Le gufate anti-sindacali

È notte fonda per la Cgil. Il primo sindacato italiano, costola del Partito democratico, guidato da Maurizio Landini, ormai proiettato verso un futuro in politica, mette in fuga gli iscritti. La svolta anti-Meloni non piace alla base Cgil. I dati sono impietosi. Dal 16 ottobre 2024 all’8 agosto 2025 sono 45mila i lavoratori che hanno deciso di strappare la tessera d’iscrizione al sindacato. In dieci mesi, quasi 50mila lavoratori hanno salutato Landini e company. Una media negativa di circa 5mila lavoratori al mese. C’è molto lavoro da fare agli uffici di Corso Italia, che è a Roma. Fioccano le lettere di disdetta inviate alla segreteria nazionale. La fuga è omogenea e non colpisce solo un’area dell’Italia. Un po’in tutte le regioni i lavoratori decidono di dare picche a Landini. (da “Il giornale”)

È notte fonda per l’Italia se un sindacato dei lavoratori perde iscritti e viene messa in discussione, almeno quantitativamente, la sua rappresentatività. È notte fonda se qualcuno gode di ciò, lasciando intendere la sua opzione autocratica in cui non c’è posto per le cosiddette forze intermedie, ma solo per il popolo che consegna deleghe in bianco (o in nero) al governo.

Del resto l’aria che tira in Italia, e non solo in Italia, è questa. Ciò non toglie che anche il sindacato più rappresentativo dei lavoratori e dei pensionati abbia le sue responsabilità non tanto perché si interessi di politica, ma forse per essersene interessato poco.

È noto come all’interno della CGIL ci siano iscritti con idee politiche diverse, parecchi di fede leghista ed è quindi più che naturale che, quando il sindacato scende da battaglie meramente corporative e rivendicazioniste per passare a discorsi globali, il dissenso arrivi fino all’abbandono del sindacato stesso. Non ci trovo niente di scandaloso né tanto meno di soddisfacente.

Forse però il sindacato si dovrebbe interrogare sull’aver fatto o meno fino in fondo il proprio dovere tra occupati e disoccupati, tra lavoratori e pensionati, tra lavoratori superprotetti e lavoratori precari, tra italiani e immigrati, tra scioperi ingiustificati e omertose difese di tutti (fannulloni compresi), tra battaglie unitarie e tattiche separate rispetto alle altre organizzazioni sindacali.

Forse dovrebbe interrogarsi anche sull’aver fornito o meno servizi e assistenza adeguati agli iscritti e se non abbia svolto la propria funzione in modo piuttosto burocratico e anonimo. Ho lavorato per tanti anni in un sindacato di imprese cooperative e so per certo come gli associati prima di tutto chiedano ascolto e aiuto per i propri problemi.

Probabilmente il ruolo del sindacato va rivisto togliendolo dalle secche della mera conflittualità per andare verso la costituzione di massa critica in difesa del lavoro: dirlo è facile, farlo no.

Maurizio Landini è un galantuomo e non credo stia agendo col secondo fine personale della carriera politica e per ridurre il suo sindacato a ruote di scorta del PD o per sostituirsi ad esso: non è facile guidare un sindacato in mezzo al marasma politico, sociale ed economico della odierna società.

Può darsi infine che una certa cura dimagrante non sia del tutto nociva alla salute della CGIL, così come apprezzo l’intento di portare chiarezza critica sui problemi del lavoro di fronte a certo insopportabile trionfalismo governativo. Come si spiega infatti che l’occupazione aumenta ma aumenta anche la povertà?

La mia storia politica la dice lunga sulla sensibilità ai problemi del lavoro affrontati sulla scorta della spinta sindacale: militavo nella DC aderendo alla corrente della sinistra sindacal-aclista. Il mondo è cambiato, ma i problemi del lavoro rimangono e tendono ad ingigantirsi. Auspico un rilancio del ruolo sindacale ed una maggiore sensibilità politica della sinistra verso di esso e mi accontenterei che il governo dialogasse con esso senza faziosità e col dovuto rispetto.

Ferragosto, madonna mia non ti conosco

Il giorno di ferragosto segna in due sensi l’apoteosi del consumismo, quale dissennata fuga turistica dalla quotidianità e quale velleitaria cancellazione dei problemi con un tuffo nel finto benessere vacanziero.

La Chiesa cattolica tenta di togliere il mondo da questo rito profano, proponendo la celebrazione dei valori ultraterreni incarnati nella vita di una donna, Maria di Nazaret.

Purtroppo questo evento religioso ha finito col tradire Maria donna del popolo, mettendo anch’essa nel tritacarne consumistico: “regina”, donna-dea, Madonna, principessa, come è venerata da tanti cattolici, con devozioni esagerate, a volte superstiziose, spesso tollerate dalla nostra Chiesa, quando non, addirittura, incoraggiate.

Riavvolgiamo il nastro e facciamo l’identikit di Maria, seguendo i suoi biografi: Luca e Matteo. Maria era del popolo povero non già come chi discende dall’alto del trono per dare un piccolo aiuto, una piccola elemosina ai poveri sventurati là in basso. Era del popolo perché viveva la stessa vita di tutti. Non era ricca né potente (cfr. Lc 1, 52-53), ma povera, sposata con un giovane povero, Giuseppe, immigrato o figlio di immigrati. Aveva un figlio povero, Gesù, che non aveva dove posare il capo (cfr. Lc 2,7). Vi sono dei poveri che, sebbene poveri, stanno dalla parte dei ricchi e dei potenti e disprezzano i compagni poveri. Maria non era così. Il cantico composto da lei in casa di Elisabetta mostra molto bene da che parte ella aveva scelto di stare: dalla parte degli umili (Lc 1, 52), di quelli che hanno fame (Lc 1, 53) e di quelli che temono Dio (Lc 1, 50). E prese chiaramente le sue distanze dagli orgogliosi (Lc 1, 51), dai potenti (Lc 1, 52) e dai ricchi (Lc 1, 53). Per Maria, essere del popolo di Dio significava vivere una vita povera e assumere la causa dei poveri, che è la causa della giustizia e della liberazione.

L’attuale situazione storica ci dovrebbe indurre a recuperare Maria come donna povera, ma anche come donna di pace. Proprio il giorno di ferragosto avverrà l’incontro al vertice Trump-Putin per fingere una ricerca della pace. Anche questi personaggi, secondo la logica mariana, dovrebbero essere rovesciati dai loro troni, invece tutti penderanno dalle loro labbra per scorgere quale sarà il futuro del mondo. Molto meglio affidarsi alla preghiera assieme a Maria, che di sofferenze e di conflitti se ne intende.

Una preghiera per la pace in uno dei luoghi che nel nostro Paese testimoniano con più eloquenza la tragedia disumana della guerra. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, ha scelto i ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta a Casaglia, nel Parco regionale storico di Monte Sole, a Marzabotto, per convocare una iniziativa di «preghiera per la pace in nome delle vittime innocenti in Terra Santa – come informa una nota dell’Arcidiocesi petroniana –. Durante la celebrazione, proposta dalla Chiesa di Bologna insieme alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, saranno letti i nomi dei bambini israeliani e palestinesi morti il 7 ottobre 2023 e successivamente nei territori della Striscia di Gaza. (da “Avvenire” – Nello Scavo)

Quale migliore preghiera se non quella dell’’Ave Maria del riscatto, dell’Ave Maria dei nostri giorni:

Ave Maria, che porti in seno le aspirazioni dei nostri poveri, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra gli oppressi. Benedetti sono i frutti di liberazione del tuo seno.

Santa Maria, prega per noi perché confidiamo nello Spirito di Dio adesso che il nostro popolo assume la lotta per la giustizia e nell’ora di realizzarla nella libertà per un tempo di pace.

Amen.

 

 

 

 

 

L’altra faccia del benessere

Ad inaugurare la mistificazione del benessere è stato, alcuni decenni or sono, Silvio Berlusconi: le pizzerie e i ristoranti pieni zeppi erano per lui sintomo incontestabile di benessere e riscontro positivo per le sue politiche populiste.

Esistono due modi di approcciare la realtà sociale: farsi guidare dalle immagini virtuali e dalle statistiche trilussiane o andare impietosamente al sodo sulla base dei comportamenti effettivi della gente.

I dati occupazionali sono in crescita, ma purtroppo sono in crescita anche i dati sulla povertà. Allora bisogna dedurne che troppe persone lavorano con stipendi da fame e in condizioni precarie.

In questi giorni è scoppiata la polemica sulle vacanze italiane: il governo si accontenta di registrare arrivi in crescita e milioni di visitatori nelle nostre strutture ricettive; per altri ci sarebbe stata una perdita di presenze tra il 20 e il 30 per cento, esclusa la domenica, rispetto allo scorso anno, con complessivamente il 15% in meno di ombrelloni occupati.

Anche mio padre cadeva nella semplificazione sociale: quando osservava il mare di automobili in viaggio per le vacanze estive, diceva ironicamente: “L’é tùtta cólpa adl’ miseriä…”.

Da una parte molte famiglie italiane hanno salari troppo bassi per andare in vacanza, dall’altra parte il governo blocca l’adozione di un salario minimo.

A volte sento reazioni pseudo-sociologiche, simili a quella di mio padre, che operano paragoni impossibili fra periodi economico-sociali di tempi troppo lontani e diversi fra di loro: “’Na volta sì cl’andava mäl, miga adésa…”.

Forse il parametro delle vacanze, così come le presenze in pizzeria, non è dei più adatti per misurare il livello di benessere di una popolazione, mi sembrano molto più significative e mi colpiscono molto di più le interminabili file alle mense della Caritas, messe magari in contrapposizione con il ritorno di Barbara D’Urso sul piccolo schermo Rai, che sarebbe accompagnato da un cachet compreso tra i 50mila e i 70mila euro a puntata (ne girano anche di più esagerati).

Di fronte a queste paradossali ingiustizie sociali scattava uno sferzante dialogo con mia madre. “Ag vriss un po’ äd comunisom…” esordivo polemicamente e lei aggiungeva: “Sì, ma äd coll dùr dabón!”.

Mio padre invece commentava sarcasticamente: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”.  Scherzi a parte era portatore di un’etica del dovere e del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Se il comunismo, duro o morbido che sia, ha fatto il suo tempo, la sinistra politica dovrebbe riprendere a fare il suo mestiere, vale a dire a farsi carico delle difficoltà sociali non solo per rappresentarle occasionalmente e polemicamente, ma per assumerle nelle proprie credibili ed agibili proposte politiche.

 

 

 

 

La pace di Cristo fa sempre paura

É stato fermato e autorità trattenuto all’aeroporto di Tel Aviv don Nandino Capovilla, esponente di Pax Christi, che dovrà passare la notte in una struttura delle israeliane e verrà rimpatriato domani con il primo volo disponibile. Il sacerdote veneziano, parroco a Mestre, è noto per le sue iniziative in favore dei diritti umani e dei più deboli, sempre improntate alla nonviolenza. Nei 22 mesi di guerra a Gaza non ha mancato di esprimere la sua preoccupazione denunciando gli attacchi sui civili inermi e condannando le operazioni militari che hanno prodotto una catastrofe umanitaria. Don Capovilla faceva parte di una delegazione giunta in Israele con due voli dall’Italia, guidata dal presidente di Pax Christi, il vescovo Giovanni Ricchiuti che sta seguendo da vicino il caso. Nel documento di espulsione delle autorità israeliane, che Avvenire ha potuto visionare, è precisato che il sacerdote verrà allontanato «il prima possibile» si legge, «e fino ad allora sarà trattenuto in un luogo designato». Il provvedimento è stato preso in forza di non meglio precisate «ragioni di sicurezza nazionale», che dunque il sacerdote avrebbe messo a rischio, secondo le autorità israeliane, partecipando a iniziative di sensibilizzazione contro la guerra e per il dialogo e la pace tra i due popoli. La decisione potrà essere impugnata davanti alla Corte d’appello israeliana. Intanto don Capovilla se in futuro vorrà tornare in Terra Santa «dovrà presentare una richiesta in anticipo, che verrà presa in considerazione in base alle circostanze del momento». (da “Avvenire” – Nello Scavo)

Proprio ieri ho pubblicato un commento provocatoriamente intitolato “Il dio degli Ebrei non ha pietà per i Palestinesi”. Temevo di avere esagerato, invece purtroppo devo persino aggiungere che gli Ebrei sono ancora intolleranti verso Cristo ed il suo messaggio di pace.

Occorre vigilare per non farsi sorprendere e aggredire dal fanatismo, per resistere a questa tentazione da sempre presente in tutte le religioni, per tenere gli atteggiamenti giusti in questo periodo di paura e di terrore. Basti pensare alla vergognosa accusa di “deicidio” (=uccisori di Dio) con la quale la nostra Chiesa ha fatto soffrire per secoli migliaia e migliaia di fratelli Ebrei; la stessa sorte, per altri motivi, è toccata e tocca oggi ad altre minoranze etniche e religiose.

Se è vero che per secoli i cristiani hanno demonizzato gli ebrei, oggi le parti si sono invertite e gli ebrei, oltre che tormentare i palestinesi, mantengono una certa allergia verso i cristiani impegnati nella denuncia delle loro malefatte belliche. Evidentemente la verità scotta e fa male.

Il discorso religioso viene prima o dopo quello politico? Nel caso di Israele il comportamento politico è improntato alla fede religiosa, che funge anche da fondamento storico-culturale per le loro azioni di carattere politico. Ciò è stato in passato malauguratamente vero per i cristiani, oggi non è più così, almeno per i cattolici vista la manfrina ortodossa in appoggio a Putin.

Quindi penso che la emblematica vicenda di don Capovilla non sia un poliziesco incidente di percorso o un eccesso di zelo del controspionaggio o un opportunistico alt ad una propaganda antisemita o una manifestazione di onnipresenza del Mossad, ma il rifiuto categorico di ogni spinta religiosa verso la pace da parte di chi pratica la guerra senza alcuna disponibilità a mettersi anche minimamente in discussione.

Israele non teme le reazioni politiche del mondo occidentale, si sente al riguardo forte e inattaccabile, forse ha paura del messaggio cristiano impersonificato da Pax Christi, un movimento cattolico internazionale per la pace, nato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che si impegna nell’educazione alla pace e alla nonviolenza, nel disarmo, nell’economia di giustizia e nella salvaguardia del creato.

D’altra parte Gesù Cristo aveva previsto tutto quando diceva: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo» (Giovanni 14,27) e ancora: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada» (Matteo 10,34). Spada oggi non significa forse condannare apertamente e senza attenuanti il genocidio israeliano?

La tentazione di operare un parallelismo storico-religioso con la vicenda di Gesù Cristo è fortissima, ma non bisogna buttare benzina sul fuoco bensì allungare la mano per dialogare nonostante tutto, come intendeva fare don Capovilla in missione di pace, il quale, dopo la sua liberazione, ha aggiunto: «Per piacere: dite a chiunque scriva che basta una riga per dire che sto bene. Le altre vanno usate per chiedere sanzioni allo Stato che tra i suoi “errori” bombarda moschee e chiese mentre si continua a fingere sui suoi orrori». Il prete ha poi postato il messaggio che stava scrivendo quando gli è stato sequestrato il cellulare dalle autorità di Tel Aviv. Era la preghiera del giorno del patriarca Michel Sabbah, così intitolata. «La giustizia si affacci dal cielo. Presto, oggi stesso, Signore!».

Peccato, un’altra occasione apparentemente sprecata per uscire dal tunnel bellico in cui Netanyahu e c. hanno infilato Israele, il Medio-Oriente che è direttamente coinvolto e tutto il mondo che sta “complicitariamente” od omertosamente a guardare.

 

 

 

 

 

Il dio degli Ebrei non ha pietà per i palestinesi

Il comportamento dello Stato di Israele non è assolutamente difensivo, ma fortemente aggressivo al limite dell’annientamento di un popolo (chiamiamolo genocidio, sterminio o come si vuole). Al di sotto esiste una sorta di fanatismo religioso che lo giustifica? Al fanatismo islamico di Hamas si sta rispondendo col fanatismo ebraico? Per spiegare quanto sta avvenendo è sufficiente il sionismo? Non ho la capacità di intromettermi nel dibattito in corso su ebraismo, sionismo e semitismo: mi manca la preparazione culturale per affrontare simili problematiche. Tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti al massacro dei palestinesi e mi limito quindi a due riflessioni.

Il sionismo è il movimento politico-religioso, sviluppatosi alla fine del sec. XIX in seguito all’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa, inteso a ricostituire in Palestina uno stato che offrisse agli Ebrei dispersi nel mondo una patria comune e, dopo la proclamazione dello stato di Israele (15 maggio 1948), al suo consolidamento. Non siamo attualmente in presenza di un sionismo impazzito che ben si sposa col fanatismo religioso?

Ricordiamoci che lo Stato confessionale o giù di lì è la peggior forma istituzionale di un governo che confessa ufficialmente una data religione, la quale esercita influenza sulle scelte politiche del Paese. Tutto diventa lecito in nome di Dio: ne consegue un impazzimento politico-religioso per il quale non si può più chiedere a Dio che ce ne scampi e liberi.

Le analisi socio-politiche sullo stato di Israele sostengono che la casta religiosa sia molto potente ed influente. Mi chiedo allora: i maggiorenti dell’ebraismo sono d’accordo sullo sterminio in atto? Per loro il miglior perdono è la vendetta?

Seconda riflessione. La Bibbia nell’antico testamento porta in sé delle enormi e sconvolgenti contraddizioni: un Dio spietato e vendicativo verso i popoli nemici di Israele, l’intransigenza verso i nemici, la violenza a salvaguardia del popolo eletto, una filosofia bellica che sottende tutta la storia degli ebrei, etc. etc.

Se devo essere sincero, leggendo certi salmi non riesco ad evitare parallelismi con la storia attuale di Israele.  Qualcuno sostiene che la Bibbia abbia comunque un impatto immediato e fruttifero sull’ascoltatore o sul lettore attento, prescindendo dalla sua spiegazione, dal suo commento e dalla sua attualizzazione. Non lo so se sia vero in tutto o in parte, ma so soltanto che, di fronte a certe pagine della Bibbia, resto colpito per la loro sconvolgente violenza (si pensi agli interventi vendicativi di un Dio a uso e consumo del popolo ebreo).

Posso essere provocatorio e forse poco interreligioso? Se togliamo la chiave interpretativa ed esistenziale di Gesù di Nàzaret, rischiamo, a mio incompetente e discutibilissimo giudizio, di pestare l’acqua nel mortaio. Non so fino a che punto fosse eretico Marcione nella sua schematica contrapposizione fra Dio degli Ebrei e Dio di Gesù.

L’indubbio risorgente antisemitismo può essere considerato uno sciagurato fontanazzo dell’alluvione nazista e non anche una istintiva, semplicistica e barbara reazione verso chi da vittima si sta trasformando in carnefice?

Quindi mi sento in coscienza di esprimere molti dubbi che rendono ancor più inaccettabile la guerra in corso e ancor più colpevole l’atteggiamento di chi eticamente giustifica tutto con il terrorismo di Hamas, ma in realtà dimostra troppa passiva comprensione verso lo strapotere israeliano col progressivo redde rationem da esso operato, che si sta avvicinando al giudizio finale sull’esistenza del popolo palestinese.

 

Le osterie senza l’oste

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha messo in guardia contro qualsiasi “decisione presa senza l’Ucraina”, ribadendo che gli ucraini “non abbandoneranno la loro terra agli occupanti”. “Qualsiasi decisione presa contro di noi, qualsiasi decisione presa senza l’Ucraina, sarebbe una decisione contro la pace”, ha avvertito sui social, in vista dell’incontro che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin avranno in Alaska il 15 agosto per cercare di porre fine alla guerra.

Zelensky ha sottolineato che le decisioni prese senza l’Ucraina sono contrarie alla pace e “non possono funzionare”. “Tutti abbiamo bisogno di una pace vera e autentica. Una pace che la gente rispetti”, scrive in un messaggio in inglese pubblicato su X.

Zelensky, che aveva chiesto di essere presente a un vertice dei leader sulla fine della guerra al quale partecipasse anche l’Europa, ha indirettamente accennato a informazioni trapelate sulla presunta proposta di Trump a Putin, che, secondo alcuni media, comporterebbe il congelamento del conflitto in cambio della revoca delle sanzioni contro Mosca. “Non ricompenseremo la Russia per ciò che ha perpetrato”, ha detto, aggiungendo che tutti i partner internazionali devono capire “cosa sia una pace dignitosa”.

Zelensky ha sottolineato che deve essere la Russia a porre fine alla guerra, poiché è Mosca che l’ha iniziata e la sta prolungando, e ha respinto ancora una volta la possibilità che un accordo implichi una cessione, almeno formalmente, dei territori ucraini occupati di Crimea, Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson.

“La risposta alla questione territoriale ucraina è già contenuta nella Costituzione ucraina. Nessuno si discosterà da essa e nessuno potrà farlo. Gli ucraini non cederanno il loro territorio all’occupante”, ha detto, ribadendo la disponibilità a collaborare con Trump per una pace “reale e, soprattutto, duratura” che non rischi di “crollare a causa della volontà di Mosca”. (da “Avvenire” – Vito Salinaro)

Sarebbe curioso se non fosse ormai normale: si tratta una pace in assenza di una delle due parti interessate e alla fine addirittura sulla sua pelle. L’immediata conseguenza è una sacrosanta irritazione da parte degli esclusi e il loro ovvio irrigidimento.

Le due superpotenze (gli Usa forse lo sono ancora mentre la Russia si atteggia) troveranno sicuramente un’intesa che l’Ucraina dovrà ingoiare. Stupisce la totale assenza della Ue, che potrebbe almeno fare da sponda all’Ucraina, anche perché una sconfitta a tavolino del Paese invaso sarebbe un’umiliazione per l’Europa che lo ha, bene o male, sostenuto.

L’Europa ha sbagliato tutto fin dall’inizio: anziché fornire armi a più non posso, avrebbe dovuto e potuto svolgere il ruolo di playmaker in difficili ma inevitabili trattative di tregua se non di pace. Adesso è tardi! Purtroppo anche per Zelensky, che anziché limitarsi a pietire armamenti, cadendo in un gioco bellico internazionale senza vie d’uscita, avrebbe dovuto e potuto chiedere aiuto sul piano diplomatico a costo di qualche ragionevole sacrificio.

L’unico personaggio che faceva questi ragionamenti era papa Francesco, il quale fu per questo più volte criticato quale assurdo propugnatore di una inaccettabile resa: non era così e la storia lo sta già dimostrando.

Chi osava parlare di trattative diplomatiche era immediatamente bollato come amico del giaguaro russo: adesso di giaguari ne abbiamo due che si sostengono a vicenda, Trump e Putin.

Anzi, di giaguari ne abbiamo tre. Finirà più o meno all’osteria senza l’oste anche per la striscia di Gaza. Suscita orrore il piano di Netanyahu: i palestinesi fatti sloggiare e dirottati, con il concorso degli Stati Uniti, in una sorta di “metropoli umanitaria” nel Sud, dove si trova attualmente circa un milione di persone e dove verrebbe spinto un altro milione di sfollati da spingere poi ad accettare il trasferimento in altri Paesi.

Mia madre direbbe: meglio morire piuttosto che essere sballottati da un posto all’altro abbandonando tutto e tutti.

Anche in questo teatro l’Europa brilla per la sua assenza. Non è nemmeno riuscita a condannare apertamente e convintamente la prepotenza massacrante di Israele, men che meno ad adottare contromisure verso gli autori di un autentico genocidio. La storia ce ne chiederà conto.

Per i palestinesi il discorso è ancora più drammatico rispetto agli ucraini: sono senza uno Stato, sono senza alleati, sono senza un barlume di classe dirigente, sono ostaggi di Hamas tanto come i prigionieri israeliani.

Trump aveva promesso la pace e ce la sta proponendo: la pace dei sepolcri! Trattata con i becchini di turno…

 

 

 

Il carcere degli orrori

La procura di Milano indaga su quattro anni di gestione del carcere Beccaria di Milano: dal 2021 al 2024. Ci sono anche due ex direttrici del carcere Minorile Beccaria di Milano, Cosima Buccoliero e Maria Manenti, e una vicedirettrice che ha assunto per un breve periodo la reggenza Raffaella Messina nell’inchiesta per maltrattamenti, torture e falso. Un altro ex direttore, Fabrizio Rinaldi, seppur non presente nella richiesta di incidente probatorio, è a sua volta coinvolto nell’indagine. Le dirigenti dell’istituto penale minorile sono accusate in particolare di aver tenuto condotte omissive. Perché, «non esercitando i poteri di vigilanza e controllo e coordinamento agli stessi conferiti, omettevano di impedire le condotte reiterate, violente e umilianti all’interno dell’Ipm Beccaria».

Oltre alle ex direttrici, tra gli indagati ci sono un sovraintendente del carcere e due comandanti della penitenziaria. Anche tre operatori sanitari sono coinvolti nell’inchiesta sui soprusi e i pestaggi all’interno dell’istituto minorile. Il coordinatore sanitario, il medico e il coordinatore infermieristico del carcere sono accusati in particolare di aver redatto «referti falsi o concordati con gli agenti di polizia penitenziaria» per nascondere le lesioni riportate dai detenuti e «assistendo a plurime aggressioni» da parte degli agenti.

In tutto sono 42 gli indagati, 21 dei quali comparivano già nell’ordinanza cautelare dell’aprile 2024 con la quale erano stati disposti gli arresti per 13 agenti della penitenziaria e altri otto erano stati sospesi dal servizio. Oltre 30 gli appartenenti alla polizia penitenziaria indagati. I reati contestati sono stati commessi nei confronti di 33 ex-detenuti dell’istituto, parti lese che saranno sentite con la formula dell’incidente probatorio. È quanto risulta appunto dalla richiesta di incidente probatorio firmata dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e dalle pm Rosaria Stagnaro e Cecilia Vassena. Sputi in faccia, calci e pugni sferrati sull’intero corpo – in un caso anche un colpo alla testa con uno stivale – il tutto condito da insulti irripetibili e spesso razzisti. Sono le scene che la richiesta di incidente probatorio – avanzato dalla Procura di Milano – restituisce di quanto avvenuto, per mesi, nel carcere minorile Beccaria. Maltrattamenti, lesioni, torture e un caso di violenza sessuale, che ora vedono salire la lista dei presunti responsabili e mettono in fila più episodi di violenza, dal 2021 al marzo 2024. Si tratta della fase 2 di un’indagine partita nell’aprile 2024 che aveva già portato a 13 arresti e 8 sospensioni.

Nel novembre 2023 un ragazzo di origine araba è stato colpito da alcuni agenti della penitenziaria con «più cinghiate anche sulle parti genitali fino a provocarne il sanguinamento». Frequenti le violenze psicologiche e fisiche e le umiliazioni: in più occasioni i detenuti vengono portati all’interno di una stanza priva di telecamere e aggrediti in gruppo, anche utilizzando le manette per immobilizzarli. «Compare, io ti mangio il cuore» è una delle frasi pronunciate da un poliziotto della penitenziaria prima di colpire un ragazzino. Nel gennaio 2024 un altro detenuto che stava dando in escandescenze in cella veniva picchiato con particolare violenza: «Lo colpivano con calci e pugni al volto e alla schiena e gli premevano un ginocchio sul collo; poi si spostavano nella cella dove ammanettavano il detenuto con le mani dietro alla schiena e, mentre lo stesso si trovava sdraiato a faccia in giù sul pavimento, lo colpivano con un calcio alla schiena». Sono alcuni dei casi documentati nella richiesta. (da “Avvenire” – Simone Marcer)

Perché tanta violenza, peraltro tollerata e addirittura fomentata, all’interno di un carcere oltre tutto minorile?

Durante la mia vita professionale, avendo l’occasione di svolgere funzioni direttive, raccomandavo ai colleghi tolleranza e correttezza in base al seguente ragionamento minimalista, ma assai realista: lavorare è inevitabilmente faticoso, cerchiamo di non renderlo tale ancor di più con atteggiamenti e comportamenti aggressivi e insofferenti…

Facciamo le debite proporzioni ed eccoci all’interno di un carcere, luogo di sofferenza: non aggiungiamoci violenza verbale e fisica da parte di chi vive e lavora in questo ambiente.

Violenza chiama violenza: più il carcere viene impostato come luogo di mera punizione e più vi sarà la istintiva reazione di scaricare in qualche modo la tensione su chi vive in quell’ambiente. Come sempre a farne le spese saranno i soggetti più deboli che verranno investiti da una sorta di ciclone paradossalmente vendicativo. Non occorre scomodare la psicologia per capirlo.

Cosa fare? Innanzitutto occorrerebbe che ciascuno facesse il proprio dovere a cominciare dai dirigenti delle carceri, ma sono convinto che non possa bastare.

Da qualche tempo, di fronte agli enormi problemi che stiamo vivendo, mi sento sempre più in dovere di partire dall’enorme portata culturale della nostra Costituzione. Vale per la guerra (ripudio), per i pubblici amministratori (disciplina ed onore), per l’accoglienza ai migranti (diritto d’asilo), per ogni e qualsiasi tentazione razzistica e discriminatoria (uguaglianza di tutti i cittadini), per le derive nazionaliste (cooperazione con gli altri Stati), per le spinte populiste (equilibrio democratico e meccanismi di controllo e bilanciamento dei poteri), per la mancanza di lavoro e per i morti sul lavoro ( lavoro valore fondante della Repubblica), per i femminicidi e le violenze contro le donne (uguaglianza fra uomini e donne), per la sanità pubblica (salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività), per la pubblica istruzione (scuola  aperta a tutti, istruzione obbligatoria e gratuita, diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi), per i partiti politici (concorrere con metodo democratico a determinare la politica, divieto di ricostituzione del partito fascista), per la magistratura (autonomia e indipendenza).

In questo impegno alla riscoperta dei principi costituzionali un posto importante riguarda la pena carceraria. Nel contesto della Costituzione italiana, essa è soggetta a principi fondamentali che ne regolano l’esecuzione e la finalità. L’articolo 27 della Costituzione, in particolare, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Questo implica che la detenzione non può essere fine a sé stessa, ma deve mirare al reinserimento sociale del reo. Il tutto, a maggior ragione vale per i minori.

Dobbiamo partire di qui per rivedere l’impostazione del carcere, per salvaguardare i diritti del condannato, per regolare il comportamento di chi opera nell’ambito carcerario, per evitare ogni e qualsiasi tipo di violenza, per prevenire i suicidi, per riportare cioè l’istituto carcerario nell’ambito del sistema democratico di cui è specchio fedele.

A carico di un cittadino condannato a qualsiasi pena detentiva non è ammissibile alcuna violenza fisica o psicologica, ma vige l’obbligo dell’assoluto rispetto dei diritti fondamentali della persona. Non resta che rimboccarsi le maniche: non è tollerabile che un carcerato venga torturato o indotto più o meno direttamente al suicidio. Servono amnistia e indulto? Si faccia ricorso anche a queste possibilità. Non ci si limiti a queste, ma non le si escluda. Non ci siano omertà e opacità. Si faccia qualcosa di concreto e di programmaticamente fondamentale per ovviare a questa vergogna della nostra malata democrazia.

Papa Francesco (meno se ne parla e più mi sento in dovere di ricordarlo), quando visitava le carceri, si chiedeva provocatoriamente in riferimento ai carcerati: “Perché loro e non me…”. Sarebbe opportuno che tutti ci ponessimo questa domanda e ne scopriremmo delle belle…

 

 

 

Uccidere per non uccidere

Byron Black, 69 anni, è morto mercoledì alle 10.43 (ora locale) nel carcere di Nashville dove è stata eseguita la sua condanna a morte. L’iniezione letale disposta dalla Corte Suprema del Tennessee è stata eseguita senza l’accorgimento invano chiesto dai suoi avvocati: la disattivazione del pacemaker che gli era stato impiantato nel cuore e che, ancora funzionante, si temeva potesse interferire nell’esecuzione provocandogli dolorose scosse elettriche. L’uomo, condannato per triplice omicidio, è spirato mentre riferiva al suo assistente spirituale di provare forte sofferenza. Secondo i testimoni avrebbe detto: «Fa molto male».

Black aveva trascorso più di 35 anni nel braccio della morte per aver ucciso nel 1988 la fidanzata Angela Clay, 29 anni, e le figlie di quest’ultima: Latoya, 9 anni, e Lakeisha, 6 anni. L’omicidio sarebbe maturato per gelosia mentre l’uomo si trovava in regime di semi-libertà. In passato, aveva sparato all’ex marito della sua compagna.

Il suo caso è venuto a galla quando i suoi legali, accertata l’irrevocabilità della condanna a morte, hanno chiesto al tribunale di disattivare il suo defibrillatore impiantabile, con funzione anche di pacemaker, per risparmiargli per lo meno l’inutile dolore provocato da eventuali scosse provocate dalla somministrazione del farmaco letale, il pentobarbital. Lunedì scorso, la Corte Suprema ha respinto l’ultimo ricorso spiegando che l’iniezione non avrebbe provocato scariche elettriche e che, in caso contrario, l’uomo non le avrebbe comunque percepite.

Il governatore del Tennessee, il repubblicano Bill Lee, si è poi rifiutato di fermare l’esecuzione. Black, che usava una sedia a rotelle e soffriva di demenza, danni cerebrali e insufficienza renale, è stato il secondo americano ucciso nel braccio della morte del carcere di Nashville dal mese di maggio.

Secondo il Death Penalty Information Center, un’associazione che monitora le condanne a morte, nelle galere degli Stati Uniti non c’erano prigionieri con patologie assimilabili a quelle di Black. Sul suo caso grava anche una querelle tra l’ospedale locale e l’amministrazione penitenziaria personale sanitario che si sono rimbalzati la responsabilità di non aver organizzato per tempo l’intervento di rimozione del pacemaker.

Kelley Henry, legale dell’uomo da 25 anni, ha tuonato: «Oggi, lo Stato del Tennessee ha ucciso un uomo gentile, fragile e con disabilità intellettiva, violando le leggi del nostro Paese semplicemente perché poteva farlo. Nessuno in posizione di potere, nemmeno i tribunali, ha avuto il coraggio di fermarli». «Quello che è successo – ha aggiunto – è il risultato di pura, sfrenata sete di sangue e codardia. Un abuso brutale e incontrollato del potere governativo».

Sono 28 le condanne a morte eseguite negli Usa nel 2025, altre nove sono in programma entro la fine dell’anno. (Da “Avvenire” – Angela Napoletano)

Davanti a questo fatto avvenuto nel Tennessee c’è sicuramente chi se la caverà con un’alzata di spalle, c’è chi penserà che preoccuparsi della pena di morte per i delinquenti diventa paradossale di fronte alle migliaia di morti innocenti provocati dalle guerre, c’è chi spera che le esecuzioni capitali possano funzionare come deterrente rispetto alla criminalità, c’è chi chiuderà il discorso affermando che chi commette reati punibili con la pena di morte sa a cosa può andare incontro quindi…, c’è chi addirittura auspicherà la reintroduzione della pena di morte anche nel nostro Paese.

“Perché si uccidono le persone che hanno ucciso altre persone? Per dimostrare che le persone non si devono uccidere?” (Norman Mailer)

Questione di mentalità, pareri e principi diversi.

Io la penso, meglio dire cerco di pensarla e di agire di conseguenza – anche se è difficilissimo e troppo spesso non ci riesco – come di seguito: «La lotta per la giustizia e la libertà passa attraverso la croce, il sacrificio di sé, la denuncia aperta, la disubbidienza creativa, le varie obiezioni di coscienza, il coraggio della verità, il dialogo sincero, il perdono e l’amore ai nemici, il no alla guerra e alla pena di morte» (Comunità di S. Cristina).

Seguire queste linee di condotta non è una virtù cristiana, ma una necessità umana se vogliamo cambiare questo mondo, altrimenti…

Un ponte per giocattolo

Per Giorgia Meloni, siamo di fronte a «un’opera strategica per lo sviluppo di tutta la nazione. Non è un’opera facile» ha ammesso, aggiungendo che «ci piacciono le sfide difficili quando sono sensate». Quest’opera è dunque un motivo di orgoglio nazionale per alcuni e la madre di tutti gli scandali futuri per altri. Subito dopo l’annuncio del Mit, a conclusione del comitato interministeriale, Bonelli (Avs) l’ha definito «il più grande spreco di denaro pubblico mai visto in Italia: 14,6 miliardi di euro dei cittadini, senza un solo euro di investimenti privati» con una chiosa politicissima quanto velenosissima. «Nemmeno Berlusconi aveva osato tanto. È il capolavoro di Matteo Salvini». Poi, l’argomento principe degli ambientalisti: «L’approvazione arriva nonostante il parere negativo dell’ambiente e il rischio sismico, con un pilone che sorge su una faglia attiva. Il governo Salvini, in un atto di pura arroganza, ha ignorato gli enti tecnici competenti, come Anac, Ispra, Ingv e il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Un vero e proprio schiaffo alla trasparenza e alla legalità». Su quest’ultimo punto la battaglia sarà lunga e il Mit lo sa benissimo: una delle prime dichiarazioni del ministro Salvini è stata proprio sul fronte della sicurezza e del contrasto alle infiltrazioni mafiose, che vedrà il governo schierato h24. Per un’opera da 13,5 miliardi, «contrastare ogni qualsivoglia tentativo di infiltrazione sarà una nostra ragion d’essere. Con il Ministero dell’interno si stanno adottando tutti protocolli come già per expo e le Olimpiadi: bisogna attenzionare tutta la filiera, perché sia impermeabile ai malintenzionati. Se si dovesse non fare ponte perché ci sono mafia e ‘ndrangheta allora non facciamo più niente» ha commentato.

Naturalmente, l’opposizione ha già iniziato il fuoco di sbarramento, puramente verbale per adesso. «Il governo trova 13,5 miliardi per il Ponte sullo Stretto, da oggi ufficialmente autorizzato dal Cipess, mentre per l’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria mancano ancora 17,2 miliardi per evitare che dal “profondo Sud” ci si possa impiegare anche 20 ore di treno per raggiungere la capitale» recita una nota del senatore M5s Pietro Lorefice. «Altro che giornata storica: oggi è una giornata triste per il Mezzogiorno e per tutto il Paese» ha detto invece Anthony Barbagallo, capogruppo Pd in Commissione Trasporti alla Camera. Il ministro fa spallucce e conta di avere il via libera della Corte dei Conti per partire tra settembre e ottobre coi cantieri. (da “Avvenire” – Paolo Viana)

Durante un convegno in cui tenni una relazione in materia fiscale – di essa mi occupavo con riferimento alle problematiche delle società cooperative – ricordo di avere inventato di sana pianta il “ministero del buon senso” e di avervi fatto riferimento nelle risposte ai quesiti che mi venivano posti: operazione rischiosa, ma altrettanto proficua, in mezzo ad uno strabiliante ginepraio di norme, interpretazioni e sentenze.

Lasciatemi ricordare altresì come don Raffaele Dagnino, storico prete e punto di riferimento per i cattolici parmensi, fosse solito augurare alle mamme tanto buon senso per i loro figli.

Non è facile definire il buon senso: non si tratta certamente di un banale, comodo ed opportunistico adattamento alla realtà, ma piuttosto di un semplice e coraggioso modo di affrontarla e di cambiarla. Potrebbe essere la ricetta per tornare a governare, a tutti i livelli, in modo concreto ma lungimirante e soprattutto rispondente alle vere e primarie necessità.

Non sono un tecnico delle complesse materie riguardanti la realizzazione di mastodontiche opere infrastrutturali come il ponte sullo stretto di Messina e quindi, a maggior ragione, devo rifarmi alle modalità dettate dal buon senso.

Quando in una famiglia si fa molta fatica a condurre una dignitosa vita comunitaria, difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di proporre una ristrutturazione dell’appartamento per dotarlo di un terrazzo per feste e ricevimenti con amici e conoscenti e, se a qualcuno balenasse l’idea, il capo-famiglia lo metterebbe subito a tacere, ricordandogli che il bilancio famigliare non può permettere questo investimento anche se piacevole, ma non certamente primario rispetto alle esigenze famigliari. Mi pare di sentire la mamma casalinga dire: “Io faccio i salti mortali per tirare avanti la baracca e non far mancare il necessario e tu mi proponi il superfluo? Mi prendi in giro? Datti una calmata! Ci sono cose più importanti a cui pensare…”.

Il figlio-ministro prodigo Matteo Salvini ha chiesto alla madre-premier misericordiosa nientepopodimeno che i fondi per costruire un ponte sullo stretto di Messina: richiesta esaudita con enfasi. Mi permetto di fare la parte del figlio maggiore che dà voce a tutto il parentado: “Da tempo chiediamo soldi per la sanità e l’istruzione e rispondete picche accampando scuse di bilancio e ora solo perché Salvini vuol conquistare voti al sud lo accontentate stanziando fondi spropositati al riguardo? Non ci siamo e non ci stiamo!”.

Naturalmente verranno accampati tanti argomenti socio-economici per dimostrare che si tratta di un investimento proficuo con ritorni benefici di vario genere. Tuttavia, quando non c’è il conquibus, si tratta semplicemente del libro dei sogni e di una fuga dalle responsabilità. Il resto è fuffa salviniana ingoiata a livello governativo e spacciata mediaticamente come una grande idea. Al bimbo Salvini viene consentito di giocare con un giocattolo che costa 13,5 miliardi di euro e ai bimbi, che vivono in miseria e/o che non vanno a scuola, viene promesso che col tempo arriveranno tanti giocattoli anche per loro.

 

 

 

Un ticket di inquietante successo

La presentazione dei palinsesti Mediaset si è trasformata, per molti osservatori, in un segnale politico. Pier Silvio Berlusconi ha lanciato messaggi che vanno oltre il mondo televisivo, lasciando intravedere ipotesi di futuro per il centrodestra e per Forza Italia.

Durante il suo intervento, Pier Silvio ha parlato di rinnovamento, di “volti e idee nuove”, frenando sullo ius scholae e lodando la premier Giorgia Meloni. Parole che molti hanno letto come una vera e propria investitura, accompagnate dalla prudente apertura all’idea di un futuro impegno politico, forse tra due anni, quando avrà 58 anni: la stessa età con cui il padre Silvio Berlusconi scese in campo nel 1994.

L’ipotesi di una “staffetta” nel centrodestra circola da settimane tra via della Scrofa e i palazzi romani. Secondo alcuni, potrebbe concretizzarsi uno scenario in cui Pier Silvio Berlusconi diventi premier e Giorgia Meloni punti al Quirinale nella partita per il Colle del 2029. Per ora sono solo suggestioni, ma la prospettiva divide: c’è chi sogna una nuova consacrazione del berlusconismo e chi teme una guerra di successione all’interno della coalizione.

All’interno di Forza Italia, l’ipotesi Pier Silvio come “federatore del centro” piace a chi sogna un’alleanza capace di riunire cattolici, moderati e delusi da altre forze come Azione o Italia Viva. Matteo Renzi ha reagito con durezza alle parole di Berlusconi jr, segnale di un possibile timore per un nuovo equilibrio politico.

Per ora si tratta solo di scenari. Ma la suggestione di una staffetta tra Palazzo Chigi e Quirinale ha già acceso il dibattito e alimentato le manovre di lungo periodo nel centrodestra. (msn.com – Baritalia News – Storia di Claudia De Napoli)

Da tempo ho la sensazione che la linea politica di Forza Italia sia dettata da Mediaset e dagli interessi editoriali del gruppo impersonificati in modo molto pragmatico da Pier Silvio Berlusconi. Finora ero però dell’idea che ai Berlusconi non interessasse più di tanto l’assetto politico del Paese, ma si accontentassero di avere sufficienti garanzie per lo svolgimento dei loro affari. Sembra invece che i rapporti attuali all’interno del centro-destra non siano sufficienti e che diventi sempre più necessario un diretto coinvolgimento a livello di governo.

Probabilmente la scarsissima qualità della inaffidabile classe dirigente di riferimento e la complessità della situazione politico-economica consigliano a Pier Silvio Berlusconi di fare una capatina nell’agone politico. Di qui l’ipotesi di una sua discesa in campo, non certo per ricoprire ruoli di contorno ma da protagonista principale.

L’ostacolo sarebbe la presenza piuttosto ingombrante di una Giorgia Meloni, che non sarebbe certamente disponibile a farsi da parte, ragion per cui ecco spuntare l’ipotesi di un ticket piuttosto fantasioso, ma, con le arie che tirano, non troppo. Un modo per fare ordine nel regime: ogni pedina reazionaria al suo posto, un posto per ogni pedina reazionaria.

Certo sarebbe la ciliegiona sulla torta della riforma anti-costituzionale del cosiddetto premierato abbinato ad una compiacente presidenza della Repubblica. Al solo pensarci mi vengono i brividi. Alcuni anni or sono pensavo che l’ipotesi di Meloni presidente del consiglio non avesse possibilità di concretizzarsi per l’ostilità europea: ostacolo ampiamente superato e bypassato con la collocazione meloniana a livello internazionale. Se è passata la Meloni, chi mi dice che non passerà l’abbinata Meloni-Berlusconi? Per Trump sarebbe oro colato, per la Ue sarebbe ancor più facile digerire una destra italiana ammorbidita in salsa neo-berlusconiana. Il Ppe avrebbe un interlocutore interessantissimo, il Parlamento europeo una semplificazione di schieramenti, la Commissione europea troverebbe la certezza di un fedele ed obbediente componente, il Consiglio d’Europa un’Italia perfettamente integrata negli schemi geopolitici correnti.

E gli italiani? Applaudiranno e/o taceranno. A meno che…non trovino il coraggio e la forza di resistere, resistere e resistere. Nel ’68 si gridava: viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-Tung. Di fronte alla prospettiva di cui sopra si sentirebbe la maggioranza silenziosa “gridare a bassa voce”: viva Trump, viva Netanyahu, viva Berlusconi. Dio, come siamo caduti in basso!