regionale Pd. Anche qui, come per l’ex assessora pugliese Anita Maurodinoia, l’accusa è voto di scambio. «Che ci fossero dei problemi politici ad oggi irrisolti nel Pd torinese penso fosse una cosa nota a tutti». Altra bordata: «Dall’inchiesta della procura di Torino emerge un quadro desolante della politica, spero che non si voglia nascondere la testa sotto la sabbia».

Dalle Alpi al Tavoliere l’assedio di Giuseppe Conte a Schlein sulla questione morale si fa sempre più incalzante: con l’obiettivo, neppure troppo nascosto, di accorciare le distanze in vista delle europee. Dal Pd il deputato romano Andrea Casu accusa Conte di agitare una «questione morale double face che serve solo ad aiutare la destra». E cita la condanna a 8 anni per lo stadio della Roma dell’ex presidente del consiglio comunale di Roma Marcello De Vito, all’epoca grillino e poi fuoriuscito: «Come minimo ci aspettiamo che Conte ritiri la tessera di Virginia Raggi. Altrimenti significa che per lui la legalità non solo è negoziabile ma è una questione da agitare a là carte solo contro il Pd». (da “Il manifesto”)

Non so se sia scoppiata una tempesta nel bicchiere del partito democratico o se stia emergendo un maltempo diffuso e profondo nella cantina dell’intera politica italiana. Spira indubbiamente un’aria di polemica strumentale a colpi bassi tra PD e M5S: il primo sta offrendo al secondo su un piatto d’argento la possibilità di sfoggiare il suo principale cavallo di battaglia (l’anticorruzione) in vista delle elezioni europee ed amministrative in modo da raccogliere il consenso proveniente dagli scontenti piddini e capovolgere i rapporti di forza all’interno del centro-sinistra. Tuttavia il PD è nell’occhio del ciclone e si vede spuntata l’arma che stava brandendo verso la destra inguaiata dagli indagati di lusso fino ad ora spudoratamente protetti. È in agguato il “così fan tutti”, che soddisfa l’elettorato di destra e scandalizza quello di sinistra.

Certamente si tratta di un ulteriore assist all’astensionismo e alla sfiducia verso l’intera classe politica. Non so se siano più gravi l’inadeguatezza, l’impreparazione, l’inesperienza e l’incapacità che i partiti stanno abbondantemente esibendo oppure il mancato rispetto di valori e prerequisiti che dovrebbero stare alla base del fare politica.

Bisogna essere però attenti a non fare di ogni erba un fascio, anche se diventa difficile operare distinzioni: in un clima problematicamente devastante troviamo le bassezze di una cucina politica paradossalmente dedita a ricette affaristiche e partitistiche. Il peggio del peggio!

Per il partito democratico potrebbe essere l’occasione buona per liberarsi di certe abbondanti scorie del passato e del presente. Onestamente non so se Elly Schlein sia in grado di fare questa pulizia e se troverà gli aiuti necessari al riguardo. Paradossalmente potrebbe essere la sua carta vincente anche perché sul piano squisitamente personale sembra avere credibilità e moralità almeno sufficienti alla bisogna.

Il discorso però è molto complesso e non credo possano bastare le provocazioni pentastellate e le stilettate della destra a indurre il PD ad una profonda revisione di vita e ad un coraggioso ricambio di classe dirigente. Penso che la sinistra debba fare una grossa riflessione sul proprio passato per giungere a proposte credibili per il presente e a visioni convincenti per il futuro. Non saprei dire molto di più, se non auguri di vero cuore!

 

 

Caratteracciolo senza speranza

Posso essere stanco della mancanza dei politici? Per balordi che siano non possono infatti essere sostituiti dai giornalisti e/o dai magistrati. Si fanno perennemente i conti senza l’oste con la conseguenza che vince l’oste col vino peggiore. Si viaggia fra l’insensata incensazione coordinata e continuativa della Rai nei confronti del centro-destra e la pur accattivante ma insufficiente critica de La 7. I politici restano sullo sfondo per essere osannati o sbeffeggiati. È un gioco al massacro che non mi piace. Da una parte l’entusiasmo sul nulla, dall’altra la teorizzazione del nulla, con il Parlamento sostituito dagli studi televisivi.

Volete un autorevolissimo esempio? Lo prendo dalla incessante e poco mirata presenza mediatica dell’esperto di geo-politica, nonché direttore dell’autorevole rivista “Limes”, Lucio Caracciolo, al quale va peraltro tutta la mia stima ed ammirazione.

Questo illustre signore viaggia a tutto campo dalla politica interna alla politica estera. Parte da una considerazione tendente allo zero nei confronti dei cittadini italiani, considerati sociologicamente e culturalmente di centro-destra, vocati a scegliere a vanvera, creduloni in campagna elettorale, sensibili ai condoni, ottusi sui propri bisogni sanitari, rassegnati ad un clima di guerra permanente.

Mia sorella Lucia sarebbe forse d’accordo in quanto spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”: la cosa è vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La impietosa analisi, che faceva delle magagne del popolo italiano, la portava a concludere che siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti».

Caracciolo non dice proprio così, ma quasi. Dopo di che viene il bello. Che fare? Rassegnarsi? Rinunciare alla politica sommersa dai debiti e dalle guerre? Piegarsi alla ragion del nulla? Mettere sullo stesso piano una destra ridicola e una sinistra assurda? Se non si fa intervenire l’opinione dei politici, per debole che sia, si va dritti-dritti nel qualunquismo e nell’astensionismo. Pericolosissimo!

Passiamo all’Europa secondo Caracciolo: un’accozzaglia di Stati incapaci di avviare ogni e qualsiasi processo politico: impossibile la difesa comune (chi comanderebbe l’esercito? chi sgancerebbe i quattrini?), impensabile una presenza internazionale di peso (si scarica tutto sulla Nato), assurda una politica finanziaria (dominata dai debiti e dalle convenienze nazionaliste e sovraniste).

Torno ancora a mia sorella che, in un certo senso batteva pari rispetto a Caracciolo: lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Anche in campo europeo però non ci si può rassegnare, la strada è obbligata e occorrerebbe costringere i politici anche in vista delle prossime elezioni a venire giù dal pero nazionale per proporre uno straccio di Europa del futuro. Non è compito di Caracciolo, ma anziché predicare scientifica rassegnazione, varrebbe la pena almeno auspicare qualcosa di europeo in senso proprio.

Termino con gli assetti bellicisti mondiali. Secondo Caracciolo Israele andrà fino in fondo nella sua strategia, non ci sarà modo di fermarlo. Gli Usa sono prigionieri di loro stessi, delle loro contraddizioni (armi e aiuti), della loro crisi imperiale (non determinano più gli equilibri mondiali), rischiano la pelle democratica (il prossimo responso elettorale sarà comunque messo in discussione se non contestato violentemente).

Vado alle opinioni di mia sorella. Di ritorno da un viaggio a livello turistico-religioso in Terra Santa, disse: “Gli ebrei sono tremendi e trattano i palestinesi come pezze da piedi. Questi ultimi purtroppo non capiscono niente e si fanno abbindolare dagli Stati arabi. Tutto ciò sta succedendo a monte e a valle dell’attuale guerra di Israele contro Hamas, che sta spazzando via dalla faccia della terra i palestinesi.

Anche nel contesto mondiale non ci si può fermare a questo punto, aspettando magari che scoppi una bomba atomica. La politica dovrebbe avere un ruolo, anche a livello italiano ed europeo. Caracciolo parla bene e la politica razzola male, ma finirla così è un non senso etico prima e più che politico. Anche mia sorella era spietata, ma dopo si faceva su le maniche nell’impegno politico che faticosamente portava avanti: osservava e denunciava il negativo, ma proponeva ed operava il positivo.

Me la sono presa (forse) ingiustamente con suocera perché nuora intenda. Attenzione comunque ai tuttologi specialisti in scetticismo che ci trascinano o ci inducono in tentazioni qualunquiste, che non offrono vie d’uscita e non danno speranza. Alla fine chi lucra su un simile monco dibattito è la destra: se non si può fare niente, tanto vale conservare o addirittura tornare indietro. Non è un caso che, in uno degli ultimi appuntamenti di Otto e mezzo su La 7, alle impietose analisi senza speranza alcuna di Lucio Caracciolo facesse buon viso Mario Sechi, direttore di Libero, giornalista che di libero ha solo il titolo della testata per cui lavora: come volevasi dimostrare. Non illudiamoci di mettere in vacanza la politica, perché rischiamo una palude totale in cui guazzano i pesci più sporchi del mondo e nel mondo, i capaci di tutto dell’attuale governo e i buoni a nulla dell’attuale opposizione.