La scimmia Ibrazaru

Il calcio giocato dovrebbe servire a sfogare le frustrazioni esistenziali dei tifosi: le valvole di sfogo a volte possono essere utili ad evitare guai peggiori. Non credo sia il caso del tifo calcistico, anche se…

Io preferisco distrarmi seguendo il calcio parlato: una serie infinita di cazzate sparate alla viva il popolo pallonaro. Ce n’è una che va per la maggiore: cosa ci fa Zlatan Ibrahimovic al Milan? Non gioca, non allena, non parla. A quale scopo gli hanno concesso un compenso da nababbo? Sarà la quarta scimmia calcistica che non si sa cosa aggiunga alle tre testimonial del principio proverbiale del “non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”?  I loro nomi sono “Mizaru”, “scimmia che non vede il male”, “Kikazaru”, “scimmia che non sente il male” e “Iwazaru”, “scimmia che non parla del male”.

Paolo Scaroni, dirigente rossonero, ha parlato a ‘Mediaset’ ed ha tentato di chiarire la situazione kafkiana: “Zlatan l’ho visto ieri un’ora, abbiamo parlato del nostro passato e del nostro futuro. Può dare un grande contributo a RedBird, perché è un tale personaggio che nel mondo in cui RedBird opera può aprire porte che nessun altro può aprire. Lui è un grande motivatore e sono sicuro che darà quel contributo e farà ottenere risultati che lui stesso ha ottenuto finché era con noi da calciatore”.

E chi sarebbe questo RedBird? Era il 31 agosto 2022 quando il fondo RedBird Capital Partners, società americana con grande esperienza in investimenti nello sport, concluse l’acquisto del Milan per 1,2 miliardi di euro, acquistando il 99,93% delle azioni dal fondo Elliot.

Capito? Ibrahimovic farà l’uomo immagine di questa società americana: il Milan c’entra un po’ come i cavoli a merenda… Così va il mondo, anche quello del calcio. Se il Milan andrà bene sarà merito del carisma di Ibrahimovic, se andrà male, Ibrahimovic non avrà alcuna colpa, in fin dei conti in campo non ci va lui…

Quando molti anni fa ho iniziato la vita del pensionato, mi sono sforzato di impiegare le mie risorse umane in attività alternative: nel volontariato, negli hobby, etc. etc. Incontrai un mio simpatico e schietto conoscente, che mi chiese cosa facessi in alternativa al lavoro. Io mi affannai a spiegargli: mi sono inserito in una cooperativa sociale, leggo, scrivo. Mi fulminò con una battuta: “Ho capito, non fai un cazzo!”.

Ebbene probabilmente io ero e sono un fancazzista di bassa lega, Ibrahimovic è un fancazzista di lusso, di superlega.

 

 

 

In Europa tra palle e valori

Alberto Ferrarese (Askanews): Buongiorno Presidente. La domanda è molto semplice, si candiderà alle europee e, sempre sulle europee, nel caso si profilasse – come pare dalle proiezioni attuali – una nuova maggioranza come quella attuale, una maggioranza cosiddetta Ursula, è pronta a sostenerla o resterà all’opposizione in Europa?

Presidente Meloni: Buongiorno a lei. Allora guardi, sul tema della candidatura alle europee è una decisione che non ho ancora preso. Come lei sa io sono persona per la quale niente conta di più che sapere di avere il consenso dei cittadini. Per cui tutte le volte che io ho avuto l’occasione di misurarmi col consenso dei cittadini l’ho fatto e anche ora che sono Presidente del Consiglio secondo me misurarsi con il consenso dei cittadini sarebbe a maggior ragione una cosa utile e interessante. Né mi convince la tesi di chi dice che candidarsi alle europee sarebbe, diciamo così, una presa in giro dei cittadini perché poi ci si dimette e non si va in Europa. I cittadini che ti votano lo sanno che poi non andrai in Europa, ma se vogliono confermarti il tuo consenso anche questa è democrazia.
Penso anche che una mia eventuale candidatura potrebbe forse portare anche altri leader a fare la stessa scelta. Penso nell’opposizione e potrebbe anche diventare un test di altissimo livello, quindi un test democratico molto interessante. La ragione per la quale a fronte di queste valutazioni che le ho fatto, che farebbero propendere per un sì, io non ho ancora deciso, è che devo capire se una mia eventuale candidatura personale toglierebbe tempo al mio lavoro da Presidente del Consiglio più del tempo che chiaramente sarà comunque necessario per fare la campagna elettorale delle elezioni europee che tutti faremo. E perché penso anche che sia una decisione che va presa insieme agli altri leader della maggioranza e abbiamo stabilito che l’avremmo presa insieme. Per quello che riguarda il tema della cosiddetta maggioranza Ursula, lei sa che io lavoro per costruire una maggioranza alternativa – che tra l’altro negli ultimi mesi ha dimostrato di poter esistere su alcuni dossier: penso ad alcune materie legate alla transizione verde, penso ad alcune materie legate all’immigrazione – se questo non fosse possibile all’esito del voto delle elezioni europee, come si sa io non sono mai stata disponibile a fare un’alleanza parlamentare con la sinistra. Non l’ho fatto in Italia e non lo farei in Europa e questa rimane la mia posizione.
Chiaramente un ragionamento diverso va fatto per il tema della Commissione, perché qui si fa un po’ di confusione, e del voto parlamentare che conferma la Commissione perché quando si forma una Commissione europea ogni governo esprime un proprio Commissario, cioè Ursula von der Leyen fu eletta Presidente della Commissione nel 2019 con il voto determinante di partiti di governo che poi non hanno mai fatto parte della sua maggioranza, non so il PIS polacco. Perché ovviamente quando si fa un accordo e ciascun governo nomina il suo Commissario poi i partiti di governo tendono a favorire la nascita di quella Commissione che è frutto di un accordo ma questa non è una maggioranza e non lo è stata per esempio nel caso di Ursula von der Leyen.  Quindi con questa doverosa precisazione, perché è una dinamica solo europea che qui in Italia spesso genera secondo me confusione nel dibattito che sento e che leggo, no, non sarei disposta a fare una maggioranza stabile in Parlamento con la sinistra come è sempre stato per quello che mi riguarda. (estratto dal testo della Conferenza stampa di inizio anno tenuta dalla premier)

Sarò prevenuto, ma non ho capito bene cosa intenda fare Giorgia Meloni in Europa al di là della sua simbolica e tattica candidatura. Chiarezza vorrebbe che il suo partito, visto tra l’altro che si vota col sistema proporzionale, dicesse preventivamente agli elettori quale disegno ha in mente per l’assetto politico della Ue. Considerata l’alta improbabilità della sua prima scelta, vale a dire una maggioranza fra destra e popolari per la riottosità di questi ultimi, tenuto conto della ideologica chiusura a sinistra, non resterebbe che rimanere in splendida minoranza a livello parlamentare. Senonché il governo italiano dovrà pur esprimere un commissario e lo farà su semplice accordo istituzionale e senza intesa politica. Strano modo di approcciare le istituzioni europee e di porre le basi per una collaborazione con i partner europei: con un opportunistico piede di potere dentro e con l’altro piede politico fuori.

Non intendo fare della dietrologia a tutti i costi, ma questa prospettata dicotomia tra Parlamento e Commissione europea, oltre che essere una contraddizione clamorosa rispetto alle riforme costituzionali sbandierate in Italia (forte rappresentatività e stabile governabilità), mi sembra un antidoto all’eventuale ritorno in campo di Mario Draghi coram populo come presidente della Commissione: per l’Italia non c’è spazio per consociativismi interpartitici ed internazionali. L’esatto contrario di un condiviso rilancio del ruolo della Ue, a cui servirebbe un Draghi, che evidentemente non profetizza in patria.

Non so come finirà la questione della candidatura europea di Giorgia Meloni (muore dalla voglia, ma chi troppo vuole nulla stringe). Sembra che i suoi alleati di governo stiano nicchiando, temano uno schiacciamento eccessivo sulla premier e intendano muoversi con una certa autonomia, tentando di recuperare qualche consenso a livello elettorale e persino di tenersi le mani libere nel futuro Parlamento europeo.

Le elezioni europee purtroppo costituiscono solo una controprova di quelle nazionali, mentre invece dovrebbero avere un loro significato e una loro portata. Durante la campagna elettorale si parlerà di tutto meno che di Europa. I partiti di governo vorranno autopromuoversi e autocelebrarsi dopo oltre un anno di esperienza: al massimo faranno sfoggio di risultati ottenuti in chiave meramente rivendicazionista nei confronti della UE. I partiti di opposizione cercheranno una rivincita non tanto in senso europeistico, ma a livello nazionale. Dell’Europa, in fin dei conti, non frega niente a nessuno, pur sapendo che tutti i problemi passano di lì. E poi l’euroscetticismo è sempre l’illusoria carta di riserva per continuare a considerare la Ue come valvola di sfogo per le nostrane incapacità a governare.

Per Elly Schlein sarà forse l’ultima chance, purché non si intestardisca a giocare la carta europea in senso personalistico e di contrapposizione manichea. Lasci a Giorgia Meloni il compito di tirare fuori le palle (nel duplice senso di bugie e di virilità politica) da uomo dell’anno quale è stata nominata. Si accontenti (si fa per dire) di tirare fuori finalmente i valori, in primis quello dell’europeismo e del federalismo da coniugare con quelli della giustizia sociale, dell’accoglienza agli immigrati, della lotta alle povertà, della ricerca della pace e dell’equilibrio ecologico. Ora o mai più.

 

La paura della pace

L’aula della Camera ha approvato con una serie di consensi e astensioni ‘trasversali’ le risoluzioni che impegnano il governo a proseguire il sostegno, anche attraverso l’invio di armi, all’Ucraina. E nei dem, in particolare, spicca la posizione di tre deputati dem – Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Marianna Madia -che hanno votato sì a tutti gli impegni per l’Ucraina, sia nella risoluzione della maggioranza che in quella di Iv-Azione-Più Europa mentre il gruppo Pd si è astenuto sulle risoluzioni sia della maggioranza, sia dei ‘centristi’ che su quella di senso opposto dei 5 Stelle in cui si è chiesto lo stop all’invio di armi a Kiev. (dal quotidiano “la Repubblica”)

Un ginepraio di risoluzioni in mezzo al quale il Partito Democratico ha nascosto il proprio imbarazzato silenzio sulla guerra in Ucraina: non si possono infatti irritare la Nato e gli Usa, l’Unione Europea non esiste, e allora meglio fare i pesci in barile. Nel momento in cui persino gli Usa cominciano a indietreggiare rispetto alla loro demenziale politica bellica, gli europei, e gli italiani in primis, rischiano di rimanere col cerino acceso in mano e di essere costretti per paradossale inerzia a proseguire l’invio di armi all’Ucraina, finendo col portarla alla distruzione totale dietro l’alibi della difesa dei valori democratici.

Mentre l’attuale maggioranza di governo si è opportunisticamente appiattita (anche Draghi non era da meno) sulla politica americana, il PD, che dovrebbe rappresentare l’alternativa, fa l’opposizione di comodo con la stucchevole inflazione delle richieste di dimissioni a ministri, sottosegretari, parlamentari appartenenti al centro-destra, e non ha il coraggio di distinguersi sulle questioni dirimenti come la guerra.

E pensare che l’opinione pubblica non ne può più di questa deriva bellicistica finalizzata ai profitti dei costruttori e dei trafficanti di armi. In questo caso un po’ di populismo di sinistra non guasterebbe. Invece, eccoli lì, allineati e coperti a reggere la coda occidentale di un mondo vocato allo sfacelo.

Era, quello della pace, un punto su cui aspettavo Elly Schlein all’appuntamento con la storia: l’ennesima delusione! Un pessimo viatico in vista delle prossime elezioni europee. Un motivo per continuare ad astenermi dal voto.

Dacia Maraini ha recentemente sollevato un dubbio per la coscienza degli astensionisti: tanta gente è morta per conquistarci il diritto di voto e noi non lo esercitiamo…

Confesso di essermi commosso e sentito in colpa, anche se questo argomento lo avevo ben presente da sempre. Sentirselo buttato in faccia fa male, anzi dovrebbe fare bene. Senonché mi sono chiesto: il voto conquistato grazie alla morte dei martiri della democrazia è giusto usarlo per giustificare la morte dei martiri della guerra?

Se si profilava per me una “tentazione” di ritorno al voto, con questa manfrina bellicista del PD sono tornato allo splendido isolamento astensionista. Non serve a niente, lo so benissimo. Almeno però, di fronte alla guerra che dilaga, potrò cercare di mettermi il cuore in pace.

 

Il perenne diluvio del dopo Moro

Ho visto l’inchiesta di Report andata in onda su Rai 3. Ne sono uscito molto scosso e turbato, oserei direi sconvolto: l’inchiesta sulla vicenda Moro conferma ulteriormente ed autorevolmente quella convinzione che da tempo mi sono fatta, leggendo (da ultimo il libro “Lei la pagherà cara”), ascoltando (l’ultima inchiesta, quella di Andrea Purgatori), vedendo i film (ultimo quello di Marco Bellocchio) e riflettendo (in base alla mia esperienza politica e ai testi sul pensiero e la vita di questo personaggio gigantesco), su quella  vicenda che ha cambiato e condizionato il corso della storia italiana e non solo italiana.

Moro era nel mirino degli Usa, della Nato e dei servizi segreti americani, israeliani, inglesi, che volevano bloccare la sua operazione politica, vale a dire l’apertura al partito comunista per agevolarne la completa democratizzazione e la partecipazione alla vita democratica in ossequio allo spirito resistenziale e costituzionale.

In questa inchiesta ho ascoltato cose che fanno rabbrividire. Moro sapeva di essere sotto battuta e nessuno lo ha aiutato. Le BR con ogni probabilità infiltrate da spie occidentali, forse addirittura a loro insaputa, sono state protagoniste di un gioco ben più grande, pilotato da forze occulte, molte e di varia natura, unite dall’interesse di chi non voleva assolutamente un nuovo corso politico a livello italiano ed europeo. Gli elementi emersi sono schiaccianti!

Anche la trattativa tra Stato e BR fu probabilmente un espediente per coprire il vero scopo dell’operazione e ottenere la morte di Moro come male necessario agli occhi dell’opinione pubblica: arrivarono persino a squalificarlo come un traditore, un pavido, uno psicopatico alla mercé delle BR.

Mi ha stupito quello che afferma Giovanni Senzani, esponente di primo piano delle BR: mentre loro non avevano capito cosa c’era in gioco e venivano manovrati, Moro aveva capito, fin da prima e fin dall’inizio, molte cose che peraltro ha scritto nel suo memoriale, tranciando, tra l’altro, giudizi agghiaccianti su Andreotti e c. (la lingua batteva dove il suo dente doleva).

Le inchieste hanno risentito di depistaggi, omertà, silenzi, contraddizioni, opportunismi, porcherie etc., tali da non consentire il raggiungimento della verità. Abbiamo vissuto e viviamo una storia virtuale, mentre quella reale ci sfugge!

Anche il Partito comunista non ha capito niente durante il rapimento e dopo il rapimento e la morte di Moro, basti pensare che la Dc e il Pci elessero Cossiga presidente della Repubblica, uomo intelligentissimo e di grande spessore, ma piuttosto invischiato, non so fino a che punto in buona fede, nelle manovre oscure occidentali. Il partito comunista ha due macchie storiche oltre alla tardiva autonomia da Mosca: quella appunto di non aver capito e portato avanti il disegno di Aldo Moro e quella di essersi, assieme alla DC, colpevolmente consegnato alla strategia craxiana, finendo persino con l’accettare la logica di tangentopoli.

Col mio caro ed indimenticabile amico comunista Walter Torelli, ex partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, recriminavamo spesso sul frettoloso abbandono del compromesso storico quale preparazione della terza fase prefigurata da Aldo Moro, che doveva sfociare nel confronto tra le due forze politiche portatrici di valori autentici, vale a dire la Democrazia cristiana e il Partito comunista.  Ci sforzavamo nel nostro piccolo di tenere vive queste prospettive dialogando e collaborando a livello di quartiere. Durante le animate ed approfondite discussioni agli inizi degli anni novanta constatavamo che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema creando un vero e proprio regime, in cui siamo ancora invischiati ed immersi fino al collo in modo riveduto e scorretto.

La politica ancor oggi risente, oserei dire irrimediabilmente, di questa violenta frattura inferta alla storia con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Io sono orgoglioso di essere stato da subito favorevole alla liberazione di Moro, sentivo che c’era in gioco qualcosa di fondamentale, anche se capisco oggi che la trattativa poteva essere fasulla e la sua morte era segnata fin dall’inizio per difendere gli equilibri internazionali in favore dell’Occidente. Valeva però la pena di provare a salvare assieme alla sua vita l’avvenire democratico dell’Italia. La questione invece venne male impostata e si pensò di difendere l’integrità delle istituzioni democratiche rifiutando ogni e qualsiasi ipotesi di scambio. Persino papa Paolo VI venne stoppato nel suo tentativo di aprire un canale di dialogo con i terroristi.

In conclusione dell’inchiesta di Report vengono riportate le parole di Kissinger: roba vomitevole, altro che grande politico e grande diplomatico. Un delinquente! Persino Obama non esce bene dagli strascichi investigativi e giudiziari della vicenda Moro (la realpolitik sovrasta tutto…).

Moro aveva la lucida e coraggiosa intenzione di lavorare per l’evoluzione della storia italiana ed europea verso un superamento dei blocchi contrapposti e per un equilibrio fondato sulla pace e sulla giustizia: l’Italia ipotizzata da Moro non era certo quella attuale, così come l’Europa a cui lui pensava. Non accozzaglie di burattini, ma autentici protagonisti della storia.

Questa inchiesta mette in fila un po’ tutto e apre uno squarcio nel buio della storia. C’è da soffrire, ma meglio soffrire per cercare la verità che accodarsi alle narrazioni di comodo.

Report è l’unica trasmissione Rai superstite rispetto alla pulizia di regime avviata da questo governo (l’altro giorno mi sono imbattuto occasionalmente nel TG di Italia uno, rete Mediaset: molto meglio sul piano professionale e dell’obiettività rispetto all’informazione Rai. É tutto dire…).

Il rapimento e la morte di Moro sono argomenti che mi coinvolgono troppo: me li sento addosso. Non penso di esagerare. Se fosse rimasto in vita, Bettino Craxi avrebbe fatto solo il pesce in barile, mentre purtroppo questo ruolo lo svolsero la DC e il Pci ricattati a Roma e in periferia e coinvolti nella deriva distruttiva della corruzione politica fatta sistema. Silvio Berlusconi forse non avrebbe costruito il suo impero mediatico con l’aiuto del socialista Craxi e di certo non sarebbe sceso in politica, ma sarebbe rimasto nei bassifondi della peggiore imprenditorialità. Non avremmo la peggiore destra possibile e immaginabile a sgovernare il Paese. Non avremmo una sinistra imbelle capace solo di stucchevoli polemiche, che ha perso contatti con il (suo) popolo. Non avremmo nemmeno un astensionismo elettorale che viaggia ormai intorno al 50%. L’Europa anziché fare da servo sciocco degli Usa e della Nato avrebbe potuto e potrebbe dire la sua. I cattolici e i comunisti avrebbero espresso il meglio della loro storia a servizio del Paese. Un’altra Italia! Lasciatemela almeno immaginare!

 

I pesci nel pantano

Raccontata dai media fa (quasi) sorridere, vista in televisione fa venire i brividi, (non) commentata da Fratelli d’Italia fa ribrezzo.

Mi riferisco all’adunata fascista del 07 gennaio scorso in ricordo della Strage di Acca Larenzia: il pluriomicidio a sfondo politico avvenuto a Roma il 7 gennaio 1978, ad opera di un gruppo armato afferente alla sinistra, nel quale furono uccisi due giovani attivisti di destra appartenenti al Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, assassinati davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larenzia, nel quartiere Tuscolano. A tali fatti è strettamente legata la morte di un terzo attivista della destra sociale, Stefano Recchioni, ucciso qualche ora dopo negli scontri con le forze dell’ordine avvenuti durante una manifestazione di protesta organizzata sul luogo stesso dell’agguato. L’agguato, rivendicato dai Nuclei armati per il contropotere territoriale, contribuì a una degenerazione della violenza politica e dell’odio ideologico tra le opposte fazioni estremiste negli anni di piombo, oltre che al mantenimento di uno stato di tensione caratteristico della prima repubblica. (da Wikipedia)

Non si discute il diritto di commemorare le vittime di questo fatto di violenza politica. Si discute il modo, vale a dire una vera e propria apologia del partito fascista, peraltro espressamente vietata dalla legge. La polizia, come al solito, non è intervenuta, la magistratura forse interverrà. Non è questo però l’aspetto principale dell’inaccettabile evento politico. Stupisce il clima di omertosa indifferenza antistorica entro cui si stanno ringalluzzendo le manifestazioni di estremismo neofascista.

Quando a scuola arriva un insegnante supplente, che dimostra di non avere padronanza della materia, capacità di guidare la classe e volontà di affrontare la situazione, gli alunni si scatenano, fiutano l’aria permissiva e si lasciano andare alla più sfrenata indisciplina. Sta succedendo così con la supplente Giorgia Meloni al governo del Paese, di cui non può incarnare lo spirito antifascista, resistenziale e costituzionale, perché ha studiato e vissuto un’altra materia, quella del neofascismo o del postfascismo di Giorgio Almirante e c.

I nostalgici lo hanno capito e si comportano di conseguenza, si sentono in libera uscita e sfogano i loro istinti antistorici con rinvigorita sfacciataggine, sicuri di una sorta di impunità etico-culturale, di tacita simpatia politica e di silenzio giudiziario.

È perfettamente inutile chiedere a Giorgia Meloni di condannare queste manifestazioni neofasciste: la botte dà il vino che ha e nella botte meloniana non c’è vino antifascista. Il suo alleato forzista fa i salti mortali per distinguersi, ma lo fa con tale imbarazzo e goffaggine da rendere ancora più viziata l’aria democratica. Matteo Salvini ha ben altro da farsi perdonare e quindi lascia fare.

L’opposizione di sinistra dovrebbe impegnarsi a dimostrare che il neofascismo è nel DNA meloniano, non tanto partendo dalle vergognose pagliacciate di cui sopra, ma dai contenuti di un’azione di governo, che rispecchiano fedelmente l’eredità accettata senza beneficio d’inventario e trasfusa, furbescamente ma scopertamente, nella strategia e nelle tattiche adottate in senso corporativo, populista e sovranista.

L’argomento snobistico dell’antifascismo che non tira voti può avere un fondo di verità, se l’antifascismo rimane un puro marchio elettorale. Se invece diventa la cartina di tornasole per distinguere nei fatti la politica di destra da quella di sinistra, è tutto da recuperare a livello di metodo e di metro di giudizio.

In conclusione, le manifestazioni di stampo fascista, che stanno prendendo ancor più piede rispetto al passato, sono, senza alcun dubbio, gravi per loro stesse, ma soprattutto sono sintomo di un malessere storico che ci sta avvolgendo: l’acqua del pantano politico non è inquinata dai pesci che vi nuotano, ma dagli acquacoltori che li curano, li mantengono in salute e li alimentano.

 

 

 

L’esercito dello sfacelo anti-bergogliano

Da un articolo apparso sul sito del quotidiano La stampa apprendo che in Italia esisterebbe un gruppo di sei-sette sacerdoti che apertamente non riconoscono Papa Francesco e si definiscono parte del ‘sodalizio mariano’. Si tratta di ex-sacerdoti (almeno alcuni sono tali), che rifiutano Papa Bergoglio e che sostengono che il loro vero Papa è stato solo Ratzinger. Fin qui niente di drammatico: puro folklore fisiologico. Sono contrario tuttavia alla loro scomunica, che rimane un atto odioso e oltre tutto controproducente, in quanto favorisce il loro vittimismo e la loro inopinata penosa propaganda. Dopo essersi vantati delle loro posizioni disubbidienti, aggiungono infatti: “Un po’ di amarezza nel cuore c’è, per questa cecità e questa durezza da parte di colei che dovrebbe essere una madre, la Chiesa. Dovrebbe essere materna e in realtà è una tiranna”. Da un certo punto di vista non hanno tutti i torti, anche se questa loro amarezza è a senso unico: non penso infatti che la esprimano anche per i preti del dissenso “a sinistra”. Rivendicano tolleranza per i tradizionalisti e non certo per i progressisti.

Sempre lo stesso articolo de La stampa mette un po’ di veleno nella coda. Per ricordare Papa Benedetto XVI, nel primo anniversario della morte, c’è stato il 31 dicembre un evento in Vaticano. In questo caso nessuna voce scismatica, ma le critiche a Papa Francesco non sono mancate. Come quelle dell’ex Prefetto della Dottrina della Fede Gerhard Mueller, il quale ha ribadito che “con Benedetto XVI le benedizioni delle coppie gay non sarebbero mai state possibili”. E a chi gli chiedeva se questa posizione non fosse una presa di distanza da Francesco, il cardinale tedesco ha replicato: “Il Vaticano non è l’Unione Sovietica né una monarchia dove c’è uno che decide per tutti e gli altri fanno la Corte”.

Qui il discorso si complica. Rimane comunque valida l’adozione faziosa del metodo democratico solo quando fa comodo. È molto evidente la strumentalizzazione del ricordo di papa Ratzinger in chiave anti-bergogliana. Dobbiamo essere grati a Benedetto XVI, che in vita non si è prestato (salvo un piccolo incidente ben presto rientrato) a fare da sponda alle manovre tradizionaliste e conservatrici. Ora, da morto, non può evitarle, anche se sono convintissimo che ne farebbe volentieri a meno perché finiscono per deturpare il suo papato e soprattutto il suo alto magistero. Papa Francesco vede, sente e, probabilmente e giustamente, se ne frega. Li ha fatti incazzare con la benedizione delle unioni gay: non so se sia stato un ballon d’essai o l’inizio di un ripensamento misericordioso. Ha buttato comunque un bel sasso in piccionaia. Spero non si tratti di canto del cigno…

I sintomi dell’isolamento di papa Francesco tendono ad aumentare; forse gli oppositori al momento appaiono come un’armata Brancaleone di stampo clerico-fascista ben mascherata con argomenti pseudo-teologici, che va dalle eminenze rosso-grige ai finti puritani statunitensi, dai parvenu africani ai bidoni laicali destrorsi; forse  sentono l’odore del sangue in vista del prossimo conclave; forse capiscono che il Papa è molto più furbo di quanto si possa immaginare e ha molte buone frecce al proprio arco; forse stanno cercando i giusti coaguli gerarchici e i necessari collegamenti con la base per una battaglia di retroguardia da scatenare al momento opportuno.

Bergoglio evita di pronunciarsi su dogmatiche questioni dirimenti, ripiega (si fa per dire) sui valori evangelici, sullo stile comunitario e sui diritti di tutti gli uomini. Un po’ come fa Sergio Mattarella nella politica italiana. Entrambi parlano a nuora perché suocera intenda. Non ho idea se l’attuale papa stia pensando seriamente alle dimissioni. Anche qui la somiglianza con Mattarella è notevole: entrambi sono consapevoli che esista il rischio del diluvio dopo di loro. L’auspicio è che rimangano al loro posto, a meno che non abbiano qualche sponda segreta. Il discorso vale per Francesco (vedi Spirito Santo), ma ha meno probabilità per il Capo dello Stato (però lo Spirito Santo dovrebbe esserci anche per lui).

 

Cavare la politica dal nulla

Cosa rimane del nulla della conferenza stampa di Giorgia Meloni? Il nulla dell’indovinello su chi siano i poteri forti che tentano di condizionarla e il nulla di un confronto al femminile fra il suo nulla e quello di Elly Schlein. Tanto rumore per nulla!

Non c’è alcun bisogno di condizionare e tanto meno ricattare la premier. Si condiziona e si ricatta da sola, si guarda allo specchio, si riascolta e si accorge di essere la più bella del peggior reame politico. Chi volete mai che tenti di dissuaderla da una simile convinzione? Meglio lasciarla bollire nel suo brodo in cui si può cuocere tutto e il contrario di tutto.

Non c’è alcun bisogno di mettere a confronto due donne in carriera che scimmiottano gli uomini autoincoronandosi leader (di cosa non è dato sapere…). Non c’è alcun bisogno di ascoltare le ipotesi di entrambe senza possibilità di arrivare alle loro inesistenti tesi. Non ho idea di chi uscirà vincente da questo penoso duello, so che ne uscirà perdente la politica.

Ai tempi dello scontro fra Berlusconi e Prodi, Roberto Benigni disse in Rai (allora si poteva ancora starci) di voler essere imparziale e aggiunse: “Berlusconi non mi piace!”. Potrei fare così anch’io e gridare: “Meloni? Non la prendo nemmeno in considerazione!”. Quanto alla sua competitor posso solo dire di essere orgoglioso di non averla votata alle primarie del PD, anche se nutrivo una speranzella che si è sciolta come neve al sole.

Conviene a Elly Schlein azzardare questo dibattito? Non saprei… Occorre stare molto attenti alla competenza e credibilità dell’interlocutore, perché può succedere come a scuola: quando si viene interrogati assieme ad un compagno impreparato che spara risposte alla viva il parroco, si finisce con l’essere coinvolti in una deriva da cui si esce squalificati a vita. È impossibile giocare bene in una partita di calcio contro una squadra balorda, che non sa fare altro che buttare la palla in tribuna, sgambettare l’avversario, entrare a gamba tesa e protestare contro l’arbitro. Si finisce con l’essere tutti sommersi dai fischi del pubblico.

Mia sorella Lucia amava la musica. Questa passione, ereditata da papà, incombeva sulla sua vita: soprattutto l’opera lirica, il melodramma verdiano in particolare, ha condito ed alimentato il suo animo. Una passione abbinata a competenza acquisita sul campo. Mi raccontava come una volta ebbe l’ardire di attaccare discorso musicale con un frate effettivamente molto preparato dal punto di vista musicale, persona amabile ma piuttosto originale. Prima di interloquire volle fare una rapida verifica e chiese ad un suo collega garanzie sulla affidabilità di mia sorella in materia di opera lirica. Solo dopo avere avute le rassicurazioni del caso, proseguì il dialogo. In materia musicale infatti non si scherza. Tutti possono improvvisarsi allenatori di calcio, ma non direttori d’orchestra. Oggi purtroppo tutti si improvvisano protagonisti, addirittura leader, della politica.

Chi è stato a lanciare la sfida? Elly Schlein, probabilmente presa da delirio di onnipotenza o nella speranza che l’interlocutrice rifiutasse in risposta al rifiuto di partecipare alla festa di Atreiu. Invece ha accettato, e adesso? Buona fortuna!

Mi riprometto di evitare di assistere al duello. Un tempo era vietato battersi a duello ed era vietato anche fare da testimoni ai duellanti. Generalmente ci si sfidava per motivi d’onore. Per quanto mi riguarda quella sera mi eclisserò proprio per motivi d’onore e a costo di passare per uno snob, vale a dire una persona che nell’atteggiamento o nel comportamento ostenta aristocrazia, spesso eccentrica, e non di rado ridicola distinzione e raffinatezza, nel tentativo di identificarsi con una categoria sociale superiore. Pensatela come volete: meglio snob che semplice tifoso.

Oltre tutto non guardo mai le partite di cui si conosce già il risultato, non c’è gusto… Nel caso di Meloni vs Schlein il risultato è scontato: il nulla batte la politica due a zero.

 

Il casino totale o il casino mirato

Due bombe fra la folla che accorreva alla commemorazione del generale Qassem Soleiman, nel quarto anniversario del raid mirato ordinato dagli Usa. Con Gaza sotto le bombe israeliane, doveva essere per Teheran l’occasione per celebrare – assieme al generale delle Forze Quds falciato da un drone all’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020 ­– la resistenza dell’Iran e di tutto il fronte sciita contro l’Occidente. Per questo le 103 vittime e gli oltre 210 feriti fra la folla che accorreva al cimitero dei martiri a Kerman, la terra d’origine del capo Pasdaran, più che un nuovo, terrificante attentato sembrano la miccia per un “casus belli” capace di coinvolgere tutto il Medio Oriente.

Scarne note di cronaca riescono a bucare lo sconcerto e la rabbia degli apparati di regime. Non a fugare i dubbi su dinamica e mandanti di un secondo 3 gennaio di morte per gli iraniani. Due esplosioni, a breve distanza, la prima a 700 metri dal mausoleo di Soleimani; la seconda a un chilometro ma al di fuori del percorso dei pellegrini. La conferma alle prime ricostruzioni dei media locali viene dal capo della Mezzaluna Rossa della provincia di Kerman, Reza Fallah, che riferisce pure di difficoltà nel soccorrere i molti feriti a causa delle strade bloccate dalla grande folla: «Non è chiaro se l’esplosione sia stata dovuta a bombole di gas o ad un attacco terroristico». Detonazioni che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state azionate a distanza. Si indaga, su un attacco imprevisto: una pugnalata alle spalle che accende violente accuse e sospetti. Il vice governatore di Kerman è il primo a dichiarare alla tv di Stato che si tratta di «attacco terroristico». Gli autori dell’esplosione nel cimitero di Kerman «sono mercenari di potenze arroganti e saranno certamente puniti» afferma il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Ejei. Con questo termine il regime definisce gli Stati Uniti e i suoi alleati mentre il deputato Hossein Jalali punta il dito contro Israele, «sicuramente uno dei responsabili» delle due esplosioni. Accusa ribadita dal vicepresidente iraniano Mohammad Mokhber secondo cui «le mani del regime sionista hanno versato il sangue di cittadini innocenti». Intanto si deve indagare ancora per cercare prove certe sui mandanti, fa sapere il governo iraniano, ma la pugnalata alla schiena lascia per ora senza fiato il regime di Teheran come tutto il fronte sciita.

Non ci sono rivendicazioni. In molti a Teheran ipotizzano, però, che ci sia un legame tra l’attacco di ieri a Kerman, l’attentato di martedì a Beirut nel quale è morto il numero due di Hamas, Saleh al-Arouri, e l’uccisione a Natale, in un raid contro un sobborgo di Damasco, di Sayyed Razi Mousavi, comandante dei pasdaran iraniani in Siria. Un attacco quello al Kerman che provocherà di certo una risposta da parte del regime di Teheran che si cerca di ponderare per non cadere nei tranelli di un domino mediorientale dagli esiti incontrollabili.
Mentre il leader dell’Hezbollah libanese Nasrallah, dopo le condoglianze rimanda a venerdì un suo giudizio per l’attacco a Kerman, il presidente iraniano Ebrahim Raisi promette che «gli autori di questo atto vigliacco saranno presto identificati e puniti» perché sono azioni che «non potranno mai turbare la solida determinazione della nazione iraniana». Le due esplosioni a Kerman «sono crimini commessi dai nemici dell’Iran e dai mercenari del terrorismo e dell’oscurità», conclude Raisi. Soli i ribelli Houti lanciano precise accuse: «Gli Usa e Israele falliranno nei loro tentativi di creare insicurezza e instabilità in Iran». Un messaggio di cordoglio alle autorità iraniane è giunto ieri dal presidente russo Vladimir Putin che ha condannato gli attentati «scioccanti nella loro crudeltà e cinismo». Pure Erdogan fa sapere di essere profondamente rattristato per «l’atroce attacco terroristico». Ferma la condanna pure dal segretario Onu Guterres. (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Geronico)

La lucida analisi di cui sopra (l’ho riportata integralmente perché merita di essere letta e meditata) mi porta ad una amara e desolante riflessione. I casi sono due: o la confusione internazionale regna talmente sovrana da essere ormai al di fuori di ogni controllo dei governi direttamente o indirettamente coinvolti negli scenari di guerra oppure siamo in presenza di un disegno folle preordinato a sconvolgere tutto il mondo per poi chissà quale nuovo equilibrio costruire sulle macerie. Sicuramente, come va ripetendo fino alla noia papa Francesco, siamo in presenza di una guerra mondiale a pezzi, non vorrei che si trattasse anche di una sorta di bomba atomica a pezzi.

Mentre la follia politico-religiosa di certo mondo arabo (compreso il ritrovato eventuale protagonismo dell’Isis) non mi sorprende più di tanto, non riesco sinceramente a capire e soprattutto ad accettare il casino che sta provocando Israele con l’omertosa inerzia statunitense. Dove vogliono parare non è dato comprendere. Si sta profilando una guerra totale e permanente che prima o poi ci coinvolgerà tutti. Aggiungiamoci lo spettro di una vittoria elettorale trumpiana alle prossime elezioni americane e la frittata è fatta. Se un vincitore almeno virtuale si può intravedere, quello è Vladimir Putin che è riuscito a sconvolgere tutto il mondo e a galleggiare sulle acque di uno tsunami permanente.

Gli Usa devono fermare il mondo perché voglio scendere e non credo di essere l’unico ad avere questo pressante desiderio. Osservando la realtà da tutti i punti di vista e da tutti gli angoli visuali si ha la sensazione di una incontenibile incombente distruzione che non lascia scampo a qualsivoglia intento di ricostruzione. Parlando con amici e conoscenti, la domanda di rito è diventata: avremo toccato il fondo del barile? Riusciremo a risalire? Ogni giorno che passa il fondo si allontana e la risalita appare impossibile. Vale per l’Italia e il resto del mondo. Vale per la politica e il resto delle umane relazioni.

L’unica risposta alla demoniaca follia degli attuali governanti sparsi per il mondo è la Santa Follia di Giorgio La Pira, che pregava con le suore di clausura per poi dialogare con i potenti di turno: chissà quali cataclismi bellici ci avrà risparmiato in passato! Continui dall’aldilà a provocarci e ad indicarci una via d’uscita!

 

Il controcanto Amato ma detestato

L’intervista rilasciata, alcuni giorni or sono, da Giuliano Amato a Simonetta Fiori de la Repubblica mi era sfuggita. Sono andato a leggerla incuriosito dalla sgarbata invettiva meloniana contro Amato, al punto da indurre lo stesso a lasciare immediatamente la commissione governativa sulle intelligenze artificiali in cui era stato inserito.

La premier non solo ha scorrettamente ed erroneamente sintetizzato in poche parole il contenuto di questa intervista, ma ha approfittato dell’occasione per liberarsi di un personaggio scomodo, dimostrando, ancora una volta, la sua sbrigativa e pericolosa prepotenza, frutto di ignoranza e di timore del confronto delle idee.

Penso valga la pena riprendere di seguito testualmente questa intervista che ha tanto irritato la premier e che oso definire un piccolo capolavoro di analisi politica. Penso possa essere considerata una sorta di ficcante controcanto intellettuale rispetto al noioso canto analfabeta della premier.

Leggendola e rileggendola capisco la “rabbia” di Giorgia Meloni per essersi tirata in casa un cliente così scomodo ed autorevole. Ha colto la palla al balzo e lo ha attaccato con una delle tante boutade propinate durante la chilometrica conferenza stampa di inizio anno. Amato ha capito l’antifona e se ne è andato in buon ordine. Con questa destra infatti non si può prendere nemmeno un caffè.

 

«Guardo all’anno nuovo con una buona dose di apprensione. Per la nostra destra populista che non riesce a non esserlo, per l’assenza di un’opposizione capace di contenerla, per la somma di fragilità democratiche antiche e recenti che pesa sul nostro paese. Le democrazie possono finire senza tanto clamore, come è già successo anche di recente in Europa. E questa fine ha sempre un inizio».

Prima il manifesto politico della destra italiana emerso dall’appuntamento di Atreju, poi il voto contrario al Mes e all’Europa. Giuliano Amato riflette con preoccupazione sul movimento nazionalpopulista di Giorgia Meloni, il cui trasloco verso una destra moderata gli appare sempre più difficile, in un’Italia storicamente poco abituata alla democrazia.

«Quella di Fratelli d’Italia e della Lega continuiamo a chiamarla destra, ma di sicuro non ha la cultura politica di Reagan né della Thatcher né di Major, con cui mi è capitato di lavorare. È un’altra cosa, che ha che fare con l’ideologia dell’ostilità e del rancore. Ed è ancora più complicato sradicarla».

Perché sono destre diverse?

«Quella di Reagan e Thatcher stava con i ricchi, non perché si disinteressasse dei poveri ma perché riteneva che gli ultimi avrebbero tratto benefici dalla mano libera lasciata ai grandi imprenditori. È la dottrina del trickle down: la ricchezza dall’alto sgocciola sul resto della società, per questo bisogna lasciare che il mercato si prenda cura di se stesso, senza troppi vincoli. Poi abbiamo visto che non è finita bene».

Questa destra radicale parla invece in nome del popolo.

«È scaturita proprio dalla crisi economica e sociale creata da quell’altra destra liberista. L’ideologia del trickle down ha aumentato le diseguaglianze e non ha certo fermato la povertà, ridotta sul piano globale ma accresciuta nei paesi più sviluppati. Ed è proprio qui, in Europa e negli Stati Uniti, che ha messo le sue radici la nuova destra populista, la quale non si nutre più della spinta dei ceti più ricchi ma di un’energia opposta che ricava agitando la bandiera dei perdenti».

È la destra anti-establishment.

«Sì, quella che dice agli ultimi “io sto con te, io ti rappresento”, erigendosi a partito degli scontenti. Sulla scena mondiale Trump ne è forse l’espressione maggiore, ma in Italia Giorgia Meloni è stata capace di mettere a punto un metodo politico non meno efficace perché capace di raccogliere scontentezze di varia natura: i perdenti di una battaglia lontana, i nostalgici di un fascismo che non c’è più, e i perdenti di oggi, quell’enorme prateria del rancore alimentato dal disagio economico e sociale, oltre che dall’insofferenza per i nuovi diritti».

Dalla kermesse di Atreju è emerso con chiarezza il manifesto ideologico della destra italiana.

«Nel suo discorso conclusivo, la presidente del Consiglio ha elencato la lista dei nemici, ossia i trasgressori di un ordine esistenziale e valoriale su cui si fonda la vita dei suoi elettori nei ceti medio bassi. Chi compare nella lista nera? Quelli con il reddito di cittadinanza, perché io posso pure guadagnare poco perché non sono un professionista, ma non è giusto che tu che non fai nulla percepisca più di me. Così come mi risulta intollerabile che un migrante occupi abusivamente una casa popolare o un carcerato venga messo in libertà solo perché obeso e in cella non può essere curato: questi sono delinquenti, devono marcire in galera! E gli omosessuali? Tutta questa confusione tra due mamme, due papà, i figli arcobaleno fatti nascere nei modi più strani: e i valori tradizionali che reggono le nostre vite? Ecco, agli occhi degli elettori della destra populista questi da me elencati sono tutti esempi insopportabili di trasgressione».

Accade non solo in Italia. I nuovi diritti stentano a essere riconosciuti là dove manca la libertà dal bisogno. Se sono in difficoltà, non mi preoccupo dei carcerati o dei migranti.

«Questo è vero. È difficile che le maggioranze mostrino sensibilità per quelli che sono stati definiti “diritti postmateriali” quando “i diritti materiali” non sono stati ancora soddisfatti. Ma sa questo cosa significa?».

Viene guardato con ostilità anche chi difende i diritti delle minoranze.

«Proprio così. È percepita come un nemico anche la Corte Costituzionale, ossia il più alto organo di garanzia della Carta il cui compito è garantire anche i diritti di carcerati, migranti, omosessuali. Agli occhi degli elettori della destra populista le Corti finiscono per apparire espressione e garanzia di quelle minoranze che turbano il loro ordine e i loro valori. Quindi sono nemici, perché la maggioranza che sta con me è il popolo e gli altri che non la pensano come me sono avversari da combattere. L’abbiamo visto in Ungheria e in Polonia: le prime ad essere messe nella lista nera sono state le Corti europee, poi le Corti nazionali. Perché se queste appaiono come nemiche della collettività, una politica che protegge il popolo e i suoi valori è autorizzata a sottometterle alla volontà del governo».

Qualche anno fa lei era a New York con un importante costituzionalista polacco quando sul suo cellulare comparve una notizia drammatica.

«Sì, era Wojciech Sadurski. Il governo del suo paese aveva impedito la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale di una sentenza della Corte Costituzionale, con l’effetto di paralizzarla. Queste cose un bel giorno cominciano. E poi proseguono».

Può succedere anche da noi?

«Non c’è nulla che lo impedisca. Da noi ora è ritenuto inconcepibile, ma potrebbe accadere. Se accadesse, dovrebbe uscirne un procedimento per attentato alla Costituzione, il reato più grave che esista, ma un governo che arriva a fermare una sentenza della Corte Costituzionale si sente abbastanza forte: sa che può farlo senza suscitare le rivolte di piazza. Questo segnerebbe un cambiamento profondo, la fine della democrazia. Ma quella fine ha sempre un inizio».

La nostra Corte Costituzionale è stata già oggetto di attacchi. Nel libro che lei ha scritto con Donatella Stasio “Storie di diritti e di democrazia”, colpisce l’accusa ripetutamente rivolta ai magistrati costituzionali quando hanno scelto di uscire dal Palazzo della Consulta per andare nelle scuole e nelle carceri: l’accusa era quella di cercare il consenso, quindi sostanzialmente di fare politica.

«Questa accusa ci è stata rivolta soprattutto dai giudici e dai costituzionalisti più conservatori, un mondo sulla cui persistente capacità di dominio la destra populista conta».

Anche i giornali della destra sovranista, all’epoca del governo Lega-Cinquestelle, vi hanno accusato di voler assestare una bastonata alle politiche di Salvini.

«Sì, l’attacco alla Corte è già cominciato, perbacco! È successo ogni volta che le nostre sentenze garantivano coloro che prima abbiamo definito “i trasgressori”, le minoranze percepite come nemiche».

E quando poche settimane fa è stato nominato Augusto Barbera alla guida della Consulta, uno dei più attivi esponenti del centro-destra, Maurizio Gasparri, ha definito alcune sentenze della Corte «più simili a un volantino di propaganda che a un trattato di diritto». È stato il suo benvenuto al neo presidente.

«Non è facile a chi muove queste critiche trovare una sola sentenza della Corte che sia propaganda. Però c’è chi cerca di crearne il clima. Quindi ha fatto bene la Corte – e farà bene a continuare a farlo – a far conoscere il suo lavoro ai cittadini, missione connaturata alla funzione originaria: le Corti costituzionali rappresentano una difesa della Carta contro le maggioranze, tutte le volte che le maggioranze escono dal seminato costituzionale».

Perché questa destra populista fa fatica a riconoscersi nella Carta?

«Direi meglio: fa fatica a riconoscersi in alcune interpretazioni evolutive, quelle che garantiscono i nuovi diritti».

Ma anche verso la Carta c’è grande insofferenza. La riforma sul premierato elettivo ha l’effetto di stravolgere il sistema parlamentare democratico previsto dalla Costituzione.

«Sì, questo è vero. E infatti è difficile trovare un costituzionalista che l’approvi. A tutte le obiezioni che abbiamo già formulato, potrei aggiungere che si tratta di una vera frode per gli elettori. La presidente Meloni continua a sostenere che il premierato elettivo metterà fine ai ricatti dei partiti perché finalmente saranno gli elettori a decidere la formazione del governo. Invece è vero il contrario! Questa riforma consente ai partiti il massimo potere di ricatto perché il premier eletto dagli elettori ricava solo l’incarico e prima di avere la fiducia del Parlamento deve aver nominato i ministri. Ergo, nella notte dei lunghi coltelli, saranno i partiti a mercanteggiare ministeri e posti di comando: o mi dai gli Interni o ti scordi la fiducia. Suppongo che questo marchingegno privo di coerenza sia stato imposto da Salvini, ovvero dal secondo partito, perché contraddice quanto detto dalla presidente».

Una maggioranza così costituita è capace di governare il futuro?

«Finora la destra populista s’è dimostrata capace di dare risposte più simboliche che reali e concretamente orientate al futuro. Messa davanti alle decisioni, fa fatica a far quadrare le esigenze del buon governo con le istanze nazionalpopuliste, in qualche caso premoderne, proprie di un partito d’opposizione. E il bravo Giorgetti è la figura tragica di questa contraddizione: la storia del voto contrario al Mes l’ha vissuta in questa chiave».

Si allontana la possibilità che questa destra approdi a una sponda conservatrice moderata?

«Mi pare un trasloco difficile, anche perché si articola in un duplice spostamento: da una parte il taglio con le radici fasciste, incompatibili con la cultura di una destra conservatrice europea; dall’altra l’abbandono dell’ossessione del nemico e dei toni bellicosi, tipici di chi rappresenta solo risentimento, come ha ben scritto Galli della Loggia. Nella cultura della destra conservatrice vi sono i valori della tradizione, ma anche alcuni principi democratici ineludibili: i benefici penitenziari per consentire alla pena di avere i suoi effetti rieducativi, il divieto di discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale, politiche di integrazione per gli immigrati soprattutto in una fase di inverno demografico. In più, perché Fratelli d’Italia e Lega cambino natura, occorre anche una competizione con l’opposizione che al momento non vedo».

Tocca all’opposizione cambiare questa destra?

«All’opposizione spetta cambiare innanzitutto se stessa, mettendo in seria difficoltà l’avversario politico. Perché altrimenti, se davanti a sé non percepisce ostacoli, la destra populista continua a essere come è: non corre certo il rischio di perdere!».

Il Pd di Schlein non è all’altezza della sfida?

«Intendiamoci, non è facile combattere un avversario politico al quale, per dire di sì agli scontenti, basta stare in Tv o sui social. Per creare una società migliore devi convincere anche a rinunce e per farlo devi andare tra la gente, discutere, farti valere. Lo fa il Pd?».

Il partito democratico potrebbe guardare a un centro politico che è stato svuotato dalla destra populista?

«Sì, il Pd potrebbe conquistarlo prospettando credibili disegni di una nuova società. È anche una questione di linguaggio. Allo stile gladiatorio della destra populista fa eco un analogo “linguaggio contro” dell’opposizione. Conquistare il centro significa inoltre fare i conti con quei valori tradizionali che sono lasciati solo alla destra: è vero che sono i valori che Putin accusa le società occidentali di aver ripudiato, ma – siamo onesti! – le lucciole scomparse di Pasolini erano in parte quei valori, cancellati secondo lui dall’individualismo sfrenato promosso dai consumi. Vogliamo tornare a cercare un punto di incontro?».

Dai suoi interventi più recenti emerge una crescente preoccupazione per la fragilità della nostra democrazia, di cui la destra populista è forse il sintomo più grave.

«Alle fragilità antiche proprie di una democrazia immatura – la non abitudine alla democrazia – se ne sono aggiunte di nuove che sono tipiche della democrazia matura, frutto di un malessere sociale che non trova risposte. Oggi ci ritroviamo prigionieri di una somma di fragilità da cui è difficile uscire. La storia di Italia ci aiuta a capire come ci siamo ridotti in questo modo. Non mi riferisco solo ai vent’anni di fascismo ma anche a un lungo dopoguerra in cui il partito maggiore della sinistra è stato congelato all’opposizione. E, per tenere alte le barriere anti Pci, nelle menti più perverse fu concepito l’impensabile, perfino le stragi di Stato. Mi ricordo quel che mi disse una volta il cardinal Ruini: “Sa, per combattere il comunismo, di acqua sporca ne abbiamo fatta passare tanta”. E vuole che questa acqua sporca non abbia infragilito le fondamenta della nostra democrazia?».

È evidente. Ma continui.

«Quando poi il sistema politico italiano è imploso con Tangentopoli, in molti hanno dato la colpa alla procura di Milano, accusata di aver forzato la mano. Può darsi. Ma già allora io sostenevo che l’albero abbattuto da Mani Pulite aveva le radici fradice. E quindi è bastato toccarlo per farlo cadere. Al di sotto c’era solo terriccio da cui sono emerse figure di serie B, poi promosse in A, ma non è la politica di una liberaldemocrazia quella che ne esce fuori».

Anche il fatto di non avere mai avuto una “destra normale” – così la chiamava Vittorio Foa – è un segno della nostra democrazia fragile?

«Ma certo. Noi non siamo riusciti a sviluppare una destra conservatrice come Dio comanda: non ci è riuscito Silvio Berlusconi, la cui carica seduttiva molto ispirata dai suoi affari si è esaurita insieme alla sua persona: morto lui, Forza Italia ha perso il suo impulso vitale. E non ci è riuscito Gianfranco Fini, il cui progetto di una destra repubblicana e costituzionale ho seguito con grande interesse. Ma anche andando indietro nella storia d’Italia, dopo Cavour abbiamo avuto sì grandi figure di centro capaci di capire la sinistra – penso a Francesco Saverio Nitti e Luigi Einaudi – ma essi costruirono dei ponti che pochissimi hanno poi voluto attraversare. E sono rimasti come luminosi esempi di cultura politica più che come artefici di una nuova Italia».

Lei dice: non sono stati capaci loro, figuriamoci se ora ci riesce il personale politico di oggi.

«Sarebbe sperabile, tuttavia non nascondo il mio pessimismo. Anche perché a novembre potremmo avere di nuovo Trump alla Casa Bianca. Ma per non esagerare con il buonumore direi oggi di fermarci qua, e di non parlare del brutto mondo che abbiamo intorno».

 

Udite, udite cosa ha capito o, per meglio dire, cosa ha fatto finta di capire Giorgia Meloni di questa intervista: «Non ho nulla da dire nello specifico al professor Amato, sono rimasta francamente basita dalle dichiarazioni che riguardano la Corte Costituzionale. Si pone il problema perché entro il 2024 il Parlamento, che oggi ha una maggioranza di centrodestra, deve nominare 4 giudici della Corte Costituzionale, quindi ci sarebbe “il rischio di una deriva autoritaria”. Questa idea per cui quando vince la sinistra deve poter esercitare tutte le prerogative e quando vince la destra no, temo necessiti di alcune modifiche costituzionali, credo sia una deriva autoritaria pensare che chi vince le elezioni non abbia le stesse prerogative della sinistra». A questo punto mi sento di concludere con riferimento alla premier: c’è o ci fa?

 

 

Grazie, prego, grazie, scusi, resterò

La locuzione quarto potere si riferisce, in sociologia, alla funzione dei mezzi di comunicazione di massa come strumenti della vita democratica, che notoriamente si basa su tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. In Italia il potere legislativo è sempre più indebolito dall’invadenza di quello esecutivo e dalla propria insulsa incapacità a legiferare seriamente. Sul potere giudiziario ci sarebbe da fare un lungo discorso: sinteticamente si può dire che navighi fra gli attacchi della politica e gli attacchi alla politica, fra il rigoroso rispetto delle leggi e la loro interpretazione talora forzata, fra la strenua difesa della propria autonomia e la tentazione di invadere quella altrui. Il potere esecutivo tende di fatto a prevalere nei contenuti, nei modi e nei tempi: la ventilata riforma costituzionale è volta a consacrare questa prevalenza con l’alibi della stabilità di governo e della legittimazione popolare. Il Presidente della Repubblica è il punto di equilibrio fra i vari poteri nel rispetto del dettato costituzionale: è direttamente o indirettamente sotto attacco da parte del governo e delle forze dell’attuale maggioranza. Resiste in modo egregio e inappuntabile. Ma fino a quando?

Nel nostro Paese il quarto potere è poco autonomo e poco incisivo, tende a reggere il moccolo al governo o a sposare acriticamente l’operato della magistratura. La conferenza stampa di inizio anno del premier o della premier come dir si voglia ha messo a confronto il quarto potere con il potere esecutivo. Non doveva essere uno spietato fuoco di fila quello a cui sarebbe stata sottoposta Giorgia Meloni? Invece si è rivelata l’occasione per una passerella consentita da una sfilza di giornalisti, preoccupati molto più della difesa dei loro diritti che non della critica alla diligenza governativa. C’era un clima politicamente correttissimo, tale da configurare una sorta di manfrina: il conformismo imperante ha trovato un’ulteriore conferma.

I giornalisti hanno fatto il loro compitino, hanno recitato la loro particina, hanno legato l’asino dove vuole il padrone. Il padrone ha sfoderato nervi d’acciaio e un becco di ferro nell’eludere sistematicamente le questioni più delicate, nel buttare in “pandana” i problemi più spinosi, nello scavalcare i punti più imbarazzanti. Una manfrina in corrispondenza biunivoca.

Qualcuno dirà che la premier si è destreggiata bene: le domande e le risposte erano note da giorni e infatti mi sono divertito ad ascoltarle. Non ne hanno sbagliato una. Tutto come da copione. Buon giorno, buon anno, mi scusi, grazie… Sintomo di civiltà democratica? No, dimostrazione di vacuità anti-democratica per non dire aria di regime.

Da una parte nessun accento minimamente autocritico, nessun dubbio, nessuna ammissione di colpa o di errore; dall’altra parte solo subdole sviolinate o domande di maniera affogate nella preoccupazione di non disturbare troppo il manovratore (non si sa mai…).

Durante la conferenza alcune reti televisive mandavano i sottotitoli: una penosa sequela di luoghi comuni, di buone intenzioni e di aleatori propositi. Lo specchio fedele del nulla culturale e politico della nostra politica e di chi la dovrebbe raccontare. Roba da vergognarsi di essere italiano.

Se non ricordo male all’ingegner Carlo De Benedetti, allorquando cominciava a profilarsi l’eventualità di un successo elettorale della destra di Giorgia Meloni, fu chiesta una previsione al riguardo. Partì riconoscendo alla Meloni una certa autorevolezza a livello di leadership di partito, ma poi si salvò in corner, prevedendo per il suo premierato una sorta di barriera preclusiva a livello europeo. La prima profezia è stata rispettata seppure in senso minimalista: quanti contraddizioni etico-politiche in Fratelli d’Italia, quanti guai nei rapporti con i ministri, quanta differenza di visione nei partiti della maggioranza di destra-destra. La seconda profezia (sic!) è stata cannata! In Europa c’è posto anche per la signora Cocomeri. È detto tutto.

“Ogni popolo ha il governo che si merita” è molto più di un semplice proverbio. Sembra quasi una sentenza, un modo di dire che è entrato nella dialettica quotidiana. La frase di Joseph De Maistre ha una grande attualità, anche se risale intorno ai primi anni dell’800. In realtà si potrebbe andare anche più indietro e risalire addirittura ad Aristotele, quindi ben 2500 anni fa. Dall’Europa fino all’America, si trovano scritti anche di Winston Churchill su un concetto simile. In effetti nel corso della storia abbiamo visto come le società si sono sempre di più emancipate, scegliendo autonomamente quale fosse la corrente politica più idonea per farsi rappresentare. Per questo motivo il proverbio è rimbalzato sulla bocca di tutti, diventando virale. Purtroppo la spinta partecipativa popolare si è via- via affievolita fino a scantonare nella superficialità qualunquistica o nella egoistica rassegnazione.

Durante la performance televisiva di Giorgia Meloni mi sono chiesto: possibile che il popolo italiano meriti un simile premier, un simile governo e, diciamolo pure, un simile giornalismo (non di inchiesta, non di informazione oggettiva, ma di leccata)? Gli italiani hanno impiegato vent’anni per metabolizzare in modo cruento il disastro del fascismo, trent’anni per approcciare criticamente il berlusconismo (che non è ancora finito…). Quanto impiegheranno a sbarazzarsi del melonismo? Temo di non uscirne vivo!