I care il dopo-Biden

Alla fine, un Joe Biden debilitato dal Covid ha dovuto cedere alle pressioni di gran parte del Partito democratico e dello schieramento che negli Stati Uniti lo sostiene, dai media, alle personalità più note fino agli imprenditori e i finanziatori della sua corsa. Rinuncia a ricandidarsi il 5 novembre e lancia la sua vice Kamala Harris come sfidante di Donald Trump. Il presidente ha preso la decisione dopo una lunga meditazione personale, e sembra l’abbia fatto da solo, se è vero che gran parte dei collaboratori ha appresso della svolta dal suo messaggio sui social media nel pomeriggio di domenica (la sera in Italia).

Il presidente, 81 anni, oggetto di “fuoco amico” sin dal dibattito disastroso per i lapsus e le risposte inadeguate con il suo avversario repubblicano lo scorso 27 giugno, ha comunicato a sorpresa la scelta, quando ormai sembrava che non ci sarebbero stati annunci fino alla visita del premier israeliano Netanyahu fra due giorni. Invece, Biden ha ceduto all’improvviso alla montante campagna che lo voleva lasciare il campo politico.

«È stato il più grande onore della mia vita servire come vostro Presidente. E sebbene fosse mia intenzione cercare la rielezione, credo che sia nel miglior interesse del mio partito e del Paese che io mi dimetta e mi concentri esclusivamente sull’adempimento dei miei doveri di presidente per il resto del mio mandato», ha scritto il capo della Casa Bianca, dopo avere rivendicato i successi di tre anni e mezzo di presidente, dall’economia alle cure per i cittadini anziani fino alla tutela dell’ambiente e la limitazione delle armi, tutti temi cari ai progressisti.

In un altro messaggio, Biden ha quindi espresso il suo sostegno all’attuale vicepresidente. «La mia primissima decisione come candidato del partito nel 2020 è stata quella di scegliere Kamala Harris come mia vicepresidente. Ed è stata la migliore decisione che ho preso. Oggi voglio offrire il mio pieno sostegno e il mio endorsement affinché Kamala sia la candidata del nostro partito quest’anno. Democratici: è ora di unirsi e battere Trump. Facciamolo».

Ora ci sono poco più di 100 giorni al voto e il Partito democratico ha davanti un cammino stretto. La Convention di Chicago a metà agosto si aprirà con delegati liberi di dare l’incarico a Harris ma anche, potenzialmente, a un altro esponente del partito. Sarà il Comitato nazionale democratico a scegliere nei prossimi giorni le modalità, anche sulla base degli umori della base e dei big che hanno accompagnato Biden all’uscita di scena. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza)

La speranza è l’ultima a morire, anche se è la medesima di quattro anni fa, ampiamente delusa dalla presidenza di Joe Biden: che gli Usa possano riscoprire e applicare i valori della loro migliore tradizione democratica. Ricordo benissimo il dopo-Trump, che sembrava partire sotto i migliori auspici di una riscossa valoriale a livello americano e internazionale. Strada facendo tutto si è appassito e siamo qui a parlare di dopo-Biden con lo spettro di un Trump-bis e con la prospettiva di una candidatura democratica politicamente debole.

Saprà il partito democratico ripartire dai principi che, nonostante tutto, sono alla base della sua storia? Saprà resistere alle sirene delle scorciatoie mediatico-finanziarie? Saprà liberarsi del peso delle lobby capaci di condizionare la politica schiacciandola su un vomitevole pragmatismo? Saprà interpretare le ansie e le problematiche fino ad ora conculcate dall’imperialismo latente e decadente degli Usa? Saprà gettare una boccata di aria solidale e pacifica su un mondo rassegnato alle guerre fredde, tiepide e calde.

Me lo auguro di cuore. Certo, questo lungo periodo del tiramolla bideniano si sarebbe potuto utilizzare ad elaborare un minimo di strategia politica ed elettorale alternativa a quella delinquenziale trumpiana. Non è mai troppo tardi. Speriamo che, al termine dell’insulso sfogliamento della margherita “mi ricandido, non mi ricandido”, non cominci il balletto delle possibili candidature inserite nel tritacarne presidenzialista americano.

Il partito democratico deve recuperare la sua “ideologia” da offrire alle fasce sociali in disperata ricerca di rappresentanza: non si accontenti del voto delle grandi metropoli, ma recuperi quello delle periferie territoriali e sociali, il voto dei “poveri” che possano convertire la loro disperazione filo-trumpiana in speranza filo-democratica possibilmente incarnata da un personaggio credibile e sensibile.

Respingo sdegnosamente l’atteggiamento nostrano del “gli americani si arrangino” che a livello politico si veste dell’ipocrita non interferenza. Siamo interessati, ci riguarda, eccome… “I Care” è il motto dei migliori giovani americani degli anni ’50/’60, significa “Me ne importa, mi sta a cuore”. Riadottiamolo coraggiosamente!

 

 

Gli italiani ballano sul Melonic

La “strategia del doppio cappello”, che si è mostrata debolissima in questa fase, rischia di essere ancora più debole quando Meloni dovrà parlare con Bruxelles, e con Ursula Von der Leyen, dei conti pubblici italiani. Pur senza avallare strane tesi per cui i vertici europei potrebbero accanirsi contro l’Italia per consumare autolesionistiche “vendette”, è indubbio, ancora logica alla mano, che il dialogo sugli «interessi nazionali» è più complesso se la presidente del Consiglio dell’Italia viene percepita, e si autopercepisce, come opposizione politica alla Commissione. Persino l’esito della partita per il commissario italiano a Bruxelles, in cui il peso specifico di Roma dovrebbe rappresentare un insuperabile fattore oggettivo, rischia di essere alterato dalla confusione creata dai “due cappelli”. Perciò sarebbe auspicabile che la contronarrazione dei fatti di Strasburgo non arrivasse al punto di produrre un altro effetto-boomerang dannoso stavolta non per un partito, ma per il Paese. Da questa prospettiva, proprio la figura di Von der Leyen, che ha già dimostrato di sapere aprire con Meloni un dialogo pragmatico, può rappresentare ancora un appiglio, anziché un problema, per la premier italiana. Dal punto di vista interno, infine, impossibile non cogliere un nesso tra il “no” europeo di FdI e le ultime dinamiche interne alla maggioranza. Al Consiglio Europeo di giugno Meloni aveva giustificato l’astensione su Von der Leyen anche come una posizione mediana tra la contrarietà della Lega patriota e il “sì” convinto della Forza Italia popolare. Il voto di Strasburgo riavvicina Meloni a Salvini e allontana la premier, invece, da Tajani. E aumenta per di più le distanze da Marina e Pier Silvio Berlusconi, che a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro hanno espresso la stessa “visione”: lo spostamento degli azzurri in un centro più autonomo, soprattutto sui valori di fondo. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

All’indomani delle elezioni europee Giorgia Meloni veniva considerata come la vincitrice, pronta a dare le carte per una nuova Ue a trazione italiana. A nemmeno due mesi di distanza si registra un fallimento su tutti i piani, interno, europeo, politico, strategico e tattico, a dimostrazione che la classe non è acqua e che l’abilità politica non si improvvisa con la presunzione.

L’Italia ne esce isolata, indebolita, tenuta fuori dai giochi che contano: non basta dare le carte, bisogna prima di tutto conoscere il gioco. Schiacciata sulla componente salviniana, costretta a dialogare con l’imbarazzante patriottismo della destra europea, ridotta a pietire un commissario di qualche rilievo, considerata una ruota di scorta che al momento opportuno si rivela bucata.

I motivi di fondo di questo fallimento sono sostanzialmente due: la incapacità di passare da un ruolo di leader de noantri a quello di premier di tutti gli italiani; l’assenza di una visione strategica dell’Europa; l’adozione di una navigazione politica di piccolo cabotaggio; la superbia degli ignoranti che non finisce mai.

Ursula alla fine ha battuto Giorgia per due a zero, senza essere un fenomeno di abilità politica. Se si potesse fare uno scambio a livello di mercato politico (come avviene per i calciatori), sarei disposto ad offrire Meloni in cambio di Von der Leyen, aggiungendo magari anche un Crosetto, un Fitto e, se proprio servisse a chiudere la trattativa, persino un Lollobrigida.

La politica è fatta anche di resa dei conti e per l’Italia meloniana saranno lacrime e sangue a livello europeo, perché ci faranno pagare il doppio gioco portato avanti dal nostro inqualificabile premier. Ma, come noto, agli italiani va bene così e Giorgia Meloni rimane una donna intelligente, preparata e che la sa lunga, così lunga da portarci tutti a puttane.

 

Il sindaco “volante” e il mondo “cretinante”

Tra i sindaci è Michele Guerra (Parma, 63%) il vincitore del Governance Poll 2024, la particolare classifica sul gradimento dei primi cittadini e governatori, che è stata realizzata per il ventesimo anno consecutivo dall’Istituto demoscopico Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore.

Sulle prime ho pensato a una fake news, poi ho verificato l’attendibilità della notizia: ne parlavano tutti i media con una certa evidenza. Lo sbigottimento è aumentato: il solito sondaggio taroccato? Non sembra, vista l’autorevolezza della fonte demoscopica.

Poi ho pensato di essermi troppo chiuso nel mio guscio al punto da non capire il valore di chi amministra la mia città: eppure esco spesso e vedo strade sporche, cumuli di immondizia, bus in cronico ritardo, periferie abbandonate a se stesse, il verde pubblico in condizioni penose.

Allora c’è qualcosa d’altro: i media locali sono smaccatamente e stranamente (?) dalla parte di Michele Guerra, c’è in atto un compromesso storico fra poteri forti parmensi e amministrazione locale che lascia fare occupandosi di tutto meno che del bene della città. Anche questo non può essere il motivo di fondo di un simile granchio sondaggistico.

Forse è tutta questione di cultura? Un sindaco acculturato che interpreta al meglio, chiacchierando a più non posso e saltabeccando da un convegno all’altro, l’animus salottiero di una città sazia e disperata. È però una città valorosamente scettica, che nella sua storia non si è lasciata incantare, che ha saputo fare da pioniera in materia sociale, che coltiva tradizioni e passioni veraci. E allora? Non può essere solo una questione di puzza sotto il naso.

Mi rassegno all’idea che sia tutta colpa dei parmigiani, da una parte vittime della loro presunzione: l’hanno votato in base ad un sistema elettorale molto discutibile anche se molto osannato, che sembra fatto apposta per togliere col voto capacità critica alla gente dopo il voto, e quindi non possono ammettere di essersi sbagliati; dall’altra parte vittime del cretinismo imperante in tutto il mondo. Mi permetto al riguardo una “catastrofica” riflessione.

Viviamo in un mondo, che io rifiuto nei suoi fondamentali e che purtroppo invece è accettato con disinvoltura dai miei simili.

Michele Guerra è il miglior sindaco d’Italia; Giorgia Meloni aumenta implacabilmente il suo indice di gradimento; l’Europirlamento (non è un lapsus!) inneggia alla guerra e si accontenta del male minore (leggi Ursula von der Leyen, per non dire di Roberta Metsola che io chiamo “mensola”: se queste sono le donne impegnate in politica, divento maschilista…); Donald Trump si appresta, salvo miracoli, a tornare alla Casa Bianca (Dio è dalla sua parte, con una telefonata risolverà la guerra tra Russia e Ucraina, l’emigrazione la cancellerà deportando gli immigrati: e gli americani ci cascano da cretini quali sono).

Che fare in un mondo simile? Rassegnarsi a guardare la televisione? Peggio che andar di notte! Seguire lo sport? Una divagazione sul tema! Leggere? É pericoloso: i liberi pensatori sono così scarsi! Scrivere: un divertimento innocuo per apprendisti scemi!

Pensate un po’ a quale disperazione socio-culturale, oserei dire esistenziale, mi porta un sondaggio paradossale entusiasmante su un sindaco volante. Chi si contenta gode, io non mi accontento e per godere ho bisogno di altro. Se tanto mi dà tanto devo mettermi il cuore in pace fino al giugno del 2032. Con ogni probabilità sarò assente a quell’appuntamento per aver superato abbondantemente la mia aspettativa di vita. Tutto sommato, forse è meglio così.

 

 

L’Europa delle lenticchie

Roberta Metsola, nel suo discorso del secondo insediamento alla presidenza del Parlamento europeo, ha citato, parlando in italiano, una frase di Alcide De Gasperi: «Parliamo, scriviamo, insistiamo, non lasciamo un istante di respiro; che l’Europa rimanga l’argomento del giorno».

L’Europa non è l’argomento del giorno e, se è quando lo è, viene discusso come compromesso politico a basso livello. Ne è stato un esempio clamoroso il penoso tatticismo sciorinato, prima, durante e dopo le recenti elezioni, da Giorgia Meloni che ha trattato l’appoggio alla peraltro debolissima candidatura, già di suo frutto di anelito a mera sopravvivenza, di Ursula von del Leyen per due piatti di lenticchie: uno costituito dalla visibilità politica senza politica; un secondo dall’ottenimento di un commissario di peso per l’Italia senza peso. Tanto rumore per nulla: Ursula ha fatto a meno di Giorgia e Giorgia ha votato contro Ursula. Sotto banco non ho idea di cosa ci possa essere e non mi interessa per niente.

Le forze politiche italiane a livello europeo stanno andando in ordine sparso e contradditorio: i partiti della destra italiana sono divisi fra Popolari, Patrioti e Conservatori, sarebbe meglio dire fra moderatamente populisti, sbracatamente nazionalisti e reazionari più o meno camuffati; i rappresentanti dei partiti del centro-sinistra viaggiano separatamente: i piddini portano il lume alla cerimonia del matrimonio di convenienza fra Ppe, socialisti e liberali, il M5S si muove a tentoni, mentre per l’Alleanza verdi-sinistra risulta complicato collocarsi fra il “verdismo” dell’ecologismo guerrafondaio e il sinistrismo fine a se stesso.

Non ci sarebbe niente di male se a Strasburgo si rimescolassero le carte sul tavolo di un’Europa proiettata su politiche nuove e futuribili, purtroppo non è così e il Parlamento europeo non è molto meglio di quello italiano. Le spinte nazionaliste prevalgono su quelle europeiste, gli accordi si fanno in botteghe più grandi ma ancor più pericolose, la governance europea non esiste perché consiste nella impossibile sommatoria di quelle degli Stati membro.

Per i cittadini, anche i più motivati e convinti, rimane la schiacciante immagine di un carrozzone europeo costoso, inutile, prevaricante e confusionario. Aveva perfettamente ragione Alcide De Gasperi, citato nella felice espressione di cui sopra: forse l’Europa si è fermata, perché, dovendo camminare più che mai con il passo degli uomini e delle donne, non esistendo al momento una classe dirigente del livello degasperiano capace di imprimere una direzione al cammino europeo, è costretta a segnare il passo.

Divertitevi a passare in rassegna i personaggi di spicco che si muovono sulla scena europea e mi darete ragione…Quanto all’Italia, pensate un po’, siamo Raffaele Fitto dipendenti, il nostro prestigio è nelle sue mani…

 

 

 

Parlamento europeo, preludio bellicista

Aumentare la fornitura di armi a Kiev, rimuovere ogni limitazione per il loro utilizzo anche in territorio russo. E dura condanna per la «missione di pace» di Viktor Orbán a Mosca. Appena costituito, come primo atto il nuovo Parlamento Europeo approva una risoluzione sul sostegno all’Ucraina, chiaro il valore simbolico. Un testo approvato con 495 voti a favore, 137 contrari e 47 astenuti, e che non fa riferimenti ad azioni diplomatiche né all’idea dello stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky di invitare Mosca alla prossima conferenza di pace (proposta già respinta dal Cremlino). (dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Mi chiedo quale bisogno ci fosse di segnare il territorio, come fanno i gatti in calore: si poteva aspettare che il Parlamento avviasse un dibattito interno a trecentosessanta gradi, che prendesse piede un minimo di dialogo tra i parlamentari, che si avviasse un confronto costruttivo fra le forze politiche rappresentate, in una parola che la politica facesse il suo corso. Invece si è voluto immediatamente battere un pugno sul tavolo facendolo barcollare, mettendo, seppure timidamente, a nudo le diversità e creando da subito casi di coscienza (meno male che qualcuno mantiene una coscienza attiva).

Il testo è stato preparato da Popolari, Socialisti, Renew (liberali-macroniani), Verdi e Conservatori (tra le firme anche quella del co-presidente Nicola Procaccini, di FdI). Un sì sofferto è arrivato dal Pd, con l’astensione di Marco Tarquinio e Cecilia Strada. L’ex direttore di Avvenire sottolinea il suo «sostegno politico e umanitario all’Ucraina», ma respinge «la logica della escalation bellica». «Mi rammarica – aggiunge – soprattutto che le espressioni “conferenza di pace” e “iniziative diplomatiche” non siano parte integrante della risoluzione, mentre ha largo spazio una visione militarista». Per Tarquinio «il dialogo e la costruzione della pace devono tornare a essere colonna portante delle azioni europee».

In realtà l’intera delegazione del Pd non ha apprezzato il passaggio sulle armi, ricordando il ruolo storico dell’Europa «come progetto di pace: per questo nella risoluzione votata oggi abbiamo votato contro la proposta di eliminare le restrizioni all’utilizzo di armi occidentali contro obiettivi militari sul territorio russo». Gesto però solo simbolico visto che poi ha detto sì all’intera risoluzione. Mossa analoga da parte di FdI, ma su un altro aspetto: la condanna di Orbán. «Abbiamo votato – ha dichiarato il capodelegazione Carlo Fidanza – contro la prima parte (del paragrafo relativo al leader magiaro) che conteneva un attacco strumentale al governo ungherese che nulla ha a che fare con le sorti dell’Ucraina». FdI in realtà si è astenuta anche sul paragrafo inerente l’uso delle armi su territorio russo. Poi però il partito della premier ha votato a favore della risoluzione nel suo complesso.

(…)

Contrario alla risoluzione M5S, votano «no» anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano di Sinistra italiana e tre eurodeputati italiani dei Verdi, Cristina Guarda, Leoluca Orlando e Benedetti Scuderi, in dissenso con il proprio gruppo. (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

La Ue, se continua su questa folle linea di politica estera, è destinata alla irrilevanza umanitaria e diplomatica: tutti allineati e coperti in un tunnel che porta al disastro bellico. Come primo passo non c’è male… Nessuna apertura, nessuna proposta metodologica di pace, nessuna fedeltà alla vocazione pacifica e pacificatrice dell’Europa così come l’avevano ideata i pionieri e i fondatori.

In questa Europa non mi riconosco, così come non mi riconosco in una sinistra che non riesce a dire qualcosa di sinistra sul tema della pace: devo guardare ai dissidenti, accontentarmi della loro personale sensibilità, esprimere la mia solidarietà in particolare a Marco Tarquinio, proveniente da quel mondo cattolico di cui mi sento parte, col quale mi complimento vivamente.

 

 

 

L’exit poll ideologico

Come riportato da tutti gli organi di stampa Umberto Bossi ha fatto sapere a Salvini che lui voterà l’indipendente di Fi Reguzzoni perché il Carroccio «ha tradito».

È stato molto più di un marginale exit poll, è stato l’annuncio di una catastrofe ideologica della Lega, che ha perso totalmente la bussola e si è instradata in una deriva estremistica purchessia senza capo né coda, al punto da non riuscire nemmeno a sfruttare la scia dell’estremismo europeo che ha trovato un consistente sbocco politico con le elezioni.

Intendiamoci bene in mezzo a tante cazzate Matteo Salvini imbrocca qualche dichiarazione sensata, come quella di considerare Macron un folle guerrafondaio, ma non trova un filo di collegamento con la storia del suo movimento, con le forze sociali di riferimento e con la dirigenza territoriale. Scommettere sul generale Vannacci prestato alla politica è sintomo di pura schizofrenia; rifugiarsi nella autonomia differenziata regionale a costo di aggredire chi sventola in Parlamento il tricolore, a costo persino di dichiarare come ha fatto il parlamentare leghista Crippa che “cantare Bella Ciao è un gestaccio più grave di inneggiare alla Decima Mas”, è segno di totale eresia politico-costituzionale e di tradimento delle proprie origini e della propria storia.

Così come la Lega aveva avuto un grosso successo elettorale alle ultime elezioni europee del 2019 (34%) in quelle attuali ha ottenuto un consenso di mera sopravvivenza, scavalcata dalla rediviva Forza Italia.

Prendo le mosse dal leghismo in crisi per affrontare il disastro emergente dal risultato delle elezioni europee. Se vogliamo, il percorso leghista è emblematico di quello di tutta la politica italiana e non solo, ne può costituire la inquietante ma significativa metafora. Sto tentando di analizzare la realtà introducendo un parallelismo post-ideologico fra Italia ed Europa.

Finite le ideologie, di cui non mi vergogno di soffrire la mancanza, il popolo italiano si è affidato al primo avventuriero di passaggio: vale per Berlusconi, per certi versi anche per Renzi (fatte le debite distinzioni e ammettendo onestamente di avere nutrito qualche speranza in lui), per Grillo (che ha tentato di drenare l’antipolitica trasferendola nelle istituzioni), per Salvini (che ha cavalcato spregiudicatamente le peggiori paure degli italiani) e, da ultima, per Meloni. L’elettorato senza forti legami valoriali è allo sbando (non serve più nemmeno l’antifascismo a riportarlo alla regione). Non è un problema squisitamente italiano, ma europeo e mondiale. Il crescente fenomeno dell’astensionismo elettorale trova nel crollo delle idealità di riferimento la sua principale causa, accompagnata da una politica sempre più bottegaia e incapace di affrontare i problemi. C’è poco da fare: senza i valori di fondo la democrazia muore, la politica perde significato e i cittadini perdono il coraggio di votare. Bene ha fatto Massimo Cacciari a gridare all’inqualificabile giornalista (?) Italo Bocchino di smetterla di dire puttanate, mandandolo a quel paese in modo molto eloquente (era proprio ora che qualcuno lo facesse!): Bocchino, da autentico professionista della mistificazione filo-meloniana, sosteneva che la disaffezione alle urne dipende dal fatto che i cittadini si sentono talmente sicuri della tenuta del sistema democratico al punto da disertare tranquillamente e in massa le urne.

Papa Francesco, parlando della Terra Santa e delle guerre in atto, ha osservato che «le ideologie non hanno piedi per camminare, non hanno mani per curare le ferite, non hanno occhi per vedere le sofferenze dell’altro». Se le ideologie dimostrano questa loro inadeguatezza, anche la politica non trova più riscontro nella realtà, perché non si aggancia ai valori e di conseguenza non vede i bisogni della gente.

Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavo, assieme a lui, che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti, con l’aggravante che la politica non è più per il singolo cittadino nemmeno la mera e sbrigativa difesa degli interessi individuali, ma addirittura la fuga mediatica dalle proprie responsabilità.

Mentre la destra riesce comunque a respirare col polmone del potere e/o con le promesse populiste, la sinistra si rifugia in tanti scollegati polmoncini d’acciaio: la destra può fare a meno dei principi, la sinistra no. E pensare che la fame etica è tanta (si pensi al bisogno di pace), che la sete di giustizia è enorme (si pensi alle povertà crescenti), che il desiderio di serenità sociale è fortissimo (si pensi all’immigrazione e alle tante contraddizioni socio-economiche). Cosa impedisce alla sinistra di “cavalcare” questi sentimenti popolari?

Torno indietro nel tempo a costo di essere campanilisticamente italiano.  Probabilmente si è avuto fretta di buttare a mare le due esperienze politiche fondamentali del dopo-guerra: quella comunista e quella cattolica, che non sono riuscite, dopo la lunga contrapposizione, a trovare un indispensabile modus vivendi. In Europa sta succedendo, seppure in tempi più lunghi, la stessa cosa con riferimento alla casa socialista ridotta ai minimi termini e a quella popolare che si difende ristrutturandosi in mera villa conservatrice.

Questo rimane il nodo incompiuto della politica italiana: la morte di Aldo Moro ci ha spiazzato, bruciando l’unica prospettiva seria, quella del compromesso storico preludio alla bipolarizzazione comunisti-democratizzati e cattolici-disintegralistizzati. Siamo rimasti a questo palo e allora la politica ai vertici è diventata, strada facendo, un affare sempre più impellente (dal Caf al berlusconismo), mentre alla base è diventata persino una questione da rimuovere con la scriteriata corsa all’antipolitica. La fine dell’eredità politica di De Gasperi, Adenauer e Schuman sta gettando l’Europa nel panico, nel più bieco dei conservatorismi e nelle nostalgie fasciste e addirittura naziste. Se ad un automezzo togli i comandi e le guide non può che andare a sbattere.

Il ricollocamento politico in Europa non ci ha aiutato, forse l’Europa ci sta aiutando ad andare nel fosso o forse siamo noi che aiutiamo l’Europa ad andarci: ci siamo inseriti malamente nelle famiglie europee, peraltro in gravi crisi, finendo addirittura col ripiegare nell’euroscetticismo o nell’europeismo di maniera. Le ultime elezioni europee ne sono state la clamorosa dimostrazione: siamo rimasti indietro senza cogliere gli insegnamenti democratici del passato, siamo incapaci di guardare avanti perché siamo vittime di equilibri internazionali fuorvianti e condizionanti, stiamo buttando a mare persino la Costituzione…e l’Unione europea.

Dio, patria e…galera

Che i figli paghino per le colpe dei padri è una inciviltà dalla quale il mondo stenta a liberarsi. Chi nell’anno del centenario ha riletto Dante può rammentare la sdegno e l’invettiva (“non dovei tu i figliuoi porre a tal croce./Innocenti facea l’età novella…”). Che i figli paghino per la colpa della madre, dalla quale non possono neppure esser separati quando essa vien messa in prigione, perché stanno ancora nel grembo, è una crudeltà dalla quale il nostro codice penale ci ha finora scampati, rinviando obbligatoriamente l’esecuzione della pena.
Finora, ho detto, perché adesso si vuol cambiare. Si vuole che il rinvio della galera a più tardi non sia più obbligatorio per le donne incinte o col bimbo fino a un anno, ma solo facoltativo, secondo che al giudice parrà. Cosa che già funziona se i bimbi hanno passato l’anno anno e stanno sotto i tre, e devono andare in prigione insieme con la mamma condannata. È questo il colpo di genio del Ddl “sicurezza” per salvare i borselli sul metrò (un’ossessione televisiva) dall’astuzia delle mamme ladre, nel testo blindato in Commissione nei giorni scorsi. (Dal quotidiano “Avvenire” – Giuseppe Anzani)

Non so se il “Dio, patria e famiglia”, a suo tempo e oggi così come sembra rispolverato, potesse e possa prevedere l’obbrobrio di cui sopra: che i nascituri e i nati nel loro primo anno di vita possano subire in seno o in capo alla madre, un trattamento penitenziario è roba che oserei definire “nazista”. E tutto per una fantomatica e fumosa ragione di sicurezza da buttare negli occhi degli ossessionati cittadini, che quindi si potranno sentire più sereni, sapendo che i bimbi pagano il conto penale assieme alla madre-ladra. Agli eventuali furti sui metrò rispondiamo rubando la sacrosanta libertà a soggetti innocenti e fragilissimi. Se questo è giustizia…se questo è onore a Dio… se questo è amor di patria…se questo è rispetto per la famiglia…

Preferisco di gran lunga correre il rischio di essere scippato sul bus piuttosto che addormentarmi col peso sulla coscienza di bambini reclusi assieme alla loro madre. E poi, quale coerenza c’è fra l’insistenza antiabortista dell’inserimento dei rappresentanti delle associazioni pro-vita nelle strutture di appoggio alle donne e la legalizzazione di un vero e proprio aborto post-nascita.

Dare madri e figli in pasto alla valutazione di un giudice, per quanto questi possa essere coscienzioso e sensibile, è pur sempre una scelta folle. La tanto sbandierata difesa della vita non si può fermare al concepimento, ma deve andare alla gestazione, alla nascita, all’educazione, alla salute, all’assistenza degli anziani, al rispetto per chi soffre senza speranza di guarigione, alla comprensione verso chi è disperato, etc. etc.

La Costituzione italiana tutto prevede e noi la stiamo distruggendo pezzo a pezzo. E perché? Perché vuolsi così colà dove si fa politica col culo populista. E più non dimandare!

 

Armiere, armaiolo, cadaveri belli

Quali sarebbero le armi difensive inviate all’Ucraina? I missili sono armi difensive? Io sono contrario all’invio di ogni tipo di arma perché, dal mio punto di vista, un missile non è un’arma difensiva». Così il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa commenta quanto detto dalla premier Giorgia Meloni a margine del vertice Nato. «Io sono contro l’invio di ogni tipo di armi all’Ucraina perché sono favorevole a un processo negoziale che deve avere come unico scopo la pace – aggiunge Crippa – Finché inviamo armi è chiaro che alimentiamo guerre e finché alimentiamo guerre contribuiamo alla morte di persone sia della Russia sia dell’Ucraina».

La premier, a margine del vertice, si era detta “soddisfatta” del summit, e in particolare dell’inviato speciale per il fianco sud dell’Alleanza, che l’Italia aveva sollecitato e per il quale «intende presentare la sua candidatura», discussa anche con Joe Biden. La bacchettata al leader della Lega è arrivata quando ha risposto sull’opportunità di togliere i limiti all’uso delle armi occidentali a Kiev per colpire in Russia. «Noi in Ucraina ci siamo concentrati sui sistemi di difesa aerea, che è il modo migliore per difendere una nazione aggredita. Lo dico anche a chi da varie parti dice che se si continuano a inviare armi all’Ucraina si alimenta la guerra (come ha detto anche Salvini, ndr)». Secondo la premier «dipende da cosa si invia», perché «se l’Italia non avesse mandato i sistemi che sono fiera di aver mandato, non è che quei missili non sarebbero partiti lo stesso. Semplicemente avrebbero colpito più gente». E l’ultimo raid di Mosca contro l’ospedale oncologico di Kiev per la premier sarebbe la prova principale del fatto che Vladimir Putin condisca la sua propaganda solo di menzogne. Quindi, sì all’invio di missili in aiuto a Kiev per Meloni che, nella sua affermazione ha, di fatto, fatto riferimento alla Lega e a Salvini. Lega che, a stretto giro di posta, ha nuovamente risposto alla premier.

La premier ha poi negato che Salvini sia un problema politico per la sua posizione sul conflitto rivendicando in qualche modo di aver garantito la linea: «La maggioranza è sempre stata molto compatta su questa materia, lo dimostra una linea italiana che è chiarissima in tutto il mondo… il governo ha rispettato il suo programma e i suoi impegni con una solidità che mi corre l’obbligo di ricordare non abbiamo visto in tutte le maggioranze che ci hanno preceduto e che non vediamo attualmente neanche nell’opposizione». (dal quotidiano “La stampa” – Ilario Lombardo)

Mi vergogno un po’, ma, se devo essere sincero, sono perfettamente d’accordo con Crippa e con Salvini sul tema delle armi all’Ucraina. I miei detrattori si precipiteranno a dire che, come sempre, gli estremi si toccano. E chi però può pregiudizialmente negare che gli estremi possano avere qualche ragione?

Il problema, checché ne dica, Giorgia Meloni ce l’ha in casa centro-destra; per quanto mi riguarda, io il problema ce l’ho con la sinistra, che non osa distinguersi su questo colossale problema. Chi mi legge, più o meno abitualmente e chi mi conosce, più o meno approfonditamente, sa come la penso: di armi non ne voglio sapere, né di offesa né di difesa, e mi fa sorridere chi si esercita in queste sottigliezze.

Finché si continuerà a fabbricare armi, a venderle a fornirle agli alleati, non si potrà fare a meno di usarle e finché si useranno non si potrà fare alcun passo avanti sulla via della coesistenza pacifica. Prima di tutto viene questo radicalismo etico-culturale, poi può venire il pragmatismo della diplomazia: le due tappe non si possono scambiare temporalmente.

La posizione del governo italiano, seppure adottata in buona e larga compagnia, è anti-costituzionale: il resto è fuffa bellicista. Per me esiste una tripla vergogna in ordine al governo di destra. Innanzitutto non ammetto e non sopporto la piaga-gara del neofascismo impressa nelle carni degli attuali partiti di maggioranza.

Al riguardo mi sovviene una storiella di un padre e del figlio piccolo, che facevano la gara alla pernacchia più rumorosa: finì che il bambino se la fece addosso a forza di spingere. Mi sembra la gara tra Meloni e Salvini. C’è però anche Tajani che non può fare a meno di pestare le cacche degli alleati, salvo pulirsi continuamente e penosamente le scarpe, senza peraltro riuscirci tanto è il fetore e la sporcizia che proviene dagli alleati.

In secondo luogo non accetto che la inopinata legittimazione internazionale di questa destra passi proprio attraverso la logica bellica, che connota i rapporti a livello Ue, Nato e chi più ne ha più ne metta. È una contraddizione in termini…

In terzo luogo mi vergogno che la sinistra e la gente non reagiscano a questo tremendo andazzo e non si distinguano nemmeno un pochettino se non facendo finta di essere diversi, salvo rientrare immediatamente nei ranghi.

So benissimo che non basta vergognarsi, ma cosa posso fare di più? Accetto consigli, suggerimenti e proposte. Grazie!

 

Finta democrazia e vera violenza

Non è la prima volta che gli Stati Uniti sono il palcoscenico di casi di violenza politica nei confronti di presidenti, ex presidenti e candidati presidenziali dei principali partiti. Quello a Trump sarebbe l’ultimo di una lunga serie di attentati che, secondo un rapporto del 2008 redatto dal Congressional Research Service, si sono verificati in 15 diverse occasioni, cinque delle quali fatali per le vittime.

In sostanza, delle 45 persone che hanno ricoperto la carica di presidente, 13 (ovvero circa il 29%) sono state oggetto di tentati omicidi, o omicidi veri e propri. Ovviamente, tale numero non include l’ultimo incidente che ha coinvolto Trump.

Secondo tale report, almeno sette degli ultimi nove Presidenti sono stati oggetto di attentati: tra i presidenti sopravvissuti agli attacchi ci sono Gerald R. Ford (due volte nel 1975), Ronald W. Reagan (una sparatoria quasi mortale nel 1981), Bill Clinton (quando la Casa Bianca è stata attaccata nel 1994) e George W. Bush (quando un aggressore ha lanciato un’arma da fuoco). Secondo fonti non confermate, ci sarebbero stati tentativi di omicidio anche nei confronti dell’ex presidente Barack Obama, Trump e di Biden.

Tornando indietro nel tempo, quattro presidenti in carica sono stati uccisi: Abraham Lincoln (1865), James A. Garfield (1881), William McKinley (1901) e John F. Kennedy (1963). Tre presidenti sono stati feriti in tentativi di omicidio: Ronald Reagan, mentre era in carica (1981), e gli ex presidenti Theodore Roosevelt (1912) e quello di oggi, ai danni di Donald Trump. In tutti questi casi, l’arma dell’aggressore era un’arma da fuoco. Altri due candidati alla presidenza – Robert F. Kennedy, ucciso nel 1968, e George C. Wallace, gravemente ferito nel 1972 – sono stati vittime di attentati. (Dal quotidiano La Stampa)

Dopo aver consigliato a tutti di leggere l’intero, dettagliato ed istruttivo excursus sugli attentati negli Usa ai massimi livelli istituzionale, passo alle mie riflessioni piuttosto strampalate, ma molto accorate e preoccupate.

Parto da una considerazione lapalissiana anche se molto imbarazzante. La violenza è di casa nella democrazia statunitense ed è sicuramente una delle cause che la rendono meno attendibile a dispetto di quanto possa affermare la storia politica: stragi nei college, violenze della polizia, armi a go-go, etc. etc. Lo scontro politico non può che risentirne. È nato prima l’uovo della società violenta o la gallina della politica che, tutto sommato, va a prestito direttamente o indirettamente dalla violenza?

Le reazioni dei big (?) della politica all’attentato a Trump sono tutte improntate alle grida contro la violenza nella battaglia politica: nessuno però ha il coraggio di chiedersi il perché la democrazia americana sia così pervasa dal virus della violenza e non riesca a scrollarselo di dosso, ma addirittura lo soffra in modo drammatico.

Mi permetto di far risalire questo corto circuito ad alcune cause: ne individuo tre in particolare, vale a dire il bellicismo imperante, l’autoritarismo strisciante e lo scetticismo isolante, peraltro tra di loro interconnessi.

Se i rapporti fra gli Stati vengono impostati sugli equilibri bellici, i cittadini hanno il “diritto” di pensare che anche i rapporti interni a livello socio-politico possano essere risolti con sbrigativa ed agghiacciante violenza. L’avversario diventa un nemico e tutto diventa lecito. Stando a Trump, la sua presidenza è stata un inno alla più spinta delle conflittualità nel mondo, al pugno duro contro i migranti, all’egoismo di Stato, fino ad arrivare persino al vagheggiamento di un colpo di mano, che probabilmente non aveva alcuna possibilità concreta di successo a livello istituzionale, ma poteva contribuire ad avvelenare ulteriormente gli animi.

Se l’ordinamento istituzionale (leggi democrazia presidenziale e squilibrio fra i poteri), quello politico (leggi bipartitismo imperfetto) e finanche quello elettorale (si ricordi l’elezione di Trump eletto da una schiacciante minoranza) diventano i polmoni atrofizzati della società, chi dissente radicalmente può arrivare a pensare a gesti estremi o meglio che la democrazia così chiusa ed impenetrabile possa essere un male estremo a cui rispondere con rimedio altrettanto estremo.

A quel punto mentre gli equilibri internazionali vengono basati sul sovranismo, i rapporti con gli elettori vengono impostati sul populismo, il sociale è dominato da lobbismo e corporativismo, l’economia non dà alcuno scampo con le sue insopportabili ingiustizie: la situazione non lascia spazio alcuno alla partecipazione democratica, il dissenso non trova sbocchi, il voto viene ridotto ad inutile rito pressoché referendario, la degenerazione del sistema, formalmente democratico, ma sostanzialmente autoritario, fa emergere un senso di disperata impotenza nei cittadini (qualcuno può essere portato a buttare il presidente nella merda).

Si può arrivare addirittura ad ipotizzare cinicamente e malignamente come la violenza e gli attentati possano diventare strumenti per annientare l’avversario, ma anche per accendere e strappare consensi. Un atroce dubbio al riguardo mi è sorto durante le cronache successive al fattaccio contro Trump, ascoltando come alcuni cittadini avessero scorto un uomo aggirarsi sui tetti, lo abbiano fatto presente alle autorità di sicurezza impegnate sul campo e queste non siano intervenute che a babbo ferito (Trump col pugno resistenziale alzato e la bandiera americana dietro le spalle), nipote ucciso (un malcapitato alla manifestazione) e ovviamente attentatore spazzato via come un animale (non si sa mai che potesse parlare…). La verità su come si sono svolti veramente i fatti non si saprà mai. Il paradosso è spesso normalità nella vita politica malata e nella democrazia agonizzante.

Qualcuno in modo fin troppo disincantato e malizioso arriva a chiedersi come mai, quasi sempre, gli attentati a personaggi politici, presidenti o aspiranti presidenti, di un certo qual indirizzo progressista vadano a segno, mentre quelli, come a Trump, non ottengano l’effetto voluto dagli attentatori ma esattamente l’opposto. I dittatori quasi sempre se la cavano a buon mercato al punto da lasciar pensare a qualche complotto propagandistico. Ho imparato a non considerare nemmeno lontanamente la possibilità di mettere a tacere un dittatore, vero o presunto tale, con la tragica scorciatoia degli attentati per due motivi molto semplici: perché non ammetto la violenza, nemmeno contro i dittatori, e perché i dittatori sanno approfittarne a loro uso e consumo e finiscono col rafforzarsi ed avere l’alibi per mettere in ulteriore difficoltà le eventuali opposizioni.

 

 

 

 

 

 

Il deserto dei barbari

Un “Lighthouse Report” realizzato da un pool di grandi quotidiani europei e nord-americani (Desert Dumps: Discariche nel deserto) con un’inchiesta durata un anno, ha documentato che in tre Paesi africani (Marocco, Mauritania e Tunisia) rifugiati e lavoratori africani sono catturati sulla base unicamente del colore della pelle, caricati su autobus e scaricati «nel mezzo di nulla», spesso in aree desertiche. Qui sono abbandonati senza assistenza, acqua o cibo, esposti al rischio di imprigionamenti, estorsioni, torture, violenza sessuale. Altri, portati nelle aree di confine, sarebbero venduti dalle autorità a bande che li imprigionano e torturano per ottenere un riscatto. Tutto questo avviene, secondo il rapporto, grazie a denaro, veicoli, equipaggiamenti, informazioni e forze di sicurezza fornite dall’Ue e dai governi europei.

Nel caso tunisino sono stati verificati tredici incidenti occorsi tra luglio 2023 e maggio 2024, in cui gruppi di africani sono stati rastrellati nelle città o nei porti e condotti a molti chilometri di distanza, di solito vicino ai confini con Libia o Algeria, e scaricati lì. In un altro caso un gruppo è stato consegnato alle autorità libiche e incarcerato in un centro di detenzione.
Come se non bastasse, nel caso marocchino è stato filmato un gruppo di agenti di polizia spagnoli che entrava regolarmente in un centro di detenzione per migranti. Il rapporto afferma che l’Ue «è ben consapevole delle operazioni di scaricamento e a volte direttamente coinvolta».

Ecco che cosa c’è dietro la diminuzione degli sbarchi: una cinica delega ad altri governi perché si accollino il lavoro sporco di contenere i transiti e un drammatico costo in termini di sofferenze e vite umane perdute. (dal quotidiano “Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

La quadratura del cerchio degli equilibri politici europei avviene sulla pelle degli africani: è il moderno colonialismo operato con l’aiuto dei tanto vezzeggiati governi collaborazionisti, che si prestano a fare il gioco sporco in cambio degli aiuti forniti dai governi europei.

Ci sono due capitoli su cui tutti i partner europei, gira e rigira, sono sostanzialmente d’accordo: la guerra e il respingimento dei migranti. I recenti risultati delle elezioni hanno spostato qualche equilibrio verso destra ed è tutto dire, ma non hanno scalfito la corazza di omertà verso il bellicismo imperante, d’insensata corsa agli armamenti giustificata farisaicamente dal dramma ucraino, di macabri balletti filo-israeliani e di autentiche operazioni di pulizia migratoria date in appalto a compiacenti e delinquenziali regimi africani.

Cosa volete che cambi se a capo della commissione europea resterà la sorridente Ursula o andrà qualcun altro appena più serio? Cosa volete che facciano i patrioti se non difendere l’integrità della razza europea? Cosa volete che sia l’aver scongiurato il pericolo neo-fascista in Francia quando il fascismo sta sostanzialmente alla base delle scelte politiche condivise a livello internazionale: guerra e discriminazione non ne sono forse le drammatiche alfa e omega?

Cosa volete che me ne importi se commissario europeo in rappresentanza dell’Italia sarà Raffaele Fitto o altro più (in)degno di lui? Non ricorderò mai abbastanza quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee: tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Voleva dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Forse da allora la situazione è addirittura peggiorata.

Pensate che in materia bellica l’unico personaggio europeo che va in giro per il mondo a sparlare di pace è Victor Orban: questo assurdo leader sparge a piene mani una vomitevole vignetta di Giorgio La Pira. Paradossalmente, visto che nessuno imita La Pira sul serio, bisogna accontentarsi di chi ne fa la grottesca caricatura.

Pensate che in fin dei conti in materia migratoria la politica dominante è quella di Matteo Salvini: i respingimenti! È lui che ci rappresenta. È lui l’impresentabile cane sganciato contro i migranti, ma poi arrivano i presentabili, che fanno gli accordi barbari con il potere africano: forse sotto sotto c’è solo l’interesse ad impadronirsi delle fonti energetiche sporche: più sporche di così…

Non invidio Marco Tarquinio.  Cosa potrà fare a Strasburgo? Dovrebbe dotarsi di uno spandiletame con cui inondare il Parlamento europeo, sperando che la puzza arrivi fino alle persone che vorrebbero provare a costruire un mondo migliore, dove si cerchi un dignitoso posto per tutti lontano dai deserti delle anime e dei corpi.