La lingua batte dove il neofascismo duole

“Dal 1922 al 1943 in Italia non c’è stata la democrazia. Benito Mussolini ha sostituito il sistema democratico con una dittatura: il fascismo. Durante questo periodo, il fascismo ha impedito in tutti i modi l’uso delle parole straniere nella lingua italiana, ad esempio ha vietato l’uso delle parole straniere nelle insegne dei negozi, nella pubblicità, nei nomi delle strade e degli alberghi. Una delle parole più usate durante la dittatura è stata sicuramente duce, un termine che in latino, al tempo degli antichi romani, significava ‘capo’, ‘condottiero’, e che gli italiani dovevano usare per indicare Mussolini. Nel 1938 i fascisti hanno anche vietato l’uso del lei. Le persone non potevano più darsi del lei: dovevano usare il voi. Invece di dire “Lei, signora, come sta?” dovevano dire “Voi, signora, come state?”. Ma gli aspetti più gravi sono stati altri. Per prima cosa, il regime fascista ha impedito in tutti i modi l’uso dei dialetti. Poi, ha perseguitato le minoranze linguistiche, gli italiani che parlavano altre lingue, come per esempio quelli che parlavano il tedesco in Alto Adige o lo sloveno nella Venezia Giulia. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, insieme alla democrazia, in Italia sono tornate tutte le libertà, anche quella di usare le parole e le lingue che preferiamo” (Rai scuola).

Mio padre, anche con riferimento al fascismo, usava un modo di dire molto significativo: ”In dò s’ ghé stè a s’ ghe pól tornär“. Il rischio trova paradossale conferma in una proposta di legge, che prevede sanzioni per chi non usa l’italiano e vieta conferenze e corsi universitari solo in inglese. Sembra quasi uno scherzo, ma non è così. Siamo al momento solo a livello di proposta, ma il fatto rispecchia una mentalità ed una logica portate avanti dalla destra italiana al potere. Quando si dice che il fascismo è dietro l’angolo… Infatti il primo firmatario del progetto presentato in Parlamento già da qualche mese è il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia: «Disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana e istituzione del Comitato per la tutela, la promozione e la valorizzazione della lingua italiana».

Viene spontaneo formulare due piccanti osservazioni. La prima: possibile che con tutti i problemi sul tappeto qualcuno pensi di legiferare con simili sciocchezze? La seconda: possibile che in un mondo globalizzato e sempre più integrato qualcuno abbia l’intenzione di mettere indietro le lancette dell’orologio con tali anacronistiche misure? Possibile!

È pur vero che, anche qualora questa proposta diventasse legge, rimarrebbe comunque una grida manzoniana: inascoltata, inosservata e ridicolizzata. Tuttavia la questione non finisce lì. A parte i brividi antifascisti che mette, a parte la contraddizione tra rigurgiti nazionalisti e velleità separatiste, questa iniziativa parlamentare, anche sforzandoci di prenderla sul serio, comporterebbe gravi conseguenze.

Scrive Francesco Riccardi sul Quotidiano “Avvenire”: È importante valorizzare la nostra lingua e ben vengano i previsti comitati di tutela e promozione. Senza però scadere nel nazionalismo e nel sovranismo linguistico. Nell’illusione che tutto sia traducibile in italiano, compresi i termini informatici e delle telecomunicazioni, ad esempio. Come se la globalizzazione non esistesse. Come se la lingua della scienza e dell’economia internazionali non fosse cambiata. Il greco, il latino e anche l’italiano sono state e sono ancora le lingue alla base della medicina. Ma come tutte le lingue anche questa evolve e può sfiorare il ridicolo pretendere che tutte le conferenze scientifiche si tengano in italiano o con traduzione simultanea. Proibire i corsi solo in inglese nelle università, limitare l’insegnamento delle lingue nei licei, rischia di avere come unico effetto quello di isolare il nostro sistema d’istruzione superiore e danneggiare i nostri studenti. Illudersi che basti una legge per fermare la globalizzazione o per affermare l’italiano come lingua unica della comunicazione nazionale e internazionale potrebbe costarci caro. Molto più delle multe previste, per quanto salate”.

Alle sgrammaticature istituzionali (vedi le reiterate uscite del presidente del Senato Ignazio La Russa in materia di anti-fascismo) si aggiungono quelle legislative (ne sono già state introdotte diverse). Sgrammaticature? Solo sgrammaticature?  Oppure pericolosi scivoloni politici che squalificano una maggioranza parlamentare o, ancor peggio, sintomi di malattie pregresse non ancora totalmente smaltite e debellate, pronte a riesplodere magari in modo diverso dal passato ma ugualmente deleterio per il presente e per il futuro?

 

 

La Chiesa fredda e risparmiosa

Alcuni giorni or sono, spinto anche dal periodo liturgico quaresimale, mi sono recato in una basilica cittadina per partecipare all’Eucaristia. Era un giorno in cui faceva ancora piuttosto freddo: regnava il gelo a livello ambientale (riscaldamento pressoché spento) e comunitario (i pochissimi presenti aspettavano l’inizio della messa come si aspetta l’apertura dello sportello di un ufficio pubblico).

Volete sapere cosa ho fatto? Il segno della Croce e me ne sono tornato a casa! Mi risulta che Gesù avesse fatto preparare con cura la stanza per l’Ultima Cena: “Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici”.

Che razza di sciocca speculazione risparmiosa è tenere spento il riscaldamento? “Allora Maria, presa una libbra d’olio profumato di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù, glieli asciugò con i suoi capelli e la casa fu ripiena del profumo dell’olio. Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: “Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?”. Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, ne portava via quel che vi si metteva dentro”. 

Altro che messe ingessate, siamo arrivati alle messe congelate… Se proprio si vuole responsabilizzare i cristiani anche sul piano economico, si introduca una specie di ticket da pagare all’ingresso a copertura delle spese di riscaldamento, pulizia e manutenzione delle chiese (come si fa per i turisti che vogliono ammirare le cupole illuminate). Forse però sarebbe il caso di adottare una sorta di spending review concentrandosi sulla gestione dei fatti religiosi essenziali, lasciando magari perdere molte spese previste dalla impostazione della Chiesa “a chioccia”.

Ancor meglio se il Vaticano e tutto l’ambaradan smettessero di brigare con la finanza più o meno allegra e si preoccupassero solo delle entrate necessarie per soddisfare le due esigenze fondamentali della Chiesa: il culto e i poveri.  “Monsignor Alberto Perlasca firmò senza autorizzazione i contratti che davano a Gianluigi Torzi il controllo esclusivo del palazzo di Londra. Lo Ior, dopo un lungo tira e molla, negò il mutuo richiesto dalla Segreteria di Stato per estinguerne un altro particolarmente oneroso, gravante sullo stesso palazzo. «Se avessero detto subito di no, ci saremmo rivolti ad altri, risparmiando un milione al mese» (in tutto furono sei i mesi trascorsi dalla prima richiesta al no definitivo). Sono i fatti raccontati dal sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, ascoltato nell’aula del processo sull’immobile di Sloane Avenue a Londra, in qualità di testimone” (dal quotidiano Avvenire del 18 marzo 2023).

La Parola di Dio mette i brividi non tanto perché annunciata con cura e impegno, ma perché confinata nel frigorifero del tempio; i poveri staranno ancor più freschi, mentre la lotta alla povertà viene appaltata alla Caritas. Ad ognuno il suo mestiere. Il salvataggio dei migranti lo Stato lo riserva alle sue strutture, guai se le Ong si intromettono. La Chiesa ha la Caritas, un bel fiore all’occhiello che può diventare un brutto alibi.

Così come la sanità pubblica è impostata e gestita in funzione di chi la dirige e non di chi è ammalato, ho la netta sensazione che, complice la scarsità di risorse umane (preti) e materiali (soldi), la Chiesa sia gestita in funzione del mantenimento dello status quo clericale a prescindere dalle esigenze spirituali dei cattolici praticanti (che saranno sempre meno) e dei poveri (che sono sempre di più).

I manuali di sociologia osservano come sia tipico delle aziende sull’orlo del fallimento risparmiare sulle spese di cancelleria (penne, gomme, matite etc. etc.). Non vorrei che fosse così anche per la Chiesa: si illude di essere povera, spegnendo il riscaldamento del tempio, vuotandolo di persone e riempiendolo di affari poco puliti. E pensare che in Quaresima avevo fatto la promessa di non giudicare per non essere giudicato. Vorrà dire che quanto prima mi accosterò alla confessione, cercando col lanternino un prete (se vuoi trovarlo non cercarlo in chiesa…) ed un tempio se non caldo almeno tiepido (e non sarà facile…).

 

 

Il cuore dei burocrati e la faccia dei politici

L’attuale governo è molto abile (fino a quando?) nello scaricare le colpe. Sul problema migratorio le colpe vanno alla Ue che lascia sola l’Italia, alle Ong che salvano troppa gente in mare, agli stessi migranti che rappresentano un “carico residuo” per le navi, che sono degli irresponsabili mettendo in mare loro e i propri figli a rischio della vita, all’opinione pubblica che costituisce un elemento attrattivo per i migranti, accettandoli supinamente e “buonisticamente”. Penso sia difficile mettere in fila tante cazzate. Qualcuno sostiene che sia giunta l’ora di smetterla con i burocrati al governo, soprattutto in posti chiave come il ministero degli Interni. Hanno buttato all’aria il governo tecnico per eccellenza e l’hanno sostituito con un pateracchio tecno-politico. Coi tecnici, sarebbe meglio dire coi burocrati (non sono infatti due sinonimi), bisogna andarci cauti, sono abbastanza d’accordo e mi permetto di ricordare due episodi legati alle mie esperienze professionali.

Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui ero seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Mi viene alla mente un secondo episodio riguardante una cooperativa sociale, che con fatica cercava di dare un lavoro a soggetti svantaggiati: molti anni fa, era incappata in un controllo irrazionale ed esagerato da parte dell’Ispettorato del Lavoro e dell’INPS. Non accettai questo assurdo accanimento verso chi aveva solo la colpa di dare una mano a persone in gravi difficoltà facendole lavorare in modo precario ma pur sempre da preferire ad una emarginazione cronica. Presi un po’ di quel coraggio che non mi è mai mancato anche se mi è sempre costato caro. Andai a perorare la causa con parole accorate e mi sentii rispondere freddamente: «Ma a voi chi ve lo fa fare di aiutare certi soggetti in difficoltà, lasciate che se ne faccia carico lo Stato…». Giusto, lasciamo che se ne faccia carico Giorgia Meloni con la collaborazione del ministro Piantedosi.

Da una parte uno scaricabarile bello e buono, dall’altra un freddo invito al menefreghismo sociale. Come volevasi dimostrare. Della serie “i burocrati non hanno cuore”, lasciamoli a casa loro a fare danni dalle loro comode scrivanie. E i politici? Beh, quanto a cuore difettano assai, ma almeno abbiano il coraggio di metterci la faccia a prescindere da cosa sia fatta.

 

 

 

 

 

 

 

Una ventata di democrazia pulirebbe l’aria ecclesiale

Parto col ricordare come il 31 gennaio 2023 sia entrata in vigore la nuova costituzione apostolica “In Ecclesiarum Communione” di papa Francesco, che prevede una nuova procedura per la nomina dei parroci, con tanto di preciso discernimento sulla situazione della parrocchia e di coinvolgimento collegiale anche del Consiglio pastorale. Come scrive Dario Valli in una interessante lettera al mensile Jesus, “la vera novità è espressa in quattro parole, dove si dice che il vescovo dovrà «ascoltare il Consiglio pastorale», vale a dire i laici, i rappresentanti dei fedeli. Una novità messa per iscritto dal Papa per la sua diocesi, che altre Chiese locali dovrebbero prendere in seria considerazione. Invece fino ad oggi, generalmente, il trasferimento di un parroco e la nomina del suo successore sono stati avvolti nel più stretto riserbo clericale e la comunicazione ai fedeli viene data sempre e solo a cose fatte. Che il popolo di Dio possa esprimere un parere sulle necessità della comunità parrocchiale sembra un buon passo verso una Chiesa più normale”.

Un piccolo passo per la Chiesa? A prima vista si direbbe di sì. Poi arriva una “doccia fresca”. La Chiesa «è comunione, che è molto di più della democrazia. Quando la Chiesa diventa democrazia, a mio parere si impoverisce». Il cardinale Matteo Zuppi lo dice senza mezzi termini nell’aula magna della Pontificia Università della Santa Croce, dove è stato invitato a parlare sul tema “La Chiesa in Italia: prospettive e sfide”.  «Il Concilio – sottolinea il presidente della Cei – ci ha ricordato che la Chiesa è popolo di Dio e comunione. A mio parere se c’è una cosa del Concilio che abbiamo capito e praticato poco, perché molto impegnativa, è proprio la comunione. Magari abbiamo praticato più il protagonismo, l’originalità di ciascuno, ma se non c’è la comunione queste cose diventano divisive. Dobbiamo insistere sulla comunione e cioè che le nostre comunità siano familiari».

Dino Calderone, membro del gruppo “In cammino: per le riforme di papa Francesco” (Messina), che aderisce alla Rete dei Viandanti, scrive come di seguito.

“Nel documento post conciliare Communio et Progressio del 1971, si legge: «chi ha responsabilità nella Chiesa procuri d’intensificare nella comunità il libero scambio di parola e di legittime opinioni ed emani pertanto norme che favoriscano le condizioni necessarie per questo scopo».

La formazione di un’opinione pubblica libera presuppone una molteplicità di centri come giornali, riviste, associazioni, interessati non solo a fare circolare idee ma anche a controllare chi governa perché non è giusto lasciare senza controllo l’amministrazione ed il governo di parrocchie, diocesi, ma si deve esigere il massimo di pubblicità degli atti di governo interni alla chiesa.

Se il battezzato non può esercitare il diritto di valutare le azioni del parroco e del vescovo e fare conoscere pubblicamente ciò che ne pensa, siamo di fronte ad una visione assolutista dell’autorità che non sopporta la presenza dell’opinione pubblica. Non si può escludere la comunità ecclesiale da un confronto serio e leale su tante questioni anche scottanti come se l’origine divina della chiesa le garantisse infallibilità sul piano storico ed umano, una vera eresia questa, una specie di monofisismo ecclesiale che della duplice dimensione della chiesa coglie solo la dimensione divina.

Per esempio, ad oltre cinque anni dalla pubblicazione di Amoris Laetitia, a che punto è la sua attuazione nelle singole diocesi? Cosa possono fare i fedeli laici delle diverse chiese locali per stimolare la recezione di questa importante Esortazione apostolica?”.

E allora? Mi sembrano tre voci che, se non sono contrastanti, non sono nemmeno molto concordanti. Non credo si tratti di un esempio di democrazia. Siamo ancora a livello di opinioni e non di procedure dibattimentali e decisionali. Credo che un po’ di sana democrazia non farebbe male all’interno della Chiesa. Sarebbe interessante verificare cosa pensano i cattolici praticanti sui temi caldi della partecipazione dei divorziati alla vita della Chiesa, sul celibato sacerdotale, sulla responsabilizzazione del laicato, sul ruolo della donna, sull’etica sessuale («vogliono mettere tutto il mondo in un preservativo», si dice che così commentasse Bergoglio con gli amici alla vigilia del conclave che elesse papa Ratzinger), sul fine vita, sui rapporti della Chiesa con gli omosessuali, etc. etc.

Può sembrare il libro dei sogni di un povero cristiano, ma può darsi invece che, stranamente, l’esaltazione della tradizione, concomitante alla morte di Ratzinger, possa diventare la tomba della conservazione, intesa come difesa a denti stretti del passato. L’azione dello Spirito Santo non consiste forse proprio nel buttare all’aria gli schemi?

 

 

Tra suocero e nuora la Meloni lavora

Carlo De Benedetti contro la destra: “Sono persone che in gran parte non capiscono neanche quello che dicono. A Bruxelles a Giorgia Meloni basta dare niente e lei è soddisfatta, questo dimostra demenza”. Sono dichiarazioni che stanno facendo discutere, ma che rispecchiano, purtroppo, la verità.

A giudizio dell’ingegner De Benedetti siamo governati da una manica di irresponsabili, incompetenti e finanche…dementi. Posso essere d’accordo o è vietato? E da chi? Da Paola Ferrari, piccola inviperita nuora di tanto suocero? Ma mi faccia il piacere…

L’analisi, che ha scatenato tante stizzite reazioni, è oggettivamente inconfutabile: i ministri non sanno quel che dicono, figurarsi cosa mai riusciranno a fare (qualche avvisaglia esiste ed è decisamente penosa). C’è da augurarsi che non facciano niente.

Mi sovviene al riguardo un aneddoto (come spesso accade chi me lo ha raccontato lo spacciava come un fatto vero con tanto di nomi e cognomi…) relativo alle disavventure professionali di un funzionario pubblico, che si dava da fare (non era un assenteista, tutt’altro), ma finiva col combinare disastri, al punto tale che il suo capo, dopo avere registrato lamentele e proteste degli utenti, fu costretto a chiamarlo a rapporto. Gli disse perentoriamente: «Lei non faccia niente, legga il giornale, guardi fuori della finestra, quando proprio non sa come fare a passare il tempo, dorma! Le farò mettere un comodo divano letto nella sua stanza…». Mi sembra si stia scivolando verso questa paradossale china con l’aggravante che il capo del governo ha, più o meno, gli stessi difetti dei suoi collaboratori.

Il bello è che non si può nemmeno sparare sui pianisti, è vietato dissentire perché questi personaggi hanno avuto l’investitura elettorale e bisogna lasciarli lavorare. Poi si vedrà…Sì magari dopo che avranno compiuto chissà quanti disastri. I politici di opposizione sono così poco credibili che fanno fatica a buttarsi in critiche pesanti: questo è un grosso guaio. I media, ad esclusione di qualche eccezione, hanno comunque qualcosa da trattare con gli attuali governanti e allora…La gente se ne frega altamente, perché è arrivata a credere che questo o quello (questa o quella, vista la contrapposizione fra Meloni e Schlein) sono alla pari. I poveri subiscono senza fiatare, non hanno il coraggio di scendere in piazza (fino a quando?).

Sono avvisaglie di regime: i pochi, che hanno l’autonomia di pensiero e di portafoglio per criticare, sono costretti ad alzare i toni per disturbare l’assordante silenzio. Stiamo attenti perché funziona così in Italia, ma all’estero, in Europa (quella che conta e che non vive un periodo favorevole) si chiederanno increduli cosa stia avvenendo nel nostro Paese, magari ci godranno, ci aspetteranno al varco del PNRR. Comunque chi si contenta gode. Se Giorgia Meloni è soddisfatta, possiamo stare tranquilli. Poi semmai, quando sarà troppo tardi, apriremo gli occhi.

 

Il carcere tra carote e bastoni

Finalmente la destra batte un colpo a sinistra? Risolvere il sovraffollamento carcerario italiano spostando i detenuti tossicodipendenti in strutture e comunità protette a loro dedicate: è questa l’idea lanciata dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, in un’intervista al Messaggero e ribadita al termine di una visita al carcere di Marassi a Genova. Un’iniziativa condivisa dal governo, e soprattutto dal ministro Carlo Nordio (dal quotidiano La Stampa del 14 marzo 2023 – Grazia Longo).

Non sarà facile, ma l’idea è decisamente buona dal punto di vista costituzionale (le pene devono tendere alla rieducazione del condannato), dell’alleggerimento del carico sulle strutture carcerarie (56319 reclusi a fronte di una capienza massima delle carceri di 51285 detenuti), del problema della tossicodipendenza (che non va affrontato con intento repressivo, ma con sforzo rieducativo).

Sono immediatamente partite le controindicazioni e le complicazioni: ci sono poche strutture disponibili al riguardo, esistono vari livelli di reati connessi alla tossicodipendenza, c’è il problema della copertura economica, è un percorso da condividere con le Regioni e con il terzo settore, è necessario il coinvolgimento della magistratura di sorveglianza, c’è la questione della volontà di guarire dalla tossicodipendenza (su quasi 21 mila detenuti con problemi di droga solo 8 mila vogliono realmente curarsi), il discorso andrebbe accompagnato dalla depenalizzazione delle droghe leggere (ancora dal quotidiano La Stampa).

E poi è tutto da verificare che un simile progetto sia compatibile con l’intenzione sempre rivendicata da Giorgia Meloni di raggiungere non solo la certezza della pena ma anche un’offerta di maggiori garanzie ai cittadini. Garanzie solo per chi sta fuori dal carcere o anche per chi è recluso? La pena diventerà incerta se scontata in una comunità di cura e recupero? Sarà capace la premier di prescindere dai suoi slogan elettorali per fare un bagnetto di concreta civiltà? Sarà in grado il Parlamento – la cui maggioranza ha recentemente svuotato di significato e sostanzialmente buttato all’aria il sacrosanto provvedimento di legge sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori – di affrontare seriamente il problema carcerario? Non c’è che dire è curioso questo balletto carcerario: si va da una ventilata iniziativa governativa che segnerebbe una importante apertura ad una frenata parlamentare che segna una chiusura. E che dire della ventilata eliminazione del reato di tortura per dare più potere e spazio di manovra alla polizia? Un colpo al cerchio e due colpi alla botte!

Questa problematica, mi riferisco al discorso della condizione carceraria, è sempre stata lasciata all’esclusiva sensibilità del partito radicale e del volontariato cattolico e laico. La classe politica ha sempre preferito schivarla, voltandosi dall’altra parte riguardo, ad esempio, ai suicidi (sono 84 i detenuti che si sono uccisi in cella nel 2022 di cui il 60% era tossicodipendente). Viviana Daloisio riporta sul quotidiano “Avvenire” i risultati delle ispezioni dell’organo anti-tortura del Consiglio d’Europa: l’ennesima, sconfortante fotografia della situazione nei nostri penitenziari, con l’Italia sotto accusa per violenze e sovraffollamento.

Sarebbe ora di uscire da questa colpevole indifferenza. Questa volta forse la provocazione in positivo, seppure piuttosto controbilanciata dalle chiusure di cui sopra, viene da un sottosegretario di un governo di destra e la sinistra dovrebbe raccoglierla convintamente e costruttivamente. Elly Schlein è chiamata in questo caso a dimostrare sul campo la capacità di affrontare la tematica riguardante i diritti delle persone.

Speriamo che il tutto non finisca in una bolla di sapone e che non vengano scaricate responsabilità ed eventuali colpe sulle strutture del terzo settore impegnate in questo delicatissimo settore. È una intenzione da non lasciar cadere nel vuoto o nelle polemiche strumentali. Mi auguro che non si tratti di un espediente demagogico e, se mai lo fosse, sarebbe comunque opportuno prenderlo sul serio per misurare l’effettiva intenzione di affrontare un problema sociale così importante anche se piuttosto impopolare.

 

Il gioco allo scaricabarile

Quando il governo Meloni è alle strette, si difende col fatto di essere in carica da pochi mesi e di dover affrontare problemi annosi su cui non ha responsabilità. È una scusa che lascia il tempo che trova. Innanzitutto gli attuali governanti provengono da forze politiche che hanno governato e governato male anche in passato: si pensi ai berlusconiani, ai leghisti, alla stessa Meloni e ai suoi predecessori destrorsi. Quasi nessuno ha il coraggio di dirlo e quindi resiste questo assurdo scaricabarile verso il passato: non si possono pretendere soluzioni immediate per problemi annosi.

C’è tuttavia in ballo una questione enorme a carattere contingente: il PNRR con tutti quei soldi che ballano tra Ue e Stato italiano. Ebbene mentre stanno emergendo gravissimi ritardi, che rischiano di farci perdere un’occasione irripetibile, è pronta la scusa come emerge da quanto scrive il giornale online “Open” in un pezzo che di seguito riporto integralmente, sperando di non incorrere in qualche involontaria scorrettezza formale (mi hanno insegnato che si può copiare, basta citare la fonte).

“La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha telefonato pochi giorni fa a Mario Draghi. Il tema del colloquio è stato il Pnrr. E il discorso è stato temporalmente precedente al comunicato di Palazzo Chigi sul Recovery Plan in cui il governo Meloni ha accusato il suo predecessore per alcuni dei ritardi del piano. La premier ha spiegato all’ex Bce che non è lui il bersaglio dell’esecutivo, ma l’Europa. Che, secondo il suo punto di vista, è ostile ai sovranisti mentre era assai meno rigida con il governo precedente. Mentre non vuole concedere nulla su sbarchi e immigrazione. Non sono attacchi rivolti a te, ma un tentativo di far intendere all’Unione Europea che c’è bisogno di un atteggiamento meno rigido nei confronti del governo, è stato il senso della telefonata. Ma, scrive oggi Repubblica, a quanto pare l’ex banchiere non ci ha creduto più di tanto.

L’antefatto del colloquio tra Meloni e Draghi sta in un invito ricevuto dal professor Francesco Giavazzi. La trasmissione Rai Mezz’ora in più lo chiama per partecipare alla puntata del 26 marzo. Giavazzi è stato consigliere economico di Draghi a Palazzo Chigi. E sente proprio l’ex premier prima di accettare l’invito. Poi va in tv. E quando gli chiedono dell’Operazione Verità annunciata dall’esecutivo sul Recovery Plan è piuttosto caustico: «Chi parla di ritardi sul Pnrr non sa come funziona». E si riferisce chiaramente ai ministri dell’attuale esecutivo e alla premier. Poi fa nomi e cognomi: «Non si potevano spendere 190 miliardi. Bisognava preparare l’assetto normativo. Ora bisogna essere pronti. E il ministro Fitto comincerà ad attuare le cose». Proprio quel ministro che ieri ha accusato il governo precedente per i progetti sugli stadi di Firenze e Venezia. Il messaggio è chiaro: noi abbiamo lasciato le cose in ordine. Voi prendetevi le vostre responsabilità. Ma anche la replica rischia di esserlo.

Il quotidiano spiega che dopo le dichiarazioni di Giavazzi nel cerchio magico di Meloni si comincia a pensare che Draghi sia irritato. Un fastidio profondo che però non traspare dai comportamenti di SuperMario. Che ieri è stato visto mentre consegnava abiti e oggetti usati alla comunità di Sant’Egidio. E qui si arriva alla telefonata. Nella quale Meloni spiega la sua strategia politica: non sono attacchi rivolti a te, ma il tentativo di far intendere all’Europa che sta adottando nei nostri confronti un atteggiamento improvvisamente più rigido. Non si accontenta dei chiarimenti. Vuole sempre approfondimenti. La premier si sente vittima degli arbitri del Pnrr. Che vede come più severi rispetto al governo precedente. Un chiaro caso di sindrome dell’assedio. Che si riverbera anche nei comportamenti dei giorni successivi.

Ma c’è anche altro. Ovvero la convinzione che la rata di giugno 2023 sia a rischio. Così come quella di dicembre. Si temono richiami. E anche difficoltà nel dare spiegazioni all’opinione pubblica. Dove sarà ben chiaro a tutti che se mancano i progetti e l’Europa ci toglie i soldi sarà difficile dare la colpa a Bruxelles. In più, non sembra che le spiegazioni di Meloni abbiano convinto granché Draghi. Almeno secondo chi lo conosce bene, come Bruno Tabacci: «Io so solo che Draghi ha lasciato i conti in ordine. Ha promosso una transizione leale e ordinata. E loro adesso lo tirano in ballo. Difficile che succeda, ma se Draghi dovesse seccarsi davvero ne vedremo delle belle»”.

Gira e rigira, la colpa è della Ue e…di Draghi. Per quanto concerne la Ue (che poi, fino a prova contraria, siamo anche noi) dovremo stare molto attenti a non irritare l’interlocutore, ma a dialogare umilmente e costruttivamente, pena un corto circuito a dir poco pazzesco.

Ma mi permetto di parlare un attimo del governo Draghi. I casi sono due. Se non era in grado di gestire questa partita, chi lo ha buttato all’aria per andare a sostituirlo, avrebbe dovuto essere al corrente della cosa e non tirarla fuori adesso, sul più bello, per giustificare una situazione che sta diventando insostenibile e rischiosissima. Diversamente avrebbero dovuto lasciare Draghi stesso a cavare dal fuoco le proprie castagne.

Se invece Draghi, come credo, aveva impostato bene il lavoro, perché lo hanno sbrigativamente mandato a casa ben conoscendo la difficoltà di prenderne e gestirne l’impegnativa eredità? E poi non c’è da sorprendersi se in Europa si fidavano più di Draghi rispetto a quanto si fidino di Meloni e c. Lo sapevano benissimo: il carisma e la classe di Draghi non erano e non sono acqua. Invece di investirlo maldestramente con critiche assurde, sarebbe meglio che provassero a chiedergli qualche consiglio e qualche appoggio.

È quindi perfettamente inutile questo gioco allo scaricabarile. Gli italiani sembrano aver dimenticato in fretta la stima e l’ammirazione che nutrivano verso questo personaggio e sembrano in netta contraddizione rispetto all’ammirazione che nutrono per il presidente Mattarella, il quale lo aveva opportunamente investito della responsabilità governativa. Adesso c’è Giorgia Meloni, l’hanno voluta e se la tengano. E se perderemo un sacco di soldi, peggio per noi. Vorrà dire che siamo riusciti a farci del male con le nostre stesse mani. Speriamo che non succeda.

 

Governati da una destra che non è antifascista

Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha detto che l’attentato dei partigiani a via Rasella generò la rappresaglia e che si è trattato di “una pagina tutt’altro che nobile della Resistenza: quelli uccisi furono una banda musicale di semi-pensionati e non nazisti delle SS, sapendo benissimo il rischio di rappresaglia su cittadini romani, antifascisti e non”. La Russa ha voluto comunque sottolineare la sua “condanna durissima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine” (mancava solo che lo giustificasse…).

Ho l’impressione che Giorgia Meloni su fascismo e antifascismo faccia dichiarazioni piuttosto equivoche, viaggiando sul filo del rasoio, per poi aprire la strada alle bordate vere e proprie provenienti non da un cittadino qualsiasi, ma dalla seconda carica istituzionale dello Stato. C’è poco da discutere, tira aria di neofascismo. Lo si vede un po’ dappertutto: nel livello istituzionale (il busto di Mussolini in casa del presidente del Senato la dice molto lunga, infatti…), nella fuorviante impostazione del tema dell’immigrazione (l’intolleranza pseudo-razzista che sta sostanzialmente alla base dell’agire del governo), in certi comportamenti del mondo giovanile (“ringalluzzimento” delle squadracce di stampo fascista).

È venerdì 10 marzo 2023, sono le otto del mattino e di lì a un’ora, l’alberghiero Andrea Mantegna di Brescia ospiterà il convegno annuale dell’Anpi “Dalla scuola uno sguardo internazionale su memoria, democrazia e Antifascismo”. Fuori dall’istituto, uno striscione bianco, legato alla recinzione, con una scritta in stampatello nera: «La resistenza è una cagata pazzesca». Accanto, il fulmine cerchiato di Blocco Studentesco, associazione neofascista “junior”, emanazione di Casapound. La citazione di fantozziana memoria, questa volta non fa ridere. Tutt’altro. «Ci offende e ci fa male, specie in una città simbolo della Resistenza come Brescia», commenta amaro Lucio Pedroni, presidente provinciale dell’Associazione partigiani. «Chi ha commesso questo atto ignobile si commenta da solo», prosegue. «Ma forse è bene ricordare a questi ragazzi – se ragazzi sono – che se possono dire e fare tutto quello che vogliono oggi è proprio grazie alla lotta di liberazione della Resistenza» (dal quotidiano La Stampa).

Evidentemente l’estremismo neofascista respira a pieni polmoni l’aria viziata della destra al governo. Gli episodi si susseguono in un crescendo significativo e disgustoso. Verrebbe da controbattere con uno slogan che andava di moda negli anni sessanta: “Fascisti carogne tornate nelle fogne”. Ma lasciamo perdere gli slogan, che rischiano di attizzare ancor più il fuoco del neofascismo. La tentazione di lasciar perdere inquadrando questi episodi nello sciocchezzaio nostalgico ci potrebbe anche stare, ma sorvola oggi, sorvola domani, non vorrei che ci trovassimo in un clima irrespirabile e funzionale a pericoli ben più gravi per la nostra democrazia.

Comunque, basta fare una rapida ricerca sul web per rendersi conto che quello avvenuto fuori dal Mantegna è solo l’ultimo episodio di una serie. Qualche giorno fa, davanti a un altro istituto superiore bresciano, l’Itis Castelli, era apparso uno striscione che recitava così: «Le vostre intimidazioni mafiose non fermeranno la gioventù ribelle!». In quel caso, nel mirino era finita la preside che aveva minacciato azioni legali nei confronti di chi aveva fatto volantinaggio neofascista all’interno della scuola. L’ambiente di provenienza di questi militanti – cresciuti e pasciuti nel brodo di coltura delle destre italiane – a ben guardare è lo stesso dei sei di Azione Studentesca che fuori dal Liceo Michelangiolo di Firenze avevano pestato due studenti lo scorso 18 febbraio. Lo stesso da cui provengono i giovani “camerati” che il 4 marzo scorso, davanti al Liceo Tito Livio di Padova, avevano esposto un cartello con scritto “La scuola non è antifascista. È libera”.

Quello stesso ambiente dalle simpatie neofasciste che oggi pomeriggio a Milano riunirà alcune tra le sigle più radicate sul territorio per parlare di «prospettive per l’unità dei patrioti». L’appuntamento circola da giorni nelle chat su Telegram di Movimento nazionale-Rete dei Patrioti (nato dalla scissione di Forza Nuova), di CasaPound, Lealtà Azione, Veneto Fronte Skinhead e Fortezza Europa e altre. Organizzazioni per le quali l’Anpi ha «da tempo chiesto lo scioglimento», come ribadito dal presidente provinciale di Milano. «Gli strumenti ci sono: la legge Scelba, che ha consentito di sciogliere Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, e la legge Mancino che la completa, aggiungendo anche l’apologia del razzismo: gli strumenti esistono ma manca la volontà politica di applicarli» (sempre dal quotidiano La Stampa).

Non è questione di allarmismo, ma di educazione civica e politica. Abbiamo sorvolato troppo sul fascismo, non ne abbiamo approfondito a sufficienza le cause e gli effetti, lo abbiamo sbrigativamente accantonato come un fenomeno da archiviare senza elaborarne lutti e rovine. Le giovani generazioni poi non sanno niente di tutto ciò e tendono a fare prima goliardia e poi violenza su un discorso fondamentale per il Paese. Bisogna intervenire intanto che siamo in tempo.

Invece, come scrive Teresa Simeone su MicroMega, ci sorprendiamo ad ascoltare e a interrogarci su affermazioni a dir poco paradossali, come quella di Pietro Senaldi a La7 secondo il quale la Costituzione è stata scritta dagli antifascisti, o storicamente imprecise, come nel messaggio di Giorgia Meloni, per la quale le 335 persone dell’eccidio delle Fosse ardeatine furono uccise perché italiane.

È vero, non tutti sono obbligati a conoscere precisamente la composizione dell’assemblea costituente eletta nelle elezioni del 2 giugno 1946 o le modalità con cui i nazisti predisposero e organizzarono l’eccidio del 24 marzo 1944; non tutti, ma chi guida il Paese o ne commenta le vicende, influenzando l’opinione pubblica, sì, lo è. Come ha chiarito sulla Stampa Michele Sarfatti, esperto studioso di storia ebraica, “Dire che alle Fosse Ardeatine vennero trucidati 335 innocenti ‘solo perché italiani’ è una stupidata”. “La presidente Meloni – ha continuato – la storia non la conosce o forse non la vuole conoscere, farebbe bene a studiare”. E conclude: “La verità è che si deve scegliere: O rinuncia al governo o alle origini del suo partito”.

Questo è il groviglio in cui coloro che sono al vertice del Paese si trovano avviluppati: devono scegliere da che parte stare. Semplicemente, ma fermamente. Finché rimarranno vaghi su questo tema, si continuerà ad incalzarli. Hanno giurato sulla Costituzione antifascista: ne siano orgogliosi.

Rischio di ripetermi, ma ne vale la pena. Mio padre mi ha trasmesso il valore dell’antifascismo, che era parte integrante e fondamentale della sua vita, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico. Su questo non si poteva discutere: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare. Ciò che ha meritoriamente fatto mio padre nei miei confronti non è stato fatto nei tempi e nei modi dovuti verso la generalità dei giovani.

Bisogna far capire ai giovani con forza, fino alle estreme conseguenze  della messa fuori legge, che Resistenza (nel cuore e  nel cervello), Costituzione (alla mano), Repubblica (nelle istituzioni) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “ in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “. E infatti temo proprio che ci si stia scivolando dentro.

 

 

 

 

Il papa è più uguale degli altri

“Bergoglio al Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli è stato sistemato al decimo piano, interamente dedicato al Vescovo di Roma, negli stessi locali che in passato hanno già ospitato ricoveri papali. Nella suite ci sono tutte le strumentazioni mediche necessarie per monitorare lo stato di salute: in particolare, l’apparecchiatura per l’emogasanalisi, un esame che consente la misurazione di alcuni importanti parametri sanguigni, tra cui i livelli circolanti di ossigeno e anidride carbonica e il pH ematico. Esami che hanno permesso di verificare la presenza di un’infezione respiratoria. Di particolare importanza la tac toracica, che ha dato esito negativo.

Con il Pontefice si troverebbero tra gli altri Andrea Arcangeli, direttore della Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e Massimiliano Strappetti, assistente sanitario personale del Pontefice.

La stanza del Gemelli è una specie di mini appartamento, sobrio e accogliente, nell’ala destra dell’Ospedale, vicino al cosiddetto reparto «solventi». Nella suite tutta bianca e con arredi semplici ci sono, oltre allo spazio per il letto, il bagno, una tv naturalmente. Gli ambienti sono ovviamente collocati e gestiti in un livello di sicurezza e riservatezza assolute. Si giunge alla camera del Papa attraverso un lungo corridoio, che è sotto il controllo congiunto della Polizia di Stato italiana, della Gendarmeria vaticana e degli uomini della sicurezza del Policlinico; al passaggio si arriva oltre che da una rampa di scale anche con un ascensore utilizzato dal personale sanitario. Nella suite ci sono anche angoli – in particolare un salottino con una poltrona letto – per lo staff papale. Il Vescovo di Roma può raccogliersi in preghiera, o celebrare messa o partecipare alla funzione, in una piccola cappella con un inginocchiatoio e un grande crocifisso. La stanza del Papa ha grandi finestre che danno sul piazzale dell’ingresso principale del Nosocomio”. (dal quotidiano “La stampa”)

È inutile nascondere come il trattamento riservato al pontefice faccia a pugni con quello riservato al cittadino comune: file al pronto soccorso, mancanza di letti, mancanza di medici, reparti affollati, lungaggini per analisi ed esami e chi più ne ha più ne metta. Il confronto è impietoso, ma viene spontaneo farlo, anche perché il papa predica molto bene, ma in questo caso, razzola male recitando la parte del privilegiato, del malato di lusso, del raccomandato altolocato.

Ha scelto una residenza (quasi) francescana a Casa Santa Marta, ma la sua suite ospedaliera, a occhio e croce, non ha proprio niente di francescano. Confesso che la cosa mi sta disturbando, in molti lo pensano anche se nessuno ha il coraggio di dirlo.  Avrei gradito molta più sobrietà: dal policlinico Gemelli non si sta innalzando un inno alla povertà e all’uguaglianza.

Perché non trasformare questa suite in alcune modeste camerette da mettere a disposizione dei poveri cristi e tra queste quella del papa a cui riservare anche sul piano sanitario un trattamento come a tutte le altre persone malate?

Non si tratta di demagogico pauperismo, ma di evangelica povertà condivisa. Papa Francesco ci ha abituato a segni, a scelte emblematiche a gesti significativi e allora ci aspettiamo da lui sempre qualcosa di semplicemente straordinario e rivoluzionario. Forse non è né giusto né opportuno.

Forse sto cadendo nella tentazione in cui i tifosi cadevano nei confronti di Roberto Baggio quando giocava nella nazionale di calcio? Ogni volta che entrava in possesso del pallone ci si aspettava una giocata straordinaria (un colpo di tacco, una acrobatica rovesciata, un palleggio insistito, etc.), che magari nell’economia della squadra rendeva poco. Il grande e meritatissimo consenso che si è creato attorno al papa non vorrei che mi portasse psicologicamente a pretendere da lui una profezia continua (che non è più profezia).

E chi sono io per criticare il Papa? Tuttavia mi faccia un regalo: restringa l’appartamento papale ospedaliero al minimo e dignitoso indispensabile per sé e per i suoi successori.

Gli auguro di guarire in fretta, di uscire il più alla svelta possibile dall’ospedale e di non avere bisogno di ritornarci, ma, se dovesse capitare, starà meglio lui e ci darà un esempio che farà stare meglio tutti.

 

Per chi suona la campana democratica

Volete sapere qual è la differenza fra giornalismo e politica, fra l’analisi dei fatti a livello mediatico e quella operata in sede politica? La risposta non è facile in un mondo dove ognuno cerca di fare non tanto e non solo il proprio mestiere, ma molto spesso anche il mestiere degli altri. Nei dibattiti televisivi i giornalisti si mescolano ai politici, tendono a darsi risposte prima che i politici riescano a formularle; i politici dal canto loro cercano la ribalta e anticipano le domande. In conclusione un gran casino!

Una brutta differenza rispetto alle conferenze stampa televisive di un tempo, che, forse in modo troppo schematico e censorio, davano tuttavia l’idea di un certo ordine nei rapporti tra i giornalisti interroganti e gli esponenti politici interrogati. È inutile rimpiangere il passato!?

Torno alla domanda iniziale prendendo ad esempio un fatto eclatante accaduto in Israele: una protesta spontaneamente oceanica contro il governo reo di voler introdurre una riforma della giustizia che punta a un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo a scapito di quelli della magistratura. In particolare, secondo il testo, il governo dovrebbe: avere più rappresentanza nel Comitato responsabile di raccomandare la nomina e destituzione dei giudici; mettere un freno al potere della Corte Suprema sulla revisione delle leggi, compresa la “Legge Fondamentale” (un corpus di leggi con rango costituzionale: Israele non ha una Costituzione); permettere a una maggioranza parlamentare semplice – 61 deputati sui 120 della Knesset – di annullare le sentenze della Corte Suprema relative a modifiche o annullamenti delle leggi.

Secondo il premier Netanyahu, la riforma è necessaria perché la Corte Suprema ha troppi poteri ed è eccessivamente pervasiva nella vita dello Stato. I suoi detrattori ritengono invece che il premier, atteso da un lungo iter processuale, stia utilizzando la riforma per mantenere il controllo sulle nomine dei giudici. E per accontentare gli alleati di estrema destra che gli hanno consentito di fare il governo.

I giornalisti ed i commentatori politici hanno registrato l’evento come un fatto che mette a soqquadro i rapporti interni ad Israele nonché i rapporti internazionali a livello di Medio-Oriente e nei confronti degli Usa. Tutte osservazioni pertinenti e interessanti. Nessuno però si è sforzato di andare oltre e di scavare nelle motivazioni che hanno portato un autentico fiume di cittadini in piazza.

Finalmente ho sentito qualcosa di più da Pier Luigi Castagnetti, un politico a tutto tondo, uno dei giusti provenienti dalla prima repubblica: ha sottolineato la straordinarietà di una protesta che non parte da rivendicazioni economiche pur democraticamente rispettabili, ma provenienti da un concetto di politica individualistica e consumistica (io cosa ci guadagno, cosa porto a casa) come emerge dalle concomitanti proteste francesi. Gli Israeliani sono scesi in piazza per difendere la democrazia da un attacco del governo, per salvaguardare i principi costituzionali dagli assalti di un governo che vuole condizionare se non addirittura intaccare i poteri della Magistratura, sovvertendo uno dei cardini della democrazia, vale a dire la distinzione dei poteri.

Questo è il vero significato politico! Le altre sono conseguenze più o meno eclatanti che restano in superficie. Un noto storico ha subito virato spiegando il flop del governo, costretto a fermarsi, con i dubbi sollevati dall’esercito e con le interferenze degli Usa, come se il popolo non contasse niente e facesse solo da contorno alla storia dettata da ben altri soggetti. Una visione un po’ troppo realistica al limite del cinismo anti-democratico.

Per favore, lasciamo alla politica il suo respiro, non soffochiamola sotto o dietro gli equilibri dei poteri forti. I cittadini israeliani ci stanno dando una lezione, cogliamone la portata e consideriamola un positivo segno in controtendenza rispetto all’individualismo imperante ed al capitalismo sempre più invadente ed asfissiante.