Il corridoio delle chat perdute

Il libro del giornalista del Fatto Quotidiano Giacomo Salvini, ‘Fratelli di chat’, riporta alcune conversazioni tenute via Whatsapp tra Giorgia Meloni e gli esponenti del suo partito, conversazioni in cui si offende apertamente il vicepremier della Lega Matteo Salvini, ma non solo.

A leggere quei messaggi, il segretario della Lega non è ben voluto tra i dirigenti di Fratelli d’Italia. È definito “Un ministro bimbominkia”, “un cialtrone”, “ridicolo”, “disadattato”, “poveretto”, “incapace”, “un Renzi di destra”, un politico che fa “accordi sottobanco con Renzi per il cognato Denis Verdini”. Sono scambi di messaggi pieni di insulti nei confronti del leader della Lega, scritti in un periodo che va dal 2018 al 2024.

Ce ne è anche per la Lega, considerato un partito che “non ha onore” e “non rispetta la parola data”. Il giornalista Giacomo Salvini, anticipando alcuni contenuti del volume, ha pubblicato ieri diversi messaggi di qualche anno fa della premier, che scriveva: “Sulla cosa delle accise Salvini dovrebbe andare a nascondersi”, nel 2018, mentre nel febbraio 2020 criticava così il Carroccio: “Secondo me il messaggio che va fatto passare, che è la verità, è che la Lega è un partito che non mantiene la parola data. Hai voglia a fare il partito di destra se non hai onore”.

A chiamare il ministro dei Trasporti “bimbominkia”, è stato, nel dicembre 2018 – in un periodo quindi in cui Lega e Fdi non erano alleati – l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, braccio destro di Meloni, che scriveva: “Ministro bimbominkia colpisce ancora”, frase scritta su WhatsApp dopo la visita in Israele dell’allora ministro dell’Interno, che definì i componenti di Hezbollah “terroristi islamici” aprendo uno scontro diplomatico con il Libano.

Ma non è tutto. Dura la trasmissione Piazza Pulita condotta da Formigli sono stati rivelati altri dettagli, per esempio a proposito delle difficoltà del partito di Meloni nel prendere le distanze dal fascismo. In una conversazione del 2021, Meloni commentava con i suoi un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, il quale criticava la premier per le sue difficoltà a condannare esplicitamente il fascismo, da tutti i punti di vista. La premier scriveva ai suoi: “Più facile a dirsi che a farsi…”, e poi aggiungeva: “Diciamo che se per esempio dite ai nostri consiglieri regionali di non mettere claretta e ben come sottofondo alle loro conferenze stampa mi date una mano”, alludendo a una canzone scritta da un gruppo neofascista.

E c’è anche l’attuale ministro per Affari europei, Tommaso Foti, che riferendosi a Benito Mussolini lo definiva “un gigante”, con la ‘G’ maiuscola.

Ricorre poi frequentemente la parola “infame”, termine utilizzato per criticare “intellettuali, giornalisti, politici che da destra ‘tradiscono’ criticando Meloni e Fratelli d’Italia. Un affronto che – scrive il giornalista del Fatto nel suo libro – i parlamentari meloniani non possono accettare proprio perché proveniente da intellettuali considerati alla stregua, se non peggio, degli oppositori di sinistra. L’appellativo, però, viene spesso utilizzato anche per denunciare coloro che passano all’esterno le informazioni”.

La chat Whatsapp in questione, della quale precisiamo che non sono stati diffusi messaggi su fatti privati, è stata chiusa a ottobre 2024, e la stessa Meloni aveva smesso quasi del tutto di scrivere dopo la nascita del governo con la Lega. L’unico messaggio recente della premier su Salvini è una critica velata sui ritardi dei treni: “Ah sì il blocco della linea. Ma sono molto soddisfatta invece. Pensavo saremmo tornati al dorso di mulo e invece ci sono ancora i treni dopo due anni…” (fanpage.it)

 

Non mi è mai piaciuto sbirciare dal buco della serratura per scoprire elementi inconfessabili nel comportamento delle persone: vale anche per la politica finché essa rimane una questione privata. Dal momento in cui la politica diventa un fatto pubblico, le cose cambiano. Una stronzata detta fra amici al bar può essere tranquillamente tollerata, una stronzata circuitata su una chat politica non mi scandalizza, ma mi incuriosisce soprattutto se rivela risvolti e retroscena che influiscono sui comportamenti di persone che rivestono rilevanti cariche pubbliche.

Da questo autentico immondezzaio della politica emerge di tutto: la fantasia viene superata da una realtà che rivela la peggior specie di partitocrazia: colpi bassi, insofferenze, attacchi, volgarità, chi più ne pensa più ne metta. Ho partecipato per diversi anni alla vita di un partito come la Democrazia Cristiana, in cui non mancavano contrasti e battaglie, ma tutto aveva un limite anche perché, pur trovando nel potere i prodromi di questi scontri, il tutto era comunque riconducibile a diverse visioni culturali e politiche e non a mere manciate di fango o addirittura di merda. Il più incallito doroteo di quei tempi era un esempio di virtù politiche rispetto agli attuali esponenti di questa destra inqualificabile (mi sembra torni di moda a rovescio la questione etica di berlingueriana memoria).

Il punto dolente è la credibilità di questa frazione piuttosto consistente di classe politica. A tal proposito, prima di proseguire, permettetemi di riferirvi quanto detto da uno psicologo ad un mio carissimo amico in merito alla credibilità della testimonianza dei genitori nei riguardi dei figli. “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”.

Se trasferisco questa regola in campo politico dovrei dire: “I cittadini dovrebbero giudicare i loro rappresentanti politici da due comportamenti molto precisi: da come si comportano con i colleghi e finanche con gli avversari e dai presupposti culturali della loro azione istituzionale”.

Non è possibile collaborare con un leader e il suo partito (vedi Salvini e Lega) considerandoli dei mentecatti o roba del genere; non è accettabile la criminalizzazione sistematica di chi osa criticare o dissentire o deve esercitare una funzione di controllo e garanzia e viene considerato per ciò stesso “infame”; non è ammissibile operare in un sistema democratico costituzionale mantenendo simpatie per il fascismo e il suo capo. Mi paiono queste le più clamorose contraddizioni emergenti dalle chat di Fratelli d’Italia.

Non può che uscirne una sfiducia, magari ingiustamente e qualunquisticamente allargata a tutto il sistema, che, nella migliore delle ipotesi, si sfoga nell’astensionismo dal voto elettorale.

Un tempo si diceva fate come dico e non come faccio, oggi per saltarci fuori bisognerebbe dire fate come non dico e come non faccio. Leggendo e ascoltando il contenuto di questi scambi di opinioni in libertà mi sono vergognato per i loro autori: non ho riso e non ho pianto, sono solo andato immediatamente ai leader che hanno accompagnato il mio modestissimo impegno politico. Altre persone, altri valori, altra politica. Quanta nostalgia…ognuno ha la sua nostalgia: chi rimpiange Mussolini e chi rimpiange Moro.

 

Da alleati a porte-coton

Tutto come previsto. La “picconatura” di Donald Trump è arrivata. Con tanto di firma che suggella il nuovo affondo contro la Corte penale internazionale. L’ordine esecutivo impone sanzioni al tribunale internazionale con sede all’Aja, accusandolo di «aver intrapreso azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Dalla Corte, in tutta risposta, è arrivato l’appello «agli Stati membri, alla società civile e a tutte le nazioni ad unirsi per la giustizia e ei diritti umani fondamentali». Con il passare delle ore, voci sempre più numerose si sono alzate a difesa della Corte. Alla fine, in una dichiarazione congiunta 79 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno condannato le sanzioni di Trump.

Tra i firmatari non figura l’Italia, mentre sono presenti Francia, Germania e Spagna, oltre a, tra gli altri, Paesi Bassi, Grecia, Irlanda, Danimarca, Portogallo e, fuori dall’Ue, la Gran Bretagna. I 79 firmatari rappresentano i due terzi dei 125 Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma che ha istituito la Corte Penale Internazionale. Nel documento i Paesi sostengono che le sanzioni decise dagli Stati Uniti nei confronti dell’organismo internazionale, che a novembre aveva emesso un ordine di cattura verso il premier israeliano Benamin Netanyahu e i leader di Hamas per crimini di guerra, «comprometterebbero in modo grave tutti i casi attualmente sotto inchiesta, perché la Corte potrebbe doversi trovare costretta a chiudere i suoi uffici sul campo». Il rischio, aggiungono i firmatari, è anche quello di «erodere lo stato di diritto internazionale». (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Miele)

Come volevasi dimostrare… L’atteggiamento italiano, tenuto nei confronti della Corte penale internazionale in occasione dell’arresto/liberazione/espulsione del torturatore libico Almasri, non è stato un incidente di percorso, ma rientra in una precisa scelta nazional-populistica dettata dal nuovo corso trumpiano e seguita direttamente o indirettamente dai suoi Stati sodali tra cui l’Italia di Giorgia Meloni.

Quando dopo la seconda guerra mondiale l’Italia aderì al blocco occidentale, operò una scelta, che, pur con tutte le sacrosante riserve riassumibili nelle ragioni del cosiddetto neo-atlantismo, si rivelò, seppure a denti stretti, giusta per il nostro Paese, uscito sanguinante dalla deriva nazifascista e dal conflitto conseguente. Si tratta di scelte che condizionano in modo irreversibile la storia di un Paese.

Ebbene anche oggi si prospetta per l’Italia un’opzione storica fra un ordine mondiale fondato sul multilateralismo, di cui dovrebbe essere protagonista la Ue, e un assetto nazionalistico in cui primeggiano gli interessi degli Stati singoli l’un contro l’altro armato.

Il governo italiano sta scegliendo lo schema trumpiano illudendosi di renderlo agibile o quanto meno sopportabile per un’Italia promossa a leader tattica dell’Europa disunita: disegno assurdamente velleitario e presuntuoso dal punto di vista pragmatico, ma soprattutto inaccettabile dal punto di vista dei principi e dei valori della nostra Costituzione. Giorgia Meloni si sta candidando a svolgere il ruolo che fu del maresciallo Tito nei confronti dell’Urss: altra epoca, altro assetto internazionale, altri equilibri e soprattutto ben altro livello di statista.

Ci stiamo arrendendo alla logica del più forte delinquente, illudendoci di salvare almeno la pelle. Non è in gioco soltanto il ruolo della Corte penale internazionale, ma la resa ad un mondo governato da tre criminali: Trump, Xi Jinping e Putin a cui nessuno potrà più opporsi, ma che si contenderanno fra di loro le sorti del pianeta.   Putin ha messo al fuoco la carne dell’Ucraina, Trump ha acceso il fuoco sulla carne di Panama e della Groenlandia, Xi Jinping ha nel mirino l’Africa. Stanno giocando al rialzo per poi spartirsi la posta in palio. Non c’è più posto per alleanze strategiche, rimane soltanto la possibilità di stare a guardare dove pende la bilancia per buttarsi sul piatto più conveniente.

Giorgia Meloni gioca a fare la donna più forte d’Europa, coniugando europeismo con unilateralismo, strizzando l’occhio a Donald Trump via Elon Musk: una sorta di Penelope che di giorno tesse la tela europea e di notte la disfa d’accordo con Trump. Ulisse non esiste più, quindi… Una povera diavola che si siede a tavola con i super ricchi che le tolgono dignità e democrazia.

La peggior disgrazia che può accadere ad una persona (anche ad un Paese) non è quella di essere povero di risorse materiali, ma di essere senza dignità, vale a dire privo di risorse umane e di rispetto verso se stesso e gli altri. Quando mi recavo in quel di Verona per assistere agli spettacoli areniani, per accedere alla platea ero costretto a passare in mezzo a due ali di folla: erano frotte di curiosi alla spasmodica ricerca di qualche vip da ammirare, per soddisfare la voglia di “sgolosare” sulle sfarzose primedonne del pubblico, per accontentarsi cioè di “sfrugugliare” nel retrobottega dell’affascinante mondo dello spettacolo. Erano i poveri senza dignità, che invidiano i ricchi e non riescono ad essere “signori”.

Questa non è realpolitik, vale a dire atteggiamento e prassi che si fondano sulla valutazione delle situazioni reali e degli interessi concreti dell’azione politica, anche in modo cinico e opportunistico, ma arrivismo di Stato, paradossale politica ideologica di stampo neo-fascista.

Ci candidiamo ad essere i migliori servi sciocchi degli Usa, i porte-coton del nuovo re sole americano: roba da matti! Ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate appunto “porte-coton”. Di chi si tratta? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca.

Il tutto avviene nella sbadataggine della gente e nel cinico scetticismo dei narratori mediatici: i due atteggiamenti si sostengono e si giustificano a vicenda. Si pensi che Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, durante un intervento a “L’aria che tira” su La 7, ha beffeggiato la seduta parlamentare in occasione della seduta d’ascolto dei ministri Nordio e Piantedosi sulle ragioni dell’espulsione di Almasri dal nostro Paese, assimilandola alle calde e sessantottine assemblee. Ha commesso due sottovalutazioni in una: il ’68 non fu una buffonata, ma una problematica e drammatica messa in discussione della società del cosiddetto benessere; la discussione sulle dichiarazioni del governo non era una farsa, ma l’immagine della tragica deriva della politica interna ed internazionale. Forse voleva sdrammatizzare colpendo il cattivismo di maniera della sinistra: attenzione, perché così facendo si finisce col fare dell’opportunistico buonismo nei confronti di chi sta svendendo l’Italia al peggior offerente. Se questo è il taglio giornalistico di un giornalista di tale livello…se tanto mi dà tanto…

Non resta che sperare in un mastodontico e globale flop in cui però saremo colpevolmente coinvolti, per ricominciare semmai tutto daccapo, come se la storia fosse un palcoscenico in cui si recita a soggetto.

Il salvagente mattarelliano

Regole e strumenti ci sarebbero per affrontare questa fase e allora perché il sistema multilaterale sembra non riuscirci, con il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta del secolo scorso: sfiducia nella democrazia, riemergere di unilateralismo e nazionalismi? Oggi come allora si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle. Interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così. Le conseguenze di queste scelte, la storia ci insegna, sono purtroppo già scritte.

(…)

L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o, invece, divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà? Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie? Con, al massimo, la prospettiva di un “vassallaggio felice”. Bisogna scegliere: essere “protetti” oppure essere “protagonisti”? L’Italia dei Comuni, nel XII e XIII secolo, suggestiva ma arroccata nella difesa delle identità di ciascuno, registrò l’impossibilità di divenire massa critica, di sopravvivere autonomamente e venne invasa, subì spartizione. L’Europa appare davanti a un bivio, divisa, come è, tra Stati più piccoli e Stati che non hanno ancora compreso di essere piccoli anch’essi, a fronte della nuova congiuntura mondiale. L’Unione Europea è uno degli esempi più concreti di integrazione regionale ed è, forse, il più avanzato progetto – ed esempio di successo – di pace e democrazia nella storia. Rappresenta senza dubbio una speranza di contrasto al ritorno dei conflitti provocati dai nazionalismi. Un modello di convivenza che, non a caso, ha suscitato emulazione in altri continenti, in Africa, in America Latina, in Asia. Costituisce un punto di riferimento nella vicenda internazionale, per un multilateralismo dinamico e costruttivo, con una proposta di valori e standard che abbandona concretamente la narrazione pretestuosa che vorrebbe i comportamenti dei “cattivisti” più concreti e fruttuosi rispetto a quelli dei cosiddetti “buonisti”. L’Unione Europea semina e dissemina futuro per l’umanità. Ne sono testimonianza gli accordi di stabilizzazione internazionale stipulati con realtà come il Canada, il Messico, il Mercosur. Le stesse politiche di vicinato, le intenzioni messe in campo dopo la Dichiarazione di Barcellona sul partenariato euro-mediterraneo (siamo a trent’anni da quella data). Occorre che gli interlocutori internazionali sappiano di avere nell’Europa un saldo riferimento per politiche di pace e crescita comune. Una custode e una patrocinatrice dei diritti della persona, della democrazia, dello Stato di diritto. Chiunque pensi che questi valori siano sfidabili sappia che, sulla scia dei suoi precursori, l’Europa non tradirà libertà e democrazia. Le stesse alleanze si giustificano solo in base a – transeunti – convergenze di interessi e, dunque, per definizione, a geometria variabile, o riguardano anche valori?

(…)

Aldo Moro, lo statista italiano assassinato dalle Brigate Rosse, nella sua qualità di presidente di turno delle allora Comunità Europee (raccoglievano 9 Paesi), intervenendo nella sessione conclusiva della Conferenza di Helsinki, si proponeva di dare senso alla fase di distensione internazionale che si annunciava, sottolineando che significava “l’esaltazione degli ideali di libertà e giustizia, una sempre più efficace tutela dei diritti umani, un arricchimento dei popoli in forza di una migliore conoscenza reciproca, di più liberi contatti, di una sempre più vasta circolazione delle idee e delle informazioni”. L’Unione Europea – e in essa Francia e Italia – deve porsi alla guida di un movimento che nel rivendicare i principi fondanti del nostro ordine internazionale sappia rinnovarlo, attenta alle istanze di quanti dall’attuale costruzione si sentano emarginati. Una strada che non è quella dell’abbandono degli organismi internazionali né quella del ripudio dei principi e delle norme che ci governano ma di una profonda e condivisa riforma del sistema multilaterale, più inclusiva ed egualitaria rispetto a quanto furono capaci di fare le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, cui va, tuttavia, riconosciuto il grande merito di mettere insieme vincitori e vinti per un mondo nuovo. Servono idee nuove e non l’applicazione di vecchi modelli a nuovi interessi di pochi. (dall’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di Dottore honoris causa dall’Università di Aix-Marseille: «L’ordre international entre règles, coopération, compétition et nouveaux expansionnismes»)

 

Il Presidente della Repubblica, come sempre, interviene autorevolmente e tempestivamente nei momenti difficili della vita politica ed istituzionale. In questi giorni, in cui il governo italiano balbetta e commette veri e propri strafalcioni in materia di multilateralismo, di europeismo e di rispetto per i valori costituzionali, se ne sentiva più che mai la necessità. Dal momento che però le nobili parole del Capo dello Stato rischiano di entrare da un orecchio e di uscire dall’altro dei nostri governanti e dei componenti dei nostri organi istituzionali, complice un sistema mediatico che premia le stucchevoli polemiche e non affronta i nodi sostanziali delle contingenze e delle emergenze democratiche, sarebbe necessario che Sergio Mattarella si facesse sentire dando qualche benefica frustata a chi di dovere.

Pur ammettendo la mia crassa ignoranza, pur non volendo essere importuno (chi sono io per giudicare il presidente Mattarella?), mettendo in campo tutta la mia sensibilità politica e la mia buona fede, insisto nel chiedere qualcosa di più facendo di seguito alcuni esempi.

Il conflitto in atto fra governo italiano e magistratura sta assumendo toni e contenuti inquietanti: non potrebbe Sergio Mattarella, dall’alto del suo ruolo di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, intervenire chiedendo ai Magistrati di abbandonare la guerra difensiva per adottare lo stile del dialogo costruttivo? L’autonomia della Magistratura non avrebbe niente da perdere, ma al contrario il ruolo dei giudici acquisirebbe ancora maggior credibilità ed efficacia. Ci sono punti su cui si può discutere, altri su cui non si può transigere. La Costituzione italiana è l’esempio di compromesso ai livelli più alti, proviamo a rimanere fedeli a questo stile.

Dal momento che per dialogare occorrono due o più interlocutori, non potrebbe il Capo dello Stato chiedere espressamente e pubblicamente al governo di tenere un atteggiamento dialogante, abbandonando ogni e qualsiasi intento punitivo nonché ogni e qualsiasi volontà di asservimento del potere giudiziario al potere esecutivo?

In questi virtuosi tentativi Mattarella avrebbe il consenso del popolo italiano, che vede in lui una sorta di buon padre della famiglia democratica istituzionale del Paese.

Faccio un secondo esempio. Non potrebbe Mattarella inviare un messaggio alle Camere, chiedendo espressamente una pronuncia a favore della fedeltà alle organizzazioni internazionali quale via per la costruzione di una pacifica convivenza. Chi si potrebbe chiamare fuori? Se qualcuno intendesse farlo, lo dovrebbe dichiarare, assumendosene le responsabilità di fronte ai cittadini che non mancherebbero di riscontrare eventuali gravissime successive incoerenze.

Azzardo un terzo esempio. E se Mattarella rivolgesse, davanti ai parlamentari europei eletti in Italia appositamente convocati al Quirinale, un messaggio alla nazione per ribadire la irreversibile e indiscutibile nostra vocazione europea, ponendola quale pregiudiziale irrinunciabile rispetto alla politica estera italiana? Chi gliela darebbe buca, chi oserebbe tenere i piedi in due staffe, chi farebbe il pesce in barile, chi si dichiarerebbe europeista per poi rincorrere le sirene trumpiane?

Penso che sarebbero opportune “forzature” costituzionali: a volte non basta bussare,  bisogna spingere le porte che sembrano aperte, ma che in realtà rischiano di rimanere sprangate. E se qualcuno osasse fare critiche e censure, Sergio Mattarella potrebbe rispondere autocitandosi: «Abbiamo dimostrato di saper agire con efficacia nelle crisi, come durante la pandemia, e di saperci opporre con unità di intenti alle inaccettabili violazioni del diritto dei popoli, come nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina. Con la stessa efficacia d’unità dobbiamo ora rinnovarci, per salvaguardare la sicurezza e il benessere dei popoli europei e contribuire alla pace mondiale, a partire dalla dimensione mediterranea e dal rapporto con il contiguo continente africano. Non può guidarci la rassegnazione ma la volontà di dare contenuti ai passaggi necessari per ottenere questi risultati».

 

 

 

 

 

 

I cavilli di Nordio e i cavalli di Meloni

È il 13 dicembre 2024 quando gli investigatori Onu consegnano al Consiglio di sicurezza il nuovo report annuale sulla Libia. Il caso Almasri, con il controverso viaggio in Europa e l’arresto in Italia su mandato della Corte penale dell’Aja concluso con l’accompagnamento di Stato a Tripoli, non è neanche in preventivo. Ma il generale libico per la seconda volta dal 2023 è uno dei protagonisti dell’investigazione internazionale.

Per il Panel of experts, che ancora una volta dal Consiglio di sicurezza Onu non hanno visto muovere alcun rilievo al loro lavoro, i crimini di Almasri hanno «seguito un modello coerente di privazione illegale della libertà, sparizione forzata, tortura e altri maltrattamenti e negazione dei diritti». Non è che la sintesi della serie di prove raccolte direttamente dagli investigatori delle Nazioni Unite.

Nel mirino c’è soprattutto la rete del nuovo apparato di Sicurezza libico denominato “Dacot”, che sta per “Deterrence Apparatus for Combating Organized Crime and Terrorism”, in cooperazione con Isa, il servizio segreto interno.

A seguire il calendario viene da dire che la Corte penale internazionale, e non il contrario, ha confermato con proprie autonome indagini le accuse del Panel of expert. Non è un caso che nel mandato di cattura per Almasri, i giudici dell’Aja avessero indicato tra le fonti delle proprie inchieste il lavoro degli esperti Onu incaricati dal Consiglio di sicurezza. Solo il giorno dopo, il 14 dicembre, il procuratore internazionale Kharim Khan preannunciava l’emissione di nuovi mandati di cattura. I nomi sono stati coperti dal segreto investigativo. Ma ora sappiamo che uno di loro è proprio il generale Najim (Almasri)

Il Gruppo di esperti ha esaminato le numerose testimonianze e prove documentali a proposito del carcere di Mitiga, a Tripoli, raccolte a partire dal giugno 2021. Oltre alle vittime sono state ascoltate «persone che hanno assistito alle violazioni commesse in quella struttura». Non viene precisato chi siano questi testimoni, dovendone tutelare l’incolumità. «Tra questi, cinque ex detenuti e tre testimoni oculari hanno identificato Osama Najim come responsabile diretto di aver ordinato e commesso personalmente atti di tortura e altre forme di maltrattamento come parte di una politica organizzativa di gestione della struttura di detenzione di Mitiga». Il Gruppo di esperti ha corroborato queste testimonianze «con prove documentali indipendenti, tra cui rapporti medici, decisioni giudiziarie ufficiali e documentazione interna del Dacot, nonché con fonti terze affidabili che hanno tutte confermato sia la natura sistematica delle violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale umanitario, sia la responsabilità del personale del Dacot per tali violazioni».

Nelle 299 pagine di relazione, cui sono allegati centinaia di documenti, foto, filmati, registrazioni, è ricostruita l’intera filiera del traffico di esseri umani, che vede in particolare 17 boss libici, tutti con una divisa da militare o la grisaglia di funzionario pubblico.

Almasri è il sistema di cui fa parte, è un ingranaggio tra i più robusti. Perché ai detenuti, specialmente ai subsahariani, viene offerta una chance per sopravvivere alle torture: arruolarsi nella milizia e combattere per conto dei libici. E questo, spiegano gli ispettori, perché la milizia di Almasri è screditata presso la popolazione libica, specialmente quella di Tripoli, dove a causa delle malefatte della “cupola” fatta di generali e politici, chi può si sottrae all’arruolamento.

Dalla lettura si apprendono particolari abietti, Non solo i prigionieri vengono “picchiati e presi a calci per ore durante i giorni di detenzione”, non solo “minacciati di morte”, ma “esposti a continue brutalità perpetrate sui compagni di cella” dai detenuti stessi e alla presenza dei loro familiari. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

Di fronte alla schiacciante evidenza di questi elementi, i cavilli giuridici e procedurali di Carlo Nordio stanno in poco posto.  Il dato politico emerge con vergognosa verità: il governo non tiene in alcuna considerazione le istituzioni internazionali, a cui peraltro il nostro Paese aderisce.

Anche la scusa della ragion di Stato, peraltro nemmeno ufficialmente accampata, ma lasciata solo intravedere dalla strafottenza meloniana, si scioglie nell’attuale inquietante convenienza politica: il nazionalismo si sta imponendo e unendo al populismo in una miscela di stampo trumpiano. Non è infatti una strana coincidenza che Trump abbia firmato un ordine esecutivo che ritira il suo Paese da una serie di organismi delle Nazioni Unite, tra cui il Consiglio per i diritti umani (Unhrc) e dalla principale agenzia di soccorso delle Nazioni Unite per i palestinesi (Unrwa) e prevede la revisione del coinvolgimento nell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco).

È la democrazia di tipo occidentale (e non solo la nostra…) che sta traballando. In una simile avventura c’è posto anche per l’alleanza con la Libia e i suoi carnefici. Cosa volete che sia mandare in libertà un Almasri qualsiasi.

La Corte penale internazionale dell’Aja ha avviato un fascicolo di indagine sull’operato del governo italiano per “ostacolo all’amministrazione della giustizia ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma” in relazione alla vicenda del generale Almasri. É quanto scrive il quotidiano Avvenire nella pagina online.

Nella denuncia ricevuta dall’Ufficio del Procuratore, che l’ha trasmessa al cancelliere e al presidente del Tribunale internazionale, sono indicati i nomi di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.

L’atto finito all’attenzione dei giudici è stato trasmesso dai legali di un rifugiato sudanese che già nel 2019 aveva raccontato agli investigatori internazionali le torture che lui e la moglie avevano subito dal generale libico, quando entrambi erano stati imprigionati in Libia. 

 (…)

“Secondo l’accusa – si afferma nell’articolo -, nella quale Meloni, Nordio e Piantedosi sono indicati come «sospettati», i rappresentanti del governo italiano non hanno provveduto a consegnare il generale Almasri alla Corte penale internazionale: “Hanno abusato dei loro poteri esecutivi per disobbedire ai loro obblighi internazionali e nazionali”. In particolare viene citato l’articolo 70 dello Statuto di Roma che disciplina i provvedimenti contro chi ostacola la giustizia internazionale. Secondo la norma “la Corte eserciterà la propria giurisdizione” su una vasta serie di reati, tra cui “ostacolare o intralciare la libera presenza o testimonianza di un teste”. (ANSA.it)

A questo punto si sono aperte due inchieste, una che pende davanti al Tribunale dei ministri e una che pende davanti alla Corte penale internazionale, sul comportamento di autorevoli membri del governo, che fanno i furbi e gli schizzinosi e si difendono attaccando. Qualcosa di poco limpido sta avvenendo: rispetto delle leggi, dei trattati e delle procedure lasciano a dir poco a desiderare, per non parlare delle scelte politiche che ci immergono fino al collo nel disordine mondiale.

Giorgia Meloni sta scherzando col fuoco, la pentola più si mescola e più puzza (la sporca ed inaccettabile ragion di Stato, se esiste, è comunque la tessera di un ben più ampio mosaico) e il popolo italiano non riesce ad accorgersene. È chiaro che una simile deriva non può ammettere contrappesi (magistratura, stampa, organi di controllo, etc.) e contrarietà di un certo spessore. E allora guerra contro tutti!

Non so se la questione Almasri possa essere la goccia che fa traboccare il vaso. Troppo complessa la situazione internazionale, troppo debole l’opposizione politica e parlamentare, troppo divisa l’Europa, esageratamente addomesticati i media: ognuno sembra autorizzato a comandare più che a governare, a fare quel che vuole in nome di un consenso popolare peraltro tutto da dimostrare e rispettare (la democrazia entra in campo il giorno dopo le elezioni…). Troppo manovrabile l’opinione pubblica: impazzano i social. La gente fatica a rendersi conto della gravità della posta in palio.

Bisogna che qualcuno rompa le uova nel paniere. Insisto nel vedere questo qualcuno nel Presidente della Repubblica.

 

 

L’azzeccagarbugli di via Arenula e il bravo di piazza del Viminale

Il dottor Azzecca-garbugli è un personaggio immaginario presente ne I promessi sposi, romanzo di Alessandro Manzoni. Azzecca-garbugli è il soprannome di un avvocato di Lecco, chiamato, nelle prime edizioni del romanzo, dottor Pettola e dottor Duplica (nell’edizione definitiva non c’è il nome ma solo il soprannome). Il nome costituisce un’italianizzazione del termine dialettale zaccagarbùj. È un personaggio letterario del tutto secondario, ma è rimasto famoso per l’abilità di Manzoni nel creare e nel descrivere la sua personalità.

Viene chiamato così dai popolani per la sua capacità di sottrarre dai guai, non del tutto onestamente, le persone disoneste e potenti. Spesso e volentieri aiuta i bravi, poiché, come don Abbondio, preferisce stare dalla parte del più forte, per evitare una brutta fine.

Renzo Tramaglino giunge da lui, nel capitolo III, per chiedere se ci sia una grida che possa condannare don Rodrigo. Inizialmente, l’avvocato crede che Renzo sia un bravo (infatti gli domanda che fine abbia fatto il suo ciuffo, ed il giovane gli risponde di non aver portato ciuffo in vita sua), e che sia stato proprio lui a commettere il torto, e cerca di rassicurarlo sulla sua abilità nel tirarlo fuori dai guai; però, chiarito l’equivoco e sentendo nominare il potente signore, respinge il giovane perché non avrebbe potuto contrastare la sua potente autorità. Egli rappresenta quindi un uomo la cui coscienza meschina è asservita agli interessi dei potenti. (da Wikipedia – L’enciclopedia libera)

Ascoltando in diretta l’intervento in Parlamento del ministro della Giustizia Carlo Nordio sul caso Almasri, ho pensato che Alessandro Manzoni la sapeva molto lunga. Il ministro, anziché, da uomo di giustizia e da uomo di governo, sentire il dovere di punire un personaggio di enorme portata criminale, ha preferito fare le pulci alla Corte Penale Internazionale, fornendo al governo italiano una squallida scappatoia per lavarsi le mani di fronte ai misfatti di questo orrendo figuro senza nemmeno avere il coraggio di accampare la scusa della ragion di Stato.

Io vorrei sapere perché Almasri è stato liberato ed espulso e non tenuto in carcere su richiesta della Corte dell’Aia. Credo che questa domanda se la facciano molti italiani a prescindere dalle loro idee politiche. Non c’è risposta! E allora bisogna pensar male: il tutto è avvenuto per difendere sporchi interessi del nostro Paese a livello di freno all’immigrazione e di fornitura di petrolio.

Gli italiani sono stati inondati da un fiume di cavilli giuridici e di presunte carenze della magistratura nazionale ed internazionale per coprire una squallida realtà politica. Non ho idea se si rendano conto di essere presi per i fondelli.

Il ministro dell’Interno Piantedosi, dal canto suo, si è limitato a ripetere la nota fandonia della difesa dell’interesse nazionale e dell’ordine pubblico. La presidente del Consiglio ha preferito mandare avanti i suoi ministri, perché, come dice una parodia popolare, a lei scappava da ridere.

Sullo sfondo c’è lo scontro fra governo e magistratura: non so se sia più grave l’oscena vicenda Almasri o la sua contestualizzazione nel conflitto istituzionale in atto.  Il governo delegittima i giudici considerandoli propri nemici da combattere aspramente senza esclusione di colpi. Ho l’impressione che i magistrati si difendano come possono, commettendo magari anche qualche grave errore tattico nella pur sacrosanta strategia della difesa della propria autonomia.

Continuo a sperare nell’azione del Presidente della Repubblica: solo lui può riportare le Istituzioni a svolgere i compiti loro assegnati dalla Costituzione, senza sconfinamenti e senza risse politiche, a costo (la dico grossa per rendere l’idea) di sciogliere il Parlamento, vale a dire la legittima sede degli interessi del popolo italiano; solo lui può intimare a Parlamento e Governo il rispetto degli accordi internazionali; solo lui, peraltro e oltre tutto come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, può difendere, autorevolmente, credibilmente e senza corporativismi,  l’autonomia della Magistratura dai reiterati attacchi del Governo.

Credo che sia venuto il momento di passare dalla moral suasion, vale a dire dai pur autorevoli inviti a correggere o rivedere determinate scelte o comportamenti, al coraggioso esercizio pieno, totale, ficcante e magari scomodo delle proprie prerogative costituzionali, facendo anche ricorso al consenso popolare di cui gode Sergio Mattarella. Visto infatti che il populismo governativo sta prendendo il posto della sovranità popolare, sarebbe più che opportuno che il Capo dello Stato brandisse l’arma costituzionale per ripristinare la pace istituzionale nell’interesse del popolo italiano (art.87 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”).

La seduta parlamentare sul caso Almasri è forse, a mia memoria, il punto più basso della politica italiana e della sua inadeguatezza rispetto ai gravissimi problemi che stiamo attraversando: una premier che scappa dalle proprie responsabilità e preferisce arringare il popolo utilizzando i social; due ministri che fanno i pesci nell’incasinato barile di un governo a dir poco inquietante; un ministro che si diverte a fare il fine dicitore e riduce la riforma della giustizia a subdola minaccia verso la magistratura; un altro ministro che difende l’ordine pubblico creando disordine a livello di valori democratici; un Parlamento in cui la maggioranza fa la cassa di risonanza dell’esecutivo e l’opposizione altro non può fare che gridare allo scempio della verità.

Se andiamo avanti così andranno a votare solo gli aficionados del centro-destra o addirittura solo Giorgia Meloni e i suoi cari.

 

 

 

Delinquente professionista, apprendista deficiente

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui le cause del tragico incidente aereo di Washington sarebbero da attribuire alle politiche di diversità, equità e inclusione dei suoi predecessori, aprono scenari inquietanti.

Nel momento del dolore e dello smarrimento per la morte di 67 persone, il presidente americano non ha indugiato un attimo a puntare il dito contro le politiche di inclusione dichiarando, tra l’altro, che i controllori aerei dovrebbero essere «geni con talento naturale. Non possono esserci persone ordinarie in questo ruolo». La causa della collisione tra l’aereo di linea e l’elicottero militare non è stata causata da una persona con disabilità e ancora si deve attendere l’esame delle scatole nere. Trump ha solo trovato l’occasione per colpire una minoranza, un pretesto per svalutare la persona con disabilità, rea di poter costituire una minaccia per la stessa sicurezza del Paese.

La gravità di queste affermazioni non è tanto nella sua irrealistica ricostruzione dei fatti quanto nella narrazione delle politiche di inclusione, che lascia sottintendere come siano programmi diretti a garantire quote di lavoro per mero obbligo, rafforzando il pregiudizio diffuso secondo cui le persone con disabilità non hanno capacità e non possono a priori essere all’altezza di un lavoro, specie se complesso e se richiede capacità intellettuali elevate. È bastata una dichiarazione, ma uscita dalle labbra del presidente degli Stati Uniti d’America, per far tornare evidente lo stigma che ancora accompagna le persone con disabilità che non riescono a essere viste da tutti noi come persone ma come disabili. (dal quotidiano “Avvenire” – Francesca Di Maolo)

Commentando queste dichiarazioni di Trump il cantautore Roberto Vecchioni (se non ho capito male) ha ironicamente lasciato intendere come il pregiudizio verso le persone disabili da parte del presidente americano sia oltre modo paradossalmente ingiustificato dal momento che il suo elettorato è costituito prevalentemente da disabili (lasciando intendere una disabilità di carattere mentale). Parole dure, ma più realistiche che offensive.

Il giornalista Federico Rampini, grande esperto di americanità, quando ancora si profilava uno scontro elettorale fra Trump e Biden, disse che si sarebbe trattato di una gara fra un delinquente e un deficiente. Oggi mi sentirei di chiosare Rampini aggiungendo che mentre il deficiente (ammesso e non concesso che Biden lo fosse… e non ne sarei così sicuro…la storia ce lo fa e farà rimpiangere…) ha avuto il buongusto di ritirarsi dalla contesa, il delinquente ha sommato in sé le due (s)qualifiche vincendo e governando anche da deficiente.

Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Così dice Gesù (dal vangelo di Matteo 5,22).

Ebbene ci sto a rischiare di essere sottoposto al giudizio dei tribunali, della Chiesa, di Dio e di finire all’inferno pur di sfogare tutta la mia riprovazione per Donald Trump e per i suoi elettori, i quali, evidentemente, hanno ritenuto che piuttosto di non avere un capo sia meglio averne uno pazzo e criminale. Senonché, di sponda, lo hanno regalato anche a noi. Tutto sommato, ben ci sta!

 

 

La pace dei sepolcri e la rivincita dei sogni

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio ha riportato sul tavolo la risoluzione diplomatica per porre fine all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca iniziata a febbraio 2022. Ma ha anche portato a temere a Kiev che un rapido accordo di pace potrebbe avere un prezzo elevato per l’Ucraina. I consiglieri di Trump hanno lanciato proposte per porre fine alla guerra. Prevedono la cessione di fatto ampie parti del paese alla Russia per il prossimo futuro. Dall’inizio dell’invasione russa, gli Stati Uniti sotto la presidenza democratica di Joe Biden hanno impegnato oltre 175 miliardi di dollari in aiuti per l’Ucraina, inclusi oltre 60 miliardi di assistenza per la sicurezza. Ma non è certo se gli aiuti continueranno a quel ritmo sotto Trump. Il quale ha detto in più occasioni di voler porre fine rapidamente alla guerra. (da open.online)

Cosa c’è da aspettarsi dal dialogo fra Trump e Putin? Ci sono tanti modi per dialogare e raggiungere eventuali accordi. Nel caso di questi due squallidi personaggi non si potrà che rimanere ad un livello di scambio di reciproci e sporchi interessi: andranno probabilmente alla ricerca degli scheletri nei loro armadi (Dio solo sa quanti ne avranno) e ne faranno un “rogo diplomatico”. Resterà nell’aria la puzza di morte e la pace spunterà dai sepolcri.

Il compromesso si può cercare e trovare al più alto livello (esempio la Costituzione italiana), ma è molto più facile trovarlo al più basso livello. Nel secondo caso i problemi non vengono risolti e nemmeno avviati a soluzione, ma scaricati sui soggetti terzi più deboli. La guerra in buona sostanza viene rimossa, ma non risolta.

Saprà l’Unione europea svolgere il ruolo di terzo incomodo capace di scombinare i giochi? Il recente attivismo zelenskyano verso i paesi europei dimostra che l’Ucraina teme di essere parte di un bottino spartito fra Russia e Usa. I più cinici osservatori diranno che è sempre meglio una pessima pace di una bella guerra. Io non mi metto su questo piano, piuttosto che cedere alla peggiore delle realpolitik preferisco aggrapparmi ai sogni come diceva Martin Luther King.

“Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare” (Papa Giovanni XXIII).

Qualcosa peraltro sembra muoversi anche al Parlamento europeo: un seme di pace gettato nel terreno pieno di sassi e spine. Una sorta di realismo ottimistico, un ammonimento a persistere nel sogno per chi crede nella pace e anche per chi crede di essere definitivamente dalla parte giusta della guerra e non si accorge di essere chiuso in una prospettiva di morte.

La strada che l’Unione Europea sembra intenzionata a imboccare è quella di un’economia di guerra, con un aumento vertiginoso delle spese militari. Nella convinzione che solo con la vittoria – a partire dall’Ucraina – si raggiunga la pace. Costi quel che costi. Convocato dal presidente del Consiglio Antonio Costa, il Consiglio europepeo per la Difesa del 3 febbraio apre la strada al tema della difesa europea, mettendo all’ordine del giorno temi come spesa bellica, rafforzamento degli eserciti nazionali, finanziamenti all’industria degli armamenti. Con loro ci saranno il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e anche il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer

Un orientamento guardato con grande preoccupazione da una trentina di europarlamentari di diversi paesi e di quattro gruppi (S&D, Verdi, Left e Renew), di cui una dozzina italiani. Oggi a Roma alcuni di loro si sono riuniti concordando un’agenda di lavoro su corsa al riarmo, intelligenza artificiale, crisi climatica, migrazioni e deportazioni, ma anche sostegno agli organismi internazionali come Onu, Cpi, Unrwa. Poi, nella David Sassoli dello Spazio Esperienza-Europa a piazza Venezia, hanno annunciato la nascita dell’Intergruppo per la pace. Presenti alla conferenza Marco Tarquinio del gruppo S&D, Gaetano Pedullà, Carolina Morace, Dario Tamburrano del M5s. In collegamento Leoluca Orlando e Cristina Guarda dei Verdi. Hanno aderito all’Intergruppo anche Brando Benifei, Giuseppe Lupo, Matteo Ricci e Cecilia Strada di S&D e Ignazio Marino dei Verdi. (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Liverani)

E poi credo in Dio e recito tutte le mattine la preghiera scritta dal cardinale Zuppi: “Signore, che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, che vieni sulla terra per portare luce nelle tenebre, dona al mondo la pace. Donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace. Donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Amen”.

Ricordiamo al mondo di essere in fiduciosa ed impegnativa attesa che si compiano le evangeliche profezie: “I superbi siano dispersi nei pensieri del loro cuore; i potenti siano rovesciati dai troni, e finalmente innalzati gli umili; siano ricolmati di beni gli affamati, i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio e i miti possano ricevere in dono la terra”.

 

 

 

Il caos calmo secondo Lucio Caracciolo

Sono rimasto colpito dalle presuntuose e fastidiose dichiarazioni (quasi un sostanziale ed eloquente fuori onda) del noto ed autorevole esperto di geopolitica Lucio Caracciolo, rese durante una puntata della trasmissione “otto e mezzo” su la 7 dedicata all’affaire Almasri: il salotto di Lilly Gruber trasformato per l’occasione in un bar sport prestato alla politica, dove ai rutti sgangherati di Mario Sechi, direttore di Libero, hanno fatto eco quelli eleganti del direttore di Limes.

La Corte penale internazionale chi se la fila? Così ha detto a bassa voce Caracciolo. Alcuni importanti Paesi, come gli Usa, non ne riconoscono la giurisdizione, ma anche chi la riconosce ne ha una considerazione molto relativa, tendente a zero. Fin qui la triste realtà. Tutti sono disposti ad ospitare Netanyahu nonostante l’ordine di arresto emesso nei suoi confronti dalla Carte dell’Aia, il generale libico Almasri ha scorrazzato liberamente in Europa, il torturatore di migranti è stato fermato in Italia, ma per cavilli giuridici l’ordine di arresto è stato prima dribblato e poi apertamente violato con il suo rimpatrio.

Il realismo caraccioliano è indiscutibile, ma ci sarebbe invece molto da discutere sul suo paralizzante e contagioso scetticismo: il cortocircuito fra decisioni della Corte dell’Aia e comportamento degli Stati è sintomo di un grave malessere a livello mondiale, dove regna il caos calmo del menefreghismo nei confronti di tutte le istituzioni sovranazionali (dall’Onu alla Cpi) che dovrebbero garantire giustizia e pace nei rapporti internazionali. Rinunciare al ruolo di questi organismi vuol dire rimettersi in toto alla legge del più forte con tutte le conseguenze a livello di coesistenza bellica.

Morale della favola indirettamente narrata dal direttore di Limes: non c’è da stupirsi dell’assordante silenzio italiano e tanto meno da censurare la subdola violazione del diritto internazionale da parte del governo. Se chi, bene o male, fa opinione, lancia questi messaggi, contribuisce alla creazione di un clima negativo, in cui tutto diventa possibile anche le torture ai migranti in cambio della loro neutralizzazione, anche i genocidi spacciati per legittima difesa.

Ma Lucio Caracciolo ci ha riservato un’altra chicca. Ha svaccato come atto di “pseudo-aventino portasfiga” la protesta parlamentare delle opposizioni contro il silenzio governativo relativamente alla vicenda Almasri. Ci rendiamo conto che il Parlamento è trattato dall’attuale governo come “un’aula sorda e grigia” di mussoliniana memoria? Altro che ironia fuori luogo!

Tirando le conclusioni, se i criminali di guerra e simili se la possono cavare con la realpolitik e le ragion di Stato, se i Parlamenti non contano un cazzo, dove andiamo a parare? Lucio Caracciolo abbia la compiacenza di spiegarcelo dall’alto della sua scienza infusa: sostituiamo la Costituzione italiana, lo Statuto delle Nazioni Unite, lo Statuto della Corte penale internazionale, la dichiarazione di Helsinki, la Costituzione europea e quant’altro con gli atti della rivista italiana di geopolitica “Limes” da lui magistralmente diretta?

La situazione politica è di una gravità eccezionale e sconfortante: ai miei tempi si sarebbe scesi in piazza un giorno sì e l’altro pure. Oggi invece soffro in silenzio, mi sfogo scrivendo, mi consolo col Papa, ma mi sento politicamente solo e pensare che la politica non è un fatto puramente personale.

Durante la contestazione sessantottina andava per la maggiore uno slogan: “Pagherete caro, pagherete tutto!”. Pagheremo caro, pagheremo tutto! Soprattutto davanti a Dio che non starà a sottilizzare e ci chiederà conto: ero torturato nei lager libici e voi facevate accordi coi miei torturatori, li lasciavate andare liberi perché vi conveniva. Oserò portare a mia discolpa le tesi minimaliste e giustificazioniste di Lucio Caracciolo? Il Padre Eterno dirà: Lucio Caracciolo chi? E passerà al giudizio. Non vado avanti con la parafrasi evangelica perché rabbrividisco al pensiero della sorte che mi toccherà…

 

 

La Merkel risvegliata nel bosco europeo

Angela Merkel si schiera contro il leader del suo partito, l’uomo che secondo tutti i sondaggi dovrebbe prendere la guida della Germania, Friedrich Merz. Con una mossa che ha pochi precedenti, e che contraddice il distacco pressoché assoluto avuto dall’ex cancelliera in questi anni fino all’uscita del suo libro, Merkel prende le distanze dalla decisione di Merz di far passare una mozione anti immigrazione in Parlamento con il sostegno dell’AfD.

La seduta di mercoledì è stata un momento spartiacque in Germania. Per la prima volta dal dopoguerra un testo è stato approvato con i voti decisivi dell’estrema destra. Per tanti tedeschi, la scelta di Friedrich Merz, capogruppo nonché presidente Cdu, ha toccato corde e sentimenti profondi, radicati nel totale rigetto del nazismo. È stato anche il giorno in cui il muro tagliafuoco, Brandmauer in tedesco, dei partiti democratici verso l’estrema destra è simbolicamente caduto al Bundestag. Il «piano» Merz prevede cinque punti: tra questi, controlli permanenti ai confini e detenzione di tutte le persone arrivate illegalmente in Germania.

Angela Merkel ha diffuso un testo scritto, in cui dice di ritenere sbagliato «consentire consapevolmente, per la prima volta», una maggioranza grazie all’AfD. E prosegue: «È necessario invece che tutti i partiti democratici, non come manovra tattica ma con onestà e moderazione nel tono, e sulla base del diritto europeo vigente, facciano tutto il possibile per prevenire in futuro attentati terribili come quelli avvenuti poco prima di Natale a Magdeburgo e, pochi giorni fa, ad Aschaffenburg». Ricorda, inoltre, che lo stesso Merz a novembre aveva affermato al Bundestag che si sarebbe dovuto votare solo su emendamenti e leggi concordate preventivamente tra Cdu/Csu, Spd e Verdi, in modo da evitare «maggioranze casuali o deliberatamente costruite» con l’AfD. «Questa proposta è espressione di una grande responsabilità politica, che sostengo pienamente», conclude Merkel. (dal “Corriere della Sera” – Mara Gergolet)

 

C’è poco da fare, in Germania l’effetto anti-nazismo c’è e si vede, mentre in Italia fa brodo anche un presidente del Senato con il busto di Mussolini sul buffet e una presidente del Consiglio che flirta con i nostalgici, impigliata nella loro rete di potere (ascoltare le ricostruzioni di Sergio Rizzo per credere).

Infatti, come volevasi dimostrare, la proposta di legge anti immigrati, che aveva trovato l’appoggio dei neo-nazisti di AfD, non è passata, nonostante la spinta muskiana e un certo umore popolare. Staremo a vedere cosa succederà presto nelle urne tedesche.

Angela Merkel si è improvvisamente svegliata e forse ha ridimensionato le velleità di Friedrich Merz stoppando la sua deriva destrorsa. Nel giro di poche ore guardate cosa è successo.

 

I franchi-tiratori della Cdu e di Fdp affondano la legge Merz. Nella sorpresa generale di tutti i leader politici, e contrariamente a ogni pronostico, il Bundestag respinge la proposta del leader cristiano-democratico di abolire il diritto di asilo per i migranti, blindare i confini ed estendere i poteri della polizia.

Una clamorosa vittoria di Spd, Verdi e Linke: le tre forze politiche del fronte anti-Afd si sono dimostrate in grado di convincere, all’ultimo momento, i deputati democratici degli altri partiti indisposti a offrire l’ennesima sponda istituzionale ai fascio-populisti. Non sono pochi i voti mancati al segretario della Cdu. Si è volatilizzato un quarto del sostegno dei liberali, come si era già intuito prima del voto con l’interruzione di tre ore della seduta parlamentare per mancanza di accordo fra Merz e Fdp, ma pesa anche la defezione di 12 parlamentari del gruppo Cdu-Csu, segno che il leader dell’Union non è riuscito, prima di tutto, a tenere i merkeliani risvegliati dalla critica di “Mutti” a Merz due giorni fa.

(…)

Non una parola sull’effetto Merkel, nonostante il libro di memorie dell’ex cancelliera svettasse fra i banchi del governo, in bella vista, come monito per chi volesse cambiare per sempre la storia della Cdu. (da “Il Manifesto – Sebastiano Canetta)

 

Lasciatemi sognare per un attimo. Angela Merkel e Romano Prodi fanno una capatina a Ventotene e una visitina alle tombe di De Gasperi e Adenauer. Basterebbe per dare la sveglia agli europeisti ed agli antitrumpiani? Resterebbero spiazzati i moderati di Maurizio Lupi e di Antonio Tajani nonché gli scalpitanti leghisti di Luca Zaia?  Forse ho capito perché Giorgia Meloni attacca Romano Prodi: ha una paura matta che possa scombinarle i giochi a livello europeo.

Per ora accontentiamoci di vedere bloccata in Germania una piccola grande operazione politica devastante, la saldatura dei catto-moderati con i neo-nazisti. A volte basta poco per cambiare l’aria che tira. Un mio carissimo amico, nonostante tutto, spera che in Italia la salvezza della democrazia possa venire dal risveglio cattolico, moderato e/o progressista che sia. Se saran rose fioriranno… Per ora limitiamoci ad inviare un virtuale mazzo di rose alla rediviva Angela Merkel. Vuoi vedere che tra le due finte litiganti-europeiste Ursula e Giorgia gode la terza vera-europeista Angela?

 

 

Il lupo di destra e la nonna di sinistra

Il candidato cancelliere della Cdu ieri si è preso un grande rischio, ha giocato d’azzardo. «Quante persone devono essere uccise ancora?» si è chiesto Merz all’inizio del suo intervento, riferendosi al bambino di due anni e all’uomo di 41 anni accoltellati e uccisi una settimana fa ad Aschaffenburg in Baviera. Ad ucciderli un afghano di 28 anni, con precedenti penali e problemi mentali, arrivato in Germania nel novembre 2022 e a cui era stata respinta la richiesta d’asilo. Merz si riferiva anche ai 5 morti e 300 feriti del mercatino di Natale a Magdeburgo, investiti dall’auto lanciata contro la folla da un saudita di 50 anni. «Tutti gli stranieri e richiedenti asilo che non hanno diritto a restare in Germania devono essere respinti ai confini o arrestati ed espulsi. Dobbiamo prendere decisioni efficaci, è chiaro che finora la politica sui profughi in Germania ed in Europa non ha funzionato», ha ribadito Merz.
Il suo partito ha chiesto controlli permanenti alle frontiere; divieto d’ingresso per tutte le persone che non hanno documenti validi; detenzione delle persone legalmente obbligate a lasciare il Paese. Le misure potrebbero entrare subito in vigore o molto più probabilmente con il nuovo esecutivo. Respinta invece la seconda mozione, non votata da Afd: ha ottenuto solo 190 sì, prevedeva maggior poteri alle forze di sicurezza e alla polizia di frontiera che avrebbero potuto spiccare anche mandati d’arresto immediati. Il cambio di rotta completo dei cristiano-democratici non finisce qui, domani Merz e la Cdu torneranno al Bundestag per presentare un disegno di legge che prevede una rivisitazione radicale di tutte le politiche migratorie. Alcuni punti chiave sono stati rivelati da alcuni media: fermare preventivamente alle frontiere tutti i profughi e richiedenti asilo nessuno escluso, realizzare ai confini centri di detenzione e impedire tutti i ricongiungimenti familiari. Secondo il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz le mozioni e il disegno di legge, proposti dai cristiano-democratici «violano la Costituzione e il diritto europeo, come solo Viktor Orban ha osato fare in Ungheria». Dure critiche anche dal leader dei verdi, Robert Habeck: «Con queste mozioni la Germania cessa di essere uno Stato di diritto». Prima del voto era giunto il monito della Chiesa cattolica, in particolare dal direttore del Commissariato dei vescovi tedeschi, Karl Jüsten: «Il momento in cui si svolge il dibattito e i toni utilizzati ci preoccupano molto. Si rischia di diffamare tutti i migranti che vivono in Germania, di fomentare pregiudizi che, a nostro avviso, non contribuiscono a risolvere i problemi concreti e reali». (dal quotidiano “Avvenire” – Vincenzo Savignano)

Indubbiamente tira un’aria contraria ai migranti: non so fine a che punto si tratti dell’effetto Trump, della progressiva mancanza di senso umanitario che contagia la politica, della inerzia da parte delle sinistre che non riescono ad andare oltre il mantenimento dell’attuale preoccupante casino migratorio. Tre motivi pericolosamente collegati che possono portare ad una inquietante svolta a destra negli equilibri politici, sostenuta dalla gente, più insicura per la situazione dell’ordine pubblico che convinta ideologicamente e/o politicamente delle capacità politiche dei partiti di destra e delle coalizioni di centro-destra.

La pericolosità dello stile trumpiano è ormai sotto gli occhi di tutti: il fenomeno migratorio va risolto alla radice, rimandando a casa indistintamente chi è in bilico a livello di integrazione, chiudendo ermeticamente le frontiere, strumentalizzando persino il paradossale conflitto fra immigrati integrati e immigrati in cerca di ospitalità, sventolando agli occhi della pubblica opinione l’illusione di risolvere il problema della sicurezza criminalizzando i migranti e generalizzandone la fascia che, magari solo per sopravvivere, ripiega sulla delinquenza. È un discorso irrazionale, che oltre tutto è destinato ad implodere per gli effetti devastanti che avrà a livello mondiale il negazionismo ecologico.

Il discorso fa presa anche e forse soprattutto sulle fasce più deboli di cittadini che si sentono insicuri e in forte contrasto economico-sociale con i migranti: una guerra fra poveri strumentalizzata da governanti senza valori, senza idee e senza scrupoli. L’egoismo imperante dei ricchi contagia anche i poveri e può essere la fine dell’umanità.

In questa deriva socio-politica la sinistra giustamente grida al lupo di destra che vuol mangiare cappuccetto rosso, limitandosi però a interpretare la parte della nonna che non interviene e assiste scandalizzata allo scempio.

La sinistra, in Italia, in Europa, negli Usa e in tutto il mondo deve candidarsi a gestire in modo umanitariamente accettabile il fenomeno migratorio, regolando i flussi non con accordi di stampo filo-nazista con i Paesi di partenza e transito, ma coniugando, sul piano politico-programmatico, i quattro verbi di Papa Francesco: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”.  È la sfida etica prima che politica, che la sinistra deve accettare, che comporterà sacrifici per tutti ma equamente distribuiti nonché scambi di opportunità di crescita e di progresso.

Il resto è fuffa buonista che fa gioco al cattivismo della destra: un pirandelliano gioco sulla pelle dei migranti. Da una parte chi soffia sul fuoco enfatizzandone le bruciature, dall’altra parte chi vuole spegnere il fuoco con delle retoriche secchiate di acqua fredda. L’incendio continua e si salvi chi non può.