Il PD poco intelligente e molto artificiale

Su due questioni caldissime tra i dem, il conflitto Hamas-Israele e il fine vita, la leader ha speso parole che hanno evidenziato le differenze interne e hanno lasciato perplessi, nuovamente, liberal e catto-dem.

Elly Schlein ha bacchettato la consigliera regionale veneta del partito per eccesso colposo in legittima crisi di coscienza sul tema del fine vita. A parte questa reciproca e strumentale forzatura metodologica, per la segretaria, ora, il tema è rilanciare la proposta di legge «per assicurare un fine vita dignitoso», su cui proprio i cattolico-democratici del Pd avevano costruito una faticosa unità interna durante la scorsa legislatura.

I liberal invece restano impressionati da un altro passaggio della segretaria, quello inerente il conflitto Hamas-Israele: «Dobbiamo porci la questione di evitare di alimentare questi conflitti, di evitare l’invio di armi e l’esportazione di armi verso i conflitti, verso il conflitto in Medio Oriente, in particolare in questo caso ad Israele. Perché non si può rischiare che le armi vengano utilizzate per commettere quelli che si possano configurare come crimini di guerra». (le frasi in corsivo di cui sopra sono prese dal quotidiano “Avvenire”)

Sono cattolico, non so se sono catto-dem. Se essere catto-dem vuol dire restare rigidamente attaccati al principio assoluto della morte indisponibile per la persona umana, non lo sono. Ho una visione laica della religione e ancor più della politica. Per farla breve sono perfettamente d’accordo con quanto affermava don Andrea Gallo: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

E dove sta don Gallo sta anche una canzone di Fabrizio De André, “Preghiera in gennaio”: “Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte ai suicidi dirà baciandoli alla fronte venite in Paradiso là dove vado anch’io perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Dal momento che però non si può cadere in una sorta di assistita anarchia suicida, la politica deve intervenire a normare la delicatissima materia senza pregiudizi religiosi e ideologici, ma mettendo al primo posto i diritti della persona (discorso perfettamente costituzionale). Non ricordo i contenuti della proposta di legge elaborata unitariamente dal PD, ma penso sia la strada giusta senza nascondersi dietro pelose obiezioni di coscienza, che amo definire obiezioni di comodo. Speriamo che il pur sacrosanto intervento legislativo non rappresenti una beffarda tortura burocratica finale per chi è già sufficientemente maltrattato da madre natura con tutto quel che segue.

Sulla questione delle armi mi rifaccio a quanto ha scritto recentemente sul quotidiano “Avvenire” Pier Luigi Castagnetti, un autorevole aderente, seppur critico, al PD: «Mi limito a osservare ad esempio che se, di fronte ai focolai di guerra in corso, che stanno allargandosi spaventosamente, producendo migliaia e migliaia di morti incolpevoli, e lo sconvolgimento degli equilibri del mondo, anche i politici cattolici lasciano solo il Papa a testimoniare una posizione di assoluto realismo e buon senso, perché preferiscono discutere della partita delle capoliste alle elezioni europee, sarà difficile che essi possano migliorare il loro appeal elettorale»

Basta armi, basta armi! Basta con la menata della difesa della democrazia armi in pugno. Papa Francesco ha dedicato gran parte della sua ultima intervista televisiva ad un durissimo atto d’accusa ai signori di ogni guerra, i produttori di armi, quei “fabbricanti di morte” indicati come i maggiori promotori e i principali beneficiari di ogni conflitto. E con loro quei leader che decidono di mettere mani alle armi incuranti della sorte dei loro soldati e delle vittime civili.

Allora mettiamoci d’accordo. Non si può essere accaniti difensori della vita con chi non ce la fa più a vivere e accaniti realisti davanti agli eccidi conseguenti alle guerre. Non so cosa ci sia di cattolico nei primi e cosa ci sia di liberale nei secondi. Bisognerebbe almeno paradossalmente essere sempre radicali o sempre liberali.

Se il Pd si incarta in queste diatribe pseudo-ideologiche si allontanerà sempre più dagli umori e dagli amori popolari per ripiegare su una sorta di partito poco intelligente e molto artificiale. Ben vengano le discussioni interne al partito, ma poi occorre la capacità e la volontà di fare sintesi. Non ce l’ha nessuno e allora penso proprio che mi confermerò nell’intenzione di non votare più per questo partito in cui non mi riconosco. Mai dire mai, ma mi sento troppo laico per difendere la vita solo a parole, per niente liberale per offendere la vita con le armi in pugno.

 

 

I dubbi atroci sulla politica israeliana

Una soluzione a due Stati, ovvero Israele e Palestina, deve essere “imposta dall’esterno per portare la pace nella regione” mediorientale. Lo ha detto l’Alto rappresentante europeo per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, durante il suo discorso dopo aver ricevuto il dottorato onorario dall’Università di Valladolid (Uva). Se la comunità internazionale non interverrà con forza, ha proseguito Borrell, “la spirale di odio e violenza continuerà di generazione in generazione, fino a che i semi dell’odio che oggi vengono seminati a Gaza germoglieranno”.

L’Alto rappresentante ha poi criticato il fatto che negli ultimi 30 anni, sebbene tutti sostengano la soluzione dei due Stati, “non abbiamo mai fatto molto per realizzarla”. “La buona notizia è che ci sono persone disposte a farlo, mentre la cattiva notizia è che in Israele, in particolare, il suo governo si rifiuta categoricamente”, ha evidenziato Borrell, aggiungendo che il primo ministro, Benjamin Netanyahu, “ha boicottato personalmente questa soluzione negli ultimi 30 anni”. L’Alto rappresentante ha infine dichiarato che, nel tentativo di impedire la creazione di uno Stato della Palestina, il governo israeliano ha “finanziato Hamas per cercare di indebolire l’Autorità nazionale palestinese”. (Nova.News.it)

Dichiarazioni a dir poco esplosive, che gettano una luce diversa sulla situazione dei rapporti tra Israele e la Palestina. Altro che realpolitik, se la pur sbrigativa analisi di Borrell fosse veritiera, si tratterebbe della più vergognosa e cinica delle politiche, messa in atto dallo stato di Israele, che oltre tutto funzionerebbe da perfetto assist per l’antisemitismo.

Finalmente la Ue ha battuto un colpo, oserei dire persino esagerato. Evidentemente anche a livello diplomatico non se ne può più. Nessuno in Italia ha il coraggio di fare simili dichiarazioni: si va “manicheisticamente” dal filo-ebraismo di maniera all’acritico appoggio alla causa palestinese. La verità sta nel mezzo. Persino gli Usa avanzano una posizione possibilista sui due Stati e infatti sono in forte contrasto con Benjamin Netanyahu e la sua intransigenza.

Ancora una volta devo citare mia sorella Lucia allorché, al rientro da un pellegrinaggio in Terra Santa, si lasciò andare a un giudizio pesantissimo sui rapporti tra ebrei e palestinesi: in poche parole disse che gli ebrei erano capaci di tutto mentre i palestinesi non capivano niente. Siamo ancora lì: a Israele fa gioco la radicalità palestinese che gli consente di spadroneggiare il territorio e l’economia. Che si arrivi al punto di finanziare i terroristi di Hamas per delegittimare e mettere in crisi l’Organizzazione per la liberazione della Palestina è una cosa che non sta né in cielo né in terra o, meglio, sta nell’inferno politico.

Quando qualcuno a livello culturale si lasciò andare ad una lettura nazista capovolta della politica israeliana post Shoah, ci fu una comprensibile levata di scudi. Non si trattava di negazionismo, ma del timore di una sorta di sindrome del perseguitato che si trasforma in persecutore.

La storia si sta incaricando di sollevare qualche dubbio atroce. E poi non stupiamoci dei rigurgiti di antisemitismo che affiorano: vomitevoli e condannabili, mancherebbe altro. Teniamo presente tuttavia che, purtroppo la Shoah non può giustificare il teorema in base al quale, Israele e l’ebraismo sarebbero l’incarnazione del bene che combatte contro il mondo del male impersonificato dai palestinesi, dagli arabi e dall’islamismo. La situazione è molto più complessa e discutibile.

D’altra parte si dice che il Mossad (i servizi segreti israeliani), sia stato implicato nell’infiltrazione delle Brigate Rosse ai fini del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Così come in molte altre porcherie in giro per il mondo. Tutto si terrebbe.

 

Fredde parolin…e o calde castagnett…e

“Il passato non si può ripetere, è stata una stagione che ha avuto le sue grandezze ma anche i suoi limiti, ma che è finita. Certo, al di là della formula, l’importante è che ci siano i valori dei cattolici, i valori umanistici che possano trovare spazio nella politica di oggi, e anche realizzazione, e dunque essere tradotti anche nella realtà”.  Lo ha affermato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano parlando della fine della Democrazia Cristiana. “I rapporti con la politica italiana – ha aggiunto il cardinale Parolin – sono di competenza della Cei. Ma credo che nella particolare situazione in cui viviamo non possiamo esimerci dal rapporto tra politica e Santa Sede, l’importante è che ci sia un coordinamento e una collaborazione tra Santa Sede e Cei in modo da portare avanti gli stessi elementi”. (Askanews   17-01-2024)

Devo ammettere che queste fredde, scarne e sbrigative parole mi hanno un po’ irritato: non si può liquidare in modo così frettoloso un lungo periodo storico, mi riferisco appunto all’epoca caratterizzata dalla presenza della Democrazia Cristiana e a quel che ne è conseguito. Voglio solo far presente come la DC sia riuscita a coniugare la laicità della politica con l’ispirazione cristiana, non cadendo mai nel mero collateralismo e salvaguardando il riferimento ai valori cristiani. Se è vero che il passato non si può ripetere, è altrettanto vero che il sentimento della storia (come ci insegna Antonio Scurati) ci obbliga a rivisitarlo criticamente per trovare in esso insegnamenti molto preziosi.

I rapporti con la politica italiana non sono di competenza della Cei in coordinamento col Vaticano: c’è in questa affermazione una evidente contraddizione, che riporta dritti dritti al discutibilissimo passato remoto (Luigi Gedda) e prossimo (Camillo Ruini). La politica italiana è innanzitutto e soprattutto materia per i cattolici di base, per i loro movimenti e le loro associazioni, non una questione da riservare ai rapporti tra gerarchia e partiti, tra potere clericale e potere politico.

Non voglio essere irriverente, ma l’analisi paroliniana mi sembra assai più andreottiana che degasperiana e ancor prima sturziana. Sono rimasto stupito dal pressapochismo del segretario di Stato Vaticano, al quale consiglierei di andare a scuola da papa Montini per capire la politica italiana e favorirne un’evoluzione squisitamente popolare e democratica.

Per fortuna negli stessi giorni in cui Parolin mi raggelava, Pier Luigi Castagnetti, l’ultimo segretario del Ppi (dal 1999 al marzo 2002), oggi presidente dell’associazione “I Popolari”, mi riscaldava con la sua rivisitazione del popolarismo nei suoi passaggi storici per arrivare ai giorni nostri, vale a dire a suonare la sveglia al Partito Democratico.

Mi limito a osservare ad esempio che se, di fronte ai focolai di guerra in corso, che stanno allargandosi spaventosamente, producendo migliaia e migliaia di morti incolpevoli, e lo sconvolgimento degli equilibri del mondo, anche i politici cattolici lasciano solo il Papa a testimoniare una posizione di assoluto realismo e buon senso, perché preferiscono discutere della partita delle capoliste alle elezioni europee, sarà difficile che essi possano migliorare il loro appeal elettorale. (Forse dovremmo tutti rileggere il capitolo 75 della “Gaudium et Spes” e il cap. VIII della “Lumen Gentium”. E anche il cap. XIII (“La eliminabilità della guerra”) del libro che Sturzo scrisse in inglese nel 1929, “La comunità internazionale e il diritto di guerra)”. (dal quotidiano “Avvenire” del 18 gennaio 2024)

Colpito e affondato un certo generico e superficiale modo di intendere il PD. La storia e la cultura ci portano su altri lidi a livello di metodo e di contenuto. Sì, perché, come scrive molto efficacemente Castagnetti, ripercorrendo la storia dei popolari e dei democratici cristiani, la diversità fondamentale fra quei tempi (1919 e 1994) e l’attuale a me pare si possa cristallizzare in una osservazione: allora i partiti venivano fatti dalla storia (Bodrato), oggi invece vengono fatti dalle mode e dai sistemi elettorali, entrambi, per ragioni diverse, imprescindibili. Ragionare e comportarsi come se non esistessero in particolare le gabbie di leggi elettorali, criticate a parole ma ampiamente condivise nei fatti dalle segreterie di tutti i partiti, significa mortificare ogni pur legittima iniziativa. A questi due condizionamenti si dovrà aggiungere quello della conoscenza della realtà. 

Oggi la realtà significa innanzitutto “guerra” e chi vuole dare un senso alla politica non può prescindere “dalla guerra alla guerra”. La madre di tutti i problemi è la pace, così come quella di tutte le riforme è l’equità fiscale. Si provi a ripartire di lì per presentarsi alle urne con dei valori da proporre (Costituzione alla mano), e non con delle persone da sbandierare (sfide mediatiche fra i piedi).

 

 

 

Le democrazie invecchiano e i bimbi muoiono

Bronson Battersby, 2 anni, è morto di stenti. Il suo corpo è stato trovato accoccolato a quello senza vita del padre sessantenne, Kenneth, ucciso in casa a Skegness, nel Lincolnshire, da un infarto. Il dettaglio che scuote l’opinione pubblica britannica è la tempistica del ritrovamento avvenuto, lo scorso 9 gennaio, almeno due settimane dopo il presunto decesso dell’uomo a cui il bambino era stato affidato per il Natale. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non risponde alle telefonate del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dallo scorso 7 ottobre, quando si sono verificati gli attacchi di Hamas, che hanno poi scatenato la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza.
Guterres ha riconosciuto oggi in un’intervista ad Al Jazeera a Davos di non aver ancora parlato con il premier israeliano; e, successivamente, da New York, il suo portavoce, Stephane Dujarric, nella sua conferenza stampa quotidiana a New York, ha spiegato meglio. Dujarric non ha specificato quante volte Guterres ha provato a parlare con Netanyahu: “Non è come se qualcuno mi chiamasse tutti i giorni (e dicesse) richiamami, richiamami. C’è’ un protocollo diplomatico. Sappiamo che il messaggio (della chiamata) è stato ricevuto e il fatto che non abbiano chiamato non ha impedito al segretario generale di avere tutta una serie di contatti con funzionari israeliani”, ha spiegato Dujarric, che ha citato -tra questi “contatti”- il presidente israeliano Isaac Herzog o l’ambasciatore all’Onu, Gilad Erdan.
Dall’inizio della guerra, l’Onu è stata accusata di parzialità filo-palestinese dal governo israeliano, che ha preso di mira in particolare il segretario generale; tanto che diversi membri del gabinetto di governo israeliano ne hanno poi chiesto le dimissioni. (Rai News.it)

 

Ho fatto l’accostamento fra due notizie apparentemente scollegate, che però la dicono lunga sul mondo in cui viviamo. Se un bambino di due anni, nella democratica Gran Bretagna, muore nell’indifferenza generale, c’è indubbiamente qualcosa che tocca nella nostra cosiddetta civiltà occidentale. Se un importante capo di Stato, in un periodo di gravissime tensioni internazionali e mentre muoiono migliaia di bambini fra atroci sofferenze, snobba clamorosamente il segretario generale dell’Onu, c’è indubbiamente qualcosa che tocca nelle nostre cosiddette democrazie occidentali. Lo spaventoso egoismo che ci caratterizza non trova un limite nemmeno di fronte ai bambini. Forse ci commuoviamo sul momento davanti a certe immagini e pensando a quanto sta succedendo, per poi tornare a rifugiarci nella narrazione bellica e in quella pseudo-democratica che ci mettono il cuore in pace.

Papa Francesco, durante l’intervista rilasciata a Fabio Fazio, ha ricordato di avere incontrato in Vaticano dei bambini provenienti da Kiev pochi giorni prima: «Non sorridevano più, hanno dimenticato come si fa. Nonostante gli offrissi cioccolata e scherzassi con loro, non sorridevano. Un bambino che dimentica un sorriso è una cosa criminale, la guerra toglie il sorriso ai bambini». Quei bimbi ucraini accompagnati dai loro genitori «hanno visto qualcosa della guerra ma nessuno di loro sorrideva. I bambini spontaneamente sorridono» ma loro «avevano dimenticato il sorriso» e quando «un bambino dimentica un sorriso è criminale».

Mia sorella andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica. Posso facilmente immaginare come reagirebbe di fronte ai drammi della guerra di questo periodo.

Lascio invece a mio padre la colorita reazione verso la politica ufficiale degli Stati in guerra. Cosa direbbe davanti al trattamento disgustoso riservato ad Antonio Guterres, vale a dire da Putin che gli ha mandato bombe che lo hanno sfiorato durante la sua missione in Ucraina, da Biden che ha irriso ai suoi appelli moltiplicando i carri armati all’Ucraina, da Netanyahu che gli chiude il telefono nei denti? “Ig scorezon adrè, i al tozon pr’al cul, robi da mat”. Poi si alzerebbe di soppiatto dalla poltrona e quatto, quatto se ne andrebbe a letto. Mia madre allora gli chiederebbe: “Vät a lét?”. Mio padre con aria assonnata risponderebbe quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”; l’altro risponde: “No vagh a lét” E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”. E chi c’è infatti di più sordo dei capi di Stato che dialogano con le bombe.

Diceva Dietrich Bonhoeffer: “Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini”. C’era un mio simpatico conoscente che in dialetto parmigiano definiva i bambini, scherzosamente ma con sgarbata dolcezza, “putanén” anziché putén. Probabilmente intendeva sottolinearne la sana e spregiudicata irrequietezza. Quando invece doveva sottolineare il modo assurdo di giocare a carte di qualcuno, esclamava: “Mo guärdol col putanòn lì…”.  Come è bello ed eloquente il dialetto parmigiano!!!

 

 

 

 

L’orgasmo antipapale

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò vuole fare arrestare papa Francesco aprendo una polemica su un libro scritto da un cardinale nel 1998. L’arcivescovo Viganò si è spesso trovato in disaccordo con Papa Francesco sulla direzione della Chiesa cattolica, si è rivolto ai social media per criticare un libro riemerso scritto 25 anni fa da un altro religioso. L’arcivescovo considera l’opera “pornografica” e una “perversione” e ora ha chiesto l’arresto sia dello scrittore, il cardinale Víctor Manuel Fernández, sia del Papa.

Il sacerdote, secondo Viganò, ha suggerito che Dio potrebbe “rendersi presente quando due esseri umani si amano e raggiungono l’orgasmo; e che l’orgasmo, vissuto alla presenza di Dio, può anche essere un atto sublime della presenza di Dio”, ha scritto la rivista Catholic Herald in un commento, citando il libro di Fernández. Il libro è riemerso dopo che l’attuale cardinale Fernández, con l’approvazione del Papa, ha permesso ai pastori di impartire benedizioni non liturgiche alle coppie in “situazioni irregolari”, come le coppie gay o i conviventi non sposati.

L’8 gennaio, il cardinale Fernández ha rilasciato un’intervista al sito cattolico Crux e ha detto che era giovane quando ha scritto il libro, aggiungendo: “Certamente non lo scriverei adesso”. Ha detto: “Molto tempo dopo quel libro, ne ho scritti di più seri come The Healing Force of Mysticism … [e] non ho mai permesso che fosse ristampato”. Ha detto di aver cercato di aiutare le coppie a “comprendere meglio il significato spirituale delle loro relazioni”, ma ha aggiunto che in seguito aveva cercato di annullare il libro per paura che “potesse essere interpretato male”. (Bake news)

A monsignor Viganò non è parso vero di attaccare il papa e il cardinal Fernandez, quest’ultimo reo di essere l’ispiratore delle aperture di papa Francesco verso i soggetti omosessuali.

Víctor Manuel Fernández, detto Tucho, è un cardinale, arcivescovo cattolico e teologo argentino, dal 1º luglio 2023 prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, presidente della Pontificia commissione biblica e della Commissione teologica internazionale.

Il Cardinale Teologo argentino ha messo la firma e la faccia – insieme al Pontefice – all’autunno delle aperture «progressiste», rivolte in particolare al mondo Lgbtq+. E per questo è «sotto attacco», nel mirino del fronte tradizionalista e di alcune conferenze episcopali. Soprattutto dopo la dichiarazione «Fiducia supplicans», che ha dato il via libera alla benedizione delle coppie gay.

Vado con ordine o disordine secondo i punti di vista. Sul valore e significato dell’orgasmo sono perfettamente d’accordo col cardinale Fernandez e mi dispiace che sia stato “costretto a ritrattare” per smorzare assurde, strumentali e bigotte polemiche antipapali. Ricordo come un prete amico, di fronte alla mia dilagante spinta sessuale giovanile, mi abbia arditamente e positivamente provocato, inducendomi ad una corretta sessualità inquadrata nel rapporto amoroso, considerando in tal caso il godimento derivante dall’orgasmo addirittura come un’eloquente anticipazione della felicità paradisiaca.

Qualche tempo fa non avrei mai più pensato che un papa venisse attaccato sul tema del sesso in quanto tropo aperto sulla materia. Ci godo moltissimo! Era ora, anche se rischia di pagarla cara.

Ha sempre più ragione don Luciano Scaccaglia, l’amico sacerdote costantemente in odore di eresia, che affermava come papa Bergoglio lo copiasse.  Chissà come sarà soddisfatto: una stupenda rivincita!

Don Andrea Gallo, nel libro “Il testamento di un profeta” afferma con tanta simpatica schiettezza: «Il sesso è anche un piacere. Fisico, intendo. E non me ne vergogno. Come prete non posso praticare la scelta del sesso, ma immaginarlo almeno un po’ praticato da altri, mi rende l’animo più gaudente e allegro».

Padre Alberto Maggi, teologo e biblista, scrive: «Il fatto è che siamo abituati a un Vangelo all’acqua di rose. Nella Chiesa si sono accentuati certi aspetti su cui Gesù non ha mai aperto bocca. Pensiamo alla sessualità. Sulla ricchezza, il potere, l’ambizione Gesù era severo. Ho proposto da sempre la radicalità del Vangelo: prima viverlo».

Temo persino che papa Francesco si sia fatto prendere dall’euforia progressista, passando dai temi sociali a quelli sessuali. Non esageri perché l’argomento scotta. Sia prudente perché ha puntati contro molti fucili pseudo-teologici. Probabilmente si sentirà in dirittura d’arrivo e vorrà fare una bella volatona finale, facendosela magari tirare da qualche collaboratore in linea con lui come il cardinale Fernandez. C’è sicuramente chi gli vuol mettere i bastoni fra le ruote o chi lo vuol squalificare ritenendo che stia girando in mutande per le stanze vaticane (leggi arteriosclerosi galoppante). A proposito di variopinte mutande, se proprio vogliamo insistere nella metafora, nel clero cattolico c’è purtroppo chi è esperto nel toglierle con la forza della subdola trasgressione e financo della vomitevole violenza.

 

 

 

 

 

La sharia di Sarri

«Prendi i soldi e scappa». Così Maurizio Sarri ha definito la formula della Supercoppa, quattro squadre in trasferta a Riyad da giovedì. La sua Lazio giocherà venerdì la semifinale contro l’Inter, all’indomani di Napoli-Fiorentina. «È il segno di un campionato che ha bisogno di soldi e li cerca nelle maniere meno opportune.

«Questo è tutto fuorché sport, è “prendi i soldi e scappa”, in maniera miope. La finale di Fa Cup si gioca nello stesso posto da 120 anni. Noi si va a elemosinare in giro per il mondo. Con tutti i problemi che ci sono, si fa la Supercoppa a 4… Se il calcio moderno è questo, sono felice di essere vecchio».

La vis polemica di Sarri ha poi investito altri argomenti, come il campo dell’Olimpico. «Non mi vengono aggettivi, è un terreno ingiocabile. È dipinto, manca l’erba in molti punti. Tutte le squadre che vengono a giocare qui, da 1 a 5, danno come valutazione 0. Questo è un campo da amatori; è imbarazzante che il calcio italiano sia ridotto così, poi è chiaro che all’estero non ti guarda nessuno. Non ci sono soldi per fare gli stadi e lo capisco, ma che non ci siano per rifare un manto erboso, non lo capisco». (Corriere della sera)

Nessuno che io sappia, ad eccezione di un timido accenno fatto da Adriano Panatta alla Domenica Sportiva Rai, ha osato rispondere a Maurizio Sarri per le rime. Da dove pensa che gli ingaggi da nababbo, tra i quali anche il suo, possano arrivare? Come può il sistema calcio permettersi certe spese se non cercando i soldi laddove sono, tramite ardite operazioni commerciali?

Sono d’accordo sul fatto che questo non sia più sport: Sarri se ne è accorto solo adesso perché lo disturba la trasferta in quel di Riad, che rischia di interrompere la striscia positiva (tutt’altro che consolidata) della sua squadra. Ha il pallino dei calendari inflazionati: gli piace fare la vittima delle partite ravvicinate, soprattutto quando le perde. Sputare nel piatto dove si mangia non è elegante e nemmeno professionalmente corretto.

Stiamo inoltre assistendo ad una deriva polemica verso arbitri e var: chi perde dà la colpa al sistema, che, gira e rigira, privilegerebbe i grandi club a danno dei piccoli. Non è forse sempre stato così? I giocatori coprono le loro magagne con ridicole sceneggiate e proteste sul campo. Gli allenatori e i presidenti quadrano i loro fallimentari bilanci scaricando le colpe sugli arbitraggi. I media guazzano dentro le polemiche dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte, anche perché, mentre gli addetti ai lavori sputano nel piatto, loro mangiano il pane a tradimento e avrebbero non pochi problemi a riciclarsi nel caso di un’implosione o di un grosso ridimensionamento del sistema.

L’unico aspetto positivo lo vedo in un crescente scetticismo del pubblico al netto dei prezzolati e vezzeggiati tifosi col paraocchi: anche questo è un motivo aggiuntivo per la ricerca di fonti finanziarie alternative rispetto agli incassi dal botteghino, alle calanti tradizionali sponsorizzazioni e agli introiti dalle tv a pagamento.

Siamo solo agli inizi: arriveranno le superleghe, i tagli fisiologici al numero delle società calcistiche, l’ingresso ulteriore di soci con fondi più o meno puliti, un mix sempre più speculativo fra calcio e commercio. E ci sarà qualcuno che farà finta di scandalizzarsi, che, dopo aver cantato all’andata “là c’è da bere e da mangiare”, al ritorno “dopo aver mangiato e ben bevuto” si metterà a discutere di sport, facendo un po’ di opposizione a sua maestà il pallone gonfiato.

 

Il sindaco molto trumpiano e il vescovo poco francescano

Nuovo attacco del sindaco di Ferrara Alan Fabbri all’arcivescovo Giancarlo Perego. Anche stavolta, come tre anni fa, il primo cittadino leghista offende con tono sprezzante il pastore della Chiesa di Ferrara-Comacchio sui criteri di assegnazione delle case popolari, invitandolo a prenderseli in Curia con la solita demagogia. Da Fabbri sono arrivate parole offensive sui social condite da ironie pesanti. «L’arcivescovo dovrebbe iniziare a riempire di migranti il suo Palazzo e lasciare le case popolari ai ferraresi. La sua reggia non solo è molto grande, ma mi sembra anche piuttosto vuota. È facile fare i caritatevoli con i soldi e i beni degli altri, molto meno unire con coerenza parole e fatti. Ma ormai dal vescovo di Ferrara ci si può aspettare di tutto: che non sia lui il prossimo candidato del Pd ferrarese?». Detto che la “reggia” di Perego è vuota perché terremotata e in restauro da anni, cosa ha scatenato l’ira di Fabbri? L’apprezzamento dell’arcivescovo al provvedimento della Regione Emilia-Romagna, che ha uniformato i criteri per l’assegnazione delle case popolari. In particolare la residenzialità storica, introdotta a Ferrara dal leghista, è diventato un requisito per tutti, ma non dà più punteggio. E agli occhi di Fabbri, che pensa di poter stabilire i limiti del magistero vescovile, Perego ha la colpa di essere andato oltre i suoi compiti, esprimendosi a favore del provvedimento regionale che modifica i criteri di assegnazione delle case popolari e che andrà al voto in consiglio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Potremmo sintetizzare così questa moderna versione della diatriba fra don Camillo e Peppone di “guareschiana” memoria: il vescovo dà lezione etico-politica al sindaco; il sindaco fa la morale evangelica al vescovo. Che dire? In un certo senso, hanno ragione entrambi!

Il vescovo difende i deboli, in questo caso gli immigrati che alla loro sofferta precarietà di vita aggiungono discriminazioni subite in nome di una sorta di trumpiana opzione nazionalistica. “Da oggi in poi, prima l’America”: questa la promessa di Donald Trump durante il suo discorso di insediamento. “Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione o sulla politica estera sarà presa a beneficio dei lavoratori e delle famiglie americane e contro gli scempi delle altre nazioni nei confronti dei nostri prodotti, contro chi ruba alle nostre aziende e chi distrugge i nostri posti di lavoro”. Non è un caso che questo signore ritenti con molte probabilità di successo la scalata alla Casa Bianca e che alla prima significativa affermazione alle elezioni primarie abbia avuto i complimenti del leader leghista Matteo Salvini. Il sindaco di Ferrara è di quella pasta politica…

Il sindaco ritorce la questione addosso al vescovo reo di non ospitare gli immigrati nei sacri palazzi diocesani, ma intendendo con la sua scomposta invettiva respingere al mittente il buonismo di maniera di chi parla di carità cristiana senza praticarla veramente.  Ci può stare!

Due reciproche invasioni di campo? No, due richiami plausibili, che si incrociano e dovrebbero fare riflettere la politica e la cristianità.

C’era una volta un sindaco che osava mettere d’accordo politica e religione: requisiva le seconde case per darle ai senza casa, scandalizzando la Chiesa e la politica, ma donava il suo stipendio ai poveri accontentandosi di vivere francescanamente in un convento, togliendo ogni argomento polemico ai suoi contestatori di destra e sinistra. Era un demagogo? No, perché si metteva personalmente in discussione. Era un eretico? No, perché osservava alla lettera il Vangelo. Era un pazzo? Sì, perché i santi sono pazzi! Era un politico fantasioso? Sì, perché la politica, per essere veramente tale, ha bisogno di tanta coraggiosa fantasia.

Si tratta di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze nel secolo scorso. Consiglio al sindaco e al vescovo di Ferrara di andare mano nella mano in pellegrinaggio sulla tomba di questo santo, che ha molto da insegnare ai politici e ai cristiani. Ai politici, che brandiscono i rosari durante i loro comizi elettorali per poi schierarsi in difesa dei diritti dei ricchi, e ai cristiani, che se ne stanno, come me, nascosti nelle loro comode abitazioni mentre c’è gente che dorme sotto i ponti.  A tutti coloro cioè che in politica predicano male e razzolano ancor peggio nonché a chi in campo religioso predica bene e razzola, se non proprio male, così-così.

 

 

Le Titine mediatiche

«Siamo assediati dai giornalisti. Andate via. Qualcuno li mandi via»: l’ultimo appello, finito anche questo sui social, è arrivato da Florina D’Avino, la figlia di Giovanna Pedretti, la ristoratrice trovata morta nelle acque del fiume Lambro. Sono stati gli amici a condividerlo, per chiedere a tutti quelli che conoscono la famiglia di andare nella zona della pizzeria «a dar man forte». Proteggerli dall’attenzione morbosa che su questa brutta storia s’è scatenata tre volte: prima quando la donna è diventata famosa per la sua recensione coraggiosa contro un cliente omofobo, poi quando è stata accusata di aver falsificato il post su Internet per trasformarsi in un’eroina, infine quando s’è diffusa la notizia della sua morte, quasi certamente avvenuta per suicidio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Dalla paradossale e, con ogni probabilità, tragica vicenda avvenuta nell’orbita dei social media ricavo lo spunto per una riflessione oserei dire esistenziale: viviamo immersi nella realtà virtuale, anzi in tre realtà virtuali che si contendono la scena.

Siamo condizionati e frastornati dai social media e costretti a bere le pseudo-verità che ci somministrano. Ma non è finita lì. Siamo contornati anche dalla realtà virtuale radio-televisiva imbastita dal governo Meloni. E poi, dulcis in fundo, siamo immersi nella narrazione della realpolitik internazionale, quella che ci fa credere che la guerra serve a difendere la democrazia.

Tre false verità che si scontrano, si sovrappongono, si smentiscono, giocano sulla pelle del poveruomo della strada, che alla fine non trova di meglio che rifugiarsi nella quarta realtà virtuale, quella del bar in cui tutto si tiene e tutto quadra.

Sui social si costruiscono eroi e mostri, che si susseguono in una alternanza delinquenziale sotto la quale ci lasciano la pelle i soggetti più fragili e deboli. Sul palcoscenico radiotelevisivo si presenta il virtuale e virtuoso governo italiano, quello del tutto e il suo contrario, quello del nulla piegato in una carta dorata: anche qui ci rimette il soggetto più sprovveduto che si consegna al peggior offerente. La corda che lega il sacco virtuale è infine la sceneggiata bellicista che ci trasforma in tifosi delle partire internazionali.

Il governo italiano ha gridato allo scandalo della gogna dei social media per due subdoli motivi: perché rischiano di scoprire gli altarini della politica e perché ridimensionano la portata del compiacente monopolio radiotelevisivo. Una guerra tra virtualità che schiacciano la realtà.

La più grave di tutte, che tutte le raccoglie e le strumentalizza è però quella del potere forte della guerra: tutto è guerra e tutto giustifica la guerra. Reagire non è facile, ragionare con la propria testa è veramente arduo. C’è una vecchia canzone che dice: “Io cerco la Titina, Titina, mia Titina. La cerco e non la trovo. Chissà dove sarà. Io cerco la Titina, Titina, mia Titina. La cerco e non la trovo. Chissà dove sarà”.

Si tratta di una metafora: una Titina molto impegnativa. Sotto il bombardamento mediatico multilaterale c’è solo una prospettiva che può aiutarci a resistere.

Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.  (Giovanni 16,13)

Il discorso vale per i credenti, ma anche per i non-credenti in ricerca della verità. L’importante è cercare, perché chi cerca trova. (Matteo 7,8). Sui social? In televisione? Nei consessi internazionali? Tutto può servire, ma fino al punto di cui sopra.

 

 

 

La gentile rivoluzione gentiloniana

C’è in atto, siamo peraltro solo agli inizi e se ne sentono i primi rumors, una dietrologia difensiva, che teme ed esorcizza la fine della stagione politica del bolso dualismo Meloni-Schlein nonché del falso dualismo tra una destra capace di tutto e una sinistra buona a nulla.

Stando alle previsioni, saremmo alla terza edizione della politica prestata alla tecnica (o viceversa), dopo l’operazione Monti che mise fine (?) al regime berlusconiano e l’operazione Draghi che mise da parte (?) gli incapaci. Entrambe durarono poco perché la politica trovò immediatamente gli anticorpi e rimise in sella una classe dirigente tanto livorosa quanto inadeguata.

Cosa bollirebbe in pentola? Una strisciante giubilazione schleiniana favorita dal prevedibile esito negativo delle tornate elettorali imminenti, per far posto al rientrante Paolo Gentiloni, che farebbe da federatore della sgangherata area di centro-sinistra magari allargata ai malpancisti post-berlusconiani (con tanto di benedizione Mediaset), che avrebbe in Romano Prodi una sponda a livello italiano ed europeo, in Mario Draghi la punta di diamante nelle istituzioni Ue post elettorali, nello stesso Gentiloni o in personaggio da individuare il successore tecno-politico di una Giorgia Meloni logorata dai poteri forti, dall’economia in caduta libera, dalla litigiosità del suo esercito e dall’inevitabile debacle della ventilata riforma costituzionale.

In Italia chi tocca la Costituzione, è politicamente destinato a morire: meno male! Fin che si scherza si scherza… Giorgia Meloni ha posto l’asticella molto in alto ed è prevedibile che non riesca a superarla. Qualcuno, introduce nella complessa manovra di cui sopra anche un Sergio Mattarella, sempre più preoccupato della piega politica italiana, della debolezza governativa dell’Italia nel contesto internazionale e della inconsistenza sempre più marcata della classe politica sottostante.

C’è chi sta già gridando al golpe (la solita menata di chi non ha argomenti), mentre la Meloni fa preventivamente la vittima (la sua specialità). Personalmente, dopo essermi fatto una flebo di cinismo politico, non vedrei male del tutto la prospettiva abbozzata. Preferirei partire dai valori e su di essi costruire un’alternativa, ma a cosa serve la politica se non serve. Se serve, serve, se non serve, non serve.

Se fosse l’unico modo per dare una guida al centro-sinistra, sganciandolo dal velleitarismo di Elly Schlein, liberandolo dall’opportunismo di Giuseppe Conte e dall’estremismo di comodo dei cespugli vari, lo saluterei volentieri. Se fosse l’unica strada per riportare alla ragione gli elettori, tirandoli fuori dalla nefasta influenza di una destra più post-fascista che governista, più populista che liberista, più sovranista che europeista, non potrei che esserne molto compiaciuto.

Il disegno è piuttosto velleitario, complesso e confuso, ma lascia vedere in filigrana qualcosa di interessante: una sorta di combinazione virtuosa tra le auspicabili rivincite della politica seria ai danni di quella ridicola. Certo, Gentiloni non è De Gasperi, Prodi non è Moro, Draghi non è Ciampi. Mattarella è l’unico che tiene indiscutibilmente e credibilmente alto il marchio della politica con la P maiuscola: potrebbe essere il suo canto del cigno, il regalo finale a un’Italia che non lo merita.

Se saran rose fioriranno, a dispetto dei Belpietro, dei Sechi, dei Bocchino, degli operatori mediatici costretti ad una precipitosa conversione. In molti resterebbero spiazzati, masticherebbero amaro, griderebbero allo scandalo. Peggio per loro e, tutto sommato, meglio per l’Italia e l’Europa. Per il mondo si vedrà: potrebbe essere in arrivo uno tsunami politico dagli Usa. Un motivo in più per attrezzarsi. Chissà che di tutto ciò, almeno in parte, non si possa riparlare con cognizione di causa e con il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria.

La tempesta nel bicchiere omosessuale

«Nessuna benedizione per le coppie omosessuali nelle Chiese africane», così si intitola il documento pubblicato oggi a firma del cardinale Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, in qualità di presidente del Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Sceam), quale risposta collettiva delle Chiese del continente a Fiducia supplicans, la dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede dello scorso 18 dicembre che ha aperto alla possibilità di benedizioni pastorali – non liturgiche o rituali – di coppie irregolari, comprese coppie omosessuali. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non sarebbe meglio se i vescovi africani smettessero di polemizzare (!) su un provvedimento che rappresenta il “minimo sindacale” cattolico per i soggetti omosessuali e magari si preoccupassero del noto fenomeno africano (e non solo) delle violenze sessuali ai danni delle giovani religiose?

Nel 2022, suor Mary Lembo, religiosa togolese della Congregazione delle suore di Santa Caterina d’Alessandria, ha pubblicato un libro molto interessante: “Religieuses abusées en Afrique” (Edizioni Salvator, Parigi 2022). Si tratta della tesi di laurea che la religiosa ha discusso nel settembre 2019 alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, per la quale ha ricevuto una menzione speciale al premio Henri De Lubac 2021.

Si tratta di un “j’accuse” implacabile verso numerosi sacerdoti africani, colpevoli di abusi di vario tipo nei confronti di giovani religiose. La ricerca di suor Mary è limitata a cinque Paesi, quattro dell’Africa occidentale e uno dell’Africa orientale. La religiosa togolese ci parla di cinque tipi di abuso: abuso sessuale, abuso fisico ed emotivo, abuso di potere, abuso di fiducia e violenze sessuali (tra cui lo stupro). Sono centinaia le donne africane (suore, aspiranti o novizie) che hanno subito violenza da parte di sacerdoti o religiosi, ma suor Lembo ha preferito limitarsi a raccontare le storie di nove persone, alle quali ha dato dei nomi di fantasia: Becky, Solange, Anita, Innocente, Martha, Jessy, Liberia, Regina e Corinne. La loro età va dai venti ai quarant’anni; tre di loro erano giovani in formazione e sei erano già suore.

 Ciò che accomuna le storie di tutte queste vittime è la loro situazione d’inferiorità economica e sociale rispetto a quella dei sacerdoti, che hanno un potere non solo economico, ma anche gerarchico. (Focus on Africa) 

Papa Francesco sta facendo goffamente i salti mortali per alleggerire quella che sarebbe una sua imperdonabile apertura in materia di omosessualità. Forse anche lui farebbe meglio a (pre)occuparsi di violenza sessuale nei confronti delle suore intervenendo a gamba tesa su una vomitevole, squalificante e scandalosa questione. Da una parte il rigore morale e dall’altra il tacito permissivismo (almeno così appare…). Due pesi e due misure. Invece di disquisire teologicamente su certe tematiche sarebbe opportuno riandare al Vangelo: “Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.  Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito»”.