Le banche del dio Saturno

Parecchio tempo fa mi raccontavano di un incontro informale tra amministratori pubblici della provincia di Parma: un pianto cinese sulle difficoltà finanziarie dei comuni e sulle ristrettezze delle loro comunità. Ad un certo punto uno dei partecipanti sbottò e cominciò ad esprimersi in dialetto, adottando uno spontaneo e simpatico intercalare, scaricando colpe a più non posso sul sistema bancario reo di compromettere sul nascere ogni e qualsiasi intento di ripresa: «Parchè il banchi, ät capì…» diceva a raffica e giù accuse agli istituti di credito.

Stavo per andare in pensione e mi è capitato di incontrare un mio ex compagno di classe. Cosa fai di bello? Vado in pensione! Queste le domande e le risposte incrociate nell’incipit del franco e simpatico dialogo. Io ero uno spaesato dispensatore di servizi ai cooperatori, lui un bancario di lungo corso. Io un insoddisfatto pensionato di latta e lui? Come mai andava in pensione? La risposta fu secca anche se ben articolata. Ho lavorato per trent’anni, mi avevano insegnato che dovevo fare di tutto per accontentare i clienti/risparmiatori, da qualche tempo hanno cambiato registro: mi sollecitano a fregarli. Non ci sto! Me ne vado in pensione! Gli espressi naturalmente tutta la mia comprensione e solidarietà.

Avevo cambiato banca per seguire una brava funzionaria addetta alla consulenza per la gestione del mio salvadanaio. Mi aspettavo di venire contattato dall’istituto di credito che mi apprestavo ad abbandonare dopo tanti anni e temevo di incappare in un pressing psicologico volto a farmi desistere dalla decisione adottata. Silenzio totale, della serie chissenefrega! Tirai un amaro sospiro di sollievo: le banche dei miei risparmi non sapevano di cosa farsene, li usavano per… lasciamo perdere.

Tre piccoli episodi che la dicono lunga sul sistema bancario e le sue continue malefatte, che si ripercuotono sugli andamenti finanziari rendendoli sempre meno trasparenti e sempre più incerti.  Nel giro di qualche giorno Silicon Valley Bank (SVB), banca californiana e sedicesima per dimensioni degli Stati Uniti, è fallita. Il suo è il più grande fallimento bancario nel paese dai tempi della crisi finanziaria del 2008. Per il Wall Street Journal si tratta del secondo fallimento bancario americano di sempre, sia per asset che per depositi, subito dopo quello della Washington Mutual Bank

Non mi va di analizzare per filo e per segno le cause e gli effetti di questo crac: gli schizzi, direttamente o indirettamente, arrivano addosso a tutti. A monte c’è un’intermediazione che fa i propri porci comodi e, quando finisce male, ci rimettono i risparmiatori o, se interviene la mano pubblica, i contribuenti. È un sistema basato sulla istituzionalizzazione del menefreghismo. Un tempo si deridevano coloro che conservavano i propri risparmi nel materasso, oggi andrebbero rivalutati e imitati. La finanziarizzazione e la globalizzazione dell’economia hanno portato il sistema capitalistico ad essere ancor più ingiusto.

Il pensiero di mangiare i propri figli è impossibile da assimilare, tuttavia in determinate situazioni questa eventualità è presente in alcuni animali. Pensare che alcuni animali mangiano i loro piccoli è un’idea impensabile per qualsiasi essere umano. Il tabù del cannibalismo è scritto nei nostri geni e l’infanticidio è uno dei peggiori crimini che possiamo pensare nella società odierna. Ebbene la nostra idolatria non ha limiti: adoriamo un dio Saturno, che divora le sostanze dei suoi figli/risparmiatori. È l’economia, stupido! Diciamola in dialetto parmigiano: «Parchè il banchi, ät capì…».

 

La CGIL si è svegliata e ha trovato la Meloni

Non ho capito se l’invito rivolto dalla CGIL alla presidente Meloni per la sua presenza al congresso sia stato dettato da pura cortesia istituzionale (non si direbbe dal momento che la premier ha fatto un intervento tutt’altro che breve e formale), dal nobile ma velleitario intento di aprire un dialogo costruttivo col governo sulle riforme in cantiere (senza che ce ne siano i minimi presupposti rischierebbe di essere un imprigionante dialogo fra sordi), da questioni di equilibri interni al sindacato (la Cgil ha presumibilmente al suo interno lavoratori e pensionati  che votano a destra), dalla volontà di controbilanciare l’attenzione al centro-sinistra (il giorno prima c’era stato un vivace e coinvolgente pubblico dibattito con i leader dell’opposizione), dal desiderio di recuperare ruolo e rappresentanza per un sindacato più moscio che autonomo rispetto alla politica (una sorta di pugno battuto sul tavolo).

Fatto sta che Giorgia Meloni ha riscosso, come prevedibile, un’accoglienza molto fredda a cui si è aggiunta una parziale, ma importante, contestazione da parte delle componenti più dure ed intransigenti della confederazione. Senza esagerazioni protestatarie e senza creare imbarazzo a Maurizio Landini, hanno esibito due precisi e significativi simboli per poi abbandonare la sala congressuale.

Hanno mostrato dei “peluche”, che sono ormai diventati il simbolo della contestazione al governo per i tragici fatti di Cutro, e hanno intonato a squarciagola “Bella ciao” con chiare allusioni alle origini (anti)storiche di questa destra ed ai contenuti dell’azione di governo, venati da forti connotazioni di stampo neofascista (intemperanze al limite del razzismo, discriminazioni settarie, clericalismo e bigottismo pseudo-religioso, etc. etc.).

Confesso di aver goduto non poco, perché finalmente ho visto dei rappresentanti di lavoratori protestare democraticamente, ma fortemente, contro una situazione politica indecente anche se uscita legittimamente dalle urne. Alcune forze politiche sono state votate da una maggioranza di una larga minoranza di cittadini, non per questo si deve bere supinamente quanto viene da esse deciso e portato avanti: democrazia vuole che si possa e si debba reagire anche vivacemente contro una deriva governativa che sta imperversando. Potrebbe essere solo l’inizio, me lo auguro vivamente. Finora solo gli studenti hanno avuto il coraggio di scendere in pista. Tocca ai lavoratori fare sentire la propria voce.

Mi è venuta spontanea un’amara riflessione e mi sono chiesto, dopo essermi sinceramente commosso vedendo e sentendo alcuni veraci sindacalisti cantare “Bella ciao”: se siamo al punto di dover cantare “Bella Ciao” sul muso del presidente del Consiglio, vuol dire che abbiamo toccato il fondo e che bisogna ripartire da capo. E da dove ricominciamo se non dall’antifascismo, dalla Resistenza, dalla Costituzione?

Il fascismo non ha tempo e non ha età, è un modo di essere della politica e purtroppo, anche volendo sorvolare sulle clamorose, reiterate e pesantissime maccheronate fascistoidi di ministri, manager, parlamentari e alti esponenti di FdI, nell’attuale governo si vedono chiare scelte di un certo qual stampo fascista. Basta volerle vedere. L’atteggiamento verso i migranti, la chiusura nei confronti dei diversi, l’intolleranza benpensante verso ogni forma di trasgressione, il perbenistico e grilloparlantistico fastidio verso i poveri e gli indigenti, la poliziesca idea di ordine e difesa della tranquillità dei cittadini, sono solo alcuni sintomi di un male antico che sta tornando a galla. Che qualcuno se ne stia accorgendo e che reagisca mi fa piacere e mi dà speranza.

 

 

 

La matrigna di tutte le riforme

Il governo ha varato i criteri base per riformare il fisco. Mi sembra di individuarne tre: tassazione più proporzionale che progressiva con alleggerimento del carico individuale; taglio a detrazioni e sconti; lotta all’evasione basata su meno tasse, meno sanzioni e più intese coi contribuenti.

Siamo solo agli inizi di un lungo percorso anche se, come si suol dire, il buon giorno si vede dal mattino. Si intravede uno stravolgimento del sistema, partendo proprio dal capovolgimento del dettato costituzionale. L’articolo 53 recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Mi pare che il governo intenda cambiare questo indirizzo: “Tutti sono tenuti a pagare il meno imposte possibile. Le spese pubbliche si devono ridurre. Il sistema tributario è informato a criteri di proporzionalità”. Più populismo di questo…

Non voglio essere prevenuto e ammetto di andare a impressioni, ma mi sembra che si parta col piede sbagliato, o meglio, col piede giusto per raccogliere immediatamente, indistintamente e superficialmente il consenso elettorale. Chi infatti non è d’accordo sul pagare meno tasse? Chi non vede nella spesa pubblica scandalosi difetti e sprechi? Chi non vorrebbe la pace fiscale? Poi, basta aver bisogno di un ricovero ospedaliero, di una visita medica specialistica, di una scuola che funzioni, e si comincia a ragionare diversamente.

La riforma fiscale può essere considerata la madre di tutte le riforme perché è la base del vivere in una società che non può celebrare le nozze coi fichi secchi. A meno che non si rinunci alle nozze o ci si accontenti dei fichi secchi. Staremo a vedere…

Finalmente però il governo dovrà uscire dalla precarietà per lanciarsi nel medio e lungo periodo. Si scopriranno gli altarini e la luna di miele finirà per lasciare il posto ad una difficile ma doverosa convivenza. Sarà un banco di prova anche per l’opposizione politica e per le forze sociali chiamate al confronto. Saremo tutti, ognuno per la sua parte, costretti a ritornare a fare politica.

Il governo e la maggioranza (?) di destra che lo sostiene dovranno dimostrare di avere quella competenza e quella capacità promesse e finora non mantenute; le opposizioni dovranno formulare le proposte di una sinistra di governo in grado di rispolverare i suoi valori coniugandoli con le emergenze fatte normalità; i sindacati dei lavoratori dovranno recuperare il proprio ruolo e la propria rappresentatività, incalzando il governo e facendo valere il loro peso sociale; i cittadini in tutte le loro dimensioni personali e comunitarie dovranno recuperare il gusto di partecipare, consapevoli che la democrazia comincia il giorno dopo le elezioni a cui magari non hanno partecipato.

Forse eravamo tutti all’università della politica senza avere le basi, sarà opportuno ricominciare dalla scuola materna, vale a dire, come detto, dalla madre di tutte le riforme.

 

 

 

 

 

 

 

 

I figli di nessuno

Lo scontro etico-politico sul riconoscimento dei figli delle coppie gay è arrivato in Parlamento via Bruxelles. La commissione “Politiche europee” del Senato ha bocciato la proposta di regolamento Ue per il riconoscimento dei diritti dei figli anche di coppie gay e l’adozione di un certificato europeo di filiazione. La risoluzione della maggioranza – contraria alla proposta di regolamento e presentata dal relatore, Giulio Terzi di FdI – è passata con 11 voti favorevoli e 7 contrari. Compatte sul no tutte le opposizioni.

Su queste tematiche la politica tende ad invadere il campo dell’etica o, se si vuole, l’etica tende a ideologizzare la politica. Il problema posto dalla UE è quello di armonizzare le legislazioni in modo da garantire a tutti i figli in tutti i Paesi Ue il riconoscimento del loro status e dei loro diritti a prescindere dal fatto che la loro nascita e vita avvenga in un contesto genitoriale eterosessuale oppure omosessuale.

Perché mai un figlio di una coppia gay dovrebbe incontrare difficoltà? Purtroppo per molto tempo fu così anche per i figli cosiddetti illegittimi cioè nati in famiglie non regolari. Per dirla in modo brutale si tratta di casi in cui i figli devono scontare le “colpe” dei loro genitori biologici o “putativi”.

Non tiene il ragionamento di impedire così la surrettizia legittimazione globale di certe pratiche quali la fecondazione eterologa (una tecnica di procreazione medicalmente assistita) e la ben più discutibile surrogazione di maternità o gestazione per altri (una forma di procreazione assistita in cui una donna provvede alla gestazione per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro).

Su questi temi le legislazioni dei vari Paesi sono diverse e quindi si rischia, per evitare di dare le scarpe ai genitori, di consegnare le ciabatte ai figli, di colpire cioè a valle l’ultimo anello della catena più o meno legittima a monte.

Ma tant’è la smania di accreditarsi come difensori d’ufficio della famiglia “perbene” da squalificare tutto ciò che non rientra nei canoni tradizionali. Dietro questo atteggiamento esistono sicuramente delle rispettabili motivazioni e preoccupazioni etico-culturali, ma c’è anche molta ansia di interpretare schematicamente i principi cristiani e soprattutto molto opportunismo politico in chiave filoclericale.

Il no alla regolamentazione del riconoscimento dei diritti dei figli di coppie gay suona come una sorta di bastone infilato fra le ruote della temuta invadenza omosessuale nella nostra società, come l’apposizione di un limite a certe esagerate rivendicazioni della comunità Lgbt.

Inoltre questo atteggiamento negazionista tende a coprire maldestramente le carenze legislative sulla materia, figlie di una sterile e strumentale contrapposizione ideologica (si pensi alle questioni di lana caprina sollevate per bloccare il disegno di legge Zan, che prevede l’inasprimento delle pene contro i crimini e le discriminazioni contro omosessuali, transessuali, donne e disabili).

C’è sullo sfondo (anche se sta progressivamente venendo in primo piano) il disegno della destra di accreditarsi come forza di conservazione degli assetti etici della nostra società: quel “Dio, patria, famiglia” di mussoliniana memoria. A fronte di questa morbida ma prepotente offensiva la sinistra non deve cadere nel tranello e farsi trascinare in un duello all’ultimo diritto civile. Bisogna affrontare seriamente i problemi e proporne soluzioni ragionevoli prima e più che ideologiche: è questo il modo per portare allo scoperto le manovre di imbalsamazione sociale spacciate per difesa valoriale.

Diceva il cardinale Carlo Maria Martini: «Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili». Dava alla Chiesa e alla politica una lezione di concretezza caritatevole. Ce n’è la necessità impellente se vogliamo uscire dall’imbuto delle sterili guerre ideologiche.

Andiamo a lezione, a contrariis, dalla crociata referendaria contro il divorzio. La società si dimostrò molto più avanzata della politica e delle sue schematiche battaglie. Non creiamo un clima referendario sulle tematiche etiche: non ha senso e avrebbe molto probabilmente riscontri opposti rispetto a quelli desiderati. Su certi problemi non si può scherzare, né con goliardiche accelerazioni, né con bigotte frenate. Si deve navigare a vista nel rispetto delle persone e dei loro sacrosanti diritti e del bene della società: mi sembra che la regolamentazione proposta dalla Ue andasse in questa direzione e quindi non posso accettare lo sbarramento speculativamente posto dalla destra, che non sta governando il Paese, ma sta condannandolo alla retroguardia culturale e all’isolamento politico.

 

Nelle possenti braccia di Guido Crosetto

Fino a qualche tempo fa ritenevo Guido Crosetto il personaggio più intelligente di Fratelli d’Italia, una sorta di potenziale braccio destro di Giorgia Meloni. Mi ha stupito la sua collocazione governativa al Ministero della Difesa con tanto di conflitto di interesse sbrigativamente cancellato, mi stanno stupendo ancor più le sue estemporanee uscite: sembra il cane d’assalto che la premier lancia all’attacco dei nemici di turno e per appioppare ad altri le peggiori responsabilità.

È recentemente successo con Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, e la sua politica antinflattiva di innalzamento spropositato dei tassi di interesse, si sta ripetendo con la divisione Wagner, mercenari al soldo della Russia, che starebbe attuando, utilizzando il suo peso rilevante in alcuni paesi africani, una sorta di convogliamento di migranti verso l’Italia rea di essere impegnata a fianco di Kiev.

Non ho molta stima e considerazione per l’attuale presidente della Bce, temo che leghi l’asino monetario dove vuole il padrone politico: discorso vecchio messo fortunatamente a tacere da Mario Draghi nel periodo in cui ricoprì quell’incarico. Verrebbe spontaneo chiedere a Fratelli d’Italia perché tanta fretta nel mandare a casa Draghi per poi trovarsi col sedere scoperto di fronte alle spinte rigoriste nord-europee. Ma al di là di queste inspiegabili scelte politiche, resta l’impressione che Guido Crosetto intenda abbaiare ai confini tedeschi. Speriamo che non succeda come con le abbaiate della Nato ai confini russi, che cioè non si vada a muovere del freddo per il letto scatenando una guerra monetaria con la UE.

Non so nemmeno cosa sia la divisione Wagner, so che Vladimir Putin è uno dei più grandi delinquenti della storia e non mi stupirei che usasse anche questa vomitevole tattica per mettere in imbarazzo il nostro Paese, passato, peraltro in perfetto stile italiano, dall’amicizia all’ostilità nei confronti della Russia. Mi sembra tuttavia che anche questa mossa rientri nello scaricabarile meloniano. A qualcuno bisogna pur dare la colpa: piovono immigrati a più non posso, Russia ladra. Certo, se fosse vero, in tutto o anche solo in parte, che la Russia stia facendo questo gioco sporco contro l’Italia, bisognerebbe parlarne seriamente con i partner europei, con gli Usa e, perché no, anche con la Cina, prendendo le opportune iniziative persino a livello Onu. Se fosse vero sarebbe ancor più velleitaria la pretesa di risolvere il problema migratorio partendo dalla guerra all’ultima ruota del carro degli scafisti.

Sarò testardo, ma anche qui sento odore di manovra per distrarre l’attenzione interna ed internazionale dalle clamorose lacune del governo italiano in materia di immigrazione: si sta brancolando nel buio e tutti gli appigli sono buoni per evitare di cadere miseramente in una deriva politica ma anche (dis)umanitaria.

Resta una profonda delusione nei confronti di Guido Crosetto che si presta a svolgere questo ruolo per conto di Giorgia Meloni. Ricordiamo tutti quando la prese in braccio, presentandosi come suo estimatore/protettore. Pensavo di meglio. La prova governativa è, per qualsiasi politico, spietata rivelatrice dei suoi limiti. Anche Crosetto sta mettendo a nudo le sue scarse capacità camuffate con attacchi sconclusionati ed improvvisati contro amici e nemici.

Cosa ne penserà Silvio Berlusconi? Non mi stupirei che sbugiardasse Crosetto con un’altra difesa di Putin e dei suoi mercenari. Ognuno in fin dei conti ha le sue divisioni: forse, tutto sommato, quelle di Berlusconi erano più innocue anche se gli sono costate molto care. Prima o poi anche Putin pagherà. Il conto non glielo presenterà tanto Crosetto, ma la storia prima e il Padre Eterno poi.

 

Pericolose prove di dialogo clerico-melonista

Il Papa non si è iscritto a Fratelli d’Italia né si aspetta di finire nel pantheon del partito di Giorgia Meloni. Però le parole pronunciate domenica al termine dell’Angelus, commentando il naufragio dell’imbarcazione al largo delle coste crotonesi, non sono dispiaciute al governo e hanno mandato in tilt mezza Cei, che non si aspettava solo la condanna degli scafisti. Francesco avrebbe potuto rifarsi alle Note della Conferenza episcopale italiana, accennare all’azione dei preti locali, che hanno organizzato Vie crucis sulla spiaggia di Cutro per sensibilizzare la cittadinanza distratta. […] Da destra, scontata, s’è levata la ola di giubilo: il Papa la pensa come noi. Da sinistra, silenzio imbarazzato. Motivato anche dalla constatazione di una sintonia tra Francesco e la premier, che non a caso lunedì presenterà insieme al segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin, il nuovo libro di Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, L’atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale (Marsilio) […] (dal quotidiano “Il foglio” del 07 marzo 2023 a firma Matteo Matzuzzi).

Sono convintissimo che il Papa non c’entri niente in questo scivolone, ma certo chi ha preparato il testo post-angelus gli ha fatto una tortina o, come minimo, ha preso un brutto granchio. Fatto sta che proprio nel momento in cui Giorgia Meloni usciva malissimo dalla vicenda Cutro, qualcuno, a livello vaticano, le ha lanciato una piccola ciambella di salvataggio acchiappata al volo (tanto per usare una terminologia adatta al clima drammaticamente marinaresco della questione). Se è vero che due più due (a volte) fa quattro, il quattro è arrivato a distanza di pochi giorni con l’invito al premier di presenziare ad una iniziativa di Civiltà Cattolica, l’autorevole rivista dei Gesuiti, vale a dire alla presentazione del libro del suo direttore Antonio Spadaro sul pontificato di papa Francesco. Padre Spadaro, intervistato da Lucia Annunziata su Rai 3, ha glissato elegantemente sul significato politico dell’evento, ripiegando sulla tradizione che prevederebbe, in questi casi, di rivolgere l’invito al premier in carica a prescindere dalla sua connotazione politica. Altro scivolone, altro granchio o, dal momento che due indizi fanno una quasi-prova, un peloso filo di dialogo avviato tra gerarchia cattolica e governo di destra? L’intervento di Giorgia Meloni non è stato affatto un gesto di cortesia, ma una furbesca occasione per un abbondante sfoggio politico sotto gli sguardi tra lo stupefatto e il compiaciuto e con gli applausi di maniera un po’ più che formali del Cardinale Parolin e di padre Antonio Spadaro: la premier ha colto l’occasione per un’abbondante, misericordiosa, perbenista ed autoassolutoria leccata/spruzzata papisteggiante sull’operato del governo. In effetti ha detto di voler stare nel suo possibile, tentando di spiegare come lei intenda tradurre alcune indicazioni del papa nella realtà italiana. La cifra per cercare una reciproca comprensione (dalla rivista Formiche). Ha spiegato agli italiani come il suo partito e il suo governo tentino di essere in linea con gli insegnamenti di papa Francesco.

Si è andati molto al di là dell’utilizzare da parte di Civiltà Cattolica “il dono della comunicazione come un ponte e non come un muro”. Tanto è vero che il cardinale Parolin parlando con i giornalisti ha evidenziato la necessità di chiarire il confronto avvenuto a latere con Giorgia Meloni. Con due dichiarazioni inequivocabili. La prima: «Non giudico le disposizioni, non tocca a me. Certo, è stato messo in rilievo come le politiche molte volte sono di contenimento e di restringimento, di ripulsa». Bisognerebbe passare «a una politica più aperta, di accoglienza, che poi dovrebbe trovare anche manifestazioni concrete nei vari atti legislativi». E vale pure per l’Unione europea: «anche l’orientamento del patto della Ue è sempre frenare, e mai ricevere». Seconda stoccata: «Non lo so e non l’ho sentito, non posso né confermare né smentire» che papa Francesco andrà a Cutro, ma «è possibile che intenda andare». Commenta un presule dai Sacri Palazzi: «Il solo fatto che Bergoglio ci abbia pensato o stia ancora valutando la possibilità, è un chiaro segno di distanza abissale dagli atteggiamenti e dalle scelte dell’esecutivo italiano sulle questioni migratorie, in particolare dopo il naufragio nelle acque calabresi» (dal quotidiano “ la Stampa” del 14 marzo 2023 a firma Domenico Agasso).

Sufficiente per arginare l’affondo meloniano? Ho seri dubbi. Resta l’imperdonabile errore da parte della Chiesa di concedere in una sua importante sede dibattimentale un’occasione di chiara propaganda governativa. Meno male che c’è il cardinale Matteo Zuppi a guardia dell’ovile cattolico!

Meloni cerca Parolin per ricucire i legami tra governo e Vaticano. La premier Giorgia Meloni in data 13 marzo 2023 ha partecipato alla presentazione del libro “L’atlante di Francesco”, del gesuita Antonio Spadaro. È stata anche l’occasione per il primo incontro ufficiale con il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Meloni ha parlato delle «radici cristiane dell’Europa». Come la chiesa pensa il mondo? Come l’Italia pensa il mondo? Sono le domande che hanno dato l’input all’incontro tenuto nella sede de La Civiltà Cattolica per la presentazione del libro del gesuita Antonio Spadaro. Non una semplice presentazione, ma un’occasione politica, con il primo incontro ufficiale tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, accompagnata dai ministri della Giustizia e Cultura, Carlo Nordio e Gennaro Sangiuliano (dal quotidiano “Il domani” del 13 marzo 2023 a firma Marco Grieco).

Intendiamoci bene, non c’è nulla di male in tutto ciò, ma qualcosa di politico sta bollendo in pentola: sembra oltre tutto che ci sia in atto un certo lavorio diplomatico del sotto-segretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, personaggio significativo a livello di intellighenzia meloniana. D’altra parte il ruolo istituzionale da lui ricoperto è di grande rilievo come dimostra la storia dei governi italiani (si pensi solo a Giuliano Amato nei governi Craxi e Gianni Letta nei governi Berlusconi). Se associamo questa azione sotto traccia alla risurrezione di Lazzaro-Gianfranco Fini, che sembra avere ritrovato la parola dopo un lungo periodo di forzata ma elegante afasia, al protagonismo giornalistico di Italo Bocchino, direttore del Secolo d’Italia, che si sta muovendo come portavoce di Giorgia Meloni a livello mediatico, arriviamo, seppure maliziosamente, ad una tattica di elevamento politico, di acculturamento storico e di accreditamento pseudo-religioso ben più pregnante delle boutade sangiulianesche.

Aggiungiamoci pure anche il nascente dualismo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, opportunisticamente sfruttato dalla prima per enfatizzare il suo ruolo di difensore d’ufficio della linea cattolica sui cosiddetti temi sensibili e giungiamo al tentativo in atto di trasformare l’attuale esperienza governativa di centro-destra in un vero e proprio laboratorio identitario etico-religioso: un’esca a cui potrebbero abboccare i pesci cattolici.

L’articolato giochino di cui sopra potrebbe essere disturbato non poco dalle intemperanze del benedettino spudorato Matteo Salvini e dai malpancismi del catto-affarista Silvio Berlusconi. Il leghismo ruspante verrebbe però contenuto a suon di karaoke di compleanno, mentre il tatticismo berlusconiano si scioglierebbe nel ben più pregnante terzopolismo renziano.

Fantapolitica? Fantacattolicità? Ammetto che la fantasia non mi manchi, ma che ci sia in atto una piena legittimazione strisciante, ben al di là dei recenti responsi elettorali, a tutti i livelli del governo di destra-destra è abbastanza evidente. In molti si stanno riposizionando e fin qui niente di strano in un mondo dove l’opportunismo è di casa. Lo leggo però come un segno inquietante di un’aria di stabilizzazione di ciò che politicamente poteva sembrare precario. Non invidio Sergio Mattarella, che, se il quadro suddetto avesse un futuro, non mancherebbe di esserne lambito. Non cadrà nel tranello dell’angelus domenicale, né delle ciambelle di salvataggio, né tanto meno delle cerimonie quirinalizie, né ancor meno degli incontri imbarazzanti. Lo vedo libero, coerente, abile ed arruolato per ben altra e alta funzione istituzionale, etica e culturale. Non ha esitato a mettersi in perfetta concorrenza con il governo sulla vicenda Cutro. Meno male che c’è Mattarella!

L’ego cattolico aperto al pluralismo politico

“La fede è politica, perché il Vangelo si fa carico di tutto il vissuto dell’umanità in ogni suo aspetto, ma guai a quei politici che usano la fede per legittimare nient’altro se non la propria posizione, il proprio potere, il proprio stesso ego”. Così scrive Matteo Liut sul quotidiano Avvenire a commento della vita di san Simplicio.

Mentre capisco e in parte condivido le preoccupazioni dei cattolici democratici in ordine al futuro del Partito Democratico capeggiato da Elly Schlein, temo che questo sacrosanto sussulto di dignità politico-culturale possa in qualche modo deviare verso una difesa moralistica, aprioristica e al limite dell’integralismo dei principi cattolici in campo etico.

Non penso sia culturalmente onesto e politicamente opportuno rinchiudere l’azione dei cattolici nel recinto dei “no” in materia di diritti civili: no all’aborto, no al matrimonio omosessuale, no all’adozione per le unioni monogenitoriali, no all’eutanasia, no alle droghe leggere, no all’utero in affitto, etc. etc. Dietro ognuno di questi discorsi c’è una problematica complessa, che una società deve pure valutare, affrontare e risolvere. Se ci si incarta nell’assolutismo dei principi non se ne esce vivi. Fu così per il divorzio, rischia di essere così ancora.

Prendiamo pure il diritto alla vita, principio su cui si dovrebbe essere tutti d’accordo. Ma è diritto alla vita inchiodare un malato terminale al proprio letto senza alcun rispetto per le sue soffertissime decisioni esistenziali? È diritto alla vita criminalizzare una donna che, in buona fede, non se la sente di proseguire la sua gravidanza? È diritto alla vita non dare un riconoscimento civile alle unioni omosessuali? Si potrebbe continuare.

Ai cattolici impegnati in politica è assegnato lo sforzo di coniugare fede e politica e quindi non ci può e non ci deve essere uno steccato dogmatico tra i due campi: vanno cercate soluzioni per il bene della società nel suo complesso. Non è facile, ma non è nemmeno impossibile. E poi è riduttivo, oserei dire offensivo, circoscrivere la cultura politica dei cattolici democratici all’orto dei temi sensibili: il campo è molto più largo, lo dico per esperienza pratica e per approfondimento teorico.

La cartina di tornasole per giudicare una leadership partitica come quella di Elly Schlein non può quindi essere costituita dai principi dell’etica cristiana: il discorso è molto più ampio, articolato e complesso. Mi auguro che il popolarismo cattolico trovi spazio e ascolto non tanto e non solo per la difesa del proprio ego etico, ma per la proposta complessiva di cui è portatore in chiave progressista e pluralista. Questa è la sfida da giocare all’attacco e non in difesa.

In cauda venenum. Vorrei che mi si spiegasse la preferenza di parecchi cattolici democratici verso la segreteria Bonaccini rispetto alla segreteria Schlein. Meglio la certezza della casta post-comunista impersonificata autorevolmente da Bonaccini o l’incertezza del movimentismo di sinistra interpretato da Schlein? Non avrei dubbi al proposito. Preferisco rischiare sul nuovo piuttosto che abbarbicarmi al vecchio, anche a costo di andare in crisi su certe tematiche.

In estrema sintesi: Elly Schlein non scherzi con le implicazioni politiche della fede cattolica e le rispetti, così come i cattolici non si riducano a scherzare col diritto alla laicità della politica.

La Chiesa con e dopo Francesco

Celebro a modo mio il decennale della nomina a papa di Jorge Maria Bergoglio, in arte Francesco, vedendone il rapporto col predecessore e proiettandomi, con qualche preoccupazione, sul suo successore.  Voglio gufare al contrario: è talmente importante la sua azione da desiderare che non muoia mai. Invece, pur sperando e augurandogli che possa vivere ancora a lungo, succede come per le persone che amiamo più intensamente: cosa farà la Chiesa senza di lui?

È stata posta al Papa una domanda un po’ impertinente, ma opportuna: “Dopo la morte di Benedetto XVI è stato più difficile per lei il suo lavoro e la sua missione, perché si sono rafforzate le tensioni tra le diverse ali della Chiesa Cattolica?”. Papa Francesco ha risposto con molta disinvoltura. Riporto il testo mutuato da vatican news.

“Su questo punto, vorrei dire, che ho potuto parlare di tutto con Papa Benedetto. (Anche per, ndr.) cambiare opinione. Lui sempre era al mio fianco, appoggiando e se aveva qualche difficoltà, me la diceva e parlavamo. Non c’erano problemi. Una volta che io ho parlato del matrimonio delle persone omosessuali, del fatto che il matrimonio è un sacramento e che noi non possiamo fare un sacramento, ma che c’è una possibilità di assicurare i beni tramite la legge civile, che è cominciata in Francia… qualsiasi persona può fare una unione civile, non necessariamente di coppia. Le vecchiette che sono in pensione ad esempio… perché si possono guadagnare tante cose. Una persona che si crede un grande teologo, tramite un amico di Papa Benedetto, è andata da lui e ha fatto la denuncia contro di me. Benedetto non si è spaventato, ha chiamato quattro cardinali teologi di primo livello e ha detto: spiegatemi questo e loro lo hanno spiegato. E così è finita la storia. È un aneddoto per vedere come si muoveva Benedetto quando c’era una denuncia. Alcune storie che si dicono, che Benedetto era amareggiato per quello che ha fatto il nuovo Papa, sono storie da “telefono senza fili” (il Papa usa per significarlo l’espressione “storie cinesi”, ndr.). Benedetto anzi io l’ho consultato per alcune decisioni da prendere. E lui era d’accordo. Era d’accordo. Credo che la morte di Benedetto sia stata strumentalizzata da gente che vuole portare acqua al proprio mulino. E quelli che strumentalizzano una persona così brava, così di Dio, quasi direi un santo padre della Chiesa, direi che è gente non etica, è gente di partito non di Chiesa… si vede in ogni parte, la tendenza a fare di posizioni teologiche oggetto di scontro partitico. Queste cose cadranno da sole, o se non cadranno andranno avanti come tante volte è accaduto nella storia della Chiesa. Ho voluto dire chiaramente chi era papa Benedetto, non era un amareggiato”.

Una risposta laica, che chiarisce la situazione e smaschera ogni e qualsiasi peloso intento di mettere i bastoni fra le ruote di Bergoglio usando i rami della pianta di Ratzinger. Ho apprezzato l’estrema franchezza e la coraggiosa ammissione della divergenza di opinioni seppure ammorbidita dal dialogo fraterno. È infatti inutile continuare a negare l’evidenza di idee differenti all’interno della Chiesa a tutti i livelli e su tanti problemi. Molto meglio affrontare le diversità che occultarle sotto il tappeto del conformismo curiale vaticano. Ognuno si prenda le sue responsabilità.

Se qualcuno sta tramando alle spalle di Bergoglio per affrettarne le dimissioni e per configurane la successione in chiave reazionaria faccia pure. Non credo che andrà molto lontano. Nel prossimo conclave ci sarà da ridere o da piangere, a seconda dei punti di vista. I cardinali dovranno fare i conti con la popolarità di papa Francesco e al massimo potranno puntare ad una soluzione di regime alla cinese in senso opposto: salvaguardare il potere economico vaticano nelle sue compromissioni con gli affarismi (mantenere cioè il tempio nel mercato) e mollare sulle questioni dottrinarie, almeno le più spinose e coinvolgenti (sono sempre le stesse da parecchio tempo: celibato sacerdotale, ruolo della donna nella Chiesa, sessualità, rapporti con il laicato, stile sinodale, etc. etc.).

Gli è stato chiesto: “Papa Benedetto ha aperto la strada delle dimissioni. Lei ha detto che è una possibilità ma che al momento non la contempla. Che cosa potrebbe portarla in futuro a dimettersi?”. Ed ecco la sua risposta laicamente pragmatica: “Una stanchezza che non ti fa vedere chiaramente le cose. La mancanza di chiarezza, di sapere valutare le situazioni. Anche il problema fisico, può darsi. Su questo domando sempre e seguo i consigli. Come vanno le cose? Ti sembra che devo… alle persone che mi conoscono, anche ad alcuni cardinali intelligenti. E mi dicono la verità: continua va bene. Ma per favore: gridare a tempo”.

Credo che Bergoglio non dorma da piedi e stia preparando la successione a trecentosessanta gradi, seminando a piene mani nel terreno ecclesiale e preparando un gruppo dirigente a cui lasciare in eredità la sua azione da completare, implementare e perfezionare.  Staremo a vedere, Spirito Santo permettendo. Mio padre auspicava di essere ancore in vita alla successiva scadenza olimpionica. Io mi permetto di sperare di vedere un nuovo papa, che porti avanti coraggiosamente la linea tracciata da Francesco, chiamandosi magari Francesco II.

 

Elly Schlein sotto processo…alle intenzioni

Intorno ad Elly Schlein si è scatenato un improvviso e stucchevole dibattito, riassumibile in alcune posizioni critiche oscillanti fra scetticismo, grilloparlantismo, pragmatismo e disfattismo.

Parto dallo scetticismo di chi la vede inadeguata al ruolo, in grave difficoltà nel guidare un partito abbarbicato alle correnti di potere e dominato dai personalismi d’apparato. Come se la caverà? Riuscirà a spartire la torta con le nuove minoranze interne? Sarà in grado di varare un organigramma che accontenti gli scontenti, che recuperi l’ingombrante presenza della casta post-comunista? Avrà la freddezza di fare un bagno di gattopardismo e di continuismo per alleggerire la tensione di chi la vede come un corpo estraneo catapultato, non si sa come, al Nazzareno? E tutti sono in attesa del passaggio delle nomine interne per verificare la tenuta della svolta tanto auspicata quanto temuta. La storia di un partito non si fa con gli organigrammi, col bilancino del farmacista per evitare gli effetti indesiderati della cura, ma tant’è…

Poi ci sono i grilloparlanti di sinistra e di destra. I primi la salutano come la salvatrice della patria sinistrorsa, i secondi come l’alter ego di Giorgia Meloni. Troppo di sinistra e antifascista la Schlein così come troppo di destra e neofascista Giorgia Meloni. E allora ecco pronti a partire in quarta i moderati del cavolo, i centristi dei miei stivali, per lucrare dai due “troppo” ciò che deborda e accaparrarselo per riempire e portare ad ebollizione una pentola tutta da inventare, ma comunque da sperimentare nella cucina degli italiani. Ecco profilarsi lo sciacallaggio renzian-calendiano, che sente odore di sangue trasformista ed opportunista.

E che dire dei rapporti tanto chiacchierati col movimento cinque stelle? Dopo aver fatto il pieno dei piccoli orticelli di sinistra, nostalgici ed estremisti, con i grillini sarà confronto, dialogo, collaborazione o solo competizione nelle piazze e in Parlamento? Giuseppe Conte è un interlocutore credibile o uno strumentale rompiscatole? Vengono prima i programmi o le alleanze? Si pensi un po’: si getta Elly Schlein nel solito gran busillis dell’uovo e della gallina.

Sarà poi capace di coniugare il movimentismo, il pacifismo, l’ecologismo, l’egualitarismo e l’antifascismo con la politica concreta fatta di tasse, di bilanci, di debito pubblico e di armi all’Ucraina? Ecco spuntare i pragmatici, quelli del laburismo e del riformismo senza lavoro e senza riforme. Le ideologie sono finite e non sarà certo Elly Schlein a reinventarle… La pace va bene, ma la guerra “quanno ce vo’ ce vo’”. Si tratta dello svaccamento pregiudiziale di chi osa provocare il cambiamento in nome di certi valori. Costoro la accusano, ancor prima della partenza, di sociologismo datato e di utopismo fragile: un modo elegante e raffinato per squalificare fin dal suo nascere una politica valoriale che rifiuti le botteghe più o meno oscure.

Sarà in grado di fare sintesi fra le culture di sinistra socialista, laica e cattolica. Come la metterà in materia di eutanasia, legalizzazione delle droghe leggere, diritto all’aborto, temi eticamente sensibili? Da una parte potrà contare sul dialogo con l’associazionismo cattolico, ma come se la vedrà con la gerarchia? Questa finisce col regalare una ulteriore fetta di mondo cattolico alla destra, spaventando il mondo clericale così sensibile a certi argomenti e così insensibile a certi altri argomenti: gli argomenti di Elly Schlein.

E arriviamo al disfattismo vero e proprio. Questa non è italiana, ha studiato in Svizzera, è figlia di papà e mammà, si è fatta negli Usa… Cosa potrà mai venirci ad insegnare? È una sinistrorsa da salotto sbrigativamente convertita alla piazza. Non sa nemmeno chi siano Moro e Berlinguer. Confonde la storia con la geografia. Vuole disfare la famiglia. Guarda soltanto ai diritti civili e se ne frega di quelli sociali. Si preoccupa degli omosessuali che fanno fatica a sposarsi e non guarda agli eterosessuali che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Dio ce ne scampi e liberi.

In mezzo a questo crocevia di pregiudizi e di processi alle intenzioni non sarà facile destreggiarsi per Elly Schlein. Dovrà fregarsene, ma fino a che punto? Il nuovo piace fintanto che non disturba il vecchio. È pur vero che non è bene tutto ciò che è nuovo, così come non è male tutto ciò che è vecchio. Però impantanarsi in questa diatriba finisce col lasciare tutto com’è. Molti, quasi tutti, pensavano e temevano un congresso piddino fatto di chiacchiere e delle solite disquisizioni correntizie e dorotee. È successo qualcosa di molto diverso anche se ancora da scoprire fino in fondo. Non sarebbe meglio prendere atto con una certa soddisfazione di una novità prima di seppellirla sotto scetticismi, grilloparlantismi, pragmatismi e disfattismi?

 

Il governo senza cuore

Mio padre credeva così fermamente alle regole ed alla necessità di rispettarle, al punto da illudersi di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”. Aggiungeva infatti, tra il serio e il faceto: “An scapa pu nisón”.

Il governo Meloni fa finta di risolvere il problema dell’immigrazione inasprendo le sanzioni penali per gli scafisti. Che questi schifosi personaggi, con tutta la loro rete di fiancheggiatori e protettori, siano da combattere è cosa più che giusta. Il ragionamento rientra però in una ben più pelosa ed inaccettabile logica semplificatoria: scoraggiare direttamente o indirettamente la fuga dei disperati dai loro inferni, togliendo loro i mezzi di fuga illegali e speculativi (senza offrire alternative) ed avvertendoli che non saranno accolti se non rientranti perfettamente nei canoni e, se del caso, saranno rispediti in patria.  In fin dei conti, gira e rigira, siamo più o meno nell’ambito della filosofia-porcata del ministro Piantedosi.

Il recente decreto varato dal governo in quel di Cutro prevede quanto sopra, ma anche (come direbbe Veltroni) di consentire arrivi più facili tramite flussi guidati e corridoi umanitari.  E a quanti non verranno concesse queste possibilità non rimarrà altro che marcire nei lager o presentarsi “illegalmente” sulle nostre coste o in mare. Questi ultimi in particolare verranno addebitati ai visionari da salotto come il Papa, le Ong e coloro (come me) che non vorrebbero respingere nessuno o quanto meno salvare tutti (gli amici degli scafisti, così come i pacifisti che vengono considerati amici di Putin).

Ma c’è dell’altro. Il fatto quotidiano scrive che “sullo sfondo c’è anche uno scontro sotterraneo interno al governo tra la Lega da una parte e il resto della maggioranza dall’altra, cioè la richiesta di “pugno duro” dei salviniani e un approccio “più pragmatico” di Forza Italia e Fratelli d’Italia che per esempio vogliono puntare su flussi regolari e corridoi umanitari. Infatti il centrodestra ha incardinato l’iter della proposta di legge per reintrodurre il decreto Sicurezza di Matteo Salvini: la maggioranza ha votato da sola la proposta. Le opposizioni hanno abbandonato i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera. Le minoranze avevano chiesto di rinviare questo passaggio in attesa del decreto del governo sui migranti”.

Si creerà un corto circuito? Non credo, anche perché il decreto-legge varato in fretta e furia per salvare la faccia non è poi molto distante dalla propagandistica logica salviniana del “si salvi chi può dai migranti fannulloni, delinquenti, ladri e assassini”. Bravissimi invece coloro che li sfruttano con paghe da fame, facendoli dormire ammassati in fabbricati fatiscenti e, in caso di morte sul lavoro, scaricati in qualche fosso. Il decreto del governo prevede di combattere anche questo fenomeno di vergognoso sfruttamento (meno male! Staremo a vedere…).

Ho seguito la conferenza stampa governativa tenuta a Cutro dopo il Consiglio dei ministri. Sono andati in onda il compromesso storico tra Meloni e Salvini, la mistificazione della realtà senza alcuna seppur minima autocritica, la glaciazione dell’immigrazione, la politica senza cuore, la pantomima del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Con poco cervello e niente cuore non si va lontano. Non è questione di destra o di sinistra, è questione di sensibilità e di umanità.

Gestire il fenomeno migratorio non vuol dire burocratizzarlo. Affrontarlo non significa solo legalizzare e trascurare chi è fuori dal recinto legale non per colpa sua ma per egoismo nostro. Se l’Italia e tutti i Paesi aderenti alla Ue si mettessero di buzzo buono, il problema si sgonfierebbe assai. Certo, se manca la volontà politica di affrontarlo seriamente, tutto diventa difficile al limite dell’impossibile.

Ho cominciato con mio padre e termino con mia madre. Osservava i migranti con un forte senso di pietà: lei era così con tutti coloro che soffrivano. Diceva sconsolatamente: “Bizògna chi sion propriä disprè da gnir chi pr’ésor tratè cme i rosp al sasädi”. Aveva capito perfettamente quanto Piantedosi e c. non hanno o fanno finta di non aver capito.