La piatta Scala dei leccaculo

“Viva l’Italia antifascista”, così ha gridato un loggionista al termine dell’inno nazionale eseguito all’apertura della stagione lirica scaligera con la rappresentazione del don Carlo di Giuseppe Verdi.

Un grido che ha fatto giustizia di tutte le componenti anomale della serata: la vergognosa presenza nel palco reale di un presidente del Senato, che, a dir poco e volendo usare un eufemismo, non è un antifascista; la passerella dei rappresentanti di un governo che con il fascismo tradizionale e con quello nelle sue più moderne versioni ha parecchi conti in sospeso; gli onori (?) di casa fatti da un sindaco di sinistra (?), che non è capace di astenersi sobriamente dalla sfilata sul red carpet e dall’esibirsi in un palco reale che fa a pugni con l’altra Milano, quella di chi protesta e soffre; la prima fila di chi, nascondendosi dietro Liliana Segre o mettendosi al suo fianco, tenta di coprire il passato di fascismo, nazismo e antisemitismo con un acritica e opportunistica vernice filo-israeliana; la retorica di chi pensa che l’Unesco, proclamando la pratica del canto lirico italiano a elemento del patrimonio immateriale dell’umanità, abbia assolto la incultura degli attuali governanti, in particolare del ministro della cultura (intervistato al riguardo) ormai universalmente ribattezzato ministro dell’ignoranza (se per Sangiuliano Dante Alighieri era il fondatore del pensiero di destra, Giuseppe Verdi, potrebbe essere un romantico sognatore sovranista e populista); il leccaculismo di chi, facendo un fastidioso, fuorviante e mondano fumo mediatico, ritiene di svolgere un servizio pubblico funzionale alla valorizzazione artistico-culturale del Paese.

Bene ha fatto il presidente Mattarella a non presenziare alla prima della Scala: ha lasciato la scena a chi deve prendersi le proprie responsabilità, non ha voluto coprire, col suo prestigio e con quello della Scala di Milano, una fase politica assurda e negativa da tutti i punti di vista. Giorgia Meloni, probabilmente, temeva i fischi del pubblico e ha messo in primo piano i fiaschi del suo governo.

La Rai ha avvolto l’evento con un complesso di personaggi di contorno che di opera lirica non sanno un cazzo, ma lo dicono bene. Volete una sintesi? Roberto Bolle, che balla nel manico: da ospite della Scala a ospite di Sanremo. È detto tutto. Questa è l’aria che tira!

L’opera è inevitabilmente rimasta sullo sfondo anche se si è cercato di darne, da parte dei commentatori, una lettura pseudo-culturale fatta di luoghi comuni, di interpretazioni storiche forzate e di retoriche varie: roba da far scaravoltare nella tomba, Schiller, Verdi, François-Joseph Méry, Camille Du Locle, Achille De Lauzières e Angelo Zanardini.

Resta l’evento teatrale ben confezionato da un direttore che non emoziona ma svolge bene il proprio compito, da cantanti intenti più ad esibire le proprie virtù canore che a calarsi nei personaggi, da scenografo, costumista e regista talmente tradizionalisti da far quasi rimpiangere le baggianate nuoviste. Mi sento in dovere di sottolineare la classe di Anna Netrebko, cantante di un altro pianeta rispetto ai pur bravi colleghi. E pensare che Bruno Vespa, da presuntuoso quanto insopportabile ed incompetente commentatore della serata, ha osato affermare che dopo alcune incertezze il soprano si è riscattato nel finale dell’opera. Non ha capito niente. In politica usa soltanto il più disgustoso degli opportunismi, nella musica e nel teatro si concede il lusso di dare aria ai denti. Con quella bocca può dire ciò che vuole…

Il dilagante sciocchezzaio vannacciano

Il generale Roberto Vannacci non è più fonte di imbarazzo per Palazzo Chigi, non abbastanza, comunque, da impedirne la nomina a capo di Stato Maggiore delle forze operative terrestri (avvenuta ieri), una delle cariche più prestigiose nell’Esercito. Scontate le polemiche da parte dell’opposizione, destinate a crescere di intensità dopo la notifica di questa mattina dell’avvio di un’inchiesta interna nei confronti del militare, partita proprio a seguito della pubblicazione del suo best seller “Il mondo al contrario”. Lui però, dopo aver ringraziato per il ruolo assegnatogli (che ha promesso di ricoprire «con la passione di sempre»), non ha commentato la notizia, ma ha deciso di prendersi un mese di licenza per motivi familiari.

Il nuovo incarico ha generato molte perplessità, specie dopo le critiche della prima ora del ministro della Difesa, Guido Crosetto, al volume dell’alto ufficiale (aveva parlato di «farneticazioni»). Eppure lo stesso Crosetto ha difeso la nomina, negando sia stata una promozione o addirittura un riconoscimento per quanto scritto nel libro, come ipotizzato da alcuni esponenti dell’opposizione e in particolare dal presidente grillino, Giuseppe Conte: «In merito alle pretestuose polemiche che alcuni stanno provando a sollevare – ha spiegato il ministro – sentendosi esperti di questioni militari, mi preme sottolineare che il generale Roberto Vannacci non è stato né promosso né retrocesso. Lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano ha deciso di affidargli uno dei ruoli che gli competevano per grado, esperienza e diritto, in attesa che siano esperiti gli accertamenti previsti». Insomma, ha tagliato corto il titolare della Difesa, «le garanzie costituzionali a tutela della persone valgono anche per i militari e nessuno può emettere giudizi sommari, sostituendosi alle norme e alle procedure previste a tutela di uno Stato di diritto».

Tra i motivi dell’inchiesta a carico del generale ci sarebbero le controverse opinioni contenute nel testo (come quelle sui gay «non normali» per esempio), che potrebbero generare un’identificazione con l’istituzione rappresentata e quindi venire meno al principio di terzietà. L’indagine formale fa seguito a quella sommaria aperta ad agosto. La commissione apposita ne valuterà gli atti prodotti e trasmetterà un rapporto finale all’autorità che ha ordinato l’inchiesta e una scheda informativa dettagliata al ministro della Difesa. Solo dopo si potranno valutare eventuali provvedimenti disciplinari. Nel frattempo sono diversi i “colleghi generali” che hanno scelto di difendere Vannacci e questa mattina lo hanno fatto anche Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Giorgio Battisti, primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan e Marco Bertolini, già comandante del Coi.

Ma non cessano neanche gli attacchi delle associazioni lgbt che continuano a chiedere «l’espulsione» del generale dalle Forze armate. Il generale non è tornato sull’argomento, ma in un’intervista La Stampa, oggi ha parlato di femminicidio e del caso di Giulia Cecchettin: «Perché chiamare l’omicidio di una donna in modo diverso? Quindi l’assassinio di un tabacchino lo chiameremo commercianticidio? C’è in qualsiasi omicidio una matrice precisa. Si parla da anni di femminicidi, eppure le donne continuano a venire uccise. Mi sembra più importante evidenziare che siamo tutti uguali davanti alla violenza. Il paradosso – ha continuato – è pensare che la responsabilità di quella che chiamiamo cultura patriarcale sia di uomini forti e prevaricatori: è il contrario. Sono gli uomini deboli a fare del male alle donne. Noi educhiamo uomini deboli, non uomini forti. Altro che maschi patriarcali: sono mollaccioni smidollati che abbiamo prodotto noi. Abolendo le punizioni. Se un ragazzo non studia, lo mandi a lavorare invece di fare ricorso al Tar contro i professori che gli mettono». (dal quotidiano “Avvenire” – Matteo Marcelli)

La penosa vicenda del generale Vannacci ha un secondo atto e più la si osserva più si sente puzza di idee e metodi di stampo fascista. Il ministro Guido Crosetto, esperto di dietrologia istituzionale, non va tanto per il sottile con i magistrati politicizzati, ma invece fa il fine dicitore con il generale farneticante. Teme gli attacchi dei giudici e non teme le coglionate dei capi militari. Avere un esercito nelle mani di personaggi come Vannacci non tranquillizza il popolo italiano (a meno che la gente non sia maggioritariamente d’accordo con lui, cosa che non mi sentirei di escludere). Cosa potrai mai pretendere dai suoi sottoposti? Ma lasciamo perdere, l’ambiente militare mi ha sempre procurato una sorta di allergia.

Mi permetto di chiedere: con tanti ritardi accumulati nelle nomine pubbliche, non si poteva quanto meno aspettare gli esiti dell’inchiesta avviata sulle garanzie di terzietà istituzionale dell’esercito prima di investire Vannacci di un incarico così rilevante? Non sembra proprio che questo generale esprima idee del tutto personali dal momento che fior di colleghi lo stanno difendendo a prescindere dai risultati dell’inchiesta avviata. Lui stesso ha ritenuto opportuno prendersi una breve licenza per motivi familiari (spero non si tratti di questioni gravi, ma solo di un escamotage per guadagnare tempo).

Temo che il governo dia per scontate le lungaggini delle indagini e finanche le sue inconfessabili conclusioni: il pensiero del generale Vannacci rispecchia in tutto e per tutto la mentalità dei capi dell’esercito italiano. Cosa direbbe mio padre al riguardo? Probabilmente si rifugerebbe nella seguente battuta istituzionalmente sdrammatizzante, ma culturalmente perentoria: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, s’a t’ ghe mètt in testa un bonètt, al dventa un stuppid”.

Nel frattempo il nostro generale non perde infatti occasione per sparare sciocchezze in libertà. Nessuno gli ha consigliato il buongusto e il buonsenso di tacere, ma come noto queste doti non si trovano dietro l’angolo. Anche le opinioni sulla piaga dei femminicidi sono di una superficialità disarmante. É questa la cultura con cui la destra vuole soppiantare la presunta egemonia della sinistra? Se fossi nei panni del ministro Crosetto mi vergognerei, ma evidentemente Vannacci, tutto sommato, fa gioco al qualunquismo imperante. È il caso di dire che ogni esercito ha i generali che merita e che ogni popolo ha i governanti che merita. E io cosa ho fatto di male nella mia vita da meritarmi questi personaggi. E pensare che Crosetto è ritenuto il miglior ministro del governo Meloni.

 

La destra getta via la maschera

Arriva la pietra tombale della maggioranza sul salario minimo. Tutto come previsto, ma in aula alla Camera le opposizioni vendono cara la pelle e la protesta assume toni forti e solenni. Per la prima volta viene di fatto negato dalla coalizione di governo il confronto nel merito della proposta che aveva visto uniti e per la prima volta compatti i partiti di minoranza (con la sola eccezione di Italia viva), perché da Palazzo Chigi la linea dettata è quella di sostituire il testo con un maxiemendamento che sopprime e soppianta l’introduzione della paga minima oraria di 9 euro con una delega al governo a legiferare entro sei mesi per risolvere il dramma del lavoro povero in Italia. Di più, il centrodestra si fa forte delle considerazioni che arrivano dal commissario europeo per il Lavoro Nicolas Schmit, per il quale l’Ue «non impone un salario minimo negli Stati membri».

E però Schmit, in audizione in commissione a Montecitorio, spiega i tre sistemi vigenti: «Il salario minimo, la contrattazione collettiva, il salario minimo più la contrattazione». Tre sistemi che devono garantire remunerazioni congrue, perché, sottolinea il commissario, «la contrattazione potrebbe non essere in grado di coprire una parte sostanziale della forza lavoro. E questo non va bene per l’economia, se tante persone hanno salari bassi. Bisogna bilanciare i due punti e studiare la soluzione migliore per avere salari normali».

Parole interpretate in due sensi diversi da maggioranza e opposizione. Ed è la ministra del Lavoro Maria Calderone ad assicurare che dal governo «viene individuato un percorso diverso. Lo abbiamo sempre detto: per noi è una questione di salario dignitoso».

Rassicurazioni che hanno un peso assai scarso per le opposizioni, decise fino all’ultimo a tenere accesi i riflettori su un provvedimento che trova ampi consensi nel Paese. Così, di fronte alla decisione del presidente della Commissione lavoro Walter Rizzetto (di Fratelli d’Italia) di sostituire per intero la proposta delle opposizioni con il testo della maggioranza, le minoranze tentano il blitz riproponendo sotto forma di emendamento l’articolato iniziale. Pd, M5s, Azione, Avs e +Europa sono consapevoli di non avere i numeri, e infatti il salario minimo viene bocciato con 149 voti contrari, 111 favorevoli e 3 astenuti, ma una volta in assemblea, inizia lo showdown.

Uno a uno – a partire da Giuseppe Conte – i leader delle opposizioni ritirano la firma sul testo del tutto stravolto sostenuto dal centrodestra. «Si deve vergognare chi ha votato no a questa legge che avete fatto a pezzi. Con la modalità della delega si prende in giro la platea di lavoratrici e lavoratori – tuona il leader di M5s -. Io dico questo a quest’Aula: questo gesto proditorio non lo compirete nel mio nome né nel nome del M5s. E per questa ragione ritiro la firma da questo provvedimento perché state facendo carta straccia del salario minimo legale», dice l’ex premier stracciando materialmente il testo.

Toni pesanti anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein: «La Costituzione non vi autorizza agli abusi di potere sulla pelle delle minoranze», mentre «il governo ha scelto di sottrarre al parlamento il diritto di discutere e votare sul salario minimo. Questa è l’idea che avete della democrazia, è un antipasto del premierato», accusa la leader dem. E ancora: «State pugnalando alle spalle le persone sfruttate perché non avete il coraggio di guardarle negli occhi mentre affossate una proposta» che ha «raccolto oltre 500mila firme, ve ne siete fregati, gli avete tolto pure il nome. Puntate a cancellarlo dalla memoria collettiva». Ma così, per Schlein, «voi oggi votate contro una legge che dice che sotto i 9 euro non è lavoro, è sfruttamento. Allora ditelo: a voi va bene lo sfruttamento». (dal quotidiano “Avvenire”)

Sembra giunto il tempo della chiarezza per la destra, che si presenta per quella che è, senza infingimenti sociali, senza foglie di fico europee, senza moderazione alcuna. Mentre Matteo Salvini toglie la maschera a Giorgia Meloni puntando dritto-dritto al sovranismo ed al populismo, mentre la maggioranza di governo si rivela divisa al proprio interno ma in fin dei conti unita su battaglie sostanzialmente anti-europee, in Parlamento ritrova piena e totale consonanza e arroganza anti-sociale non volendo nemmeno sentir parlare di salario minimo per i lavoratori subordinati (si pensi, una miseria di nove euro all’ora).

Dall’articolo sopra riportato emerge chiaramente la pretestuosità dei richiami alla Ue: la linea europea tracciata dal commissario competente esige una sostanziale garanzia di salari normali. Dal momento che la contrattazione collettiva non è in grado di fornire questa garanzia per motivi oggettivi (molti lavori infatti sfuggono alla tutela sindacale), non rimane che un provvedimento di legge erga omnes, che possa coprire l’intero mondo del lavoro. Il governo continua a parlare di un percorso diverso che garantisca un salario dignitoso: “Lo cercan qui, lo cercan là, dove si trovi nessuno lo sa. Che garantire mai non si possa, quel dannato lavoro buttato nella fossa?”.

Il governo si affiderebbe alla contrattazione collettiva, preservandola magari dalla possibilità di ricorso allo sciopero, ben sapendo che molti tipi di lavoro e molti settori economico-sociali, per tutta una serie di motivi al momento insuperabili, non rientrano nel discorso del tradizionale rapporto tra impresa e lavoratori. E allora? Campa lavoratore che il salario non cresce.

È indubbio che esista una consistente fetta di lavoro sfruttato: si tratta spesso di lavoratori extra-comunitari giudicati inutili e fastidiosi, impiegati in lavori che nessun italiano vuol fare, remunerati con un tirone di borsa, a volte buttati allo sbaraglio in condizioni rischiose e costretti a vivere in ambienti penosi. Queste persone sono costrette ad accettare tutto pur di sopravvivere e noi facciamo finta di non vedere, rifiutiamo persino di concedere loro un salario minimo di nove euro all’ora.

Il discorso è molto più largo di quanto si possa immaginare e il problema è veramente grave. Forse finalmente le opposizioni stanno dicendo e proponendo qualcosa di sinistra, mentre governo e maggioranza stanno dimostrando tutta la loro arroganza di destra. Se il confronto parlamentare non è possibile su questa materia di sussistenza per le persone, figuriamoci quando si affrontano problematiche meno immediate e clamorose. Figuriamoci se sarà possibile dialogare sul premierato forte e sulle autonomie regionali rafforzate?

Perché il governo intende inasprire i rapporti politici fino a questo punto? Evidentemente vuole tenere aperto un cordone più o meno ombelicale con la gente allergica ai diritti dei lavoratori, trasferendo sul piano sociale una storica ispirazione più pseudo fascista che pseudo liberista. Altre motivazioni non riesco a vederne. Mi daranno del demagogo. Se è demagogia prendere le parti di persone che guadagnano meno di nove euro all’ora, sono un demagogo e me ne vanto.  Credo abbia ragione Elly Schlein, questa vergognosa e reazionaria vicenda del diniego dell’introduzione del salario minimo suona come prova politico-parlamentare in vista dell’introduzione del premierato. Un colpo oggi, un colpo domani, la democrazia va a pezzi sotto gli occhi dei sonnambuli e dei pecoroni.

 

 

 

Salvini che abbaia non morde

Ursula von der Leyen e Hans Timmermans? “Sono dei malati”.  Non solo: “Le persone più pericolose per l’Europa”. Le sanzioni alla Russia? “Inutili e soprattutto dannose visto che l’economia russa vola e quella tedesca è in recessione”. E poi, “basta immigrazione di massa, basta asilo, basta transizione climatica”. L’Europa? “Una grande casa con un bel giardino e in fondo un bel muro invalicabile dove far entrare chi vogliamo noi”.  I vaccini? “Una insopportabile schiavitù”. Sul palco si alterano uno dopo l’altro i leader tedeschi (Afd), austriaci (Fpo), francesi (Rassemblement national), bulgari (Revival), cechi (Chega), polacchi, romeni, danesi, estoni. Sono sedici. In prima fila, uno accanto all’altro, li ascoltano il vicepremier Matteo Salvini, il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il ministro dell’economia Giorgetti, quello delle Riforme Roberto Calderoli, i governatori Zaia e Fontana, i capigruppo Romeo e Molinari. A volte applaudono. Comunque acconsentono e approvano. S’intravede anche molto imbarazzo. Fortezza da Basso, la reunion dei leader delle destre sovraniste e xenofobe europee convocate sotto il cappello di “Identità e democrazia” e lo slogan “Free Europe” dal leader della Lega Matteo Salvini. Giorgia Meloni ha ufficialmente un problema enorme nel suo governo: il principale alleato va in direzione opposta alla sua e, per come sono state rappresentate le cose ieri mattina, nella competizione europea saranno uno contro l’altro. Salvo sorprese che non possono mai essere escluse ma sembrano altamente improbabili. (Tiscali News – Claudia Fusani)

Matteo Salvini finalmente fa un po’ di chiarezza. Tutto sommato gliene sono grato. Mentre Giorgia Meloni si fa il trucco, lui usa le salviettine struccanti. Lei punta ad un rassemblement moderato, lui ad una reunion delle destre estreme, mentre lei flirta con Ursula, lui la considera una malata contagiosa, mentre lei si colloca nell’area politica filoamericana, lui vagheggia una sorta di terzaforzismo destrorso, mentre lei gioca a fare l’ecologista in transizione, lui sfiora il negazionismo climatico.

I casi sono due: o stanno entrambi recitando una parte in commedia per meglio avere successo di pubblico, oppure stanno facendo sul serio e prima o poi i nodi dovranno venire al pettine, magari proprio in occasione delle prossime elezioni europee. In effetti, guadando al passato, Salvini sta rubando il mestiere alla Meloni, le sta facendo il verso con la sua solita dozzinalità: le sfila le battaglie odierne (sovranismo e populismo) e le lascia quelle di un brutto e impresentabile passato (neofascismo in salsa Vox). Se gara sarà, prenoto un posto defilato in loggione.

Non so quanta credibilità abbia Salvini in Europa dal momento che ha dovuto registrare alcuni importanti forfait: sembra più il mastino tenuto al guinzaglio da gente che la sa molto più lunga di lui, che il coordinatore di una vera e propria fronda antieuropea.

Non mi stupisce l’armata Brancaleone che sta venendo avanti a livello europeo, mi colpisce piuttosto l’accondiscendenza dei Giorgetti e degli Zaia, così come il problematico consenso delle forze sociali filo-leghiste ai disegni velleitari e sbracati di un leader in cerca d’autore.

Può darsi si tratti di una mera tattica volta a ottenere maggiore visibilità mediatica, più largo spazio a livello governativo, più potere all’interno della maggioranza, più considerazione nell’azione di governo, magari sulle battaglie di autonomia regionale rafforzata e di realizzazione del famigerato ponte sullo stretto. Credo tuttavia che Matteo Salvini faccia più pena che paura. Gli avrei dato meno tempo a disposizione, invece vedo che resiste e non molla.

Capisco Gianni Letta che tenta disperatamente di smarcarsi da questa compagnia di giro: ha trovato nell’opposizione alle scriteriate riforme costituzionali in cantiere il punto d’attacco neo-forzista e filo-mediaset. Si vede schiacciato fra gli opportunismi meloniani e i radicalismi salviniani.  Non so se riuscirà nel suo intento di rimettere un po’ d’ordine nel centro-destra. Un tempo, quando la politica aveva un senso e un consenso, ci sarebbe riuscito, oggi lo vedo destinato ad un notabilato critico e stucchevole. Meglio comunque un Gianni Letta fuori dal coro dei cantori stentorei alla Salvini e dei penosi falsettisti alla Meloni.

 

I porte-coton a reti unificate ed allargate

Interrogazione parlamentare per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in merito alla lunga intervista di TgPoste alla presidentessa del Consiglio Giorgia Meloni. A presentarla il segretario di Più Europa Riccardo Magi che spiega: “Venti minuti di pura propaganda di Giorgia Meloni trasmessi in ogni ufficio postale d’Italia, dove i poveri utenti non hanno nemmeno la possibilità di cambiare canale. Sembra uno scenario orwelliano invece è la realtà: TgPoste ha realizzato una lunga intervista a Meloni dove la nostra premier sciorina tutta la propaganda del suo governo, arrivando persino a parlare di successo sul fronte dell’immigrazione e dell’economia. Ricordiamo che azionista di maggioranza di Poste è lo Stato italiano con Cassa depositi e prestiti e il Ministero dell’Economia”. TgPoste viene trasmesso oltre che negli uffici postali di tutta Italia, sul sito di poste italiane, sull’app di poste e su tante altre piattaforme legate a Poste e utilizzate da milioni di italiani. “È normale che a Meloni venga messo a disposizione questo servizio di propaganda da parte di una azienda a controllo pubblico? Perché gli altri leader politici, in particolare quelli di opposizione, non hanno la stessa disponibilità?” si chiedono le opposizioni.

“Ho ricevuto parecchie segnalazioni sull’evento creato dal Tg di Poste Italiane nella giornata di venerdì: quasi tutte per esprimere indignazione e senso del ridicolo per l’operazione mediatica messa in campo. Ma era proprio necessario fare un’intervista “esclusiva” alla presidente del Consiglio?”, afferma il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra. “Già da una parte la Rai – prosegue il leader di SI – si sta confermando come TeleMeloni, venendo meno al suo impegno di servizio pubblico che rispetta equilibrio e pluralismo politico, ci si mettono pure le aziende pubbliche a fare operazioni di propaganda. Ora mancano le immagini della presidente del consiglio mentre fa l’albero di Natale”. “Ma pensano davvero – conclude Fratoianni – che trasformarsi nel nuovo Istituto Luce faccia il bene del Paese?” (da “Il fatto quotidiano”)

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: «Se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati Luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…». Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Lo scandalo è soprattutto della Rai, che è diventata il bollettino d’informazione non tanto del governo e dei partiti di maggioranza, ma addirittura della premier Giorgia Meloni. Alcuni relativizzano la questione dicendo che le cose sono sempre andate così. Non è assolutamente vero! I partiti avevano una notevole influenza a livello Rai, ma i diversi canali garantivano una certa pluralità nell’informazione: tutti ricordano come il primo canale (allora i canali si chiamavano primo, secondo, terzo) fosse orientato sulla Democrazia Cristiana (Bruno Vespa, che ne era una delle punte di diamante, si autodefiniva portavoce di questo partito, Gustavo Selva pontificava dalla radio, etc. etc.), il secondo canale era filo-socialista (i socialisti erano maestri e sorse si preparavano al berlusconismo) , il telegiornale del terzo canale veniva addirittura definito ironicamente TeleKabul dai suoi detrattori per sottolinearne la pedissequa e perfino rozza osservanza che, a loro dire e forse non del tutto a torto, lo caratterizzava rispetto alla linea politica del Pci. Non era certo un sistema modello, ma almeno esisteva un po’ di pluralismo e il fiancheggiamento veniva fatto con qualità e professionalità.

Ora di qualità e professionalità meglio non parlarne: c’è rimasto solo uno sfrenato opportunismo. Vincenzo Cerami nel lontano 2008, in un gustosissimo pezzo su l’Unità, scriveva: “Ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate “porte-coton”. Di chi si tratta? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca”. Che oggi ce ne siano parecchi annidati soprattutto a livello mediatico è innegabile: il discorso si sta allargando a macchia d’olio e vede la Rai capofila in una sfrenata corsa al “filomelonismo”. Dove ci sta il più, la Rai appunto, ci sta anche il meno, vale a dire anche e persino le aziende pubbliche che propagandano il prodotto governativo a marchio Meloni.

È uno schifo? Sì! Tutti vedono, a molti conviene così, a tanti fa gioco fingere di non accorgersene, a parecchi viene comodo cavarsela con un’alzata di spalle. Nei miei rapporti interpersonali verifico però come ci sia gente che proprio non se ne rende conto ed è quello che più preoccupa. Magari è gente che soffre socialmente ed economicamente, ma sembra frastornata e paralizzata.

Berlusconi aveva impostato questo sistema scientificamente (chi sa fare i propri affari è capace di fare anche i tuoi…), ma allora il meccanismo era più scoperto e veniva in qualche modo, seppure faticosamente e parzialmente, respinto (avevamo gli anticorpi): c’era chi battagliava contro quell’andazzo. Oggi la situazione è cambiata e la capacità critica sembra non esistere più. Tutto sommato c’è quasi da rimpiangere i tempi del berlusconismo d’autore: a tanto siamo arrivati?!

 

 

 

Le fandonie della guerra e le verità della pace

 

Il New York Times ha pubblicato il piano d’attacco di Hamas che i militari israeliani conoscevano da oltre un anno. Nel file erano anticipate, al dettaglio, le future mosse dei mujaheddin: il lancio massiccio di razzi, le torri d’avvistamento neutralizzate, l’infiltrazione con moto e deltaplani, l’azione mirata per assumere il controllo della base-comando di Reim in modo da paralizzare la reazione. La breccia doveva essere seguita dall’assalto esteso, con la presa di ostaggi e le incursioni nei villaggi lungo il confine. Per condurre l’operazione Hamas ha intensificato il reclutamento, ha acquistato GPS e droni, ha perfezionato il training, ha condotto esercitazioni continue sotto gli occhi del nemico. Una missione portata a termine con effetti devastanti nonostante a Gerusalemme in molti sapessero. Non è però chiaro se anche Netanyahu fosse stato informato delle intenzioni avversarie. (Dal “Corriere della sera” – Guido Olimpio)

“Si vis pace para bellum”, ma evidentemente non siamo capaci di preparare la guerra o, per dirla in altro modo un po’ più leggero, non siamo capaci di difenderci dalla guerra e quindi finiamo col rispondere alla guerra con la guerra. Sembra uno scioglilingua, ma è invece una triste realtà. Lo strapotere militare e l’efficienza dei servizi segreti israeliani escono molto ridimensionati. Quanto meno la politica non è riuscita a tenere il passo e a mantenere il controllo sulle armi e sulle spie, a dimostrazione che la logica delle armi va per la sua drammatica strada e che le spie, come diceva Aldo Moro, sono inaffidabili per loro vocazione naturale. Il mondo è nelle mani dei fabbricanti di armi e dipende dalle manovre spionistiche: il resto è fuffa pseudo-diplomatica.

Se non ci convertiamo, periremo tutti. Lo dice Gesù a chi lo interroga sulle vittime delle catastrofi. Non c’è guerra giusta o difensiva che tenga, non c’è terrorismo o antiterrorismo, non c’è equilibrio militare che possa garantire uno straccio di coesistenza pacifica, non si può basare la diplomazia sulle macerie della guerra, non si può difendere la democrazia con le armi, non si può distruggere per costruire.

Basta vedere con quanta vomitevole superficialità e sbrigatività si è interrotta la tregua tra Hamas e Israele: entrambi i contendenti avevano la riserva mentale e non aspettavano altro che un pretesto per riprendere la guerra a pieno ritmo. Per Hamas è questione esistenziale (il terrorismo senza guerra non può stare), per i governanti israeliani è questione di paradossale credibilità (più crescono la pur modesta ma tosta contrarietà popolare nonché la pur debole ma realistica perplessità dell’opinione pubblica occidentale, più Israele ha bisogno di picchiare le bombe sulla striscia di Gaza). In mezzo i Palestinesi come canne sbattute dai venti bellici nel deserto della loro totale precarietà.

Gli esperti di geopolitica ci offrono un quadro che sembra dimostrare come le guerre siano inevitabili se non addirittura necessarie. La gente se ne sta convincendo e questo è forse l’aspetto più preoccupante, anche perché dietro le guerre, sotto-sotto c’è sempre la convinzione popolare di essere dalla parte del giusto.

Quando rivedo le folle osannanti all’entrata in guerra dell’Italia giustificata dalla follia mussoliniana, mi chiedo se fossero tutti ubriachi fradici? L’ubriacatura c’era stata, ma c’era qualcosa di più, vale a dire la convinzione che le guerre si devono fare e si possono vincere. La più grande fandonia che purtroppo continua nel tempo. Persino la Chiesa nei secoli vi è caduta clamorosamente e malignamente: la benedizione dei cannoni era il più grave dei tradimenti del dettato evangelico. Oggi non è più così, ma come dice Enzo Bianchi, monaco e teologo,  in una recente intervista rilasciata al “Corriere della sera”, anche per la Chiesa rimane il pericolo dello ”smarrimento”: «Con il Concilio Vaticano II si è arrivati a una riforma della Chiesa per portare il Vangelo nel mondo, poi però ci si è ripiegati molto sulle stesse attività della Chiesa, che si è posta sempre come domina della storia, ha creduto che tutto dipendesse da lei stessa, dimenticando la scelta di spoliazione che persino Cristo ha compiuto dal suo status di figlio di Dio. Ecco, piuttosto di avere la pretesa di dover e poter dire tutto su tutti e tutto, di essere maestra e guidare gli uomini, la Chiesa dovrebbe tornare a spogliarsi e a camminare accanto agli uomini, con compassione e umiltà, per offrire a tutti la grande speranza della resurrezione».

Quindi, o facciamo tutti un bagno di realismo pacifista o rischiamo di essere travolti dalle macerie del realismo bellicista. Due realismi a confronto. Il primo, quello pacifista, sembra un sogno, ma è la più grande delle speranze che non deludono. Il secondo, quello bellicista, sembra un destino ineluttabile, ma è la più sbagliata delle scelte che deludono.

Cos’è il “sonnamfascismo”

C’era una volta un giovane di mia conoscenza che una notte fu colto nel sonno da un incubo e cominciò a gridare aiuto svegliando tutte le persone che abitavano nella casa, le quali si precipitarono davanti alla porta per verificare cosa stesse succedendo. La madre di quel giovane, dotata di notevole sangue freddo, aprì l’uscio e tranquillizzò tutti: “Niente, niente, è mio figlio che va in sonnambula”. Non bastò a spiegare compiutamente l’accaduto, ma tutti se ne tornarono a letto pur con qualche perplessità.

C’è il popolo italiano che nel sonno viene preso dagli incubi della guerra, della disoccupazione, dell’assenza di assistenza sanitaria, della violenza, dell’invasione migratoria, ma c’è anche la premier Meloni che nega l’evidenza e tranquillizza tutti rimandandoli ad una sorta di sonnambulismo in cui rifugiarsi. Pur tra mille brutti pensieri gli italiani se ne tornano a letto e finiscono col scegliere la foglia di fico del sonnambulismo per difendersi e sopravvivere alla meno peggio.

È la morale politico-sociale emergente dal 57esimo rapporto Censis sulla situazione del Paese, che fotografa una società italiana cieca dinanzi ai presagi. L’inversione di ciclo dell’occupazione, il rallentamento della crescita, la crisi demografica, il ritorno della guerra, le incognite sul welfare: sono tutti temi che suscitano preoccupazione, ma che la maggior parte degli italiani preferisce ignorare (è la sintesi presa dal quotidiano Il Sole 24 ore).

La situazione problematica del Paese viene da lontano e non stupisce quindi più di tanto. Che suscita ironico stupore è l’atteggiamento rassegnato degli italiani, che evidentemente non credono alla politica come risposta ai problemi e quindi si sono affidati e continuano ad affidarsi al governo dello “scaricabarile”, che li tranquillizza arrivando ad anestetizzarli con dati più o meno taroccati, con promesse da marinaio, con illusioni ottiche e con miraggi mediaticamente ben cucinati.

Una società italiana affetta da sonnambulismo, che si mette una mano davanti agli occhi e ignora i presagi. È quella che viene raccontata dal 57esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, un appuntamento oramai di routine, un’occasione per cogliere i contorni della fase che stiamo affrontando. (è sempre Il Sole 24 ore)

Mi chiedo: gli italiani credono che tutto stia andando per il meglio o comunque per il meno peggio rispetto agli altri Stati europei? Oppure fanno finta di non vedere, fanno cioè i “sonnambuli”, che vedono, ma non si rendono conto, salvo risvegliarsi ancor più confusi e smarriti. E il governo attuale punta a governare o si accontenta di deviare sistematicamente l’attenzione dei governati, portandoli da sonnambuli in una sorta di limbo socio-economico?

La guerra è un male necessario, gli Usa hanno sempre ragione, l’Europa è un dente da devitalizzare, i mali sociali si risolvono inasprendo le pene carcerarie, i problemi economici non si affrontano perché mancano le risorse, le colpe del governo ricadono sui nemici, la cultura si è finalmente liberata dell’egemonia della sinistra, la Costituzione è un optional, l’antifascismo è un’anticaglia. Queste sono le ricette per illudere i malati nascondendo le malattie.

E qual è la corda che lega il sacco del metodo che imbambola gli italiani? Cambiare continuamente parere in modo da togliere i punti di riferimento per le eventuali critiche. Su ogni questione rilevante l’attuale governo è in continua contraddizione con se stesso, con il recente passato, ma anche tra gli alleati. L’unico punto su cui non vedo cambiamenti nel tempo e in corso d’opera è il richiamo più o meno subdolo alla tradizione neofascista: ma di questo non si può parlare… Un tempo era vietata la ricostituzione del partito fascista, oggi è vietata la ricostituzione della coscienza antifascista.

Fino a quando durerà la scena del sonnambulismo? William Shakespeare ne fa l’anticamera della morte disperata, Vincenzo Bellini ne fa un male da vincere con la ragione e i sentimenti. Giorgia Meloni ne fa il presupposto della sua (non) politica. E se qualcuno si sveglierà di soprassalto, sarò tutta colpa di chi avrà osato fare rumore mettendo a repentaglio la vita dei sonnambuli.

 

Dilettanti allo sbaraglio presentati da Giorgia

Neanche il tempo di chiudere la polemica sull’«opposizione giudiziaria» evocata da Guido Crosetto, che il caso di Andrea Delmastro torna a scuotere Palazzo Chigi. Dopo l’imputazione coatta disposta dal gip, il sottosegretario alla Giustizia è stato rinviato a giudizio dal gup di Roma con l’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio per la vicenda di Alfredo Cospito. Il riferimento è ai contenuti “passati” dall’esponente di maggioranza al suo compagno di partito in Fdi (e coinquilino all’epoca dei fatti), Giovanni Donzelli, riguardanti i colloqui tra il leader anarchico e alcuni boss mafiosi nel penitenziario di Sassari. Confidenze che lo stesso Donzelli utilizzò poi per attaccare in Parlamento alcuni membri del Pd, “colpevoli” a suo dire di aver fatto visita a Cospito in carcere. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

“Sono polemiche assolutamente pretestuose”. Lo ha detto il ministro all’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, rispondendo a un’interrogazione del Movimento 5 stelle alla Camera sul caso della fermata ad personam del treno Frecciarossa, rivelato da “Il Fatto Quotidiano”, che lo vede protagonista. In Aula il ministro si è difeso, con un lungo preambolo sull’evento di Caivano dove era atteso, ripetendo in sostanza la versione già data alla stampa. “Sono certo di aver fatto il mio dovere: la mia presenza ad un’iniziativa come quella di Caivano rappresentava la vicinanza dello Stato in un territorio martoriato dalla criminalità”. E poi ha aggiunto: “Ho ritenuto di chiedere una fermata straordinaria – ha spiegato – senza la pretesa di un trattamento di favore. Aggiungo che tutti i passeggeri hanno avuto la possibilità di scendere a Ciampino”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

 

Per il sottosegretario Vittorio Sgarbi, accusato a mezzo stampa di aver incassato emolumenti spudorati per le sue partecipazioni a eventi, la commissione Antitrust, dopo aver ricevuto la documentazione inviata dagli uffici del ministro Sangiuliano, ha iniziato il relativo esame. (dal “Quotidiano Nazionale”)

 

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con le sue affermazioni ha causato numerose polemiche in ordine alla sua posizione sul problema migratorio. “Carico residuale” è l’espressione che avrebbe usato per definire le 35 persone costrette a rimanere a bordo della nave Humanity1 perché in buona salute: il governo aveva infatti deciso di far sbarcare dal natante dell’Ong tedesca esclusivamente i migranti in cattive condizioni di salute, le donne e i bambini. “Sbarco selettivo”: è la locuzione che sarebbe stata impiegata, secondo le opposizioni di sinistra e gli attivisti delle Ong, per definire in estrema sintesi la divisione all’interno delle imbarcazioni umanitarie entrate nelle acque territoriali italiane tra migranti in cattive condizioni psico-fisiche o comunque fragili (ad esempio donne e bambini) e gli adulti in grado di riprendere il mare con l’equipaggio sulla medesima imbarcazione battente bandiera straniera. Ecco di seguito altre frasi. «La disperazione non giustifica viaggi che mettono in pericolo i figli» 27 febbraio 2023, conferenza stampa successiva al naufragio di migranti davanti alle coste calabresi.  «Chi scappa da una guerra non deve affidarsi a scafisti senza scrupoli, devono essere politiche responsabili e solidali degli stati a offrire la via d’uscita al loro dramma» 28 febbraio 2023, intervista al Corriere della Sera. «Ritengo sia opportuno lavorare per sviluppare un terzo modello di rimpatrio che potremmo chiamare “rimpatrio forzato accompagnato” un’operazione di ritorno che sia associata a progettualità di reintegrazione, anche in caso di rimpatri forzati, può infatti agevolare la collaborazione dello straniero, stimolare i paesi terzi di provenienza a rafforzare la cooperazione e concorrere a contrastare le cause profonde dell’immigrazione» 26 gennaio 2023. (dai quotidiani “La Repubblica” e “Domani”)

 

Sono alcune delle vicende relative ai comportamenti di esponenti dell’attuale governo italiano. Trascuro volutamente e precauzionalmente gli aspetti e gli esiti giudiziari e persino magnanimamente il rilievo politico ed etico di questi fatti, per concentrarmi sul discorso della loro inadeguatezza professionale. Non la faccio lunga: siamo, più o meno, di fronte a “dilettanti allo sbaraglio presentati da Giorgia”. Ai dilettanti si perdonano tante cose e quindi è inutile insistere con le richieste di dimissioni e/o con le mozioni di sfiducia: la botte dà il vino che ha e questo vino glielo hanno messo, tra l’altro, a disposizione gli italiani con il loro voto, scegliendo come cantiniere/a un personaggio che punta a vendere frettolosamente il vino a prescindere dai suoi componenti e dai suoi effetti.

D’altra parte mi viene spontaneo un parallelismo globale. La pletora dei drammatici problemi che ci sta investendo a livello mondiale è dovuta anche e soprattutto alla conclamata incapacità della dirigenza politica emergente in tutti gli Stati. L’altro giorno, ad esempio, ho rivisto le immagini del patto stipulato tanto tempo fa da Begin e Sadat sotto l’egida di Jimmy Carter. Oggi si tratterebbe di mettere intorno a un tavolo Joe Biden, Benjamin Netanyahu e Abdel Fattah al-Sisi. Una bella differenza da tutti i punti di vista!

E che dire del tanto vituperato Yasser Arafat, che nonostante tutto riusciva in qualche modo a tenere coperchiata la pentola palestinese, tessendo buoni rapporti con l’Occidente nonostante gli annosi e sanguinosi contenziosi con Israele. Si dice che fosse un corrotto. Forse Abu Mazen, l’attuale leader (?) palestinese, non sarà un corrotto, ma in compenso è un burattino buono a nulla, che lascia completamente scoperto il discorso della dirigenza del suo popolo ormai in balia dei terroristi di Hamas e degli inaffidabili Stati arabi.

Tutto si tiene. Il dato comune è il buco nero dell’incompetenza e dell’incapacità, che spesso viene coperto dall’aggressività e dall’intolleranza.  Siamo in pessime mani. Basti dire che il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, quando osa dire qualche parola di pace, viene regolarmente zittito o addirittura beffeggiato. Così va il mondo…

 

 

 

 

 

 

Sulla tomba di Kissinger non cresce il prezzemolo valoriale

La morte di Henry Kissinger, con il relativo contorno di ricostruzioni storiche della sua lunga vita (fäls cmé ‘na lapida, si dice in dialetto parmigiano), mi ha fatto sentire a pieno titolo come un pesce fuor d’acqua a livello della concezione dei rapporti internazionali. Se non ho capito male l’illustre statista sosteneva che nei rapporti fra gli Stati non possono valere le regole etiche applicabili a quelli fra le persone. Non lo posso accettare!

Sono convinto che la politica, in tutti gli ambiti, debba tendere al compromesso ottenibile ai livelli più alti possibili e immaginabili, ma questo non vuole significare abdicare ai valori, ai principi, alle idealità per ripiegare miseramente sulla più cinica delle realpolitik. Al contrario, proprio partendo dai propri valori e dal rispetto per i valori altrui si può costruire una convivenza accettabile anche se non ottimale. Questa è la tensione di un politico! Non la rassegnazione agli assetti di puro potere!

Prendo un aspetto della “dottrina” kissingeriana: la lotta al comunismo. Non si può giocare su due tavoli, quello della ricerca dei patti con le superpotenze comuniste e quello dell’attacco sistematico e drammatico ai Paesi sudamericani a cui tarpare le ali della democrazia al fine di evitare ogni e qualsiasi conquista sociale targabile come comunista. Tutti sappiamo il disastro compiuto dagli Usa in Cile con il soffocamento dell’evoluzione democratica impersonificata da Salvador Allende e dalla sua strategia e l’instaurazione di un regime dittatoriale e sanguinario come quello di Augusto Pinochet. É solo un episodio fra le tante porcherie commesse dagli Usa in tutto il mondo, non certo solo per opera di Kissinger, ma a cui Kissinger ha sicuramente dato un impulso notevolissimo.

Per tornare al Cile, agli Usa dava fastidio chi puntava al dialogo coi comunisti non tanto per appoggiarli ma per coinvolgerli nella costruzione di una larga e partecipata democrazia. Anche il Italia il discorso del “compromesso storico” nacque proprio in conseguenza della svolta politica cilena e, così come in Cile questo nuovo e problematico corso venne bruscamente interrotto dal golpe Pinochet ideato ed appoggiato dagli Usa (soprattutto da Kissinger), in Italia venne accantonato col rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (lei la pagherà cara disse Kissinger a Moro, di cui riferì ironicamente di non capire il linguaggio. Lo capiva benissimo, ma non lo poteva accettare perché partiva da basi valoriali e politiche totalmente differenti).

Non mi dilungo sul conflitto vietnamita: una vicenda complessa e tragica in cui Kissinger ha giocato un ruolo ondivago ed equivoco. Ma era la sua mentalità. Anche all’interno degli Usa giocò su due tavoli, quello democratico e quello repubblicano, accasandosi presso il miglior offerente. Questa non è diplomazia, questo è mero opportunismo. Certo che l’intelligenza e l’abilità non gli mancavano (oggi mancano completamente), ma erano al servizio di una visione cinica degli equilibri mondiali basati sullo strapotere americano intorno a cui dovevano ruotare tutte le altre nazioni.

Più la storia va avanti e più capisco e condivido il neo-atlantismo dei Fanfani, dei Dossetti, dei La Pira, dei Mattei: Occidente sì, ma a schiena dritta e con dignità valoriale e politica. Mattei la pagò cara, così come diversi anni dopo successe a Moro. Dossetti cambiò “mestiere”.  La Pira seguì un suo meraviglioso percorso di testardo impegno in favore della pace. Fanfani riuscì, con tanta difficoltà e con risultati molto limitati, a tradurre a livello politico-governativo questo concetto di neo-atlantismo o atlantismo critico.

Qualcuno sostiene che avesse ragione Alcide De Gasperi a piegarsi agli Usa: strada obbligata in un dopo-guerra italiano al limite dell’impossibile. Conflitti tra giganti. Quanta nostalgia! La morte di Kissinger mi rafforza in certe idee quasi da visionario e consolida la mia coscienza di persona che vuole mettere i valori in tutto e per tutto, come una sorta di prezzemolo democratico. Ho l’orgoglio di avere tentato di non rinunciare mai ad essi e di modestamente testimoniarli nel mio impegno civile, politico e professionale. Mi giudicherà il Padre Eterno. Anche Kissinger, che a cent’anni era recentemente andato a colloquio coi maggiorenti cinesi ottenendo udienza ed ascolto, avrà il suo bel daffare davanti al giudizio di Dio, dove la realpolitik non vale nulla e valgono solo le opere in soccorso di chi soffre per fame, sete, ingiustizie e guerre. Riposi in pace!

 

La “crosettatura” dei magistrati

«L’unico grande pericolo è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria. A me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a “fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni”. Siccome ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese, mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle Europee…». (da un’intervista rilasciata dal ministro Crosetto al “Corriere della sera”)

«È fuorviante la rappresentazione di una magistratura che rema contro e che possa farsi opposizione politico-partitica». Lo ha detto il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, riferendosi alle dichiarazioni di Guido Crosetto nell’intervista al Corriere della sera, in cui il ministro evoca il fatto che un pezzo di toghe stia lavorando contro il governo. Il commento di Santalucia arriva durante l’assemblea degli iscritti dell’Associazione nazionale magistrati, in svolgimento in Cassazione. (sempre dal “Corriere della sera”)

Le reazioni a questo improvviso cortocircuito sono state numerose a livello politico e mediatico. Che il governo Meloni stia “inimicizzando” tutti i potenziali avversari è cosa sotto gli occhi di tutti ed è oltretutto roba vecchia come il cucco. Quindi in un certo senso tutto si potrebbe spiegare annoverando una parte della magistratura fra i nemici immaginari contro cui Giorgia Meloni e c. scaricano le tensioni e le difficoltà del governo: saremmo a metà strada fra il vittimismo e la difesa a vanvera.

Esistono però alcuni elementi piuttosto inquietanti in questo ipotetico scontro tra governo e magistratura. Innanzitutto chi ha acceso la miccia (non credo involontariamente) è forse il ministro più equilibrato e serio proprio a livello istituzionale al punto che qualcuno ha ritenuto che Guido Crosetto abbia un certo qual filo di collegamento col Quirinale (vedi vicenda del generale in libera uscita editoriale). Ragion per cui non può trattarsi tout court della solita boutade barricadera della destra estrema. Crosetto inoltre è personaggio molto vicino a Giorgia Meloni e non penso che abbia inteso spiazzare il capo del governo con un’uscita estemporanea (come spesso fa Matteo Salvini).

Tuttavia come può un ministro della difesa scatenare un simile putiferio sulla base dei “si dice” o di “racconti non meglio precisati”. Roba da matti! Anche i ministri possono impazzire magari per avere maggiore visibilità a livello mediatico. Non mi sembra il caso di Guido Crosetto.

E allora? Le possibilità sono due: o il ministro ha in mano elementi che suffragano questa deriva anti-governativa di parte dei magistrati, nel qual caso deve riferire non tanto al Corriere della sera, ma agli organi istituzionali competenti (magistratura inquirente, parlamento, presidenza della Repubblica), oppure si sta berlusconizzando e ripercorrendo la trama del conflitto tra il cavaliere e i magistrati.

A quale scopo Crosetto lancerebbe preventivamente il guanto di sfida alla magistratura? Si può solo immaginare: probabilmente per giocare d’anticipo? Non voglio pensar male, ma lui stesso mi induce in irresistibile tentazione.

Mio padre una volta si piegò alle insistenze di mia madre e portò a casa una damigiana di vino da imbottigliare. Lo aiutai maldestramente nelle operazioni. Ogni tanto capitava di avere a che fare con una bottiglia che non ne voleva sapere di essere tappata o meglio a un tappo che non voleva entrare nel collo di bottiglia e opponeva resistenza, costringendoci ad un supplemento di sforzo per riuscire nell’intento. Fui sorpreso dalla battuta con cui accompagnava lo sforzo stesso: «Maledètt ti e chi a t’ cavrà», diceva tra i denti rivolto al tappo in questione.  Mi stupii, perché non era solito imprecare a vanvera e gli chiesi il perché di questo sfogo. Mi spiegò che aveva imparato da suo padre a premunirsi dalla maledizione di chi avrebbe stappato la bottiglia e che presumibilmente avrebbe esclamato: «Maledètt ti e chi a t’ gh’à miss».

Imbottigliamenti e spericolate preventive autodifese a parte, entrambe le suddette ipotesi sono gravissime e imporrebbero chiarezza al fine di evitare un devastante conflitto tra poteri costituzionali. Non sono un ammiratore ante litteram della Magistratura italiana, di cui vedo limiti e difetti. Di qui a sparare a zero (a salve o a palle incatenate non cambia granché) contro la magistratura e sue presunte invadenze politiche e manovre antigovernative ci passa molta strada.

Probabilmente si parla troppo e le chiacchiere in libertà da entrambe le parti non fanno bene alle istituzioni. Certo al momento c’è una certa differenza fra dichiarazioni rilasciate ad un autorevolissimo quotidiano da parte di un ministro e presunte affermazioni intervenute in riunioni di corrente a livello di magistratura.

Un po’ più di senso di responsabilità tuttavia non guasterebbe. Che il governo, ammesso e non concesso che ne sia capace, cerchi di fare una seria riforma della giustizia (glielo chiede anche la UE), mentre in realtà sembra brancolare nel buio. Che i magistrati tengano un comportamento ineccepibile sul piano costituzionale e non si lascino minimamente trascinare nella bagarre politica. Che i media la smettano di soffiare sul fuoco delle polemiche e diano un contributo critico serio sui temi all’attenzione del governo, nel merito degli stessi e su come vengono affrontati, nonché sul funzionamento della magistratura.

Buttarla in caciara politica ed istituzionale è pericolosissimo. Forse sarebbe il caso che Sergio Mattarella intervenisse. Forse lo starà già facendo sotto traccia. Gradirei che, pur con la sua ammirevole prudenza e sapienza e nei limiti dei suoi poteri, battesse un colpo pubblicamente.