Oligopolisti del pappa e ciccia

Un intervento da equilibrista che però sembra tanto un via libera alla vendita dell’Agenzia di stampa Agi che, se si concretizzasse, dopo 60 anni passerebbe dall’Eni, azienda partecipata del Mef, ad Antonio Angelucci, imprenditore della sanità, editore di una serie di giornali vicini alla maggioranza di governo e, non ultimo, deputato della Lega. Lo stesso partito del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiamato ieri alla Camera da Pd e Avs a rispondere della vendita della seconda agenzia di stampa del paese. Giorgetti sa bene di muoversi su un terreno scivoloso e forse anche per questo non impiega più di una manciata di minuti per rispondere alle domande delle opposizioni che denunciano i rischi derivanti da un conflitto di interessi subito liquidato come «non attuale». E poi: «Il Mef – spiega – ha appreso da fonti di stampa la notizia (della vendita, ndr) e non è deputato a rispondere», perché «sebbene abbia partecipazione diretta e indiretta nel capitale Eni pari complessivamente a circa il 30%, a tale partecipazione non corrisponde alcun potere in merito a decisioni di natura gestionale». Per di più, aggiunge, «è questione di per sé delicata che una società partecipata dallo Stato possegga un’Agenzia di stampa, poiché questo potrebbe alimentare dubbi sulla effettiva libertà di informazione della stessa».

Parole quest’ultime che hanno il sapore della benedizione al passaggio di proprietà che preoccupa i giornalisti dell’Agi, una rappresentanza dei quali ieri era presente nell’aula di Montecitorio, e sui quali pende anche l’incognita di possibili tagli occupazionali. Tanto da averli spinti martedì a proclamare altri due giorni di sciopero. Ha spiegato il Cdr: «La battaglia contro la vendita al gruppo Angelucci dell’Agi, testata che per sua natura è oggi imparziale e autonoma da condizionamenti politici, è una battaglia per la stabilità occupazionale dei giornalisti e dei poligrafici; ma ancor di più è una battaglia a difesa del ruolo di informazione primaria delle agenzie di stampa che hanno nel loro dna indipendenza e pluralismo». (dal quotidiano “Il manifesto”)

Il centro-destra perde il pelo (berlusconiano) ma non il vizio (berlusconiano) della estrema compromissione della politica negli affari e viceversa. E sono affari che verrebbero consumati con tanto di conflitto di interessi. Detto in estrema sintesi, l’Eni, storica, gloriosa e polposa azienda di Stato, venderebbe una importantissima agenzia di informazione, l’Agi (Agenzia giornalistica Italia), ad un privato imprenditore impegnatissimo a livello editoriale e non solo, Antonio Angelucci, en passant deputato della Lega.

Al di là della congruità del prezzo, su cui si può cominciare a dubitare col timore di un danno economico alle casse dello Stato, esisterebbe un vero e proprio macigno a livello di conflitto di interessi (un deputato che compra un’azienda controllata dallo Stato), con tanto di omertoso silenzio (quasi assenso) da parte del ministro competente se non altro per materia, e una clamorosa perdita di indipendenza da parte di un’agenzia di informazione, la seconda in Italia per importanza (robe che nel mondo democratico non succedono e non dovrebbero succedere). Si chiuderebbe ulteriormente la tenaglia del controllo governativo sull’informazione, che vede nell’occupazione brutale della Rai il dato di partenza. Il buon giorno si vede dal mattino e prosegue…

Estremamente curiosa l’argomentazione del ministro Giorgetti a supporto del suo assurdo disinteresse alla questione: l’anomalia sarebbe “che una società partecipata dallo Stato possegga un’Agenzia di stampa, poiché questo potrebbe alimentare dubbi sulla effettiva libertà di informazione della stessa”. Quindi, aggiungo io, ben venga che l’Eni se ne liberi in modo che l’Agi recuperi autonomia e indipendenza nell’orbita di un gruppo privato? Una sorta di sconclusionato, contraddittorio e revisionistico inno liberista di mera facciata e oligopolista del pappa e ciccia. Giorgetti si sta barcamenando in modo vergognoso e sta perdendo anche quel po’ di faccia, che gli era rimasta nonostante le puttanate salviniane.

Non so se esistano i presupposti per qualche violazione legale (ci dovrebbero pensare la magistratura e forse anche l’antitrust), so che esistono i presupposti per vedere un governo che intende fare man bassa di potere alla faccia di tutte le regole democratiche (dalla Costituzione in giù).

Tutti sanno quale importanza abbia l’informazione nella vita di un Paese: in tutti i colpi di Stato, dopo l’occupazione dei palazzi che ospitano le istituzioni, si passa ad occupare quelli che controllano le fonti dell’informazione. Non arrivo a dire che in Italia ci sia in atto un colpo di Stato strisciante, ma certamente un tentativo molto avvolgente di condizionare e controllare la vita democratica del Paese.

 

 

 

Un governo furbacchione per un popolo sprovveduto

La decisione del Consiglio di istituto dell’“Iqbal Masih” di Pioltello, presa nel maggio del 2023 e confermata il 25 marzo 2024, di sospendere le lezioni il 10 aprile in concomitanza con la festa di fine Ramadan, dopo il clamore politico e mediatico scatenato dalle proteste della Lega, era stata ritenuta «irregolare» dagli ispettori mandati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, attraverso l’Ufficio scolastico regionale della Lombardia, che, con il direttore generale aveva «invitato» preside e Consiglio d’istituto ad annullare la delibera.

«Le motivazioni che hanno portato alla delibera di tali giornate di sospensione delle lezioni sono esclusivamente di carattere didattico ed educativo – si legge in un comunicato del Consiglio d’istituto -. Chiediamo che venga rispettata una scelta nata spontaneamente al nostro interno», sottolinea la nota. Ai temi «dell’inclusione, dell’interazione tra culture e del confronto tra religioni», la scuola di Pioltello, su iniziativa del Collegio docenti, dedicherà il prossimo 21 maggio, Giornata mondiale della diversità culturale.

Pochi minuti dopo la decisione del Consiglio d’istituto, il ministro Valditara ha sottolineato che «sarà l’ufficio scolastico regionale, nell’esercizio delle sue prerogative, a fare tutte le ulteriori valutazioni del caso»; il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato di scelta «assolutamente fuori luogo», mentre il deputato di Fratelli d’Italia, Riccardo De Corato, ha già annunciato un’interrogazione parlamentare. Parlando di decisione «completamente sbagliata e non accettabile nel nostro Paese». «Questa scuola, così come gli altri istituti, deve attenersi alle regole stabilite e quello a cui assistiamo è qualcosa di inverosimile che ha dell’incredibile – aggiunge De Corato -. Ma l’Ufficio scolastico regionale, che nei giorni scorsi aveva definito irregolare la chiusura del prossimo 10 aprile, ora che azioni intraprenderà?». L’impressione è che la vicenda non sia ancora finita,

E tutto ciò nonostante la vicepreside, nominata Cavaliere della Repubblica per il suo impegno durante la pandemia, avesse invitato il Presidente della Repubblica a visitare la scuola e avesse ottenuto una lusinghiera risposta da Sergio Mattarella:  «Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla, desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mi viene spontaneo collegare questo fatto ad altri due interventi del governo adottati in questi giorni. Mi riferisco innanzitutto alla decisione del ministro degli Interni di inviare una commissione d’inchiesta al comune di Bari per verificare se esistano i presupposti per scioglierne il consiglio comunale in odore di mafia, non si capisce sentito da chi, come e quando, se non da deputati del centro-destra, che hanno invitato il ministro a prendere questo provvedimento a dir poco intempestivo.

Poi è arrivato il via libera del governo ai test psicoattitudinali per l’accesso alla professione dei magistrati dal 2026, forse simili a quelli cosiddetti ‘Minnesota’, che valutano la personalità dei candidati. Il decreto legislativo approvato in Consiglio dei ministri ha avuto modifiche fino all’ultimo minuto, che però non mitigano le proteste dell’Associazione nazionale magistrati: sarà il Consiglio superiore della magistratura a nominare i docenti universitari in materie psicologiche che – su indicazione Consiglio universitario nazionale, organo indipendente dell’università – faranno parte della commissione giudicante.

Il colloquio psicoattitudinale si svolgerà durante la prova orale, ma già dopo quella scritta riceverà dei test su un foglio, individuati dal Csm, sul modello di quelli utilizzati per quelli effettuati agli agenti di polizia. Questi costituiranno la base per il futuro colloquio psicoattitudinale, che sarà comunque diretto dal presidente della commissione esaminatrice, e non da uno psicologo (il quale sarà presente solo come ausilio), alla quale è demandato in maniera collegiale il giudizio finale sul complesso delle prove. (Agenzia Italia)

Sono provvedimenti e comportamenti chiaramente propagandistici volti unicamente a lisciare il pelo al qualunquismo imperante, scorretti dal punto di vista istituzionale con sostanziali invasioni di campo verso la Magistratura, verso gli organi della scuola, verso le amministrazioni locali, finalizzati a marcare in modo prepotente il territorio governativo come fanno i gatti.

Certo pubblico applaude al pugno duro contro gli islamici non capendo che non si difende la propria cultura contrastando quella degli altri; molti godono nel vedere all’angolo i magistrati non capendo che, pur con tutti i loro limiti e difetti, sono un presidio irrinunciabile di civiltà e giustizia; troppi apprezzano un governo che mette in riga i deboli e subisce i forti; a parecchi non interessa combattere la mafia, ma denigrare l’avversario politico.

In mezzo all’insano crocevia tra chi “sgoverna”, chi “straparla” e  chi “stravota”, c’è la figura del Capo dello Stato, interpretata magistralmente da Sergio Mattarella, che riesce a controbilanciare, col suo carisma democratico e col suo equilibrio istituzionale, i continui sbandamenti del governo, che riesce a portare il clima socio-politico dalla rissa al rispetto dei diritti e dei doveri. Fino a quando?

Non so cosa dirà e farà il Presidente della Repubblica in merito ai test psicoattitudinali per i candidati magistrati, provvedimento che, nella sua folle e dilettantesca invadenza, sembra contrastante con i poteri costituzionali del Consiglio superiore della Magistratura e debordante rispetto alla delega legislativa concessa dal Parlamento al governo. Non invidio Mattarella…

Non so come finirà in quel di Bari e cosa succederà a Pioltello. Una cosa è certa: il governo sta dando dimostrazione di volere sistematicamente invadere il campo istituzionale che non gli è proprio, spinto da intenti faziosi e da delirio di onnipotenza.

Temo, come più volte ho avuto modo di scrivere, che la gente non comprenda la gravità della situazione e si lasci incantare dalle sirene del mettere (dis)ordine. Un colpo oggi, un colpo domani, arriveremo a creare i presupposti per il premierato, a depotenziare il Capo dello Stato, a ridurre il Parlamento a cassa di risonanza, a votare in una strisciante logica plebiscitaria. Questa potrebbe essere la strada che ci sta davanti: sveglia!!!

 

La tempesta nel bicchiere pugliese

Una foto del sindaco con due parenti del boss di Bari vecchia; l’arrivo della commissione del Viminale che dovrà valutare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune; il centrodestra che, dalla stessa aula dove Antonio Decaro giorni fa aveva definito “un atto di guerra” l’invio della commissione, attacca: «Giù le mani da Bari lo diciamo noi». E mentre la premier, Giorgia Meloni, difende l’iniziativa del ministro degli Interni definendo “vergognose” e respingendo al mittente «le accuse di utilizzare politicamente» questo intervento che «non è pregiudizialmente finalizzato allo scioglimento», il sindaco, al centro della bufera da giorni, si difende spiegando che le signore della foto non sapeva nemmeno chi fossero e ha dovuto consultare il parroco della città vecchia per scoprirlo: sono sì parenti del boss Capriati «ma non hanno nulla a che fare con il resto della famiglia». (dal Sole 24 ore)

Il tormentone De Caro si sta rivelando sempre più un ballon d’essai lanciato in aria dal centro-destra a scopi meramente e smaccatamente elettorali.  Mi sembra una questione basata su mere congetture: siamo arrivati a un semplice selfie considerato una prova di collusione mafiosa. Ma perché tanto accanimento contro il sindaco di Bari? Perché chi è sempre stato garantista (il centro destra) e lo è tuttora verso propri esponenti a livello governativo indagati o rinviati a giudizio (vedi la ministra Daniela Santanché e il sottosegretario Andrea Del Mastro) per reati abbastanza consistenti, è così preventivamente intransigente con un sindaco peraltro nel mirino della mafia al punto da vivere da anni sotto scorta? Perché si monta un caso su mere illazioni o su elementi debolissimi al limite dell’inconsistenza non solo giuridica ma finanche morale?

La vicenda ha tutto il sapore di una manovra depistante rispetto ai veri problemi del Paese compresi quelli della moralità pubblica: forse si mettono avanti le mani prima di cadere, ci si vuol presentare con la testa fasciata all’appuntamento con eventuali futuri (?) cortocircuiti giudiziari. Probabilmente si vuole esorcizzare l’intervento della magistratura, troppo autonoma e pericolosa, sostituendolo con inchieste amministrative gestite dal governo. C’è poco da fare, il governo Meloni sta occupando spazi istituzionali che non gli sono propri per garantirsi posizioni di controllo: dall’informazione alla giustizia. Forse è meno forte di quanto voglia apparire e si fa forza come e dove può.

È persino scoppiata una tempesta nel bicchiere del governatore pugliese Emiliano: un aneddoto a dimostrazione della buona fede di Antonio Decaro precipitevolissimevolmente trasformato in un impeachment a suo carico. Si rasenta il ridicolo. Non si può più parlare perché tutto può esserti ritorto contro.

Sull’aneddoto della visita ad usa sorella del boss Capriati è tornato il governatore Emiliano, con una precisazione. «Io ho certamente parlato con la signora Capriati», sorella del boss mafioso Antonio Capriati, «e ho parlato delle resistenze molte forti che Decaro stava trovando per istituire la Ztl a Bari Vecchia. Siccome è una cosa di 18 anni fa, se Antonio ha detto che non se lo ricorda, e non ricorda di esserci stato, è possibile che lui abbia ragione» ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, intervistato dal Tg1 in merito alle dichiarazioni fatte sabato mattina durante una manifestazione a Bari. (dal Sole 24 ore)

Sono veramente e vergognosamente patetiche le posizioni assunte da due ministri che salgono sul pulpito per fare prediche assurde alla luce della loro appartenenza politica e della storia dei loro partiti. Mi riferisco ad Antonio Tajani che dovrebbe starsene zitto e pensare a tutte le malefatte di Berlusconi e c. Così come Roberto Calderoli farebbe bene a pensare ai casini giudiziari vari della Lega e di Matteo Salvini. C’è gente piena di peccati che scaglia pietre a vanvera.

Tuttavia la polemica sale di livello. Su quanto accaduto a Bari “le dichiarazioni di Emiliano non sono da commentare, io non avrei mai parlato con la sorella di un boss per nessun motivo”. Lo ha detto a Potenza il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine di una iniziativa elettorale in vista delle Regionali. E interviene anche un altro ministro. “La risposta per me è una sola, con la mafia non si tratta”: lo afferma in una nota il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli. “Finora non ho voluto occuparmi delle vicende della Città metropolitana di Bari, e neanche commentarle, perché le sta seguendo in maniera impeccabile il ministro deputato a farlo, Matteo Piantedosi”, aggiunge Calderoli. (dal quotidiano “La Repubblica”)

La vicenda finirà nel nulla: non ci saranno elementi per sciogliere il consiglio comunale di Bari a tre mesi dalle elezioni amministrative, ma resterà purtroppo la dubbiosa macchia conseguente alle manciate di fango gettate sconsideratamente contro un sindaco schierato in prima linea contro la mafia. Non sarà per caso un esempio di costume mafioso della politica centralista, che mette in discussione la genuinità dell’antimafia di chi amministra il territorio periferico, finendo col fare un favore alla mafia vera e propria?

 

La repressione è un venticello…che fa l’aria rimbombar

Dieci agenti di polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Foggia sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari con le accuse di tortura, abuso d’ufficio, abuso di autorità contro arrestati o detenuti, omissione di atti d’ufficio, danneggiamento, concussione, falsità ideologica commessa da un pubblico ufficiale in atti pubblici, soppressione, distruzione e occultamento di atti veri. L’ordinanza è stata emessa dal gip del tribunale di Foggia su richiesta della procura che ha coordinato le indagini dei carabinieri.

Gli indagati sono ritenuti responsabili di aver partecipato a vario titolo ad un violento pestaggio, compiuto l’11 agosto 2023 nel carcere di Foggia, nei confronti di due detenuti.    Nel corso delle indagini sarebbe stata accertata la predisposizione e la sottoscrizione di atti falsi finalizzati a nascondere le violenze compiute e a impedire che venissero emesse le diagnosi delle lesioni riportate dai detenuti.   

Sarebbero state inoltre accertate anche minacce e promesse di ritorsioni attraverso le quali due indagati avrebbero costretto le vittime a sottoscrivere falsi verbali di dichiarazioni in cui fornivano una versione dei fatti smentita dagli esiti delle indagini. (Ansa.it)

Lungi da me criminalizzare la polizia penitenziaria o alcuni dei suoi agenti, ma smettiamola anche di santificare certe categorie di servitori dello Stato. Innanzitutto sentiamoci tutti servitori dello Stato. Un mio professore non poteva sopportare la retorica verso la gloriosa marina militare. Si chiedeva opportunamente: non sono gloriosi anche gli insegnanti, non sono gloriosi i netturbini, etc. etc.?

Invece chi tocca le forze di polizia compie un reato di lesa maestà: è severamente vietato censurare certi comportamenti, tipo quelli dei manganellatori di Pisa o dei torturatori di Foggia. Abbiamo cioè un concetto di ordine pubblico fortemente connotato in senso repressivo e la destra politica lo ispira e ci marcia.

Tornando al fatto da cui sono partito, impressiona la quantità di reati commessi: si nota che molto probabilmente, come spesso accade, ci sia stata volontà di occultare la scomoda realtà e di coprire i fatti a dir poco censurabili. In questi casi il rischio dell’insabbiamento è molto rilevante. Dirò di più: sono preparato al peggio, vale a dire alla prospettiva che la verità non venga a galla, perché sarebbe troppo brutta e compromettente per gli organi dello Stato.

Staremo a vedere… Non è questo però il discorso principale che intendo affrontare: mi sta a cuore una valutazione politica. Rifiuto cioè categoricamente lo schema in base al quale la polizia abbia sempre ragione e faccia bene ad usare le maniere forti. Posso capire il logorio psicologico di chi ha rapporti con persone che hanno commesso reati, che li stanno per commettere o che li mettono in conto. Non per questo si può intervenire sbrigativamente, tirando giù alla boia.

Uno dei due carabinieri che sono intervenuti l’altro ieri, mercoledì 13 marzo, a Modena, in largo Garibaldi, per l’arresto di un 23enne di origini guineane, protagonista del video girato da un passante in cui si vede il ragazzo preso a pugni da uno dei due militari, apparterebbe a un gruppo di colleghi che al momento sono indagati per un’altra vicenda, ancora pendente e con lati da chiarire, risalente a ottobre. (da Fanpage.it)

18 marzo 2024. Nuova bufera sui carabinieri a Modena, in un altro video ancora pugni su un fermato. Secondo il canale social Welcome To Favelas si tratterebbe dello stesso militare che la settimana scorsa è stato filmato mentre picchiava Idrissa Diallo. (dal quotidiano “La Stampa”)

Dovrebbe essere la magistratura a fare chiarezza su questi episodi piuttosto inquietanti: non intendo fare processi sommari ai carabinieri. A maniere sbrigative non si deve rispondere con indagini sbrigative. Tuttavia si respira un’aria poco rassicurante: i problemi di ordine pubblico esistono, ma non vanno affrontati con atteggiamenti da improvvisati giustizieri, che puzzano di razzismo lontano un miglio.

Viviamo in uno stato di diritto, in cui tutti i diritti di tutti i soggetti vanno rispettati. Mi scuserete una digressione mutuata dai ricordi di mio padre, andando a sfrugugliare in un terreno, che suscita purtroppo l’imbarazzo di alcuni e lo scetticismo di molti.

Mio padre mi spiegava come fosse sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.

Cosa voglio dire? Che la polizia sta usando sistemi da regime fascista? Penso e spero di no, anche se l’aria che tira non mi tranquillizza affatto. Siamo sicuri che certe demenziali teorizzazioni psico-sociali, alla Vannacci tanto per intendersi, non costituiscano il brodo di coltura all’innesco di vergognosi comportamenti intolleranti e repressivi?

Non condivido neanche il perbenismo di certa sinistra che tende a voltarsi dall’altra parte, adottando un revisionismo da strapazzo, mettendosi dalla parte del manico per legittimarsi come forza di governo e per prevenire obiezioni strumentali. Cosa vuol dire che l’antifascismo non porta voti?

Auspico soltanto molta e obiettiva intransigenza verso ogni e qualsiasi violenza adottata dai tutori dell’ordine. Non accetto che le proteste, soprattutto dei giovani, vengano respinte e addirittura criminalizzate a priori. Non accetto certe digressioni e certe mentalità da regime autoritario.  Chiedo che chi ha la responsabilità della gestione dell’ordine pubblico, dalle piazze alle carceri, vigili attentamente e abbia totale consapevolezza di vivere in uno stato democratico e…antifascista e possibilmente non abbia timore a dichiararsi tale a parole e nei fatti.

 

 

 

 

 

Mercatone Ue

Nuovi problemi politici in vista per Ursula von der Leyen. Il Parlamento Europeo farà causa alla Commissione Europea di fronte alla Corte di giustizia Ue. Si tratta di uno scontro legale tra istituzioni Ue senza precedenti, che vede al centro lo sblocco all’Ungheria di Viktor Orbán di 10 miliardi di fondi dell’Unione Europea (un terzo dei circa 30 bloccati per gravi violazioni dello Stato di diritto) che è stato deciso il 13 dicembre scorso dalla presidente della Commissione Europea, Von der Leyen.

È la decisione presa ieri dalla commissione Affari giuridici del Parlamento Europeo, con un’accusa grave: Von der Leyen avrebbe deciso lo sblocco parziale, pur in assenza del pieno adempimento degli impegni da parte di Budapest, solo per «convincere» il primo ministro ungherese a togliere il veto all’avvio del negoziato di adesione con l’Ucraina e al via libera al fondo da 50 miliardi, che sarebbe stato discusso poi al Consiglio Europeo di lì a pochi giorni. Il sì del premier magiaro sul primo punto è effettivamente arrivato a quel vertice, quello sul secondo al vertice straordinario di febbraio. Colpisce che gli unici a votare contro siano stati i gruppi politici degli euroscettici (che contano la Lega) e dei Conservatori (con Fratelli d’Italia).

Tutti gli altri hanno detto un sì compatto, dunque anche il Partito popolare cui appartiene Von der Leyen e che l’ha appena ricandidata alla guida della Commissione nella prossima legislatura. Altro segnale non troppo rassicurante per la presidente, dopo il modesto risultato ottenuto, al congresso del Ppe la scorsa settimana a Bucarest sulla sua candidatura al bis a Bruxelles, con oltre 200 voti (su 737 delegati) che le sono venuti a mancare. «Non possiamo permettere – tuona l’eurodeputato verde tedesco Sergey Lagodinsky – di continuare a dare a Orbán la possibilità di ricattare l’Ue e proseguire i suoi attacchi allo Stato di diritto, alla democrazia e ai diritti fondamentali nel suo Paese». «È la risposta a Von der Leyen», gli fa eco su X Daniel Freund, anche lui eurodeputato verde tedesco. Perché, ha poi aggiunto, «i 10 miliardi sono stati sbloccati senza le necessarie riforme. È un mercanteggio, soldi Ue in cambio della rimozione del veto, inammissibile nella Ue». (dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Sembrerebbero minuzie al confronto dell’enorme massa di problemi bellici e migratori con cui l’Europa si trova a fare i conti, invece sono avvisaglie di approcci metodologici sbagliati e dai quali non può sortire niente di buono.

Un tempo, quando l’Europa politicamente era ancor meno unita di oggi, si parlava esclusivamente di “Mercato comune europeo”, il Mec, riguardante la regolamentazione dei rapporti fra gli Stati membri dal punto di vista dell’economia. Si era cioè partiti dalle questioni economiche, le più stringenti, per poi approdare a quelle politiche, le più delicate.

Quanto al mercato sembra di essere tornati indietro, con la precisazione che trattasi di un mercato misto economico-politico: sblocco di fondi all’Ungheria in cambio del nulla osta per l’adesione dell’Ucraina alla Ue e aiuti finanziari ad essa.

Due errori non fanno una cosa giusta: sbagliato sorvolare sulle violazioni ungheresi alla democrazia e allo stato di diritto; sbagliato impostare i rapporti con l’Ucraina in modo affrettato e pressapochistico senza alcuna garanzia sull’uso che verrà fatto degli aiuti finanziari (speriamo che non vadano a finire tutti in armi).

L’Europa aveva in mano la carta importante degli aiuti per indirizzare l’Ucraina verso una trattativa, per avviare a soluzione il conflitto con la Russia, invece, come sostiene l’esperto dell’Università di Padova Marco Mascia in un’intervista ad “Avvenire” a commento delle posizioni di papa Francesco, “ha commesso l’errore di appiattirsi sulle posizioni dell’amministrazione Usa, senza invece ritagliarsi uno spazio per mediare, tenendo conto del fatto che la Russia non sta dall’altra parte dell’Atlantico ma in Europa. L’Unione Europea ha piena legittimità nel difendere l’Ucraina dall’aggressione russa. Ma se si insiste sulla necessità di inviare armi all’Ucraina fino alla vittoria, si ammette che siamo in guerra anche noi contro la Russia. E senza una visione sui rapporti tra l’Europa e la Russia del dopoguerra”. 

Dall’altra parte diamo una mano a Orban a trascinare nel fosso trumpiano tutta la UE e lo sdoganiamo dalle eclatanti violazioni ai principi democratici in Ungheria. Questo il capolavoro di Ursula e c. (Italia compresa). In fin dei conti si tratta proprio della tattica italiana e all’italiana di Giorgia Meloni: stare con l’Europa fino a mezzogiorno, nel pomeriggio confabulare con i sovranisti (non si sa mai che anche in prospettiva siano decisivi), di sera le carinerie con Joe Biden, di notte le eventuali scorribande con Donald Trump. I valori che stanno alla base dell’europeismo sono serviti, gli elettori che si recheranno alle urne voteranno a prescindere dall’Europa, l’unico a fare la figura dell’euroscettico sarà Matteo Salvini (meno Europa), il perbenismo europeo sarà salvo.

Il Parlamento europeo uscente ha avuto il timido scatto di reni di cui sopra, ma temo possa contare come il due di coppe e arrivi eventualmente a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

 

 

All’inferno comanda Belzebù

Proprio mentre i partecipanti alla riunione del Consiglio d’Europa si dedicavano al gioco delle pignatte, in Russia avveniva un fatto eclatante e inquietante: un attentato in piena regola con abbondanza di morti e feriti.

I leader europei tiravano bastonate all’aria in cerca della difesa comune europea, dei fondi per sostenere militarmente l’Ucraina e per autofinanziarsi in un’economia di guerra; qualcuno imprecava contro Putin vagheggiando persino un intervento armato sul campo, qualcuno frenava e si accontentava di fare la guerra a distanza, qualcun altro arrivava persino a complimentarsi con Putin per il recente successo plebiscitario, qualcun altro ancora, leggi Giorgia Meloni, sembrava dire cinicamente che, in fin dei conti, per la sua navigazione da premier tutto fa brodo, anche e soprattutto la guerra (come da sempre succede a chi brancola nel buio e distrae così l’attenzione dalle proprie malefatte interne), che inopinatamente legittima la sua collocazione internazionale (doveva essere il punto debole e si sta rivelando il punto forte).

Di pace e di iniziative diplomatiche serie in funzione almeno di uno straccio di cessate il fuoco neanche a morire. Sul più bello arriva la notizia, è proprio il caso di dire esplosiva, di un attentato a Mosca, preparato con molta cura a giudicare dagli effetti devastanti che ha avuto nella sala da concerto: morti e feriti in abbondanza.

Questa azione, al momento inspiegabile nel teatro bellico, sembrava dire agli europei: lasciate perdere perché qui si fa sul serio mentre voi scherzate col fuoco e state bene attenti che la guerra può arrivare anche, con qualche attentato, nei vostri Paesi a rendere incandescenti le prossime urne elettorali.

Tutti si interrogano su chi possa stare dietro questa azione di stampo terroristico: tutte le ipotesi sono buone, nessuna esclusa. Forse è l’ulteriore dimostrazione che la situazione bellica è completamente fuori controllo: la guerra fine a se stessa, che alimenta se stessa. Ha sempre più ragione papa Francesco quando trova il filo della matassa aggrovigliata nell’industria delle armi e nell’economia di guerra che su di essa si basa.

E l’Europa continua a stare a guardare, non trova un rigurgito di vitalità in chiave pacificatrice. Le Istituzioni europee sono impegnate nella ricerca di equilibri per il post-elezioni. Gli Stati europei sono ancorati all’abc dell’europeismo. Gli Usa fanno il gioco delle tre carte: Biden, Trump e la guerra nucleare. La Cina si limita a rompere le uova nel paniere a tutti (Onu compresa) pensando di salvaguardare la propria gastronomia con le frittate altrui.

Comincio, seriamente anche se paradossalmente, a pensare che in un casino simile l’unico personaggio in grado di battere un colpo possa essere Donald Trump. Anzi, diciamo meglio. L’unico personaggio capace di formulare un’ipotesi strategica nell’interesse dell’umanità è papa Francesco: o lui o Trump. Voglio esagerare: o la logica evangelica o quella demoniaca. Nella seconda ipotesi che si fa sempre più strada, l’uomo giusto è Donald Trump. Se vogliamo distruggere tutto facendo finta di salvare il salvabile affidiamoci al tycoon americano. Lui sì che se ne intende. Magari in Europa c’è qualcuno che ci sta facendo più di un pensierino: non mi riferisco solo al diavoletto Orban…

 

Il portecotonismo Rai è senza limiti

Questa è troppo bella perché me la lasci sfuggire e per non farla oggetto di un bis al commento odierno ai fatti del giorno. Chiedo scusa per questa esagerazione, ma non posso starmene buono e zitto.

Alle dodici e trenta circa di oggi 23 marzo 2024 stavo guardando su rai news 24 la giornaliera rubrica dedicata allo sport: si parlava soprattutto delle nazionali di calcio, ma anche del caso Acerbi/Juan Jesus. Improvvisamente la trasmissione è stata interrotta per dare la linea alla regia: con le arie che tirano temevo potesse trattarsi di notizie bellico-terroristiche, invece, udite-udite, appare sul video la sorella di Giorgia Meloni, capo segreteria di Fratelli d’Italia, che stava intervenendo al congresso della federazione romana del partito.

Sembrava quasi la controfigura di Giorgia: la stessa voce, lo stesso modo di parlare, lo stesso accento romanesco, lo stesso insopportabile e presuntuoso piglio. Se uno avesse chiuso gli occhi, avrebbe ascoltato la premier né più né meno. Fin qui niente di strano: la somiglianza fra sorelle può arrivare a tanto. Un po’ meno normale che una politica di alto bordo piazzi un famigliare a controllare il partito: roba da regime!

Non ho capito cosa stesse dicendo, ero troppo sorpreso dal comportamento della Rai, che interrompeva una sua trasmissione per fare capolino in un congresso locale di partito mentre sta intervenendo la sorella della capa: per Giorgia Meloni si tratta di un paradossale caso di nepotismo, diretto o per interposta Rai, peraltro di pessimo gusto.

Per la Rai si tratta di un clamoroso caso di “portecotonismo”, vale a dire di assistenza al capo durante la soddisfazione dei suoi bisogni naturali. Chiarisco meglio andando a prestito da Vincenzo Cerami: “Ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate “porte-coton”. Di chi si trattava? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca”.

Che ce ne sia qualcuno anche ora in Italia, mi sembra un’ipotesi molto plausibile. Tutto però dovrebbe avere un limite. Si dice che Enrico Berlinguer non volesse assolutamente che sua figlia Bianca andasse a lavorare in Rai. Diceva: dirrebbero che ti ci ho messo io e di conseguenza io farei la figura del nepotista e tu la figura della raccomandata di ferro. Altra statura morale e culturale.

Oggi non c’è più alcun ritegno e nessuno si scandalizza. E io pago il canone Rai per compensare i porte-coton e per dare spazio mediatico non solo a Giorgia Meloni, ma anche a sua sorella?! Beh, che la politica raggiungesse queste bassezze non lo avrei immaginato. Dopo che suo marito si è fatto compatire a Mediaset, sua sorella si fa compatire in Rai per eccesso di zelo televisivo, mentre suo cognato si fa compatire in treno. E gli italiani si fanno compatire in cabina elettorale.

I Meloni impazzano e gli italiani vengono omaggiati di batuffoli di bambagia per ogni evenienza. Sembra che circa un 26 per cento degli elettori accetti il giochino. Viva Giorgia Meloni e famiglia, viva la Rai, viva la Repubblica (che assomiglia tanto a una monarchia assoluta)!

 

 

 

 

Eccesso fazioso in legittima anti-mafia

La rete dei rapporti mafiosi in quel di Bari sembra essere piuttosto fitta e di conseguenza per chi ne vuole star fuori e /o la vuole combattere il compito è difficile e gravoso. Da quanto si può intuire l’amministrazione comunale è stata lambita da certi giochi delinquenziali, ma non sembra che possa esserne stata protagonista.

Mi sovviene una simpatica precisazione del grande Giberto Govi, che in una sua bellissima commedia dimostrò la grande differenza esistente fra essere vicini a qualcosa e l’esservi dentro: un conto è abitare vicino alle carceri, un conto è viverci dentro da recluso. Mi sembra che la mafia giri intorno al consiglio comunale di Bari, ma non trovi in esso agganci precisi e consistenti.

Ragion per cui appare un tantino esagerato il provvedimento ministeriale che ha istituito una commissione d’inchiesta finalizzata all’eventuale scioglimento del consiglio comunale di Bari per infiltrazioni mafiose.

Il centro-destra ha sempre rifiutato certi provvedimenti giudiziari ad orologeria, vale a dire volti ad influire sull’andamento della politica, salvo cascarci dentro durante il suo esercizio del potere. Esiste il dubbio atroce che si voglia disturbare la campagna elettorale del sindaco di Bari, sputtanando la sua amministrazione e rovinando la sua immagine di sindaco anti-mafia. Il discorso appare troppo politicizzato, proceduralmente anomalo e stranamente coincidente con scadenze elettorali per poter essere obiettivo ed imparziale.

Si vuole forse compromettere il discorso della moralità della sinistra, dopo avere tentato di colpirne la cosiddetta egemonia culturale con una spavalda e vomitevole strumentalizzazione della Rai, dopo averne messo in discussione il buongoverno a livello regionale nel post-Sardegna, dopo averne sminuita la superiorità a livello di classe dirigente, dopo aver cercato di occupare tutti gli spazi di potere debordando spesso dai confini istituzionali?

Il centro-destra ostenta forza e sicurezza, ma probabilmente si sente molto più debole e diviso di quanto non appaia e soprattutto teme che la luna di miele con l’elettorato possa cominciare a scricchiolare. Ecco quindi la necessità di fasciarsi la testa ancor prima di cadere o di far cadere gli altri in modo da confondere le proprie cadute attuali e future.

L’opportunità di sciogliere il consiglio comunale di Bari per connivenze mafiose è troppo ghiotta per non essere sfruttata, anche perché la vicenda rischia comunque di lasciare un segno squalificante in De Caro e nel suo partito a livello locale e nazionale, vale a dire il partito democratico.

Il consenso al centro-destra si fonda sostanzialmente sul “così fan tutti”, sull’acqua passata che non macina più, quindi tanto vale provare la destra estrema: il fascismo non esiste più, tutti fanno i loro comodi, affidiamoci a questa manica di dilettanti capaci in modo deteriore di dare dei punti ai professionisti. Una sorta di corsa al tanto peggio tanto meglio, che porta al populismo, al sovranismo, al qualunquismo e all’astensionismo.

Le prossime elezioni europee saranno un banco di prova molto importante: il tranello consiste nel portare la gente a votare su tutto meno che sull’Europa. Ce la stanno mettendo tutta (ci hanno provato persino con Mattarella mettendolo contro la polizia) e la vicenda del comune di Bari, volenti o nolenti, si inquadra in questa deriva istituzionale, che, come sostiene acutamente Romano Prodi, ha il suo sbocco ideale nel premierato nazionale, accompagnato, aggiungo io, dai “premieratini” regionali e finanche comunali. Siccome non hanno classe dirigente, tanto vale tessere un rapporto diretto e plebiscitario con l’elettorato. Stavo pensando a Putin…

 

Fascisti senza beneficio di inventario

Durante la seduta del senato a Palazzo Madama per il dibattito in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo 2024, sui banchi del governo sedeva Isabella Rauti, senatrice della Repubblica per Fratelli d’Italia e dal 2 novembre 2022 sottosegretario di Stato al Ministero della difesa nel governo Meloni.

Lungi da me scaricare sui figli le colpe dei padri, ma, dal momento che Isabella Rauti ricorda orgogliosamente il padre e ne rivendica l’eredità politica o, quanto meno, non la rifiuta, mi corre l’obbligo morale di ripassare la storia recente in merito alla vita di Pino Rauti, che fu parlamentare con il MSI per cinque legislature.

Pino Rauti è un personaggio che per molti versi, e in molte occasioni, si è collocato al di fuori delle regole democratiche dell’Italia repubblicana: perciò ancora oggi un ricordo positivo della sua eredità storica è oggetto di controversie e contestazioni.

Pino Rauti, diminutivo di Giuseppe, nacque a Cardinale (Catanzaro) il 19 novembre 1926. Suo padre lavorava come usciere al ministero della Guerra, a Roma, dove i Rauti si trasferirono quando Pino aveva pochi mesi. Da bambino ricevette un’educazione rigidamente fascista e a 17 anni partì per aderire alla Repubblica sociale di Salò, il governo fascista che si costituì in Lombardia sul finire della Seconda guerra mondiale collaborando con gli occupanti nazisti.

In quel periodo Rauti venne catturato prima dai britannici e poi dai francesi, mentre era arruolato nella legione straniera spagnola. Rientrato in Italia, dopo la guerra, aderì contemporaneamente al Movimento Sociale Italiano e al gruppo clandestino dei FAR (Fasci di azione rivoluzionaria). Negli anni Cinquanta e Sessanta si dedicò all’attività politica pubblica, partecipando a dibattiti e incontri, ma sin da subito la sua attività principale fu teorica e intellettuale.

Semplificando, le idee di Rauti si ispiravano alle opere degli intellettuali Julius Evola e Massimo Scaligero, e teorizzavano una dottrina di destra intransigente, antiliberale, antidemocratica e anticomunista. Tra le altre cose Rauti era sostenitore di un razzismo “spirituale”, ossia legato non a fattori biologici ma culturali, e in funzione di questo razzismo criticava le rivendicazioni post-coloniali. Era fortemente critico sia del comunismo che del capitalismo occidentale, ma nonostante questo prese le parti degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam.

Il raccoglitore primario di queste idee divenne Ordine Nuovo, nata prima come corrente dell’MSI nel 1954 e poi come Centro Studi con un proprio organo di informazione. Le continue divergenze con le altre correnti del partito, e in particolare con il segretario Arturo Michelini, portarono Rauti a uscire dal partito nel 1957, rendendo Ordine Nuovo un organismo autonomo con un gruppo sempre più nutrito di militanti, che negli anni Sessanta presero una piega sempre più sovversiva. Il simbolo di Ordine Nuovo era l’ascia bipenne, la stessa del fascio littorio, simbolo del regime fascista.

Nel 1968 Rauti partì per la Grecia assieme ad altri 51 esponenti di destra, fra cui Stefano Serpieri, agente dei servizi segreti, e Stefano Delle Chiaie, che aveva fondato da qualche anno un altro movimento eversivo di estrema destra, Avanguardia Nazionale. Lo scopo del viaggio era imparare tutto sulle tecniche di infiltrazione, a spese del governo greco. Poco tempo prima, infatti, ad Atene c’era stato il colpo di stato nel quale era stato instaurato il cosiddetto “regime dei Colonnelli”.

Con l’arrivo alla segreteria del MSI nel 1969 di Giorgio Almirante, Rauti rientrò nel partito. Ordine Nuovo venne sciolto nel 1973, e alcuni suoi aderenti vennero condannati per ricostituzione del disciolto Partito fascista. Nel 1972 intanto Rauti era stato arrestato per due attentati ai danni di due treni, avvenuti l’8 e il 9 agosto 1969. Successivamente l’incriminazione si estese all’attentato di piazza Fontana del 12 dicembre dello stesso anno. Nel 2010 venne nuovamente processato anche per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974. Nessuna di queste indagini e di questi processi portò a condanne per Rauti.

 

Nel 1987 si candidò a segretario dell’MSI, ma venne sconfitto da Gianfranco Fini; poi nel 1990 sconfisse a sua volta Fini e diventò lui segretario, tuttavia sotto la sua guida l’MSI ebbe risultati elettorali pessimi, perciò si dimise e tornò di nuovo Fini. Rauti commentò così la svolta moderata del congresso di Fiuggi, quando dal MSI nacque Alleanza Nazionale: «Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato». L’eredità politica di Alleanza Nazionale fu raccolta poi da Fratelli d’Italia nel 2012.

Nel 2004 Rauti fondò il MIS, Movimento idea sociale, che alle elezioni raccolse solo lo 0,1 per cento. Morì nel novembre 2012. I funerali si tennero nella basilica di San Marco, a Roma. Il passaggio della sua bara venne salutato con il braccio teso da molti presenti. (Il post – quotidiano on line)

Cosa voglio dire con questa memoria storica? Tutto e niente! Che al Senato e al Governo della Repubblica siedano persone direttamente e addirittura familiarmente collegabili ad un vergognoso passato fascista mi disturba, suscita in me un moto di ripulsa. Sul piano giuridico non esiste ostacolo (anche se ci sarebbe molto da discutere), sul piano morale lasciamo perdere, sul piano politico non lo posso accettare. E pensare che Fratelli d’Italia, il partito che attualmente va per la maggiore, è farcito di personaggi che non solo rifiutano di considerarsi antifascisti, ma che hanno collegamenti ideali e politici col fascismo. Povera Italia!

Ma il fascismo non esiste più! Già, me ne ero dimenticato.

 

Chi non risica cultura rosica barbarie

Alla fine di due giorni ad altissima tensione, la comunità scolastica dell’Istituto comprensivo “Iqbal Masiq” di Pioltello, hinterland milanese, prova a scrollarsi di dosso il peso delle tensioni che hanno travolto il dirigente scolastico Alessandro Fanfoni. Impresa non facile, stando anche alle parole dello stesso preside, riferite da un collaboratore: «Non me la sento di parlare, in questo momento». Dopo aver subito minacce via social, ora il professor Fanfoni ha paura. Il motivo? Aver previsto la sospensione delle lezioni il prossimo 10 aprile, giorno di fine Ramadam, festa importantissima per i musulmani. Religione cui appartiene oltre il 40% dei bambini della scuola, che si trova in un territorio ad alta densità immigratoria ed è intitolata al dodicenne pakistano ucciso nel 1995 per il suo impegno contro lo sfruttamento del lavoro minorile. A maggio scorso, quando la decisione è stata presa, all’unanimità, dal Consiglio d’Istituto, mai il preside avrebbe immaginato di finire in mezzo a una bagarre politica in piena regola. (dal quotidiano “Avvenire”)

Qualche tempo fa viaggiavo su un bus urbano sul quale la presenza di immigrati era a dir poco preponderante. Mi venne, più istintiva che spontanea, una riflessione ad alta voce: “Di questo passo la nostra cultura dove finirà?”. La domanda coinvolse una gentile e distinta signora italiana vicinissima alla mia postazione. Mi rispose laconicamente: “Dipende tutto da noi…”. Questa affermazione conteneva tali e tante verità da richiedere ulteriori approfondimenti, che non ho potuto effettuare con la persona evidentemente disponibile al dialogo solo perché era in procinto di scendere dal bus; feci appena in tempo a dirle: “Ha perfettamente ragione…”.

Di fronte a una società sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa possiamo adottare due atteggiamenti: chiuderci in una strenua quanto fantomatica difesa del nostro patrimonio oppure aprire un dialogo con chi è portatore di altro patrimonio.

Il mio grande amico e maestro Gian Piero Rubiconi mi ha insegnato e testimoniato che tutto può e deve fare cultura e di conseguenza tutto deve essere condiviso, finanche, diceva lui, le ricette gastronomiche. Era depositario di una stupenda raccolta discografica. I suoi amici lo invitavano a non divulgare troppo i pezzi della sua preziosa collezione per non svalutarla. Lui imperterrito metteva a disposizione di tutti quanto poteva offrire a nutrimento e a godimento della loro passione. La cultura se non è aperta non è cultura, se non è globale non è cultura, se la vogliamo difendere la perdiamo, se la vogliamo gelosamente custodire la condanniamo all’irrilevanza.

La dobbiamo mettere in gioco e naturalmente dobbiamo accogliere, seppur criticamente, ma con rispetto e curiosità, anche quella proveniente dagli altri. Se andiamo in campo religioso il discorso è lo stesso: tutti hanno da insegnarci qualcosa e dobbiamo metterlo in condizioni di farlo. Starà a noi discernere. Questo non è relativismo, è dialogo. Certo non dobbiamo rinunciare a nulla, se non alla pretesa di essere autosufficienti.

Il teologo Vito Mancuso dice: «Lo specifico della nostra epoca è la decadenza spirituale quale appare dalla progressiva perdita di fascino della religione, fino al punto di poter ipotizzare che, per la prima volta nella storia, homo sapiens per lo meno in occidente non sarà più homo religiosus. Ma attenzione: tutto ciò non è dovuto all’umanità occidentale divenuta empia e relativista, ma alla sua religione che non ne ha saputo accompagnare l’evoluzione spirituale ed etica».

Eugenio Scalfari sosteneva: «Questo dialogo (tra credenti e no, n.d.r.) riguarda anche e forse soprattutto i non credenti, la predicazione di Gesù ci riguarda, l’amore per il prossimo ci riguarda, le diseguaglianze intollerabili ci riguardano. Un Papa rivoluzionario ci riguarda e il relativismo di aprirsi al dialogo con le altre culture ci riguarda. Questa è la nostra vocazione al Bene che dobbiamo perseguire con costante proposito».

Ben vengano quindi le serie occasioni offerte agli islamici di professare e testimoniare la loro fede. Non vedo cosa ci possa essere di pericoloso. Non si tratta di rinuncia ma di rilancio.

L’ufficio regionale scolastico per la Lombardia ha chiuso, probabilmente definitivamente, il caso della scuola di Pioltello, per la quale il consiglio di istituto, in ragione di una elevata percentuale di stranieri, aveva deliberato la sospensione delle lezioni il prossimo 10 aprile. Non un giorno qualunque ma quello in cui i seguaci dell’Islam celebrano la fine del Ramadan. “Sulla base delle risultanze dell’accertamento ispettivo disposto dall’Usr per la Lombardia, sono state evidenziate talune irregolarità della delibera assunta dal consiglio d’istituto”, si legge nel comunicato diffuso dall’Usr.

Nei giorni scorsi, il preside dell’istituto comprensivo aveva giustificato la delibera del consiglio con una circostanza di fatto, in base alla quale la scuola sarebbe comunque stata quasi vuota in quel giorno. Questo in ragione di una percentuale di studenti di fede musulmana che si aggira attorno al 40%. Ma questa non sembra essere una ragione valida per procedere con la sospensione delle lezioni, pertanto il direttore generale dell’ufficio scolastico regionale ha “invitato il dirigente scolastico, nella sua qualità di garante della legittimità dell’azione amministrativa della scuola, a valutare la disapplicazione della delibera”. Nella nota, quindi, si rimanda alla “possibilità dell’annullamento in autotutela da parte dello stesso Consiglio d’istituto, al fine di assicurare il rispetto delle disposizioni in materia”. (da “Il Giornale.it)

Le disquisizioni di carattere burocratico le lascio volentieri a chi si vuol nascondere dietro il dito della propria penosa presunzione. Così come non ha senso la pretesa di combattere l’integralismo altrui con l’integralismo nostrano. Ci rimettiamo tutti.

Corrado Augias, giornalista e scrittore ammette oggettivamente: «Nei secoli passati è accaduto anche in Europa che frange oltranziste s’impegnassero a sterminare eretici, streghe, posseduti dal demonio, bruciandoli vivi o gettandoli in carcere. C’è voluto molto tempo, grandi mutamenti e una profonda rivoluzione dei costumi perché questo cessasse. Oggi il cristianesimo è tornato a una mitezza di tipo evangelico ed è semmai fatto oggetto, in alcuni Paesi, di sanguinose persecuzioni. Nell’Islam questa evoluzione tarda».

Sarebbe però errato se, dopo avere registrato questo ritardo storico, squalificassimo tutto l’Islam senza appello. La tentazione della ritorsione non porta da nessuna parte, incallisce tutti nei propri errori e impoverisce tutti. Il dialogo richiede coraggio e assunzione di rischio. Anche in questo caso vale il famoso detto “chi non risica non rosica”.

Certo comunque che la lingua batte dove il dente duole, vale a dire sul discorso dei rapporti fra Islam e violenza. Al riguardo rimando al lavoro di ricerca contenuto tra le pubblicazioni consultabili nel sito. Basti il titolo a sintetizzare un discorso di complessità e delicatezza estreme: “Il paradosso: l’amore ci divide…la violenza ci accomuna”. Abbiamo davanti un cammino di speranza carico di incognite e contraddizioni: sarebbe oltre modo sbagliato rinunciare al dialogo per paura di compromettersi in una materia esplosiva. Sul dialogo grava tuttavia un macigno, che non deve renderlo impossibile, ma stimolante e chiarificatore: la compatibilità fra fede e violenza.

Non voglio improvvisarmi in una problematica e forse impossibile analisi comparata fra Vangelo e Corano, ma vedo una grande differenza: mentre chi osserva il Corano rischia di trovare la “giusta causa” alla propria violenza omicida, l’unico rischio che corre il cristiano autentico è l’opposto, vale a dire quello di subire passivamente la violenza altrui. E, se me lo permettete, tra i due rischi preferisco di gran lunga il secondo, con buona pace dei rivoluzionari di tutti i tempi.