La gente si rialza e la politica scivola

Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia, è la nuova presidente della commissione Antimafia. Colosimo è stata eletta con 29 voti, quelli della maggioranza che registrava una assenza nelle sue fila. I parlamentari dell’opposizione sono usciti dall’aula. Il centrodestra ha deciso di votare per il proprio candidato sul quale Pd, M5s e Avs avevano espresso la loro contrarietà. A presiedere la seduta è stato il parlamentare più anziano, Francesco Castiello di FI.

La seduta si è svolta nel giorno in cui si celebra il 31esimo anniversario della Strage di Capaci. L’organismo è stato convocato per eleggere presidente, vicepresidenti e segretari.  Sul nome della candidata unica del centrodestra, fortemente voluta da Fratelli d’Italia, è andato in scena un muro contro muro tra governo da una parte e opposizioni dall’altra. Colosimo è finita al centro di alcune polemiche dopo un servizio di Report, che l’ha indicata come vicina a Luigi Ciavardini, l’ex estremista nero dei Nar, condannato a 30 anni per la strage di Bologna, a 13 per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e a 10 per quello del giudice Mario Amato. Le opposizioni, con in prima fila il Pd e i Cinque Stelle, nelle ore che hanno preceduto la seduta hanno minacciato di non votarla. Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha annunciato che non avrebbe partecipato al voto. E così alla fine è stato.

«Io non ho amicizie. Ho semplicemente espletato, nelle mie funzioni di consigliere regionale, quello che mi era concesso e che era anche dovuto e cioè incontrare anche persone che sono state o sono detenute» ha spiegato Colosimo a chi le chiedeva come intendesse rispondere ai familiari delle vittime che avevano chiesto di non votarla vista la sua conoscenza con l’ex Nar Ciavardini. «Conosco il presunto Ciavardini – ha aggiunto -, esattamente come lo conoscono moltissimi altri eletti di altre appartenenze politiche, poiché lui è in un’associazione che si occupa, come da articolo 27 della Costituzione, del reinserimento di altri detenuti nel momento in cui hanno scontato le loro pene». (dal quotidiano “Il sole 24 ore”)

Proprio nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, in cui 31 anni fa persero la vita il procuratore Falcone, sua moglie e la sua scorta in un tremendo attentato, proprio nel momento in cui il popolo italiano avrebbe più che mai bisogno di compattezza istituzionale nel dopo-alluvione, le forze politiche a livello parlamentare non sono riuscite a trovare la quadra su una nomina molto delicata riguardante la presidenza della commissione Antimafia.

Non ho elementi per giudicare se Chiara Colosimo abbia avuto o abbia effettivamente pericolosi rapporti con un personaggio a dir poco inquietante e responsabile di feroci atti terroristici. La sua difesa mi sembra piuttosto debole e tale da non sgombrare il campo da ogni e qualsiasi dubbio. Ragion per cui, pur senza voler infierire né su di lei né su Ciavardini, come minimo la nomina mi è parsa alquanto inopportuna e (quasi) provocatoria. Su queste materie non si può giocare a nascondino, occorre la massima trasparenza e il massimo di unità.

Il presidente Mattarella continua a lanciare appelli: dopo quello contro le tentazioni etniche, è arrivato quello per la lotta alle mafie: “Nelle istituzioni, nelle scuole, nella società civile, la lotta alle mafie e alla criminalità è divenuta condizione di civiltà, parte irrinunciabile di un’etica condivisa. L’azione di contrasto alle mafie va continuata con impegno e sempre maggiore determinazione”. Ho l’impressione che qualcuno lo stia prendendo in giro e con lui prenda in giro un po’ tutti, compresi coloro che “inavvertitamente” hanno votato per la destra.

Mentre nel dopo-alluvione stanno venendo a galla inadempienze, ritardi, responsabilità della politica, mentre si celebrano anniversari storici per la nostra Repubblica, mentre il Capo dello Stato invita tutti al rigoroso rispetto della Costituzione, vi è chi gioca a scaricabarile, chi suscita dubbi e perplessità sulla propria rettitudine etica e politica, chi si diverte a sparare cazzate a più non posso.

Tutti avranno notato un clima collaborativo nell’avvio dell’azione di aiuto e sostegno alle popolazioni colpite dall’alluvione. Speriamo non duri l’espace d’un matin. Collaborare non vuol dire dribblare le differenze di idee, non significa affogare nella concretezza (?) i discorsi ideali e valoriali, non comporta solo un certo qual bon ton a livello istituzionale. Occorre riportare la politica alla sua vera e insostituibile funzione, non certo sparlando di etnia e di immigrazione, non certo mettendo in campo pedigree di “dubbio gusto”, non certo radicalizzando i discorsi etici, non certo governando solo per arraffare voti e, perché no, non certo facendo opposizione tanto per farla o per farla ad intermittenza.

Sappiatevi regolare

Mattarella ha voluto riportare ordine nel dibattito politico, soprattutto laddove i toni su temi come immigrazione e autonomia regionale sono andati più di una volta oltre le righe. «In quanto figlia di Dio, è la persona – dice Mattarella ricordando il “pensiero” di Manzoni – a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. Non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale. La Costituzione vieta nefaste concezioni di supremazia della razza». Parole che è difficile non ricollegare a recenti esternazioni in area di governo sui temi dell’immigrazione con termini come «sostituzione etnica» ed «etnia italiana». (dal quotidiano “Avvenire”)

In questo periodo, di fronte alle frasi in libertà sciorinate dagli esponenti del governo di destra e della maggioranza che lo sostiene, molti fanno spallucce oppure le considerano sfoghi personali da non prendere in alcuna seria considerazione. Evidentemente, se il presidente della Repubblica si sente in dovere di precisare la linea costituzionale dell’Italia prendendo spunto anche dai Padri della Patria, vuol dire che esiste qualche serio pericolo culturale e politico in questa deriva parolaia. I casi sono due: o ha elementi per temere che le sbruffonate diventino punti di riferimento nel deserto che stiamo attraversando oppure vuole tenere le istituzioni democratiche nettamente distinte e lontane da un dibattito comunque scivoloso e pericoloso.

Sergio Mattarella non parla mai a caso e tanto meno a sproposito. Ci vuole ricordare che su certe questioni non si può scherzare e tanto meno esercitarsi con assurde fughe all’indietro. Gli italiani lo capiranno? Ho seri dubbi. Forse anche di questo il Capo dello Stato è consapevole e allora mette in gioco la sua credibilità per riportare i discorsi nell’alveo della democrazia. In molti si chiedono: c’è in Italia qualche rischio di tenuta democratica? All’estero rispondono di sì e non ce ne dovremmo scandalizzare più di tanto.  Nel Paese si tende a scantonare sui discorsi concreti, come se la difesa di certi valori fosse un vezzo teorico e retorico. Non voglio forzare il pensiero e il comportamento del Presidente della Repubblica, ma ho l’impressione che fra le righe ci annunci profeticamente: “Io vi ho messo in guardia, sappiatevi regolare!”.

Mi sia consentita, in perfetto clima manzoniano, una citazione evangelica che potrebbe calzare a pennello. “Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto»”. Gli apostoli non credettero né all’angelo né alle donne e fecero una figura da cioccolatini.

La pandemia è finita, andate in pace

“Certo, il giro di vite che i vertici della Conferenza episcopale italiana indicano nella missiva è quello sulle liturgie via Web che erano state la via d’uscita quando l’Eucaristia era senza il popolo e che adesso vanno interrotte. «Riteniamo sia opportuno – scrive la presidenza Cei – che cessino, o quantomeno siano diminuite nel numero, le celebrazioni trasmesse in streaming». Parole che mettono un punto fermo sul tema. Se nei mesi “bui” della pandemia erano state la sola possibilità per vivere l’Eucaristia anche con la “Comunione spirituale” suggerita dal Papa e dai vescovi, le Messe in Rete erano poi proseguite per venire incontro alle esigenze di quanti, soprattutto anziani e malati, non se la sentivano di tornare in parrocchia con il virus ancora in circolazione. Però erano state lette come un “surrogato” che poteva diventare un pretesto per evadere dalla partecipazione diretta. Sulla questione che è stata al centro di riflessioni e discussioni, la Cei prende posizione all’indomani dell’annuncio della fine dell’emergenza Covid da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità”. (dal quotidiano “Avvenire”)

La Cei con una lettera riporta le lancette del tempo a prima della pandemia, ammesso e non concesso che sia finita l’emergenza. Su questo ho i miei seri dubbi: temo infatti che si continui a mettere al primo posto non tanto la salute delle persone, ma le esigenze dell’economia: qualcuno sostenne fin dall’inizio che al rischio di morire di covid si accompagnasse anche quello di morire disoccupati e che, quindi, bisognasse trovare un compromesso tra le due emergenze parallele. Un vero ed autentico cinismo capitalistico!

Torno comunque al pronunciamento della Cei che giudico burocraticamente ridicolo. Se una persona mantiene intatto il giustificato timore di essere infettato, perché le si vuol togliere la possibilità di partecipare alla messa via Web? Potrò scegliere come meglio difendermi dal rischio del contagio o dovrò sottostare alle indicazioni dei vescovi? La difesa della vita a tutti i costi, comprese le sofferenze di chi non ce la fa più a tirare avanti, non contempla il ricorso alla messa palliativa, vale a dire seguita in streaming?

Ma andiamo ancora più impietosamente a fondo. Che differenza c’è fra la partecipazione in persona alle messe ingessate dove non ci si conosce, dove non si condivide nulla, dove “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, dove si assiste ad un rito che scantona nella parodia, e la “remote e/o smart liturgy”, vale a dire la messa seguita in video?

Occorrerebbe tentare di “sgelare e sgessare” la ritualità, riconducendola alla spontaneità con il coraggio di fondere il sacro con la vita. Tutti assistiamo in televisione ai riti celebrati in Vaticano, in S. Pietro a Roma, e ne cogliamo la pesante spettacolarizzazione, abbiamo la sensazione di assistere ad assurde messe in scena degne del miglior Franco Zeffirelli (a quando, papa Francesco, una ventata di aria fresca anche in questo campo? A quando il licenziamento degli insopportabili ed impettiti maestri di cerimonie, protagonisti instancabili di un marcamento a uomo del pontefice ovunque celebri una messa?). E allora, tutto bene nel seguire in video le centralistiche parate vaticane e tutto male nelle messe periferiche diffuse dalle televisioni confessionali tra uno spot pubblicitario e l’altro?

Se entriamo in certe chiese periferiche e torniamo a terra, constatiamo la routinaria pochezza di liturgie sbrigativamente ed anonimamente finalizzate solo al tagliando di adempimento del precetto festivo. Da una estremità all’altra: dalla vuota enfasi rituale alla banalizzazione precettistica. Vogliamo questo? La Messa è una cosa molto importante la cui serietà dipende dalle rette intenzioni dei partecipanti a livello personale e comunitario a prescindere dalla mera presenza fisica in chiesa.

La Cei la smetta con questi interventi burocratici ed insulsi e abbia il buongusto di andare al sodo per rivedere sostanzialmente l’impostazione liturgica ed incoraggiare modalità partecipative aventi per scopo non tanto la mera presenza ma la vera partecipazione all’Eucaristia. Si può infatti essere presenti ma assenti e si può essere assenti ma presenti.

 

 

 

 

 

Le passerelle zelenskyane e le speranze di pace

L’atteggiamento di sostegno bellico all’Ucraina viene definito con un’espressione equivocamente retorica come una battaglia per la libertà di chi muore anche per noi. Non voglio essere disfattista, ma a me sembra invece una comoda istigazione a combattere in nome nostro contro quello che abbiamo strumentalmente ribattezzato come un nemico comune.

Viene prima la libertà o la pace? Il solito sciocco enigma insolubile. Sono facce della stessa medaglia. Per essere veramente libero devo puntare alla pace e per essere operatore di pace devo farmi forza sulla mia ed altrui libertà.

Siamo proprio sicuri che continuare ad armare l’Ucraina serva a difendere la sua e la nostra libertà? Quale libertà si costruisce con le armi? A quale pace si arriva sprecando immani risorse a livello militare?

“Si può certo stigmatizzare e condannare l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina (ma contestualmente si dovrebbero valutare le provocazioni ucraine dal 2014 in poi: la guerra è in realtà scoppiata allora), ma l’invio di armi (e, peggio ancora, d’istruttori e di “consiglieri militari”) è propriamente un atto che fa diventare l’Italia “paese ostile” nei confronti della Russia. Alla pace si arriva in vari modi: i principali sono quelli diplomatici e commerciali. Nei confronti della Russia abbiamo una tradizione di rapporti diplomatici che fino all’inizio del conflitto faceva d noi degli interlocutori graditi e rispettati da parte del governo russo: un fermo invito alla pace, con avviso di provvedimenti di chiusura totale da parte nostra, se fosse diretto in modo rigoroso al Cremlino al di là di qualunque sospetto di una nostra azione richiesta o sollecitata da altre potenze (per esempio gli Usa), fornirebbe al governo russo l’occasione per contare su un possibile ritorno a rapporti amichevoli; ed esso in questo momento ne ha bisogno per rompere l’accerchiamento occidentale. Quanto alla fornitura di armi, è chiaro che possiamo sospenderla nei confronti dell’Ucraina solo informando il governo russo che tale sospensione è direttamente e rigorosamente collegata all’immediato “cessate il fuoco” da parte delle sue forze combattenti. A questi patti, sospendere l’invio delle armi significa sollecitare l’Ucraina alla pace, non abbandonarla al suo destino”.

Così risponde Franco Cardini ad un’intervista rilasciata a Paolo Viana del quotidiano “Avvenire”, intitolata: «Un errore continuare ad armare Kiev». Lo storico e saggista è tra i promotori del referendum contro gli aiuti bellici: giusto votare sì perché dove c’è guerra bisogna aprire una speranza di pace.

Prima di prendere le armi bisogna usare tutte le strade possibili e immaginabili. A chi fa un parallelismo tra la resistenza al nazifascismo e quella al putinismo, mi permetto di ricordare come il nazifascismo fu tollerato per molto tempo così come è successo anche per il putinismo. Il mio amico e medico curante sosteneva che, anche davanti alla più difficile delle malattie ed alla più drastica delle diagnosi, vale a dire “non c’è più niente da fare”, ci fosse sempre e comunque spazio per tentare di fare qualcosa non fosse altro che per attutire il dolore. La metafora mi serve per argomentare le ragioni al fine di sfruttare anche la più piccola, apparentemente incredibile e residuale possibilità di pace. Solo dopo averle tentate veramente tutte si potrà fare ricorso alla lotta armata.

La Resistenza non è nata improvvisamente nel 1943, ma durante tutto il ventennio fascista: qui l’antifascismo si è fatto le ossa ed è diventato libertario e pacifico, pronto alla guerra di liberazione. Ho l’impressione che in Ucraina, pur col massimo rispetto verso chi sta coraggiosamente resistendo all’invasore, si sia partiti dalla fine, senza sperimentare tutte le strade possibili e rassegnandosi ad un conflitto senza vie d’uscita. Le guerre non scoppiano mai per caso ed hanno molti responsabili dietro le quinte.

Dice ancora Franco Cardini: “Se si vuole davvero la pace l’invio di armi deve cessare subito, da parte di chiunque e nei confronti di tutti: e il diretto, fermo e sistematico controllo al riguardo da parte della Nazioni Unite è necessario”.

I governanti occidentali hanno il coraggio di provocare Volodymyr Zelensky in tal senso o si limitano a dargli qualche pacca sulle spalle a suon di carri armati, droni, etc. etc.? E non sarà il caso di smetterla con le passerelle Zelenskyane per discutere seriamente di percorsi di pace?

Ad alluvione calda, anzi bollente

Finalmente Giorgia Meloni ne ha indovinata una. Con un sussulto di umiltà, mettendo da parte le polemiche, ha mostrato ai partner del G7 le immagini del disastro alluvionale italiano: sì, come si è soliti fare tra amici nei momenti belli e brutti in cerca di condivisione. Credo che la mossa abbia colpito, a giudicare dalle espressioni dei volti dei governanti riuniti in Giappone: vuoi per la incredibile gravità del fenomeno, vuoi per l’implicita richiesta di solidarietà ed aiuto formulata dalla premier italiana.

I media, come al solito attenti soltanto agli aspetti polemici della politica, hanno preferito andare sull’imbarazzante scontro verbale tra Meloni e il premier canadese preoccupato per i diritti Lgbt in Italia: non ho sinceramente voglia di commentare questo aspetto anche se l’approccio meloniano a tale problematica sembra fatto apposta per attirarsi le critiche di tutto il mondo e occorrerà , come minimo, da parte italiana maggiore equilibrio e prudenza nell’affrontare queste delicate tematiche.

Mi è parso di capire che Giorgia Meloni abbia inteso rappresentare, senza se e senza ma, l’intero popolo italiano letteralmente sconvolto dal disastro ambientale, al di là delle facili polemiche e nell’intento di fare presente le nostre enormi difficoltà meritevoli di attenzione e di aiuto. Mi permetto di sperare soprattutto nella comprensione degli Usa (un piano Marshal ambientale?).

Purtroppo è affiorato in Italia l’istinto polemico, riconducibile al ridimensionamento del “miracolo” emiliano, riportandolo coi piedi sulla terra delle responsabilità disattese. Non mi addentro in questi discorsi, non è il momento per affrontarli in modo serio ed obiettivo. Mi limito ad alcune considerazioni di fondo, oserei dire istituzionali e storiche.

Per la difesa e la manutenzione del territorio, così come per altri importanti settori, le competenze e i poteri delle Regioni sono fondamentali anche se non sono stati esercitati con la cura e la competenza necessarie e ciò dovrebbe portare a ben più miti consigli in materia di autonomia differenziata e di poteri rafforzati da assegnare alle Regioni.

In secondo luogo bisogna riconoscere come dal dopoguerra in poi i pubblici poteri a tutti i livelli abbiano privilegiato, in una logica assai poco lungimirante, i problemi impellenti della casa e del lavoro, lasciando costruire ed inquinare a più non posso a suon di cementificazione facile e condonata. L’occupazione ha trovato risposte nell’industrializzazione spinta a prezzo dell’abbandono delle campagne e delle migrazioni interne. L’ambientalismo è stato relegato nei virtuali salotti d’élite, gli ecologisti sono stati rimbrottati come “cretini ecologici”, l’importante era fabbricare, produrre e consumare. La natura e la storia ci stanno presentando conti molto salati.

Scrive l’ingegner Carlo De Benedetti nel suo recente libro “Radicalità -Il cambiamento che serve all’Italia”: “Si tratta di mettere in campo finanziamenti straordinari per affrontare l’emergenza climatica, che è molto peggiore rispetto al Covid, perché il virus si indebolisce mentre il danno ambientale ha una natura incrementale: rimane e si accumula. Il disastro ecologico è una strada a senso unico verso la distruzione che stiamo percorrendo a velocità elevata e con accelerazione costante, come se stessimo viaggiando in Ferrari verso un burrone. Non c’è un vaccino contro la distruzione del pianeta”.

Le responsabilità sono talmente diffuse nel tempo, nello spazio e nelle istituzioni pubbliche e private da rendere grilloparlantesca la ricerca dei colpevoli. E qui viene a fagiolo la battuta velenosa in occasione di una alluvione in Italia (non ricordo dove e quando, ma non ha molta importanza ai nostri fini perché purtroppo la storia si ripete). Di fronte al solito ritornello dei comunisti trinariciuti, quelli col paraocchi, che recitava più o meno “Cozi dal gènnor in Russia in sucédon miga”, mio padre rispose: “Sät parchè? In Russia i gh’àn j èrzon äd cärta suganta”. É indubbiamente una delle più belle battute di mio padre per stile, eloquenza, brillantezza, spontaneità e parmigianità.

Lasciamo perdere quindi i processi improvvisati e le gogne di comodo. Preferisco esprimere il mio totale sconvolgimento esistenziale. Dopo pandemia, guerra e catastrofe ambientale mi sento diverso o, per meglio dire, sento la necessità di essere diverso. Diciamo spesso: “il mondo è cambiato…”. É vero, ma noi purtroppo restiamo sempre gli stessi. Mia madre di fronte alle distruzioni conseguenti a terremoti, alluvioni, etc.  si lasciava andare e diceva disperatamente: “L’é mej morìr…”. In un certo senso aveva ragione: o si ha il coraggio di cambiare radicalmente la propria impostazione di vita o si muore. Le pur inevitabili polemiche socio-politiche lasciano il tempo che trovano se non vengono accompagnate da una totalizzante e generale autocritica.

In mezzo al disastro è scattata la solidarietà, soprattutto dei giovani: un filo d’erba fresca in mezzo al fango, un barlume di speranza a cui dare seguito. E pensare che proprio i giovani dovrebbero essere i soggetti più incattiviti e polemici verso gli anziani che consegnano a loro un mondo disastrato. Non basterà nemmeno questa solidarietà a valle, perché occorrerebbe quella a monte. E siamo tutti in debito, nessuno può lanciare la prima pietra. Quella ad esempio proveniente dalla destra che butta le colpe addosso all’emblematica sinistra emiliana e quella che da sinistra colpisce il condonismo, il faraonismo e il falso liberismo della destra al potere. Questa sassaiola non porta da nessuna parte. Porta soltanto magari ad astenersi dal voto quale estrema ratio per una società in sfacelo e a rifugiarsi nell’ulteriore egoismo di fronte ad un mondo perversamente immutabile.

 

 

 

 

 

 

 

Le tende ad ossigeno degli studenti

Mentre l’attuale equilibrio politico si va vieppiù consolidando per un’opposizione parlamentare debole, divisa e inconcludente, per un controllo mediatico sempre più clamorosamente invadente (vedi asservimento strisciante della Rai al governo nazionale), per una furbesca quanto improduttiva  assuefazione alla situazione internazionale (vedi recenti mosse governative a sostegno dell’Ucraina), per l’apertura di una fase riformatrice a livello istituzionale (chiacchiere in libertà, devianti e frustranti), per la grave crisi di rappresentanza, di proposta e finanche di  protesta da parte dei sindacati dei lavoratori, l’unico barlume di speranza in una dialettica pungolante per il governo consiste nelle proteste studentesche, che hanno preso recentemente la pittoresca forma delle tende in piazza.

I soggetti veramente liberi nel cervello, nel cuore e nel portafoglio, sono gli studenti: hanno il coraggio di scendere in campo senza calcoli politici predeterminati, allo sbaraglio ma con assoluta credibilità agli occhi della pubblica opinione in quanto toccano problemi concreti come gli affitti esosi, che rischiano di mettere a repentaglio il diritto allo studio.

Spero molto nelle coraggiose iniziative studentesche, da sempre e in tutto il mondo capaci di mettere in seria difficoltà regimi autoritari o pseudo-democratici (come nel caso attuale dell’Italia). Devono resistere alle sirene partitiche e sindacali, devono rimanere autonomi nel contesto politico ed istituzionale, devono essere capaci di organizzarsi in proprio senza alcun appoggio mediatico.

Sono forse l’unica vera iniziativa di mobilitazione democratica, vista la comprensibile refrattarietà popolare alle consultazioni elettorali: ascoltandone le motivazioni e le idee mi sono in parte ricreduto sulla (in)consistenza culturale e politica delle nuove generazioni. Non si tratta di un nuovo sessantotto, ma di un contributo attivo e non violento ad una ripresa della democrazia.

Con i partiti Giorgia Meloni può giocare a rimpiattino, con i sindacati può giocare d’anticipo, con Zelensky può ballare senza casqué, con la Rai può farsi forza con un autentico esercito di paraculi, sulle riforme costituzionali può confondere le acque, con gli studenti farà una certa fatica a barare.

Habemus papessam

“Ecco, la natalità, così come l’accoglienza, che non vanno mai contrapposte perché sono due facce della stessa medaglia, ci rivelano quanta felicità c’è nella società. Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di integrare, di accogliere, mentre una società infelice si riduce a una somma di individui che cercano di difendere a tutti i costi quello che hanno. E tante volte si dimenticano di sorridere”.

È un passaggio del discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla III edizione degli Stati generali della Natalità, tenuti a Roma all’Auditorium di Via della Conciliazione nella giornata di Venerdì, 12 maggio 2023.

Seduta vicino al Papa c’era la premier Giorgia Meloni, che ostentava reiterati cenni di assenso verso le parole di Bergoglio, di bianco vestita, più bella, più superba e più papista che mai. Un tempo i democristiani facevano a gara nel partecipare in bella evidenza alle pompose processioni del Corpus Domini per conquistare consensi e voti del mondo cattolico, quando tale serbatoio elettorale era molto consistente ed appetibile. Ora i cattolici sono rimasti in pochi, sparpagliati nelle diverse forze politiche, il clero non è più schierato, ma resta tuttavia importante l’appeal papale per il suo carismatico ed autorevole ruolo.

Giorgia Meloni non si è lasciata scappare l’occasione di un mastodontico selfie con papa Francesco. Se lui ha detto cose diametralmente opposte rispetto alla linea valoriale della destra al governo, non ha nessuna rilevanza: l’importante era far passare l’immagine di una premier in bianco accodata al papa bianco. In pochi avranno ascoltato i contenuti dei loro interventi e (quasi) nessuno si sarà accorto della differenza abissale fra i loro discorsi. Ora la Meloni potrà annoverare fra i suoi referenti nientepopodimeno che papa Francesco.

D’altra parte il leader leghista Matteo Salvini non si è presentato più di una volta alle manifestazioni pubbliche col rosario in mano? Sembra impossibile, ma gli italiani fingono di fregarsene altamente della religione, ma sotto sotto restano dei bigotti, che si lasciano condizionare dai più fallaci stormir di fronde pseudo-cattoliche. L’antifascismo? Non serve più! e poi Mussolini non stipulò i patti lateranensi? I migranti stiano o tornino a casa loro! Basta e avanza applaudire il papa! Facciamo un nuovo concordato riveduto e scorretto, che magari scarichi sulla Caritas le grane migratorie. “Dio, patria e famiglia” sarà lo slogan nei secoli dei secoli. Amen.

In conclusione, per dirla con Enzo Iannacci, quelli che… sono di destra… perché Gesù siede alla destra del Padre e, d’ora in poi, perché Giorgia Meloni è vestita di bianco, come il papa.

La bärca di cojón e l’ärca äd Noè

L’ormai lungo periodo che stiamo vivendo è caratterizzato dalla catastrofica concatenazione di eventi tali da costringerci a rivedere tutti gli schemi esistenziali della nostra vita. La pandemia da covid con i suoi milioni di morti, che chiude il cerchio su tutti quanti non riescono a nascere e vivere in condizioni umanamente accettabili fino a perdere la vita stessa o a doverla soffrire come una condanna forse peggiore della morte; la guerra in Ucraina, che chiude il cerchio di tutte le guerre sparse nel mondo che creano morte, lutti e rovine; i disastri ambientali che buttano all’aria strutture e infrastrutture e fanno tabula rasa dell’organizzazione personale, famigliare e societaria quando e se risparmiano l’incolumità delle persone direttamente o indirettamente colpite; il fenomeno migratorio, che segna la reazione disperata delle persone all’impossibilità di vivere in presenza di tutti i suddetti fenomeni, nella scommessa di provare a cambiare la sede della propria esistenza.

Non c’è individuo o comunità che si possa chiamare fuori da questi scombussolamenti: io speriamo che non me la cavo!  Non si sa da dove cominciare. La tentazione è sempre quella di partire dalla politica, che non riesce minimamente ad incidere sulla realtà, ma anzi tende ad eludere o addirittura a nascondere i problemi. Si pensi alla distrazione di massa perseguita con il progetto del ponte sullo stretto di Messina: semplicemente pazzesco concepire una simile cattedrale nel deserto di un territorio disastrato. Eppure sta diventando una squallida prova identitaria per una politica che non vuole affrontare la realtà, ma giubilarla.

Non si tratta di transizione ecologica o di economia compatibile, ma di rifondare la società rivedendone i valori e i modi di essere. Deve cambiare il modo di produrre, di lavorare, di mangiare, di bere, di respirare, di curare la propria salute etc. etc. È tutto da rifare!

Non è sufficiente vivere, occorre convivere, capovolgere l’approccio alla vita stessa. Non so se potrà ancora esistere uno spazio per l’arricchimento se prenderemo atto che le risorse devono essere equamente distribuite prima di essere egoisticamente consumate. Non so se potrà ancore esistere il divertimento, ammesso e non concesso che qualcuno abbia ancora voglia di divertirsi. Non so se si potrà stare tranquilli dal momento che tutto sembra cascarci addosso. Fare figli non dovrà essere la velleitaria risposta alla denatalità imperante, ma lo risposta essenziale alla domanda di vita che sorge paradossalmente dalle vittime della povertà, dell’ingiustizia, delle malattie, delle guerre e delle violenze.

Mi raccontavano di un anziano che, nel bel mezzo di certe situazioni di grave confusione, si poneva una domanda retorica: “In dò sèmmia? In-t-la bärca di cojón?”. Ebbene forse ho fatto solo qualche farneticante (?) esempio in risposta al dramma della vita che ci sfugge di mano. Ce n’è per tutti i gusti, ognuno dovrà fare la sua parte. Il peggiore inizio sarebbe quello di pensare di poter sfuggire. Durante una trasmissione televisiva di commento alle alluvioni romagnole ci si è rivolti al sindaco di Bologna, considerando la sua città fortunata dal momento che è stata solo lambita dai disastri climatici. Fortunata? Non direi proprio. O entriamo nella logica “mors tua mors mea” o, per dirla in positivo, “vita tua vita mea”, altrimenti siamo tutti spacciati.

“In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici.  Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?  No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.  O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»”.

 

 

La destra ha bisogno di sb…Rai…tare

«Io sono in Rai da 40 anni però non si può essere adatti a tutte le stagioni». A Fabio Fazio per spiegare è bastata una frase. Senza piagnistei né rivendicazioni. Chi ha voluto che non avesse scelta, sa a cosa si riferisce. Anche se il conduttore con il più lungo e largo curriculum tra quelli in servizio per la Rai non ha voluto indicare mandanti né esecutori. Ci ha pensato, e prevedibilmente non ne vedeva l’ora, il vicecapo del governo Matteo Salvini. Su “La Stampa” una giornalista come Flavia Perina, già parlamentare di centrodestra e direttrice-innovatrice di quel “Secolo d’Italia” che fu del Msi e poi di Alleanza Nazionale, riassume il senso del “Belli Ciao” twittato dal vicepresidente del consiglio. Con un colpo solo ha voluto irridere uno dei simboli della Liberazione e al contempo festeggiare l’allontanamento di Fazio, alle cui domande il leader della Lega non ha mai voluto rispondere. «Il Belli Ciao di Salvini – scrive Perina – rivela molte cose. Uno spirito vendicativo che le istituzioni non dovrebbero esibire in modo così plateale». A meno di confondere la democrazia e il ruolo di chi governa per qualcosa d’altro. (Nello Scavo sul quotidiano “Avvenire”)

Non intendo santificare i superpagati conduttori televisivi Rai in odore di eresia e di conseguente defenestrazione, ma il clima di restaurazione, che si sta instaurando, non può essere liquidato con un’alzata di spalle. Circola il rassegnato commento del “è sempre successo così”. Non lo accetto, perché la prassi consolidatasi nel tempo non è sufficiente a giustificare comportamenti censori e clientelari e perché l’attuale contingenza ha in sé alcune gravi ed originali peculiarità.

Il manuale Cencelli nelle assunzioni in Rai, come diceva Enzo Biagi, consisteva nella regola «un democristiano, un comunista, un socialista e uno bravo». Si è andati avanti così e le cose sono via via peggiorate in conseguenza della sempre più forte mediatizzazione della politica, della crescente invadenza dei partiti e della calante etica professionale dei giornalisti. È vero che la democrazia cristiana cercò di occupare il potere facendo razzia dei posti di sottogoverno e lasciò indirettamente campo alla sinistra per quanto riguardava l’elaborazione e la divulgazione culturale: un patto assurdo, che ha creato una pericolosa dicotomia fra cultura del potere e cultura delle idee. A portare all’eccesso questo andazzo ci ha pensato il craxismo, che è riuscito a combinare tutto e tutti in una esplosiva miscela affaristico-clientelare. Poi il berlusconismo ha occupato il potere politico istituzionalizzandolo nell’interesse personale e mettendo le mani su tutto il sistema radiotelevisivo con un perverso trait d’union tra Mediaset e Rai.

Ed ecco spuntare una differenza tra passato e presente: l’invadenza berlusconiana in Rai fu molto pesante, ma il cavaliere aveva i propri media ben protetti e poteva permettersi il lusso di tollerare qualche sgarbo da parte della Rai. Una sorta di democratico specchietto televisivo nella sarabanda mediatica di regime. Oggi i due partiti in lizza nel centro-destra soffrono di tremenda fame arretrata, di senso di inferiorità culturale, di dilettantismo politico e allora non possono permettersi il lusso di fare prigionieri. Il senso del tweet salviniano di cui sopra, vale a dire “Belli Ciao!”, è questo.

Più la politica è debole e lontana dalla gente e più ha necessità assoluta di occupare la scena e di accalappiare consensi. Al riguardo cosa c’è di meglio della Rai? Gli utenti del sistema radiotelevisivo non hanno capacità critica e bevono a gola aperta. Non voglio esagerare, ma la kermesse imbastita da Bruno Vespa a latere della visita italiana di Zelensky è la perfetta sintesi dei desiderata governativi filtrati dal maestro di cerimonie per eccellenza, l’uomo che rappresenta il legame tra potere politico e potere mediatico.

È molto probabile che in Rai l’aria diventi sempre più irrespirabile: giornalisti e conduttori non allineati se ne andranno alla spicciolata trovando riparo e/o rifugio nelle reti private, finendo magari dalla padella del controllo politico alla brace dell’audience pubblicitaria. Chi ci rimetterà sarà il cittadino, vittima del palleggiamento mediatico e del suo regime misto pubblico-privato. Elly Schlein ha risposto picche con l’intervista a Vogue Italia, candidandosi surrettiziamente a fare la lussuosa ruota di scorta: non tanto per i contenuti dell’intervista semplicisticamente identificati con l’opzione dell’armocromia, ma per lo strumento e il metodo scelti. Meglio l’uovo odierno dell’audience, che la gallina prospettica di un qualche recupero democratico. Occorrerebbe il coraggio di dire basta, costi quel che costi, invece…

 

La democrazia al ballottaggio

In Turchia, stando ai risultati elettorali in via di conferma ufficiale (?), Erdogan è sceso sotto il 50% dei voti, al 49,3%: è un dato che renderà necessario un secondo turno il 28 maggio. Il presidente nella notte ha parlato alla folla dicendo: “Siamo in netto vantaggio. Altri stanno cercando di ingannare le persone dicendo che sono avanti, ma potremmo ancora vincere al primo turno”. La replica del principale sfidante, Kilicdaroglu: “La volontà di cambiamento nella società è superiore al 50%, al ballottaggio vinceremo”.

I commentatori di geopolitica hanno suonato un preventivo campanello d’allarme sull’esito elettorale turco, mettendo sui piatti della bilancia da una parte la vomitevole continuità dittatoriale con le sue rassicuranti posizioni internazionali (adesione alla Nato, rapporti affaristici con la UE, intermediazione nel conflitto russo-ucraino, equilibri nella zona mediorientale, etc. etc.), dall’altra parte una “pericolosa” discontinuità democratica con i rischi di colpi di Stato dietro l’angolo e di sconvolgimenti nei rapporti internazionali. In buona sostanza, meglio l’uovo oggi della dittatura erdoganiana che la gallina domani della democrazia dello sprovveduto Kilicdaroglu. Siamo alla più spietata e paradossale delle realpolitik.

Non ho dubbi, preferisco la più incerta delle democrazie rispetto alla più rassicurante delle dittature più o meno camuffate.  Mi viene spontaneo fare un parallelo con il dopo-Tito in Jugoslavia: le dittature, quando crollano, scoperchiano pentole pazzesche, che continuano a ribollire per decine se non addirittura centinaia di anni. Sarà così anche in Turchia? Probabilmente, seppure in extremis, Erdogan resisterà facendo leva su un controllo minuzioso dei media, sull’appoggio dell’apparato militare, sulle paure di una popolazione stremata dal terremoto e sul favorevole atteggiamento delle grandi potenze che vedono in lui un punto di riferimento irrinunciabile.

La democrazia non dovrebbe essere un’opinione politica, ma una certezza ideologica. Non è così.  Il quieto (?) vivere internazionale finisce col fare il tifo per Erdogan. Superata persino l’affermazione di Winston Churchill: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” [Da un discorso alla Camera dei Comuni, novembre 1947].

Parafrasando una storica battuta di mia madre, dico sconsolatamente: “Adésa i dittatòr i vólon fär i democràtic e i democràtic i vólon fär i dittatòr; podràll andär bén al mónd?”