La civiltà dell’inferno

Dieci chilometri al largo di Lampedusa. Gridava aiuto nel buio della notte, aggrappata a due camere d’aria. Una bambina di 11 anni, che dice di chiamarsi Yasmine e di provenire dalla Sierra Leone, è stata salvata alle 3:20 di mercoledì 11 dicembre a dieci miglia da Lampedusa dall’equipaggio della nave Trotamar III, dell’organizzazione non governativa tedesca Compasscollective. La piccola ha raccontato di essere sopravvissuta per tre giorni in mare dopo il naufragio del barchino su cui viaggiava con altre 44 persone, tra cui suo fratello. La carretta del mare sarebbe partita da Sfax, in Tunisia. Pare essere l’unica sopravvissuta: gli altri migranti sono, al momento, dispersi. (da wired.it)

Non indulgo a istintive ed emotive espressioni e non mi interesso all’inchiesta che vorrebbe appurare la verità sulla vicenda di questo ennesimo naufragio. Preferisco rifarmi al breve commento rilasciato da Massimo Cacciari durante la presentazione del suo libro “La passione secondo Maria” avvenuta nel programma Rai “Quante storie”: un libro che analizza in modo stimolante ed affascinante la figura di Maria madre di Gesù, lasciandosi guidare soprattutto ma non solo dal dipinto della Madonna del parto di Piero della Francesca.

Dopo aver visto la foto del drammatico salvataggio di questa bambina il noto filosofo ha dichiarato testualmente: «Da vent’anni assistiamo a queste cose e anche più, c’è un trauma, uno choc iniziale e poi non si riflette. Se questo è il nostro modo di accogliere e di donare, a quale civiltà apparteniamo? Alla civiltà emergente dalle immagini di Maria o all’inferno. Di chi siamo figli?».

Da credente mi trovo perfettamente in linea con queste ficcanti parole di un laico. Aveva ragione il cardinale Carlo Maria Martini quando affermava: «C’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere».

Don Andrea Gallo diceva: «Io trovo del cristianesimo negli altri, trovo del cristianesimo nell’ateo… cioè la buona novella. Chi mi dà una buona notizia è un evangelista».

Quanto al merito del commento di Massimo Cacciari, vorrei sottolineare come egli abbia colto il nocciolo del problema dell’accoglienza ai migranti: una questione di civiltà. Se ci riteniamo persone civili abbiamo l’obbligo di rapportarci ai migranti in modo serio, diversamente cadiamo nell’inciviltà camuffata da realismo, da stato di necessità, da gestione dei flussi, da guerra agli scafisti, da politica europea, etc. etc. Tutte balle che stanno in poco posto. Il discorso vale per tutti, a maggior ragione per chi si considera cristiano.

Infatti «il cristiano non potrà mai accettare che carità fraterna, solidarietà, accoglienza siano variabili da sottomettere alle necessità della realpolitik» (Enzo Bianchi, Priore della comunità monastica di Bose).

 

 

 

 

Si muore anche di sanità pubblica

Non saprei come definire il sistema socio-politico americano: liberista? liberale? capitalista? consumista? tecnocratico? Di tutto un po’ in salsa populista trumpiana.

Ebbene questo tanto osannato sistema (non certo da me!) in questi giorni ha mostrato in modo paradossale i suoi limiti: il killer di un autorevole esponente della sanità privata ha sparato anche un implacabile atto d’accusa contro il contraddittorio, ingiusto, inaccettabile assetto sanitario degli Usa.

Interventi per cancro negati. Chemioterapia non rimborsata. Anziani dimessi prima del tempo e contro il parere dei medici. E rabbia, tanta rabbia. L’arresto del presunto killer del Ceo di United Healthcare, identificato come Luigi Mangione, un 26enne di origini italo-americane, incriminato per 5 reati, non ha messo un coperchio sul vulcano di frustrazione esploso dopo l’esecuzione a sangue freddo, nel centro di Manhattan, di Brian Thompson mercoledì scorso. Perché le emozioni contro le mutue private Usa sono in ebollizione da anni. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)

Al paradosso di uno Stato libero che uccide i suoi cittadini negandogli assistenza sanitaria risponde il paradosso di una protesta che uccide le persone simbolo del sistema sanitario. Occorre arrivare a tanto per mettere in evidenza le cose che non vanno? Se è così, c’è qualcosa che non va nella cosiddetta più grande democrazia del mondo. Non c’è alcuna garanzia che alle ingiustizie di base ci si possa opporre in modo non violento sul piano sociale e non demagogico sul piano politico? Dove stanno i diritti della persona umana? Nelle titubanze colpevoli di Biden e nelle delinquenziali fanfaronate di Trump?

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata mondiale dei Diritti Umani ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Nella vita della comunità internazionale, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una tappa fondamentale, riconoscendo l’insopprimibile dignità della persona, principio che ispira la nostra Costituzione. Nonostante la sottoscrizione della Dichiarazione da parte degli Stati aderenti alle Nazioni Unite, i diritti umani continuano a essere minacciati e violati in diverse parti del mondo. Violenze e abusi nei confronti delle donne, dei bambini e dei soggetti più fragili sono accadimenti quotidiani, soprattutto laddove sono in corso conflitti armati. In alcuni Paesi le più elementari libertà democratiche sono brutalmente ignorate, e perfino l’esercizio del voto – cardine di ogni democrazia – è vanificato. In una congiuntura internazionale caratterizzata da crisi occorre ribadire la necessità della tutela dei diritti di ogni persona, in ogni circostanza. In occasione della Giornata che sottolinea la centralità dei diritti umani, la Repubblica riafferma il valore delle norme del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario, senza le quali è illusoria ogni prospettiva di pace duratura e di sviluppo dei popoli».

Non credo che Mattarella si riferisse anche agli Usa, personalmente invece sono portato ad allargare il discorso anche a chi fa finta di difendere i diritti umani per poi metterseli bellamente sotto i piedi. Negli Usa i malati si devono arrangiare, i cittadini si devono guardare dalla tremenda invadenza delle forze di polizia, gli inermi si devono dotare di giubbotti antiproiettile contro un uso permissivo delle armi.

In materia di diritti umani, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Se poi andiamo sul terreno dei rapporti internazionali, non ne usciamo vivi. Non intendo divagare strumentalmente. Cosa voglio dire? Che la democrazia è lungi dal trovare attuazione nel sistema capitalistico occidentale di cui gli Usa sono storicamente gli antesignani.

Recentemente una persona amica mi ha definito socialista-socialista-socialista. Ebbene mi ha fatto un grande complimento. Sono socialista dal punto di vista etico (i diritti umani appunto… e accoglienza verso chi soffre), sono socialista a livello dei rapporti fra le persone (massima considerazione per i sindacati dei lavoratori e per tutte le forze intermedie della nostra società), sono socialista sul piano politico (non partitico) nel senso che credo nell’intervento dello Stato nella soluzione dei problemi sociali (disoccupazione, sicurezza nel lavoro, emancipazione femminile, etc. etc.), sono socialista finanche nel coniugare la mia fede cristiana con l’impegno a favore del mio prossimo.

A questo punto non posso esimermi dal fare riferimento all’eredità culturale proveniente da mio padre, che era a tutti gli effetti un socialista dal volto umano.

Devo dire, ad onor del vero, che mio padre non ebbe mai in tasca tessere di partito: da quanto diceva al riguardo ho dedotto che non fosse assolutamente una scelta qualunquistica, ma al contrario un modo per mantenere intatto il suo incontenibile spirito critico e per dare sfogo al suo libero pensare.

Mio padre non era fatto per il gioco di squadra, non accettava schemi precostruiti, non era un militante. Temeva (aveva quasi un complesso al riguardo) i fanatismi, forse perché ne aveva visti troppi, e quindi riteneva di non rischiare non aderendo ad alcun partito politico. Questo non gli impediva di elaborare le proprie scelte, di esprimere le proprie idee e di partecipare al voto (cosa che aveva fatto con coraggio anche con gli addomesticati referendum del regime fascista, votando regolarmente “no”). Non condivideva le scelte, di mia sorella prima e mie poi, di adesione alla Democrazia Cristiana: non andava oltre un bonario scetticismo e le solite innocue battute satiriche.

Sul presunto socialismo di mio padre, sempre ad onor del vero, non ho mai avuto alcun preciso riscontro in merito,  ho dedotto dal suo modo di pensare e dal suo comportamento che fosse un “nenniano”, vale a dire un socialista autonomista: una notevole ammirazione per Pietro Nenni era facilmente desumibile da come ne commentava i comizi (allora era quello il modo di comunicare per un politico), ma credo fosse stato assai deluso dal vizio storico dei socialisti italiani  di legarsi  acriticamente al carro comunista prima e di giocare al miglior offerente tra comunisti e democristiani poi.

Quindi era un socialista senza socialismo ed anche questo lo si deduceva da come spesso sintetizzava la storia della sinistra in Italia, recriminando nostalgicamente sulla mancanza di un convinto ed autonomo movimento socialista, che avrebbe beneficamente influenzato e semplificato la vita politica del nostro paese.

Se era sferzante verso i sistemi di stampo comunista, lo sarebbe ancor oggi altrettanto verso le incongruenze del sistema capitalistico in nome appunto della sua opzione socialista con qualche innocua e simpatica venatura anarchica.

Quindi sono figlio di mio padre e faccio molta fatica a sopportare i meccanismi del capitalismo, vale a dire della nostra società sazia (?) e disperata (!).

Sono partito dalla enorme pecca della sanità negli Usa e chiudo con quello che era fino a qualche tempo fa il fiore all’occhiello del welfare italiano (un deferente pensiero a Tina Anselmi che fu artefice a livello governativo della riforma sanitaria). Oggi in Italia la sanità pubblica sta andando a pezzi a favore della sanità privata (gli Usa purtroppo fanno scuola).  Cosa si aspetta ad intervenire prima che sia troppo tardi? In occasione della pandemia da Covid la questione era esplosa in tutta la sua gravità. Aspettiamo la prossima pandemia? Magari quella che si intravede (speriamo non sia così) dalla malattia proveniente dal Congo?

Piromani di tutto il mondo scatenatevi

Ad ogni giorno (non) basta il suo casino internazionale. Ultimo per chi batte, l’inghippo siriano, autentico caleidoscopio conflittuale in cui si intersecano i contrasti tra tutte le potenze che da tempo immemorabile soffiano su questo fuoco.

Finito il turno di Assad, sembra essere iniziato quello di una imperscrutabile (almeno per il momento) rivoluzione terroristica, ma non sarà la volta buona, i giochi resteranno aperti e su di essi si sfogheranno un po’ tutti alla ricerca dei loro sporchi interessi. Non è da escludere che in futuro si possa rimpiangere Assad: è già successo con altri dittatori.

Il disordine mondiale aumenta sempre più, impazza e sembra non lasciare scampo. A livello occidentale solo la Ue potrebbe tentare di dipanare la matassa, ma non ha la compattezza, non ha la dirigenza, non ha la lungimiranza strategica e nemmeno l’abilità tattica.

Meglio allora lasciar fare a Donald Trump: lui sì che se ne intende! Pensiamo di spegnere il fuoco con la benzina e speriamo di non scottarci. Non mi stupirei che il futuro presidente Usa, nonostante l’antiterrorismo di facciata, avesse in testa di appoggiare strumentalmente i ribelli siriani in chiave anti-Russia e anti-Iran, lasciando fare magari il lavoro sporco a Israele che muore dalla voglia di intervenire. La Turchia dovrebbe stare coi ribelli, mettendo in imbarazzo la Nato, anche se una Nato forte val bene una messa turco-siriana.

Ho dato solo alcune pennellate paradossali in una tela dove tutto può essere dipinto. Torno alla casa comune europea. Qui la padrona è, scusate la volgarità, Ursula von der Kazzen (non è mia, è di un mio simpatico ed intelligente amico che non ne ha preteso il copyright) con la sua batteria di commissari allo sbaraglio. Trump, Putin e c. questi signori se li mettono in tasca e li tirano fuori per assestare loro le botte al momento giusto. L’Europa si guarda l’ombelico, mentre i potenti (?) mostrano ben altri attributi.

Dopo l’ingresso dei ribelli jihadisti a Damasco e la caduta del regime di Assad, l’intero quadro politico e militare del Paese sembra sospeso sul caos. Cosa accadrà? La polverizzazione del regime siriano, e il ridefinirsi del puzzle delle alleanze, a cosa condurrà? Per ora c’è una sola certezza: siamo davanti a un salto nell’ignoto. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha convocato per oggi una riunione straordinaria. Il responsabile per i diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Turk, durante una conferenza stampa alla vigilia della Giornata internazionale per i diritti umani ha sottolineato come “bisogna prendere tutte le misure per proteggere le minoranze siriane ed evitare rappresaglie”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Dopo il danno anche la beffa dell’intervento a cose fatte del sempre più imbelle Onu, che fa finta di preoccuparsi delle minoranze, le quali stanno fresche se aspettano l’Onu, fanno in tempo ad essere tutte massacrate e sacrificate sullo spettacolare altare siriano.

«Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?». Provo a parafrasare questo dialogo: «Parlèmma ‘d päza!». «Quand scoppiarala la pròsima guéra?».

 

Il manto rituale dell’ignoranza

In questi giorni c’è stata la concomitanza di tre eventi: la riapertura della restaurata cattedrale parigina di Notre-Dame, l’inaugurazione della stagione lirica alla Scala di Milano, la celebrazione del Concistoro per l’investitura ufficiale di nuovi cardinali.

Avvenimenti diversi, a loro modo significativi, in tutti i casi interessanti. Mi è venuto spontaneo individuare un filo che li (col)legasse. L’ho trovato nelle più bieca, vuota e fuorviante delle ritualità.

A Notre-Dame si doveva celebrare la festa dell’arte ripristinata in tutto il suo splendore: è diventata la penosa passerella dei potenti (?) della terra, che facevano finta di salutarsi e scambiarsi qualche parola importante per il futuro dell’umanità.

Alla Scala di Milano si doveva partecipare ad un ragguardevole evento musicale in onore di Giuseppe Verdi e del melodramma: è stata la solita festa mondana in cui la musica e il canto erano il pretesto per ben altre disgustose ostentazioni.

Alla Basilica di San Pietro si doveva pregare per e con i nuovi cardinali: invece la solita insistente ed irritante parata liturgica vaticana (se tanto mi dà tanto, chissà cosa succederà all’apertura e durante il Giubileo…). Una piccola digressione anticlericale richiamando a proposito di cardinali una gustosa barzelletta (bisogna anche sorridere…).

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”.

Torno a bomba, vale a dire alla ritualità che tutto copre col suo manto e tutto riempie col suo vuoto pneumatico. Dell’arte non frega niente a nessuno; della musica invece pure; della religione, lasciamo perdere. Hanno trionfato e trionfa la politica fine a se stessa, ha prevalso e prevale l’istinto autocelebrativo, è passata e passa l’idea di una religione avulsa dalla realtà evangelica.

Se l’arte, la musica e la religione le riduciamo a questi minimi termini, cosa sarà della politica? Forse resterà solo l’ignoranza. Mi hanno detto che su internet gira una (quasi) barzelletta in cui Trump, imbucato di lusso a Notre-Dame, si sarebbe stupito della presenza della presidentessa della Georgia, Stato europeo confuso con lo Stato Usa, e si sarebbe chiesto: “Ma cos’ha combinato Biden con la Georgia? Ha creato uno Stato nello Stato? Dovrò correre ai ripari, prima di avere una concorrente in casa…”.

A proposito di ignoranza, c’è da considerare anche quella dettata dall’opportunismo. In questi giorni, ascoltando e leggendo i pareri degli addetti ai lavori, mi è parso che, dopo l’iniziale choc per l’elezione di Donald Trump con le conseguenti perplessità e preoccupazioni, sia subentrata, da una parte, una sorta di rassegnazione al peggio a cui non c’è limite, dall’altra parte la inconfessabile speranza che fra delinquenti, tutto sommato, ci si possa intendere. Ogni riferimento a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale (o causale?).

In questi giorni mi è stato acutamente ricordato che nell’uomo il cuore è situato circa a metà strada fra cervello e pancia, lasciando intendere che occorrerebbe trovare un equilibrio virtuoso fra questi tre stadi della vita umana. Ebbene con ogni probabilità in questa fase storica prevale ( a dir poco), a livello di classe politica, la parte bassa, vale a dire la pancia.

 

La Costituzione salvavita

In un contesto di risorse scarse, «per fare fronte a esigenze di contenimento della spesa pubblica dettate anche da vincoli eurounitari, devono essere prioritariamente ridotte le altre spese indistinte» prima di agire con tagli sulla sanità. Con un inedito intervento, la Corte costituzionale entra a pieno titolo sui meccanismi che regolano il bilancio dello Stato, ribadendo l’intento prioritario di «garantire il fondamentale diritto alla salute di cui all’art. 32 della Costituzione, che chiama in causa imprescindibili esigenze di tutela anche delle fasce più deboli della popolazione, non in grado di accedere alla spesa sostenuta direttamente dal cittadino, cosiddetta out of pocket (di tasca propria, ndr)». È il succo della sentenza n. 195 resa nota ieri, emanata – su ricorso della Regione Campania – per dichiarare l’illegittimità di una norma della legge di Bilancio per il 2024, a seguito del mancato versamento dei contributi dovuti allo Stato da parte delle Regioni nell’ambito della nuova governance economica europea.

(…) 

La decisione dei giudici della Consulta è destinata così a riaccendere il mai sopito dibattito sui tagli al servizio sanitario, già al centro di una disputa dai toni accesi anche al momento del varo dell’ultima manovra, con il governo che si difendeva sostenendo il primato storico di questa voce di spesa in valori assoluti (136,48 miliardi per il 2025), mentre le opposizioni imputano al centrodestra di averla ridotta in rapporto al Prodotto interno lordo, portandola al 6.05% da oltre il 7%. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Contro la priorità sanitaria ragion non vale: era ora che qualcuno ai massimi livelli istituzionali ribadisse questo concetto messo tra l’altro, in grave discussione dalle scelte del governo attuale. L’assetto istituzionale italiano ha un grande merito ascrivibile ai Padri costituenti, quello di fissare una pluralità di funzioni e competenze che segnano e garantiscono i limiti democratici all’esercizio del potere.

Mai come in questo periodo storico si è sentita la necessità di porre un freno agli intenti populisti di una classe di governo presuntuosamente arroccata su un assai relativo consenso elettorale e volta a spadroneggiare più che a governare.

Tocca ai due garanti della Costituzione arginare questa insulsa alluvione decisionista. Non c’è giorno che il presidente della Repubblica, pur col garbo e l’equilibrio che lo caratterizzano, non intoni il suo contro-canto, non intervenga a precisare, controbilanciare, ridimensionare l’azione del governo sia a livello interno che internazionale. La Corte Costituzionale ha recentemente posto un alt ai bollori secessionisti (si scrive autonomia si legge secessione), partendo dal principio irrinunciabile dell’unità nazionale e ora pone una precisa priorità nella spesa pubblica, chiedendo il rigoroso rispetto del sacrosanto diritto alla salute.

La morale della favola è che prima del governo e delle sue scelte viene la Costituzione con i principi da essa sanciti. Non c’è consenso elettorale che tenga, non c’è premierato che possa metterlo in discussione. Se ne facciano una ragione. Non si illudano di poter subdolamente attaccare la Costituzione stipulando accordi pseudo-riformatori nel chiuso delle stanze interpartitiche del centro-destra: un tortone al cioccolato per Meloni (premierato), un pasticciotto alla crema per Salvini (autonomie regionali rafforzate), una scatola di caramelle alla frutta per Tajani (riforma della Giustizia). Resteranno a loro in gola e le dovranno sputare se non vogliono soffocare. A meno che gli italiani non scelgano di fare ricorso al suicidio assistito.

 

Ucci ucci sento odor di tortorucci

La procura di Brescia ha messo a segno 25 arresti contro un presunto gruppo legato alla ‘ndrangheta e tra loro c’è anche una religiosa, suor Anna Donelli. La donna sarebbe stata “a disposizione del sodalizio per garantire il collegamento con i sodali detenuti in carcere”. Nell’ordinanza del tribunale si riporta una conversazione in carcere in cui uno degli arrestati afferma che la suora, che lavora nell’istituto penitenziario “è uno dei nostri” e ancora “se ti serve qualcosa dentro è dei nostri”. (adnkronos)

Posso avere dei dubbi sull’arresto di questa suora impegnata nell’assistenza ai carcerati? I miei dubbi si sono allargati ascoltando il garbatissimo e autorevolissimo commento di don Gino Rigoldi, sacerdote impegnato da tanto tempo sulla frontiera carceraria minorile e non solo. Ha spiegato come con i carcerati si debba stare molto attenti, perché spesso a chi dà loro una mano essi prendono il braccio. Figuriamoci i soggetti mafiosi… Non potrebbe darsi che suor Anna Donelli in buona fede e ingenuamente si sia prestata a fare qualche piccolo piacere a fin di bene a carcerati pronti ad approfittarne e a considerarla per ciò stesso una dei loro?

Non ho capito su quali prove si basi il provvedimento in questione. Mi auguro che ci sia qualcosa di più rispetto al millantato coinvolgimento nel sistema mafioso emergente dalle dichiarazioni di uno degli arrestati.

Non voglio pregiudizialmente assolvere una persona in quanto suora, purtroppo anche le suore possono sbagliare. Magari però succede come raccontava mio padre che nel suo ambiente ascoltava spesso pesantissimi giudizi sulle suore impegnate nell’assistenza all’infanzia abbandonata. Di fronte a questa paradossale intransigenza a senso unico, chiedeva provocatoriamente: “Cme mäi siv acsì cativ con il sôri e an dziv niènt pr’il madri chi an abandonä chi ragas li?”.

È plausibilissimo che questa suora sia caduta nella trappola, nel qual caso la vogliamo criminalizzare? Stai a vedere che in uno Stato dove della condizione carceraria non frega niente a nessuno, dove non si contano i suicidi tra i detenuti, si fanno le pulci ad una suora che si fa il mazzo visitando i carcerati.

C’è un detto parmigiano che recita così: “A fär dal ben aj äzon as ciapa dil zbarädi”. Una suora non deve fare questi strani calcoli, anche se gli asini nella nostra società sono troppi e fanno andar via la voglia di fare del bene.

Stellantis, illuminati da quale stella?

Il segno. Stellantis, i parroci di Pomigliano davanti ai cancelli con i lavoratori. La richiesta dei lavoratori Trasnova ai sacerdoti della città delle fabbriche: «Pregate per noi». Don Tortora: «Senza risposte verremo a dire Messa qui».

Il segno è stato forte e avvertito con emozione dai lavoratori preoccupati per il proprio futuro. I parroci di Pomigliano d’Arco stamattina si sono recati dinanzi ai cancelli dello stabilimento Stellantis per solidarizzare con i lavoratori di Trasnova, giunti alla terza notte di protesta.

Don Aniello, don Leonardo, don Salvatore, don Filippo, don Pasquale, don Pietro, don Sebastiano, don Peppino, volti noti in città per la loro azione pastorale e sociale, hanno ritenuto che la loro presenza fisica valesse più di mille parole. In rappresentanza del vescovo di Nola Francesco Marino, i sacerdoti hanno offerto la piena disponibilità delle rispettive comunità parrocchiali per ogni forma di sostegno spirituale e materiale.

In realtà, l’esigenza più sentita dei lavoratori ha sorpreso anche i sacerdoti: “Pregate per noi”, hanno chiesto gli operai di Trasnova, società dell’indotto cui Stellantis ha comunicato di non voler rinnovare la commessa, in scadenza il prossimo 31 dicembre. Sono circa 370 i lavoratori coinvolti in Italia, 90 attivi nel solo stabilimento di Pomigliano per l’attività di movimentazione delle vetture. Lavoratori che definire esterni a Stellantis è poco più di un formalismo, dato che la gran parte di loro lavorano nella fabbrica di Pomigliano da anni, i più anziani da oltre 20.

“Saremo la vostra voce nella città”, ha rassicurato don Aniello Tortora, che oltre ad essere sacerdote nella parrocchia che accoglie l’aria industriale di Pomigliano è anche vicario episcopale per la giustizia e la carità. La Chiesa di Nola e le parrocchie di Pomigliano partecipano storicamente con particolare intensità alle vertenze dei lavoratori della significativa zona industriale della città. Appena poche settimane fa, il vescovo in persona, Francesco Marino, aveva scritto un’accorata lettera sull’altra vicenda che preoccupa il territorio, quella di Leonardo Aerostrutture.

É un momento di grande apprensione per i siti produttivi campani, e Pomigliano rappresenta l’epicentro della crisi. “La nostra battaglia – spiega un lavoratore – è per tutto l’indotto. Se perdiamo noi, perdono tutti. Se vinciamo, vinciamo tutti”. I sacerdoti hanno promesso che in caso di mancate risposte, che portassero i lavoratori a prolungare la loro presenza notte e giorno dinanzi allo stabilimento, verranno a celebrare Messa con loro, proprio davanti a quei cancelli che una volta erano segno di speranza e realizzazione personale. (dal quotidiano “Avvenire”)

L’evento è di quelli che fanno riflettere da tutti i punti di vista. Parto dal discorso ecclesiale. Che le comunità cristiane guidate e rappresentate dai propri parroci solidarizzino concretamente con i lavoratori in difficoltà è un segno di grande rilievo: la vita cristiana è fatta di solidarietà con chi è in difficoltà. Il Vangelo è pieno di inviti ed esempi in tal senso. Di seguito riporto due eloquenti citazioni.

«Lo so, mi hanno cercato i lavoratori della Saeco, fabbrica in crisi, e andrò sicuramente, anche se non riuscirò a passarci subito, ma quando andrò parlerò con tutti. Non voglio fare una visita formale, ma andare, capire, portare il mio contributo per quello che potrò. Non voglio deludere nessuno dei tanti che hanno aspettative nei miei confronti, ma non voglio nemmeno fermarmi ai saluti e alle parole di rito, bisogna capire per aiutare, prima di parlare» (Matteo Zuppi, vescovo di Bologna e presidente della Cei).

Giorgio La Pira, un cattolico profeticamente impegnato in politica. Ecco come si espresse nel 1955 alla segreteria nazionale della DC: «Fino a quando mi lasciate a questo posto, mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti. Non lascerò senza difesa la parte debole della città: chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile… Il pane (e quindi il lavoro) è sacro. La casa è sacra. Non si tocca impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è Vangelo! Quando gli Italiani poveri saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà sempre assicurata al nostro Paese».

Aggiungo una considerazione culturale più che politica. È ora di affrontare i problemi partendo dalle persone e non dai massimi o minimi sistemi. Vale per i politici investiti di responsabilità, vale per i partiti, vale per i sindacati, vale per tutti i cittadini. In questi giorni il problema Stellantis viene affrontato in modo asettico e farisaicamente scientifico alla ricerca di soluzioni che consentano al sistema capitalistico di continuare a vivere come se niente fosse. È pur vero che, come scrisse un insigne economista, il capitalismo ha i secoli contati, ma, durante questi secoli, chi ha detto che il sistema non possa cambiare?

Chiudo, tanto per cambiare, con una malinconica nota di pessimismo, espressa con una domanda tra l’ironico e lo sconfortante.  Non è che i lavoratori si rivolgono alla Chiesa come ultima spiaggia vista la insensibilità delle istituzioni e la inconcludenza della politica? Può darsi che ci stia anche questo. Ecco perché non bisogna soltanto solidarizzare fattivamente con tutte le forme di povertà, ma impegnarsi sul piano sociale e politico per eliminarle, facendo della giustizia sociale l’imperativo irrinunciabile dell’essere cristiani.

 

 

 

 

All’Eliseo vanno di moda les pantalons en toile

Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, l’indomani delle elezioni europee che lo videro pesantemente sconfitto, anziché tirare le conseguenze e farsi da parte, preferì giocare d’anticipo e sciogliere il Parlamento, indicendo immediate elezioni che bloccarono sorprendentemente l’ascesa del Front national di Marine Lepen grazie ad un accordo elettorale fra centri e sinistre.

Questa pur apprezzabilissima conventio ad excludendum portò però ad una situazione di instabilità politica di fronte alla quale Macron, anziché aprire con un po’ di fantasia a sinistra, ripiegò al centro, proponendo un assetto governativo minoritario che si è sciolto come neve al sole e mettendo il presidente in braghe di tela. Di farsi da parte al momento non se ne parla nemmeno, allora sembra che non gli resti che traccheggiare fino al giugno prossimo, potenziale data per nuove elezioni parlamentari.

Come volevasi dimostrare: le teorie su presidenzialismo, semi presidenzialismo, premierato e assetti istituzionali simili rendono perfettamente l’idea di come la democrazia non risolva i suoi problemi restringendo l’area decisionale in diretto contatto con il consenso popolare. Una sorta di moderato populismo: una scorciatoia rispetto alla pur difficile strada maestra del parlamentarismo. La democrazia ha bisogno dei partiti come del pane, ma, siccome i partiti hanno perso il loro feeling con gli elettori, si passa alle brioche del potere in poche mani.

Emmanuel Macron ci sta aggiungendo del suo: non vuol mollare la presa, forte di un voto popolare risalente a parecchio tempo fa; dopo avere ampiamente deluso da tutti i punti di vista, non vuole accettare la realtà e continua ad arrampicarsi sugli specchi di una democrazia traballante.

Le conseguenze sono per i francesi, ma anche per tutti gli europei in un momento storico in cui ci sarebbe bisogno, più che mai, di forza e compattezza dell’UE. L’Europa galleggia: è il caso appunto di Macron in Francia, ma anche di Scholz in Germania, che dire di Giorgia Meloni in Italia e, cosa ancor più grave, di Ursula von der Leyen.

Quando mio padre voleva sarcasticamente bollare l’inconcludenza del mio impegno politico, improntato alla partecipazione a numerose quanto inutili riunioni, se ne usciva con una espressione assai eloquente: “Ien là chi sälvon l’Italia…”. Penso che lo direbbe, a maggior ragione, in riferimento ai consessi e ai leader europei, allargando il campo visivo all’intero continente se non addirittura a tutto il mondo.

Macron avvisato, Francia, Europa e mezzo mondo rovinati!

Santi e santini

La causa accidentata di Frassati, santo nonostante le fake news. Il cammino verso gli altari del giovane torinese fu rallentato da una serie di dicerie che si rivelarono false riguardo alla correttezza del suo rapporto con le ragazze. (dal quotidiano “Avvenire” – Emilia Flocchini)

Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa. Non sono quindi molto interessato ai processi di beatificazione e santificazione e, se stesse in me, quanti operano a livello della Congregazione delle Cause dei Santi li manderei volentieri a farsi il mazzo in qualche parrocchia periferica, a diventare cioè loro stessi santi facendo il lavoro “sporco” senza indagare sulla santità altrui.

A proposito di questa premessa sul mio scetticismo in ordine alla valanga di Santi per i quali in Vaticano si fa un gran sgomitare per l’accesso agli altari, aggiungerò le battute pesanti che scambiavo con mia sorella Lucia: “An so miga, ien tùtt sant, sarala po’ acsi?”. Si potrebbe dire “scherza coi santi e lascia stare la santità”. Non si dice forse “at magnè un sant?” (cioè un santino) a chi se ne sta buono e zitto in disparte senza dare fastidio? La santità riservata a chi non rompe i coglioni, vale a dire a chi non devia dagli schemi clericali?

E pensare che ho un Santo fra i miei parenti più stretti, mio zio Ennio sacerdote, che funziona a meraviglia come mio protettore: recentemente alla luce della sua vita e morte mi è stato suggerito di provare ad intentare una causa di beatificazione. Ho risposto quasi sdegnosamente: «E che bisogno c’è di mettere mio zio Ennio sugli altari? Io ce l’ho vicino e guai a chi me lo tocca…».

Ma il paradosso in ordine a Pier Giorgio Frassati viene dai dubbi sollevati in merito alla sua vita sentimentale e sessuale. Capirai… E se anche fosse vero che aveva un comportamento disinvolto con le ragazze, sarebbe meno santo? Per me lo sarebbe ancor di più e i bigotti sarebbero serviti. Io la chiamo dissertazione sul sesso degli angoli o, se volete, bigotta masturbazione sulla castità obbligata.

Poi c’è persino la questione dell’esumazione del cadavere, che lascerebbe intendere una sua morte apparente per il fatto di avere le mani nei capelli. Altro che avvocati del diavolo, qui siamo agli avvocati del cavolo che dimostrano l’accanimento contro questo giovane: se fosse stato sepolto vivo, cosa avrebbe dovuto fare se non reagire scompostamente ad una così drammatica situazione?

La vera e propria inflazione di Santi è dovuta probabilmente al tentativo di rendere compatibile la scelta di fede con la vita moderna. Ci vuole ben altro. Gli esempi servono a capire la lezione se però prima la lezione evangelica è stata ben spiegata, approfondita, masticata e digerita, altrimenti…

Una cosa è apprezzabile: fino a qualche tempo fa la santità sembrava monopolio clericale. I laici erano ridotti a ruolo di comparse. Qualcosa si è mosso, ma preferirei che i laici votassero per la scelta dei vescovi e, perché no, per l’elezione dei papi. Adesso smetto perché sto esagerando, anche se chi mi vuole intendere credo che mi abbia capito. Spero che Pier Giorgio Frassati e tutti i Santi preghino per noi a prescindere dal loro più o meno accidentato cammino verso gli altari e dalle chiacchiere più o meno pertinenti intorno alla loro santificazione.

In cauda ancora un po’ di venenum: i Santi saranno soddisfatti di avere un posto sugli altari e nel calendario liturgico o non gliene potrà fregar di meno? Lo capiremo appieno nell’aldilà.

 

 

 

 

 

Non abortiamo la tolleranza e il dialogo

Il convegno «Ascoltare la vita», in programma martedì sera nell’aula 200 dell’Università Statale di Milano, aveva per sottotitolo «Storie di libere scelte». Queste storie, però, nessuno dei presenti le ha potute sentire, perché un gruppo di ragazzi ha deciso che non avevano diritto di essere raccontate. Con una contestazione iniziata nel momento esatto in cui era stata invitata a parlare Soemia Sibillo, direttrice del Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli, alcuni studenti del collettivo «Cambiare rotta» hanno fatto irruzione nell’aula, a suon di tamburelli, grida e bestemmie. Diversi loro amici si trovavano seduti tra i banchi e avevano assistito al primo intervento in scaletta, quello di Costanza Raimondi, assegnista di ricerca in bioetica alla Cattolica di Milano. Primo e unico dell’intero convegno, perché non c’è stato modo alcuno di proseguire.

«Mi avevano appena passato la parola – commenta Soemia Sibillo –, quando si sente picchiare forte alla porta dell’aula. Alcuni giovani sono entrati gridando slogan e bestemmie, con il chiaro intento di boicottare l’incontro, che era stato organizzato da loro coetanei della lista “Obiettivo Studenti”. Il più esagitato a un certo punto ha preso una bottiglietta dal tavolo dei relatori e l’ha rovesciata in testa a uno degli organizzatori. L’acqua è andata a finire anche sui cavi dell’impianto audio video, si sono spente le luci e il proiettore ha smesso di funzionare. Io avrei dovuto far vedere ai presenti la testimonianza di una mamma che ha accettato di portare avanti la gravidanza nonostante avessero diagnosticato al suo bambino una grave malformazione cardiaca, suggerendole l’aborto terapeutico. Ma non è stato possibile». (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Sartea)

Non ammetto l’intolleranza, che è la negazione della democrazia sul piano politico, del rispetto della persona sul piano umano e del dialogo sul piano sociale. Nessuno ha la verità in tasca, men che meno gli sciocchi energumeni dell’Università Statale di Milano.

Chi teme un clima clericale e bigotto entro il quale collocare la delicata problematica riconducibile al tema dell’aborto, rischia di cadere nell’uguale e contrario atteggiamento. Di fronte ad una problematica, a volte addirittura drammatica, gravidanza, non c’è un’unica risposta valida in tutti i casi.  Riporto di seguito quanto diceva don Andrea Gallo a chi lo interrogava sul problema dell’aborto.

«Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi permetto di sviluppare e parafrasare il pensiero di questo profetico sacerdote nella certezza che sarebbe perfettamente d’accordo.

«Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una donna che, nonostante i gravi rischi della sua gravidanza, vuole portarla avanti facendosi carico di tutte le conseguenze, sai cosa faccio? La aiuto in tutti i modi possibili nella sua coraggiosa decisione, non tanto in base al teorico principio del rispetto della vita, ma al concreto imperativo dell’umana solidarietà».

Ogni caso fa storia a sé e va affrontato nel dialogo fra le persone, che non vuol dire calare dall’alto soluzioni dogmatiche e pregiudiziali, ma cercare insieme soluzioni che rispettino, nei limiti del possibile, i diritti e i doveri di tutti, quelli della madre, quelli dal padre, quelli del nascituro, quelli dell’intera società.

In questo contesto costruttivo ha senso ascoltare tutte le esperienze, senza giudicarle, senza metterle in graduatoria, senza facili demonizzazioni e santificazioni in senso religioso e in senso laicista, quelle di donne che hanno deciso di abortire e quelle di donne che hanno deciso di non abortire. Questo non è pilatismo, ma disponibilità al dialogo e all’incontro con tutti in vista del reciproco aiuto nel superamento delle difficoltà.

Ecco perché mi sento in dovere di riportare quell’esperienza umana che non si è voluta ascoltare al suddetto convegno.

Nel video mai proiettato in aula, una giovane donna di nome Lourdes racconta la sua storia. Il giorno dell’ecografia morfologica, assieme al suo futuro marito Henry scopre che il piccolo che aspettano ha il cuore sinistro ipoplasico. I medici prospettano loro l’interruzione della gravidanza e descrivono le tre operazioni, una più rischiosa dell’altra, a cui si sarebbe dovuto sottoporre il bimbo se fosse riuscito a nascere, per sperare di sopravvivere.

«Quando sono arrivati da noi, la futura mamma era in lacrime, ma è stata l’unica volta che l’ho vista piangere – racconta la direttrice del Cav Mangiagalli –. Fatta la scelta di tenere il bambino, Lourdes ha dimostrato a tutti un coraggio e una forza incredibili, che non sono venuti meno nemmeno nei lunghi mesi in cui il suo bimbo è stato ricoverato in terapia intensiva al Niguarda, dove è nato e ha subito numerosi interventi a cuore aperto».

Il Cav ha sostenuto la giovane coppia, che viveva in una stanza condivisa con altre persone, procurando un alloggio dove affrontare con maggior serenità questa gravidanza. Subito dopo il parto, i neo genitori sono stati accolti in un altro appartamento, in zona Niguarda, per facilitarli nel loro andare e venire dall’ospedale dove Liev Logan ha lottato per vivere, vincendo la sua battaglia perché ora sta bene.

«Sarebbe stato impossibile affrontare tutto ciò da soli», afferma Lourdes nell’intervista video. «I nostri genitori sono lontani, in Perù. Qui è il Cav Mangiagalli la nostra famiglia». (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Anna Sartea)

Sono cattolico, ma non mi sono mai lasciato imprigionare negli schemi dogmatici e nei principi religiosi. Mi sforzo di essere attento ai problemi degli altri e di allungare la mano con grande rispetto e discrezione, senza giudicare per non essere giudicato. Ho cercato di farlo nel mio impegno cristiano a livello individuale e comunitario, nella mia vita professionale, nei rapporti sociali, nella mia partecipazione attiva alla vita politica. In contrapposizione ai miei innumerevoli difetti e limiti, tutti mi riconoscono un po’ di umana sensibilità.  Di fronte al tema dell’aborto cerco di capire, di ascoltare e di non giudicare. L’ho fatto anche in questa sede.