Le trottole e le frottole

In una sua recente apparizione televisiva, Massimo D’Alema, quale presidente della fondazione “italianieuropei”, ha presentato un interessante ricerca/analisi sul problema migratorio. Una conclusione sorprendente di tale lavoro riguarderebbe la documentata previsione dell’influenza che avrebbero eventuali importanti aiuti alle economie dei Paesi africani: il conseguente aumentato livello culturale e professionale degli abitanti non comporterebbe affatto il risultato di frenare i flussi migratori, ma addirittura avrebbe l’effetto di stimolarli ulteriormente alla ricerca di sbocchi occupazionali adeguati al di fuori dei confini africani. Sarebbe una migrazione meno disperata, più qualitativa e più gestibile, ma nel breve-medio termine non certo meno problematica e non tale da alleggerire significativamente l’impegno, per dirla con papa Francesco, dell’accoglienza, dell’accompagnamento, della promozione e dell’integrazione dei migranti.

Se quindi il substrato politico del cosiddetto piano Mattei per l’Africa fosse una riduzione drastica dei flussi migratori, oltre che trattarsi di una inaccettabile politica di chiusura di stampo trumpiano, il governo starebbe illudendo l’elettorato su un punto decisivo per il consenso del centro-destra: della serie proviamo ad aiutarli a casa loro chissà che non se ne stiano quieti.

Un altro punto molto incerto di questo piano “storico” (sic!) riguarda i rapporti con le smaliziate classi dirigenti dei Paesi africani: saranno probabilmente combattute tra le avance putiniane, quelle cinesi e quelle europee. Sarà una bella gara al miglior offerente in cui la realpolitik finirà per prevalere con risultati assai poco edificanti.

Gli osservatori più possibilisti intravedono nell’ambaradan euro-africano un tentativo interessante di superamento della logica colonialista, condotto dallo Stato europeo più credibile al riguardo per motivi storici e culturali. Non mi sento di firmare questa cambiale in bianco al governo Meloni, temo che ci sia sotto qualche impronunciabile interesse all’accaparramento delle fonti energetiche e che tutto si possa risolvere in un gigantesco ballon d’essai finalizzato a spostare l’attenzione della pubblica opinione dai problemi reali alle prospettive fantasiose. D’altra parte l’attuale governo italiano sta procedendo a colpi di conigli cavati dal cilindro: dal premierato all’autonomia regionale differenziata, dal patto di stabilità europeo alla manovra di bilancio nazionale, dall’accordo con l’Albania alla mancata ratifica del Mes, dalle trottole che girano per il mondo alle balle che restano in Italia.

Non sono chiari nemmeno gli aspetti finanziari del piano Mattei (faccio tanta fatica a chiamarlo così: Enrico Mattei infatti si scaravolterà nella tomba), mentre sono molto evidenti quelli mediatici: non vorrei si trattasse di un bell’imbroglio destinato nella migliore delle ipotesi a implodere rovinosamente. Se devo essere sincero, tutto considerato mi sento nella situazione di disagio vissuta da mio padre quando stavano clinicamente indagando sul suo stomaco.

«Non ci vedo chiaro!». Così diceva il radiologo a mio padre mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca ‘dun lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Uscendo dall’ambulatorio, nella sala d’aspetto si imbatté di nuovo in una frenetica e grassa signora, che precedentemente gli aveva esternato tutta la sua insofferenza a bere un bicchierone di bario per illuminare lo stomaco in funzione radiologica. Con una punta di sadismo la salutò e le disse: «A proposito, me ne stavo dimenticando, il dottore mi ha detto di preavvertirla che lei di bicchieroni di bario ne dovrà bere due…». Sul momento, non conoscendo la vena ironica di mio padre, sbiancò in volto, poi scoppiarono entrambi in una liberatoria risata. Liberatoria non tanto, perché, qualche mese dopo, mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

 

Le problematiche “sinnergie” di Jannik

Mio padre, così come era obiettivo e comprensivo, sapeva anche essere intransigente verso le scorrettezze del pubblico, ma anche degli sportivi professionisti. Soprattutto pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato.

Mi riferisco al sistema sport ma anche al sistema più in generale. Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini o donne di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè”.

Ebbene questi insegnamenti paterni sono tornati d’attualità col trionfo tennistico di Jannik Sinner, immediatamente incoronato re dello sport nazionale ed internazionale, ma esaltato anche come uomo, che, per la verità, appare semplice, discreto e sobrio.

Quando si diventa personaggi pubblici si deve tuttavia accettare di essere sottoposti ad esami. É quanto faccio con bonaria severità per Sinner. Il primo esame in materia di pubbliche relazioni: superato a pieni voti vista la significativa rinuncia a partecipare alla kermesse socio-canora del festival di Sanremo. Non c’è che dire, un bell’esempio di distacco dai riti pagani della nostra società.

Il secondo esame riguarda sensibilità e responsabilità civiche.

Sul Corriere della Sera il giornalista Aldo Cazzullo è tornato a criticare la scelta del tennista italiano Jannik Sinner di avere la residenza nel principato di Monaco, la città-Stato indipendente dove c’è un regime fiscale enormemente più conveniente rispetto all’Italia (spesso chiamata anche Monte Carlo, dal nome della zona più centrale del principato). La questione della residenza di Sinner è tornata di attualità dopo la sua storica vittoria agli Australian Open, uno dei quattro tornei più importanti e prestigiosi, e se n’è parlato anche nella conferenza stampa dello stesso Sinner. Ma il dibattito su questo specifico aspetto della vita di Sinner, indicato come un’unica nota stonata nel racconto altrimenti perfetto del personaggio e del suo recente trionfo, manca di contestualizzare diverse cose riguardo alla vita che fanno i tennisti professionisti.

Come ha spiegato bene Giorgio Di Maio sul sito sportivo “L’Ultimo Uomo”, un gran numero di tennisti di alto livello vive nel principato di Monaco non soltanto per ragioni economiche, ma anche sportive. E inoltre la tassazione più vantaggiosa riguarda soltanto gli introiti pubblicitari e commerciali, non quelli derivanti dalle vittorie nei tornei. (dal sito Post.it)

Non mi convince la contestualizzazione delle scelte del nostro tennista; mi sembrano piuttosto risibili le precisazioni tributarie. Resta la realtà di Sinner che risiede a Montecarlo per ovvi motivi fiscali e quindi, da campione sportivo italiano qual è, non paga le tasse al nostro Stato. Respinto! É una scelta libera, che non depone a suo favore e soprattutto a favore delle casse erariali che piangono miseria. Niente di drammatico, ma, se devo essere sincero, non lo sapevo e non me lo aspettavo.

Il terzo esame-finestra è a livello istituzionale: prima dei baci e abbracci con Giorgia Meloni mi sarei aspettato la visita al Capo dello Stato. Dove ci sta il più ci sta anche il meno. Forse pretendo troppo, ma tutto si tiene. Quindi questa volta mi sento di rimandare Sinner ad eventuali esami di riparazione: ce ne sarà senz’altro qualche occasione.

L’esame sportivo glielo farà la sua carriera che si preannuncia sfolgorante, anche se bisogna essere cauti, perché si fa molto alla svelta a cadere dagli altari alla polvere e viceversa.

Come non ricordare la polvere polemica in cui finì dopo aver ha dato forfait per gli impegni di Coppa Davis del settembre 2023 salvo diventare il salvatore della Patria tennistica nel novembre dello stesso anno con la conquista del prestigioso trofeo da parte della squadra italiana.

Mi sia consentita, riguardo agli alti e bassi delle quotazioni esistenziali, una digressione in chiave famigliare. Il mio futuro padre, dopo averne vinto con una certa fatica la reticenza, conquistò finalmente la mano della mia futura madre, ma dovette passare sotto le forche caudine della potenziale suocera, che, seppure in buona fede, gli dichiarò guerra con le armi della perplessità e dell’ostruzionismo. Col tempo e con la pazienza seppe conquistare anche la fiducia della suocera, che lo riportò all’onore del “suo” mondo e lo rivalutò ampiamente. Tuttavia, quando a mio padre si faceva osservare che finalmente, a giudizio della suocera, era diventato una brava persona, bonariamente e ironicamente, conoscendone l’inossidabile stile intransigente, aggiungeva: «Sì, basta ch’a  ne m’ scorda miga d’andärogh a pulir la statua, parchè alóra dvént sùbbit ancòrra un bagolón…».

Scherzi (?) a parte, mi sembra che Sinner, in ordine all’ottovolante del successo, sia vaccinato, non abbia la tendenza a montarsi la testa e voglia rimanere coi piedi per terra. Gli auguro di proseguire la sua attività nel migliore dei modi e con i più bei risultati.

 

 

 

Le tante gambe della carità

Un biberon con un po’ di latte su un fianco, una copertina di lana che lo avvolgeva fino a far spuntare gli occhi e poco più, uno zainetto con dentro alcuni abiti e i pannolini puliti. E un sorriso burlone che ha conquistato tutti nel pronto soccorso di Aprilia (Latina). L’ha trovato tranquillo nel suo passeggino, accanto ad alcune sedie vuote, nella sala d’attesa dell’ospedale Sara Fanella, l’infermiera del 118 che venerdì sera intorno alle 19.30 entrando con un paziente ha notato quel passeggino abbandonato. E ora nella gara di solidarietà che è scattata, la diocesi di Albano scende in campo e si offre per dare aiuto psicologico ed economico a questa madre perché «saremo felici che questa storia avesse un esito positivo, con il ricongiungimento del bimbo a sua madre. Noi siamo pronti con la Caritas e il consultorio familiare diocesano a fare tutto il necessario», assicura il vescovo di Albano monsignor Vincenzo Viva. (dal quotidiano “Avvenire” – Alessia Guerrieri)

Saluto con ammirazione l’iniziativa della diocesi di Albano, perché purtroppo anche le istituzioni ecclesiali, dal Vaticano alle parrocchie, in materia di aiuto ai bisognosi non sono dei fulmini di solidarietà, spesso si nascondono dietro la Caritas quale ente delegato al “lavoro sporco” di occuparsi dei poveri cristi. Mi torna alla mente come don Raffaele Dagnino, uno storico prete della nostra città, a chi gli offriva danaro per i poveri qualificandoli con l’aggettivo possessivo “suoi” (di don Dagnino appunto), rispondesse stizzito e con genuino spirito evangelico: «Bada che i poveri sono anche “tuoi” e quindi consegna loro il tuo aiuto direttamente, guardandoli negli occhi!». Sono cambiate le situazioni, ma non è cambiato l’atteggiamento di chi vuole sgravarsi la coscienza a basso costo.

Esiste purtroppo anche il rischio di fare del volontariato un mestiere, di imprigionare anche la carità nei lacci della spersonalizzante routine. Non accuse, ma preoccupazioni. Quando vedo, a livello Caritas ed altri enti simili, affiorare comportamenti freddi e distaccati, schemi organizzativi piuttosto burocratici, procedure poco accoglienti e molto anonime, mi ricordo di un episodio riconducibile al caro amico Don Scaccaglia. Poco prima che iniziasse una messa domenicale entrò in chiesa un immigrato accolto nella comunità di S. Cristina, con passo malfermo e zoppicante in quanto portatore di handicap in aggiunta alla sua già difficile situazione esistenziale: era reduce dall’aver bevuto un caffè al bar. Un operatore Caritas, occasionalmente presente alla scena, rimproverò con una certa violenza il poveraccio reo di avere trascurato i viveri della casa di accoglienza per spendere danaro al bar. Don Scaccaglia non intervenne. Mi si accostò e disse: «Sarà della Caritas, ma questa non è caritas…questo poveretto va al bar perché tenta disperatamente di sentirsi uguale agli altri…noi andiamo al bar e perché lui non ci deve andare…oltretutto è un modo per socializzare ed integrarsi con noi…». Il cuore prima dell’ostacolo!

Un secondo punto critico sta nel ritenere che per la fede cristiana sia sufficiente la solidarietà. Credo che il concetto di carità sia molto più grande e complesso. In un certo senso la solidarietà è a valle, mentre occorrerebbe intervenire a monte, vale a dire sulla giustizia sociale. E qui viene il bello…

Dom Helder Camara, vescovo brasiliano, diceva così: «Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista».

Qualcuno penserà che, da impenitente sessantottino, la voglia buttare in politica. No, anzi forse sì.

Durante la crisi di una grossa fabbrica fiorentina (che riuscirà a salvare), Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, parteggia per i 1700 operai a rischio di licenziamento. Fa intervenire lo Stato e si rivolge agli industriali, sottolineando insieme al principio di solidarietà, il principio di fraternità; un tema ripreso da papa Paolo VI nella Octogesima adveniens (n. 46).

Papa Francesco ai giornalisti durante il volo di ritorno dall’America Latina disse: «Sostenendo i movimenti popolari la Chiesa non fa un’opzione per l’anarchia. Io sono molto vicino a queste realtà perché è un fenomeno di tutto il mondo, lo troviamo anche in Oriente, nelle Filippine, in India, in Thailandia. Sono movimenti che si organizzano tra loro non solo per fare una protesta, ma per andare avanti e poter vivere, e sono movimenti che hanno forza e non si sentono rappresentati dai sindacati perché dicono che i sindacati sono una corporazione e non lottano per i diritti dei poveri. La Chiesa non può essere indifferente, ha una dottrina sociale e dialoga con questi movimenti».

Non intendo nel modo più assoluto introdurre uno stucchevole enigma (l’uovo o la gallina…), se cioè venga prima la giustizia sociale o la solidarietà fraterna. Nel lontano settembre del 2014 parafrasando il contenuto di una stupenda conferenza tenuta da don Luigi Ciotti nella chiesa parmense di Santa Cristina, invitato dall’allora parroco don Luciano Scaccaglia, scrivevo: “Bisogna prendere atto a malincuore di un contesto difficile in cui domina la “fragilizzazione” dei servizi alla persona, conseguenza, anche ma non solo, della diminuzione di risorse a disposizione dell’ente pubblico: occorre però dire un deciso “no” al ripiegamento sulla mera azione di “ortopedia sociale” per puntare sulle imprescindibili relazioni con le persone in difficoltà. Esiste una grande contraddizione nella nostra società: la sproporzione tra solidarietà e giustizia, valori indivisibili quali facce della stessa medaglia: no alla solidarietà che non vuole rimuovere le disuguaglianze rischiando di esserne involontario e funzionale supporto. Prima viene la giustizia, prima i diritti e poi la solidarietà, prioritario è il perseguimento dell’ossatura fondamentale: “leggi giuste e politiche giuste”, democrazia con i suoi doni della giustizia e della dignità umana. Ma la terza gamba della democrazia sta nella responsabilità della politica che ha bisogno di onestà più che di novità, delle istituzioni che hanno bisogno di etica, cultura e verità, di ciascun cittadino a tempo pieno e non a intermittenza. Non basta infatti commuoversi, bisogna muoversi, farsi scomodi cercatori di verità, dare alla nostra società “il morso del più”: non è sufficiente non fare il male, bisogna anche evitare di stare a guardare chi lo fa e magari lasciarlo fare.

 

Gli anarchici disturbano, ma…

È arrivata in aula con le manette ai polsi e i piedi legati. Jeans e un maglione a righe beige. Un sorriso appena accennato rivolto al pubblico, è un lieve saluto. In prima fila, il padre, giunto a Budapest dall’Italia, insieme ad alcuni amici. Dietro quello sguardo tutta la disperazione: Ilaria Salis è comparsa così in aula, questa mattina, lunedì, alla prima udienza a Budapest. La 39enne milanese, anarchica, in carcere per aver aggredito, lo scorso febbraio, estremisti di destra, resterà in carcere. Il giudice ha confermato lunedì 29 gennaio la misura cautelare ed ha aggiornato il processo al 24 maggio.

«È stato choccante, un’immagine pazzesca. Ci aveva detto che veniva sempre trasferita in queste condizioni ma vederla ci ha fatto davvero impressione. Era tirata come un cane, con manette attaccate a un cinturone da cui partiva una catena che andava fino ai piedi, con questa guardia che la tirava con una catena di ferro. Ed è rimasta così per tre ore e mezza» ha raccontato Eugenio Losco, uno degli avvocati italiani di Ilaria Salis, presente di fianco al padre Roberto. In aula anche rappresentanti dell’Ambasciata italiana a Budapest, di varie associazioni di giuristi e molti giornalisti. «È una grave violazione della normativa europea – ha aggiunto – l’Italia deve far finire questa situazione ora». (dal quotidiano “Avvenire” – Daniela Fassini)

Una immediata riflessione geopolitica riconducibile purtroppo al senno di poi: alla luce del comportamento ungherese su questa ed altre questioni sarebbe stato opportuno, prima di ammettere questo Paese nella UE, fargli qualche esamino di Democrazia. Avremmo evitato guai seri che si stanno verificando: un partner a dir poco scomodo, propenso a sfruttare i vantaggi europei, ma molto recalcitrante a rispettarne regole ed impegni.

Una seconda riflessione riguarda l’imbarazzante rapporto di “amicizia” politica tra la nostra premier e il premier ungherese: un’intesa a corrente alternata che ci isola nel contesto europeo e ci spiazza continuamente anche in vista dei futuri equilibri post elettorali. Speriamo che questa possa essere la goccia che fa traboccare il vaso dele reciproche simpatie sovraniste.

Una terza riflessione piuttosto maliziosa: quanta sollecitudine giudiziaria in difesa di gruppi di estrema destra! Sarebbe così anche a fazioni inverse? Ho qualche serio dubbio. Non vorrei che Orban pensasse di fare un piacere a Giorgia Meloni alla luce dei saluti in voga nel nostro Paese.

Una quarta riflessione riguarda il merito della questione, vale a dire il rispetto dei diritti dell’imputato secondo le norme internazionali ed europee. Le violazioni al riguardo sembrano clamorose e tali da giustificare una stringente azione diplomatica a livello italiano ed europeo. Il signor Orban, se vuole stare in Europa, ci deve stare rispettando le regole e non facendo il furbetto: qualcuno glielo dovrà pur dire chiaramente ed apertamente, lasciando magari trasparire anche qualche contromisura nel campo che a lui più interessa, vale a dire quello finanziario.

Un’ultima riflessione storico-culturale: Ilaria Salis è anarchica e gli anarchici sono sempre stati maltrattati e colpevolizzati ben oltre i loro errori e le loro responsabilità. Avevano ed hanno infatti molti nemici e nessun amico. Non mi sento un loro amico, ma un timido simpatizzante sì. Questo impulsivo e trasgressivo sentimento deriva dai messaggi educativi di mio padre che mantengono intatta la loro attualità, la loro abbondante dose di ironica, la loro graffiante e provocatoria ironia, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc.: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.

Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza? Il problema è proprio l’uso della violenza. Ilaria Salis si dichiara non colpevole, ma purtroppo potrebbe collocarsi in quel terreno idealmente condivisibile, ma metodologicamente equivoco, tipico dell’azione anarchica.

Non la voglio fare troppo lunga. Non è il momento di sottilizzare. Si faccia di tutto, a tutti i livelli, per difendere i diritti di Ilaria Salis a cui vorrei tanto inviare un messaggio di azzardata simpatia politica e di convinta umana solidarietà. Semmai riprenderemo il discorso quando sarà finita questa triste vicenda giudiziaria. A presto!

Una capo-classe senza classe

Solo una volta mio padre si prese la libertà di esprimere il suo dissenso rispetto al mio maestro di quarta e quinta elementare (persona che ricordo con tanto affetto e riconoscenza). Riferivo in famiglia, come sono soliti fare i bambini, che il maestro chiamava alla lavagna un alunno per segnare i nomi dei compagni buoni e cattivi: si diceva e si scriveva proprio così, vale a dire per segnalare chi, magari durante la momentanea assenza del maestro, si comportava in modo più o meno indisciplinato. Era una prassi decisamente discutibile sul piano etico-educativo ed umano e mio padre, senza dirlo apertamente e, quindi, senza censurare direttamente la caduta di stile del maestro (peraltro bravo, aperto e moderno), mi consigliò, in modo pacato ma convincente, di opporre, nel caso mi fosse rivolto l’invito, il mio rifiuto a contribuire a quella sciocca schedatura dei compagni di classe. Rispondi educatamente così: “Signor maestro Le chiedo di poter rimanere al mio posto e, se possibile, di non avere questo incarico”.

Si trattava di una piccola, bella e buona, obiezione di coscienza, volta ad evitare confusione di ruoli, a rispettare la dignità degli altri ragazzi, a rifiutare ogni e qualsiasi tentazione per forme più o meno velate di delazione. Capii  abbastanza bene il suggerimento paterno e non mancai di metterlo in pratica alla prima occasione: il maestro, persona molta intelligente, girò  in positivo il rifiuto di fronte alla classe,  quasi sicuramente capì che non si trattava di farina del mio sacco, trovò subito chi era disposto a sostituirmi, assorbì, è il caso di dire in modo magistrale, il colpo che non gli bastò per interrompere una prassi piuttosto generalizzata, ma non per questo meno sbagliata e insulsa, probabilmente rifletté sull’accaduto: il risultato era stato raggiunto. Da mio padre s’intende. Non ricordo neanche se riferii l’accaduto anche perché il fatto poteva considerarsi chiuso.

Ho riportato questo episodio della mia infanzia per motivare il fatto che nella mia vita non accetto chi si erge a giudice senza averne i requisiti e ancor meno chi vuol fare il primo della classe senza esserlo. La scolaretta Cocomeri fa parte di queste antipatiche ed inaccettabili categorie. Pur prescindendo, per carità di patria, dal merito di quanto dice e fa, è il tono che non mi va giù e, come diceva mio padre, «l’è al tón ch’a fà la muzica…».

Quell’atteggiamento da sbruffoncella riveduta e scorretta, quell’aggressività sintomo di estrema debolezza, quel vittimismo studiato a tavolino, quella sicurezza di sé ostentata a copertura dell’inadeguatezza lampante, quello scaricare sistematicamente sugli altri le proprie pecche e i propri errori, sono decisamente insopportabili.

Nel suo famoso pizzino Silvio Berlusconi giudicava così il comportamento di Giorgia Meloni: “1.supponente, 2.prepotente, 3.arrogante, 4.offensivo, 5.ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”, scriveva il Cavaliere. Parole astiose ma azzeccatissime. Ho impressa nella memoria l’espressione facciale di Berlusconi: il sopracciglio alzato mentre Giorgia Meloni si autocandida a presidente del Consiglio all’uscita dai colloqui col Presidente della Repubblica (nemmeno il buongusto di farlo fare a uno dei suoi alleati/sponsor).  In quella piccola gag è detto tutto. Andrebbe vista e rivista prima e dopo tutte le pubbliche performance meloniane.

I cortigiani del ducato mantovano liquidano le sbracate impennate di Rigoletto in difesa dell’onore della figlia con le seguenti amare parole: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…». Giorgia Meloni difende goffamente l’onore italiano e copre penosamente il suo disonore politico con le continue sbruffonate esaltate dall’opportunistico e prezzolato clamore mediatico: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…». Con una piccola differenza: Rigoletto aveva mille ragioni per incazzarsi, mentre Meloni ha mille ragioni per fare incazzare tutti coloro che tendono all’onore del vero.

 

 

 

Israele, Palestina e il cerchiobottismo occidentale

Di soldi a Gaza ne sono arrivati tanti, negli anni. Di fatto, la Striscia viveva degli aiuti internazionali prima della guerra dichiarata da Hamas con i massacri del 7 ottobre. Un importante datore di lavoro, nonché fornitore di sussidi e servizi, è l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Nel 2022 l’Italia l’ha sovvenzionata con 18 milioni di euro e gli Stati Uniti hanno versato 344 milioni di dollari, seguiti da Germania e Unione Europea. Il Canada ha dato 24 milioni e l’Australia 14. Ora le donazioni sono sospese, dopo la bufera che ha investito l’organismo accusato da Tel Aviv di essere coinvolto, tramite «alcuni» suoi dipendenti (12 i licenziati, secondo Hamas «su indicazioni sioniste»), nel feroce assalto che causò 1.200 morti in Israele e la presa in ostaggio di 240 persone.

Dopo lo stop americano, anche l’Italia, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Finlandia e la Germania hanno congelato i fondi in attesa dell’indagine interna. «Qualsiasi dipendente coinvolto in atti di terrorismo sarà chiamato a rispondere» ha ribadito il segretario generale Philippe Lazzarini. Vale la pena ricordare che 152 dipendenti sono morti e 141 strutture sono state danneggiate o distrutte nel conflitto. «L’Unrwa svolge un ruolo fondamentale nell’assistenza ai palestinesi – ha osservato il segretario di Stato Usa, Antony Blinken –. Il suo lavoro ha salvato vite» E la stessa Agenzia ha definito «scioccante» la sospensione dei fondi.

Da Tel Aviv, il ministro degli Esteri Israel Katz denuncia: «Da anni avvertiamo che l’Unrwa perpetua la questione dei rifugiati, ostacola la pace e funge da braccio civile di Hamas a Gaza». Vorrebbe l’agenzia fuori dalla Striscia ed esclusa dal dopoguerra. (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Maria Brogi)

Ho l’impressione che l’interruzione dell’invio di fondi all’agenzia dell’Onu in odore di appoggi al terrorismo sia un po’ troppo precipitosa: non vorrei pensar male, ma forse non si aspettava altro per battere un colpo a favore di Netanyahu e c.

Nel ginepraio internazionale tutto è possibile, anche il coinvolgimento, diretto o indiretto, di alcuni funzionari Onu in operazioni terroristiche: siamo veramente, come da tempo vado scrivendo e dicendo, nel casino totale.

Stiamo però ben attenti a non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca.   «L’Unrwa svolge un ruolo fondamentale nell’assistenza ai palestinesi – ha osservato il segretario di Stato Usa, Antony Blinken –. Il suo lavoro ha salvato vite». E allora andiamo adagio prima di squalificare tutto e tutti. Si poteva aspettare un attimo prima di congelare i fondi in un periodo in cui questi fondi dovrebbero servire proprio a salvare vite umane.

Al colpo alla botte israeliana inferto dalla Corte Internazionale dell’Aia si risponde con un colpo al cerchio palestinese tramite il pur inquietante e presunto coinvolgimento dell’Agenzia Onu nelle trame terroristiche. L’Occidente non mi sembra in grado di svolgere un’azione obiettiva ed efficace a favore della pace in Medio Oriente: brancola nel buio dei propri affari e alla fine temo si schieri col più forte dietro la scusa di combattere il terrorismo.

Così come chi osa tenere un atteggiamento critico sulla crisi russo-ucraina viene immediatamente considerato un amico del giaguaro-Putin, chi cerca di avere una visione oggettiva dello scontro israelo-palestinese non accontentandosi della mera risposta alla pur esecrabile provocazione terroristica di Hamas, viene catalogato come filo-palestinese se non addirittura come antisemita. Un modo per tenere caldo il clima di guerra che piace a chi vuole comandare nel mondo a prescindere dagli enormi problemi esistenti.

Naturalmente l’Italia si è pedissequamente accodata agli Usa: proprio nel momento in cui sembrava prevalere una posizione neutrale rispetto alle smanie vendicative e distruttive di Netanyahu, si è fatto immediatamente un passo indietro: le elezioni americane ed europee incalzano, gli interessi commerciali (vedi Mar Rosso) gridano, i Paesi arabi alzano la cresta. Per l’amor di Dio, non sbilanciamoci troppo, non si sa mai che possa spirare un alito di vento pacifico, tutto sommato meglio la bufera bellica. Anche l’Onu, dopo tutto, è un gatto bigio nella notte internazionale.

Non conto niente, nessuno mi ha in nota, ma non ci sto!

 

Con(tro) quello che sta facendo Netanyahu c’entriamo tutti

“Questa guerra ha scatenato uno tsunami di antisemitismo. Ma cosa c’entro io con quello che sta facendo Benjamin Netanyahu a Gaza? Cosa c’entra un ebreo italiano?”. A usare queste parole, nel giorno della Memoria, è Edith Bruck che nella primavera del 1944, a tredici anni, venne presa dal ghetto di Sátoraljaújhely (in Ungheria) e deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi. Parlare con la scrittrice, regista e poetessa, sopravvissuta alla più grande tragedia del Novecento significa ripercorrere la Storia e provare a coniugarla nel presente e nel futuro. (da “Il Fatto quotidiano”)

Premesso che Edith Bruck ha tutta la mia incondizionata stima ed ammirazione, dopo aver consigliato a tutti di leggere interamente l’intervista di cui ho riportato l’incipit, mi permetto di entrare nel merito del suo comprensibile sfogo: apprezzo la netta presa di distanza dal governo israeliano, ma non posso accettare una sbrigativa dichiarazione di estraneità verso la Stato di Israele ed il suo comportamento. Chi meglio di Edith Bruck può e deve entrare nel merito del cortocircuito bellico che si è venuto a creare e che rischia di mettere a repentaglio i rapporti tra Israele e i palestinesi, di sprofondare il Medio Oriente in una catastrofe umanitaria, di provocare conseguenze gravissime in tutto il mondo, di infilare Israele e la Palestina in un tunnel senza vie d’uscita.

Sarebbe opportuno che Edith Bruck, dall’alto della sua levatura morale e della sua drammatica esperienza umana, desse un segno esplicito, motivato ed inequivocabile di condanna verso l’approccio aggressivo di Israele ai rapporti con i palestinesi.

Dica chiaramente se è d’accordo sul diritto dei palestinesi ad avere un loro Stato sovrano, se sente aria di genocidio verso questo martoriato popolo. Cosa c’entra un bambino palestinese con quello che sta facendo Hamas contro Israele? Lo tsunami di antisemitismo non dipende forse anche dall’equivoco atteggiamento storico dello Stato di Israele nei rapporti col mondo arabo?

Capisco il dramma interiore di chi, dopo aver sofferto sulla propria pelle lo sterminio nazifascista, si vede tirato in ballo da una guerra che sembra riprendere tutto daccapo. Israele si sta accollando enormi responsabilità e chi meglio di Edith Bruck può farglielo presente.

Ho l’impressione che si stia scherzando con la storia: il fascismo non esiste più se non nelle menti malate di quattro scagnozzi; il razzismo è un divertimento innocuo per giovani scemi; il terrorismo è una piaga inevitabile; la guerra è l’unico modo per difendere la democrazia; la pace è un’utopia; le armi servono a garantire l’ordine internazionale; l’Onu è un ferro vecchio da rottamare; la Ue è una congrega di tecnocrati che giocano a fare politica; la Corte internazionale di giustizia  dell’Aia ha tempo da perdere; e via di questo passo.

Chi porta impresse nel proprio corpo e nella propria anima le stimmate dell’ingiustizia e dell’odio ha il diritto-dovere di reagire non chiamandosi fuori, ma buttandosi dentro nella mischia, non solo a livello culturale ma anche nel senso della testimonianza politica.

I giovani aspettano una lezione credibile dal passato (Edith Bruck la sta impartendo alla grande), ma hanno bisogno anche di indicazioni precise per interpretare il presente e di vie pacifiche per costruire il futuro (Edith Bruch si sforzi di fornirle ancor di più rispetto a quello che già meritoriamente ed eroicamente fa).

 

I ricordi ci devono interrogare sul presente

Quest’anno la celebrazione della giornata della Memoria impone uno scomodo ma onesto, un profondo ma drammatico interrogativo: come è possibile che i governanti dello Stato che rappresenta e guida un popolo che ha sofferto il più grande ed efferato sterminio della storia possano cadere nella trappola mortale di reagire alla violenza subita in questo periodo con un altro seppur diverso sterminio, quello verso la popolazione civile palestinese?

Non bastano le analisi storiche e geopolitiche a giustificare l’eccesso, quanto meno colposo, nella legittima difesa israeliana contro Hamas. Non è il caso di infierire andando alla ricerca di ingiustizie perpetrate da decenni verso il popolo palestinese e di subdoli complotti effettuati in nome della realpolitik: dovrebbe bastare infatti la memoria di quanto subito nella Shoah per evitare di ripetere anche in minima parte errori che la storia dovrebbe avere archiviato definitivamente.

Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese”, che quindi secondo questa impostazione sarebbe una vittima collaterale della guerra ad Hamas. Che l’estrema destra israeliana sogni una Palestina senza palestinesi in realtà non è una novità, ma anche volendo prendere per buona la tesi degli “effetti collaterali”, è del tutto evidente che Netanyahu e il suo governo non si sono posti nessun limite e che l’obiettivo dichiarato – distruggere Hamas – verrà perseguito a qualunque costo. E già questa è una palese violazione del diritto di guerra e del diritto internazionale, che invece richiedono di soppesare in maniera molto accurata le conseguenze sui civili di ogni azione militare.

Immaginate che un terrorista si barrichi in una scuola usando bambini e insegnanti come scudi umani: chi di noi accetterebbe che venga sganciata una bomba su quella scuola per uccidere quel terrorista, essendo perfettamente consapevoli che questo causerà la morte certa anche di tutta la comunità scolastica? Chi di noi accetterebbe la tesi degli inevitabili effetti collaterali in questo caso? Solo se considerassimo le vite di quei bambini e di quegli insegnanti di nessun valore, potremmo sostenere una simile tesi. (Micro Mega- Cinzia Sciuto)

La guerra contro Il terrorismo non può essere l’alibi dietro cui nascondere volontà egemoniche e azioni belliche ingiustificabili. Non c’è occhio per occhio che tenga: questa logica è rovinosa e va fermata. Il fatto che dietro le politiche intransigenti di Israele ci sia l’influenza dei capi religioso ebrei aggrava ulteriormente la situazione dandole una ulteriore luce sconvolgente.

Oltre tutto il comportamento a dir poco sproporzionato di Israele innesca incredibili ma diffuse nostalgie antisemitiche nonché paradossali simpatie verso Hamas e le scorciatoie terroristiche.

L’auspicio è che i ricordi tremendi possano esorcizzare un futuro diversamente orrendo. Che tutti nelle loro coscienze condannino un passato tragico, ma mettano anche un alt a qualsiasi “scherzo” in capo alla storia futura.

 

 

 

Aridatece er trumpone!

Scappiamo, sta tornando Trump. Pensavamo di essercene liberati con i processi giudiziari a suo carico: tremende accuse di carattere etico, clamorose accuse di tipo costituzionale. Ebbene, ormai siamo al punto che avere guai seri con la giustizia è un titolo di merito, che conferma e addirittura aumenta i consensi. La politica viene vista come l’arte non tanto del governare, ma dello sgovernare. Io ti voto non perché sei onesto e bravo (almeno penso che tu lo sia), ma perché sei furbo e arrogante (come sotto-sotto vorrei essere anch’io).

In seconda battuta si sperava che i guasti provocati in quattro anni bastassero a placare l’innamoramento: niente da fare, quando uno è innamorato cotto, vede soltanto i pregi e non coglie i difetti anche se clamorosi. Evidentemente gli americani sono ancora innamorati di Trump e intendono dargli una prova d’appello.

Da ultimo si pensava che i subliminali valori della democrazia americana, venissero timidamente a galla, ma purtroppo la deludente prova del democratico Biden li ha sepolti sotto una coltre di penosi errori politici a livello interno e internazionale. Il casino totale richiede un forte uomo d’ordine a prescindere dal tipo di uomo e dal tipo di ordine. L’importante è la forza.

Siamo ancora alle elezioni primarie, vale a dire quelle del partito repubblicano, l’aria potrebbe cambiare quando si tratterà di confrontare il candidato repubblicano con quello democratico. Non è affatto vero che i due partiti si equivalgano in una corsa al ribasso ideologico, ma la personalizzazione e la “pragmatizzazione” della politica giocano a favore di una campagna elettorale alle grida in cui vince chi la spara più grossa. In secondo luogo il partito democratico, non avendo alternative a Joe Biden (salvo auspicabili sorprese), sarà costretto a ripresentare l’impresentabile presidente uscente. Sono convinto che tutto il mondo si accorgerà che in fin dei conti Biden non era poi così male in arnese, ma sarà troppo tardi.

Chi pensa alle elezioni americane come una questione riguardante quasi esclusivamente gli americani, sbaglia di grosso: oggi più che mai siamo talmente interconnessi da soffrirne irrimediabilmente e fortemente le conseguenze. Quali? Gli Usa arroccati e noi becchi e bastonati. Il dibattito viene ridotto alla penosa previsione in chiave meloniana: per nostra signora del cavolo sarà meglio consolidare l’opportunistico idillio con Biden o ritornare al vecchio amore con Trump?

E per l’Europa sarà meglio un presidente americano che balla costantemente nel manico o un presidente che considera la Ue come una pezza da piedi? E per i conflitti bellici in atto sarà meglio un presidente in balia delle onde o un presidente che vuò fà l’americano? Si tratterebbe di scegliere il male minore, ma gli statunitensi potrebbero anche optare per il male maggiore.

Se, per ipotesi, Trump scegliesse di accontentare in qualche modo Putin, mollandogli l’osso dell’Ucraina per poi rinchiuderlo nel canile russo ad abbaiare al mondo intero; se, sempre per ipotesi, Trump scegliesse di spezzare la pregiudiziale alleanza di potere che lega gli Usa ad Israele, lasciando che gli ebrei si divertano a giocare al gatto coi topi, vale a dire con  i palestinesi e gli arabi; se, Trump, sempre per pura ipotesi, decidesse di spartirsi una buona volta il mondo con i cinesi, tagliando fuori tutto il resto (Europa compresa); se, insistendo nelle ipotesi, Trump impostasse un mondo dove ognuno fa i cazzi suoi, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, chi muore di fame peggio per lui, chi esce dai propri confini viene rimandato a casa; se, concludendo le ipotesi, brigasse persino a favore di un papa diplomaticamente chiuso in Vaticano, avremmo un mondo da cui scendere precipitosamente, ammesso e non concesso di averne il tempo.

 

L’autonomia incasinata

Chi ci capisce dentro qualcosa è bravo. Mi riferisco alla riforma regionale denominata “autonomia differenziata”. Il decentramento regionale, varato con enorme ritardo rispetto ai tempi costituzionali, è già una grande delusione: avrebbe dovuto avvicinare i cittadini alle istituzioni e sburocratizzare lo Stato. Obiettivi falliti alla grande.

Alla burocrazia centrale si sono aggiunte le burocrazie regionali, il quadro si è allargato ed è qualitativamente peggiorato, perché, mentre lo Stato, bene o male, può contare sulla professionalità e l’esperienza dei suoi burocrati, le regioni hanno a disposizione un personale molto meno preparato, che finisce con l’avere tutti i difetti dell’amministrazione centrale senza averne i pregi. La mia pur modesta ma emblematica esperienza professionale è lì a dimostrarlo.

Per dirla in estrema sintesi, la burocrazia statale è intenta a svuotare di contenuto ogni e qualsiasi riforma socio-economica al fine di garantire la propria tranquilla sopravvivenza; quella regionale è intenta a confondere le idee del cittadino utente sovrapponendo lacciuoli a lacci, costringendolo a viaggiare su un doppio binario con deragliamenti inevitabili.

Sul piano legislativo la confusione è tale per cui il cittadino non sa più di chi sia la competenza a risolvere i suoi problemi ed è costretto a giocare a mosca cieca con le istituzioni. Di conseguenza si assiste allo scaricabarile delle responsabilità politiche fra Stato e Regioni: della serie molti colpevoli, nessun colpevole.

Nel 2001 è stata approvata una riforma al titolo V della Costituzione italiana che ha notevolmente ampliato le competenze regionali. In precedenza le Regioni avevano competenza legislativa su determinate materie, nel quadro della legislazione statale. Per le materie non menzionate dall’articolo 117 della Costituzione, la competenza legislativa era di esclusiva pertinenza statale. Con la riforma del 2001 è mutata la prospettiva circa la potestà legislativa in Italia: l’articolo 117 della Costituzione prevede, al secondo comma, una lista tassativa di materie soggette alla potestà legislativa statale e al terzo comma un elenco, altrettanto tassativo, di materie sottoposte alla legislazione concorrente (in cui la potestà legislativa spetta sempre alle regioni, ma nel quadro dei princìpi fondamentali posti dalla legge statale). Il quarto comma prevede infine che, per le materie di non esclusiva competenza statale o non sottoposte alla legislazione concorrente, la potestà legislativa sia esclusivamente regionale.

La confusione è ulteriormente aumentata: le regioni sono state ingolfate di poteri che finiscono nel nulla in quanto, tra l’altro, non supportati dalle necessarie disponibilità finanziarie.  Secondo una satira dell’epoca, quando i plenipotenziari partono da Campoformio, il locandiere che li ha alloggiati insegue la loro carrozza gridando: “Chi mi paga?” E Pantalone, che sta a cassetta, risponde: “Amigo, pago mi!”. Se si chiede alla Stato di intervenire su una certa materia, ci si sente rispondere che è di competenza della Regione; se ci si rivolge alla Regione, ci si sente rispondere che mancano i fondi.

Giunge il giorno della grande parata, lo Stato sfila e il codazzo dietro, con i governanti tronfi e sicuri! Finché un grido si leva dalla voce dei bambini leghisti: “Lo Stato è nudo!”. E giù tutti a credere che sia meglio accrescere i vestiti regionali per coprire le nudità centrali. Maggiori poteri alla Regioni, maggiori risorse alle Regioni, e chi paga? Pantalone! E se una regione è più capace o più ricca delle altre? Meglio per i suoi cittadini e peggio per i cittadini delle altre regioni.

Così non può funzionare! Sarebbe una palese ingiustizia! Allora fissiamo i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale. Campa cavallo che l’erba (non) cresce!

In tragica conclusione, la cosiddetta autonomia differenziata a cui si sta puntando, se dovesse mai funzionare, creerebbe una sorta di “Stato Arlecchino” servitore di troppi padroni in concorrenza fra di loro; se non dovesse funzionare, come è prevedibile, finirebbe col creare solo un gran casino.

Lavoravo da pochissimo tempo ed entrai in contatto con un utente dei servizi erogati dal mio datore di lavoro, il quale mi disse fuori dai denti: “Sa cosa le devo dire dottore? Che quell’organizzazione, in cui lei ha cominciato a lavorare, è un gran casino!”. Lascio immaginare lo sconcerto che mi crearono quelle sincere parole.

Senonché il casino, ricordiamocelo bene, fa sempre comodo a qualcuno: nel caso delle autonomie regionali differenziate sta diventando l’alibi per dare potere all’uomo o alla donna forte che metta ordine (leggi premierato), mentre chi ha creato il casino pensa di lucrare dalle “marchette” consegnate agli elettori. La Costituzione italiana è l’esempio di compromesso politico ai livelli più alti. Le riforme costituzionali che la destra sta cucinando sono il risultato del compromesso ai livelli più bassi.

Non resta che sperare nel referendum abrogativo. Mandiamo in Parlamento gente che non sa cosa stia combinando. Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion?» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

L’auto-squalifica ce la stiamo preparando: l’astensione dal voto!  Referendum più abrogativo di così! Forse però rischiamo di abrogare la democrazia. Qualcuno la sta abrogando da Palazzo Chigi, bisognerebbe scendere in piazza. Ma no…smettiamola di inoculare il virus del fascismo strisciante nella gente ingenua e distratta. Sono altri i veri problemi. E quali sono? Se lasci che eliminino il guardaroba, con cosa potrai mai vestirti? Forse coi “Lep”.