La religione del buonsenso

Mia sorella Lucia mi raccontava spesso del suo rapporto con don Raffaele Dagnino, suo confessore e direttore spirituale per diverso tempo, un prete che sapeva essere ad un tempo rigoroso e aperto, radicale e dialogante, laico e sacerdote: se ne possono trovare precisi riscontri nel modo di essere e di comportarsi di Lucia. Una chicca che Lucia amava ricordare, in riferimento alla schietta e profonda religiosità incarnata da questo storico sacerdote, riguardava l’incoraggiamento sui generis fatto ad un’amica a cui era nato un figlio con una piccola imperfezioni fisica. «L’important l’è cal g’abia dal bon sens, ‘na roba ca ne’s compra miga dal bodgär» sentenziò con sano realismo umano e religioso di fronte alle ansie di una madre inquieta.

La partecipazione del cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei nonché vescovo di Bologna, molto vicino alla Comunità di sant’Egidio, chiaramente nella manica di papa Francesco, impegnato in delicate missioni  diplomatiche, alla trasmissione “otto e mezzo” su La 7 correva due rischi: quello di clericalizzare troppo questa sua presenza ad un dibattito a tinte dichiaratamente politiche e quello opposto di laicizzare troppo le sue idee sulle materie in discussione (guerre, emigrazione, riforme costituzionali, etc. etc. ).

Aiutato dal suo appeal umanissimo e cordiale, se l’è cavata egregiamente senza cadere nelle scontate trappole di cui sopra. Non ha rinunciato ad esprimere il proprio spassionato pare sui temi caldissimi, ma usando un approccio intelligentemente dettato dal buonsenso (evangelico) più che dalla dottrina cattolica e dalla diplomazia vaticana.

Si pensi ai rapporti col terrorismo (rimuoverne pazientemente e coraggiosamente le cause e i collegamenti sociali), all’emigrazione (da affrontare in modo sistematico e non sporadico con provvedimenti spot), alla Costituzione italiana (da trattare con i guanti di velluto di accordi larghi e di larghe vedute in continuità con lo stile dei padri costituenti), al Dio-Patria-Famiglia (uno slogan da sminuzzare, idealizzare e approfondire a capitoli separati, facendone operosa sintesi e non propagandistica ispirazione).

Non mi ergo ad interprete ufficiale del cardinal Zuppi e quindi non vado oltre. Lo stile coraggiosamente da lui adottato, quello appunto del “buonsenso”, riesce ad andare umanamente al nocciolo delle questioni su cui poi ognuno può costruire scelte di tipo religioso e politico, lasciando intendere un’opzione per il pluralismo culturale, per il dialogo religioso e per la presenza discreta ma forte della Chiesa-comunità nel mondo contemporaneo.

Qualcuno lo vede come futuro papa, qualcuno come futuro segretario di Stato vaticano, qualcuno come punta di diamante della Chiesa in uscita. Personalmente lo vedo molto bene. Durante un compito in classe di storia mi trovai in difficoltà nel rispondere alla domanda su cosa pensasse di Federico II il sommo poeta Dante Alighieri. Chiesi spudoratamente aiuto a un compagno, che, non potendo dilungarsi per timore di essere ripreso dall’insegnate, continuava a bisbigliarmi: “Pensa bene”. Poco per poter elaborare un capitolo del compito in classe. Me la cavai senza infamia e senza lode.

Se oggi mi chiedessero cosa penso di Matteo Zuppi, senza darmi arie dantesche (mancherebbe altro), ma sfoderando tutto il mio senso critico, risponderei senza esitazione: “Penso molto bene, giorno per giorno sempre più!”.  Cosa farà il cardinal Zuppi da grande non lo so e non lo voglio nemmeno immaginare per non disturbarlo: so soltanto che sta facendo del bene alla Chiesa e alla società tutta.  Grazie!

 

 

Compromessi ai livelli più bassi o più Bossi

In Spagna Pedro Sanchez è riuscito a costruire una coalizione di forze progressiste e autonomiste (inclusa l’ala dura dell’indipendentismo catalano): operazione spericolata (la Lega nord di un tempo era un bijoux rispetto agli attuali interlocutori di Sanchez), tatticamente furba (o spregiudicata?), solo il tempo dirà se strategicamente valida (o destinata a creare confusione). Non ho conoscenza della Spagna e della sua vita politica e sociale, tuttavia la cosa mi ha interessato e mi ha soprattutto indotto a qualche riflessione sul passato italiano piuttosto remoto.

Vado alla fine degli anni ottanta e inizio anni novanta del secolo scorso, vale a dire alla nascita del leghismo nel nostro Paese: un movimento ben più serio rispetto all’attuale Lega. La democrazia cristiana prima e il centro-sinistra poi non hanno colto quanto di positivo poteva esistere all’interno di queste aspirazioni autonomistiche e le hanno immediatamente esorcizzate considerandole una sorta di antistato e di antipolitica. Non hanno tenuto aperto nessun canale di dialogo, preferendo guardarsi conflittualmente l’ombelico (non hanno ancora smesso), finendo col regalare il leghismo a Berlusconi prima e alla destra estrema poi.

La Lega ai suoi albori non era un movimento catalogabile tout court di destra, era certamente un interlocutore scomodo e provocante, ma tutto sommato interessante. Non era, come ebbe a dire Massimo D’Alema, una costola tolta alla sinistra, ma un certo qual collegamento con la sinistra poteva averlo.

Invece il leghismo bossiano venne regalato a Silvio Berlusconi che ne fece pian piano un sol boccone, utilizzando la sua arma migliore, vale a dire “i soldi”, e lo asservì a un disegno di regime, che ben poco aveva a che fare con le spinte a livello idealità-opportunità di un nord in vena di orgogliosa autonomia e di slancio imprenditoriale.

Dopo le prime ammirevoli resistenze bossiane la Lega finì nel tritacarne berlusconiano, perdendo progressivamente identità e intento “rivoluzionario”: forse Umberto Bossi aspettava qualche cenno da sinistra che, a torto o a ragione, non arrivò mai. La Lega, perdendo il nord nella denominazione, ha finito giorno dopo giorno col rimanere prigioniera di una destra clerico-affaristica prima e clerico-neofascista poi. Della spinta iniziale non sono rimaste che le intemperanze mal condotte da un Matteo Salvini in cerca di spazio politico sempre più risicato e inquietante.

È pur vero che la storia non si fa con i se e con i ma, tuttavia se la sinistra avesse provato a tener aperta una finestra di dialogo, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. Ci hanno provato i grillini con lo sciagurato patto del primo governo Conte, ma era tardi: alla Lega serviva un partner politicamente e socialmente affidabile e non una brutta copia a base di antipolitica. Al M5S non poteva bastare un interlocutore meramente tattico e programmaticamente sconclusionato. Andò a finire come ben sappiamo.

Ora Matteo Salvini interpreta senza dignità la parte di servo sciocco di Giorgia Meloni, forzando la mano a quanti nella Lega mantengono, nonostante tutto, una certa vocazione sociale, un collegamento territoriale e un relativo senso di responsabilità. Mi riferisco, tanto per non fare nomi, ai Giorgetti, agli Zaia ed ai Fedriga. Il leghismo è ridotto a mero e velleitario rivendicazionismo regionale sul piano istituzionale (autonomie rafforzate), a sbracata contestazione sul piano sociale (lotta dura all’immigrazione) e a inconcludente posizionamento politico (perdita graduale di consensi a favore di FdI).

La sinistra nel 2001 ha provato a togliere la terra sotto i piedi al leghismo con la riforma-pateracchio costituzionale del Titolo V della Costituzione, che ha riscritto appunto il Titolo V, modificando l’assetto del governo territoriale e sovvertendo i tradizionali rapporti tra Stato centrale ed enti periferici. Tentativo fallito sul piano istituzionale e politico a giudicare dal casino sopravvenuto nei rapporti centro-periferia e dall’imperterrita addirittura crescente verve anti-costituzionale della destra.

Ormai la frittata pseudo-indipendentista è fatta ed è diventata il piatto compromissorio per un autentico salto nel buio di una riforma istituzionale senza capo né coda e con tanti rischi per la democrazia parlamentare. La destra trascina irrimediabilmente la Lega nel gorgo con il masochistico assenso salviniano.

In casa socialista spagnola ci puzza di compromesso ai livelli più bassi (staremo a vedere…), mentre in Italia a suo tempo si sarebbe potuto provare un compromesso ai livelli più Bossi.

 

 

Le ragioni anti-belliche di un aspirante pacifista

L’attacco israeliano ad un ospedale situato nella striscia di Gaza riporta tragicamente in primo piano il discorso sulla legittimità del comportamento israeliano in questa guerra contro Hamas, che purtroppo finisce con l’essere contro il territorio palestinese sostanzialmente raso al suolo e contro la popolazione palestinese costretta a morire, a soffrire situazioni pazzesche o, nella migliore delle ipotesi, a sloggiare.

Aleggiano due questioni più pretestuose che delicate.  La prima riguarda i limiti che dovrebbe avere una guerra: non colpire obiettivi e persone civili. Come si faccia a fare queste distinzioni è cosa tragicomica. Ho sempre pensato che in guerra – ed è uno dei motivi che la rende assurda e malefica – tutto finisca con l’essere lecito. È la guerra in sé ad essere illecita, qualsiasi tipo di guerra.

Certo che gli israeliani non stanno andando molto per il sottile. Un po’ di moderazione, consigliata persino dall’alleato statunitense, non guasterebbe. Ma c’è sempre pronta la scusa del terrorismo sottostante: anche sotto gli ospedali ci sarebbero i terroristi. E allora è sempre tutta e comunque colpa di Hamas.

E poi viene la seconda domanda: lo Stato di Israele non ha diritto di difendersi? Guai a mettere in discussione questo assioma. Ebbene qualcuno sul punto si permette di sollevare qualche dubbio.  Dopo i ripetuti appelli da parte delle Nazioni Unite ad un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza, sono arrivate anche le parole della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, l’italiana Francesca Albanese, secondo la quale Israele fa riferimento “ad un inesistente diritto all’autodifesa”.

Secondo la giurista specializzata in diritto internazionale umanitario, la comunità internazionale sta “fallendo in modo colossale” nella risposta al conflitto tra Israele e Hamas. La relatrice speciale ha aggiunto che “gli Stati membri, specie in Occidente, restano ai margini, sussurrando parole inaudibili di condanna, o restano in silenzio per paura di ledere l’autoproclamato diritto di Israele all’autodifesa. Secondo il diritto internazionale, Israele ha il diritto di proteggersi, ma non di intraprendere una guerra”.

Come minimo mi sembra che Israele si stia rendendo colpevole di eccesso doloso in legittima difesa. Ma allora torniamo daccapo. Come si fa a mettere dei limiti ad una vera e propria guerra? In fin dei conti tutte le guerre sono di offesa e/o di aggressione. Mi sovviene quanto diceva un mio simpatico cugino a proposito della morte per tumore (un brutto male come si suole dire): “Am piazris savér chi è ch’è mòrt d’un bél mäl!?”. Io giro la domanda: “Mi piacerebbe sapere qual è una guerra giusta e doverosa!?”.

Mio padre, di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia, si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Bisognerebbe portare i vomitevoli, pretenziosi e lagnosi teorici del diritto alla guerra difensiva a dare una sbirciatina alla striscia di Gaza per vedere se dopo saranno ancora così sicuri e tranquilli nel loro realismo bellico (meglio ancora se ci avessero fatto una capatina prima che scoppiasse l’attuale conflitto…).

So perfettamente che qualcuno mi chiederà: con queste teorie non ci sarebbe stato il Risorgimento e nemmeno la Resistenza. A parte che non ci vedo molte analogie con l’attuale comportamento israeliano, bisognerebbe sforzarsi di prevenire a tutti i costi situazioni che rechino necessità estreme di ricorso alle armi. Ed è proprio quello che l’Occidente democratico non ha fatto e non sta facendo (sarebbe meglio tardi che mai) per i rapporti fra palestinesi e israeliani.

L’indiscutibile e definitiva motivazione alla mano pesantissima degli israeliani sarebbe il reagire al terrorismo, che peraltro se la ride perché è proprio quel che vuole. La lotta al terrorismo e la reazione violenta ai suoi attacchi furiosi coprono tutto e rendono tutto plausibile. Hamas si è resa colpevole di atti incredibilmente assassini, ma i suoi adepti hanno in mano due pazzeschi jolly: non hanno paura di morire e vogliono portare la situazione a guerra totale ed infinita, strumentalizzando certe situazioni di indubbia ingiustizia e debolezza sociale. Fare guerra al terrorismo è come illudersi di vuotare il mare. Dalle onde ci si difende in altro modo. Lo ha capito persino Biden su autorevole suggerimento di Obama.

Ma i politici e commentatori nostrani sono più filoisraeliani di Biden. Si nascondono dietro i sensi di colpa della shoah, non capendo che, così come stiamo facendo una guerra mondiale a pezzi (lo dice il Papa), stiamo supportando e alimentando una shoah sparsa nel mondo (lo dico io).

 

 

 

 

Il nodo giorgiano

Ho tentato di considerare da tutti i punti di vista le motivazioni che possono avere spinto il premier Giorgia Meloni ha “imporre” al Parlamento la riforma costituzionale su cui si sta discutendo.

Era nel programma elettorale dei partiti di governo: non è vero, c’era l’elezione diretta del capo dello Stato a cui, strada facendo, si è sostituita l’elezione diretta del premier. Oltre tutto nel programma di governo c’era ed è in fase di avanzata approvazione l’attribuzione di autonomia differenziata e rafforzata alla Regioni, che fa a pugni con i maggior poteri al premier eletto dal popolo: si tratta infatti di un compromesso di basso profilo tra Lega e Fratelli d’Italia.

Soddisfa l’esigenza di stabilità governativa: non è vero ed è vero semmai il contrario in quanto, se va in vera e profonda crisi l’alleanza di governo, altro non si potrebbe fare che ricorrere alle elezioni alla faccia della stabilità, che non è la causa del buon funzionamento del sistema istituzionale, ma l’effetto del buon funzionamento del sistema politico.

Conferisce al popolo il potere di scegliere i propri governanti: ogni democrazia degna di tale nome parte dal potere del popolo, ma ciò non significa necessariamente potere diretto e assoluto. Infatti, laddove il capo del governo è eletto direttamente dal popolo col rischio di farne un vero e proprio plenipotenziario, esiste una serie di contrappesi che garantiscono un certo equilibrio democratico, mentre in Italia il Parlamento diventerebbe pura cassa di risonanza del governo e il Presidente della Repubblica mero notaio della stipula del rogito fra popolo e premier.

Eliminerebbe il rischio di governi tecnici: innanzitutto i governi sono tutti politici dal momento che si reggono sul voto di fiducia del Parlamento e vengono scelti e incaricati dal Capo dello Stato; se nella compagine governativa in certi momenti storici prevale la qualificazione tecnico-professionale del premier e dei ministri, ciò può essere una occasione per governare in modo meno fazioso e più competente.

Affrancherebbe il sistema politico-istituzionale dalla prepotenza dei partiti: discorso pericolosissimo. Senza partiti non c’è democrazia né diretta né rappresentativa. C’è il populismo in agguato. Forse si vuole commutare l’astensione dal voto con la partecipazione ad un voto drogato e illusorio: una sorta di referendum sul premier. Se fosse così, stiamo rischiando grosso.

Garantirebbe maggiori poteri al presidente del Consiglio: nella attuale configurazione ne ha anche troppi, il problema è quello di saperli esercitare all’interno del governo stesso, nei confronti del Parlamento, nei rapporti con gli altri organi istituzionali, nel rispetto della sovrana volontà popolare. E questa è una questione di adeguatezza della classe dirigente. Non è questione di poteri, ma di capacità politica.

Non vedo quindi motivazioni plausibili in quelle apertamente dichiarate e allora mi permetto di fare qualche processo alle intenzioni. C’è una smodata voglia di piantare le radici a Palazzo Chigi e l’unico vero e concreto ostacolo è il Presidente della Repubblica: questo è il nodo gordiano che la Meloni, emulando Alessandro Magno, vuole troncare con un fendente costituzionale.

C’è una seconda interpretazione: quando il gioco si fa difficile e la possibilità di perdere diventa piuttosto consistente, è il momento di provare a cambiare le regole del gioco stesso. In mezzo a enormi problemi socio-economici, in mezzo a contrasti di maggioranza, in mezzo ai problemi internazionali dell’emigrazione e delle guerre, è opportuno sviare l’attenzione generale e battere un pugno sul tavolo.

A tutto c’è un limite: gli italiani cascheranno nel tranello o avranno un rigurgito di dignità? Toccare la Costituzione è sempre stato rischioso e i cittadini hanno sempre reagito con una certa veemenza a chi la vuole stravolgere. Temo che la situazione generale sia talmente ingarbugliata da rendere impossibile una reazione popolare. I media sono addomesticati, l’opposizione è debolissima, i sindacati traballano. Non resterebbe che attaccarsi alla Costituzione. Sì, ma quale? Quella frutto del compromesso ai più alti livelli, stipulato dopo la Resistenza, basato sull’antifascismo e sugli ideali di democrazia, rispetto della persona e giustizia sociale. Non certo quella dell’antiriforma meloniana.

 

 

 

Il ferro da stiro sindacale

Eravamo nei primi mesi del 1969, avevo in tasca un fresco e brillante diploma di ragioniere, avevo appena incominciato a lavorare al centro elaborazione dati della Barilla, ero stato assunto in prova, c’era lo sciopero generale di solidarietà per i dipendenti della Salamini, azienda che stava per fallire. Ricordo con emozione il caso di coscienza che mi si poneva: aderire allo sciopero comportava qualche rischio non essendo ancora dipendente a titolo definitivo, gli stessi sindacalisti interni mi avevano concesso di comportarmi liberamente, i colleghi anziani facevano strani discorsi sull’opportunità di uno sciopero a loro avviso inutile, gli impiegati più scettici temevano di danneggiare ingiustamente la Barilla per colpa della Salamini. Credevo nel sindacato, nella solidarietà tra lavoratori, nello sciopero come diritto e come strumento di lotta, mi importava dei lavoratori della Salamini i quali stavano rischiando il loro posto e non mi preoccupava il fatto di creare problemi al mio datore di lavoro. Alla fine andai a lavorare col “magone” dribblando il cordone sindacale posto all’ingresso della fabbrica. In un certo senso aveva vinto l’egoismo anche se gli stessi sindacalisti non avevano preteso da me un atto di coraggio.

Mi è tornato alla mente questo piccolo episodio della mia vita in concomitanza con la riproposizione del dibattito sull’arma dello sciopero. Non mi interessa rivangare quella passata vicenda, ma sento il dovere di tornare, tramite essa, su un argomento storicamente usato dai reazionari per squalificare le battaglie sindacali bollandole come iniziative velleitarie ma soprattutto disfattiste. C’è in ballo la proclamazione da parte di CGIL e Uil di uno sciopero generale contro il governo. Il Garante ha sollevato eccezioni riguardo alla natura di questo sciopero ed alle sue modalità. Il governo si è detto pronto ad intervenire, emanando precettazioni a raffica (evviva il dialogo con le parti sociali…).

L’intervista rilasciata dal noto giuslavorista professor Pietro Ichino al quotidiano “La Stampa” mette tuttavia correttamente e intelligentemente il dito sui punti controversi, vale a dire i rapporti tra diritto di sciopero e diritto al lavoro, tra iniziativa sindacale e rappresentatività dei sindacati, tra efficacia dello strumento dello sciopero e oggetto onnicomprensivo della protesta, tra autonomia sindacale e posizionamento politico dei partiti, tra intolleranza governativa e dialogo con le parti sociali.

Nel momento storico che sta vivendo il Paese credo non sia il caso di sottilizzare, ma di valutare realisticamente come la protesta dei lavoratori debba trovare comunque uno sbocco democratico e come la piazza debba farsi sentire per evitare il peggio che si va profilando.

A tale proposito ricordo una gustosa barzelletta di quel tale che scopre la moglie a letto con l’amante e preso dalla rabbia la uccide usando un ferro da stiro. Al processo il giudice chiede conto all’imputato del perché avesse usato un corpo contundente così spropositato. Al che l’uomo risponde con estrema sincerità e grande sarcasmo: “Parchè l’era adrè ciapär ‘na brutta pìga”.

Può darsi che lo sciopero generale sia uno strumento esagerato, ma bisogna comunque tenere conto che la politica governativa sta veramente prendendo una gran brutta piega. Voglio però essere obiettivo e ammettere che restano i rischi che intravedeva mio padre e di cui bisognerebbe tenere conto, anche perché non vorrei che lo sciopero più o meno generale nascondesse prevalentemente l’ansia dei sindacati volta a recuperare consenso dopo un lungo letargo.

«I gh’ la fan» diceva mio padre fra sé, seduto davanti al video, ma in seconda fila, come era solito fare, per dare libero sfogo ai suoi commenti al vetriolo senza disturbare eccessivamente. Stavano trasmettendo notizie sulle battaglie sindacali a tappeto. Mi voltai incuriosito, anche perché, forse volutamente, la battuta, al primo sentire piuttosto ermetica, si prestava a contrastanti interpretazioni. «Co’ vot dir? A fär co’?» chiesi, deciso ad approfondire un discorso così provocatorio e intrigante. «A ruvinär l’Italia!» rispose papà in chiave liberatoria, sputando il rospo. Badate bene, mio padre era un antifascista convinto, di mentalità aperta e progressista, un tantino anarchico individualista: tuttavia amava ragionare con la propria testa e si accorgeva come a volte la strategia sindacale esageri ed esasperi le situazioni rendendole troppo conflittuali e poco costruttive.

Qualcuno penserà che stia dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Sono soltanto portato a ragionare e a riconoscere la legittimità e l’opportunità di questa pesante iniziativa sindacale senza però illudermi sui suoi risultati in un momento così complicato e delicato. In conclusione, ripiegando sul vernacolo romanesco di Trilussa, quanno ce vo’ ce vo’.

 

 

Le bombe parolaie di Salvini

“Israele, Salvini show contro il business del terrorismo. Bordata ad Amnesty international”.

È il titolo del quotidiano “Il Tempo” che introduce la cronaca dell’intervento del ministro e vice-premier Matteo Salvini al 34esimo Congresso Nazionale della Federazione delle Associazioni Italia – Israele. Ho avuto la sfortuna di ascoltarlo in diretta (stavo facendo la doccia in compagnia di Radio Radicale). Non dedico nemmeno una parola al contenuto collocabile a metà strada tra il demenziale e il ridicolo e mi concentro invece sull’acrobatica inopportunità di questo intervento che oserei definire “tira-bombe”.

Siamo infatti nel campo della più assoluta e rischiosissima irresponsabilità di chi soffia sul fuoco per ricavarne chissà quale vantaggio personale, di partito o di Stato. Salvini non era al bar di via Sellerio, ma rappresentava, volenti o nolenti, il governo italiano e non poteva lasciarsi andare a parole in libertà. C’è di mezzo una sanguinosa guerra, si tratta di enormi problemi che non possono essere affrontati con la più provocatoria delle superficialità, mettendo il Paese a rischio e pericolo di sconsiderate reazioni terroristiche.

Ma chi crede di essere questo signore per sparare impunemente cazzate a raffica sullo scenario internazionale?  Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente reattivo di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Il tono salviniano è comunque inaccettabile: purtroppo chi alza la voce molto spesso lo fa per coprire il proprio vuoto di idee. Quando ciò avviene in capo a politici investiti di alte funzioni pubbliche, tutto diventa ancor più grave, inaccettabile e rischioso.

L’Italia nei confronti del mondo arabo-israeliano si è sempre distinta per senso di equilibrio e per atteggiamento diplomaticamente volto a considerare le ragioni degli uni e degli altri e, pur rimanendo in linea con la collocazione italiana nel mondo democratico occidentale, senza schierarsi aprioristicamente e faziosamente da una parte. Salvini butta via tutto questo storico patrimonio per un polemico piatto di voti. Il suo è un comportamento che grida vendetta al cospetto della storia e della cultura politica del nostro Paese. Speriamo che i discorsi di Salvini non arrivino alle orecchie dei terroristi di Hamas o dei loro simpatizzanti sparsi nel mondo e da essi non partano vendette e rappresaglie. In fin dei conti è quello che cercano e Salvini sta loro offrendo su un piatto d’argento insanguinato i pretesti per attaccare anche l’Italia. Forse non se ne rende conto e allora veda di cambiare mestiere e, se dovesse mai rendersene conto, abbia la compiacenza di cambiare tono e registro per il bene del Paese.

“Io parlo solo con persone sobrie”, disse Matteo Salvini nel 2018 a proposito del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Il ministro aggiunse che “le famiglie non hanno figli di serie A e serie B”, dopo le frasi del presidente dell’Ecofin che aveva paragonato l’Eurozona a una famiglia. E pensare che Juncker, a prescindere dagli schieramenti politici, era indubbiamente un amico dell’Italia, che più volte aveva difeso la non facile situazione del nostro Paese a livello europeo. Attaccarlo e offenderlo era il massimo dell’idiozia politica e prima ancora umana! Se ubriachezza era, non era certo molesta nei nostri confronti.

Secondo Salvini, Juncker era un ubriacone e non si limitava a pensarlo, ma lo diceva apertamente. Mi sovviene una barzelletta avente come protagonista Stopàj, lo storico personaggio di Parma: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona, ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!». Mettiamo, provocatoriamente e al limite dell’offensivo, Juncker (spero che non me ne vorrà) al posto di Stopaj e Salvini nelle vesti della donna brutta (lui è brutto politicamente parlando).

Ora è la volta di Amnesty International: «Dobbiamo scoperchiare il tema dei finanziamenti delle organizzazioni internazionali. Facciamo nomi e cognomi, Amnesty international». Mi chiedo: è il momento di scagliare simili sassi in piccionaia? Chi era e chi è ubriaco? Non stupiamoci poi se in risposta dovesse arrivare qualche bomba da ben altra piccionaia…

 

 

 

 

No al suicidio assistito, sì al suicidio imposto

Ancora un “no” per Indi Gregory, la bambina di otto mesi, affetta da una rarissima malattia mitocondriale, condannata dall’Alta Corte di Londra alla sospensione dei trattamenti vitali. Il giudice, Robert Peel, ha respinto anche l’appello con cui la famiglia chiedeva almeno di poter portare la piccola a casa per farla spirare tra i suoi cari. Il tribunale ha deciso invece che Indi morirà al Queen’s Medical Center di Nottingham, dove è ricoverata sin dalla nascita, o in hospice. (dal quotidiano “Avvenire”)

Poi è arrivato l’appello sulla possibilità di trasferire la giurisdizione del caso al giudice italiano, ma l’appello è stato rifiutato e negato il trasferimento della piccola in Italia e di conseguenza verrà stabilito il termine per il distacco dei supporti vitali.

A prescindere da come e quando finirà la macabra telenovela, il caso drammatico della vita di questa bambina si è trasformato da caso umano a caso diplomatico-giudiziario per la testardaggine della magistratura londinese che tende a negare un tentativo in extremis di salvarla o di portarla a morte assistita. Non entro nel merito della questione anche se devo ammettere che tra le due radicalità, quella di chi in Italia vuole negare a tutti i costi il suicidio assistito o istituti legislativi simili e quella inglese che vuole determinare con una sentenza la morte di un soggetto in fin di vita, preferisco la prima.

La soluzione ideale starebbe nelle sacrosante parole di don Andrea Gallo: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa». Così come, aggiungo io, bisognerebbe rispettare il diritto a fare tutti i tentativi possibili per salvare una vita.

La vita è cosa troppo seria per essere delegata alle decisioni dello Stato, in senso restrittivo o in senso estensivo. La legge e chi la applica dovrebbero limitarsi a registrare la volontà del soggetto interessato valutandone solo la genuinità. Il di più mi sembra una indebita intromissione.

Così come ho grande e partecipato rispetto per chi decide di porre fine alle proprie sofferenze, ho altrettanta considerazione per chi si attacca alla vita e tenta di preservarla fino all’ultima possibilità. Non c’era serio motivo per negare ai genitori di Indi Gregory un estremo tentativo con il ricovero della piccola all’ospedale del Bambin Gesù. In questo caso vale più che mai il noto detto “tentar non nuoce”.

La persona viene prima delle regole. Lo dice, per i credenti, il Vangelo; lo dice, per i cittadini italiani, la Costituzione. Chi scantona da questo irrinunciabile principio è destinato a sbagliare, magari anche in buona fede. Sbaglia chi trasforma il diritto alla vita in una condanna a vivere, sbaglia chi si arroga il diritto di negare il diritto a vivere fino all’ultimo respiro.

Sul decorso della mia vita non accetto che a disporne sia la politica, la legge, il Vaticano, la magistratura, il parlamento, il governo e chi più ne ha più ne metta. Tutti mi dovrebbero aiutare per il meglio senza interferire sulla mia coscienza.

Non si dovrà quindi, come disse in una stupenda battuta polemica Pier Luigi Bersani, accettare che a decidere la nostra morte sia il senatore Gaetano Quagliariello, preoccupato solo di compiacere i cattolici dotati di dogmatici paraocchi, né l’Alta Corte di Vattelapesca, preoccupata del rigoroso rispetto della legge sulla nostra pelle.

Un’ultima velenosa riflessione. Pur con tutto il doveroso rispetto per la vita di Indi Gregory e per il dramma dei suoi genitori, non posso esimermi dal rilevare come altrettanta attenzione e partecipazione mediatica e popolare non esista per i bambini che sono morti e continuano a morire a Gaza. Non si può nemmeno dire “lontan dagli occhi, lontan dal cuore”, perché tutto ci viene fin troppo propinato a livello di immagini.

Mio padre trovava una paradossale e ironica risposta alle contraddizioni etiche negli umani comportamenti, rilevando acutamente come di fronte alla caduta di un cavallo gli astanti esclamino “povra béstia”, mentre di fronte alla caduta di una persona si sbellichino dalle risa. Forse nel caso della morte dei bambini (e non solo) si può dire: molti morti, nessun morto. Mia sorella metteva sarcasticamente a confronto gli sforzi sanitari per salvare la vita di una persona con la disinvoltura con cui si effettuano carneficine dovute a guerra e fame nel mondo. Che dire? Oltre che sadici, siamo anche masochisti e…stupidi!

 

 

 

Alla ricerca del bandolo delle tragiche matasse

Ci sono rabbia e sconcerto nelle parole di Tiziana Suman, la madre di Erika Preti, alla notizia che Dimitri Fricano, l’assassino della figlia, è stato trasferito agli arresti domiciliari per motivi di salute. Questo anche per il modo in cui la notizia è arrivata, all’improvviso. «Ero al lavoro, con il telefono spento e non ho saputo nulla fin quando non sono rientrata a casa». Ad annunciargliela un messaggio whatsapp da La Stampa. Prima risponde con un altro messaggio: «Sono rimasta senza parole e non riesco a esprimere il mio disgusto e il mio senso di ingiustizia». Poi chiama, un po’ per saperne di più oltre che probabilmente per sfogarsi. «All’inizio non capivo, mi sembrava impossibile che avessero preso un simile decisione senza dirci niente, mi sembra una cosa assurda».

Sua figlia Erika è stata uccisa nell’estate del 2017 dal fidanzato con cui era in vacanza a casa di amici a San Teodoro, in Sardegna. Il corpo della ragazza è stato straziato da 57 coltellate e Fricano aveva continuato a colpirla anche quando era già a terra. Un femminicidio terribile, che l’uomo aveva cercato di mascherare denunciando l’aggressione da parte di uno sconosciuto, versione che aveva sostenuto per un mese prima di confessare. È stato condannato a trent’anni in via definitiva.

Il trasferimento di Dimitri Fricano, trentacinque anni, nella sua casa di Biella, deciso dal Tribunale di Sorveglianza, è avvenuto martedì su richiesta dell’amministrazione penitenziaria, vista l’impossibilità di gestirne i problemi di salute all’interno della struttura carceraria. (dal quotidiano “La Stampa” – Mauro Zola)

 

Gli episodi come quello succitato mi mettono in grande imbarazzo perché come persona condivido il dramma umano di tutti i protagonisti, ma in particolare dei famigliari della vittima che si sentono dimenticati da una giustizia frettolosa che sembra bypassare in fretta l’orrore per il reato commesso; come cittadino capisco l’esemplare punibilità e l’auspicabile deterrenza, tuttavia devo attenermi al dettato costituzionale che finalizza la pena al rispetto, al recupero e alla rieducazione del condannato a prescindere dalla gravità di quanto ha commesso; come cristiano non posso dimenticare l’imperativo evangelico del perdono per le offese ricevute, anche le più tremende e sanguinose.

Cosa è che rende agibili le tre dimensioni della drammatica questione? Il vederne la faticosa dinamicità, il considerarne il lungo cammino, il proiettarli nel futuro terreno ed ultraterreno. Se non si osa questo passo avanti, si resta prigionieri di una pena vista come vendetta riparatrice, di una sofferenza civica universale senza possibilità di riscatto, di una giustizia inflessibile ma inconcludente che non redime e non spaventa, di un perdonismo fuorviante e impraticabile.

Ecco perché non sopporto l’atteggiamento mediatico che pone sotto i riflettori chi avrebbe diritto alla riservatezza dei propri drammi. Vale per il detenuto automaticamente bollato come furbacchione dribblante la pena, come impenitente sconsideratamente agevolato, come ulteriore aperto sfidante delle sue vittime. Vale a maggior ragione per le vittime costrette a rivivere i drammi senza via d’uscita se non lo sfogo della pretesa di una pena che vendica ma non ripara. Vale per i giudici automaticamente considerati come perdonisti burocratici che se ne lavano le mani.

Ognuno deve fare il suo difficile percorso. Il perdono per chi lo concede e per chi lo accoglie non è un atto eroico ma una conquista. La giustizia umana dovrebbe sovrintendere ed agevolare il percorso di recupero del condannato ma nel rispetto del persistente dramma dell’offeso. Tutto molto difficile! L’umano e il sociale fanno fatica a trovare la giusta combinazione; la difesa fa fatica a conciliarsi con la coesistenza; il recupero non deve suonare come premio ma come prezzo di conversione; la psicologia dovrebbe andare a braccetto con la sociologia; la fede religiosa dovrebbe contribuire a districare questi incroci pericolosi.

Smettiamola di fomentare ulteriore disagio e disordine, osserviamo un po’ di silenzio attorno a queste vicende così problematiche e drammatiche. Cerchiamo di impegnarci solidalmente a dipanare queste aggrovigliate matasse umane. Nessuno ha la ricetta in tasca, rigorista o perdonista che sia.

 

 

 

Quando la sincerità batte l’ambiguità

Alle critiche delle opposizioni per il discusso accordo sui migranti con l’Albania si aggiungono le osservazioni del presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, convinto che l’intesa «di per sé» sia «un’ammissione di non essere in grado» di gestire il fenomeno. «Ci si chiede perché non venga sistemata meglio l’accoglienza qui – ha aggiunto l’arcivescovo di Bologna a margine della presentazione Rapporto Italiani nel Mondo 2023 della Fondazione Migrantes. Ciò che sicuramente è importante è avere un sistema di accoglienza che dia sicurezze a tutti, sia a chi accoglie che a chi è accolto». (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Quanto al processo di pace, si è a un momento di svolta: o si dà finalmente una soluzione alla questione palestinese o non si risolverà il problema radendo al suolo Gaza perché le ideologie non si estirpano facilmente, bisogna superare anche le cause che le alimentano. Si spera che da tanto dolore si possa almeno riavviare in maniera seria un processo che porti a un riconoscimento di una realtà palestinese autonoma e libera. Non sta a me dire quale formula politica adottare, ma ho visto che anche gli Stati Uniti stanno riproponendo la formula dei due stati per i due popoli: spero si ritorni a questa ipotesi, ma fissando tempi certi. (dall’intervista a Padre Francesco Patton, custode francescano di Terra Santa, pubblicata dal quotidiano “Avvenire”) 

 

Due personaggi del mondo cattolico che commentano due questioni politiche, quella migratoria e quella bellica, senza alcun intento di interferire, ma usando il cuore e il cervello con estrema semplicità e sincerità. Lungi da me ogni e qualsiasi integralismo cattolico, ma finalmente da uomo e da cattolico trovo risposte serie nel pensiero degli uomini di Chiesa, cose che non trovo nei discorsi e, ancor meno, nelle azioni degli uomini politici. Non aggiungo altro dalla paura di rovinare tutto.

L’uovo dell’antisemitismo e la gallina della guerra

Mi stupisco di chi si stupisce per il riaffioramento dell’antisemitismo in conseguenza e/o in corrispondenza della guerra tra Hamas e Israele. Guerra di aggressione, ingiusta, tremenda, pazzesca come del resto tutte le guerre. Le guerre scatenano tutti i peggiori sentimenti delle persone, di chi è direttamente coinvolto, ma anche di chi sta a guardare.

Chi si difende non riesce mai a porre un limite alla propria difesa. É il caso di Israele che sembra voler ribadire il proprio diritto all’esistenza, distruggendo una volta per tutte l’imbarazzante e concorrente presenza di un territorio equivocamente e promiscuamente abitato da una popolazione ad esso storicamente ostile. È Il caso dei palestinesi che sembrano affidarsi disperatamente ai terroristi di Hamas per far valere i loro diritti, vocandosi a loro volta all’auto-distruzione. Entrambi tolgono dal loro vocabolario due termini: politica e pace.

Questo perché la guerra raschia il barile storico dei peggiori sentimenti e trasforma in odio viscerale ed irresistibile ogni e qualsiasi contrasto e conflitto. La guerra è il male assoluto! Dalla sua tragica cucina non possono che uscire tutte le pietanze peggiori di questo mondo. Fra queste possiamo inserire l’antisemitismo, sempre in agguato così come tutti gli odi razziali e religiosi.

L’aggressione di Hamas e la conseguente reazione spropositata di Israele sono un perfetto assist per l’antisemitismo, perfettamente studiato e voluto dai terroristi, drammaticamente non evitato dalla controffensiva israeliana. Scatta in chi interpreta maledettamente tutti gli eventi, passati, presenti e futuri, come lo scontro tra due fazioni in lotta per la propria sopravvivenza.

Purtroppo la storia non insegna niente a chi non vuole imparare, anche perché con le guerre si distrugge la portata ragionevole e pacifica della storia. Non si può distruggere la scuola per poi stupirsi che in molti non vadano a lezione. Restano solo coloro che si sforzano di imparare per loro conto, ma non tutti sono in grado di farlo, perché troppo forte è la tentazione di non studiare e di rifugiarsi nei luoghi comuni, giusti o sbagliati che siano.

Gli odi che riaffiorano sono tali da giustificare la guerra e da renderla perpetua. Chi governa dovrebbe avere il coraggio di rimuovere per tempo le cause delle guerre e non stupirsi che esse portino le più nefaste conseguenze. Chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati è un impegno (quasi) impossibile, in quanto bisogna recuperare sul piano culturale, sociale, economico e politico le motivazioni positive della convivenza pacifica. Compito improbo a cui non giovano le frustranti, scandalizzate e tardive condanne a tavolino degli odi.

Possibile che la storia non dica niente a chi resta prigioniero di una logica fatta di odio e vendetta? Possibile se essa non viene coniugata con un’azione preventiva di risanamento delle coscienze e dei rapporti tra gli Stati e ancor prima tra i popoli. Nessuno può dirsi esente da colpe in tal senso. E chi si stupisce continua a far finta di non capire.

Reprimiamo pure l’antisemitismo, è doveroso, ma occorre rimuoverne le cause: non si tratta di uno sfogo innocuo per bambini scemi e nemmeno dell’esercizio preparatorio di una guerra futura. È la folle realtà di un mondo in perenne guerra con se stesso.

Sono partito dallo stupore e concludo con esso. Termino ponendomi e ponendo a chi si stupisce un provocatorio quesito: è nato prima l’antisemitismo o la guerra? Prima di rispondere a vanvera è opportuno riflettere.