Piove, primadonnismo ladro

Parafrasando uno storico messaggio pubblicitario direi così: “Credevo che il balletto della politica fosse insopportabile finchè non ho visto quello del giornalismo”.

l giornalista Enrico Mentana torna a punzecchiare Lilli Gruber dopo il botta e risposta dell’altra sera e minaccia le dimissioni.

«Ieri sera siamo andati un po’ lunghi con il telegiornale, era una giornata cruciale, importantissima: la prospettiva di pace in Medioriente, la tragedia di Casteldaccia, vicino a Palermo. In più come ogni lunedì c’erano i nostri sondaggi e l’appuntamento con il Data Room di Milena Gabanelli. Come ogni lunedì siamo andati un po’ lunghi, me ne scuso con i telespettatori. Un po’ lunghi, come era prestabilito e concordato con chi dirige questa rete», dice Mentana chiudendo il tg di oggi. Chi ci ha seguito, Lilli Gruber, perché non mi piace di far finta di non sapere nomi e cognomi, ha avuto parole molto sgradevoli e offensive nei confronti del sottoscritto. Io mi siedo qui da 14 anni per fare questo tg, non ho mai offeso volontariamente nessuno e tantomeno i colleghi che lavorano su questa rete. Gradirei reciprocità a questo riguardo e gradirei da parte dell’azienda per cui lavoro che non ci fosse il mutismo che accompagna questa vicenda da 24 ore. Domani sera vedremo se c’è stato qualcosa, altrimenti trarrò conclusioni e dirette conseguenze».

Ad accendere lo scontro, l’altra sera, lo sforamento di Mentana, che Lilli Gruber, conduttrice di «Otto e mezzo» ha così commentato, proprio a inizio – ritardato – del programma. «Buonasera e benvenuti alle 20.46, non alle otto e mezzo. L’incontinenza è una brutta cosa, scusateci di questo ritardo». (dal quotidiano “La stampa”)

Forse a La7 si sono montati la testa. La Rai, sempre più abbarbicata al potere politico di cui è diventata, come non mai, mera cassa di risonanza, ha regalato a questa rete privata la possibilità di svolgere monopolisticamente il ruolo di coscienza critica del potere. Questo ruolo di per sé teoricamente contraddittorio (il monopolio della critica è la pur elegante fine della critica stessa) viene coperto tuttavia in modo abbastanza intelligente e documentato anche se un po’ troppo scoperto: devono stare attenti a non fare il controcanto della narrazione pregiudizialmente filo-governativa con quello del racconto rigorosamente anti-governativo. Il pericolo è di schiacciare l’utente in una kermesse “disinformativa” in cui si conoscono in anticipo le due versioni contrapposte di una verità di là da venire.

Esagerate e di cattivo gusto sono le reciproche comparsate dei conduttori dei programmi: rischiano di autocelebrarsi in uno stucchevole scambio di elogi. “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia).

Piano piano siamo penosamente arrivati alle gelosie e alle punzecchiature fra primedonne catodiche. Intendiamoci bene: Lilly Gruber ha perfettamente ragione ad apostrofare come “barbatlòn” (chiacchierone) il collega Enrico Mentana, insopportabile ed inascoltabile nella sua incontenibile logorrea, così come Enrico Mentana non ha tutti i torti a non accettare le pietre da chi non è certamente senza peccato. Non c’è che dire una bella gara fra giornalisti malati di protagonismo.

È pur vero che, come diceva sarcasticamente mio padre, l’importanza uno se la deve dare da solo, perché se aspetta che gliela diano gli altri…Però non bisogna esagerare e forse, ripeto, ho l’impressione che qualcuno si sia montato la testa.

I “pavoneggiamenti” fanno parte della nostra misera società: la politica li ritualizza, oserei dire che attualmente li istituzionalizza, ricorrendo in tal senso all’aiuto mediatico, alle trasmissioni televisive in particolare. L’enfatizzazione della politica la si può fare in senso elogiativo, ma anche in senso spregiativo: il risultato rischia di essere ugualmente negativo in capo al cittadino-elettore.

Prendiamo ad esempio le castronerie del generale Vannacci: se ne parla troppo, mentre meriterebbero soltanto un velo di pietoso silenzio. Ma andiamo anche molto più su: il “giorgismo” della Meloni ha oscurato i drammi delle guerre in atto (quelle vere, non quelle tra Meloni e Schlein e ancor meno quelle tra Gruber e Mentana); il gossip imperante ha retrocesso in coda ai Tg un importantissimo intervento del Presidente della Repubblica all’Assemblea Generale dell’Onu (niente a che vedere con le trotterellate meloniane seguite con tanto immeritato rispetto).

Adesso ci si mettono anche i giornalisti ad autocelebrarsi, diventando una sorta di “ladri di Pisa del protagonismo informativo”: fingono di litigare (di giorno) di fronte ai telespettatori per saccheggiare concordemente ed impropriamente (di notte) l’audience allo scopo del proprio successo professionale.

Durante la mia modesta partecipazione alla gestione del teatro dell’opera lirica mi sono imbattuto in parecchie primedonne, al femminile ed al maschile: in teatro il “primadonnismo” ci può anche stare. Nel teatrino della politica ci sta molto meno. In quello giornalistico diventa solo un’antipatica gara al furto della ribalta. Dovrei quindi essere maggiorenne e vaccinato contro gli impropri e deleteri “primadonnismi”: invece anche oggi ci sono cascato. Di fronte alle schermaglie Gruber/Mentana il più bel tacer sarebbe stato il miglior commento scritto. Chiedo umilmente scusa!

 

 

L’indifendibile impuntatura israeliana

“La proposta di Hamas sul cessate il fuoco non soddisfa le richieste essenziali di Israele”, ha affermato l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo la riunione del gabinetto di guerra, che ha deciso all’unanimità di continuare con le operazioni a Rafah per “velocizzare il rilascio degli ostaggi”. 

Tuttavia, in una nota del governo israeliano si legge che Israele invierà una delegazione in Egitto “per massimizzare la possibilità di ottenere un accordo su termini accettabili” in merito al cessate il fuoco a Gaza. Anche il ministero degli Esteri del Qatar ha annunciato l’invio di una delegazione al Cairo martedì.

Nonostante l’ora tarda, a migliaia gli israeliani sono scesi in piazza per chiedere al governo di accettare i termini dell’accordo di cessate il fuoco sul tavolo. Circa mille persone si sono radunate presso il quartier generale militare di Tel Aviv, mentre un centinaio di manifestanti hanno marciato verso la residenza di Netanyahu a Gerusalemme con uno striscione che recitava “Il sangue è nelle tue mani”. Piccoli raduni sono stati segnalati anche in altre città di Israele.

L’annuncio è arrivato poche ore dopo che Hamas aveva accettato la proposta di un cessate il fuoco da parte di Egitto e Qatar. Secondo quanto dichiarato dai funzionari del gruppo radicale palestinese, il piano prevedeva tre fasi, ciascuna di 42 giorni, con un cessate il fuoco, la ricostruzione di Gaza, il ritorno degli sfollati alle loro case e un accordo per lo scambio di prigionieri. 

Un funzionario israeliano ha detto che non è chiaro quale proposta Hamas abbia accettato, dato che alcuni dei termini sembrano differire sostanzialmente da quelli mostrati dai mediatori a Israele e concordati dal governo israeliano la scorsa settimana.

Il punto che continua a dividere maggiormente le parti è la permanenza del cessate il fuoco, pretesa da Hamas in cambio del rilascio degli ostaggi, categoricamente negata da Israele, che vuole riservarsi il diritto di riprendere l’azione militare per “distruggere definitivamente” l’ala militare del gruppo palestinese.  

In ogni caso, secondo Haaretz, la versione di accordo accettata da Hamas non include la richiesta immediata di un cessate il fuoco permanente, ma modifica altri elementi della proposta egiziana, come la richiesta di liberare 33 ostaggi nella prima fase. Inoltre toglierebbe a Israele il diritto di veto sul rilascio dei detenuti palestinesi in cambio. (euronews)

Giriamola come vogliamo: la posizione di Israele è indifendibile e inaccettabile da tutti i punti di vista etico, storico, diplomatico e politico.  Da giorni si era capito che Netanyahu non accettava alcun accordo con Hamas, perché vuole semplicemente distruggere Hamas assieme alla Palestina, che purtroppo si è affidata disperatamente ma insensatamente ad esso, regalando ad Israele il pretesto per affondare definitivamente i colpi.

La disgustosa melina in atto sul cessate il fuoco suona come una presa in giro per il mondo occidentale fatto da tanti suoi alleati (in primis gli Usa), che si vedono costretti a fare i salti mortali diplomatici pur di non affermare apertamente un netto dissenso nei confronti della folle politica israeliana. Sono penose e pretestuose le posizioni di chi testardamente finge di giustificarla, accampando le scuse della portata terroristica dell’attacco subito, del diritto ad esistere dello Stato di Israele e il risorgente antisemitismo: stiamo andando ben oltre ogni e qualsiasi plausibile legittima difesa, ma superiamo ampiamente anche i limiti di qualsiasi ritorsione e/o rappresaglia.

Anche il tentativo di screditare le proteste che si stanno allargando nei Paesi occidentali, accusandole di equivoca faziosità lasciano il tempo che trovano: un conto è pretendere l’esplicita e inequivocabile condanna di Hamas, un conto è squalificare un movimento che mette in discussione la liceità di una guerra follemente impostata da Israele.

Il mondo arabo, nelle sue varie sfaccettature, si vede costretto a chiudere le già strettissime aperture verso accordi almeno a breve termine. Israele sta regalando le pur minime disponibilità arabe ad Hamas. Se è vero che la pace si tratta con i nemici, Netanyahu oltre che allargare il campo nemico a tutta la Palestina e ai Paesi arabi, mette le mani avanti e insolentisce di fatto gli amici in modo da scompigliare le carte e pregiudicare, sul nascere o ancor prima di nascere, ogni tentativo di cessate il fuoco. Per Israele si tratta di una resa definitiva dei conti, che potrebbe aprire inquietanti scenari bellici globali.

Fin qui ho valutato le sconcertanti contraddizioni diplomatiche in cui si è infilato Israele. Ma bisogna guardare anche la storia. Come scrive su MicroMega Cinzia Sciuto, “quello che conta è non ignorare il fatto che da 76 anni milioni di palestinesi vivono in campi profughi. Ci sono ormai più generazioni di palestinesi nati nei campi, che la loro “casa” non l’hanno mai vista ma solo sentita dai racconti dei parenti. Riconoscere il dolore e la rabbia che la nakba ha provocato in intere generazioni di palestinesi è doveroso, e anche i più convinti amici di Israele non possono in tutta onestà esimersi dal farlo. Così come non si può non vedere la natura coloniale dell’occupazione della Cisgiordania”.

Per non parlare degli aspetti etico-politici. Sempre Cinzia Sciuto afferma: “Materia di discussione politica attualissima è – deve essere – la natura della democrazia israeliana, il profilo etno-nazionalistico che ha deciso di darsi definendosi “Stato ebraico” nonché l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza (da cui Israele si è sì ritirato nel 2005, ma che di fatto ha continuato a controllare sotto molti punti di vista, e che comunque oggi ha nuovamente occupato) e ovviamente il massacro che sta perpetrando da sette mesi. Tutti questi sono temi che devono poter essere liberamente dibattuti, senza che la discussione venga costantemente riportata sul piano della legittimità o meno dell’esistenza stessa di Israele se non, peggio, dell’antisemitismo”.

Termino ribadendo che da qualsiasi punto di osservazione la si giudichi, la tattica israeliana risulta inaccettabile e perseguibile se non come genocidio almeno come eccidio. E continuo a chiedermi come possa essere possibile che nessuno riesca a riportare alla ragione uno Stato: né le pur deboli opposizioni interne, né le prese di distanza di autorevoli esponenti della cultura ebraica, né le prese di posizione dell’Onu, né la probabilità di incriminazioni da parte della Corte Penale Internazionale, né i reiterati e quasi accorati appelli alla moderazione da parte degli Usa, né la prospettiva di non avere più la fornitura di armi americane, né le proteste dilaganti nel mondo occidentale, né il rischio del rimontante antisemitismo, né l’eventualità di provocare la morte dei restanti ostaggi nelle mani di Hamas, né la quasi certezza dell’isolamento a livello mondiale, valgono a moderare le velleità belliche dello Stato di Israele.

 

 

Il sistema-Saturno che mangia i lavoratori

Ricordo come un autorevole amministratore di Enti Pubblici, in una interessante intervista, sollevasse parecchi anni or sono non pochi dubbi sulla privatizzazione dei servizi, sostenendo nostalgicamente come un tempo il sindaco sollevando la cornetta del telefono potesse intervenire sulla gestione di questi servizi essenziali per il cittadino.

La privatizzazione dei servizi pubblici è storicamente motivata da esigenze di efficienza economica e di contenimento della spesa pubblica. Volendo estremizzare il discorso dell’osservatorio a posteriori, mentre l’utente non vede l’efficienza, i bilanci pubblici si sono alleggeriti scaricando i costi sulle aziende appaltatrici, che, a loro volta, non hanno garantito l’efficienza sperata e hanno sacrificato economicamente e organizzativamente le condizioni dei lavoratori al fine di quadrare i magri bilanci conseguenti alle gare d’appalto vinte a condizioni molto risicate.

I pubblici poteri non sono in grado di garantire il controllo delle situazioni gestionali, le aziende private sono vittime del mercato e per sopravvivere violano spesso le regole riguardanti l’inquadramento economico-normativo dei lavoratori e la loro sicurezza. Su tutto incombe la logica del profitto: questa è la base etica che sottende, senza limiti e senza ritegno alcuno, alle anomalie di un sistema-Saturno che finisce col divorare i propri figli.

Se questa logica è difficile da combattere nel nostro sistema capitalistico inteso in senso lato, l’ente pubblico non può e non deve perseguirla per interposta persona. Un circolo vizioso in cui lasciano le penne molti lavoratori, l’anello debole di una catena che oltre tutto tende sempre più a irrigidirsi e irregimentarsi in conseguenza delle crescenti ristrettezze dei bilanci pubblici, della concorrenza in un mercato cannibalizzato e di un governo a dir poco rinunciatario sul piano dei rapporti sociali.

Questa è la forse semplicistica analisi sistemica in cui mi sento di collocare il dramma delle morti e degli infortuni sul lavoro, che sta assumendo dimensioni impressionanti e inquietanti soprattutto nel fitto sottobosco degli appalti al massimo ribasso e a cascata. Qui il sistema si tinge particolarmente di politico ed è tale da coinvolgere persino una sorta di auto-omertà, vale a dire il tacito e forzoso protagonismo passivo dei lavoratori, condizionati dall’esigenza di sbarcare comunque il lunario e di sorvolare masochisticamente sui propri rischi sperando magari nella buona sorte.

Dalla parte pubblica, con la scusa della sburocratizzazione e del risparmio di risorse, si tende ad accentuare il sistema degli appalti e a favorirne, direttamente o indirettamente, gli aspetti più rischiosi e incontrollabili. Nutro seri dubbi che la situazione, come al solito, possa essere affrontata partendo dalla fine del ciclo, vale a dire dai controlli da parte degli organi ispettivi o addirittura dal sistema sanzionatorio a carico di chi non rispetta le norme anti-infortunistiche. È la solita illusione di riuscire a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Tutto serve, ma se non si comincia dalla disfunzione e dall’inequità del sistema, sarà molto difficile fermare l’autentica emorragia delle morti sul lavoro.

Mi si dirà che non serve partire dai massimi sistemi, che non si può tornare indietro nella storia e che bisogna pragmaticamente affrontare le situazioni, palleggiandole fra la fatalità degli eventi, la ricerca delle responsabilità a livello giudiziario, la punizione esemplare dei colpevoli di comportamenti scorretti e il controllo preventivo che individui le clamorose punte di irregolarità.

Per il poco di esperienza professionale che mi ritrovo non credo sia sufficiente potenziare il sistema dei controlli che finiscono col burocratizzare l’ambaradan e creare una pletora di obblighi più o meno formali in cui guazza il disordine sostanziale. Ancor meno fiducia nutro nella criminalizzazione delle aziende e degli imprenditori, anche se c’è sicuramente annidato nel sistema un andazzo criminal-mafioso che incrocia anche ed in modo significativo il fenomeno migratorio.

Non ci si può affidare agli ispettori del lavoro e ai giudici, aspettando da essi il miracolo del lavoro sicuro. Il governo, costi quel che costi, può e deve rimettere ordine nel sistema. La sinistra politica deve porre questo enorme problema in assoluta priorità, riscoprendo la propria capacità di riprogettare un sistema economico-sociale moderno, ma equo e solidale. Su questi piani si gioca e si misura il riformismo della sinistra. Il sindacato deve fare ammenda di scelte sbagliate a livello corporativo e salariale e puntare la sua lotta sull’appassionata, prioritaria e intransigente difesa del lavoro.

Si tratta di un tema basilare su cui riprendere il discorso della concertazione di ciampiana memoria, abbandonando lo scontro fra opposte demagogie, la tendenza alla ineluttabilità del fenomeno, gli economicismi datati, gli utopismi fragili e i protagonismi assurdi. Se è vero come è vero, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, mettiamoci al lavoro per rifondare la Repubblica sul lavoro e non sull’autonomia differenziata per fare un piacere a Salvini e c. e sul premierato per fare un piacere a Meloni senza c.

 

 

Il sasso landiniano nella piccionaia piddina

Il cosiddetto jobs act è stato il tentativo legislativo portato avanti nel 2015/2026 dal governo allora guidato da Matteo Renzi, segretario del PD, in ordine alla “disideologizzazione” e modernizzazione del mercato del lavoro, che, introducendo maggiore flessibilità, avrebbe dovuto portare a maggiore occupazione.

Non sto a incaponirmi in una demonizzazione di questo provvedimento, ma devo purtroppo prendere atto che non ha sortito gli effetti sperati e ha comportato una ulteriore precarizzazione del lavoro.

Non ho approfondito il significato e la portata dell’iniziativa della CGIL volta all’abrogazione per via referendaria delle leggi riguardanti appunto il jobs act nel suo complesso: mi propongo di farlo rispolverando anche le mie conoscenze scientifiche (?) in materia.

Per ora mi pare che possa rappresentare un bel sasso in piccionaia e solo Dio sa di quanti sassi ci sarebbe bisogno per smuovere la piccionaia di un sistema economico-sociale sempre più ingiusto e discriminatorio.

Il PD è in chiara difficoltà fra l’adesione all’iniziativa sindacale e la più o meno aperta sconfessione delle politiche portate avanti in passato dal partito in senso riformista (?). Elly Schlein ha superato perplessità e indugi, ha deciso di firmare i referendum, lasciando comunque agli esponenti del partito la libertà di aderire o meno. Si tratta della formula della libertà di coscienza allargata a temi non proprio di stretta pertinenza “valoriale”.

La posizione di Elly Schlein ha comunque immediatamente e oserei dire inevitabilmente innescato polemiche tra le componenti del partito più radicali e quelle riformiste. Forse era meglio se si fosse aperto un dibattito serio all’interno del partito per cercare una linea al riguardo, anche se ammetto la necessità di rispondere in tempi stretti alle provocazioni sindacali e del movimento cinque stelle.

Non so se questa materia possa essere effettivamente lasciata in bilico nel dibattito politico di partito e se possa diventare materia di vera e propria deflagrazione all’interno degli organismi e anche fra gli iscritti al partito.

Il partito democratico, come sostiene la segretaria, è un partito plurale che assembla opinioni diverse su temi anche rilevanti pur riconducibili ad una comune visione progressista della società. Dovrebbe essere compito della dirigenza del partito perseguire la giusta combinazione tra pluralismo culturale e linea politica. Non vedo sinceramente l’autorevolezza e la credibilità per un simile delicato ruolo né in Schlein né in altri. È l’iniziale scommessa costituente del PD, che non ha trovato risposte adeguate nella fusione fra diverse culture e storie. L’incompiutezza del processo di fusione si continua a ripresentare ad ogni piè sospinto: finora ha prevalso la ragionevolezza partitica rispetto all’istinto movimentista. Non so fino a quando. Questa accelerazione impressa da Elly Schlein potrebbe causare qualche pericolosa enfatizzazione delle divisioni.

Non nascondo che esista una sorta di revanchismo rispetto alla passata segreteria di Matteo Renzi, fomentata anche dall’interessato, che mira scopertamente a spaccare il PD per appropriarsi delle componenti più moderate. Non sono inoltre molto favorevole alle logiche referendarie, che, volenti o nolenti, non si capisce mai se tendano a supplire alle manchevolezze dei partiti presenti in Parlamento o se intendano dare ad essi un’utile scossa.

Il passaggio politico che si sta aprendo è molto delicato e merita prudenza di valutazione associata a coraggio di iniziativa: due elementi apparentemente in contrasto, ma siamo sempre lì, la politica dovrebbe essere in grado di coniugarli e renderli compatibili. Non invidio Elly Schlein, che sconta tuttavia i propri errori e soprattutto i propri limiti. Non fa parte della storia della sinistra italiana, non proviene dalle culture a monte del PD, non interpreta un comune sentire dell’elettorato potenziale di questo partito. Per sua stessa ammissione, è arrivata di soppiatto e ha vinto proprio per questo. Adesso però viene il bello… e forse non ci si può girare intorno all’infinito.

Difesa comune sì, riarmo comune no

Guardando anche al rapporto tra UE e Stati Uniti nell’anno della campagna elettorale statunitense e alla vigilia di vertici fondamentali sia per l’Unione che per l’Alleanza, il capo dello Stato ha voluto sottolineare la necessità per l’UE di “elevare il livello del suo impegno, e a farlo con urgenza”.

Per Mattarella, “è una riflessione che oggi si incentra sulla creazione finalmente di una difesa comune, dopo i tentativi senza risultati alla fine del secolo scorso”, perché spesso la UE è stata una “mera spettatrice di avvenimenti di cui subiva gli effetti negativi”.

Secondo il capo dello Stato, “dotare l’Unione Europea di una autonomia strategica superiore consentirà alla NATO di essere più forte, proprio in ragione della complementarietà fra le due Organizzazioni, con il rafforzamento di uno dei suoi pilastri, oggi più fragile”. Più fragile “perché il ridotto stato di coordinamento e integrazione produce limitate capacità pur a fronte di grandi impegni finanziari”, ha proseguito il presidente della Repubblica, secondo cui la rimozione di questa condizione “andrebbe a beneficio di tutti in un mondo irreversibilmente contrassegnato dal ruolo di grandi soggetti internazionali”.

Infine, Mattarella ha citato Luigi Einaudi, il quale riferendosi all’Europa, nel 1954, ricordava che lo spettro delle decisioni per i Paesi del continente si riduceva a “l’esistere uniti o lo scomparire”.

“L’esperienza dell’Alleanza Atlantica ci conferma il valore di una storia che, in 75 anni, non ha mai tradito l’impegno di garanzia a beneficio dei 32 Paesi che ne fanno parte: uniti nella difesa della libertà e della democrazia. Un valore che conferma l’importanza del multilateralismo fatto proprio dalla nostra Repubblica”, ha concluso Mattarella. (da Euractiv)

L’alto monito di Mattarella mi colpisce e mi interroga. Tutto è perfettamente, storicamente e geopoliticamente in linea. C’è però un però. Difesa comune sì, ma riarmo comune no. Se difendersi assieme vuol dire spendere e spandere in armi, stanziare fondi enormi a danno degli enormi problemi sociali che ci angustiano, accarezzare una logica di equilibrio bellicista, non ci sto. Non è questa l’Europa a cui guardo e che desidero ardentemente.

È pur vero che anche i pionieri e i fondatori dell’Europa unita mettevano in assoluta priorità la difesa comune, ma era un’altra epoca, venivamo da una guerra mondiale basata sullo strapotere di una nazione, avevamo bisogno di garantirci una pace facendo blocco comune.

Anche oggi sarebbe importante avere un esercito comune purché consenta di razionalizzare, modernizzare e risparmiare nella difesa: nutro seri dubbi al riguardo, vuoi per i nazionalismi più o meno sotterranei duri a morire, vuoi perché basare il patto europeo sulle armi non mi convince affatto.

Si sente la necessità di un’Europa unita che parli un linguaggio comune, che conti qualcosa nello scacchiere internazionale e che non si limiti a fare da cassa di risonanza agli Usa e alla Nato. Però non partirei dalle armi, ma da una politica sociale (pensiamo al problema migratorio) ed economica comune.

Nei giorni scorsi in concomitanza con la celebrazione della festa della Liberazione si è riproposto il dibattito sul parallelismo tra la resistenza al nazifascismo e quella dei popoli, come l’Ucraina, all’invasore di turno. Rifuggo dalle semplificazioni storiche e preferisco attestarmi sul risultato fondamentale della guerra di liberazione, vale a dire il raggiungimento della pace basata sulla democrazia e viceversa, consacrato nella Costituzione che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Gli schemi bellicisti vengono quindi categoricamente superati e ribaltati: l’Ucraina doveva e deve essere difesa in ben altro modo rispetto al reiterato e scriteriato invio di armi da parte soprattutto degli Usa, vale a dire ricorrendo alla diplomazia a livello internazionale sulla base dei trattati in vigore, con una politica concordata e portata avanti a livello Ue, con l’intervento dell’Onu, al di fuori di ogni e qualsiasi logica imperialista.

La fine del nazifascismo doveva rappresentare l’instaurazione di un regime globale di pace, libertà e resistenza a qualsiasi assetto bellicista, in cui gli intenti imperialisti avrebbero dovuto trovare il contrappeso automatico ed efficace nel patto democratico delle nazioni. Non è andata così e non sta andando così anche perché l’Occidente ha sempre confuso la difesa dei popoli proditoriamente invasi con il perseguimento di una politica di potenza inquadrabile nella guerra fredda e/o negli equilibri tra i “grandi” della terra. Si trova sempre un motivo per guerreggiare, mentre non si fa nulla per prevenirne le cause.

Mio padre sosteneva che quando si tratta di armi e di eserciti è facile trovarsi d’accordo, molto più difficile quando si parla di pace, di giustizia sociale e di progresso. Non vorrei che prendessimo la strada apparentemente più facile e comoda, che non so dove porti. Anzi lo so e non la vorrei proprio percorrere. Alle prossime elezioni europee voterò soltanto per chi mi darà sufficienti garanzie per una politica di pace. Altrimenti mi asterrò, perché non voglio avere alcuna responsabilità civile e morale in merito alle derive belliciste di cui è pieno il mondo. Caso mai, anziché scrivere “Giorgia” sulla scheda seguendo il narcisistico consiglio della signora “Cocomeri”, scriverò “Pace”.

Sarò un poeta, un idealista, un sognatore, ma sempre meglio sognare la pace che concretizzare, seppure razionalmente, i presupposti della guerra.

 

 

Un Gantzo per la guerra e un Gandho per la pace

In Israele Benny Gantz è ad oggi l’unica alternativa elettorale vincente rispetto al premier Benyamin Netanyahu. Almeno stando ai sondaggi, che da mesi gli promettono non solo il primato di seggi per il suo partito nel caso di nuove elezioni ma anche il gradimento come premier di un futuro governo.

Non è un caso che l’ex capo di stato maggiore dell’esercito – uno dei più apprezzati – abbia sparigliato le carte dell’attuale governo di emergenza retto da Netanyahu, di cui è ministro del gabinetto di guerra, proponendo ieri di andare al voto anticipato a settembre.

Uno strappo inusuale per un leader entrato in politica quasi in punta di piedi ma molto cresciuto nel frattempo. Né sembra averlo bruciato il fatto di aver ceduto in passato proprio a Netanyahu, di cui è stato ministro della difesa e anche “premier alternato”, mai entrato tuttavia in carica per lo scioglimento anticipato della Knesset. Né che abbia deciso – a guerra iniziata – di entrare nel governo di Netanyahu in nome della difesa della patria a differenza di Yair Lapid, l’altro leader per eccellenza dell’opposizione.

In base agli ultimi sondaggi disponibili, se Gantz guidasse l’attuale opposizione al governo Netanyahu avrebbe 76 seggi su 120 contro i 44 della coalizione di destra del premier. Un distacco di 32 rappresentanti che non si registra da decenni nella politica israeliana, abituata oramai quasi sempre a maggioranze per lo più striminzite. Il suo partito, Unità nazionale, sarebbe la prima forza del paese, con 39 seggi contro i 16 del Likud del premier, più del doppio.

Ma non è solo il dato elettorale a fare premio: in un paese in cui l’esercito è un’istituzione sacra, un ex capo di stato maggiore come Gantz è percepito da molti come affidabile per la sicurezza del paese, evidentemente più di Netanyahu. Inoltre Gantz – e questo non certo non guasta nelle attuali macerie delle relazioni tra Israele e gli Usa – gode di solidi legami con gli Stati Uniti, costruiti anche negli anni da capo dell’esercito.

Anche se nella guerra contro Hamas non ha esitazioni e condivide la necessità di entrare a Rafah, Gantz si è opposto con grande determinazione, anche nelle piazze, alla contestatissima legge di riforma giudiziaria di Netanyahu, avversata dall’amministrazione del presidente statunitense Joe Biden. E questo è rimasto agli atti.

Un recente sondaggio gli affida il 50% del favore popolare come premier contro il 31% di Netanyahu. Eppure anche lui deve guardarsi da avversari che stanno crescendo. Tra questi l’attuale ministro della difesa Yoav Gallant, pure lui ex capo di stato maggiore. Uomo di apparato della difesa, Gallant è del Likud ma ha saputo dire di no a Netanyahu che, dopo averlo licenziato, è stato costretto a riprenderlo come ministro. Ora guida la guerra e ha mantenuto rapporti stretti e in qualche modo distesi con gli americani. Non a caso il 40% degli israeliani lo porta in palmo di mano come ministro. (swissinfo.ch)

Molti giudizi tendono a scaricare su Netanyahu le responsabilità della dissennata reazione israeliana all’attacco di chiaro stampo terroristico di Hamas. Evidentemente non è molto popolare, ma l’opposizione con cui deve fare i conti non è molto lontana dalla sua mentalità e dalla sua impostazione dei rapporti con i palestinesi. A Netanyahu gli israeliani preferirebbero Gantz, perché più deciso e competente in materia bellica e più immanicato con gli Usa. Di moderazione nel conflitto in atto e di diverse prospettive di convivenza con i palestinesi neppure l’aria.

Sembra quindi che la politica sia stabilmente orientata all’autodifesa intransigente e violenta e che sia perfettamente in linea con i capi religiosi assai potenti ed incidenti. Capisco quindi anche le titubanze delle élite culturali israeliane residenti all’estero. Gli ebrei stanno rinchiudendosi nel loro bozzolo da cui però non uscirà mai una farfalla portatrice di pacifica convivenza con i palestinesi in particolare e con gli arabi in generale. Le pur apprezzabili e ammirevoli posizioni dei pochi dissidenti peraltro fuori patria sono autentiche noci nel vuoto sacco della pace.

Si può capire, ma non giustificare la virulenta posizione israeliana: il fantasma della shoah li condiziona e li orienta verso posizioni di assoluta e intransigente belligeranza verso chi osa mettere in discussione la loro invadente presenza. Se il tragico passato dell’olocausto incallisce Israele in una logica di guerra, l’antisemitismo rischia di trovare nuovi appigli per riesplodere disgraziatamente. Urge uscire da questo folle circolo vizioso.

Come, se gli Usa non riescono a influire minimamente su Israele, se l’Europa non è in grado di far sentire nei fatti una seppur minima critica al comportamento israeliano, se il mondo sta a guardare nonostante le prese di posizione dell’Onu e della Corte penale internazionale.

Joe Biden si sta giocando il voto dei giovani che chiedono un diverso approccio americano alla questione palestinese: i giovani non andranno certamente a votare Trump, ma potrebbe bastare una loro astensione, aizzata dall’insofferenza verso le proteste universitarie, a far pendere la bilancia dalla parte del delinquente in pectore.

Possibile che non si capisca che la macelleria palestinese rischia di trascinare il mondo in un vero e proprio conflitto medio-orientale se non addirittura mondiale. L’effetto dei crimini di Hamas non può scaricarsi in una guerra totale.

Le opinioni pubbliche occidentali sembrano molto critiche verso Israele, ma i governanti occidentali non ne tengono conto: il populismo deve essere funzionale alla guerra, mai alla pace. Un mio carissimo amico si e mi pone l’interessante interrogativo su cosa farebbero oggi il mahatma Ghandi e il folle santo Giorgio La Pira. Non saprei, ma certamente prenderebbero qualche iniziativa: preghiera e digiuno erano le loro armi. In molti scuotevano e scuoterebbero la testa. Costoro però abbiano l’umiltà di ammettere che non si può fare molto di più. Si potrebbe scendere in piazza a protestare: hanno il coraggio di farlo solo gli studenti di tutto il mondo, che si prendono solenni manganellate. Ma dov’è la politica? Lasciamo perdere…

 

 

Corrispondenza europea di silenziosi sensi

Ho dato una frettolosa scorsa alle candidature proposte dalle varie liste per le elezioni al Parlamento europeo. L’ho fatto un po’ per curiosità, ma soprattutto alla ricerca di un appiglio che mi possa spingere al voto.

Purtroppo anche i pochi personaggi degni di nota mi sono sembrati in cerca di una politica europea degna di tal nome. La logica è infatti quella di raccattare voti a prescindere dalla visione d’Europa di cui gli eletti dovrebbero farsi carico. Si va dalla paradossale presenza in lista di candidati impresentabili per motivi etici prima e più che politici alla ammiccante proposizione di candidati significativi ma soltanto a livello personale, destinati con ogni probabilità a confondersi nel marasma parlamentare europeo.

Capisco come non sia facile elaborare proposte politiche organiche in un momento storico caratterizzato dalla sovrapposizione di emergenze sempre più drammatiche. Bisognerebbe partire proprio da esse per cercare un filo di speranza per un futuro che appare nero e devastante.

La guerra incombe, l’immigrazione pure, il disastro ambientale anche, l’economia ci stringe d’assalto: i partiti non trovano di meglio che buttare la palla in tribuna in attesa di tempi peggiori. Una politica di pace sembra una chimera, il fenomeno migratorio è considerato un male da scaricare gli uni sugli altri, l’ecologia un diversivo parolaio, l’economia un meccanismo da subire.

Si parla di transizione (ecologica, digitale, energetica), ma transizione significa passaggio da una situazione a un’altra: vedo le situazioni attuali ma non comprendo quelle future a cui si possa e si debba tendere.

L’Europa continua ad essere un’accozzaglia di nazionalismi più o meno accentuati, non si intravede alcuna seria procedura istituzionale che vada nel senso di un’ulteriore integrazione: si parla di difesa comune, ma cosa significa? Dare per scontata un’immanente realtà di guerra? Si parla di burocratica suddivisione degli immigrati, ma cosa significa? Palleggiarsi responsabilità, scaricare il barile degli immigrati mentre i disgraziati muoiono? Si parla di austerità nei conti pubblici, ma cosa vuol dire? Imprigionare tutti nei parametri che i forti impongono ai deboli?

Ho fatto solo alcuni provocatori esempi di incongruenze europee, di fronte alle quali le prossime elezioni europee dovrebbero sforzarsi di rappresentare un minimo di risposta. Assordante silenzio! A questo silenzio difficilmente potrà corrispondere una non dico convinta ma almeno interlocutoria partecipazione al voto. L’Europa della corrispondenza di silenziosi sensi.

La risposta casalinga alla candidatura del generale Vannacci nella lista della Lega mi sembra emblematica del clima in cui si stanno cucinando le elezioni europee. Vannacci e Salvini viaggiano in tandem, mentre Luca Zaia viaggia per proprio veneto conto. Non c’è che dire, un’ottima combinazione per presentarsi seriamente alle urne: ognuno viaggia sui propri binari valoriali, ognuno fa il proprio gioco nazionale o regionale, ognuno ha la sua tattica elettorale, tutti snobbano alla grande il discorso europeo.

Europee, Zaia su Vannacci: “La Lega ha altri valori. Sarei un peccatore a non votare un veneto”. “Vannacci in lista? Nessuna battaglia. Il generale, come ama farsi chiamare, non è capolista ma sono scelte che ha fatto il partito”: commenta così il presidente del Veneto, Luca Zaia, che tuttavia si dice in disaccordo con alcune dichiarazioni di Vannacci. “Non condivido – rileva – la proposta delle classi separate e la concezione di Mussolini come Statista”. Poi ricorda che il generale è candidato indipendente, non è con la Lega “che ha i suoi valori”, mentre Vannacci “ne avrà altri”. “Se lo voterò? Mi sentirei un peccatore – conclude – a non votare un veneto”.

Un condensato di assurdità! La comunanza di valori dovrebbe essere la pregiudiziale della presenza in lista anche da parte di un indipendente, la cui adesione dovrebbe essere proprio motivata dai valori comuni pur nella autonomia di iniziativa politica. Il partito (Salvini) non può essere una entità separata rispetto ad un suo dirigente di alto livello (Zaia). Il Veneto non può essere la foglia di fico dietro cui nascondere divergenze fondamentali. E l’Europa, a questo punto, non c’entra proprio niente. Siamo ai voti corti!

 

 

 

 

Il tritacarne gossiparo a servizio del regime

Non nascondiamoci, tuttavia, che spesso prevale un certo gusto nell’affondare la lama nelle debolezze di coloro che hanno potere o svolgono ruoli di prestigio. Significa farli scendere dal piedistallo, renderli individui imperfetti e prede di mondane tentazioni come tutti noi. Alla fine, molti si dicono, non sono migliori, come pretendevano di essere. Una soddisfazione un po’ meschina, che diventa anche una deriva populista. Non conosco personalmente Piero Fassino.

Fino a ieri avrei detto che era un politico, insieme a numerosi altri, cui avrei affidato il mio portafoglio. Oggi, dopo la lapidazione preventiva che ne è stata fatta, tanti avranno un pregiudizio negativo, duro a morire, verso l’ex segretario dei Ds, ministro della Giustizia e sindaco di Torino. Comunque finisca la storia del presunto furto di un profumo. Ciò dovrebbe indurci a una maggiore cautela nell’immediato e a una responsabilità nell’informare con la stessa evidenza anche su sviluppi futuri, soprattutto se favorevoli all’interessato. “Avvenire”, non da solo, cerca di farlo. Ma possiamo migliorare il mondo della comunicazione solo con l’impegno di tutti, compresi utenti meno famelici di presunti scoop e disgrazie altrui. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza)

Il caso Fassino, a prescindere dalla realtà dei fatti ancora tutta da verificare, induce effettivamente a serie riflessioni sui rapporti fra diritto alla privacy e diritto all’informazione, tra il dovere all’onorabilità dei politici e diritto degli stessi alla discrezione sui loro comportamenti privati, fra spietata critica e vera e propria cattiveria da parte dei media e della pubblica opinione.

Molto spesso nella mia vita mi chiedo, sul piano etico e finanche religioso, fin dove debba e possa arrivare il mio istinto critico e dove debba fermarsi per non (s)cadere nel pregiudizio o nella tendenza a giudicare e colpevolizzare sommariamente gli altri.

Forse, come lascia intendere Andrea Lavazza, stiamo un po’ tutti esagerando, confondendo i veri peccati mortali con le debolezze e le imprudenze, i giudizi temerari con i riscontri obiettivi, le proprie debolezze con quelle altrui, i diritti coi doveri, la chiarezza con la spietatezza, etc. etc.

La politica ci aggiunge del suo diventando una lotta senza quartiere verso l’avversario, trasformato in nemico da abbattere a qualunque costo e con qualunque mezzo, ostentando il privato quando fa propagandisticamente comodo e pretendendo di nasconderlo quando comporta un certo imbarazzo.

Viviamo in un mondo fasullo e drogato, in una politica mediatizzata all’inverosimile, in una società conflittuale sul nulla e indifferente verso il tutto, in una cultura evanescente e fuorviante, in un benessere che nasconde il malessere, in un malessere che si sfoga automaticamente sugli altri.

Diamoci una regolata. Basta vedere come non ci si renda conto di viaggiare ad una spanna dalla catastrofe nucleare: la pace non è il problema, ma un optional per gli ingenui. L’ecologia non è un obbligo, ma un diversivo a la page. La salute non è un imprescindibile diritto, ma una palla al piede di chi sta bene. Le elezioni europee non sono un test sulla volontà di proseguire il cammino dell’integrazione, ma il pretesto per una politicante kermesse.

Il tritacarne gossiparo è tale da confondere, ad esempio e volendo stare all’attualità, la clamorosa e contraddittoria difesa della posizione politica di Daniela Santanché, l’inquietante condanna giudiziaria di Gianfranco Fini con la quale probabilmente egli paga il distinguo rispetto al berlusconismo a suo tempo imperante, la inspiegabile ed oscillante ondata di guai giudiziari e successi politici di Vittorio Sgarbi e la curiosa e marginale disavventura di Piero Fassino: tutti ladri, tutti stupidi, finendo col coprire tutto con un velo di paradossale pietoso frastuono. La storia peraltro insegna come i regimi usino l’arma del discredito degli avversari per confondere le acque limacciose in cui guazzano.

Mi sono onestamente chiesto: se l’incidente capitato a Fassino fosse successo a un esponente di un partito di destra, mi sarei altrettanto rammaricato per il clamore mediatico? Penso di sì. Sono troppo grandi gli insegnamenti impartitimi dai miei genitori e riguardanti il rispetto delle persone a prescindere dalle idee politiche. Detesto il fascismo proprio perché non rispettava la vita delle persone contrarie alla sua ideologia.

Il berlusconismo, fra i tanti disastri combinati, ha sicuramente avvelenato il clima politico, trasformandolo in un ring mediatico in cui siamo ancora inseriti. Ecco perché nel corso della vita di questo pseudo-regime mi chiedevo con insistenza se si trattasse di un ritorno, sotto mentite spoglie, al fascismo. Domanda che purtroppo mi pongo anche oggi di fronte ad un governo di destra illiberale, populista e sovranista. Il clima politico è causa di molte anomalie comportamentali e sociali. Non vorrei che tra gli anticorpi messi in atto dalla destra al potere ci fosse anche questo scivolamento nei colpi bassi della bassa politica (ci sta anche e soprattutto il discredito dell’avversario), in cui alla fine vince chi ha in mano il controllo dell’informazione e dei processi istituzionali.

Forse nella mia analisi sto cadendo dalla padella di una socialità malata alla brace di una politica aggressiva e divisiva al massimo. Reagire al pur esistente clima di caccia alle streghe può essere confuso con la subdola volontà di coprire gli altarini. E allora? Non resta che fare appello al senso di responsabilità, nel pretendere il rispetto dei diritti di tutti, partendo però dai doveri di ognuno.

 

 

 

 

Le persone prima dei principi, la vita sociale fuori dalle istituzioni

L’emendamento al decreto per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), in base al quale si prevede che in materia di aborto i consultori possano avvalersi anche della collaborazione di soggetti del terzo settore con una qualificata esperienza nel campo del sostegno alla maternità, ha scatenato un putiferio di polemiche.

C’è chi sostiene che questa possibilità sia perfettamente in linea con lo spirito e la lettera della legge 194; c’è chi pensa che questa novità legislativa comporti una indebita intromissione di soggetti privati in un procedimento di carattere pubblico; c’è chi vede il rischio di creare ulteriori problemi, sensi di colpa e interferenze ideologiche in capo alle donne alle prese con una decisione molto delicata; c’è chi dietro questa iniziativa intravede una politica oscurantista e reazionaria volta a mettere in discussione diritti civili consolidati; c’è addirittura chi fa un collegamento tra l’indebita presenza degli anti-abortisti nei consultori con il ritorno alle classi differenziali per i soggetti svantaggiati, con la revisione e la compressione dei diritti dei soggetti omosessuali etc. etc.

Che in Italia tiri politicamente un’aria viziata in materia di diritti civili ad opera di una maggioranza politica attestata subdolamente sulla nostalgia del “Dio, patria e famiglia” è cosa evidente e pericolosissima. Che la Chiesa cattolica nelle sue propaggini sociali più che nella gerarchia possa coltivare qualche idea di riscossa etico-religiosa, mettendo a repentaglio il concetto di laicità dello Stato, appare verosimile: la storia è vecchia come il cucco se prendiamo ad esempio la crociata anti-divorzista del 1974, in cui il Vaticano mandò allo sbaraglio un comitato costituito ad hoc nonché la Democrazia Cristiana sciaguratamente schierata in una battaglia antistorica che costò molto cara agli equilibri politici successivi.

Vorrei quindi estraniarmi completamente da questo contesto pseudo-ideologico per andare al sodo.

Diceva don Andrea Gallo (cito a senso): «Con una ragazza incinta, sola, magari una giovane prostituta, cerco di portare avanti il discorso del rispetto della vita, faccio tutto il possibile, ma se lei non se la sente, se non riesce ad accettare questa gravidanza, cosa devo fare?». A chi gli chiedeva di esprimersi sul diritto della donna ad abortire rispondeva: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Il mio carissimo amico don Luciano Scaccaglia ricordava così il pensiero profetico del Cardinale Carlo Maria Martin: «Grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti».

Papa Francesco, nella lettera per l’Anno Santo della misericordia, scriveva così: «Ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono».

Parecchi anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare, a titolo squisitamente personale e non sotto copertura di associazioni pro-vita, per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di rispettarne la sofferta decisione per poi aiutarla concretamente senza pretendere di convincerla sbandierando i vostri principi morali? Avreste la generosità di sostenerla a prescindere dalla sua decisione e senza indagare sulle motivazioni a monte di essa?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Ilarion Capucci venne presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Cappucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il Papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al papa: «Ma Lei Santità crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…». Con tutto il rispetto per l’allora papa credo che pregare sia importante, ma non basti.

Dopo queste annotazioni, dietro le quali non mi voglio comunque nascondere ma alle quali voglio soltanto ispirarmi, arrivo ad esprimere il mio modesto parere in tutta coscienza, anche a costo di urtare la sensibilità di chi ha pazienza di leggermi.

Innanzitutto, non accetto di farmi imprigionare nei principi, metto al primo posto il rispetto assoluto per la persona e i suoi drammatici problemi. Credo quindi che direttamente o indirettamente non si debba sbattere in faccia a chi sta prendendo una sofferta decisione alcun ricatto morale, nemmeno offrendo aiuti dell’ultimo minuto o addirittura a tempo scaduto.

In secondo luogo non confonderei la carità cristiana con la furtiva implementazione di procedure previste dalla legge, che vanno scrupolosamente osservate ed accettate, senza forzature moralistiche e senza l’interposizione di obiezioni di coscienza destinate a diventare obiezioni di comodo.

Esiste una dissacrante ma interessante aneddotica sulle buone azioni del cristiano: non devono mettere a posto la coscienza di chi le fa mettendo a soqquadro quella di chi le riceve, non devono creare sensi di colpa per poi cercare di alleviarli, non devono fare la morale agli altri, ma a se stessi.

In terzo luogo vale la pena citare un passaggio del discorso tenuto da Aldo Moro nel 1974, all’indomani della sconfitta della Democrazia Cristiana nel referendum sul divorzio, laddove consigliava “di realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale”. Più chiaro e serio di così…

 

Mattarella, il Presidente degli impossibili

Le Regioni meridionali dispongono oggi di un reddito che non raggiunge quello di altre aree nazionali. Per alcuni aspetti i loro cittadini fruiscono di servizi meno efficienti. Nel Meridione il tasso di occupazione è più basso rispetto al Centro e al Nord. Donne e giovani pagano un costo elevato e sono tanti coloro che, a malincuore, lasciano la terra d’origine, accentuando un rischio di spopolamento che andrebbe frenato. Per rispetto del valore, della storia e del futuro di quei territori. Lo sviluppo della Repubblica ha bisogno del rilancio del Mezzogiorno. È appena il caso di sottolineare come una crescita equilibrata e di qualità del Sud d’Italia assicuri grande beneficio all’intero territorio nazionale. Una separazione delle strade tra territori del Nord e territori del Meridione recherebbe gravi danni agli uni e agli altri.

 (…)

Nella filiera agricola, di cui siete protagonisti, riveste grande incidenza il tema dell’immigrazione. I lavoratori migranti sono parte essenziale della produzione agricola e delle successive trasformazioni dei suoi prodotti. Ma, in alcuni casi, aree grigie di lavoro – che confinano con l’illegalità, con lo sfruttamento   o addirittura se ne avvalgono – generano anzitutto ingiustizia e, inoltre, insicurezza, tensioni, conflitti. E offrono spazi alle organizzazioni criminali. Vigilare, quindi, è un preciso dovere. Sulle delinquenziali forme di caporalato. Sulle condizioni inumane in cui vengono, in alcuni casi, scaraventati lavoratori stagionali, talvolta senza nome né identità. Siamo una Nazione che ha conosciuto i drammi e le sofferenze degli emigranti e avvertiamo il dovere di rifiutare di riviverli al contrario. La gestione legale dell’immigrazione rappresenta una priorità. L’Italia e l’Europa hanno la forza per affrontarla compiutamente. Purtroppo, fin qui è mancata, tra i Paesi dell’Unione, la lungimiranza e la necessaria solidarietà. L’auspicio – e, in parte significativa, anche la constatazione – è che stia maturando una maggiore consapevolezza. Le recenti decisioni assunte in sede di Unione Europea, ancorché incomplete, hanno segnato l’avvio di un nuovo percorso, con il risultato di grande rilievo di aver finalmente superato l’insostenibile accordo di Dublino.

(…)

Non possiamo accettare lo stillicidio continuo delle morti, provocate da incurie, da imprudenze, da rischi che non si dovevano correre. Mille morti sul lavoro in un anno rappresentano una tragedia inimmaginabile. Ciascuna di esse – anche una sola – è inaccettabile.

 

Ho scelto, non a caso, tre significativi passaggi dell’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla vigilia della festa del 1° maggio, tenuto a Cosenza nell’ambito della visita ad un importante distretto agroalimentare. Tre temi dell’agenda politica, vale a dire l’unità territoriale del Paese, la gestione del fenomeno migratorio e la sicurezza sul lavoro.

Sul primo discorso si legge in filigrana la preoccupazione del Presidente, garante dell’unità nazionale, per la discutibilissima riforma della cosiddetta autonomia differenziata. Si tratta di un salto nel buio degli egoismi regionali e delle disparità economico-sociali degli italiani.

Sul secondo punto l’invito a gestire in positivo l’immigrazione come risorsa, combattendo ogni forma di razzismo palese e occulto, di clamoroso sfruttamento e di subdola illegalità.

Sulla terza questione abbiamo l’ennesima sottolineatura del ribrezzo verso l’insicurezza sul lavoro con i numeri da capogiro dell’autentica conseguente tragedia delle morti.

Si tratta di alti richiami a tutti, ma in particolare a chi governa. Alla enfatica e falsa proposizione di un Paese di Bengodi da parte dell’attuale compagine governativa fa riscontro un bagno di problematica, e addirittura per certi versi drammatica, concretezza del Capo dello Stato, che sembra dire: mi avete voluto e io continuo imperterrito a fare il mio mestiere, a svolgere il compito di coscienza critica in mezzo all’omologazione, all’opportunismo e al silenziamento imperanti.

Stupisce come Sergio Mattarella riesca a interpretare questa sorta di controcanto rispetto alla narrazione corrente pur nel rigoroso rispetto dei suoi limiti istituzionali e senza indulgere a demagogici richiami alla pubblica opinione, che non manca mai di riservargli grande rispetto e considerazione.

Mi sono chiesto: potrebbe fare qualcosa di più per salvare l’Italia dal baratro politico in cui sta precipitando? Potrebbe sbattere in modo più diretto in faccia alla classe politica le responsabilità che dovrebbe assumersi e che sta dimenticando, ripiegando costantemente su una propaganda che sfiora ormai quella di un vero e proprio regime? Potrebbe chiedere direttamente ai cittadini il coraggio di partecipare in chiave fortemente critica alla vita politica non limitandosi ad esprimere voti e non voti superficiali?

Penso che Mattarella abbia ben presenti queste necessità e stia facendo, direttamente e indirettamente tutto il possibile. Alla luce della gravità della situazione, della sua inossidabile imparzialità, della sua sempre più storicamente spendibile indipendenza, mi permetto di chiedergli l’impossibile a costo persino di compromettere l’aura di umile discrezione che lo contraddistingue. A lui e solo a lui individuare l’impossibile e farlo diventare possibile nell’interesse di tutti.