La zeppa piazzaiola non fa bene a nessuno

La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2023 è stata indubbiamente un’occasione per sensibilizzare la gente su un problema gravissimo e delicatissimo (i superlativi non sono stucchevoli). Non pensiamo però di risolvere in questo modo una questione così complessa dal punto di vista storico, culturale, psicologico e sociale. Discutere, confrontarsi, criticare e proporre è comunque sempre utile. Ben vengano quindi queste occasioni anche se non dobbiamo enfatizzarle, farne uno sfogo conseguente ad eventi drammatici e men che meno strumentalizzarle per ripulirsi la coscienza o per scaricare le colpe sugli altri.

Credo che siano state invece inopportune le manifestazioni di piazza perché non si addicono a problemi tanto impegnativi e complicati. Per scendere in piazza occorre avere un obiettivo preciso a cui puntare, una istituzione specifica contro cui protestare, dei provvedimenti da chiedere, altrimenti prevale purtroppo la tentazione di farne occasione di generica contrapposizione contro tutto e tutti oppure di speculazione politica e comunque di contrapposizioni schematiche.

Ho partecipato in epoche diverse a manifestazioni unitarie e ho sempre registrato l’infantile tendenza di certe frange estremiste a cercare il nemico a tutti i costi, allargando i discorsi e tranciando giudizi provocatori e superficiali. La mobilitazione di piazza è un’opportunità democratica molto importante, ma è uno strumento da usare con intelligenza e prudenza.

Cosa è successo sabato 25 novembre? Una zeppa piazzaiola in cui la protesta si è impropriamente allargata da quella contro la violenza sulle donne a quella contro il comportamento israeliano nella guerra contro l’attacco di Hamas. Triplo errore: quello di confusione tattica fra un tema e l’altro, quello di culturale unilateralismo e quello di scatenare equivoci. Non si deve vedere solo la pur condannabile reazione israeliana, ma bisogna sforzarsi di inquadrarla in un contesto drammatico scatenato dal terrorismo. Non si può creare confusione tra le legittime aspirazioni del popolo palestinese e l’incredibile appoggio ad Hamas. Così facendo non si fanno passi verso la pace, ma si incalliscono le situazioni di guerra. Così come rifiuto la semplicistica e demenziale squalifica di tutti coloro che hanno a cuore la sorte della Palestina considerandoli filo-terroristi (era ed è così anche per chi osava e osa criticare la strategia difensiva bellicista dell’Ucraina, immediatamente catalogato come putiniano), non accetto la volgare assimilazione dell’amicizia con gli ebrei a mera accettazione delle ingiustizie patite dai palestinesi. Questo è tifo di politica internazionale!

Nel merito del discorso della violenza alle donne si è poi scatenata una esecrabile caccia indiscriminata e violenta all’associazionismo cattolico più integralista assimilato sbrigativamente e pretestuosamente al bigottismo post-patriarcale (pur presente nella nostra società), dando oltre tutto un ottimo assist a chi ha interesse a squalificare le proteste ed a chi teme comunque la piazza a prescindere dalla giustezza o meno delle sue rivendicazioni.

Sono trascorsi ormai più di 50 giorni dal 7 ottobre, giorno in cui Hamas, nel commettere il più grande massacro nella storia di Israele, si è macchiato anche di gravissimi crimini e violenze sessuali nei confronti delle donne. Israeliane soprattutto. Ma non solo israeliane: sono, infatti, 28 le nazionalità tra i 239 ostaggi che sono stati rapiti nella Striscia.

Eppure, fuori da Israele, permane una riluttanza nel denunciare le atrocità commesse dal gruppo terrorista nei confronti delle donne. E questo anche se il gruppo Hamas abbia fornito prove fin troppo evidenti delle atrocità di cui si è reso protagonista pubblicando in tempo reale i filmati delle giovani rapite, fatte sfilare per Gaza picchiate, ferite, umiliate, violentate, molte con i pantaloni insanguinati. (dal quotidiano “Avvenire” – Fiammetta Martegani)

Se si voleva operare un parallelismo tra discorso della violenza alle donne e conflitto tra Israele e Hamas, il punto d’attacco ci poteva essere, ma non lo si è cercato finendo con lo snocciolare squalificanti doppiopesismi a livello di giudizio e inaccettabili polpettoni protestatari.

Alla fine si è ottenuta una deviazione dal tema fondamentale della violenza sulle donne per ripiegare superficialmente sullo scontro tra ebrei e palestinesi nonché sullo scontro tra femminismo ed anti-femminismo. Da tempo auspico manifestazioni di piazza sui tanti temi all’ordine del giorno: il silenzio è pericoloso. Gridare a vanvera però è ugualmente pericoloso e rischioso, perché si fanno proprio gli interessi delle forze che temono la protesta.

Un certo tipo di estremismo non ha ancora imparato la lezione: gridare ad un lupo indistinto e generale non serve a combattere i veri lupi. Dico di più. Ai tempi del terrorismo rosso vi era chi sul piano culturale teorizzava il “né con lo Stato né con le Br”. Stiamo ben attenti a non parafrasare il motto trasformandolo in “né con gli ebrei né con il terrorismo islamico” oppure “guerra ai maschi e viva le donne”. Se fosse così semplice… Cerchiamo di essere seri. Lo dobbiamo alle donne, ai palestinesi, agli ebrei e a tutti coloro che soffrono.

 

Ma come rompe questo Cesare…

In una lettera inviata alle «eccellenze reverendissime» della Conferenza Episcopale Italiana si cela il grido d’allarme dei vescovi per l’Imu. A firmare la comunicazione inviata il 25 ottobre e di cui parla oggi La Stampa è il segretario generale della Cei Giuseppe Baturi. E la preoccupazione per quanto sta accadendo sembra palpabile: «Molti enti ecclesiastici stanno ricevendo in questi giorni la notifica del provvedimento della Commissione europea, adottato lo scorso 3 marzo, relativo al recupero degli aiuti di Stato concessi sotto forma di esenzione dall’Imposta comunale degli Immobili (Ici) tra il 2006 e il 2011. La Segreteria generale sta monitorando la questione e fornirà indicazioni nei prossimi giorni».

Per capire il motivo dell’allarme tra i vescovi bisogna proprio tornare al 3 marzo scorso. Ovvero il giorno della Decisione dell’Unione Europea che ordina all’Italia di recuperare la tassa non pagata per cinque anni. Con gli interessi. L’Italia si è anche impegnata alla riscossione entro 4 mesi dalla notifica. Mentre le stime delle somme non raccolte vanno dai 3,5 agli 11 miliardi di euro.

Nel 2012 l’Ue, pur riconoscendo l’illegalità di quell’esenzione, rinunciò al recupero, in quanto le banche dati fiscali e catastali non consentivano di rintracciare chi non aveva pagato. Nel 2018 la Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione. La nuova pronuncia della Commissione dovrebbe in teoria chiudere i conti. Sta ora al governo italiano decidere cosa fare. Palazzo Chigi aveva fatto sapere di voler aprire una trattativa con l’Europa per chiarire i calcoli delle cifre. La Cei attende. E spera nella sponda del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e su una maggioranza che salvò la Chiesa già ai tempi di Silvio Berlusconi. Monsignor Baturi nella lettera ricorda che vanno recuperate solo le cifre il cui ammontare supera la soglia dei 200 mila euro in un triennio nelle strutture che ospitavano (o ospitano ancora) attività commerciali. Ma le notifiche sono arrivate. E le diocesi sono in allarme. (da Open-online)

Mio padre, da grande saggio qual era, sosteneva che per giudicare e fare i raggi etici a una persona bisognava guardarne e toccarne il portafoglio. Anche all’interno della Chiesa e del suo clero la cartina di tornasole può essere ricondotta a questo criterio. Papa Francesco lo ha detto a chiare lettere ai vescovi italiani: «Per quanto riguarda la gestione delle strutture e dei beni economici, in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».

Si leggono ricostruzioni faraoniche del patrimonio della Chiesa istituzione: tutto compreso arriveremmo a 2 mila miliardi, un milione di immobili sparsi in tutto il mondo, 115 mila soltanto in Italia, con appartamenti di lusso spesso affittati a prezzi di favore (non certo ai poveracci di turno). Sono cifre da capogiro: indubbiamente vanno interpretate alla luce delle complesse esigenze ecclesiali, ma lasciano molti dubbi e molto amaro in bocca. Come lascia più di un dubbio l’istituto dell’otto per mille ed il suo utilizzo.

Non entro giuridicamente nel merito dell’esenzione a suo tempo concessa in materia di Ici alla Chiesa cattolica: mi ha sempre dato l’impressione di una marchetta berlusconiana. Ora anziché cambiare finalmente registro, anziché rassegnarsi a dare a Cesare quel che la Commissione europea dice essere di Cesare, anziché contribuire al risanamento dei conti pubblici con una sorta di ravvedimento operoso, ho la netta sensazione che si stia brigando alla ricerca di un nuovo marchettaro o, se volete, alla ricerca di un compromesso non certo di stampo evangelico.

L’importante è non mollare sui principi etici irrinunciabili: la giustizia fiscale non rientra in questo capitolo, quindi…

La destra estrema dichiarata e quella camuffata

Colpo di scena nei Paesi Bassi. Il partito della libertà (Pvv) di Geert Wilders è stato il più votato nelle elezioni legislative anticipate per il rinnovo della Tweede Kamer del Parlamento, la camera bassa (che conta 150 membri), ottenendo ben 37 seggi. Un successo più ampio di quanto “anticipato” dai sondaggi che hanno preceduto il voto. Un ribaltamento inatteso, con Wilders spesso considerato la “pecora nera” della politica olandese. 

(…)

Wilders ha ottenuto più voti a Rotterdam, insieme ad Amsterdam la città più densa di immigrati, dove erano stati messi seggi elettorali anche nelle moschee e nella provincia del Nord Brabant. Dalle prime interviste dopo le elezioni è risultato che il 52% dei suoi elettori ha votato per la fermezza contro l’immigrazione, il 60% per riacquistare i valori persi, la maggior parte per le promesse sulla sanità da risanare, migliore assistenza per gli anziani, più case per i giovani; e un governo affidabile, come non lo era più quello precedente. Il problema adesso è la formazione di un nuovo governo, un nodo difficile da sciogliere, che probabilmente durerà mesi e mesi, aggravato dalla grande frammentazione del voto. (dal quotidiano “Avvenire” – Maria Cristina Giongo) 

Viene spontanea una prima domanda: perché la gente si affida alla destra estrema per risolvere i problemi? Passi per le demagogiche ricette anti-immigrazione, ma quanto ai valori persi, alla sanità da risanare, all’assistenza agli anziani, alle case per i giovani…

La risposta che trovo è double face: da una parte l’abilità della destra a riscoprire e riciclare la sua illusoria sensibilità sociale. Quando mia madre timidamente osava affermare che Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, vale a dire ad esempio nel settore della maternità e dell’infanzia, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare. Ormai manca la capacità di andare alla radice della politica e quindi si ragiona in termini estemporanei e superficiali rincorrendo anche il più pericoloso dei demagoghi.

Dall’altra parte l’incapacità sempre più evidente della sinistra di coniugare modernità e socialità e di conseguenza non facendo più breccia nel cervello e nel cuore della gente frastornata da questo assordante silenzio. Si tratta di una enorme responsabilità, che non perdono alla sinistra, arrivando ad isolarmi con tutti i rischi conseguenti, sperando sempre che succeda qualcosa (e cos’altro deve succedere che non sia già successo…).

Mi auguro che il parlamento olandese trovi il modo democratico per evitare la deriva di destra emergente dalle urne: non sarà facile, ma a volte il pericolo ravviva la fantasia. Stiamo a vedere con un certo interesse come evolverà la situazione anche perché non si può essere indifferenti: tutto ha ripercussioni a livello mondiale, europeo e italiano.

Una seconda domanda riguarda il perché nel nostro Paese la destra estrema sia stata così facilmente sdoganata e portata ripetutamente al governo fino ad arrivare ai giorni nostri in cui la destra estrema spadroneggia nelle istituzioni, nei media, nella società.

Oltre alla già sottolineata debolezza della sinistra, in Italia bisogna aggiungere la responsabilità storica del berlusconismo che ha saputo coinvolgere l’estremismo di destra in un populistico affarismo o in un affaristico populismo, sdoganando la destra fino al punto da rimanerne vittima irreversibile ben prima della morte di Silvio Berlusconi. L’anomalia berlusconiana sta continuando a produrre i suoi effetti perversi, fra i quali inserisco proprio quello di avere creato uno spericolato link tra moderatismo ed estremismo: un autentico e deleterio capolavoro politico.

Dopo la lunga gattopardesca parentesi finiana tutto è tornato più o meno nel solco delle nostalgie antistoriche: questa è la seconda ragione dell’estremismo italiano fatto governo, la mancanza di cera nelle orecchie degli italiani per resistere alle sirene del neo-fascismo. Tutto sommato infatti il popolo italiano non si è creato gli anticorpi e rischia i virus di ritorno, non meno seri e pericolosi rispetto a quelli originari. Negli altri Paesi europei l’estremismo di destra c’è, ma almeno si vede ed è più facile combatterlo. In Italia c’è, governa, si sta sempre più legittimando all’esterno e all’interno, sta mettendo radici culturali e sociali.

All’indomani della storica sconfitta della nazionale calcistica italiana con la Corea, qualche tifoso sfegatato arrivò ad ipotizzare l’emigrazione in qualche altro Paese europeo per lavare l’onta subita. Può darsi che qualche ingenuo olandese pensi di emigrare in Italia per liberarsi dell’ipoteca di Geert Wilders. Personalmente preferisco guardare la destra estrema con gli occhiali giusti, vedendola per quello che è. Quindi, quasi-quasi- invidio gli olandesi, che possono combatterla a viso aperto con tanti rischi, ma almeno con un po’ più di chiarezza.

 

 

 

I pugili suonati e i secondi intestarditi

Nel primo giorno di tregua tra Israele e Hamas, ieri sono stati rilasciati i primi 13 ostaggi (4 bambini e 9 donne) e 39 detenuti palestinesi, nell’ambito degli accordi sul cessate il fuoco, che durerà 4 giorni. Oggi saranno rilasciati altre 13 persone, tra cui otto bambini. L’ospedale che ha accolto ieri gli ostaggi ha riferito che sono in buone condizioni di salute. Intanto Israele ha fatto sapere che ieri a Gaza sono entrati 200 camion con aiuti umanitari attraverso il valico di Rafah. Il presidente americano Joe Biden ha ventilato l’ipotesi sull’estensione della tregua. (dal quotidiano “La Stampa”)

Tutti hanno espresso moderata e dubbiosa soddisfazione alla quale non posso che associarmi. Personalmente però aggiungo un forte senso di rabbia.  Perché prima di arrivare a questa tregua si è voluto sacrificare tante vite umane e provocare tanti lutti e distruzioni? Domanda retorica? La risposta la dava mio padre: “Quand as trata äd fär dil guéri ien tutt dacordi, s’as trata äd fär la päza i caton fôra un sach äd bàli”.

Gira e rigira dovranno pur trovare un modus vivendi, non potranno stare in guerra per sempre. Forse però preferiscono la guerra a spizzichi e bocconi. Per fortuna, almeno apparentemente, nessuno soffia più di tanto sul fuoco. A Joe Biden riconosco una insperabile moderazione nonostante il fiato sul suo collo da parte del folto e potente elettorato ebraico-statunitense: poteva certamente fare anche di più, lo faccia almeno adesso come ha lasciato intendere.

Anche il mondo arabo non dimostra entusiasmo per questo conflitto, persino gli iraniani, che generalmente non vanno per il sottile, sembrano in frenata. I cosiddetti moderati buttino acqua sul fuoco e provino a intromettersi positivamente magari senza fare troppo baccano, ma consapevoli che la questione palestinesi li riguarda e non li può trascinare nella rovina totale.

Mentre la responsabilità immediata dello scoppio di questa guerra è senza dubbio ascrivibile al terrorismo di Hamas, il suo protrarsi così a lungo ricade anche sul premier israeliano Netanyahu, colpevole di politiche pazzesche in pace e di reazioni sconsiderate in guerra. Possibile che gli americani non siano in grado di mandarlo a casa, considerata l’opposizione che incontra anche in Israele e in tutto il mondo compresi gli alleati occidentali? Possibile che nessuno riesca a portare alla ragione i palestinesi sottraendoli alla tentazione del ricorso al terrorismo? Possibile che non si rendano conto che la loro pur sacrosanta voglia di uno Stato indipendente e sicuro non può trasformarsi in una sorta di martirio strumentale a ben altri disegni di potenza araba? Possibile che non riescano a trovare un minimo di classe dirigente che li guidi? Possibile che l’Europa non possa svolgere un ruolo di pacifica intermediazione nell’interesse di tutti?

Se non si riuscirà a rispondere positivamente a questi inquietanti interrogativi, la tregua durerà ben poco, come del resto le parti in causa hanno già lasciato intendere. C’è una gustosa barzelletta in materia di pugilato. Un pugile suonato sull’orlo del ko torna all’angolo per riprendere fiato.  I suoi secondi lo incoraggiano a proseguire il match che, a loro dire, sta andando bene. Al che il pugile incredulo chiede: “Ma allora si può sapere da dove arrivano tutte le botte che sto prendendo?”.

Può darsi sia così anche per israeliani e palestinesi. Forse si chiederanno se valga la pena continuare con la carneficina come vorrebbero i loro capi. Finirà la pausa, suonerà il gong e ci sarà qualcuno che avrà il buonsenso di gettare autorevolmente la spugna? Fino al prossimo match? No, per sempre!

 

I promessi sentimenti e le garantite aridità

C’è un passaggio, nel famoso racconto della conversione dell’Innominato, in cui la sola presenza di Lucia, vittima prescelta del male, suscita nell’uomo che le si contrappone un cambiamento radicale. Il suo corpo ferito e oltraggiato parla più delle parole.

L’Innominato «abbassò gli occhi, stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la poverina non aveva detto – è vero -, esclamò: “Perdonatemi!”». Rispondendo a ciò che non aveva detto. Quest’uomo che aveva impostato sulla violenza tutta la vita, riesce ora a comprendere anche il non detto. Una frase che mostra la via per accedere ad un profondo rispetto dell’altro: avvicinare e comprendere, cogliere, dell’animo, il detto ma anche il non detto. A questo dobbiamo ambire, a questo vertice di umanità dobbiamo far giungere l’uomo contemporaneo. L’Innominato non è un convertito perché impara ad andare a Messa. Capisce cosa si muove nel cuore di una persona, la guarda con occhi nuovi e la scopre in tutta la sua dignità. L’esatto contrario della cieca violenza che elimina ciò che non sa capire, che non vuole comprendere, che non parla e non ascolta, che non sa entrare in dialogo.

L’“alessitimia” è l’incapacità muta di dare parole ai propri sentimenti. La nostra società nevrotica, accecata dalla furia del movimento, del caos e del disordine, non sa accompagnare gli uomini a diventare capaci di fermarsi e cercare di dare parole al “guazzabuglio del cuore”. Di amore si vive, non ne possiamo fare a meno. Ma di amore si muore e si soccombe, anche. L’amore si trasforma nel suo contrario. «L’ho uccisa perché l’amavo» – fu l’assurda giustificazione che un uomo portò dopo il suo omicidio. Laura Pigozzi, nel suo volume Amori tossici, mette in guardia dall’«invocare la natura come guida dell’umano».

È necessaria una profonda educazione ai sentimenti, alle emozioni e alla capacità di gestirle, assecondarle o frenarle. Il maschio violento è un uomo per cui il mondo e la vita coincidono con la propria esuberante e immediata natura. Ciò che ci salverà, allora è la cultura di un “bordo” e di confini. La base solida di una rinnovata “scuola” sentimentale dovrà essere una sorta di “teologia del confine”. Come scrive Pigozzi, «l’amore è una questione di confini, di bordi che dovrebbero restare porosi, mobili, morbidi, e costituire il passaggio di ciò che nutre, come fa la membrana di una cellula». Bisogna imparare ad accettare e far emergere il valore di un “bordo”, nelle relazioni umane. Di un limite. Non è una barriera, il bordo, è un confine che chiama all’impegno e alla responsabilità di conoscerlo, prima di attraversarlo, di rispettarlo senza scavalcarlo e di amarlo senza calpestarlo. (dal quotidiano “Avvenire” – Riccardo Mensuali)

In un commento di qualche giorno fa al tragico fatto del femminicidio di Giulia Cecchettin ho riportato en passant quella che mi era sembrata quasi una boutade di Vittorio Sgarbi in materia di educazione sessuale nelle scuole. Sono rimasto colpito perché la sua provocatoria affermazione “filo-manzoniana” era in netta controtendenza rispetto allo snobistico scantinato in cui è relegato il romanzo de “i promessi sposi” ad opera del moderno culturame con la puzza sotto il naso.

Cosa affermava invece Sgarbi? Esprimeva un sacrosanto scetticismo nei confronti dello sbrigativo quanto superficiale toccasana rappresentato dall’introduzione dell’educazione sessuale fra le materie di insegnamento scolastico, aggiungendo come basterebbe insegnare ad apprezzare la cultura e l’arte per creare un freno alle degenerazioni maligne: il rapporto fra Renzo e Lucia ne “I promessi sposi”, opera letteraria che costituisce già materia di insegnamento, dovrebbe essere una fonte formativa ben più importante di un corso di lezioni psicologiche sui rapporti fra uomo e donna (ho citato a senso).

Ebbene la cosa mi ha incuriosito e sono riuscito ad approfondirla grazie a un articolo a firma Riccardo Mensuali apparso dul quotidiano “Avvenire”, che ho ritenuto di citare ampiamente e che rispecchia totalmente il mio pensiero riguardo alla delicata, direi sconvolgente, materia della violenza sulle donne.

Non avevo, nella mia crassa ignoranza, mai sentito parlare di “alessitimia” e in questa incapacità muta di dare parole ai propri sentimenti ho trovato lo specchio perfetto della nostra società, che pretende di interpretare e regolare i sentimenti prescindendo da essi e reagendo alla deriva valoriale con una sorta di vademecum perbenista da inculcare nel cervello delle persone.

O riscopriamo reciprocamente e coraggiosamente il “vertice di umanità” contenuto nei nostri più silenziosi sentimenti oppure rimaniamo imprigionati negli schemi della nostra società schizofrenica, che vuol guarire senza mettere mano al “guazzabuglio del cuore”.

Perfino nei rapporti condominiali ho la tendenza a far prevalere le ragioni del cuore su quelle più o meno violente della contrapposizione degli interessi personali, al punto da meritarmi l’ironico epiteto di “poeta immobiliare” e da mettere i condòmini su pericolose piste anti-economiche. Ragion per cui negli ultimi tempi mi rifugio vigliaccamente nella non partecipazione alle assemblee, preferendo i dialoghi personali in cerca del “cuore” condominiale.

Sì, perché la ricetta del proprio cuore, aperto a quello degli altri, vale sempre e comunque ed è l’unico antidoto alla violenza. Non c’è regolamento condominiale che tenga, non c’è educazione al sesso che riesca a sgelare i cuori e a rimettere a posto anche i più delicati e vulcanici rapporti.

Ecco il motivo per cui ho apprezzato le acute osservazioni di Vittorio Sgarbi e andrò a rileggermi con tanta commozione la pagina manzoniana della conversione dell’Innominato e del miracolo di Lucia che, col suo sofferto silenzio, riesce a parlare e ad aprire il cuore del più cinico ed incallito dei delinquenti.

 

Aborto, i dogmatismi paralleli

In un Paese che conosce livelli senza precedenti di ricorso all’aborto, è responsabile per un governo lanciare segnali alla popolazione che rischiano di banalizzare la pratica? Di fronte alla volontà dell’esecutivo francese d’inserire nella Costituzione la «libertà» o «diritto» d’abortire, i vescovi francesi invitano la classe politica a riflettere in profondità su questa prospettiva. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono fermamente contrario all’approccio dogmatico antiabortista della Chiesa cattolica. Don Andrea Gallo diceva sconsolatamente: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Alcuni anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi, all’entrata, in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione?».

Provocatori interrogativi rimasti nella mia immaginazione. È comodo pregare per o addirittura contro… È facile mettere a posto la coscienza snocciolando una cinquantina di avemaria e…chi ha il problema si arrangi…

L’aborto è certamente una scelta drammatica e, diciamolo pure, contro natura. Non mi sento però di criminalizzare la donna che, certamente in modo sofferto, decida in tal senso e di colpevolizzarla, né sul piano civile, né sul piano etico, né a livello religioso. Lei, sì, farà i conti con la sua coscienza e chissà quanta sofferenza ne ricaverà. Semmai bisognerebbe sforzarsi di essere più vicini alla donna in procinto di assumere decisioni così delicate.

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Hilarion Capucci venne presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al Papa: «Ma Lei, Santità, crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…».

Con tutto il rispetto per l’allora Papa credo che pregare sia importante, ma non basti. La Chiesa, a livello istituzionale ma ancor più a livello pastorale, sta assumendo qualche atteggiamento di comprensione. Sarebbe quindi più che opportuno abbandonare ogni velleità dogmatica per mettere in primo piano la coscienza di tutti, anche quella dello Stato laico.

Se la Chiesa deve uscire dal dogmatismo che lascia il tempo che trova, non ha però tutti i torti nel discutere il dogmatismo laicista che in questi giorni sta trovando in Francia una provocatoria espressione. Che l’aborto diventi addirittura un diritto basilare sancito nella Costituzione mi sembra a dir poco eccessivo, sbrigativo e fuorviante. L’aborto può essere, purtroppo e non sempre, una soluzione estrema ad un dramma, ma di qui a considerarlo la risposta costituzionale al problema c’è molta differenza. Semmai la Costituzione volesse affrontare questo discorso ribadendo il diritto della donna all’aborto, dovrebbe inserire altresì l’obbligo dello Stato a sostenere con tutti gli strumenti e i mezzi possibili la donna e la coppia in questa decisione così delicata e rilevante.

I vescovi francesi evidenziano il pericoloso crinale su cui avanza una società che tende a disinteressarsi di una questione sempre più considerata come lontana dalla sfera collettiva per essere lasciata alla solitudine delle donne: «Di questi nascituri siamo, in un certo modo, tutti responsabili. Dunque, il vero progresso non sarebbe forse nel poterci mobilitare tutti assieme, credenti e non, affinché l’accoglienza della vita sia più aiutata e sostenuta? La vera emergenza non sarebbe di aiutare almeno le coppie o le donne che oggi non hanno davvero scelta e non possono tenere il loro bambino per via dei vincoli sociali, economici, familiari che sopportano, troppo spesso in modo solitario?». (ancora dal quotidiano “Avvenire”)

 

La tempesta nel bicchiere sessuale

La goccia ha fatto traboccare il vaso?! Magari…Temo invece che il tutto si asciugherà in fretta, anche perché esistono degli aspiratori fenomenali che rimettono in breve le cose a posto.

Il clamore mediatico riservato al recente e sconvolgente femminicidio mi insospettisce. Stiamo parlando troppo e, come si suol dire, le chiacchiere stanno in poco posto. Anche la reazione giovanile nelle piazze e nelle scuole non mi convince. I media poi si salvano la coscienza con qualche spot educativo di maniera, immediatamente seguito da messaggi pubblicitari a furor di culi e tette con tanto di virilità pronta ad intervenire. Sarebbe peggio l’indifferenza, ma esiste l’interesse prezzolato che aggrava la situazione e anche l’attenzione del momento a cui subentra spesso la quiete culturale dopo la tempesta sociale.

Prendiamo ad esempio il discorso della educazione sessuale nelle scuole e non solo nelle scuole. Sarei favorevolissimo anche alla luce delle mie infantili e adolescenziali esperienze. C’è qualcuno che teme, con qualche ragione, di schematizzare e burocratizzare il sesso, facendone una pura materia di studio tra le risatine sporcaccione degli alunni. Qualcuno sostiene che basterebbe insegnare ed apprezzare la cultura e l’arte per creare un antidoto alle degenerazioni maligne: il rapporto fra Renzo e Lucia nei Promessi sposi (già materia di insegnamento) dovrebbe essere una fonte formativa ben più importante di un corso di lezioni psicologiche sui rapporti fra uomo e donna (provate a indovinare chi l’ha detto: Vittorio Sgarbi!). Qualcuno aggiunge che non si deve scaricare sulla scuola il disimpegno della famiglia e l’assenza o insufficienza di tutte le altre agenzie educative. Qualcuno teme che la pezza sia peggio del buco riducendo la sessualità a mera e parziale dissertazione teorica, dopo di che nel concreto entrerebbero in gioco i social, la pornografia, il bullismo, le discoteche a rimettere le cose giù di posto.

Tutto abbastanza vero e sostanzialmente riconducibile ai fondamenti della nostra società. Il sesso è parte integrante e strutturale del sistema in cui viviamo. La pubblicità è tutta basata su di esso: la donna oggetto domina la scena e il maschio, plenipotenziario ma comprimario, la rincorre, la possiede e la getta via dopo l’uso.  Il consumismo ruota attorno al gusto femminile ridotto a frenetica ricerca del sex appeal. I media sono più pornografici della pornografia, propongono subdolamente modelli sessuali accattivanti ma illusori e sbagliati. I salotti televisivi sono uno stimolo per i guardoni ed i curiosoni. Le Tv spazzatura impazzano e hanno il becco di ferro di farsi censori della società in cui guazzano.

O troviamo il coraggio, individuale e collettivo, di reagire a questo andazzo sistemico, altrimenti restiamo comunque prigionieri di un patriarcato riveduto e scorretto in sesso libero, di una parità di diritti sotto le mentite spoglie della parità di difetti, di una pacifica convivenza fra generi che prescinde dai sentimenti e dall’amore in particolare.

Attenzione a non ripetere sul piano psico-sociale l’errore che il marxismo ha fatto su quello politico-economico. La struttura rimane l’economia, la politica può solo contenerne alcune storture, la società sta a guardare a meno che non parta dall’attenzione alla persona. Solo così si può cambiare qualcosa. La nostra Costituzione ha saputo impostare questo discorso: è la bussola giusta! Partiamo sempre e comunque dalle persone e dal rispetto che meritano. Questo è il principio che dobbiamo ficcare in testa ai bambini, non a parole, ma con la testimonianza.

Non facciamo i predicatori sulla famiglia e sulla scuola, perché di prediche se ne fanno anche troppe: tutti ne parlano più o meno a proposito, i politici, i religiosi, i giornali, i sociologi, gli psicologi e chi più ne ha più ne metta, per predicare bene e razzolare male, per illudersi ed illudere che il tutto si possa risolvere con leggi restrittive o liberali, rispolverando rigidi dogmatismi, elaborando analisi dotte, riportando interminabili inchieste etc. etc.

Per concludere questo sconclusionato commento, permettetemi di riferire quanto detto da uno psicologo ad un mio carissimo amico in merito alla credibilità della testimonianza dei genitori nei riguardi dei figli. Lasciamo perdere il fatto se gli psicologi meritino o meno l’attenzione che l’attuale società sta loro riservando. Se posso dire la mia, aprendo una breve parentesi, nutro poca stima nei confronti di tre categorie di esperti, studiosi (no scienziati): psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta. Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano alla elaborazione sistematica dell’ovvio, si limitano cioè a fare una fotografia della realtà. Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.

Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I päron coj che a l’ostarìa con un pcon äd gèss in simma a la tävla i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca’ sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”

Forse sono stato poco “complimentoso”, ma un po’ di verità in quel che ho detto c’è, eccome. Nel caso specifico però quanto “confessato” dallo psicologo al mio amico lo voglio prendere per “buono” non foss’altro per la stima, che nutro nei confronti di tale amico. “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”. Ed è così anche per gli educatori in genere e per tutti coloro che svolgono ruoli di responsabilità a livello sociale. Della serie “fate come faccio e non solo come dico”.

 

 

 

Il grande dittatore e il piccolo democratico

A volte, per segnare marcatamente il distacco con cui seguiva i programmi TV, mio padre si alzava di soppiatto dalla poltrona e, quatto-quatto, se ne andava. Mia madre allora gli chiedeva: “Vät a lét?”. Mio padre con aria assonnata rispondeva quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Era un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”; l’altro risponde: “No vagh a lét” E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

Stando alle cronache, l’incontro al vertice fra Biden e Xi Jinping ha registrato risultati piuttosto deludenti. Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. Grosso modo si è svolto in un clima simile a quello di cui sopra. Non ci mancava altro che la solita gaffe bideniana.

Uno scivolone imprevisto? Dopo le strette di mani, la passeggiata con tanto di scambi di cordialità, le dichiarazioni concilianti e distensive, il pranzo di gala è arrivata anche la coda polemica. Dopo averlo già bollato come un “dittatore” in estate, il presidente Usa Joe Biden ci è ricascato. Il presidente cinese Xi Jinping, ha detto il capo della Casa Bianca nel corso della conferenza stampa, “è un dittatore, nel senso che governa un Paese comunista, basato su una forma di governo totalmente diversa dalla nostra”. Immediata (e irata) la replica cinese. Per il portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning “questo tipo di discorso è estremamente sbagliato ed è una manipolazione politica irresponsabile. La Cina si oppone fermamente”. (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Miele).

Scaramuccia a parte, sembra che il dialogo sia stato finalizzato ad evitare il peggio (peggio di così?!) e non a porre le seppur minime basi per rapporti costruttivi in ordine alla ricerca di assetti pacifici a livello mondiale.

A dettare l’agenda dei due colossi sarà l’instabilità globale. Per Patricia Kim, esperta di Asia al Brookings Institution «le drammatiche crisi in Medio Oriente e nell’Europa dell’Est servono a ricordare a entrambe le parti che, nonostante la feroce rivalità in tutti i settori, né gli Stati Uniti né la Cina beneficiano del caos. Al contrario condividono un forte interesse per un’economia globale stabile». (sempre dal quotidiano “Avvenire” – Luca Miele)

Non so se sia per la complessità e delicatezza della situazione in atto, non so se sia per il basso livello qualitativo dei due leader, non so se sia per la mancanza di visioni strategiche, fatto sta che i due hanno giocato a fare i sordi. E pensare che solo da loro potrebbe venire l’apertura di qualche spiraglio nella ricerca di nuovi ed accettabili equilibri.

Mi viene il sospetto che Stati Uniti e Cina, i due colossi a livello mondiale abbiano entrambi i piedi d’argilla per quanto concerne la loro classe dirigente: il cinese gioca a fare il grande dittatore, l’americano gioca a fare il piccolo democratico.

Non resta che accontentarsi del disgelo, delle strette di mano, di un incontro fine a se stesso. Non so se sia meglio di niente, forse dovevano aspettare di avere concrete reciproche rimostranze da far valere, invece tutto sembra essersi risolto in un confronto educato quanto inconcludente. Speriamo che sia soltanto lo scialbo aspetto esteriore di una diplomazia sotterranea.

E allora viene in mente quell’aneddoto ambientato a teatro: il pubblico rumoreggiava contro il baritono, che, rivolto agli spettatori, osò dire: «Ce l’avete con me? Sentirete il tenore…». Nel caso in questione di baritoni ce n’erano ben due sulla scena mondiale. Quando arriveranno i due tenori? Andrà ancor peggio? Peggio di così!

 

 

 

Qualcosina di sinistra non guasta

Elly Schlein ha rifiutato di partecipare ad un dibattito alla festa di Fratelli d’Italia. Maurizio Landini ha indetto uno sciopero più o meno generale contro la politica economico-sociale del governo così come emergente dalla manovra di bilancio (e non solo).

Finalmente due atteggiamenti di chiara contestazione alla destra sgovernante il Paese. Elly Schlein sta forse provando a fare la donna di sinistra, Maurizio Landini sta faticosamente provando a fare il sindacalista. Sono perfettamente consapevole della relatività dei due fatti, ma proviamo a immaginare il contrario. Se la Schlein fosse andata alla festa di Atreju si sarebbe presa una sfilza di critiche al limite dell’improperio: che razza di sinistra è mai quella che accetta di dialogare educatamente con l’avversario di estrema destra. Se Landini si fosse limitato a protestare senza scendere in piazza gli avrebbero rinfacciato una eccessiva e inspiegabile correttezza politica al limite della timidezza.

Mi auguro che siano due fatti emblematici della volontà di provare a lottare contro questa destra, certo non alla viva il parroco, ma nemmeno alla viva il Parlamento che non esiste. Non basta dire “no”, ma bisogna anche saper dire qualche “no”. Servirà a poco, ma forse a smuovere un pochettino le acque dell’indifferenza e della sfiducia totale.

Come al solito si alzerà il coro dei politologi chic e dei commentatori snob che ritengono non pagante un’opposizione barricadera e ideologica. Ho messo in parata le due posizioni di Schlein e Landini perché una è frutto di chiarezza ideologica e di identità antifascista, l’altra di concreta protesta sui problemi che toccano nel vivo gli italiani. Non credo che gli autori delle due iniziative si siano accordati, ma, tutto sommato, i loro espedienti tattici vanno abbastanza d’accordo. Oltre tutto si potranno fare molte critiche, ma i due personaggi sono sinceri e leali.

Due piccoli segnali che possono spegnersi in fretta, ma che potrebbero anche innescare qualche processo politico virtuoso. Non sono mai stato un fanatico sostenitore della strategia di massa e di lotta, non provengo da quella cultura e da quella storia anche se mi sento sostanzialmente molto più di sinistra di tanti personaggi sulla scena politica e sociale. Mi sembra però giunto il momento di fare qualcosa di sinistra altrimenti andiamo tutti alla festa di Atreju a bere l’amaro calice e non se ne parli più.

Lo sciopero è uno strumento superato e qual è lo strumento moderno di protesta popolare? L’antifascismo è una battaglia vecchia e fuori dal tempo e qual è la battaglia nuova contro il fascismo di oggi?

Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo; a chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “Sit bón äd guidär”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo schèrsot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se po’ suceda quel, at pos dìr dal bagolón”.

Se il potere in mano alla destra dovesse mai portarci in una vera e propria deriva antidemocratica, potremo almeno dare dei bagoloni a quanti oggi lasciano intendere di saper guidare il Paese ed a quanti si lasciano da essi abbindolare.  Soddisfazione magra, ma di alto profilo politico.

I corpi delle ragasse

«L’educazione sessuale e affettiva dei ragazzi è fondamentale, perché oggi l’apprendimento avviene tramite la pornografia, mentre invece sarebbe opportuno imparare il rispetto dell’altro sin dalla scuola elementare, anzi ancora prima, dalla materna». Ne è convinto Mario Puiatti, presidente dell’Aied, l’Associazione italiana per l’educazione demografica che ha lanciato la sua nuova proposta politica.

«Vorremmo che l’educazione affettiva e sessuale diventasse un diritto delle ragazze e dei ragazzi italiani. Raccomandato dall’Oms e previsto nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in Italia questo diritto è tuttora carta morta. Dopo 16 proposte di legge arenatesi in Parlamento, il nostro Paese è l’unico inadempiente in Europa insieme a Cipro, Bulgaria, Polonia, Romania e Lituania.

I ragazzi di oggi si rapportano alle relazioni sessuali ed affettive In modo pessimo. Innanzitutto ne sanno molto meno dei loro genitori e dei loro nonni: gli adolescenti disertano i consultori e si nutrono della pornografia diffusa da Internet. La scuola dovrebbe avere il tema dell’educazione sessuale ed affettiva come materia prevista dal programma scolastico nazionale del ministero dell’Istruzione. Magari potrebbe anche essere una materia facoltativa, ma dovrebbe essere inserita nell’orario scolastico.

La violenza di genere, il dilagare del femminicidio è figlio di una cultura che non è incentrata sul rispetto degli altri. Dobbiamo arginare questa deriva cultuale. Ma non vedo attenzione alle nostre battaglie. (Sono alcuni passaggi di un’intervista pubblicata dal quotidiano “La Stampa”)

La proposta di Mario Puiatti ha assunto purtroppo un significato profetico in quanto, pochi giorni dopo, la fuga dei fidanzati, che aveva suscitato ansia a livello mediatico, ha trovato un tragico epilogo nella morte della ragazza avvenuta con ogni probabilità ad opera del fidanzato: l’ennesimo caso di femminicidio con modalità e motivi ancora da chiarire.

Dopo il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin, la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha lanciato un appello a Giorgia Meloni. “Almeno sul contrasto a questa mattanza di donne e di ragazze, lasciamo da parte lo scontro politico e proviamo a far fare un passo avanti al Paese”, ha detto, sottolineando che “non basta la repressione se non si fa prevenzione. Approviamo subito in Parlamento una legge che introduca l’educazione al rispetto e all’affettività in tutte le scuole d’Italia”.

Se si fosse finalmente sgelata l’attenzione della politica riguardo a questo inquietante fenomeno sarebbe già qualcosa di importante. Tuttavia credo che ci vorrà ben altro rispetto alla pur lodevole introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. Il benaltrismo è un male paralizzante, ma purtroppo penso che il femminicidio sia sintomo e sintesi di un male generale e profondo della nostra società, fondata sui disvalori.

Il sesso viene ridotto a merce di consumo, il corpo della donna a strumento di piacere, le relazioni sentimentali a gioco delle parti, la procreazione a fenomeno da baraccone, i rapporti umani a conflitti di potere, l’educazione a optional rimpallato fra traballanti famiglie e burocratiche scuole, e via di questo passo.

La mina non è esplosa fintantoché la subordinata condizione femminile assorbiva queste contraddizioni relegandole nei diversi retrobottega. Quando si è rotto l’equilibrio basato sulla inaccettabile condizione femminile, tutto è venuto a galla. Lo stesso comportamento della donna emancipata (?) non è in grado di prevenire o almeno arginare il fenomeno, imprigionando la donna stessa in una sorta di paradossale sindrome di Stoccolma a livello sessuale.

Uscirne non sarà facile. È inutile piangere sul latte versato. Ricordando, amaramente e provocatoriamente, un famoso proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, mio padre, tra il serio ed il faceto, diceva invece: “Chi è causa del suo mal pianga me stesso”. Ed infatti c’è molto di cui piangere sugli altri, sulla società, sulla crisi dei vari sistemi educativi, sulla immancabile crisi della politica, ma anche su tutti noi stessi! Tutti portiamo un pezzo rilevante di responsabilità. Non illudiamoci di reprimere finendo col mettere la sporcizia sotto il tappeto. Non pensiamo di lavarci la coscienza con le solite folcloristiche manifestazioni. Non facciamone un punto di scontro sociale e ancor meno politico.  Non facciamo rientrare la soluzione del caso in una edizione riveduta e scorretta del “Dio, Patria e Famiglia”.

E allora? Non lo so. In questa società che uccide le donne, che giustifica le guerre, che rifiuta i disgraziati, che respinge i disperati, mi sento a disagio. Sento e faccio mio il grido dello scrittore russo F. M. Dostoevskij: «No, non voglio partecipare ad un mondo che si costruisce su tanti cadaveri e su tante sofferenze. Restituisco il mio biglietto d’ingresso. Il prezzo è troppo alto!».

Anche perché ne sarò chiamato a rispondere da chi la sa molto più lunga dei politici, dei sociologi, degli psicologi, dei filosofi, degli antropologi. Non ci girerà intorno, come facciamo noi, e mi dirà: “Ho avuto fame e non mi hai dato da mangiare; ho avuto sete e non mi hai dato da bere; ero forestiero e non mi hai ospitato, nudo e non mi hai vestito, malato e in carcere e non mi hai visitato”.

Di fronte ai problemi c’è la tendenza a “buttarla in politica”. Io, da parecchio tempo, la butto in religione, o per meglio dire “in Vangelo”. Pacifista, comunista, integralista cattolico? No, solo un povero cristo che cerca di trovare il bandolo della matassa nel vero e grande Cristo. Con quali risultati? Spero conti soprattutto la retta intenzione mia e l’onnipotenza di chi sa trarre il bene anche dal male.