Sotto la cenere il fuoco non cessa

Pace è una parola impegnativa. La userei con parsimonia: dato il carico enorme di odio, di sfiducia, di rancore, parlare di pace mi sembra prematuro. Ora dobbiamo lavorare per crearne le condizioni. Aprire percorsi che conducano alla pace. Il primo passo è il cessate il fuoco. Le parti starebbero mostrando maggiore flessibilità. Il condizionale, però, è d’obbligo, non è la prima volta che salta tutto all’ultimo. Poi si dovrà costruire il dopo. Al momento non si capisce quale sia il progetto, questo rende così difficile finire la guerra.

L’Amministrazione Trump pensa a un piano regionale di normalizzazione tra Israele e gli altri Paesi della regione…

Su questa idea pende, come una spada di Damocle, la questione palestinese. Se non la si risolve, tutto sarà terribilmente fragile.

La soluzione sono i due Stati?

È quella ideale, ma ora Israele la rifiuta. Va trovata una formula creativa.

Che contributo può dare la Chiesa per aiutare a immaginare il futuro?

La grande sfida è creare, poco alla volta, una narrativa diversa da quella attuale, esclusiva e escludente, che disumanizza l’altro. I cristiani devono essere capaci di proporre un linguaggio alternativo, di reintrodurre nel dibattito pubblico parole come persona, dignità, rispetto, ascolto. Termini, forse, banali ovunque. Ma non da queste parti. La Chiesa non può fare da sola questo lavoro: deve coinvolgere tutte le altre fedi e collaborare con le tante organizzazioni e i movimenti per il dialogo presenti e vive nelle società israeliana e palestinese.

 (dall’intervista di “Avvenire” al cardinale Pierbattista Pizzaballa patriarca di Gerusalemme)

Parlare di cessate il fuoco, peraltro garantito da un autentico guerrafondaio come Trump, al di là del minimalismo concettuale è un esercizio (quasi) penoso; parlare di pace è semplicemente velleitario in un clima di odio sempre più radicato e istigato. Anche i generici appelli alla pace (persino quelli papali), se non sono accompagnati da gesti e posizioni radicalmente precise e concrete, lasciano il tempo che trovano, anche perché spesso tradiscono intenti meramente propagandistici, volontà di pulirsi solo formalmente la coscienza, maldestri tentativi di assolvere funzioni istituzionali.

Secondo la narrazione storica, culturale, religiosa e geopolitica, il colpevole di tutto è ormai individuato: Hamas ha provocato terroristicamente la guerra, non vuole restituire gli ostaggi, non vuole alcun accordo, boicotta il dialogo, strumentalizza la disperazione palestinese, fomenta l’odio, etc. etc. Questa è la lente deformata e deformante con cui viene analizzata e affrontata la situazione. Partendo da queste premesse è impossibile aprire un confronto: se si truccano le fondamenta non si riesce a costruire nulla e, se momentaneamente l’edificio regge perché tirano i quattro venti dei superpotenti, ben presto crollerà miseramente tutto.

Mi convinco sempre più che la pace è dono di Dio e non costruzione umana. Anche questa verità però può essere falsata e sporcata dall’integralismo religioso. “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (salmo 126). Gli ebrei hanno purtroppo la riserva mentale di avere comunque Dio dalla loro parte: posizione analoga quella dei musulmani. Da cristiani non rimane altro che sforzarsi di essere, evangelicamente parlando, costruttori di pace nel nostro piccolo mondo, lasciando i massimi sistemi alle loro perverse logiche.

E la politica? Questo è il problema! Serve protestare? Sì! Serve discutere e dialogare sul tema della pace? Sì! Serve analizzare le situazioni e farsi un’idea contro corrente? Sì! Serve soffrire per le vittime innocenti della guerra? Sì! Serve leggere e rileggere le idee dei profeti di pace. Sì, molto più che ascoltare le tiritere e le narrazioni provenienti dai media. Il profeta Giorgio La Pira riusciva a coniugare una fede smisurata con un inesauribile impegno politico fuori dagli schemi. Lui saltava tutte le paralizzanti intermediazioni, andava dalle preghiere delle suore di clausura agli incontri provocatori con i potenti della terra.

 

Da ospedale da campo a clinica della religione

In questi giorni a livello mediatico (La 7 – Otto e mezzo) è stato posto il problema di eventuali ripercussioni terroristiche islamiche sui Paesi occidentali, europei in particolare, Italia compresa alla luce della persistente inerzia governativa in materia di Palestina ed Iran, che suona come tacito assenso ai comportamenti di Israele e degli Usa.

Preso atto del gioco meloniano, ormai ampiamente consolidato, a fare il pesce in barile, c’è da sperare che l’Italia non rientri comunque fra i nemici di prima fascia del mondo arabo-islamico.

Al riguardo un primo motivo di speranza è legato ad un passato fatto di rapporti diplomatici positivi e di aiuti verso i palestinesi e gli altri Stati ad essi legati: andiamo pure alla prima repubblica e agli anni dei governi Prodi e D’Alema. Un patrimonio di buoni rapporti, che viene scriteriatamente dilapidato e sacrificato sull’altare di una vomitevole piaggeria filo-americana e filo-israeliana.

A questa motivazione il professor Massimo Cacciari ne ha aggiunta una riguardante la presenza in Italia del Vaticano e della sua storica ed intelligente azione diplomatica volta a tenere conto delle ragioni della Palestina e di quella parte di mondo: l’unica istituzione che ha svolto nel tempo un ruolo positivo in cerca di accordi e assetti pacifici.

E allora mi è venuto un diabolico e peccaminoso sospetto: il cambio avvenuto a livello di papato potrà avere una qualche influenza sul discorso? Il pensiero di papa Francesco e quindi dei suoi collaboratori (da Parolin a Zuppi) era netto al riguardo, mentre quello di papa Leone e della curia che si va delineando è tutto da verificare: la continuità non è lapalissiana ed è evidente la corsa nazionale ed internazionale a dipingere papa Prevost come amico del giaguaro del moderatume, morbido nei confronti delle smanie tradizionaliste interne alla Chiesa e tacitamente tollerante e normalizzatore verso le folli esigenze del totale disordine portato a compimento dalla triade Putin-Trump-Netanyahu.

Nei governi degli Stati, quando la politica non riesce ad esprimere un’adeguata classe dirigente, si fa ricorso ai governi cosiddetti tecnici, che non sono né carne riformatrice né pesce conservatore, ma sussiegosi organismi di galleggiamento sui problemi. Temo che nella Chiesa cattolica, anziché fare ricorso ai carismi che disturbano (papa Francesco docet), si stia ripiegando su un papato tecnico, che smussi gli angoli più scoperti e diriga la baracca mettendo d’accordo tutti all’interno e non scontentando nessuno all’esterno. Per dirla facendo riferimento all’immagine cara a Bergoglio, si passa dall’ospedale da campo alla clinica della religione.

Brutalmente parlando, Leone XIV saprà tenere testa agli indietristi saliti prepotentemente sul suo carro? Saprà essere intransigente come Bergoglio verso gli ortodossi amici di Putin? Saprà resistere alle tentazioni degli sbandieratori antiabortisti che hanno ben poco a vedere con l’etica evangelica e molto da spartire con la reazione clericale funzionale al trumpismo? Saprà mantenere un profilo nettamente contrario alle guerre cosiddette giuste di Israele? Saprà parlare come deve mangiare un profeta che guarda al Vangelo e non alla “realecclesik”?

Dubbi atroci! Che lo Spirito Santo illumini papa Leone e c. nel ginepraio della pastorale ecclesiale e della politica internazionale. Alcuni vedono nell’incipit prevostiano una certa somiglianza con lo stile montiniano: altro carisma, altra sensibilità politica, altra intelligenza quella di Paolo VI. Forse l’unico punto di contatto è nella prudenza che purtroppo portò spesso papa Montini a non decidere. Dopo 13 anni di Bergoglio il non decidere è impossibile e mi auguro sia difficile relegare la religione in sagrestia (molti lo desiderano in buona o cattiva fede) a guardare il mondo che va a catafascio.

Avevo promesso solennemente a me stesso a ai miei lettori (ammesso e non concesso che ve ne siano) di individuare testardamente tutte le mosse papali contrarie all’eredità bergogliana, pronto a ricredermi in progress, a fare ammenda, a chiedere scusa, persino a gridare evviva papa Leone. Ne ho avuto una prima occasione che riporto di seguito con grande soddisfazione.

«È più facile combattere» le «vittime» che l’«immenso business» criminale. Leone XIV sceglie la Giornata internazionale contro la droga per denunciare le storture dei sistemi che cavalcano le paure facili e le false soluzioni. «Troppo spesso, in nome della sicurezza – sostiene il Papa – si è fatta e si fa la guerra ai poveri, riempiendo le carceri di coloro che sono soltanto l’ultimo anello di una catena di morte. Chi tiene la catena nelle sue mani, invece, riesce ad avere influenza e impunità».  «Il nostro combattimento – spiega Leone XIV – è contro chi fa delle droghe e di ogni altra dipendenza – pensiamo all’alcool o al gioco d’azzardo – il proprio immenso business. Esistono enormi concentrazioni di interesse e ramificate organizzazioni criminali che gli Stati hanno il dovere di smantellare». Da qui il monito. «Le nostre città non devono essere liberate dagli emarginati, ma dall’emarginazione; non devono essere ripulite dai disperati, ma dalla disperazione». E cita Francesco che nell’Evangelii gaudium scriveva: «Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo».

Leone XIV indica «la cultura dell’incontro come via alla sicurezza» e «ci chiede la restituzione e la redistribuzione delle ricchezze ingiustamente accumulate, come via alla riconciliazione personale e civile». Poi delinea un’agenda di impegno. «La lotta al narcotraffico, l’impegno educativo tra i poveri, la difesa delle comunità indigene e dei migranti, la fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa sono in molti luoghi considerati sovversivi».

Leone XIV richiama ancora il suo predecessore rivolgendosi al “popolo” che ha scelto di lottare contro la droga. «Ricordo che quando Papa Francesco entrava in un carcere, anche nel suo ultimo Giovedì Santo, si poneva sempre quella domanda: “Perché loro e non io?”». (dal quotidiano “Avvenire”) 

Sto seguendo seppure in modo molto superficiale l’attività di papa Leone XIV: è un papa senza evidente carisma. Abituati al torrente in piena di Bergoglio, ci dovremo abituare ad una Chiesa meno papacentrica. Alla sua carenza di appeal suppliscono i media che ne seguono le mosse in modo apertamente strumentale, quelli di regime e di destra (Il Giornale in particolare) che hanno tirato un sospiro di sollievo e che gli stanno facendo un gran brutto servizio riducendolo ad un pontefice indietrista. L’intelligenza non gli manca e quindi se ne sarà sicuramente accorto. Il mio amico Pino dice che deve stare attento a non farsi intortare da Giorgia Meloni e c. Ma poi, chi sono io per giudicare e dare consigli ad un papa?

Si vis pacem para ministerium

La proposta. Un ministero della pace è necessario. A guidarlo dovrebbe essere una donna. Dare un nome così impegnativo a un incarico di governo significherebbe fare qualcosa di profetico, in tempi di guerra. Dare un incarico a una figura femminile lo sarebbe ancora di più.

Le guerre sono tornate dentro casa, anche se facciamo finta che riguardino solo gli altri, e noi interpretiamo la parte comoda di chi invia soltanto armi di difesa o di chi aumenta l’arsenale militare per prudenza. Quelle guerre che, almeno in Europa, pensavamo di aver consegnato ai soli libri di storia, sono invece tornate dentro i giornali e le cronache, dentro i temi dei nostri figli a scuola. Da qui una prima domanda: non sarebbe opportuno o necessario cambiare almeno il nome dell’attuale Ministero della difesa in “Ministero della difesa e della pace”? Così, dopo la prima trasformazione da Ministero della guerra a Ministero della Difesa, oggi, in un tempo tornato drammaticamente bellico, si potrebbe fare un passo culturale ed etico nella sola direzione giusta, con un umile cambiamento del nome.
Ma si potrebbe fare ancora qualcosa di più e di davvero profetico: prendere molto sul serio la Campagna per l’istituzione di un Ministero della pace, originariamente lanciata negli anni Novanta da Don Oreste Benzi, poi rilanciata su queste pagine qualche mese fa da Stefano Zamagni (in questo buon allievo di Don Oreste), e oggi fatta propria da diverse associazioni. Cosa c’è di più opportuno e necessario di questo nuovo ministero? La politica ha altro in mente, lo vediamo, e così firma la richiesta Nato di riarmo, rispondendo in modo sbagliato alla nostra stessa preoccupazione. Solo una campagna che diventa prima palla di neve e poi valanga potrà ottenere ciò che oggi appare solo desiderio o utopia. Perché, lo sappiamo dalla storia, quando la realtà raggiunge e supera una invisibile soglia critica, essa rivela una sua disciplina assoluta che si impone sopra tutte le ideologie e gli interessi di parte.
Come dovrebbe funzionare un tale Ministero? Quali i suoi uffici e dipartimenti? Quali le sue competenze? Tutto questo si vedrà, ma ora occorre solo continuare la campagna, a tutti i livelli. Perché, come amava dire Don Oreste, «le cose belle prima si fanno e poi si pensano». E cosa c’è di più bello della pace? In ogni tempo, in ogni luogo, nel nostro tempo?
Infine, il ministro di questo nuovo Ministero dovrebbe essere una donna. La Bibbia è piena di “donne di pace” (alle quali Avvenire ha dedicato una lunga campagna giornalistica, ndr) che hanno saputo usare il loro talento relazionale per evitare potenziali conflitti. Abigail, l’anonima donna di Tekòa, la regina Ester. Donne sapienti che riuscirono ad evitare guerre con le loro parole diverse, con un logos di pace. Forse perché da piccoli ci insegnano a trasformare i primi suoni e rumori in parole, perché nutrono i loro bambini con latte e storie, o forse perché per migliaia di anni, sotto le tende, si scambiavano soprattutto parole di vita. Forse per tutto questo e certamente per altro ancora, le donne sanno spesso parlare di pace diversamente e meglio degli uomini. Soprattutto sanno cercare, creare, inventare parole che non ci sono ancora, ma che devono assolutamente esserci per continuare a vivere. Una donna ministra della pace. Magari una madre, perché la storia della pace e delle guerre dovrebbero scriverla soltanto le madri. (“Avvenire” – Luigino Bruni, Vicepresidente Fondazione The Economy of Francesco)

Un tempo si diceva che se non vuoi affrontare e risolvere un problema devi istituire una commissione al riguardo. Non vorrei che finisse così anche per i ministeri: ce ne sono tanti, forse troppi, e si ha l’impressione che siano istituzioni burocratiche molto lontane dalla sostanza dei problemi. Tutto dipende da chi li regge. L’importanza di una qualsiasi istituzione non dipende dal nome e nemmeno dallo statuto, ma da chi ne porta avanti e valorizza la funzione.

Le dotte motivazioni portate da Luigino Bruni per l’istituzione del ministero della Pace sono serie e rispettabili, ma non mi convincono: sanno tanto di specchietto per le allodole, di alibi demagogico per coprire istituzionalmente le malefatte politiche.

“Vestissa ‘n päl e ’l parrà ‘n cardinäl”, dice un proverbio dialettale parmigiano. L’istituzione del ministero della pace appare come un’operazione di pura cosmesi democratica se non viene accompagnata da una profonda revisione politica basata sull’inequivocabile dettato costituzionale: l’articolo 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, promuovendo un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. C’è già dentro tutto! L’obbligo di evitare la guerra così come viene anche oggi portata avanti, per segnare i rapporti di forza tra le nazioni e per impostarli in modo unilaterale, totalmente al di fuori di un ordine internazionale che favorisca la pace e la giustizia.

Quando si costruisce una casa, si comincia dalle fondamenta e non dal tetto. Capisco come nel vuoto politico possa venire il desiderio di cercare qualche scorciatoia che ci costringa a cambiare strada, ma, se non cambia la meta del viaggio, rischiamo di girare a vuoto.

La proposta, poi, di un ministro della pace donna risponde ad un sacrosanto principio: le donne devono avere accesso alle più alte, importanti e delicate cariche dello Stato. Ma, come sostiene autorevolmente Edith Bruck, l’accesso di una donna ad una funzione pubblica rilevante non è un bene in sé. “Anzi, spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini, tendono a volerli superare e fanno peggio di loro”. Questa è forse la mia più grande delusione socio-politica: speravo che la donna potesse sbloccare tante situazioni di ingiustizia e di guerra, invece…

Le guerre le vincono sempre coloro che le dichiarano (e sono prevalentemente se non esclusivamente uomini, mentre le perdono sempre coloro che le subiscono (e sono soprattutto donne). Sarebbe molto interessante innescare qualche meccanismo che rompa questo macabro equilibrio. Portare le donne sic et simpliciter nelle belliche stanze dei bottoni potrebbe cambiare qualcosa di rilevante? La pace e la guerra non sono categorie inquadrabili nell’appartenenza a uno dei due sessi dal punto di vista culturale. Magari fosse così… La pace e la guerra sono invece riconducibili indistintamente ai due sessi, ne costituiscono purtroppo un tratto comune.

Ditemi cosa portano di sapienza femminile Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni? Un autentico spreco del patrimonio culturale delle donne! Mi dispiace doverlo ammettere, ma queste gentili signore hanno ruoli ben più rilevati di un eventuale ministro della pace e non fanno nulla per distinguersi dalla deriva egoistica in cui anche l’Europa sta sprofondando. Come sono solito drasticamente affermare, le donne non si sono tanto preoccupate della parità dei diritti, ma si sono accontentate di raggiungere la parità dei difetti.

Se non avessi grande stima per i proponenti, sarei portato a considerare il ministero della Pace come un elegante diversivo per continuare tranquillamente a portare avanti politiche di guerra. Tutto può servire alla causa della pace, ma non facciamo finta che…

 

Fuga da Alcatrump

Stati Uniti. Trump rinchiude gli immigrati nella gabbia: è l’Alcatraz degli alligatori. La prigione sorge su una remota pista d’atterraggio nel parco nazionale delle Everglades e potrà ospitare fino a 5mila persone. Il presidente degli Usa in visita: «Fantastica». Zanzare, pantere, pitoni, serpenti e coccodrilli. È in una palude a sud di Miami, in Florida, che è stato costruito un nuovo centro di detenzione per migranti irregolari. L’“Alcatraz degli alligatori”, così è stata soprannominata la struttura, potrà ospitare fino a 5mila persone. A inaugurarla, ieri, è stato il presidente Donald Trump che è riuscito a fare dell’ironia sullo scenario che attende gli “ospiti”: «Se volessero evadere, dovrebbero imparare a correre in questo modo per fuggire agli alligatori – ha sottolineato mimando una traiettoria a zigzag – così le loro chance di sopravvivere aumenterebbero dell’uno per cento». (“Avvenire” – Angela Napoletano)

E io dovrei essere cittadino di un Paese alleato con gli Usa che si lasciano sgovernare da questo incredibile e vomitevole personaggio? Giorno dopo giorno, dopo essermi sentito umiliato come persona umana, arrivo a ipotizzare per l’Italia una posizione geopolitica non allineata a nessuna potenza (persino fuori dall’Europa finché guazza nel pantano trumpiano), a costo di essere isolati politicamente e tagliati fuori da ogni rapporto economico. Meglio soli che male accompagnati!

Sì, perché oltre tutto questo cinico sgovernante americano sta mettendo su una compagnia di merende a livello mondiale con i suoi degni compari Putin, Netanyahu e Xi Jinping. Non è una combriccola molto diversa da quella fra Hitler, Mussolini e Hirohito.

Mi sento stretto in una morsa e rischio di soffocare dal punto di vista etico e politico. Mi chiedo: il mondo è sempre stato così e magari solo ora viene a galla tutto il putridume geopolitico? Finora abbiamo giocato a fare i democratici? Domande atroci!

Mi sento in perfetta sintonia con don Lorenzo Milani che affermava: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri».

 

Ossigeno etico-politico in pillole

Oggi cedo la parola ad un amico col quale da tempo ho aperto un proficuo dialogo a trecentosessanta gradi e che mi regala preziose perle di politica spesso coniugata con l’ispirazione religiosa.

Quindi ritengo opportuno fare riferimento ai preziosi, acuti e provocatori messaggi che mi invia il caro amico Pino, mandandomi autentiche ventate di aria fresca e pulita, proveniente dal passato, ma capace di mettere a soqquadro il presente. Li riporto di seguito in ordine sparso: pillole che rientrano però in una organica terapia disintossicante rispetto alla infettiva narrazione che ci viene propinata.

Nel bel mezzo del “casino” del riarmo Nato, propongo due gesti programmatici: un “rutto” a Rutte (segretario generale della Nato) e uno “sberleffo” alla statista Meloni (NdR: diranno che è istigazione a perseguitare la nostra premier, insuperabile nella sua verve vittimista).

Nel casino totale mi chiedo dove sia finito Mario Draghi, scomparso dalla scena, mentre Trump e Putin stanno trascinando le “nazioni” in una economia di guerra.

Nel 1969 Giorgio La Pira, al Comitato per il disarmo, affermò che andavano denuclearizzati l’Europa e il Mediterraneo, togliendo la Nato e il Patto di Varsavia e piantando, a servizio dei popoli del Terzo Mondo e di tutti i popoli della terra, la tenda della pace! Il sogno che parte dal profeta Isaia e che deve ancora attuarsi. Preghiamo e speriamo!

Gli Stati si comportano come se la storia fosse opera dell’uomo ed ignorano che essa è fondamentalmente opera di Dio (così pensava Giorgio La Pira). La storia umana è mossa da un vento misterioso ma effettivo, lo Spirito di Dio, ecco il perché del valore incalcolabile della preghiera.

Speriamo che papa Prevost prenda le giuste misure alla Meloni, non si faccia intortare, perché la Meloni è una “intortatrice” di papi. Prima Francesco, adesso ci prova con Prevost.

Manca il laicato cattolico: pensiamo al rapporto franco De Gasperi-Pio XII e La Pira-Paolo VI. Quelli erano cattolici con le palle. Ora il tessitore è Alfredo Mantovano per conto di Giorgia Meloni. Pensiamo a come La Pira metteva a tacere quel mezzo liberale di don Sturzo. Ci siamo abituati alla mediocrità…

Parole di Giuseppe Dossetti sulla Costituente: “la collaborazione con l’intelligenza acuta e pensosa di Aldo Moro e il confronto con Lelio Basso e soprattutto con Palmiro Togliatti, che – pur nella diversità della concezione generale antropologica e quindi politica – molto mi arricchì con la sua vasta esperienza storica e con la sua passione per un rinnovamento reale del nostro Paese rispetto alla situazione prefascista…è incalcolabile quello che debbo alla fraternità e alla inesausta capacità di speranza e di amore di Giorgio La Pira, al suo fascino di purezza e di contemplazione” (dal libro “Giuseppe Dossetti. Con Dio e con la storia”).

Resta per me un mistero cosa aspettino in Vaticano a spingere per la beatificazione di Giorgio La Pira…ci deve essere di mezzo qualche ultraconservatore…

Valori no, interessi forse, ricatti sì

Ecco come funziona veramente la geopolitica. C’è una lezione canadese che vale un po per tutti noi. Dunque, Mark Carney, il premier canadese, era stato presentato come il leader della riscossa nazionale contro Donald Trump, contro le offese e le arroganze, le minacce del vicino di casa grosso e prepotente. Mark Carney, in realtà ha appena fatto una spettacolare retromarcia. Aveva annunciato una tassa digitale che di fatto era una tassa sui giganti di Big Tech americani, perché quelli dominano il settore digitale.

Trump aveva minacciato, come ritorsione, di cancellare l’accordo sul commercio bilaterale e Carney, il premier canadese, ha fatto subito marcia indietro. Ha rinunciato alla tassa digitale. Si può interpretare questo episodio come un ennesimo caso di cedimento di fronte alla legge del più forte, di fronte all’arroganza, alla prepotenza. Ma in realtà è una lezione di come funziona veramente la geopolitica, dove contano i rapporti di forza e più della buona morale o dei buoni sentimenti.

Questo va anche a giustificare, tra l’altro, il comportamento dell’Unione Europea in questa fase delle trattative commerciali con Washington. Molto pragmatico, molto prudente. Ogni tanto delude certi commentatori che vorrebbero un’Unione europea più battagliera, più cattiva nei confronti degli Stati Uniti. Ma le regole del gioco sono quelle da sempre. Nel caso Stati Uniti, Canada il comportamento è stato molto logico da ambo le parti.

Donald Trump è stato eletto per difendere gli interessi degli Stati Uniti. In questo caso ha difeso gli interessi dell’industria nazionale contro una tassa che sarebbe stata punitiva. Carney è stato eletto anche lui per difendere gli interessi canadesi e, naturalmente, soppesando i vantaggi che ricavava dalla tassa digitale, gli svantaggi, i costi, i danni da una rottura dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti ha preferito rinunciare alla tassa digitale.
Così funziona il mondo, che ci piaccia o no. (Federico Rampini / CorriereTv)

Ci sono tre modi per impostare i rapporti fra gli Stati: basarsi sui valori provenienti da comuni visioni democratiche, mettere meramente in gioco gli interessi reciproci, far prevalere la potenza a livello di veri e propri ricatti. In questa fase storica se i valori non contano una cicca frusta, persino gli interessi non vengono discussi e confrontati per arrivare a soluzioni di compromesso; si va dritti all’applicazione del criterio della bilancia, quella dell’episodio in cui il capo gallo Brenno, dopo aver sconfitto i Romani e occupato Roma, pretese un riscatto in oro. Durante la pesatura dell’oro, Brenno aggiunse il peso della sua spada, esclamando “Vae victis!” (Guai ai vinti!). Questo episodio, narrato da Tito Livio, simboleggia la sconfitta romana e la crudeltà della vittoria gallica.

E ci dovremmo rassegnare, più cinicamente che pragmaticamente, ad un simile funzionamento della geopolitica? Contro la forza la ragione non vale? Non c’è spazio per la discussione, per il dialogo, per il confronto: tutto viene risolto in base alla legge del più forte. È la fine della politica che dovrebbe tenere conto della forza delle idee: nella deriva populista vince e decide tutto chi ha più voti (non importa come raccolti e come pesati), le istituzioni democratiche diventano una mera pantomima, il popolo si illude di decidere mentre in realtà consegna soltanto una delega in bianco; nell’impostazione sovranista ogni Stato si chiude a riccio e si illude di contare qualcosa mentre in realtà subisce i diktat del più forte.

Queste sono le scorciatoie anti-democratiche che vanno sempre più di moda. L’Europa, in questo desolante quadro. dovrebbe inchinarsi a questa imprescindibile logica, abbandonando ogni e qualsiasi intento di comune difesa dei valori e finanche degli interessi per ripiegare sulla difesa armata quale unica modalità per non arrendersi allo strapotere (certo) economico statunitense e a quello (ipotetico) militare russo?

L’Inghilterra ha scelto di andare per la tangente, la Germania mette in campo la sua residua forza economica, la Francia accarezza i soliti sogni di grandeur, l’Italia fa l’Italia e dà un colpo al cerchio europeo e un colpo alla botte americana, i Paesi dell’Est europeo hanno munto ben bene la vacca e ora giocano in modo piuttosto sporco a fare i populisti e i sovranisti scopiazzando un po’ Putin e un po’ Trump.

Mi dispiace per Federico Rampini, ma un mondo che funziona così non mi piace, non lo accetto e spero che prima o poi imploda. Il problema saranno i tempi e i modi dell’implosione. Tempi lunghi in attesa del risveglio delle coscienze e persino dei portafogli. Modi che purtroppo potrebbero consistere in bagni di sangue sempre più invasivi e pervasivi.

Tragedia americana e commedia italiana

Wag the dog, ovvero: «Fai scodinzolare il cane», creando l’illusione che sia la coda a far muovere il cane e non viceversa. La metafora si attaglia a meraviglia alla drammatica situazione a Los Angeles e San Francisco (ed altre città americane), dove migliaia di soldati della guardia nazionale, settecento marine in assetto di guerra, blindati per le strade e droni militari nei cieli sono stati chiamati direttamente da Donald Trump per reprimere la «rivolta» esplosa nel cuore della California per difendere gli immigrati dai raid ordinati da Washington. Los Angeles brucia e il ricordo dei disordini per la morte di Rodney King del 1992 non è poi così lontano. Solo che stavolta c’è il trucco di un illusionista.

(…)

Un caos gestito a fini mediatici che non fa che rafforzare l’immagine – ma diciamo pure la deriva – di un presidente-autocrate che dalla turbolenza delle piazze ricava la legittimità a spazzare via il pericolo-immigrati, vuoi con il transito temporaneo (sempre che lo sia) di centinaia di irregolari a Guantanamo, vuoi con la crescente repressione violenta delle manifestazioni pacifiche.

Cose che, tutte quante, erano state previste e modellate nel famigerato Project 2025 – il manifesto di destra della Heritage Foundation cui si ispirano Trump e il suo redivivo sodale (e avversario mortale di Elon Musk) Steve Bannon – nel quale si promuove la necessità di ricondurre l’intero potere esecutivo dello Stato federale sotto il controllo diretto del presidente, assumendo la guida di tutti i ministeri e di tutte le diciotto agenzie federali per la sicurezza (dalla Cia all’Fbi alla Nsa), riducendo drasticamente il welfare e promuovendo la deportazione in massa dei clandestini, degli illegali e di coloro che non hanno ancora maturato i diritti di permanenza sul suolo americano. Uno dei capitoli-chiave di Project 2025 si intitola “Riprendere il Paese dalla sinistra radicale”. Ed è quello che, fra un’ondata di arresti e l’altra, Donald Trump sta facendo. Con l’aiuto cruciale del disordine che sta infiammando le piazze. Inconsapevoli comprimarie di un disegno accuratamente ideato a tavolino. (dal quotidiano “Avvenire” – Giorgio Ferrari)

Quanto sta succedendo negli Usa, come si è (quasi) sempre verificato nel bene e nel male, è di ispirazione e di esempio per il nostro Paese?

Il cosiddetto premierato non è forse la morbida strada per ricondurre il potere esecutivo sotto l’egida del presidente e per condizionare in modo esiziale tutti gli altri poteri dello Stato?

Non c’è in atto un ridimensionamento del welfare, basti pensare alla sanità pubblica ridotta ai minimi termini, seppure camuffato all’italiana, vale a dire con la tipica falsa socialità della destra estrema sbandierata corporativisticamente con reiterati interventi strappa-applauso rivolti a platee compiacenti?

Non assomiglia alla deportazione il progetto, peraltro fallito prima di partire, di trasferimento in Albania degli immigrati più o meno irregolari? E i respingimenti di salviniana paternità? E la volontà di ridimensionare le ong impegnate nel salvataggio dei naufraghi? Non sono tutti inquietanti elementi di una strategia di muro all’immigrazione?

E che dire del tentativo di silenziare le proteste, di squalificare aprioristicamente le critiche, di criminalizzare le diversità, di gridare al complotto, di ridurre l’informazione pubblica a mera cassa di risonanza del potere inteso in senso più presidenziale che governativo? Non sono tutti escamotage rientranti nella solita manfrina dell’assimilazione di ogni e qualsiasi dissenso al comunismo strisciante?

E l’ossessionante puntare sul fuoco dell’insicurezza per offrire false sicurezze a suon di reati sparsi a piene mani, l’enfatizzazione di ogni piccolo disordine come attentato all’ordine pubblico non sono il presupposto per giustificare svolte antidemocratiche o per introdurre nella mentalità della gente subdole motivazioni al fine di sostituire più o meno gradualmente la difficile scelta democratica con il facile e sbrigativo regresso autoritario?

Come spesso accade l’imitazione è peggio dell’originale, infatti mentre Trump fa paura, Meloni fa pena, circondata da una classe dirigente squallida, costretta a fare i conti con una snervante rissosità all’interno della sua maggioranza, costantemente ed unicamente preoccupata della propria immagine e di verificarsi allo specchio quale donna più ammirabile del mondo politico.

Guardando agli Usa si assiste ad una vera e propria tragedia in cui sta morendo la democrazia, guardando all’Italia si vede, almeno per ora, una commedia tendente alla farsa, in cui la democrazia viene presa letteralmente in giro. La tragedia può trasformarsi in commedia, ma può succedere che la commedia si muti in tragedia.

La pace è un valore assoluto e irrinunciabile

La corsa al riarmo dell’Europa sembra essere ineluttabile, ma più che i propositi bellicosi in questa fase preoccupano le parole d’ordine. Non che i fatti delle ultime ore, messi in fila, non appaiano preoccupanti: solo ieri il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha spiegato la decisione di Berlino di togliere limitazioni alla gittata delle armi vendute all’Ucraina come un allineamento del suo Paese alle scelte di altri partner europei, proprio mentre il Consiglio Ue dava il via libera al primo grande programma di investimento militare comunitario, il cosiddetto programma Safe, pari a 150 miliardi e destinato agli Stati membri che intendono rafforzare le proprie capacità in settori come la difesa missilistica e i droni.

Progetti e risorse destinate a cambiare per sempre l’economia del Vecchio continente. Davvero ci stiamo preparando ad abbandonare l’epoca gloriosa del welfare state per passare al warfare state? Dallo stato sociale a uno stato di guerra? Come ha ribadito ieri il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, nella sua Introduzione ai lavori del Consiglio permanente, «non possiamo non ribadire che la produzione industriale che vuole riconvertire in armi alcune delle aziende in crisi non fa bene né alla nostra economia né al mondo». Ma che ne pensano, in tutto questo, le opinioni pubbliche del vecchio Occidente?

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L’insensata cavalcata bellica pare essere una strategia decisa a tavolino dalle cancellerie e dai palazzi del potere e il paradosso è che ciò sta avvenendo nel momento di maggior fulgore dell’avanzata populista. Proprio adesso che i leader si fanno vanto di interpretare gli stati d’animo genuini dei loro popoli, si avverte ancor più nettamente lo strappo tra le élite e la base che si voleva ricomporre. L’orrore per quanto sta avvenendo a Gaza e lo stato di assuefazione per la guerra in Ucraina, di cui ancora non si vede la fine, hanno avuto l’effetto di ricompattare tante persone di buona volontà cresciute in tempo di pace, ostili per formazione e per cultura ai nuovi slogan.

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È inutile applaudire all’invito alla «pace disarmata e disarmante» di Papa Leone XIV se poi si procede in direzione contraria. Varrebbe forse la pena ascoltare i racconti di chi opera negli scenari di guerra per far tacere le armi. In questi giorni abbiamo visto in Italia lenzuola bianche esposte ai balconi per le vittime della Striscia, abbiamo assistito ai digiuni di solidarietà attuati dai sindaci, abbiamo raccolto proposte su ponti umanitari necessari a salvare i superstiti delle bombe in Medioriente. Ecco: sono questi segnali di ribellione civile, composta ma dignitosa, i pilastri su cui costruire una nuova architettura di pace. Nulla, per fortuna, è ancora perduto. (dal quotidiano “Avvenire” – Diego Motta)

Le opinioni pubbliche vanno in senso opposto rispetto ai governanti, ma i governanti sembrano fregarsene altamente. Fino a quando? Attualmente la prospettiva bellica non scalda i cuori come purtroppo avveniva un tempo.

Resta però un inquietante interrogativo: come mai la gente, che sembra prevalentemente e fortemente ostile alla logica bellica che sta imperversando, quando si tratta di andare al voto, concede così tanta preferenza per i partiti politici inguaiati nel pragmatismo se non addirittura nel fanatismo bellico? Voglio sperare che non esista una divaricazione nelle coscienze: ripudio della guerra a livello personale e sociale, accettazione della guerra a livello politico, come se la politica dovesse viaggiare necessariamente su un altro binario rispetto alla volontà popolare. In teoria siamo contrari, ma in pratica…

I governanti tendono furbescamente a squalificare le proteste di piazza, bollandole come sfogatoio di insensati visionari e di utili idioti. È comodo prendere a riferimento un gruppo di facinorosi per infangare una massa di cittadini che protesta civilmente. È altrettanto comodo assimilare i pacifisti ad irragionevoli venditori di fumo, dividere la gente fra buonisti e realisti.

La premier Giorgia Meloni ha rispolverato il famoso detto “si vis pacem para bellum” per giustificare la insensata scelta riarmista italiana: nemmeno mediata dalla necessità di una fantomatica difesa comune europea, ma situata nella logica di rispondere a livello nazionale alle provocazioni trumpiane in sede Nato.

La narrazione prevalente a livello politico europeo è quella di stare dalla parte del manico riarmista per difendersi dai pericoli dell’imperialismo russo. Rifiuto categoricamente questa logica per diversi motivi. Innanzitutto, sarò ingenuo, ma non vedo questo rischio immanente e questa conseguente necessità impellente. In secondo luogo sono convinto che la diplomazia rappresenti l’unico strumento strategico adottabile e che la politica abbia un senso solo se parte dal perseguimento della pace ad ogni costo. In terzo luogo, da cattolico credente e praticante, ritengo che il porgere l’altra guancia non sia una impossibile virtù, ma un’assoluta necessità. Da ultimo si intravede nelle prospettive riarmiste soprattutto la possibilità di rilanciare l’industria pesante a livello europeo, soprattutto germanico, e statunitense: il folle perseguimento di una economia di guerra.

E poi, non accettiamo anche la criminale e vendicativa guerra di Israele contro i palestinesi? Ci dobbiamo difendere anche dai palestinesi e magari da Hamas? Ma fatemi il piacere… Siamo dentro in una spirale e non riusciamo a venirne fuori.

Mi sembrano piuttosto flebili le voci pacifiche e decisamente deboli le unificanti iniziative per la pace: tuttavia insistiamo. La strada giusta è questa. Bisogna avere fede incrollabile a livello sociale (protestare) e… religioso (pregare).

Mio padre, ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra, reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».

Un mio carissimo amico in questi giorni mi ha inviato il seguente messaggio: “Mi sembra che a dettare la traiettoria della pace non siano né Trump, né l’Europa, né la diplomazia vaticana (già, sembra, messa in discussione dai russi), ma solo Putin. Deve averlo capito bene Prevost, che a fine udienza di mercoledì ha invitato i fedeli a pregare ogni giorno il rosario per la pace, richiamando il messaggio di Fatima. Subito il pensiero va al grande Giorgio La Pira, che faceva pregare le suore di clausura di tutto il mondo, richiamandosi al messaggio di Fatima. Scriveva ad una superiora: ‘La più potente forza storica che muove i popoli e le nazioni, che finalizza la storia intera è l’orazione’. Come vorrei avere una briciola della sua fede!!! Preghiamo anche noi un po’ di più per la pace, per la fine del massacro del popolo palestinese e del martoriato popolo ucraino e perché lo Spirito Santo illumini qualche politico capace e umano di cuore”.

 

 

La briciolona di Bezos stuzzica l’appetito di giustizia

Il filosofo Massimo Cacciari è stato sindaco di Venezia per 12 anni. E oggi in un’intervista a Repubblica dice la sua sul matrimonio di Jeff Bezos nella città lagunare. Partendo da una presa di posizione ben precisa: «Non me ne frega niente. Se fossi ancora sindaco ignorerei mister Amazon e non l’avrei invitato». Riguardo al presunto merito di accendere i riflettori del mondo sull’agonia della città, secondo Cacciari è «falso, sono sicuro che nessuna luce brilli e che del nostro destino non interessi nulla a nessuno». Ma il problema è «la montagna di sciocchezze che si dicono per confondere le acque».

Secondo l’ex primo cittadino «se si infilano in un frullatore Bezos, Venezia, le guerre, Trump, le ingiustizie, la distruzione del pianeta, il capitalismo, l’evasione fiscale, l’overtourism, il lusso e via elencando, esce un liquido in cui nulla è più distinguibile. La confusione mira a impedire la comprensione dei problemi». In questa gara il peggiore è «il presidente del Veneto Luca Zaia. Ha attaccato l’Anpi, critica verso Bezos, ponendo sullo stesso piano mister Amazon, i suoi ospiti e lo sbarco degli americani che hanno liberato Europa e Italia dal nazifascismo. Sarebbe una barzelletta, o la conferma che all’idiozia non ci sono più limiti. Zaia però conosce la storia e dunque le sue parole da una parte segnalano che la classe dirigente dell’Occidente si è bruciata il cervello: dall’altra sono la prova dell’esistenza di un disegno deciso a smantellare i valori e i diritti democratici fondati sulla resistenza alle dittature».

Bezos invece «è qui per confermare che Venezia la si aiuta solo a patto che accetti di essere il palcoscenico a disposizione di chi ha bisogno di visibilità, o di ostentare il proprio potere. Chi falsifica questa realtà ricorda i folli proclami sull’Europa». Mentre da decenni la sinistra «lascia via libera ai neo-liberisti. Scopre a Venezia il loro disastro? Mille persone possiedono il doppio del Pil italiano: ai No Bezos voglio bene, ma le loro manifestazioni sono impotenti. Alla fine li contesta proprio chi è vittima del sistema che loro denunciano: quello che oggi permette la sopravvivenza a chi si era invece sempre sentito protetto dalla solidarietà».

I 3 milioni di donazione promessi da Bezos infine sono «briciole sparse perché detraibili dalle tasse grazie alle Fondazioni. Venezia nemmeno se ne accorge». Ma il denaro «è l’ultimo dio dell’umanità e se parliamo di oro Venezia non è un’isola. Ma se l’oro è dio, il muro della democrazia crolla. Il matrimonio veneziano di Bezos non può essere aperto e democratico: per questo dimostra che mattone dopo mattone il muro sociale dell’Occidente viene giù». (open.online)

Mio padre su questa vicenda di ricchi epuloni, che lasciano cadere qualche briciolona dalle loro tavole per i poveri mortali, sa la caverebbe con un semplice “Chi el lilù?”, riferito a Bezos, proprietario di Amazon. Reazione analoga a quella di Massimo Cacciari! Come (quasi) sempre, il filosofo coglie nel segno.

Eravamo nei primi mesi del 1969, avevo in tasca un fresco e brillante diploma di ragioniere, avevo appena cominciato a lavorare al centro elaborazione dati della Barilla, ero stato assunto in prova, c’era lo sciopero generale di solidarietà per i dipendenti della Salamini, azienda che stava per fallire. Ricordo con emozione il caso di coscienza che mi si poneva: aderire allo sciopero comportava qualche rischio non essendo ancora dipendente a titolo definitivo, gli stessi sindacalisti interni mi avevano concesso di comportarmi liberamente, i colleghi anziani facevano strani discorsi sull’opportunità di uno sciopero a loro avviso inutile, gli impiegati più scettici temevano di danneggiare ingiustamente la Barilla per colpa della Salamini. Il signor Barilla per loro era un benefattore dell’umanità e non lo si doveva disturbare.

Credevo nel sindacato, nella solidarietà tra lavoratori, nello sciopero come diritto e come strumento di lotta, mi importava dei lavoratori della Salamini, i quali stavano rischiando il loro posto, e non mi preoccupava il fatto di creare problemi al mio datore di lavoro disturbandone la verve benefica.

Alla fine andai a lavorare col “magone” dribblando il cordone sindacale posto all’ingresso della fabbrica. In un certo senso aveva vinto l’egoismo anche se gli stessi sindacalisti non avevano preteso da me un atto di coraggio.

Mi è tornato alla mente questo piccolo episodio della mia vita in concomitanza con la smodata ostentazione del benefico lusso spacciato per manifestazione del moderno sociologismo solidaristico.

Credo che Venezia e il mondo non abbiano bisogno di pur grosse pelose elemosine: questa è la giustizia dei ricchi! Non solo la loro mano sinistra, ma le mani sinistre del mondo intero, sanno quel che fa di buono (?) la loro mano destra.

Abbiamo bisogno di altro…

«Dobbiamo rilanciare l’etica della condivisione. E per etica della condivisione non intendo la condivisione del superfluo, ma una vera equità che parta dalla ridistribuzione di beni e risorse che non dovranno più essere nelle mani di pochi. Solo ad armi pari si potrà avere anche un’autentica meritocrazia. La redistribuzione dei dividendi non può che avvenire sull’esempio di Gesù che accoglie i poveri a tavola, con la loro dignità umana riconosciuta e valorizzata. Per me non c’è altra via: chi possiede molto deve dare a chi non possiede nulla. Gesù ci sprona a una solidarietà rivoluzionaria e a costruire un modello di società in cui la persona è al centro: l’uomo, la donna, il cittadino sono i sovrani, e non il mercato. Oggi pare siamo diventati sudditi del mercato» (don Andrea Gallo).

È molto pericolosa la bigotta legittimazione dell’ingiustizia così come la provocante ostentazione del lusso. Sono effettivamente la ciliegina sulla torta della confusione che, come sostiene Cacciari, impedisce la comprensione dei problemi.

Ricordo quando mi recavo all’Arena di Verona in estate per godere spettacoli d’opera indimenticabili. All’ingresso della platea si venivano a creare due vere e proprie ali di folla: erano i curiosi che “sgolosavano” al passaggio dei “vip” eleganti e famosi. I poveri senza dignità: piuttosto andatevene a casa e canticchiate l’opera lirica per tutta la sera, ma fregatevene dei ricchi e non invidiateli.

“Panem et circenses” è una locuzione latina che significa “pane e giochi (circensi)”. È una frase attribuita al poeta romano Giovenale, che la usò nelle sue Satire per criticare il modo in cui i governanti romani mantenevano il controllo sulla popolazione, offrendo cibo e intrattenimento (come i giochi nel circo) invece di affrontare i problemi reali. La storia si ripete con le moderne armi della distrazione di massa utilizzate a più non posso. Da una parte la “distruzione” di massa operata con le guerre, dall’altra la “distrazione” di massa operata anche dai Bezos di turno.

E chi protesta viene immediatamente emarginato e compatito se non addirittura criminalizzato. Il mondo va così…Guai a chi vuole scendere dal treno! Forse è vero, come afferma Cacciari, che la protesta si rivela impotente. E allora? Ci hanno tolto persino il gusto di gridare contro l’ingiustizia, scatenando la guerra fra i poveri che chiedono giustizia e quelli che si illudono di ottenerla da Bezos.

Attenti a Bibì e Bibohibò

Il processo a Bibi Netanyahu dovrebbe essere annullato immediatamente, o dovrebbe essere concessa la grazia a un grande eroe, che ha fatto così tanto per il suo Stato”. Lo scrive Donald Trump su Truth a proposito del processo per corruzione a carico del premier israeliano.  “Forse non conosco nessuno che avrebbe potuto lavorare in migliore armonia con il presidente degli Stati Uniti di Bibi Netanyahu. Sono stati gli Usa a salvare Israele, e ora saranno gli Usa a salvare Bibi Netanyahu. Non possiamo permettere questo paradosso della giustizia”, ha incalzato il tycoon.

“Sono rimasto scioccato nell’apprendere che lo Stato di Israele, che ha appena vissuto uno dei suoi momenti più grandi della storia ed è guidato con forza da Bibi Netanyahu, sta continuando la sua assurda caccia alle streghe contro il suo primo ministro! Bibi ed io abbiamo appena attraversato l’inferno insieme, combattendo un nemico di Israele tenace e di lunga data: l’Iran. Bibi non avrebbe potuto essere migliore, più acuto o più forte nel suo amore per l’incredibile Terra santa. Bibi Netanyahu è stato un guerriero come forse nessun altro guerriero nella storia di Israele, e il risultato è stato qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato possibile: la completa eliminazione di una delle armi nucleari potenzialmente più grandi e potenti al mondo”, prosegue Trump. “Stavamo lottando, letteralmente, per la sopravvivenza di Israele, e non c’è nessuno nella storia di Israele che abbia combattuto più duramente o con più competenza di Bibi Netanyahu. Nonostante tutto questo, ho appena saputo che è stato convocato in tribunale lunedì per la continuazione di questo lungo processo – uno spettacolo dell’orrore da maggio 2020”, ha attaccato il presidente Usa. “Una tale caccia alle streghe, per un uomo che ha dato così tanto, è impensabile per me”, ha sottolineato Trump usando un’espressione con la quale era solito riferirsi ai processi a suo carico. 

 Il presidente israeliano Isaac Herzog ritiene opportuno che il processo contro Benyamin Netanyahu si concluda con un accordo di patteggiamento, ritenendo che Israele sia uno Stato di diritto sovrano e democratico, con un sistema giudiziario indipendente. Sullo sfondo delle dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump, che ha invocato la cancellazione del processo, Herzog sostiene che le parti dovrebbero avviare al più presto un dialogo intenso, come suggerito anche dal tribunale. 

 Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha commentato l’appello del presidente Usa Donald Trump ad annullare i processi nei suoi confronti, dichiarando: “Grazie presidente Donald Trump per il tuo commovente sostegno a me, a Israele e al popolo ebraico. Continueremo a lavorare insieme per sconfiggere i nostri nemici comuni, liberare i nostri ostaggi ed espandere rapidamente il cerchio della pace”. (ANSA.it)

Leggendo la notizia ho pensato dapprima al processo della Corte Penale Internazionale che ha dichiarato Netanyahu come criminale di guerra, invece Trump fa riferimento al procedimento per corruzione in corso nello Stato di Israele.

Infatti chissenefrega delle Istituzioni internazionali, quelle sono un semplice diversivo a cui prestare l’attenzione che si riserva al nonno sclerotico che gira per casa in mutande. Invece ripristinare l’immagine a livello israeliano ha la sua importanza, anche perché Trump ha vicende giudiziarie analoghe negli Usa, finite nella bolla di sapone presidenziale: per Netanyahu si tratterebbe della bolla di sapone (sic!) dell’eroismo bellico.

Questi se la cantano e se la suonano come vogliono, si fanno i complimenti con parole disgustose, si stringono mani lorde di sangue, e “il pubblico applaude ridendo allegramente” (Pagliacci di Ruggero Leoncavallo).

D’altra parte cosa successe fra Pilato ed Erode alle spalle di Gesù?

Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro”.

Personalmente sottoporrei a procedimento giudiziario davanti alla Corte Penale Internazionale anche Donald Trump, senonché questo tribunale non è stato a suo tempo riconosciuto dagli Usa, che evidentemente hanno messo le mani avanti. Ipotizziamo tuttavia, per un macabro gioco di fantasia, che il processo si svolga: probabilmente Trump verrebbe assolto per infermità mentale, vale a dire per schizofrenia politica, che è di gran lunga peggio di quella normale: mentre infatti la vera e propria schizofrenia può creare seri problemi alla limitata cerchia di interlocutori del malato, quella politica crea disastri a livello mondiale.

Della serie “chi schiva ‘n mat fa ‘na bón’na giornäda”, mentre “chi schiva Trump fa un piazér a tùtt al mónd”.