Le ladre di Pisa

Sono decisamente stanco ed irritato nel vedere la politica italiana ridotta alla contrapposizione fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, quale configurazione della compiuta democrazia dell’alternanza fra destra e sinistra, quale miracolosa attuazione del bipartitismo in chiave femminile, quale maturazione post-ideologica e populistica del confronto politico.

Qualcuno ci vede il bicchiere mezzo pieno, segno dei tempi della definitiva e coinvolgente emancipazione femminile. Io ci andrei molto cauto, perché tendo a vedere più il bicchiere mezzo vuoto dell’omologazione femminile agli schemi maschili.

Qualcuno si entusiasma per la riscrittura moderna di metodi e contenuti nel segno della sfrenata personalizzazione e mediatizzazione. Io mi rattristo nel contemplare la politica ridotta a fumosa descrizione della realtà imbellettata.

Entrambe le contendenti fuggono dai problemi sociali: Giorgia Meloni aspira nostalgicamente ad una nazione rappacificata nel finto ed egoistico benessere di un interclassismo mediatico; Elly Schlein rincorre il benessere individuale a prescindere dal malessere sociale in un classismo etico-ambientale. La prima spruzza il sovranismo sulla globalizzazione, la seconda globalizza tutto e tutti in una sorta di paradiso terrestre.

Non hanno in testa e nel cuore un disegno e si limitano a qualche megalomane spennellata più o meno eclatante. Basti vedere come hanno celebrato il 1° maggio: Meloni mettendo in scena una patetica e fanciullesca recita a Palazzo Chigi; Schlein rifugiandosi sotto la storica gonna di Portella della Ginestra.

Scrive Fabio Martini su “La Stampa”: “Per ora è soltanto una sensazione, espressa a mezza bocca. Ma ha iniziato a circolare negli ambienti “progressisti” della Chiesa italiana e soprattutto in quel mondo cattolico da decenni impegnato in politica e che ha trovato sempre sponde nell’associazionismo di base e spesso anche in Vaticano. La grande influenza politica e culturale dei cattolici democratici e la loro rendita di posizione è insidiata da due presenze squisitamente politiche: da una parte la rinnovata energia del conservatorismo cattolico espresso dalla presidente del Consiglio, dall’altra il Pd che sotto la guida di Elly Schlein sembra attratto da un modello, il «partito radicale di massa», tante volte evocato e che per la prima volta sembra sul punto di concretizzarsi”.

Forse c’è anche questo rischio. Io vedo un rischio ben maggiore, vale a dire quello dello svuotamento della politica ridotta a moderno contenitore del nulla pur ben coniugato col tutto di destra e sinistra. Probabilmente esagero e spero di sbagliare.

Mio zio, quando assisteva attentamente al condimento dell’insalata in tavola, chiedeva alla cuoca di turno: “Ghèt miss al säl?”. La rezdôra rispondeva piccata: “Sì, parchè?”. Lo zio ribatteva: “Parchè n’al vedd miga!”.

Non vorrei che succedesse come coi “ladri di Pisa”, che litigavano di giorno e andavano a rubare insieme la notte. Non si scontravano e si scontrano forse sull’atteggiamento verso la guerra russo-ucraina per poi trovarsi d’amore e d’accordo sul reiterato invio di armi? Non fanno finta di litigare sulla politica estera per poi appiattirsi sulla Nato? Non partono da visioni opposte sulla Ue per poi ritrovarsi d’accordo nello scaricarle addosso le colpe? E sul termovalorizzatore di Roma non hanno fatto tanto rumore per nulla? Si potrebbe continuare, ma non voglio esagerare con le provocazioni, anche perché “qui, se non fuggo, abbraccio un caporale (grillino), colla su’ brava mazza di nocciòlo, duro e piantato lì come un piolo” (Giuseppe Giusti, Sant’Ambrogio).

Le nostre aspiranti leader tendono a spettacolarizzare i loro inconcludenti scontri per poi insieme derubare i cittadini di quel poco di politica rimasto nella cassaforte repubblicana? Un tempo si sottovalutavano le donne, oggi si fa finta di sopravvalutarle, riducendole a marionette di regime. Se fossi una donna mi arrabbierei due volte. La pochezza di queste signore viene sopportata in nome del femminismo formalmente imperante. Se al loro posto ci fossero dei maschi li avrebbero già sotterrati. Cambiano gli schemi mentali, ma la sostanza è sempre quella.

 

Poco da offrire, molto da soffrire

Spero che gli italiani abbiano vissuto le due ravvicinate festività civili, mi riferisco al 25 aprile e al 1° maggio, non solo e non tanto come occasione di svago turistico-alberghiero per chi se lo può permettere, e nemmeno facendosi fuorviare dai governanti che ne hanno fornito una versione oserei dire maccheronica.

Entrambe le ricorrenze sono state nobilitate dagli interventi del Presidente della Repubblica, che grazie a Dio non sbaglia un colpo. Provo a sintetizzare i suoi discorsi in due lapidarie definizioni: “la Repubblica fondata sulla Costituzione, figlia della lotta antifascista”; “mentre si riaffaccia la tentazione di arrendersi all’idea che possa esistere il lavoro povero, la cui remunerazione non permette di condurre una esistenza decente, è necessario affermare con forza, invece, il carattere del lavoro come primo, elementare, modo costruttivo di redistribuzione del reddito prodotto”.

La festa della Liberazione ha visto lo sgusciante atteggiamento di un governo, che non solo fatica a dichiararsi apertamente e definitivamente “antifascista”, ma che dimostra nei fatti di non esserlo. Non è una questione nominalistica e demagogica, come qualcuno snobisticamente vuol far credere, ma un problema sostanziale e politico, che trova puntuali riscontri in emblematiche misure di stampo reazionario. Mi riferisco all’istinto repressivo che emerge in continuazione ed alla visione nazionalistica che traspare ad ogni piè sospinto.

La festa del 1° maggio è stata vomitevolmente strumentalizzata dal governo per lanciare penose misure, a sostegno di chi e di cosa non si è capito, in una pantomima mediatica di dubbio gusto e di certa presa per i fondelli. Mentre sull’antifascismo Giorgia Meloni e c. tendono alla inversione di campo, per quanto concerne la festa del lavoro hanno invaso il campo destinato alle manifestazioni sindacali, ricordandosi di avere un’anima sociale da rinverdire ed un’identità populista da sbandierare.

Nonostante gli strenui tentativi di Giorgia Meloni di accreditare se stessa e il suo movimento politico come forza democratica e affidabile, Fratelli d’Italia non esisterebbe senza il sostegno di quella vasta area neo-post parafascista che in Italia è piuttosto ampia e che in questo governo vede un grimaldello per introdurre alcuni suoi cavalli di battaglia (e i fatti dimostrano che il grimaldello funziona, basti pensare ai provvedimenti sull’immigrazione e al tentativo di abolire il reato di tortura, per fare solo due esempi). Questa vasta area ha un bisogno vitale di compattarsi attorno alla propria identità e il rifiuto del 25 aprile come Festa fondante della Repubblica è per loro dirimente (Cinzia Sciuto su MicroMega).

Da una parte quindi non c’è scampo e gli italiani devono rassegnarsi a vivere una sorta di antistoria, solo in minima parte voluta dagli elettori, ma in massima parte subita a causa della debole ed irritante politica rifiutata dai cittadini.

Sul piano sociale alla lunga qualcosa potrebbe succedere: chi ha votato a destra per sadismo protestatario, per masochismo nuovista, per scherzo o follia, prima o poi dovrà fare i conti nel suo portafoglio e può darsi cominci a capire di essersi illuso e di avere preso lucciole meloniane per lanterne sociali. Da tempo registro come gli italiani abbiano perso la bussola per le proprie scelte politiche, nemmeno il tornaconto personale funziona più da parecchio tempo. Meglio non parlare di cuore e di testa. Non rimane che sperare in una sorta di minimale resipiscenza micro-economica.

Questioni di sopragoverno

Un tempo lo chiamavano sottogoverno, vale a dire quella politica di consolidamento del potere svolta in taluni casi dai partiti al governo (dello stato, delle regioni, degli organismi periferici) con l’assegnazione ai propri elettori di posti chiave nell’amministrazione centrale e nei vari enti economici e finanziari, indipendentemente dalle loro capacità e quindi a danno della collettività.

Oggi considerata la debolezza della politica lo chiamerei “sopragoverno”: non a caso i partiti di maggioranza hanno faticato parecchio a trovare la quadra nella recente tornata di nomine diventata un vero e proprio tormentone infinito. La Lega ha molto appetito e non si accontenta di qualche piattino seppure prelibato. Vuoi vedere che, mentre tutti chiacchierano di massimi sistemi, il governo rischia di scricchiolare su prosaiche questioni di pura spartizione del potere?

Si dirà che è sempre stato così ed in parte è verissimo. C’è però una differenza molto importante: in passato volenti o nolenti questi signori del sottogoverno prima o poi dovevano rispondere alla politica anche con favori più o meno leciti. Mi pare che oggi invece il discorso si sia capovolto: sono i politici che rispondono a questi potenti manager pietendo da essi favori più o meno leciti. Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia? In questo caso cambia eccome. La tecnocrazia imperversa a scapito della democrazia, alimentando il senso di sfiducia dei cittadini verso la politica spogliata delle sue prerogative prima che della propria capacità di intervento. La politica rischia cioè di essere imbrigliata fra i poteri della conservazione burocratica e quelli del governo tecnocratico.

Il grande Enrico Mattei, un manager di stato a tutto tondo, diceva in modo spregiudicato: “Uso i partiti politici come un taxi: salgo, mi faccio portare dove voglio, pago la corsa e scendo”. Purtroppo la politica più sporca, quella invischiata nei poteri economici forti nazionali ed internazionali, alleata con la delinquenza organizzata, si vendicò di lui. Non vedo all’orizzonte nessun erede di Mattei: i tecnocrati non sono politicizzati come lo era lui, che sapeva comunque mettere gli interessi della collettività prima di tutto il resto, ma nella loro neutralità democratica rendono intoccabile il sistema capitalistico o meglio lo adattano alla sua mera sopravvivenza.

La globalizzazione dei mercati, la finanziarizzazione dell’economia, la debolezza della politica riciclano il sistema e lo fanno guidare da personaggi che non rispondono a nessuno se non alle proprie capacità. I partiti si illudono di contare qualcosa: lo riescono a fare soltanto a livello mediatico spacciando in continuazione specchietti per le allodole. Poi quando arrivano al dunque per spartirsi la torta virtuale, la prendono in faccia, si limitano a leccarsi i baffi e litigano persino picchiando i pugni sul tavolo dove non c’è più niente da accaparrare.

Giorgia Meloni fa la parte del playmaker, del giocatore che costituisce il punto di riferimento del gioco di tutta la squadra, e al quale è affidato il compito di scegliere gli schemi offensivi e difensivi più adatti alla conduzione della partita: ma non c’è la squadra e non c’è partita. Matteo Salvini fa la parte del battitore libero, tentando disperatamente di collocarsi in una posizione autonoma rispetto alla linea del governo: ma non c’è la linea e non c’è il governo. Silvio Berlusconi, malattie a parte, si è già servito, ha già mangiato a sufficienza, desidererebbe solo il dolce a conclusione del suo pasto luculliano: ma non c’è più trippa per i gatti berlusconiani e bisogna accontentarsi di vivere coi quattro gatti di risulta.

I litigi tra di loro non fanno rabbia, fanno compassione. Finirà la contingenza spartitoria, tutti penseranno di avere vinto, i cittadini non avranno capito nulla (perché non c’è nulla da capire) e il sistema andrà avanti fino alla prossima pandemia e/o guerra e/o emergenza. Allora capiremo che la politica serve, che i tecnocrati fanno i loro giochi, che la povertà aumenta. Probabilmente sarà troppo tardi, perché in queste cose è sempre troppo tardi.

 

Eventuali cretinate ed assodate porcherie

“Nei viaggi apostolici, il Papa è abituato a rispondere alle domande dei giornalisti accreditati sull’aereo di ritorno. Questa volta Francesco non si è risparmiato anche sul volo d’andata, concedendo qualche battuta con la stampa. Infatti, ad una giornalista polacca che lo ha ringraziato per aver difeso Giovanni Paolo II dalle insinuazioni di Pietro Orlandi e dalle accuse senza prove di un ex esponente della Banda della Magliana contenute in una registrazione mandata in onda su La7, il Papa ha risposto in maniera inequivocabile bollandole come “una cretinata che hanno fatto”. Parole che liquidano definitivamente la richiesta di indagare su una pista inverosimile che tirava in ballo la memoria del santo polacco portata dal fratello di Emanuela Orlandi sulla scrivania del promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi” (dal quotidiano “Il giornale”).

Non mi è piaciuto questo sfogo verbale di papa Francesco, non è da lui e non vorrei che il perdere la calma significasse un certo qual imbarazzo nell’affrontare una spinosa questione peraltro aperta da lui stesso dopo ben 10 anni di pontificato. Non mi riferisco al dettaglio riguardante le insinuazioni di carattere sessuale su Papa Wojtyla, ma all’intera vicenda di Emanuela Orlandi nei suoi molto probabili intrecci col mondo vaticano.

La chiamata in causa di Giovanni Paolo II proviene da un esponente della Banda della Magliana, che penso non vada presa alla lettera, ma come espressione del forte dubbio del coinvolgimento di certi ambienti vaticani in pratiche sessuali a dir poco inquietanti. Questi personaggi hanno un’attendibilità molto relativa, non hanno prove precise, spesso sono dei megalomani, riferiscono però degli umori del loro ambiente, che non mi sentirei di bollare sbrigativamente come cretinate. D’altra parte la banda della Magliana sembra avesse una certa qual dimestichezza di rapporti col Vaticano dal momento che il suo capo fu sepolto in una basilica romana con tanto di inspiegabile placet molto altolocato. Una cretinata anche la mossa del cardinal Poletti in favore di Enrico De Pedis?

Cretinate anche i rapporti fra Ior e mafia, tra affaristi vaticani e banche delinquenziali? Cretinate anche gli omertosi atteggiamenti papali e curiali verso lo Ior di Marcinkus e c. Cretinate anche gli imbarazzi di certi cardinali e monsignori in ordine alla vicenda Orlandi? Forse le cretinate sono un po’ troppe. Non è giusto prendere solo la paradossalità di un particolare per sminuire e sottovalutare tutte le vomitevoli novità che stanno venendo a galla e di cui peraltro da parecchio tempo si vociferava.

Se non erro Giulio Andreotti sosteneva che per indagare nei meandri del “malaffare romano” bastasse fare riferimento all’opinione sgangherata dei tassinari. La confessione/indiscrezione dell’amico di Enrico De Pedis, che tanto clamore sta suscitando, relativa alle improbabili scorribande sessuali di papa Wojtyla, a mio modesto giudizio non va presa alla lettera, ma quale “intercettazione ambientale” riguardante un certo clima vaticano a dir poco sessualmente disinvolto. Se fosse così sarebbe la ovvia “excusatio non petita” per Giovanni Paolo II, ma una gran brutta fotografia per il Vaticano, assai difficile da rimuovere con una semplice alzata di spalle o da considerare come autentica cretineria.

Scrive Padre Alberto Maggi, teologo e biblista: «Il fatto è che siamo abituati a un Vangelo all’acqua di rose. Nella Chiesa si sono accentuati certi aspetti su cui Gesù non ha mai aperto bocca. Pensiamo alla sessualità. Sulla ricchezza, il potere, l’ambizione Gesù era severo. Ho proposto da sempre la radicalità del Vangelo: prima viverlo».

Posso dirla molto grossa a livello paradossale? A parità di attendibilità di elementi indiziari considererei molto meno gravi le eventuali distrazioni sessuali dei prelati, purché non vomitevolmente coperte, rispetto a quelle riguardanti gli scandali dello Ior e della finanza vaticana. L’imperdonabile aggravante potrebbe essere quella di intrecciare queste categorie trasgressive in una demoniaca combinazione soldi-sesso, il massimo della mondanità aborrita dal Vangelo, premessa per comportamenti da far raggelare il sangue.

Mi auguro che tutto sia un bluff, anche se è molto difficile pensare che, in quasi ventisette anni di pontificato, Giovanni Paolo II non abbia avuto sentore della puzza proveniente dalle casse vaticane. Posso capire la problematicità nel mettere le mani in un autentico nido di vipere così come il rischio di non uscire vivi da certe indagini se non con spericolate, ingiuste e deleterie generalizzazioni. Tuttavia, alla faccia di don Abbondio, il coraggio, uno, se non ce l’ha, se lo deve dare.

La via della Chiesa-istituzione è sempre stata lastricata di scandali pur essendo sopravvissuta ad essi. Non perdo calma e lucidità e non corro morbosamente dietro alle chiacchiere. Però, in conclusione, mi pare che nella vicenda Orlandi ci sia molto più di chiacchiere e cretinate.  D’altra parte, se si trattasse solo di queste, Papa Francesco non avrebbe aperto il caso. Quando si apre un caso giudiziario lo si fa in base ad elementi ed indizi degni di considerazione. Non pretendo che venga a galla tutta la verità, ma almeno un po’, cretinate a parte.

 

La politica in vogue

Nei lontani anni ottanta il mio carissimo amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo, durante una delle solite chiacchierate, mi chiese, dal momento che mi sapeva piuttosto informato sulla cronaca politica, di riferirgli dell’episodio relativo a Massimo D’Alema, il quale, in occasione di una sua presenza in un salotto romano, rimbrottò vivacemente il cane di casa che gli era montato sulle scarpe. Ammise snobisticamente che gli erano costate una grossa cifra. L’amico Walter innanzitutto mi confessò tutta la sua indignazione e la sua riprovazione per un comportamento eticamente inaccettabile: «Da un dirigent comunista robi dal gènnor an ja soport miga!». Poi aggiunse con tanta convinzione: «Lé propria ora chi vagon a ca tùtti».

Non oso pensare cosa direbbe delle recenti esternazioni di Elly Schlein, la quale intervistata dalla rivista “Vogue Italia”, nel contesto di confessioni personali pur apprezzabilmente sincere, ha dichiarato: «Le scelte di abbigliamento dipendono sicuramente dalla situazione in cui mi trovo. A volte sono anticonvenzionale, altre volte più formale. In generale dico sì ai colori e ai consigli di un’armocromista, Enrica Chicchio”.

Confesso di essere stato costretto a cercare in internet cosa sia l’armocromia, vale a dire il primo step della consulenza di immagine, una disciplina scientifica che permette di individuare la palette cromatica ideale per ciascuno di noi, ovvero i colori che ci valorizzano, attraverso l’analisi della combinazione di pelle, occhi e capelli. In buona sostanza Elly Schlein ha una professionista che, presumibilmente a pagamento, le consiglia come curare la propria immagine.

Non mi scandalizzo perché purtroppo anche la politica è schiava della cultura dell’immagine, che domina la scena della vita attuale: l’importante è apparire! Niente di strano quindi. Ciò non toglie che preferirei, soprattutto per una persona che intende guidare la sinistra, un approccio ben più sostanziale e propositivo.

Sono sicuramente un inguaribile matusa (l’età lo attesta) ed un nostalgico della politica intesa come servizio (l’esperienza me lo ha inculcato nell’animo), quindi sono costretto ad andare cauto nei giudizi sul modo di essere dei politici di oggi, anche se devo ammettere che non mi piace, al di là delle idee, il loro fumoso protagonismo. Quanto a Elly Schlein la vorrei giudicare su ben altre questioni e quindi attendo, assieme ad una maggiore discrezione sulla propria vita personale, le sue proposte politiche di merito e di metodo.

Il caso vuole che, proprio nei giorni in cui si è scatenata questa fuorviante, strumentale, bigotta e “armocromistica” polemica su Elly Schlein, abbia potuto vedere l’apprezzabile fiction televisiva sulla vita di Tina Anselmi, un’autentica pioniera dell’impegno politico femminile e di essermi sinceramente commosso per le sue battaglie a servizio delle cause di libertà, uguaglianza e giustizia con particolare riguardo alla condizione delle donne. Due epoche diverse! Sì, ma…

Verso la repubblica pirlamentare

Una mia zia andò a farsi visitare dal suo medico di fiducia: era piuttosto anziana e si sentiva molto stanca. Il medico le guardò attentamente la gola e sentenziò: «Che dò tonsìllónni märsi!». «Ch’al guärda dotôr che  nen fa miga mäl la góla…» disse mia zia, alquanto sorpresa da quella diagnosi. «Ah no? as vedda ch’am son sbagliè» concluse il medico tra il serio e il faceto.

I parlamentari del centro-destra evidentemente, come quel medico burlone (?), pensavano che sul Def si potesse scherzare e infatti alcuni erano assenti e quindi non hanno partecipato al voto sul documento di economia e finanza e sul relativo scostamento di bilancio (dove fossero solo Dio lo sa, forse qualcuno non sapeva nemmeno cosa fosse il Def…), mettendo il governo in grave imbarazzo istituzionale e politico e costringendolo ad una manovra ai limiti della correttezza parlamentare per fare approvare il documento in seconda battuta: una specie di “mortus” come si faceva nei giochi infantili, una sorta di ripescaggio come si fa nei campionati di calcio. Nel caso di cui sopra il medico burlone tenne alto il morale della paziente, mentre i parlamentari penosi fanno la repubblica puzzolente.

Il governo si è salvato in corner, niente crisi, niente contrasti nella maggioranza, il bilancio è salvo, solo, si fa per dire, una figura di merda di fronte al Paese (una più una meno…). I parlamentari sono diminuiti di numero, ma evidentemente non c’è stata selezione, anzi probabilmente si è svalutata l’istituzione. Non si capisce cosa combinino deputati e senatori: ratificano solo l’operato del governo e, in questo caso, non sono stati in grado di fare nemmeno quello. E pensare che in Italia vige una Repubblica parlamentare.

Un Parlamento, dove succedono le cose suddette e forse anche di peggio, può essere tranquillamente ribattezzato “pirlamento”, come ho sentito dire a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora. Parlamento nuovo? No, lavato con Pirlana! Vuoi vedere che tutto è studiato per andare verso una Repubblica Presidenziale? Tutto è possibile. D’altra parte se guardiamo le presidenze attuali dei due rami del Parlamento, la realtà emerge in tutta la sua tragicità. Se le raffrontiamo a quelle della prima repubblica c’è da provare rabbia, vergogna e sconforto. Non siamo nella seconda repubblica, ma ci stiamo avviando alla repubblica “pirlamentare”. Siamo caduti in basso, stiamo sprofondando. Sono più qualunquista io oppure i parlamentari che legiferano alla “cazzo di cane”?

Mi sembra che la premier Giorgia Meloni e il ministro Giancarlo Giorgetti, dopo un iniziale attimo di nervoso smarrimento, abbiano tirato un sospirone di sollievo. Tùtt a pòst! Sì, e niént in órdin.

 

Toccata nelle urne e fuga dalle piazze

“Perché ci sono cittadini italiani ed esponenti politici che non riescono a dichiararsi antifascisti?”: questa la domanda posta alla base di un’inchiesta televisiva su La7. La lapidaria, apparentemente lapalissiana, ma al contrario culturalmente profonda ed esatta, risposta di un intervistato è stata: “Perché sono fascisti!”.

Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente ed esageratamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la realtà rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. Infatti la risposta plausibile a tanti problemi, ai risultati delle ultime elezioni politiche, agli indirizzi politici del governo di destra-destra l’ho trovata, pensate un po’, nella impietosa analisi che faceva mia sorella Lucia delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace.

Mai come questa volta mi sono consolato con le spontanee proteste avvenute a margine delle manifestazioni del 25 aprile. Pacifiche, ma pesanti ed emblematiche. Ne riporto di seguito alcune. Penose e stucchevoli le reazioni dei contestati.

Contestazioni e fischi per il sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, a Viterbo per le celebrazioni del 25 Aprile. Durante il saluto alle autorità il presidente della sezione di Viterbo dell’Anpi non ha stretto la mano a Sgarbi che poi dal palco ha commentato: “Da quando è finito il Covid ci si dà la mano, ma il presidente dell’Anpi ha preferito non darmela. É tragicomico che finti antifascisti in nome di un’idea equivoca di libertà abbiano tentato d’impedirmi di parlare, e cioè di negare quella libertà di espressione che dovrebbe essere uno dei valori fondanti di questa ricorrenza”. (Dal quotidiano La stampa)

“Vai a Casa Donzelli!” urla una signora al lato di piazza della Signoria. “Grazie signora, buon 25 Aprile anche a lei” risponde il deputato di Fratelli d’Italia, in prima fila a Firenze per le celebrazioni della festa di Liberazione dal nazifascismo. “L’Italia deve essere unita in questa data – dice poi Donzelli ai cronisti – che ricorda la riconquistata libertà e democrazia dopo che il fascismo aveva conculcato questi valori”. “Non ho cantato Bella Ciao perché non sono intonato” ha concluso poi Donzelli. (Dal quotidiano La stampa)

Il ministro Giuseppe Valditara, a Milano per il 25 aprile, è stato contestato da un gruppo di antifascisti in piazza Sant’Ambrogio. I contestatori sono stati allontanati e respinti dalla polizia vicino al sacrario dei caduti, in largo Caduti milanesi per la Patria, a due passi dall’Università Cattolica. I manifestanti erano una decina e hanno scandito attraverso dei megafoni alcuni slogan all’indirizzo dell’esponente di governo. (Da “Il fatto quotidiano”)

Ignazio La Russa è fuggito a Praga, Giorgia Meloni se l’è cavata con una lettera, i più autorevoli (?) esponenti della destra al governo hanno preferito non scendere in piazza. Come sempre accade la predica se la sono sorbita i presenti.  Non so cosa sarebbe successo se la presidente del Consiglio si fosse azzardata a presentarsi in qualche manifestazione affollata. Stia tranquilla: la verifica della piazza la potrà rinviare, ma non evitare. Con le urne si può barare, con le piazze inferocite molto meno (Macron docet). Qualcuno disse “piazze piene e urne vuote”. Può anche darsi, ma prima o poi qualcuno (in piazza e nelle urne) le presenterà il conto con gli interessi. E sarà sempre troppo tardi.

 

 

La manfrina dell’anticomunismo

Gli errori (orrori) riguardano il comunismo: una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è rovesciata e corrotta nella più tetra e lugubre delle oppressioni.

Il regime sovietico è crollato; quasi scomparsi dalla faccia della terra o in via di radicali trasformazioni (e deformazioni: ad esempio, in Cina) sono sia il suo tipo di comunismo sia altri tipi. Ma attenzione perché il comunismo è una risposta sbagliata, ma il drago che ha affrontato è vivo, anche se ha cambiato pelle, i problemi che ha enunciato e cercato di risolvere sono veri (anche se si evidenziano in modo strutturalmente diverso) e, nel quadro del capitalismo (tardo capitalismo) si sono aggravati. Sono i problemi della ingiustizia, orrenda, gravissima che vige nei rapporti tra gli esseri umani, dello sfruttamento di molti a vantaggio di pochi, che vuol dire miliardi di vite triturate nelle rotelle dell’ingranaggio che produce benessere sufficiente a tacitare le nostre coscienze, e opulenza nonché potere di dominio del mondo (anche con l’uso della guerra) nelle mani di pochissimi.

Certi diritti oggi (o almeno sino a ieri) considerati ovvi, furono conquistati a prezzo di dure e sofferte lotte: senza l’incitamento del movimento socialista, tutto ciò non sarebbe accaduto.

Il comunismo, accusato di ridurre l’essere umano a solo fatto economico, in realtà fa da specchio al modo in cui va il mondo: non siamo oggi (in democrazia) assuefatti a vedere valutare tutto sul piano del mercato?!

Non rimpiangiamo il comunismo, ma abbiamo l’onere di rispondere ai problemi che affrontò, di trovare vie più umane di economia e società; il suo fallimento ci interpella: “cercate ancora!”.

Ho voluto riprendere queste poche ma incisive note sul crollo del comunismo dal pensiero di Maria Cristina Bartolomei, docente di filosofia e teologa, così come pubblicate qualche tempo fa in un articolo su “Iesus”, perché la storia non può essere semplificata più di tanto senza nulla togliere a chi vuole guardare avanti.

Va sempre di moda mettere in connessione antifascismo e anticomunismo come se fossero due facce della stessa medaglia democratica: è sempre servito e serve per creare scompiglio e confusione storica dietro cui nascondere reticenze, connivenze, nostalgie, omertà verso il fascismo e il nazismo (queste due sì che sono facce della stessa medaglia). Dal momento che il comunismo dell’Unione Sovietica e dei Paesi e dei partiti ad essa ideologicamente collegati ha combattuto contro il fascismo si è strumentalmente portati a mettere in guardia dal cadere dalla padella alla brace, confondendo capre e cavoli e tentando così di squalificare subdolamente l’antifascismo in quanto movimento che inglobava i comunisti.

Ho sempre ascoltato questa tiritera: il fascismo e i fascisti erano quel che erano, ma il comunismo e i comunisti non furono da meno. Sarebbe ora di finirla, ma purtroppo il giochino funziona (?) sempre, anche ai giorni nostri allorché, almeno in Italia, il comunismo non ci riguarda più. Ma ecco allora rispuntare immediatamente il gioco dell’oca: anche il fascismo non esiste più, è roba vecchia su cui è inutile insistere.

Sono espedienti storici adottati in mala fede da chi vuole cancellare un passato compromettente ed avviarsi ad un futuro nuovo di sana (?) pianta e nella cui rete cadono, più o meno in buona fede, gli apprendisti della politica.

Il giudizio sul comunismo è ben sintetizzato nelle argomentazioni sopra citate. Quanto al comunismo italiano ed al suo enorme contributo alla Resistenza e alla Lotta di liberazione occorre onorarlo nella sua consistente e coraggiosa spinta libertaria, nella sua capacità di dialogare e collaborare con le altre forze antifasciste, e valutarlo quale premessa al patto costituzionale da cui è nata la nostra Repubblica democratica, al difficile cammino di autonomia rispetto all’invadente giogo sovietico e al contributo alla battaglia politica post-bellica in tutti i suoi passaggi delicati e importanti.

Il dialogo è sempre stato il mio schema di approccio al rapporto con i comunisti: da cattolico progressista ho fatto al riguardo un cammino stupendo di confronto, di collaborazione e di condivisione. Sono ancora convinto che le cose migliori della nostra Repubblica siano venute di lì anche se purtroppo il disegno strategico si è bruscamente interrotto con il rapimento e la morte di Aldo Moro.

Altro che “fascismo=comunismo”! Preferisco la mia lettura: cattolici, comunisti e altri individui e partiti di ispirazione democratica contro il fascismo di tutti i tipi e di tutti i tempi, incamminati verso la Costituzione e impegnati nel suo rigoroso rispetto e nella sua puntuale attuazione, in un clima di democrazia da costruire nel dialogo a tutti i livelli.

 

Nella notte destrorsa tutti i gatti sono neri

Nella vita della Repubblica italiana non si era mai verificata una così netta, e per certi versi preoccupante, divaricazione, di carattere culturale, storico e politico, fra le Istituzioni dello Stato come quella del 25 aprile 2023. Non so fino a che punto i cittadini lo abbiano capito e come abbiano reagito, anche perché, se è vero che la liberazione dell’Italia dal nazifascismo fu opera di popolo, è purtroppo altrettanto vero che l’inghippo neofascista in cui siamo caduti è opera di sciagurate elezioni politiche fatte al buio e che hanno sprofondato il Paese nel buio.

Siamo piombati nel peggior revisionismo storico possibile ed immaginabile, in una deriva culturale pazzesca, in una visione politica senza valori e senza riferimenti. Il Presidente della Repubblica ci sta prendendo per i capelli, ma sinceramente non so se basterà anche se gli dobbiamo essere profondamente grati.

Abbiamo un governo che balbetta di democrazia, che non ha il coraggio di schierarsi per puro calcolo elettorale e per “pataglia sporca”, e pensa di cavarsela guardando la storia di traverso, preferendo nascondersi dietro la tanto criticata e osteggiata Europa, dietro la tanto blandita Ucraina, dietro la teoria degli opposti regimi, persino dietro le parole di Paola Del Din, medaglia d’oro al valor militare per la sua attività durante la Resistenza con il nome di “Renata”. Del Din nel 2005 disse che pur non avendone fatto parte non si sentiva di esprimere un giudizio negativo su Gladio, l’organizzazione paramilitare che avrebbe dovuto costituire l’opposizione armata in Italia in caso di invasione sovietica. Per questo fu contestata all’epoca da militanti di Rifondazione Comunista e altre persone in piazza. Meloni scrive che Del Din «durante la Resistenza combatteva con le Brigate Osoppo, le formazioni di ispirazione laica, socialista, monarchica e cattolica. Fu la prima donna italiana a paracadutarsi in tempo di guerra. Il suo coraggio le è valso una Medaglia d’oro al valor militare, che ancora oggi, quasi settant’anni dopo averla ricevuta, sfoggia sul petto con commovente orgoglio. Della Resistenza dice: “Il tempo ci ha ribattezzati Partigiani, ma noi eravamo Patrioti, io lo sono sempre stata e lo sono ancora”».

Abbiamo un presidente del Senato, autentica macchietta kitsch del fascismo d’antan, che, in un crescendo larussiano di cavolate, arriva a sostenere che la Costituzione non c’azzecca con l’antifascismo (roba da vilipendio della Repubblica), per poi fuggire in quel di Praga a scontare il proprio peccato sulla tomba di Jan Palach, patriota cecoslovacco divenuto simbolo della resistenza anti-comunista del suo Paese (una vomitevole e strumentale giravolta storica, che offende tutti, in primis Ian Palach).

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion?» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Sarebbe il caso di porre questa provocatoria domanda ai signori e alle signore di cui sopra, anche se purtroppo la risposta potrebbe colpevolizzare una piccola folla elettorale di cui avere compassione, fatta di pecore che non hanno pastore.

A questo bailamme istituzionale fa da accompagnamento un penoso dibattito culturale che, a furia di spaccare il cappello in quattro, finisce col criminalizzare i partigiani, che ne avrebbero fatto di cotte e crude, e redimere i fascisti che sarebbero stati in buona fede.

Di questo passo non so dove si potrà andare a finire. Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente (Indro Montanelli). E allora non ci resta che seguire i consigli di Sergio Mattarella, che nel suo discorso celebrativo ha esordito dicendo: «“Se volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. È Piero Calamandrei che rivolge queste parole a un gruppo di giovani studenti alla Società Umanitaria, a Milano, nel 1955».

 

 

 

Pillole di incrociata demagogia

Con la decisione del comitato prezzi e rimborsi dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, è arrivato il via libera per rendere gratuita la pillola anticoncezionale per le donne di tutte le fasce d’età, con un costo stimato per il Servizio sanitario nazionale di 140 milioni di euro all’anno.

Apriti cielo! Si è scatenata un’assurda polemica.  Prima a scagliarsi contro la decisione, Pro Vita & Famiglia che bolla come «grave e pericolosa» la decisione: Maria Rachele Ruiu, membro del direttivo, si è chiesta come sia possibile «conciliare la pillola contraccettiva libera e gratuita come panacea di tutti i mali, senza sottolineare i gravi effetti collaterali fisici e psicologici che possono portare fino a depressione e istinti suicidari» e «invitare le ragazzine a bombardarsi di ormoni». Si dice «sconcertato» anche Massimo Gandolfini, leader del Family Day, perché è una scelta che «va nella direzione opposta rispetto al problema della denatalità» con importanti risorse che «potrebbero essere allocate invece per alleviare le gravi condizioni di famiglie” con figli disabili che hanno necessità di farmaci costosissimi non forniti gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale». Un tema condiviso anche dal network di associazioni “Sui tetti” e dal Moige, il Movimento Italiano Genitori, che arriva a dire che l’Aifa «discrimina chi fa i figli: «Si aiuta – secondo il direttore Antonio Affinita – chi non vuole avere figli, ma ci si dimentica delle famiglie. Noi vogliamo eguale gratuità per le spese diagnostiche e terapeutiche per i figli visto che la natalità è la vera emergenza nazionale». A chiedere all’Aifa di fare un passo indietro è poi la senatrice di FdI Lavinia Mennuni perché «ben altre» sono le priorità sociosanitarie, come appunto la natalità e il sostegno alla famiglia. È la stessa esponente di FdI a ricordare che ad assumere la decisione sono stati «i vertici in scadenza dell’Aifa», mentre è un compito che «compete alla politica» (dal quotidiano “Avvenire”).

Il grande indimenticabile Indro Montanelli bollava, dal punto di vista etico, queste discussioni come “beghe di frati”. Sono perfettamente d’accordo con lui. Quanto alle controindicazioni sanitarie, tutti i farmaci ne hanno e sta all’individuo interessato, aiutato dai medici, fare il calcolo dei costi e dei benefici. Non si può fra l’altro essere rigoristi con le pillole anti-concezionali e possibilisti con vaccini etc. etc.

In secondo luogo, se ci spostiamo politicamente sul discorso delle risorse impiegate per garantire gratuitamente la pillola anticoncezionale, mi sembra oltre modo demagogico tirare in ballo a sproposito le famiglie con figli disabili o comunque altri soggetti meritevoli di aiuto pubblico. La cifra stanziata non è esorbitante, ma soprattutto dovrebbe essere un aiuto ad una maternità responsabile e all’impostazione di una sessualità non finalizzata al solo scopo procreativo.

La contraddizione rispetto agli indirizzi governativi di sostegno alla natalità è evidente quanto inesorabile: infatti la natalità non si incoraggia con la maternità irresponsabile o coatta, ma con politiche miranti a far prendere coscienza le giovani generazioni delle proprie responsabilità. L’uso della pillola anti-concezionale non deve essere esorcizzato, ma inserito nel contesto culturale e valoriale del mondo attuale.

Quando si parte col piede sbagliato (mi riferisco alla natalità come fine assoluto) si fa poca strada e si cade di fronte alle prime difficoltà, confondendo magari i paracarri con gli ostacoli che si frappongono al cammino. Smettiamola di fare demagogia su famiglia, natalità, procreazione e salute.  Ho l’impressione che le beghe di frati di cui sopra stiano diventando pretesti politici per nascondere assurde e reazionarie fughe all’indietro.

Non intendo assolutamente iscrivermi al referendum “pillola sì-pillola no” e tanto meno adottare una comoda equidistanza tra tesi opposte, preferisco invece usare un taglio critico sul discorso. Ecco perché mi sono riferito fin qui ad una parte degli argomenti, quelli “ideologicamente” contrari alla contraccezione liberalizzata. C’è però un’altra parte di argomenti a sostegno della contraccezione, che finiscono col banalizzarla e considerarla la panacea di tutti i mali, pensando di licenziare sbrigativamente il problema riducendo medici, consultori, sanità pubblica a meri distributori di pillole anticoncezionali.

Non può essere così, infatti l’argomento critico più intelligente l’ho colto in un discorso che traggo sempre dal quotidiano “Avvenire” con riferimento alle dichiarazioni di Livia Cadei, presidente dei consultori cristiani: “Il punto allora è l’educazione alla sessualità, che manca drammaticamente nel nostro Paese: «C’è una sistematica riduzione di questa sfera alla genitalità pura e un azzeramento sconfortante del tema della generatività». Quei 140 milioni di euro all’anno Livia Cadei li riserverebbe a percorsi di dialogo e di confronto coi ragazzi e le ragazze”. A mio giudizio quei fondi non sarebbero però necessariamente e manicheisticamente alternativi, ma potrebbero essere aggiuntivi, perché effettivamente “oltre la pillola, c’è di più”.