Il sale cattolico mantiene il suo sapore

Più formazione agli agenti di polizia penitenziaria e più attività educative e di formazione professionale per i detenuti minori finiti in carcere soprattutto per reati di sopravvivenza. Questa è la ricetta per abbassare la tensione e dare un futuro diverso ai ragazzi di don Gino Rigoldi, cappellano emerito del “Beccaria” che prova a fornire alcune spiegazioni sul contesto in cui è maturata l’inchiesta sulle violenze che hanno portato all’arresto di 13 agenti di polizia penitenziaria.

 

Quanto ai 5 stelle, sono un partito che è nato e ha avuto successo sull’onda di un’emozione, quella di dare una spallata alla cosiddetta politica della “casta”. Oggi, però, di emozioni ne abbiamo anche troppe. Dinnanzi a quel che succede nel mondo, servono al contrario delle rassicurazioni, rispetto a una politica che salvi la sanità, che rimetta al centro la scuola, il problema della casa e del lavoro, che operi per un fisco più equo. Io noto che quando c’è da costruire, da pensare in positivo il Movimento non c’è, ancora latita, diventa forza evanescente. Se il Pd ha dei problemi oggi, M5s ne ha dieci volte di più. Se avessero buon senso, i leader del centrosinistra costituirebbero una comune squadra di lavoro che analizzi i problemi che riguardano tutti i cittadini. Ma non lo si fa. (Romano Prodi)

 

L’Europa è stata creata da tre cattolici che più cattolici non si può: non solo De Gasperi, ma anche Schuman e Adenauer, tutti animati da un’etica comune. L’Europa è nata dal profondo richiamo alla pace che veniva soprattutto dal mondo cattolico. C’era una comunanza di pensiero, che è la stessa che ho poi ritrovato ad esempio nei miei primi colloqui con Helmut Kohl, quando ci ritrovammo, nonostante le diverse appartenenze politiche, a riflettere sulle comuni letture fatte di Romano Guardini, filosofo che sapeva cogliere i legami della vita spirituale con la realtà quotidiana. Essere il lievito nella società è essenziale in questa fase di sbandamento ideologico. (Romano Prodi)

 

Il vero rischio che vedo è l’isolamento della politica, quasi tutta, dal sentire popolare soprattutto su questo tema cruciale (la pace). Penso che chi porta avanti un’altra linea sui conflitti in corso, linea che sta accompagnando e non frenando l’orribile saldarsi dei pezzi della «guerra mondiale a pezzi» in un mondo segnato da disuguaglianze anche feroci, dovrà fare i conti con la realtà. Ovvero dovrà chiedersi come costruire pace e disarmo. E a quel punto si scoprirà che quanto anch’io vado dicendo e documentando da tempo, e con più intensità negli ultimi due anni, non è una provocazione, ma un contributo per una risposta politica a un dramma di cui possiamo e dobbiamo cambiare i prossimi atti e, soprattutto, il finale. (Marco Tarquinio)

 

“Non ho paura delle camice nere! Ho paura della deriva autoritaria di molti governi in Europa”, così Rosy Bindi sulla censura per il monologo di Antonio Scurati.

 

Ieri mi sono sentito toccato nel vivo dalla noncuranza civica del cattolicesimo organizzato, oggi, dopo il “peccato”, faccio la “penitenza”, sentendomi provocato dalle parole e dai giudizi di alcuni autorevoli cattolici, di cui riporto il pensiero tramite brevi stralci di articoli e interviste pubblicate dal quotidiano “Avvenire” e, per quanto riguarda Rosy Bindi, dal programma “Otto e mezzo” de La 7, personaggi che sono stati impegnati o che si stanno impegnando in politica e nel sociale: don Gino Rigoldi, Romano Prodi, Marco Tarquinio e Rosy Bindi.

Non sono un integralista, non lo sono mai stato e men che meno lo sono oggi, ma devo ammettere, con un certo speranzoso interesse, che il pensiero cattolico progressista (a cui ho sempre fatto riferimento nei miei impegni politici, culturali e professionali) mantiene intatta tutta la sua freschezza e validità di contenuti. I media danno poco spazio a questi contributi, tentati da una caricatura laicista, che nulla ha da spartire con una sana e dialogante laicità. Sui temi fondamentali il cattolicesimo democratico ha molto da dire: se ne prenda atto. La politica prenda spunti culturali e non punti elettorali.

Attenzione alle strumentalizzazioni di ogni tipo: mi preoccupa soprattutto quella proveniente dalla destra e dalla sua penosa ed anacronistica riproposizione del “Dio, patria e famiglia”, che ha già combinato sufficienti disastri in passato. Non sono nemmeno propenso alle nostalgiche riesumazioni pseudo-democristiane pur riconoscendo la portata storica di questo partito in cui ho militato aderendo alla corrente della sinistra sociale. Non credo sinceramente alla ventilata e fantasiosa ipotesi della rinascita di un partito più o meno confessionale di cui la gente sentirebbe la necessità valoriale, anche perché sento spirare dietro l’angolo l’aria reazionaria in materia dei cosiddetti diritti civili, che porta a ricostruire inutili steccati ideologici dietro cui quanti soffrono continuano a soffrire in nome di una contrapposizione fine a se stessa.

Sul futuro del Partito democratico e della sua disponibilità all’ascolto e alla valorizzazione del patrimonio ideale e valoriale proveniente dalla cultura e dall’impegno politico dei cattolici democratici e progressisti, nutro parecchie perplessità. Non sono tanto preoccupato delle sbandierate questioni dell’aborto, del suicidio assistito, delle adozioni da parte delle coppie omosessuali e nemmeno della teoria del gender, ma della (in)capacità di recuperare una vocazione popolare e sociale così poco presente nell’agire politico della sinistra.

Non vedo però alternative all’orizzonte e soffro questa sbrigativa insensibilità che finisce col marginalizzare colpevolmente la cultura cattolica, che doveva essere uno dei filoni su cui basare la vita di questo partito. Forse però lo scetticismo e le perplessità dovrebbero essere accantonate e sgrossate a livello di impegno concreto. Sono troppo vecchio e logoro per seguire questo indirizzo e quindi vivo alla giornata: leggo, scrivo, rifletto, faccio tanta fatica a votare e spero di non essere passibile del drastico giudizio che mi rifilò un caro amico all’indomani del mio precoce pensionamento. Dopo avere ascoltato i miei affannosi e patetici propositi di impegno a livello sociale e culturale, mi disse apertamente e simpaticamente: “Ho capito, non fai un cazzo…”.

Ecco perché mi sforzo almeno di valutare con molta attenzione (anche se non sufficienti a sbloccare il mio personale Aventino) le coraggiose motivazioni di Marco Tarquinio espresse nella già citata intervista ad “Avvenire”, nel momento in cui ha deciso di accettare la candidatura a parlamentare europeo nelle liste del Partito democratico senza nascondere le difficoltà dei rapporti tra cattolici e Pd: “Oggi c’è una crisi in questo rapporto, una crisi seria. E credo che sia indispensabile affrontarla lontano e fuori da vecchi schemi e pregiudizi che inducono sovente al non ascolto reciproco. Credo che anche questo sia un compito collettivo, al quale ciascuno deve contribuire per la sua parte. Sono convinto che la comunità politica nata dall’incontro tra il solidarismo cattolico e quello della sinistra di matrice socialista non possa fare a meno dell’apporto ideale e concreto dei cristiani. Il cambiamento in corso nel Pd è un’occasione da non perdere. Sia per rinvigorire l’infrastruttura etica e programmatica, sia per sviluppare politiche che servano la vita vera della gente vera. È così che si può chiedere credibilmente ai cittadini il timone del Paese e costruire alleanze efficaci”.

 

 

 

L’Azione Cattolica in un’altra piazza

Oltre 50mila persone, provenienti da 200 diocesi, 600 i pullman che sbarcheranno a Roma. Sono i “numeri” dell’incontro nazionale dell’Azione Cattolica con il Papa, in programma il 25 aprile in piazza San Pietro sul tema “A braccia aperte”. In video collegamento, dopo il discorso del Papa – ha annunciato mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ac, a proposito dell’evento che verrà trasmesso in diretta da Rai Uno – interverrà il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. In piazza anche il cantante Giovanni Caccamo e l’attore Neri Marcorè. L’appuntamento del 25 aprile, ha spiegato mons. Giuliodori, “è frutto di un percorso, un cammino di consuetudine che lega l’Ac ai Pontefici, soprattutto dal Concilio in poi. Con Papa Francesco questo legame è stato ulteriormente confermato e consolidato, come in occasione dei 150 anni dell’associazione. Quello del Santo Padre sull’Ac è un pensiero forte e incisivo che ci incoraggia molto: le sue sono sempre parole non di circostanza, ma che stimolano e provocano”. L’evento del 25 aprile si colloca, inoltre, all’interno del percorso sinodale tracciato dal Sinodo sulla sinodalità e dal Cammino sinodale della Chiesa italiana: “Papa Francesco – ha commentato Giuliodori – ha scosso l’umanità dal suo torpore, chiamando alla responsabilità che tutti abbiamo di fronte al Creato. Ha promosso percorsi di apertura a tutti i livelli e l’Ac è fortemente interpellata su questo tema”. Sarà la Fratelli tutti, in particolare, la piattaforma su cui si snoderà l’evento del 25 aprile: “Non è scontato, in una stagione di grandi chiusure come questa”. “Una delle più grandi questioni del Sinodo è come la Chiesa riesca ad incidere della storia”, ha ricordato l’assistente generale di Ac: “Il laicato è la grande sfida, e l’Ac è in prima linea proprio come associazione laicale a servizio della Chiesa”. L’incontro con Papa Francesco farà da prologo ai lavori della XVIII Assemblea nazionale elettiva dell’Ac, “Testimoni di tutte le cose da lui compiute”, che si solverà a Sacrofano, presso la Fraterna Domus, dal 25 al 28 aprile. Mille i delegati, provenienti da tutte le diocesi d’Italia, che eleggeranno il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana per il triennio 2024-2027. Tra gli ospiti dell’assemblea i cardinali Parolin, Farrell, Semeraro, Zuppi e Grech. (Sir – agenzia d’informazione)

Massimo rispetto per l’Azione Cattolica: ne ho peraltro fatto parte per tanti anni, dall’infanzia al raggiungimento della maturità. Massima attenzione al contributo che questo movimento ha dato e può dare alla storia della Chiesa. Massima considerazione per la partecipazione al percorso sinodale. Massima ammirazione per la mobilitazione e l’impegno ecclesiale di tanti cattolici.

Mi permetto però di porgere una domanda: nell’anno ci sono 365 giorni (nel 2024 i giorni sono addirittura 366), era quindi proprio opportuno sovrapporsi alla celebrazione della festa della Liberazione, oggi più che mai ricorrenza civile importantissima per la vita democratica del Paese? Ho acceso il televisore e mi sono imbattuto nel raduno oceanico di A. C. in piazza San Pietro: pensavo di assistere alle manifestazioni del 25 aprile invece… Non sarebbe stato meglio per quei cattolici partecipare alle celebrazioni resistenziali, che peraltro ricordano la lotta, il sacrificio e la morte anche di tanti sacerdoti e laici?

Non è che si è finito col fornire, seppure involontariamente, un perfetto assist a quanti vogliono glissare sull’antifascismo, contrapponendo la stracolma cattolicissima piazza San Pietro a tutte le piazze in cui si sono radunati gli italiani per dare un rinnovato senso alla nostra democrazia nata dalla Resistenza?

Mia sorella Lucia, che si riteneva una cattolica adulta, capace pur con tutti i suoi limiti e difetti, di discernere in campo politico e non solo, era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda”. Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando chiacchiere bigotte e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

Non voglio dire che l’Azione Cattolica sia catalogabile tout court nelle devianze a cui alludeva mia sorella. Resta tuttavia un’occasione persa, forse l’ennesima, per compiere un atto laico di assoluta fede nei valori resistenziali e costituzionali che stanno alla base della nostra Repubblica, peraltro in linea con la popolare e clericale (purtroppo non sempre, soprattutto a certi livelli) adesione dei cattolici alle lotte partigiane e all’antifascismo. Invece è emersa, seppure indirettamente, l’immagine di una cattolicità ripiegata su se stessa. Ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di uscire dagli schemi ecclesiali per inserirsi, da cattolici, in quelli civili.

 

 

 

Spigolature antifasciste di vita vissuta in Oltretorrente

Nel periodo in cui mio padre lavorava da imbianchino come lavoratore dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere”, “chi si ferma è perduto” e roba del genere).

Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch?”.   “Beh”, rispose in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?”.  Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione, ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli”. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

Mio padre era figlio dell’Oltretorrente, il rione dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo, dove la battaglia politica nel dopoguerra si era svolta in modo aspro e sanguigno, dove il popolo, pur tra mille contraddizioni, sapeva esprimere solidarietà.

Ne conosceva tutti gli abitanti, contava moltissimi amici nel quartiere, ne aveva frequentato le osterie (dove si osava parlar male del fascismo e di Mussolini), le barberie (luogo allora di ritrovo e del gossip più antico e leale), aveva cantato e discusso di musica nei covi popolari e verdiani, aveva respirato a pieni polmoni un’aria sana e democratica e quindi non poteva farsi intossicare dal fascismo. A proposito di osterie mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto), che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’Oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.

Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.

Ascoltavo ancora bambino questi racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi. Nell’osteria a due passi dalla casa della mia fanciullezza si raccoglievano firme per una petizione di carattere politico: fecero firmare anche un ingenuo e sordo vecchio amico con l’illusione di sottoscrivere una richiesta di rimozione per un fetido e puzzolente vespasiano della zona (non c’era sostanziale differenza…). Per fortuna l’iniziativa non creò grane, ma l’Oltretorrente era questo: genio e sregolatezza, musica e politica, risate ed all’occorrenza…

I “pirlamentari” europei sotto il letto di Strasburgo

Via libera del Parlamento europeo al nuovo Patto di Stabilità, con nessuno dei principali partiti italiani che ha votato a favore del provvedimento. Questa settimana a Strasburgo si svolge l’ultima sessione plenaria dell’eurocamera prima delle elezioni di giugno. Una maratona legislativa in cui sono messi ai voti quasi 90 provvedimenti o risoluzioni, comprese le nuove regole sulla governance economica dell’Unione europea, storicamente una delle questioni su cui è più complicato riuscire a mettere d’accordo tutti e 27 gli Stati membri. Tra chi oggi ha dato luce verde al nuovo Patto di Stabilità non c’è nessun partito italiano, con Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico che si sono astenuti. Contrari Movimento 5 Stelle e Verdi, che hanno descritto le nuove regole sulla governance economica come «il ritorno dell’austerità in Europa». Solo tre italiani hanno votato a favore.  (Open)

 

Via libera al Patto di stabilità, l’Italia non lo vota. Centrodestra e Pd si astengono. Gentiloni: ‘Un buon compromesso’. Una votazione rapida, con una maggioranza che non lascia spazio a dubbi ma nella quale spicca un grande assente: l’Italia. Il nuovo Patto di stabilità e crescita è all’ultimissimo miglio prima di entrare in vigore e ha incassato, a Strasburgo, il via libera definitivo del Parlamento Ue. Il testo cambia le regole del gioco nella governance economica mantenendo da un lato i parametri del 3 e del 60% per il deficit e per il Pil ma concedendo dall’altro dei piani di rientro più graduali per i Paesi ad alto debito. (Ansa.it/Europa)

 

Il fatto è paradossale. I partiti di governo sconfessano in sede europea l’operato del governo italiano. Il Partito democratico sconfessa in sede europea l’operato di Paolo Gentiloni commissario di espressione piddina per gli affari economici e monetari.

In un sistema politico serio il governo italiano dovrebbe dimettersi in quanto privo di fiducia riguardo al suo comportamento in sede europea laddove ha concordato un patto, peraltro di grande importanza, successivamente non approvato dagli esponenti parlamentari europei appartenenti ai partiti che sostengono il governo in Italia. Sembra uno scherzo, un gioco dei bussolotti, una presa per i fondelli in chiave elettorale.

Tutti ricorderanno la barzelletta del marito che, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!». Ebbene i parlamentari europei di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono ficcati sotto il letto di Strasburgo con un rigurgito di nazionalismo da mostrare agli elettori. Europeisti forzati nei rapporti governativi, europeisti in libera uscita nei rapporti parlamentari. La presidente Meloni non fa nemmeno una piega, forse le va bene un messaggio subliminale euroscettico da inviare ai partner europei. Il ministro Giorgetti fa buon viso politico a cattiva sorte governativa, forse gli va bene vomitare per interposto leghismo il rospo ingoiato per realpolitik. Come ne esca la coerenza italiana è facile da immaginare: i soliti italiani che non si sa da che parte stanno.

Anche il Pd e Gentiloni non ne escono bene, ne escono anzi malissimo con un goffo e penoso corto circuito: il commissario dovrebbe chiedere al suo partito a che gioco si sta giocando; il partito dovrebbe chiedersi se sia accettabile sparare a Strasburgo sul proprio pianista. Ironico il commento del commissario italiano Paolo Gentiloni, che dice: “La politica italiana si è unita sul Patto di Stabilità”.

Morale della favola: è la politica, stupido!  In politica tutto è consentito, cosa non si fa per conquistare voti e cosa non si fa per votare i buffoni di turno. E io dovrei recarmi alle urne il prossimo giugno per eleggere i “pirlamentari” europei? Ma fatemi il piacere… Povera Italia e povera Europa!

 

 

Il programma antelucano potenzialmente maggioritario

La Basilicata, insomma, consegna a Pd e M5s lo spettro di diventare strutturalmente minoritari. E se dopo la Sardegna pareva plausibile che alle Europee la somma dei partiti delle due coalizioni potesse allinearsi, ora questa prospettiva sembra sparire. Soprattutto con la crescita di Forza Italia che va a calmierare le perdite del Carroccio. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

Mi permetto di non essere d’accordo, innanzitutto perché attualmente in politica non c’è (purtroppo) nulla di strutturale: gli scenari sono intercambiabili, sembra di essere in palcoscenico durante un intervallo fra gli atti della rappresentazione teatrale.

In secondo luogo la debolezza dei partiti di sinistra non è un destino cinico e baro, ma una conseguenza logica della mancanza di un programma serio di governo, che prenda le mosse dagli enormi problemi della gente, del rifugiarsi in tattiche elettorali snaturanti, evasive e controproducenti (la candidatura di Elly Schlein o addirittura il suo nome accanto al simbolo), del giocare a rincorrersi su temi divisivi piuttosto che cercare convergenze su temi condivisibili (la gara al più pulito anziché la comune battaglia allo sporco dell’ingiustizia e delle povertà).

Come ha argutamente, ma forse lapalissianamente, sostenuto Lina Palmerini, editorialista del Sole 24 ore, il programma della sinistra è già fatto ed è sotto gli occhi di tutti e del suo potenziale elettorato: i punti salienti sono il ripristino e la valorizzazione della sanità pubblica, il perseguimento dell’equità fiscale, la sicurezza del lavoro e la sua sprecarizzazione, la lotta alle povertà, etc. etc. Dovrebbe bastare unire questi punti e la proposta agli elettori sarebbe pronta da votare.

L’alternativa non consiste tanto nella contrapposizione delle classi dirigenti e delle candidature personali, ma nelle politiche socio-economiche diverse da quelle di destra e nel conseguente recupero di fiducia dalle classi sociali meno abbienti o comunque insoddisfatte. Ed è quanto manca al potenziale elettorato di sinistra per uscire dallo scetticismo, dall’astensionismo sterile e finanche dall’illusionismo destrorso.

Sono anch’io collocabile in questo scomodo parterre, vedovo di una sinistra credibile, in attesa di un matrimonio se non d’amore almeno di interesse.

Il PD e il M5S sono estremamente carenti su questo piano, fanno opposizione in modo strumentale e polemico alla destra, ma in realtà si fanno paradossale vicendevole opposizione. Le uniche due eccezioni ideologiche alla politica pragmatica di una sinistra credibile sono l’antifascismo e il pacifismo. Il primo non è roba vecchia ma modernissima e fondamentalissima. Il secondo non è roba da sognatori, ma da politici a mondo tutto tondo.

Resto in attesa delle regole socio-economiche costituenti una verace politica di sinistra e delle suddette eccezioni alle regole. Diversamente la prova d’esame rischia di diventare strutturalmente e costantemente rinviabile alla prossima sessione.

 

L’inopinata invasione di campo ursuliana

Mario Draghi ed Enrico Letta, due ex premier italiani, sono stati incaricati dalla presidente uscente della Commissione europea Ursula von der Leyen di “servire” l’Europa. Il primo con una proposta su come rendere competitiva l’Europa nel nuovo ordine, o forse disordine, mondiale. Le anticipazioni sono state tanto prevedibili – per chi ascolta e legge l’ex presidente della Bce al di là e oltre l’incarico a palazzo Chigi – quando choccanti: “Proporrò cambi radicali per avere un’Unione europea adatta al mondo di oggi e soprattutto domani. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e autonomi, su una Difesa Ue integrata e su una posizione di leadership”. Un appello che dovrebbe far riflettere: “L’Europa agisca unita, non c’è più tempo da perdere”. Draghi divide, non per quello che dice ma per quello che potrebbe andare a fare a Bruxelles, alla guida della Commissione o, meglio ancora, del Consiglio. “Draghi? Anche no – ha detto ieri Salvini spazzando via ogni ipotesi. “La Lega ha già fatto i suoi sacrifici con Draghi e l’abbiamo anche scontata. Poi non so cosa voglia fare, però abbiamo già dato”.

Letta, siccome fa meno paura perché meno ingombrante – viene commentato in Italia solo da Pd e dintorni. Eppure, anche la sua ricetta per potenziare il mercato unico europeo è necessaria all’Europa che nascerà dal voto del 9 giugno. Tanto che a Bruxelles i 27 ne hanno discusso ieri ben più del previsto, fino a pomeriggio inoltrato, in cerca di una sintesi. Di un compromesso. Il famoso numero 3. Von der Leyen ha promesso: “Le relazioni di Draghi e Letta ispireranno le linee guida del prossimo mandato”. Meloni ha esaltato il fatto che entrambi dicono che l’Europa “va cambiata”. Come se fosse una novità o il programma di una parte e non dell’altra. La premier ha elogiato il lavoro di Letta perché “ci sono spunti molto interessanti, che coincidono con l’azione di governo” ma un veloce fact-checking dimostrerebbe in fretta il contrario. “Siamo contenti che si parli di un italiano per ruoli di vertice. Ma parlare ora di Draghi è pura filosofia” ha tagliato corto. Se ne parla, e non da oggi, nei vertici e nei bilaterali europei, vietato farlo in Italia. Perché divide, perché parte il tifo da stadio. Soliti inutili giochi delle coppie. Che rifiutano il buon senso del numero 3. (da “Il Riformista” – Claudia Fusani)

Invece di essere non dico onorati ma almeno interessati, le forze (meglio dire le debolezze) politiche italiane fanno orecchie da mercante a chi tira in ballo due personaggi come Mario Draghi ed Enrico Letta. Non ho idea dove voglia parare Ursula von der Leyen, chiamando in causa Draghi e Letta: non so se voglia neutralizzarne prematuramente le eventuali velleità oppure collocarli nel suo pensatoio in vista di una riconferma alla guida della Commissione europea. Fatto sta che “nemo propheta in patria”. Draghi è stato a suo tempo giubilato dai partiti italiani in quanto temevano che potesse rovinare il loro già pessimo incipit politico. Letta era stato chiamato dal Partito Democratico non si è mai capito bene il perché, forse per coprire gli altarini con il suo innegabile prestigio: operazione fallita.

Sono entrambi due panchinari di lusso, soprattutto Draghi. Ursula ha detto loro di svestire la tuta e di iniziare a scaldarsi? È bastato per impensierire la destra e la sinistra: per cortesia non disturbiamo i manovratori. Giorgia Meloni vuol consolidare il suo protagonismo internazionale e non vuole certo fra i piedi un personaggio come Draghi. Salvini deve salvare la faccia e magari teme che Giorgetti possa ricominciare a sentire le sirene draghiane. I democratici si arrovellano nel dualismo PD-Cinque stelle: Draghi e Letta metterebbero a nudo la loro inconsistenza leaderistica e programmatica. Su tutti incombe la questione morale e guai se dovesse spuntare qualche personaggio in grado di voltare pagina.

Probabilmente qualcuno avrà telefonato alla Von Der Leyen dicendo: “Ma cosa ti sta frullando nel cervello? Lascia perdere e soprattutto lasciaci in pace!  Ne parleremo dopo le elezioni, adesso per cortesia non romperci i coglioni. Lascia che gli italiani votino sulle nostre bagatelle che con l’Europa c’entrano come i cavoli a merenda; non scompigliare le carte in tavola”. A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre.

 

In do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär

Ritengo che il miglior modo per celebrare la festa della Liberazione dal nazi-fascismo sia quello di inserirla nel clima politico odierno: una sorta di contestualizzazione rovesciata.

Resistenza (nel cuore e nel cervello) e Costituzione (alla mano), impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre)

in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

E in effetti parecchi sintomi di ritorno politico ad uno sconvolgente passato si colgono al volo, basta aprire occhi e orecchie. Ultimo e probabilmente non ultimo, la censura da parte della Rai del monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile, che lo scrittore avrebbe dovuto leggere durante la trasmissione «Che sarà» su Rai3 alla vigilia della Liberazione. Lo riporto di seguito integralmente.

 

“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sotto-casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.

In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.

Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?

Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).

Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.”

 

Meloni, Bruck, Guerritore e…Salis

Meloni, invece, sarà premier. La prima premier donna. E questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini, tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna ai posti di comando riesca ad essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo. (intervista a Edith Bruck del quotidiano “La Stampa” del 27 settembre 2022)

In questi giorni Corrado Formigli nella sua “Piazza pulita” ha intervistato Monica Guerritore, donna di cultura e spettacolo, ponendole lo stesso quesito che era stato posto a Edith Bruck, scrittrice e poetessa sopravvissuta alla shoah, vale a dire un giudizio sulla portata politica innovativa della femminilità di Giorgia Meloni.

Monica Guerritore ha fatto riferimento al caso di Ilaria Salis, mettendo in rilievo come Giorgia Meloni non abbia fatto il suo mestiere di donna e di madre nell’affrontare la situazione carceraria di questa donna italiana e non le abbia quindi allungato con dolcezza femminile, che viene prima della politica, quella mano di cui Ilaria Salis avrebbe bisogno al di là della concreta evoluzione del suo delicato caso giudiziario.

Perfetto! Forse sarebbe il caso che Giorgia Meloni ascoltasse i pareri culturali di donne di alto livello e lasciasse al suo destino Daniela Santanché così come tutta la combriccola che ha intorno e che le sta dando una mano ad andare nel fosso.

Torno a Ilaria Salis.

Se Ilaria Salis si candida con Alleanza Verdi Sinistra alle elezioni europee e viene eletta, dovrà essere scarcerata. Poi l’Ungheria potrà chiedere al Parlamento Europeo un nuovo arresto. Che però si dovrà votare in Assemblea. Le regole infatti sono dalla parte della maestra di Monza accusata di lesioni aggravate a Budapest. E mentre il padre Roberto dice che ha ricevuto offerte anche dal Partito Democratico e che quella della figlia non sarebbe una fuga dal processo, i precedenti in Italia e in Europa dicono che l’insegnante italiana da 14 mesi in cella potrà uscire dal carcere soltanto se vincesse il seggio a Bruxelles. Ma dovrà comunque attendere in carcere l’esito delle elezioni. Perché mentre il suo difensore Gyorgy Magyar dice che nel paese l’immunità scatta nel momento della presentazione delle liste, per le candidature in Italia si applica la norma interna. (da OPEN)

Vuoi vedere che ho trovato l’ago nel pagliaio, vale a dire una motivazione per andare alle urne il prossimo giugno, invertendo la tendenza degli ultimi tempi? Il motivo che mi spinge a valutare positivamente la candidatura di Ilaria Salis non è solo di carattere umanitario, ma anche di carattere politico. Come ho già avuto modo di dire e scrivere può darsi che questa nostra connazionale si sia fatta trascinare in una rissa, ma innanzitutto bisogna vedere da chi è stata eventualmente provocata e poi, se è passata, come si suol dire, alle vie di fatto, ha tutta la mia comprensione: ha informato i nazi-fascisti che c’è ancora qualcuno disposto ad andare in galera pur di relegarli nelle fogne della storia.

Molto probabilmente voterò per Ilaria Salis, se sarà candidata nel mio collegio elettorale: glielo devo in nome del mio innato antifascismo e per dare una lezione politica a quanti fanno fatica a dichiararsi antifascisti.

Vorrei infatti lasciare perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Ilaria Salis sarà in grado di fare una bella provocazione a lorsignori.

 

 

 

  

 

La volpe-Conte e l’anatra-Schlein

“Veramente sono stufo di leggere che il M5S vuole prendere un punto in più del Pd, sta facendo una continua competizione sul Pd. Oggi, dalla Calabria, annuncio che se alle Europee supereremo il Pd non farò valere questo come motivo di leadership nei confronti del Pd. Quindi il mondo del Pd si rilassi d’ora in poi. Per me la leadership passa dai valori, dai principi che tu persegui, dalla legalità, dalla trasparenza, dalla lotta alla corruzione, dalla capacità di cacciare via la politica dalla sanità, da infrastrutture migliori”. Così Giuseppe Conte intervistato in studio a Radio Onda verde a Vibo.

 

C’era una volta una volpe che vagava tranquilla per il bosco. Aveva appena bevuto da un ruscello e si stava avventurando in cerca di cibo verso i campi coltivati, appena fuori dal paesello vicino. Era già mattina inoltrata e la fame iniziava a farsi sentire con sonori brontolii provenienti dal pancino. A un certo punto, dopo aver camminato per un po’, la volpe vide una bella vigna piena di bellissimi grappoli d’uva. Controllò che non ci fossero pericoli in vista e si avvicinò furtiva a uno dei grappoli, quello che le sembrava più vicino. Non c’era nessuno nelle vicinanze: era il momento perfetto per fare un bel salto e prendersi il grappolo! La volpe quindi prese la rincorsa e hop! Fece un balzo cercando di afferrare coi denti il grappolo, ma niente. Non ci arrivò. La volpe, allora, prese un po’ più di rincorsa e hop! Fece un altro balzo, ma anche questo non era abbastanza alto per riuscire ad arrivare al grappolo d’uva. La volpe allora provò a prendere una rincorsa ancora più lunga e hop! Niente, non arrivò a prendere il grappolo d’uva. Intanto il suo pancino brontolava sempre più dalla fame. La volpe provò e riprovò. Le mancava sempre un soffio per prendere il grappolo d’uva, ma non c’era verso, non riusciva. Stremata dalla fatica e dalla fame, la povera volpe guardò se nella vigna c’erano altri grappoli, magari più bassi, da poter prendere ma, niente, erano tutti più in alto di quel grappolo che lei aveva cercato con tutte le sue forze di acciuffare. La volpe diede un ultimo lungo sguardo al bel grappolo d’uva che tanto aveva sognato di mangiare e, per non ammettere di non essere riuscita nella sua impresa, si disse: “Meglio così, tanto di sicuro quel grappolo era ancora acerbo e mangiarlo mi avrebbe solo fatto venire mal di pancia.” Anche se sapeva benissimo che non era vero. Così, sconsolata e ancora più affamata, ritornò con la coda tra le gambe nel suo boschetto. Si mise a caccia di qualcos’altro da mangiare, cercando questa volta di adocchiare qualcosa che avrebbe sicuramente preso.

 

Le parole di Giuseppe Conte sul Pd? “Noi continuiamo a lavorare alla costruzione dell’alternativa alla destra anche forti della nostra comunità. Questa comunità merita rispetto e io non ho bisogno né di consiglio né di altro per fare quello per cui sono stata eletta”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein ha risposto in una conferenza stampa alla sede della Stampa Estera. (dal quotidiano “La Stampa”)

 

L’anatra Pluf era un’anatra molto sciocca che pensava di essere superiore agli altri. Aveva un aspetto fantastico ed era sempre pulita e vestita in modo impeccabile.
– Vieni, Pluf, vieni a giocare con noi nello stagno! – disse il tacchino, allegramente.
– Bah! Nello stagno? Cosa pensi che io sia, mio caro? Sono un’anatra distinta, te lo sei dimenticato? – rispose l’anatra superba. Stanchi di tanta presunzione, i suoi amici decisero di fargli un bello scherzo… Ah, ah! Un giorno, mentre erano tutti vicino a un piccolo ruscello che scorreva vicino al villaggio, uno di loro cominciò a correre urlando: – Aiuto, c’è il fuoco nella foresta, scappate! Senza esitare un attimo, PIuf si gettò per prima nell’acqua, vestita di tutto punto, tuffandosi di testa e rischiando anche di rompersi il becco contro il fondo. Immagina come è uscita dall’acqua… Coperta di fango e tutto bagnata! Sembrava una barbona. Tutti i suoi amici ridevano come matti. E lei, l’anatra presuntuosa, era proprio ferita nell’orgoglio… Ma questa fu una lezione perché, dopo quest’avventura, divenne molto più simpatica e tornò ad essere la semplice anatra che tutti avevano conosciuto e amato.

 

 

Tra santificazione e demonizzazione

Viva commozione, non solo ad Oderzo, il suo paese, per la morte di “mamma coraggio”. Voleva a tutti i costi avere, anzi donare un figlio. Azzurra Carnelos è morta il 13 aprile per un tumore al seno. Le era stato diagnosticato nel 2019. Lo aveva sconfitto una prima volta. Ma “il” male è tornato in forma più aggressiva. E Azzurra, quando l’ha scoperto, era incinta. Ha portato avanti la gravidanza, scegliendo di interrompere le terapie. Temeva infatti che le chemioterapie le impedissero di diventare mamma. Il bimbo raggiunge le 32 settimane e viene fatto nascere. Il figlio, Antonio, oggi ha 8 mesi. E ci si può solo immaginare come la mamma se lo sia coccolato.

(…)

Si dice commosso il vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Corrado Pizziolo. «Questa è una vera e propria pagina del Vangelo. Azzurra ha dato la vita per gli altri, per suo figlio. Ci raccogliamo in preghiera per lei, ringraziandola per questo grande dono: una lezione di vita che testimonia ancora della grande capacità di amore che vivifica tante nostre famiglie». Il vescovo esprime poi «tutta la sua vicinanza al marito, ai genitori, alla famiglia». E ringrazia pure loro per la «grande lezione di umanità dimostrata accompagnando Azzurra verso questa drammatica esperienza. Sì, è proprio vero – conclude -: non c’è amore più grande che dare la vita». (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Sono sicuro di urtare la sensibilità di molti cattolici (anch’io sono indegnamente cattolico), ma non posso esimermi dall’esprimere, assieme all’ammirazione per l’eroica scelta di questa donna, una preoccupazione, oserei dire, universale. Non vorrei infatti che la giusta “santificazione” di Azzurra Carnelos suonasse come ingiusta “demonizzazione” delle donne che, per tanti e diversi motivi, arrivano alla scelta di abortire.

La difesa della vita è un principio non da enfatizzare in modo dogmatico, ma da concretizzare in modo caritativo. Esiste il diritto a nascere del concepito, ma esiste anche quello a vivere della madre. Chi stabilisce la priorità e la prevalenza dell’uno sull’altro se non la coscienza delle persone coinvolte (donna in gravidanza e uomo ingravidante), aiutate dalla vicinanza, comprensione e solidarietà della comunità?

Certamente Azzurra Carnelos ha dato la precedenza al nascituro, sacrificando il proprio diritto alla cura e alla vita. Mi sento un verme per tutte le volte che non ho saputo sacrificare nulla a favore della vita altrui compromessa in tanti modi e, se vogliamo, per non avere fatto nulla per aiutare le madri in difficoltà. Questa dovrebbe essere la lezione da raccogliere a livello di singoli e di comunità cristiana e civile.

Non mi sento però di spingermi a giudicare e tanto meno a criminalizzare le donne che arrivano alla decisione di abortire: non credo che nessuna di esse la adotti allegramente, ma con estrema sofferenza, che rischia di perdurare nel tempo.

Non accetto nemmeno l’enfatizzazione più o meno femminista del diritto ad abortire: diamo libertà alle donne, ma aiutiamole contemporaneamente e rispettosamente a scegliere per il meglio, che non è a priori né l’accettazione della maternità a tutti i costi, né il suo rifiuto senza valutarne i costi.

Ripeto quanto diceva don Andrea Gallo: mi sembra la geniale e laicamente evangelica sintesi del modo di affrontare il problema.  «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Hilarion Capucci sia stata presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al Papa: «Ma Lei, Santità, crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…». Mi sembra che pregare non basti, bisogna farsi su le maniche e condividere i drammi di una scelta, per far sì che, comunque ed in ogni caso, sia a favore della vita.