Nel pantano del giorgismo o nel rivolo dello schleinismo

La festa dell’Europa, alla vigilia delle elezioni europee, fa riflettere pensosamente sul continente toccato drammaticamente dalla guerra in Ucraina. Amare l’Europa ma aver paura di Bruxelles. Sognare un continente forza gentile ma tollerare impulsi nazionalisti e localisti; sentirsi uniti ma pur sempre troppo diversi; ricercare regole sopranazionali ma essere riluttanti a completare l’edificio comune; apprezzare il mercato unico ma diffidare dell’euro; beneficiare della fine delle frontiere interne ma paventarne l’eliminazione; desiderare la fine delle guerre ma andare in ordine sparso a livello internazionale… l’avventura europea è una lunga lista di contraddizioni e indecisioni. Gli europei sono incerti e insicuri sul loro destino. Presi, come scrive Manent, «tra le loro vecchie nazioni e la nuova Unione Europea, si domandano, perplessi e in mezzo al guado, quale sorta di vita comune essi si augurano per loro stessi…». Forse non sono mai stati tanto esitanti come oggi sul da farsi. Grandi domande sorgono oggi sul futuro del continente, prima delle quali quella sulla pace. (dal quotidiano “Avvenire”)

È l’incipit di un editoriale di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, pubblicato su “Avvenire”, la cui lettura integrale consiglio vivamente a chi vuol guardare al futuro dell’Europa in modo serio ed impegnato.

Nella campagna elettorale in corso si parla di tutto meno che di Europa: viene vissuta come trampolino di lancio per misurare la profondità della piscina nostrana, per immergersi nella lotta sotto il pelo dell’acqua politica piuttosto sporca, per nuotare  senza sfracellarsi in mezzo agli enormi problemi che ci angustiano.

Questa insulsa e vuota pantomima, fatta apposta per indurre all’astensione i cittadini, oltre tutto e a ragione, schifati dai rapporti tra la classe politica e gli affari, toccherà il culmine col duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Due paroline sulle protagoniste. La Meloni mi fa rabbia, la Schlein mi fa compassione. Volendo paradossalmente tentare un parallelismo con le elezioni americane, assimilerei la Meloni a Trump e la Schlein a Biden. La prima rappresenta la sintesi di tutte le pulsioni-rifugio del nostro tempo: il populismo per rassicurare, il sovranismo per istigare, il personalismo per scantonare, il decisionismo per non decidere, il revisionismo per fare confusione, il protagonismo per eludere i problemi, l’arroganza per coprire il vuoto. La seconda rappresenta l’alternativa talmente leggera da non essere percepita, una sorta di “maanchismo” riveduto e scorretto: la pace ma anche il pedissequo allineamento alla Nato e agli Usa, la difesa dei palestinesi ma senza esagerare, lo sguardo all’Europa ma anche l’occhio puntato alle cucine nostrane, etc. etc.

Cosa potrà sortire dal confronto tra queste due presunte leader? Niente! Non le metto sullo stesso piano, una è estremamente pericolosa perché modernamente reazionaria, l’altra è estremamente deludente perché modernamente insignificante. Con Giorgia, politicamente parlando, non prenderei nemmeno un caffè, con Elly mi siederei a tavola, ma dopo l’antipasto sarei già sazio e disperato.

E allora meglio stare sul piano delle idealità proposte da Impagliazzo. I “padri” dell’Europa oltrepassando le profonde divisioni dei popoli, credettero in un destino comune. Nell’adempimento di tale disegno, Adenauer, De Gasperi, Schuman e altri, trassero ispirazione dalla loro fede. Quest’ultima illuminava l’ideale europeo e lo rendeva diverso da un negoziato di interessi contrapposti. Per i fondatori, l’Europa era il frutto di un cambiamento profondo di mentalità, di una sorta di conversione. Non si trattava di un compromesso ma di un metodo completamente nuovo, basato su valori peculiarmente cristiani: le virtù del sacrificio, della comprensione, della fiducia e dell’interesse comune. Da un punto di vista politico, quei cristiani europei furono orientati dall’universalismo della Chiesa.

Se però scendo sul terreno delle scelte politiche, mi sento solo, perduto e abbandonato. In questi giorni è tanto il rischio democratico che l’Italia corre da mettermi alla punta in difesa della democrazia e quindi in cerca di qualche motivazione per andare al voto dopo parecchio tempo. La sera del 23 maggio mi sono ripromesso di non seguire il duello dal timore che possa compromettermi le già scarsissime motivazioni a favore della partecipazione al voto. Farò in alternativa qualche lettura edificante e propedeutica all’europeismo autentico, risalente ai padri, per tentare di uscire dal tunnel e lasciar perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria.

L’ho già ricordato parecchie volte, ma forse vale la pena ripeterlo. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del populismo, del sovranismo e del giorgismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: la costituzione italiana si può definire il compromesso politico ai livelli più alti, il prossimo voto alle europee si potrebbe configurare come il compromesso ai livelli più bassi. Vi scongiuro, datemi un punto d’appoggio e vi solleverò l’Europa!

Ebbene il mio grido è stato ascoltato ed è arrivata un’autorevolissima risposta da un appello congiunto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i presidenti della Germania e dell’Austria, Frank Walter Steinmeier e Alexander Van der Bellen, pubblicato dal Corriere della Sera e rilanciato dal Quirinale con una nota, nel quale si chiede ai cittadini europei di andare a “votare”. “Il nostro ordine democratico liberale è profondamente legato all’unificazione europea: ancorandoci a una comunità europea di valori e di norme giuridiche, abbiamo presentato al mondo una convivenza basata sull’ordine democratico e sulla pace – osservano i tre presidenti -. Non sorprende che coloro che mettono in dubbio i principi democratici di base mettano in dubbio anche il progetto europeo”. Mattarella, Steinmeier e Van der Bellen scrivono che i loro tre Paesi “sanno che una volta raggiunta, la democrazia non è garantita. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno difese e consolidate, che la contrapposizione dei nazionalismi esasperati genera la guerra”. E che “rappresentare tali società significa ascoltare molte voci e unire molte opinioni. È quindi essenziale difendere le istituzioni e i valori democratici, le garanzie della libertà, l’indipendenza dei media, il ruolo delle opposizioni politiche democratiche, la separazione dei poteri, il valore dei limiti all’esercizio del potere”. (da Ansa.it)

Ringrazio di cuore, garantisco al momento una meditazione molto profonda (e pensare che qualcuno vuol ridimensionare il ruolo del presidente della Repubblica). Rifletterò a coscienza democratica aperta piuttosto che ascoltare inutili chiacchiere. Chissà…

 

 

La fedina penale dei politici e la fedina democratica della società

Dietro l’indagine a carico del presidente della Liguria Toti ci sta un problema politico grande come una casa. Non mi riferisco al pur pertinente dilemma “dimissioni sì-dimissioni no”, ma alla ben più consistente questione inerente al rapporto fra politica e affari.

Giovanni Toti sostiene non tanto di non aver percepito liberalità (?) da imprenditori e affaristi, ma di averle regolarmente dichiarate e rese pubbliche come prevede la normativa in materia. Il suo ragionamento difensivo è questo: se questi rapporti finanziari si svolgevano alla luce del sole, significa che non potevano nascondere niente di losco e di illecito. Il discorso ha una sua rilevanza che però, sul piano giuridico, non può andare oltre un elemento difensivo anche se non decisivo. Poteva infatti comunque avvenire lo scambio fra dazioni e favori: questa sembra essere la tesi che sottende le indagini e i capi d’imputazione.

Al di là del fatto se possano o meno essere giustificazioni plausibili, rimane in ogni modo il dato politico di un governatore di regione che si fa aiutare in campagna elettorale e nella sua attività propagandistica da personaggi portatori di precisi interessi economici e potenzialmente richiedenti favori e protezioni. In questo caso salta l’autonomia della politica che diventa più o meno ostaggio dell’affarismo imperante e condizionante. Il lobbismo diventa avvolgente, preciso e concreto.

Faccio un rapido ma eticamente sensibile richiamo alla mia esperienza politica. Al mio indiscusso leader, il senatore parmense Carlo Buzzi, qualche suo “amico di corrente” (ebbi infatti per diversi anni l’opportunità’ di partecipare al comitato di coordinamento della sinistra D.C. parmense di “Forze Nuove”) rimproverava di non tenere rapporti lobbistici con gli ambienti confindustriali parmensi: Buzzi rispondeva che non aveva mai rifiutato il dialogo a nessuno, ma da qui ad instaurare rapporti preferenziali o cose del genere… Atteggiamenti che qualcuno definiva esagerati, puritani, ma che io, molto modestamente, giudico più che giusti anche se gli crearono rischi di emarginazione, di poca considerazione sui media locali etc. Certamente Buzzi non era interlocutore dei cosiddetti poteri forti, a nessun livello.

Chi fa politica deve essere attento ad evitare compromissioni di qualsiasi tipo col mondo degli affari, pena il coinvolgimento, magari anche involontario, in questioni poco trasparenti o addirittura censurabili. Non mi interessano tanto gli aspetti giudiziari, peraltro importanti e delicati, ma la credibilità della politica nei confronti dei cittadini-elettori. Credo che non sia l’unica ragione del disamore elettorale, ma certamente sul fenomeno dell’astensione pesa largamente questa sfiducia indotta dal miscuglio politica-affari, che sta diventando anche l’esagerato e per certi versi qualunquistico motivo dell’allontanamento dei cittadini dai partiti politici.

D’altra parte, come ho più volte detto e scritto, è da considerare più qualunquista il cittadino schifato dalle compromissioni dei politici con gli affari oppure un esponente politico che nell’esercizio dei suoi poteri istituzionali cade nell’equivoco e clamoroso rapporto fra interessi pubblici e privati?

Non ha importanza decisiva se, come spesso è accaduto, le inchieste giudiziarie non hanno portato a conclusioni rilevanti: mi fa piacere per gli interessati, anche perché non provo alcun gusto a vedere i politici in galera. Resta la realtà di una politica molto invischiata nell’affarismo: questa è almeno l’idea che si fa il cittadino, messo peraltro di fronte al bivio, che da una parte porta al disinteresse e alla conseguente supina accettazione del tran-tran del così fan tutti e, dall’altra parte, al rifiuto della politica, anticamera pericolosa di sbocchi anti-democratici.

Questo mi sembra il nodo politico, che viene prima e dopo le inchieste (dovrebbero essere più insistenti e meno episodiche), i processi (dovrebbero arrivare in tempi stretti), le dimissioni (non risolverebbero, ma aiuterebbero almeno a fare un po’ di chiarezza), le testarde resistenze (servono solo ad aumentare i sospetti), le speculazioni (sono autentiche manciate di fango sulla politica) , i garantismi e i giustizialismi a corrente alternata (peggio che andar di notte…), le polemiche (servono soltanto a fare deleteria confusione), le accuse di ingerenza alla magistratura (incredibili se provengono addirittura da un ministro della Giustizia), lo sciacallaggio mediatico (il tritacarne moderno che costituisce un perfetto assist al qualunquismo), le gogne populiste (il capro espiatorio non è mai servito ad eliminare i peccati), le difese d’ufficio (lasciano il tempo che trovano), le sconcertanti diatribe di piccolo cabotaggio (un modo per sollevare polveroni funzionali al sistema).

La risposta sta nella capacità del sistema partitico di auto-emendarsi: la democrazia non prevede alternative (i movimentismi dell’antipolitica stanno in poco posto), non consente scorciatoie (il premierato butta via il bambino assieme all’acqua sporca), non permette la dicotomia fra istituzioni e cittadini, chiede un cambio di passo e un confronto sulla riscoperta delle basi su cui poggia (partendo dal dettato costituzionale).

 

 

 

 

 

Chi semina bigottismo raccoglie tempesta

Contestazioni agli Stati Generali della Natalità quando la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha preso la parola e in platea sono stati alzati dei cartelli che formavano la scritta: “Decido io”. A contestare la ministra è stato un gruppo di studenti. Non appena la Roccella ha preso la parola sono partiti i fischi e cominciate le urla che hanno impedito che svolgesse il suo intervento.  A quel punto la Roccella rivolta ai manifestanti ha preso il microfono e ha detto: “Ragazzi ma noi siamo d’accordo, ma nessuno ha detto che qualcun altro decide sul corpo delle donne, proprio nessuno”. Ma la contestazione è proseguita. Una delle manifestanti ha parlato brevemente al microfono, ma poi è stata interrotta dall’organizzatore Gigi De Palo dicendo: “Questo però è un monologo”. Quindi mentre la contestazione proseguiva proprio De Palo ha deciso di dare la parola ad altri ospiti, posticipando l’intervento della Roccella che ha abbandonato prima il palco e poi l’Auditorium.  I lavori stanno proseguendo ma in sala la situazione non è ancora tornata alla normalità.

“Sono certa che la segretaria del Pd Elly Schlein, tutta la sinistra, gli intellettuali – Antonio Scurati, Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Chiara Valerio, ecc. -, la ‘grande stampa’ e la ‘stampa militante’ che abbiamo visto in queste ore mobilitata in altre sedi, avranno parole inequivocabili di solidarietà nei miei confronti dopo l’atto di censura che mi ha impedito di parlare agli Stati generali organizzati dalla Fondazione per la Natalità per svolgere il mio intervento e anche per rispondere ai contestatori-censori e interloquire con loro”. Così la ministra per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella in un post su Fb. (Ansa.it)

Riprendo di seguito quanto ebbi occasione di scrivere parecchio tempo fa.

A proposito di Eugenia Roccella, deputata e allora sottosegretaria al Welfare nel governo Berlusconi, che si schierò, a fini meramente demagogici, contro la sentenza sull’interruzione dei trattamenti sanitari a Eluana Englaro, dirò che, durante la mia breve frequentazione di una casa di riposo in cui era ricoverata mia sorella, di fronte a certi drammatici casi di sopravvivenza forzata, mi venne spontaneo esclamare ripetutamente, rivolto alle operatrici impegnate in queste pratiche assistenziali e alle prese con difficoltà enormi: «Andate a chiamare Eugenia Roccella, lei sì che se ne intende e vi può aiutare…». Mi guardavano e non capivano. Forse pensavano che l’ambiente mi stesse contagiando.

Le persone più gravemente malate di quella casa di riposo saranno probabilmente nel frattempo decedute, ma Eugenia Roccella è ancora lì sui banchi parlamentari a pontificare ed a sparare cazzate sul testamento biologico: «È una legge ideologica, che apre all’eutanasia. L’alimentazione artificiale serve a mantenere in vita chiunque, non è una terapia. Se gliel’avessero tolta, Fabo avrebbe potuto morire anche in Italia». Andasse a quel paese, lei e tutte le Roccelle del mondo!

Se questa è la mia stizzita intolleranza rispetto alla mentalità di Eugenia Roccella, posso capire quella dei giovani di ambo i sessi alle prese con una ministra il cui curriculum mi permetto di riportare.

Eugenia Roccella, la nuova ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, come è stata rinominata dal governo Meloni la carica che in precedenza era associata alle Pari opportunità e alla Famiglia, ha una storia politica piuttosto insolita, iniziata tra i Radicali e il movimento femminista e arrivata a posizioni ultraconservatrici vicine a quelle delle organizzazioni per la cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Roccella ha definito l’aborto «il lato oscuro della maternità» e una «scorciatoia che non dovrebbe più esserci», la pillola abortiva RU486 «un enorme inganno», il matrimonio un «momento cruciale che dà valore alla differenza sessuale» e le unioni civili la via verso «la fine dell’umano».

Ha 68 anni, è nata a Bologna il 15 novembre del 1953 ed è figlia di Francesco Roccella, uno dei fondatori del Partito radicale, e della pittrice femminista Wanda Raheli, militante del Movimento di Liberazione della Donna (MLD). Iniziò a sua volta il suo impegno politico come militante radicale e femminista, aderendo all’MLD, con cui pubblicò nel 1975 il libro “Aborto: facciamolo da noi” a sostegno dell’aborto libero e gratuito. Partecipò a battaglie e manifestazioni contro la violenza di genere e per le pari opportunità. Nel 1979, senza venire eletta, si candidò col Partito radicale alla Camera. Si laureò in lettere e fece un dottorato.

La sua trasformazione in una delle esponenti più convinte del conservatorismo cattolico italiano avvenne a partire dagli anni Novanta. Abbandonò per diversi anni la politica attiva, e, quando la riprese, aveva assunto posizioni radicalmente contrarie a quelle della sua militanza giovanile. Lasciò i Radicali sostenendo che le loro battaglie conducessero alla «distruzione dell’individuo» in nome di «un’idea di libertà senza limiti» che in ultimo avrebbe portato a «un’illibertà assoluta». Diventò editorialista del quotidiano della CEI, Avvenire, sostenne il cosiddetto Family Day, grande manifestazione a favore della cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Scrisse e pubblicò libri contro l’aborto, le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) – quelle che permettono di avere figli a chi non può averli naturalmente – e in particolare contro quelle di tipo eterologo, basate cioè sulla donazione esterna di gameti (le cellule sessuali, ovuli o spermatozoi). 

Entrò in parlamento nel 2008 con il Popolo della Libertà, fu rieletta nel 2013 e poi nel 2018 e alle scorse elezioni con Fratelli d’Italia. Fu sottosegretaria al ministero della salute del quarto governo Berlusconi (2008-2011), posizione dalla quale emanò delle nuove linee guida per la legge 40/04, quella che norma la PMA, tornando a imporre il divieto di diagnosi preimpianto sull’embrione eliminato qualche anno prima dalla ministra della Salute Livia Turco. Roccella definì allora la diagnosi preimpianto, che serve a individuare la presenza di anomalie cromosomiche o di patologie genetiche negli embrioni prima che vengano trasferiti nell’utero, una «selezione genetica», spingendosi oltre la più accettata definizione di “diagnosi genetica”.

Roccella ha sostenuto che l’omotransfobia «non è un’emergenza», che la richiesta di riconoscimento pubblico delle unioni civili da parte delle persone dello stesso sesso non venga avanzata per ottenere dei diritti ma per chiedere una «forma di legittimazione sociale» da lei ritenuta superflua e non necessaria.

Anche sul suicidio assistito, l’eutanasia e la libertà di scegliere come terminare la propria vita Roccella ha posizioni retrograde. Quest’estate ha per esempio sostenuto che la battaglia per l’eutanasia ha l’obiettivo culturale di «distruggere l’idea di intangibilità della vita» e di fare della morte un diritto del singolo. Anni fa, in relazione al caso di Eluana Englaro, sostenne che esisteva un «lungo movimento sotterraneo che avrebbe voluto condurre all’eutanasia senza nemmeno passare dal parlamento, senza interpellare i cittadini in alcun modo». Ha detto di apprezzare e condividere la visione della Chiesa, in particolare come sistema che ha «sempre valorizzato e accolto il femminile, attribuendo significato e importanza all’etica della cura» (agenzia Ansa).

Se il diritto di parola è indiscutibile, quello al dialogo bisogna saperselo faticosamente conquistare, soprattutto se una persona riveste importanti cariche di governo. Se una ministra porta avanti posizioni eticamente rigide e oserei dire “bigotte”, non può pretendere rispettoso ascolto. Niente di strano e di scandaloso quindi nella contestazione ad Eugenia Roccella. Non accetto l’approccio integralista della ministra alle delicate problematiche etiche che affronta all’interno di un governo, che oltre tutto la sta strumentalizzando sui due punti “Dio e famiglia” dello slogan politico-programmatico di fascistona memoria a cui viene aggiunto quello della “Patria” (a questo ci pensano la premier Meloni e i suoi sodali).

Non faccia la vittima, assuma atteggiamenti ragionevoli, si renda conto di reggere il lume ad un governo reazionario a trecentosessanta gradi, riscopra la bellezza della laicità dello Stato che non è affatto incompatibile con la fede, si metta in condizione di confrontarsi con tutti, impari da tanti cattolici che hanno saputo distinguere la loro testimonianza cristiana dalla loro azione politica e vedrà che nessuno la insolentirà.

Meno male che i giovani hanno ancora il coraggio di protestare contro questo governo e i suoi assurdi ministri, contro il bellicismo imperante, contro le ingiustizie e in difesa dei diritti. Non sposo aprioristicamente le loro rivendicazioni, ma le considero con interesse, attenzione e spesso con solidarietà (anche nel caso delle proteste contro Eugenia Roccella, da cattolico credente e praticante quale sono).

 

 

 

Piove, primadonnismo ladro

Parafrasando uno storico messaggio pubblicitario direi così: “Credevo che il balletto della politica fosse insopportabile finchè non ho visto quello del giornalismo”.

l giornalista Enrico Mentana torna a punzecchiare Lilli Gruber dopo il botta e risposta dell’altra sera e minaccia le dimissioni.

«Ieri sera siamo andati un po’ lunghi con il telegiornale, era una giornata cruciale, importantissima: la prospettiva di pace in Medioriente, la tragedia di Casteldaccia, vicino a Palermo. In più come ogni lunedì c’erano i nostri sondaggi e l’appuntamento con il Data Room di Milena Gabanelli. Come ogni lunedì siamo andati un po’ lunghi, me ne scuso con i telespettatori. Un po’ lunghi, come era prestabilito e concordato con chi dirige questa rete», dice Mentana chiudendo il tg di oggi. Chi ci ha seguito, Lilli Gruber, perché non mi piace di far finta di non sapere nomi e cognomi, ha avuto parole molto sgradevoli e offensive nei confronti del sottoscritto. Io mi siedo qui da 14 anni per fare questo tg, non ho mai offeso volontariamente nessuno e tantomeno i colleghi che lavorano su questa rete. Gradirei reciprocità a questo riguardo e gradirei da parte dell’azienda per cui lavoro che non ci fosse il mutismo che accompagna questa vicenda da 24 ore. Domani sera vedremo se c’è stato qualcosa, altrimenti trarrò conclusioni e dirette conseguenze».

Ad accendere lo scontro, l’altra sera, lo sforamento di Mentana, che Lilli Gruber, conduttrice di «Otto e mezzo» ha così commentato, proprio a inizio – ritardato – del programma. «Buonasera e benvenuti alle 20.46, non alle otto e mezzo. L’incontinenza è una brutta cosa, scusateci di questo ritardo». (dal quotidiano “La stampa”)

Forse a La7 si sono montati la testa. La Rai, sempre più abbarbicata al potere politico di cui è diventata, come non mai, mera cassa di risonanza, ha regalato a questa rete privata la possibilità di svolgere monopolisticamente il ruolo di coscienza critica del potere. Questo ruolo di per sé teoricamente contraddittorio (il monopolio della critica è la pur elegante fine della critica stessa) viene coperto tuttavia in modo abbastanza intelligente e documentato anche se un po’ troppo scoperto: devono stare attenti a non fare il controcanto della narrazione pregiudizialmente filo-governativa con quello del racconto rigorosamente anti-governativo. Il pericolo è di schiacciare l’utente in una kermesse “disinformativa” in cui si conoscono in anticipo le due versioni contrapposte di una verità di là da venire.

Esagerate e di cattivo gusto sono le reciproche comparsate dei conduttori dei programmi: rischiano di autocelebrarsi in uno stucchevole scambio di elogi. “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia).

Piano piano siamo penosamente arrivati alle gelosie e alle punzecchiature fra primedonne catodiche. Intendiamoci bene: Lilly Gruber ha perfettamente ragione ad apostrofare come “barbatlòn” (chiacchierone) il collega Enrico Mentana, insopportabile ed inascoltabile nella sua incontenibile logorrea, così come Enrico Mentana non ha tutti i torti a non accettare le pietre da chi non è certamente senza peccato. Non c’è che dire una bella gara fra giornalisti malati di protagonismo.

È pur vero che, come diceva sarcasticamente mio padre, l’importanza uno se la deve dare da solo, perché se aspetta che gliela diano gli altri…Però non bisogna esagerare e forse, ripeto, ho l’impressione che qualcuno si sia montato la testa.

I “pavoneggiamenti” fanno parte della nostra misera società: la politica li ritualizza, oserei dire che attualmente li istituzionalizza, ricorrendo in tal senso all’aiuto mediatico, alle trasmissioni televisive in particolare. L’enfatizzazione della politica la si può fare in senso elogiativo, ma anche in senso spregiativo: il risultato rischia di essere ugualmente negativo in capo al cittadino-elettore.

Prendiamo ad esempio le castronerie del generale Vannacci: se ne parla troppo, mentre meriterebbero soltanto un velo di pietoso silenzio. Ma andiamo anche molto più su: il “giorgismo” della Meloni ha oscurato i drammi delle guerre in atto (quelle vere, non quelle tra Meloni e Schlein e ancor meno quelle tra Gruber e Mentana); il gossip imperante ha retrocesso in coda ai Tg un importantissimo intervento del Presidente della Repubblica all’Assemblea Generale dell’Onu (niente a che vedere con le trotterellate meloniane seguite con tanto immeritato rispetto).

Adesso ci si mettono anche i giornalisti ad autocelebrarsi, diventando una sorta di “ladri di Pisa del protagonismo informativo”: fingono di litigare (di giorno) di fronte ai telespettatori per saccheggiare concordemente ed impropriamente (di notte) l’audience allo scopo del proprio successo professionale.

Durante la mia modesta partecipazione alla gestione del teatro dell’opera lirica mi sono imbattuto in parecchie primedonne, al femminile ed al maschile: in teatro il “primadonnismo” ci può anche stare. Nel teatrino della politica ci sta molto meno. In quello giornalistico diventa solo un’antipatica gara al furto della ribalta. Dovrei quindi essere maggiorenne e vaccinato contro gli impropri e deleteri “primadonnismi”: invece anche oggi ci sono cascato. Di fronte alle schermaglie Gruber/Mentana il più bel tacer sarebbe stato il miglior commento scritto. Chiedo umilmente scusa!

 

 

L’indifendibile impuntatura israeliana

“La proposta di Hamas sul cessate il fuoco non soddisfa le richieste essenziali di Israele”, ha affermato l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo la riunione del gabinetto di guerra, che ha deciso all’unanimità di continuare con le operazioni a Rafah per “velocizzare il rilascio degli ostaggi”. 

Tuttavia, in una nota del governo israeliano si legge che Israele invierà una delegazione in Egitto “per massimizzare la possibilità di ottenere un accordo su termini accettabili” in merito al cessate il fuoco a Gaza. Anche il ministero degli Esteri del Qatar ha annunciato l’invio di una delegazione al Cairo martedì.

Nonostante l’ora tarda, a migliaia gli israeliani sono scesi in piazza per chiedere al governo di accettare i termini dell’accordo di cessate il fuoco sul tavolo. Circa mille persone si sono radunate presso il quartier generale militare di Tel Aviv, mentre un centinaio di manifestanti hanno marciato verso la residenza di Netanyahu a Gerusalemme con uno striscione che recitava “Il sangue è nelle tue mani”. Piccoli raduni sono stati segnalati anche in altre città di Israele.

L’annuncio è arrivato poche ore dopo che Hamas aveva accettato la proposta di un cessate il fuoco da parte di Egitto e Qatar. Secondo quanto dichiarato dai funzionari del gruppo radicale palestinese, il piano prevedeva tre fasi, ciascuna di 42 giorni, con un cessate il fuoco, la ricostruzione di Gaza, il ritorno degli sfollati alle loro case e un accordo per lo scambio di prigionieri. 

Un funzionario israeliano ha detto che non è chiaro quale proposta Hamas abbia accettato, dato che alcuni dei termini sembrano differire sostanzialmente da quelli mostrati dai mediatori a Israele e concordati dal governo israeliano la scorsa settimana.

Il punto che continua a dividere maggiormente le parti è la permanenza del cessate il fuoco, pretesa da Hamas in cambio del rilascio degli ostaggi, categoricamente negata da Israele, che vuole riservarsi il diritto di riprendere l’azione militare per “distruggere definitivamente” l’ala militare del gruppo palestinese.  

In ogni caso, secondo Haaretz, la versione di accordo accettata da Hamas non include la richiesta immediata di un cessate il fuoco permanente, ma modifica altri elementi della proposta egiziana, come la richiesta di liberare 33 ostaggi nella prima fase. Inoltre toglierebbe a Israele il diritto di veto sul rilascio dei detenuti palestinesi in cambio. (euronews)

Giriamola come vogliamo: la posizione di Israele è indifendibile e inaccettabile da tutti i punti di vista etico, storico, diplomatico e politico.  Da giorni si era capito che Netanyahu non accettava alcun accordo con Hamas, perché vuole semplicemente distruggere Hamas assieme alla Palestina, che purtroppo si è affidata disperatamente ma insensatamente ad esso, regalando ad Israele il pretesto per affondare definitivamente i colpi.

La disgustosa melina in atto sul cessate il fuoco suona come una presa in giro per il mondo occidentale fatto da tanti suoi alleati (in primis gli Usa), che si vedono costretti a fare i salti mortali diplomatici pur di non affermare apertamente un netto dissenso nei confronti della folle politica israeliana. Sono penose e pretestuose le posizioni di chi testardamente finge di giustificarla, accampando le scuse della portata terroristica dell’attacco subito, del diritto ad esistere dello Stato di Israele e il risorgente antisemitismo: stiamo andando ben oltre ogni e qualsiasi plausibile legittima difesa, ma superiamo ampiamente anche i limiti di qualsiasi ritorsione e/o rappresaglia.

Anche il tentativo di screditare le proteste che si stanno allargando nei Paesi occidentali, accusandole di equivoca faziosità lasciano il tempo che trovano: un conto è pretendere l’esplicita e inequivocabile condanna di Hamas, un conto è squalificare un movimento che mette in discussione la liceità di una guerra follemente impostata da Israele.

Il mondo arabo, nelle sue varie sfaccettature, si vede costretto a chiudere le già strettissime aperture verso accordi almeno a breve termine. Israele sta regalando le pur minime disponibilità arabe ad Hamas. Se è vero che la pace si tratta con i nemici, Netanyahu oltre che allargare il campo nemico a tutta la Palestina e ai Paesi arabi, mette le mani avanti e insolentisce di fatto gli amici in modo da scompigliare le carte e pregiudicare, sul nascere o ancor prima di nascere, ogni tentativo di cessate il fuoco. Per Israele si tratta di una resa definitiva dei conti, che potrebbe aprire inquietanti scenari bellici globali.

Fin qui ho valutato le sconcertanti contraddizioni diplomatiche in cui si è infilato Israele. Ma bisogna guardare anche la storia. Come scrive su MicroMega Cinzia Sciuto, “quello che conta è non ignorare il fatto che da 76 anni milioni di palestinesi vivono in campi profughi. Ci sono ormai più generazioni di palestinesi nati nei campi, che la loro “casa” non l’hanno mai vista ma solo sentita dai racconti dei parenti. Riconoscere il dolore e la rabbia che la nakba ha provocato in intere generazioni di palestinesi è doveroso, e anche i più convinti amici di Israele non possono in tutta onestà esimersi dal farlo. Così come non si può non vedere la natura coloniale dell’occupazione della Cisgiordania”.

Per non parlare degli aspetti etico-politici. Sempre Cinzia Sciuto afferma: “Materia di discussione politica attualissima è – deve essere – la natura della democrazia israeliana, il profilo etno-nazionalistico che ha deciso di darsi definendosi “Stato ebraico” nonché l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza (da cui Israele si è sì ritirato nel 2005, ma che di fatto ha continuato a controllare sotto molti punti di vista, e che comunque oggi ha nuovamente occupato) e ovviamente il massacro che sta perpetrando da sette mesi. Tutti questi sono temi che devono poter essere liberamente dibattuti, senza che la discussione venga costantemente riportata sul piano della legittimità o meno dell’esistenza stessa di Israele se non, peggio, dell’antisemitismo”.

Termino ribadendo che da qualsiasi punto di osservazione la si giudichi, la tattica israeliana risulta inaccettabile e perseguibile se non come genocidio almeno come eccidio. E continuo a chiedermi come possa essere possibile che nessuno riesca a riportare alla ragione uno Stato: né le pur deboli opposizioni interne, né le prese di distanza di autorevoli esponenti della cultura ebraica, né le prese di posizione dell’Onu, né la probabilità di incriminazioni da parte della Corte Penale Internazionale, né i reiterati e quasi accorati appelli alla moderazione da parte degli Usa, né la prospettiva di non avere più la fornitura di armi americane, né le proteste dilaganti nel mondo occidentale, né il rischio del rimontante antisemitismo, né l’eventualità di provocare la morte dei restanti ostaggi nelle mani di Hamas, né la quasi certezza dell’isolamento a livello mondiale, valgono a moderare le velleità belliche dello Stato di Israele.

 

 

Il sistema-Saturno che mangia i lavoratori

Ricordo come un autorevole amministratore di Enti Pubblici, in una interessante intervista, sollevasse parecchi anni or sono non pochi dubbi sulla privatizzazione dei servizi, sostenendo nostalgicamente come un tempo il sindaco sollevando la cornetta del telefono potesse intervenire sulla gestione di questi servizi essenziali per il cittadino.

La privatizzazione dei servizi pubblici è storicamente motivata da esigenze di efficienza economica e di contenimento della spesa pubblica. Volendo estremizzare il discorso dell’osservatorio a posteriori, mentre l’utente non vede l’efficienza, i bilanci pubblici si sono alleggeriti scaricando i costi sulle aziende appaltatrici, che, a loro volta, non hanno garantito l’efficienza sperata e hanno sacrificato economicamente e organizzativamente le condizioni dei lavoratori al fine di quadrare i magri bilanci conseguenti alle gare d’appalto vinte a condizioni molto risicate.

I pubblici poteri non sono in grado di garantire il controllo delle situazioni gestionali, le aziende private sono vittime del mercato e per sopravvivere violano spesso le regole riguardanti l’inquadramento economico-normativo dei lavoratori e la loro sicurezza. Su tutto incombe la logica del profitto: questa è la base etica che sottende, senza limiti e senza ritegno alcuno, alle anomalie di un sistema-Saturno che finisce col divorare i propri figli.

Se questa logica è difficile da combattere nel nostro sistema capitalistico inteso in senso lato, l’ente pubblico non può e non deve perseguirla per interposta persona. Un circolo vizioso in cui lasciano le penne molti lavoratori, l’anello debole di una catena che oltre tutto tende sempre più a irrigidirsi e irregimentarsi in conseguenza delle crescenti ristrettezze dei bilanci pubblici, della concorrenza in un mercato cannibalizzato e di un governo a dir poco rinunciatario sul piano dei rapporti sociali.

Questa è la forse semplicistica analisi sistemica in cui mi sento di collocare il dramma delle morti e degli infortuni sul lavoro, che sta assumendo dimensioni impressionanti e inquietanti soprattutto nel fitto sottobosco degli appalti al massimo ribasso e a cascata. Qui il sistema si tinge particolarmente di politico ed è tale da coinvolgere persino una sorta di auto-omertà, vale a dire il tacito e forzoso protagonismo passivo dei lavoratori, condizionati dall’esigenza di sbarcare comunque il lunario e di sorvolare masochisticamente sui propri rischi sperando magari nella buona sorte.

Dalla parte pubblica, con la scusa della sburocratizzazione e del risparmio di risorse, si tende ad accentuare il sistema degli appalti e a favorirne, direttamente o indirettamente, gli aspetti più rischiosi e incontrollabili. Nutro seri dubbi che la situazione, come al solito, possa essere affrontata partendo dalla fine del ciclo, vale a dire dai controlli da parte degli organi ispettivi o addirittura dal sistema sanzionatorio a carico di chi non rispetta le norme anti-infortunistiche. È la solita illusione di riuscire a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Tutto serve, ma se non si comincia dalla disfunzione e dall’inequità del sistema, sarà molto difficile fermare l’autentica emorragia delle morti sul lavoro.

Mi si dirà che non serve partire dai massimi sistemi, che non si può tornare indietro nella storia e che bisogna pragmaticamente affrontare le situazioni, palleggiandole fra la fatalità degli eventi, la ricerca delle responsabilità a livello giudiziario, la punizione esemplare dei colpevoli di comportamenti scorretti e il controllo preventivo che individui le clamorose punte di irregolarità.

Per il poco di esperienza professionale che mi ritrovo non credo sia sufficiente potenziare il sistema dei controlli che finiscono col burocratizzare l’ambaradan e creare una pletora di obblighi più o meno formali in cui guazza il disordine sostanziale. Ancor meno fiducia nutro nella criminalizzazione delle aziende e degli imprenditori, anche se c’è sicuramente annidato nel sistema un andazzo criminal-mafioso che incrocia anche ed in modo significativo il fenomeno migratorio.

Non ci si può affidare agli ispettori del lavoro e ai giudici, aspettando da essi il miracolo del lavoro sicuro. Il governo, costi quel che costi, può e deve rimettere ordine nel sistema. La sinistra politica deve porre questo enorme problema in assoluta priorità, riscoprendo la propria capacità di riprogettare un sistema economico-sociale moderno, ma equo e solidale. Su questi piani si gioca e si misura il riformismo della sinistra. Il sindacato deve fare ammenda di scelte sbagliate a livello corporativo e salariale e puntare la sua lotta sull’appassionata, prioritaria e intransigente difesa del lavoro.

Si tratta di un tema basilare su cui riprendere il discorso della concertazione di ciampiana memoria, abbandonando lo scontro fra opposte demagogie, la tendenza alla ineluttabilità del fenomeno, gli economicismi datati, gli utopismi fragili e i protagonismi assurdi. Se è vero come è vero, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, mettiamoci al lavoro per rifondare la Repubblica sul lavoro e non sull’autonomia differenziata per fare un piacere a Salvini e c. e sul premierato per fare un piacere a Meloni senza c.

 

 

Il sasso landiniano nella piccionaia piddina

Il cosiddetto jobs act è stato il tentativo legislativo portato avanti nel 2015/2026 dal governo allora guidato da Matteo Renzi, segretario del PD, in ordine alla “disideologizzazione” e modernizzazione del mercato del lavoro, che, introducendo maggiore flessibilità, avrebbe dovuto portare a maggiore occupazione.

Non sto a incaponirmi in una demonizzazione di questo provvedimento, ma devo purtroppo prendere atto che non ha sortito gli effetti sperati e ha comportato una ulteriore precarizzazione del lavoro.

Non ho approfondito il significato e la portata dell’iniziativa della CGIL volta all’abrogazione per via referendaria delle leggi riguardanti appunto il jobs act nel suo complesso: mi propongo di farlo rispolverando anche le mie conoscenze scientifiche (?) in materia.

Per ora mi pare che possa rappresentare un bel sasso in piccionaia e solo Dio sa di quanti sassi ci sarebbe bisogno per smuovere la piccionaia di un sistema economico-sociale sempre più ingiusto e discriminatorio.

Il PD è in chiara difficoltà fra l’adesione all’iniziativa sindacale e la più o meno aperta sconfessione delle politiche portate avanti in passato dal partito in senso riformista (?). Elly Schlein ha superato perplessità e indugi, ha deciso di firmare i referendum, lasciando comunque agli esponenti del partito la libertà di aderire o meno. Si tratta della formula della libertà di coscienza allargata a temi non proprio di stretta pertinenza “valoriale”.

La posizione di Elly Schlein ha comunque immediatamente e oserei dire inevitabilmente innescato polemiche tra le componenti del partito più radicali e quelle riformiste. Forse era meglio se si fosse aperto un dibattito serio all’interno del partito per cercare una linea al riguardo, anche se ammetto la necessità di rispondere in tempi stretti alle provocazioni sindacali e del movimento cinque stelle.

Non so se questa materia possa essere effettivamente lasciata in bilico nel dibattito politico di partito e se possa diventare materia di vera e propria deflagrazione all’interno degli organismi e anche fra gli iscritti al partito.

Il partito democratico, come sostiene la segretaria, è un partito plurale che assembla opinioni diverse su temi anche rilevanti pur riconducibili ad una comune visione progressista della società. Dovrebbe essere compito della dirigenza del partito perseguire la giusta combinazione tra pluralismo culturale e linea politica. Non vedo sinceramente l’autorevolezza e la credibilità per un simile delicato ruolo né in Schlein né in altri. È l’iniziale scommessa costituente del PD, che non ha trovato risposte adeguate nella fusione fra diverse culture e storie. L’incompiutezza del processo di fusione si continua a ripresentare ad ogni piè sospinto: finora ha prevalso la ragionevolezza partitica rispetto all’istinto movimentista. Non so fino a quando. Questa accelerazione impressa da Elly Schlein potrebbe causare qualche pericolosa enfatizzazione delle divisioni.

Non nascondo che esista una sorta di revanchismo rispetto alla passata segreteria di Matteo Renzi, fomentata anche dall’interessato, che mira scopertamente a spaccare il PD per appropriarsi delle componenti più moderate. Non sono inoltre molto favorevole alle logiche referendarie, che, volenti o nolenti, non si capisce mai se tendano a supplire alle manchevolezze dei partiti presenti in Parlamento o se intendano dare ad essi un’utile scossa.

Il passaggio politico che si sta aprendo è molto delicato e merita prudenza di valutazione associata a coraggio di iniziativa: due elementi apparentemente in contrasto, ma siamo sempre lì, la politica dovrebbe essere in grado di coniugarli e renderli compatibili. Non invidio Elly Schlein, che sconta tuttavia i propri errori e soprattutto i propri limiti. Non fa parte della storia della sinistra italiana, non proviene dalle culture a monte del PD, non interpreta un comune sentire dell’elettorato potenziale di questo partito. Per sua stessa ammissione, è arrivata di soppiatto e ha vinto proprio per questo. Adesso però viene il bello… e forse non ci si può girare intorno all’infinito.

Difesa comune sì, riarmo comune no

Guardando anche al rapporto tra UE e Stati Uniti nell’anno della campagna elettorale statunitense e alla vigilia di vertici fondamentali sia per l’Unione che per l’Alleanza, il capo dello Stato ha voluto sottolineare la necessità per l’UE di “elevare il livello del suo impegno, e a farlo con urgenza”.

Per Mattarella, “è una riflessione che oggi si incentra sulla creazione finalmente di una difesa comune, dopo i tentativi senza risultati alla fine del secolo scorso”, perché spesso la UE è stata una “mera spettatrice di avvenimenti di cui subiva gli effetti negativi”.

Secondo il capo dello Stato, “dotare l’Unione Europea di una autonomia strategica superiore consentirà alla NATO di essere più forte, proprio in ragione della complementarietà fra le due Organizzazioni, con il rafforzamento di uno dei suoi pilastri, oggi più fragile”. Più fragile “perché il ridotto stato di coordinamento e integrazione produce limitate capacità pur a fronte di grandi impegni finanziari”, ha proseguito il presidente della Repubblica, secondo cui la rimozione di questa condizione “andrebbe a beneficio di tutti in un mondo irreversibilmente contrassegnato dal ruolo di grandi soggetti internazionali”.

Infine, Mattarella ha citato Luigi Einaudi, il quale riferendosi all’Europa, nel 1954, ricordava che lo spettro delle decisioni per i Paesi del continente si riduceva a “l’esistere uniti o lo scomparire”.

“L’esperienza dell’Alleanza Atlantica ci conferma il valore di una storia che, in 75 anni, non ha mai tradito l’impegno di garanzia a beneficio dei 32 Paesi che ne fanno parte: uniti nella difesa della libertà e della democrazia. Un valore che conferma l’importanza del multilateralismo fatto proprio dalla nostra Repubblica”, ha concluso Mattarella. (da Euractiv)

L’alto monito di Mattarella mi colpisce e mi interroga. Tutto è perfettamente, storicamente e geopoliticamente in linea. C’è però un però. Difesa comune sì, ma riarmo comune no. Se difendersi assieme vuol dire spendere e spandere in armi, stanziare fondi enormi a danno degli enormi problemi sociali che ci angustiano, accarezzare una logica di equilibrio bellicista, non ci sto. Non è questa l’Europa a cui guardo e che desidero ardentemente.

È pur vero che anche i pionieri e i fondatori dell’Europa unita mettevano in assoluta priorità la difesa comune, ma era un’altra epoca, venivamo da una guerra mondiale basata sullo strapotere di una nazione, avevamo bisogno di garantirci una pace facendo blocco comune.

Anche oggi sarebbe importante avere un esercito comune purché consenta di razionalizzare, modernizzare e risparmiare nella difesa: nutro seri dubbi al riguardo, vuoi per i nazionalismi più o meno sotterranei duri a morire, vuoi perché basare il patto europeo sulle armi non mi convince affatto.

Si sente la necessità di un’Europa unita che parli un linguaggio comune, che conti qualcosa nello scacchiere internazionale e che non si limiti a fare da cassa di risonanza agli Usa e alla Nato. Però non partirei dalle armi, ma da una politica sociale (pensiamo al problema migratorio) ed economica comune.

Nei giorni scorsi in concomitanza con la celebrazione della festa della Liberazione si è riproposto il dibattito sul parallelismo tra la resistenza al nazifascismo e quella dei popoli, come l’Ucraina, all’invasore di turno. Rifuggo dalle semplificazioni storiche e preferisco attestarmi sul risultato fondamentale della guerra di liberazione, vale a dire il raggiungimento della pace basata sulla democrazia e viceversa, consacrato nella Costituzione che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Gli schemi bellicisti vengono quindi categoricamente superati e ribaltati: l’Ucraina doveva e deve essere difesa in ben altro modo rispetto al reiterato e scriteriato invio di armi da parte soprattutto degli Usa, vale a dire ricorrendo alla diplomazia a livello internazionale sulla base dei trattati in vigore, con una politica concordata e portata avanti a livello Ue, con l’intervento dell’Onu, al di fuori di ogni e qualsiasi logica imperialista.

La fine del nazifascismo doveva rappresentare l’instaurazione di un regime globale di pace, libertà e resistenza a qualsiasi assetto bellicista, in cui gli intenti imperialisti avrebbero dovuto trovare il contrappeso automatico ed efficace nel patto democratico delle nazioni. Non è andata così e non sta andando così anche perché l’Occidente ha sempre confuso la difesa dei popoli proditoriamente invasi con il perseguimento di una politica di potenza inquadrabile nella guerra fredda e/o negli equilibri tra i “grandi” della terra. Si trova sempre un motivo per guerreggiare, mentre non si fa nulla per prevenirne le cause.

Mio padre sosteneva che quando si tratta di armi e di eserciti è facile trovarsi d’accordo, molto più difficile quando si parla di pace, di giustizia sociale e di progresso. Non vorrei che prendessimo la strada apparentemente più facile e comoda, che non so dove porti. Anzi lo so e non la vorrei proprio percorrere. Alle prossime elezioni europee voterò soltanto per chi mi darà sufficienti garanzie per una politica di pace. Altrimenti mi asterrò, perché non voglio avere alcuna responsabilità civile e morale in merito alle derive belliciste di cui è pieno il mondo. Caso mai, anziché scrivere “Giorgia” sulla scheda seguendo il narcisistico consiglio della signora “Cocomeri”, scriverò “Pace”.

Sarò un poeta, un idealista, un sognatore, ma sempre meglio sognare la pace che concretizzare, seppure razionalmente, i presupposti della guerra.

 

 

Un Gantzo per la guerra e un Gandho per la pace

In Israele Benny Gantz è ad oggi l’unica alternativa elettorale vincente rispetto al premier Benyamin Netanyahu. Almeno stando ai sondaggi, che da mesi gli promettono non solo il primato di seggi per il suo partito nel caso di nuove elezioni ma anche il gradimento come premier di un futuro governo.

Non è un caso che l’ex capo di stato maggiore dell’esercito – uno dei più apprezzati – abbia sparigliato le carte dell’attuale governo di emergenza retto da Netanyahu, di cui è ministro del gabinetto di guerra, proponendo ieri di andare al voto anticipato a settembre.

Uno strappo inusuale per un leader entrato in politica quasi in punta di piedi ma molto cresciuto nel frattempo. Né sembra averlo bruciato il fatto di aver ceduto in passato proprio a Netanyahu, di cui è stato ministro della difesa e anche “premier alternato”, mai entrato tuttavia in carica per lo scioglimento anticipato della Knesset. Né che abbia deciso – a guerra iniziata – di entrare nel governo di Netanyahu in nome della difesa della patria a differenza di Yair Lapid, l’altro leader per eccellenza dell’opposizione.

In base agli ultimi sondaggi disponibili, se Gantz guidasse l’attuale opposizione al governo Netanyahu avrebbe 76 seggi su 120 contro i 44 della coalizione di destra del premier. Un distacco di 32 rappresentanti che non si registra da decenni nella politica israeliana, abituata oramai quasi sempre a maggioranze per lo più striminzite. Il suo partito, Unità nazionale, sarebbe la prima forza del paese, con 39 seggi contro i 16 del Likud del premier, più del doppio.

Ma non è solo il dato elettorale a fare premio: in un paese in cui l’esercito è un’istituzione sacra, un ex capo di stato maggiore come Gantz è percepito da molti come affidabile per la sicurezza del paese, evidentemente più di Netanyahu. Inoltre Gantz – e questo non certo non guasta nelle attuali macerie delle relazioni tra Israele e gli Usa – gode di solidi legami con gli Stati Uniti, costruiti anche negli anni da capo dell’esercito.

Anche se nella guerra contro Hamas non ha esitazioni e condivide la necessità di entrare a Rafah, Gantz si è opposto con grande determinazione, anche nelle piazze, alla contestatissima legge di riforma giudiziaria di Netanyahu, avversata dall’amministrazione del presidente statunitense Joe Biden. E questo è rimasto agli atti.

Un recente sondaggio gli affida il 50% del favore popolare come premier contro il 31% di Netanyahu. Eppure anche lui deve guardarsi da avversari che stanno crescendo. Tra questi l’attuale ministro della difesa Yoav Gallant, pure lui ex capo di stato maggiore. Uomo di apparato della difesa, Gallant è del Likud ma ha saputo dire di no a Netanyahu che, dopo averlo licenziato, è stato costretto a riprenderlo come ministro. Ora guida la guerra e ha mantenuto rapporti stretti e in qualche modo distesi con gli americani. Non a caso il 40% degli israeliani lo porta in palmo di mano come ministro. (swissinfo.ch)

Molti giudizi tendono a scaricare su Netanyahu le responsabilità della dissennata reazione israeliana all’attacco di chiaro stampo terroristico di Hamas. Evidentemente non è molto popolare, ma l’opposizione con cui deve fare i conti non è molto lontana dalla sua mentalità e dalla sua impostazione dei rapporti con i palestinesi. A Netanyahu gli israeliani preferirebbero Gantz, perché più deciso e competente in materia bellica e più immanicato con gli Usa. Di moderazione nel conflitto in atto e di diverse prospettive di convivenza con i palestinesi neppure l’aria.

Sembra quindi che la politica sia stabilmente orientata all’autodifesa intransigente e violenta e che sia perfettamente in linea con i capi religiosi assai potenti ed incidenti. Capisco quindi anche le titubanze delle élite culturali israeliane residenti all’estero. Gli ebrei stanno rinchiudendosi nel loro bozzolo da cui però non uscirà mai una farfalla portatrice di pacifica convivenza con i palestinesi in particolare e con gli arabi in generale. Le pur apprezzabili e ammirevoli posizioni dei pochi dissidenti peraltro fuori patria sono autentiche noci nel vuoto sacco della pace.

Si può capire, ma non giustificare la virulenta posizione israeliana: il fantasma della shoah li condiziona e li orienta verso posizioni di assoluta e intransigente belligeranza verso chi osa mettere in discussione la loro invadente presenza. Se il tragico passato dell’olocausto incallisce Israele in una logica di guerra, l’antisemitismo rischia di trovare nuovi appigli per riesplodere disgraziatamente. Urge uscire da questo folle circolo vizioso.

Come, se gli Usa non riescono a influire minimamente su Israele, se l’Europa non è in grado di far sentire nei fatti una seppur minima critica al comportamento israeliano, se il mondo sta a guardare nonostante le prese di posizione dell’Onu e della Corte penale internazionale.

Joe Biden si sta giocando il voto dei giovani che chiedono un diverso approccio americano alla questione palestinese: i giovani non andranno certamente a votare Trump, ma potrebbe bastare una loro astensione, aizzata dall’insofferenza verso le proteste universitarie, a far pendere la bilancia dalla parte del delinquente in pectore.

Possibile che non si capisca che la macelleria palestinese rischia di trascinare il mondo in un vero e proprio conflitto medio-orientale se non addirittura mondiale. L’effetto dei crimini di Hamas non può scaricarsi in una guerra totale.

Le opinioni pubbliche occidentali sembrano molto critiche verso Israele, ma i governanti occidentali non ne tengono conto: il populismo deve essere funzionale alla guerra, mai alla pace. Un mio carissimo amico si e mi pone l’interessante interrogativo su cosa farebbero oggi il mahatma Ghandi e il folle santo Giorgio La Pira. Non saprei, ma certamente prenderebbero qualche iniziativa: preghiera e digiuno erano le loro armi. In molti scuotevano e scuoterebbero la testa. Costoro però abbiano l’umiltà di ammettere che non si può fare molto di più. Si potrebbe scendere in piazza a protestare: hanno il coraggio di farlo solo gli studenti di tutto il mondo, che si prendono solenni manganellate. Ma dov’è la politica? Lasciamo perdere…

 

 

Corrispondenza europea di silenziosi sensi

Ho dato una frettolosa scorsa alle candidature proposte dalle varie liste per le elezioni al Parlamento europeo. L’ho fatto un po’ per curiosità, ma soprattutto alla ricerca di un appiglio che mi possa spingere al voto.

Purtroppo anche i pochi personaggi degni di nota mi sono sembrati in cerca di una politica europea degna di tal nome. La logica è infatti quella di raccattare voti a prescindere dalla visione d’Europa di cui gli eletti dovrebbero farsi carico. Si va dalla paradossale presenza in lista di candidati impresentabili per motivi etici prima e più che politici alla ammiccante proposizione di candidati significativi ma soltanto a livello personale, destinati con ogni probabilità a confondersi nel marasma parlamentare europeo.

Capisco come non sia facile elaborare proposte politiche organiche in un momento storico caratterizzato dalla sovrapposizione di emergenze sempre più drammatiche. Bisognerebbe partire proprio da esse per cercare un filo di speranza per un futuro che appare nero e devastante.

La guerra incombe, l’immigrazione pure, il disastro ambientale anche, l’economia ci stringe d’assalto: i partiti non trovano di meglio che buttare la palla in tribuna in attesa di tempi peggiori. Una politica di pace sembra una chimera, il fenomeno migratorio è considerato un male da scaricare gli uni sugli altri, l’ecologia un diversivo parolaio, l’economia un meccanismo da subire.

Si parla di transizione (ecologica, digitale, energetica), ma transizione significa passaggio da una situazione a un’altra: vedo le situazioni attuali ma non comprendo quelle future a cui si possa e si debba tendere.

L’Europa continua ad essere un’accozzaglia di nazionalismi più o meno accentuati, non si intravede alcuna seria procedura istituzionale che vada nel senso di un’ulteriore integrazione: si parla di difesa comune, ma cosa significa? Dare per scontata un’immanente realtà di guerra? Si parla di burocratica suddivisione degli immigrati, ma cosa significa? Palleggiarsi responsabilità, scaricare il barile degli immigrati mentre i disgraziati muoiono? Si parla di austerità nei conti pubblici, ma cosa vuol dire? Imprigionare tutti nei parametri che i forti impongono ai deboli?

Ho fatto solo alcuni provocatori esempi di incongruenze europee, di fronte alle quali le prossime elezioni europee dovrebbero sforzarsi di rappresentare un minimo di risposta. Assordante silenzio! A questo silenzio difficilmente potrà corrispondere una non dico convinta ma almeno interlocutoria partecipazione al voto. L’Europa della corrispondenza di silenziosi sensi.

La risposta casalinga alla candidatura del generale Vannacci nella lista della Lega mi sembra emblematica del clima in cui si stanno cucinando le elezioni europee. Vannacci e Salvini viaggiano in tandem, mentre Luca Zaia viaggia per proprio veneto conto. Non c’è che dire, un’ottima combinazione per presentarsi seriamente alle urne: ognuno viaggia sui propri binari valoriali, ognuno fa il proprio gioco nazionale o regionale, ognuno ha la sua tattica elettorale, tutti snobbano alla grande il discorso europeo.

Europee, Zaia su Vannacci: “La Lega ha altri valori. Sarei un peccatore a non votare un veneto”. “Vannacci in lista? Nessuna battaglia. Il generale, come ama farsi chiamare, non è capolista ma sono scelte che ha fatto il partito”: commenta così il presidente del Veneto, Luca Zaia, che tuttavia si dice in disaccordo con alcune dichiarazioni di Vannacci. “Non condivido – rileva – la proposta delle classi separate e la concezione di Mussolini come Statista”. Poi ricorda che il generale è candidato indipendente, non è con la Lega “che ha i suoi valori”, mentre Vannacci “ne avrà altri”. “Se lo voterò? Mi sentirei un peccatore – conclude – a non votare un veneto”.

Un condensato di assurdità! La comunanza di valori dovrebbe essere la pregiudiziale della presenza in lista anche da parte di un indipendente, la cui adesione dovrebbe essere proprio motivata dai valori comuni pur nella autonomia di iniziativa politica. Il partito (Salvini) non può essere una entità separata rispetto ad un suo dirigente di alto livello (Zaia). Il Veneto non può essere la foglia di fico dietro cui nascondere divergenze fondamentali. E l’Europa, a questo punto, non c’entra proprio niente. Siamo ai voti corti!