Non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere e non per morire

Quando succedono dei terribili fatti che comportano lutti e rovine emergono due reazioni stereotipate: una di stampo illuministico volta alla ricerca del colpevole a tutti i costi; l’altra di tipo fatalista, di rassegnata passività agli eventi del tutto estranei alla volontà e all’impegno dell’uomo.

Gli operai travolti dal treno a Brandizzo rientrano in questa macabra dissertazione filosofica? Da una parte abbiamo una sorta di accanimento indagatorio sulle eventuali responsabilità dell’accaduto e conseguente sbrigativa criminalizzazione di chi non ha controllato o sorvegliato a dovere: è l’atteggiamento dei media tra grilloparlantismo e scandalismo; dall’altra c’è la tentazione di considerare come i morti sul lavoro ci saranno sempre, anche con tutte le precauzioni, perché lavorare è pericoloso e non dobbiamo mai dimenticarlo: sono le incaute parole del parroco che ha celebrato i funerali, pronunciate in buona fede e addirittura ribadite alla fine del rito: «Morire sul lavoro è un dato di fatto. Si muore. Le attività umane sono rischiose».

Il presidente della Repubblica, parlando della morte dei cinque operai a Brandizzo travolti da un treno, ritiene che morire sul lavoro sia un oltraggio ai valori della convivenza.  “Lavorare non è morire. Le vittime ci dimostrano che non stiamo facendo abbastanza”, scrive Sergio Mattarella in una lettera-appello indirizzata alla ministra del Lavoro. Pur avendo consapevolezza dei limiti dell’uomo, che non può prevedere, controllare ed evitare tutto, occorrerebbe un supplemento di impegno a tutti i livelli.

Le istituzioni balbettano squadernando la legislazione esistente, che sulla carta cerca effettivamente di rendere più sicuro il lavoro, ma concretamente non riesce a garantire una messa in sicurezza delle procedure lavorative. I partiti politici parlano molto ad operaio morto, ma non hanno la sensibilità necessaria per affrontare la problematica con coraggio e priorità. I sindacati dei lavoratori reagiscono duramente, ma tendono a privilegiare gli aspetti economici a scapito di quelli della sicurezza. La macchina dei controlli mi sembra imprigionata nella burocrazia e poco efficace nella realtà. Le responsabilità nei singoli casi devono essere indagate dalla magistratura possibilmente senza sbattere eventuali mostri in prima pagina.

E la società come reagisce? L’opinione pubblica auspica più vendetta che giustizia, più capri espiatori a valle che ricerca della sicurezza a monte, in una sorta di rimozione collettiva, di trasferimento del problema dalla coscienza alla politica.

Sul piano religioso, che ormai si ha persino paura di prendere in considerazione, sono d’accordo col teologo Alberto Maggi, teologo e biblista, il quale afferma: «Ci si dimentica che il messaggio di Gesù vuole che gli uomini siano felici qui, su questa terra. Non è che la gente deve soffrire per cercare Dio: è Dio che la cerca per farla felice. Gesù ci assicura che si può essere pienamente felici qui, su questa terra». Una certa esegesi biblica considera il lavoro come un castigo, mentre è la partecipazione dell’uomo all’attività creativa di Dio, un mettere a frutto i talenti, un impegno a servizio del prossimo. Così come la povertà evangelica consiste anche nel combattere l’ingiustizia e le diseguaglianze, il lavoro dovrebbe consistere in un servizio alla vita per chi lo esegue e per chi ne gode i frutti.

Sempre Alberto Maggi dice in un passaggio del suo libro intervista: “Ma che cos’è il caso? Tutti conoscono il celebre aforisma coniato da Anatole France, lo scrittore francese premio Nobel della letteratura: «Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare». Credo che il caso sia il contrario di un termine affine, caos, e potrei filosofeggiare dicendo che è il caso a mettere ordine nel caos… se solo avessimo occhi per vedere il disegno di Dio nella nostra esistenza! Di norma lo vediamo a posteriori: col trascorrere dei giorni e degli anni dobbiamo ammettere che sì, c’era, e c’è qualcosa, o Qualcuno, che continuamente tesse la trama d’amore nella nostra esistenza e che riesce a fare dei nostri errori il trampolino di lancio per proiettarci verso meraviglie ancore più grandi”.

Altro che rassegnazione e fatalismo! Siamo protagonisti di un progetto meraviglioso dove non ci può e non ci deve essere morte e lutto per disimpegno o pigrizia. E il lavoro è proprio la nostra partecipazione a questo progetto, non per morire ma per vivere.

 

Esselunga la sa lunga

Da apprendista sociologo individuo tre fasi storiche nella portata socio-politica della pubblicità: quella antidiluviana e perbenista della “pubblicità è l’anima del commercio”, quella della vera e propria creazione dei consumi e quindi della società consumistica, quella della pubblicità come stampella del regime/sistema dall’informazione alla politica.

Ammetto che il nuovo spot pubblicitario della Esselunga, con la bimba, i genitori separati e la pesca per farli tornare insieme, mi ha messo in crisi e mi ha costretto ad uscire dagli schemi di cui sopra. Una pubblicità che gioca e specula, clamorosamente anche se molto intelligentemente, sui veri valori in forte contrasto con quelli falsi in voga nella società odierna mi scombussola. Non è più uno sguardo verso il futuro a prescindere dai valori, ma uno sguardo sul passato per recuperarne i valori in chiave consumistica: come se fosse finito l’armamentario pubblicitario tradizionale e allora si ricominciasse daccapo innescando nei cittadini-consumatori una sorta di rimpianto-rimorso finalizzato comunque a fidelizzarli, accantonando l’idea di capire la società e pronosticandone sic et simpliciter un ritorno strumentale al passato. Un cinismo nuovo ma morbido e sentimentale che sostituisce il duro realismo della narrazione economicistica.

Si tratta di un evento di carattere contingente o di svolta epocale? Letto in positivo potrebbe significare una pur relativa resipiscenza rispetto alle derive socio-economiche in atto; letto in negativo potrebbe rappresentare il tritacarne definitivo dei valori assimilati in tutto e per tutto a consumi.

Francesco Spini sul quotidiano “La Stampa” mette in evidenza come Youtrend abbia rilevato che sui giornali si parla più del cortometraggio Esselunga che dei conti pubblici. Questo dato la dice lunga sulla mera strumentalità del messaggio, abbinato oltre tutto alle proiezioni catastrofiche dell’Istat in materia famigliare ed apprezzato dall’attuale governo in quanto corrispondente al suo anelito “Dio, patria e famiglia”. Da una parte, come si legge in un’intervista a Oliviero Toscani di Simonetta Sciandivasci sempre su “La Stampa”, abbiamo la soddisfazione di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per la prima lo spot è commovente, per il secondo è poesia pura; dall’altra parte abbiamo l’ostentato snobismo di Elly Schlein, che dice di non averlo visto. Della serie la pubblicità può fare anche politica, mentre la politica fa solo pubblicità a se stessa.

La pubblicità purtroppo, checché se ne dica, fa opinione: la gente si lascia incantare e toccare nel vivo forse più che nel portafoglio. Che il dibattito sui valori, a prescindere dalla loro autenticità e dal loro spessore umano e sociale, venga ridotto a mera e sbracata speculazione commerciale è cosa che dimostra, se ancora ce n’era bisogno, come la nostra società stia toccando il fondo. Speriamo che almeno questo “evento” possa scuotere non tanto i cuori come vorrebbe, ma le menti per capire fino a che punto di non ritorno siamo arrivati.

 

 

 

 

Un Mario in panchina

Titoli di Stato sotto pressione, con il rendimento che si impenna e lo spread Btp-Bund che torna su livelli di allerta. Il mercato obbligazionario italiano è sotto stress così come quello europeo. Si tratta di un effetto collaterale della decisione delle banche centrali europea e statunitense di continuare la lotta all’inflazione con tassi di interesse elevati ad oltranza.

(…)

In questo contesto lo spread Btp-Bund sta tornano di attualità, balzando a livelli elevatissimi: oggi ha sfiorato i 192 punti. Il titolo di Stato italiano decennale stamattina aveva un rendimento del 4,7%. Anche il Bund decennale tedesco ha raggiunto il massimo dal 2011, con il rendimento al 2,8% (+7 punti base). Stessa dinamica per il titolo di Stato a 10 anni francese, con un rendimento a +3,4%. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Facciamo un salto indietro. Nel 2011 per uscire dalla situazione di emergenza finanziaria occorreva rimuovere urgentemente le cause che avevano indotto gli investitori internazionali a dubitare della solidità del bilancio pubblico italiano e, quindi, ad acquistare i titoli di debito italiani solamente a condizione che i relativi tassi d’interesse fossero abbastanza alti da compensare l’aumentato rischio. Le cause di sfiducia nei confronti dell’Italia erano: la scarsa o assente crescita del PIL, l’enorme stock di debito pubblico di nuovo in crescita a partire dal 2008, la scarsa credibilità del Governo e del sistema politico. E fu governo Monti!

Ebbene anche oggi il bilancio pubblico è un colabrodo, il debito pubblico sta raggiungendo livelli pazzeschi, la crescita del pil è scarsa, il governo, nonostante i numeri tranquillizzanti alle Camere, non ha credibilità e il sistema politico è più imballato che mai. Senza voler fare le cassandre, profetizzare sventure non è del tutto inammissibile.

L’Italia vive di scorribande internazionali della premier e di lodevoli iniziative quirinalizie, ma è isolata a livello europeo, impelagata con i sovranisti e gli estremisti, vista con estrema diffidenza dai partner più forti, protetta dall’ombrellino opportunistico statunitense giustificato soltanto dall’adesione italiana alla scriteriata politica bellica. Un giorno si litiga con Macron, un giorno con Scholz, un giorno si appoggia Ursula vond der Leyen, un giorno si punta a farla fuori con un’armata Brancaleone destrorsa. Il vestito governativo mediaticamente imbastito lascia trasparire un vergognoso nulla a livello programmatico e dirigenziale. L’opposizione non riesce a rappresentare un’alternativa valida, praticamente non esiste. L’elettorato è deluso e prende sempre più la strada dell’astensione dettata da insofferenza e sfiducia. Il pnrr da bengodi si sta trasformando in buccia di banana. L’immigrazione dilaga e non si intravede alcuna capacità di governarla seriamente. Nei cittadini aumenta un pericoloso e frenante senso di insicurezza.

Il quadro assomiglia molto a quello del 2011. Anche allora il governo Berlusconi sembrava forte e stabile, così come oggi il governo Meloni continua a rassicurare tutti sulla propria durata quinquennale, salvo alzare il tasso di litigiosità al proprio interno fino a raggiungere livelli farseschi. E allora?

Non so se essere preoccupato o se fare il tifo per una sorta di “tanto peggio tanto meglio”. In questi giorni confrontandomi con alcuni amici osservavo come anche nel passato remoto l’Italia abbia trascorso periodi difficilissimi, basti pensare al terrorismo. C’era però una differenza: esisteva una classe politica, con tanti difetti, ma con una certa sensibilità istituzionale, una certa capacità di governo e una conseguentemente certa credibilità. Oggi non esiste: il tuffo nel passato proposto dal funerale laico-politico di Giorgio Napolitano lo dimostra. Le esequie del Presidente emerito hanno messo a nudo l’inconsistenza odierna della classe politica a confronto di quella passata. Almeno io le ho lette così, come un malinconico e quasi disperato urlo di rimpianto e di rimorso.

Non resta che sperare, come del resto avvenne nel 2011, in un intervento salvifico del presidente della Repubblica ed affidarsi alla sua fantasia costituzionale, con un Mario Draghi dietro l’angolo a fare rima con Mario Monti.

 

Dalle scomuniche alle orazioni funebri

Ho apprezzato convintamente la partecipazione in qualità di oratore del cardinal Gianfranco Ravasi ai funerali civili di Giorgio Napolitano. A questa decisione aveva peraltro fatto da apripista papa Francesco col suo silente omaggio alla salma dell’ex-presidente della Repubblica.

Niente da ridire, anzi tutta la mia soddisfazione per la caduta di steccati ideologici e religiosi. Mi resta in gola il rammarico per quando facevo politica ed ero considerato un “comunistello” di sagrestia per il fatto che osavo dialogare con i comunisti. Come passa il tempo…Ora la sagrestia si allarga ed entra a palazzo Madama e palazzo Montecitorio. Ne sono soddisfatto anche se non rimborsato.

A tale proposito mi viene spontaneo ripercorre il dramma di Piergiorgio Welby e di sua moglie Mina. Pensate, dopo anni di sofferenze indicibili, un uomo, oltre tutto credente, decide di smettere di vegetare e intende morire delicatamente: non si può fare perché i politici “leccapreti” non gradiscono e intendono assecondare il dogmatismo cattolico per guadagnarsi qualche sporco voto clericale. Nemmeno la consolazione del funerale religioso, negata dall’allora potentissimo vicario di Roma, cardinale Camillo Ruini, concessa peraltro a grandi delinquenti politici e mafiosi (si pensi a Enrico De Pedis, detto ‘Renatino’, il capo della Banda della Magliana, sepolto in una sontuosa tomba nella basilica romana di Sant’Apollinare).

La Chiesa è una specialista nell’applicazione di diversi pesi e misure a seconda dei tempi e delle persone. Mi si dirà che cambiano i papi, i cardinali e i vescovi e quindi…Il Vangelo però è sempre lì e non potrebbe essere stiracchiato a seconda delle epoche e dei momenti storici. Per mia coraggiosa fortuna nella vita non mi sono fatto condizionare dagli indirizzi della gerarchia e ho cercato di privilegiare la mia coscienza: avrò senz’altro sbagliato e pagherò, ma questo è un altro discorso.

Un tempo i comunisti erano scomunicati oggi gli ex-comunisti vengono onorati e seppur laicamente incensati. Un tempo si arrivava a tollerare fascismo e mafia in chiave anticomunista. Un tempo era vietato partecipare ai funerali civili e non si concedeva il funerale religioso alle persone suicidate. Un tempo i giovani non potevano andare a ballare, le ragazze dovevano portare le calze anche d’estate e via discorrendo.

Ho una grande ammirazione per il cardinal Ravasi proprio perché a lui riconosco la capacità di dialogare a livello culturale con i non credenti, quindi la sua presenza al feretro di Napolitano è stata cosa buona e giusta. Gradirei però che venisse accompagnata dall’ammissione di tante colpe commesse nel passato, anche piuttosto recente e dalla revisione critica di tanto dogmatismo ancora presente nella Chiesa cattolica.

 

Mentre a Bruxelles si litiga, i migranti muoiono

Dopo il ministro della Difesa Giudo Crosetto è Giorgia Meloni ad alzare la voce contro Berlino, esprimendo tutto il proprio «stupore» per l’aiuto del governo tedesco alle ong. In una lettera inviata sabato scorso al cancelliere Olaf Scholz, la premier critica una decisione che a suo avviso comporterà il rischio «di partenze moltiplicate» e «nuove tragedie» in mare, pur mitigando le sue esternazioni palesando la disponibilità a una soluzione «strutturale», che sarebbe pronta a trovare parlandone di persona.

«Ho appreso con stupore che il Tuo governo – in modo non coordinato con il governo italiano – avrebbe deciso di sostenere con fondi rilevanti organizzazioni non governative impegnate nell’accoglienza ai migranti irregolari sul territorio italiano e in salvataggi nel Mare Mediterraneo. Entrambe le possibilità suscitano interrogativi. Innanzitutto, per quanto riguarda l’importante e oneroso capitolo dell’assistenza a terra è lecito domandarsi se essa non meriti di essere facilitata in particolare sul territorio tedesco piuttosto che in Italia. Inoltre, è ampiamente noto che la presenza in mare delle imbarcazioni delle Ong ha un effetto diretto di moltiplicazione delle partenze di imbarcazioni precarie che risulta non solo in ulteriore aggravio per l’Italia, ma allo stesso tempo incrementa il rischio di nuove tragedie in mare».

«Ritengo che gli sforzi, anche finanziari – continua il capo dell’esecutivo -, delle Nazioni Ue interessate a fornire un sostegno concreto all’Italia dovrebbero piuttosto concentrarsi nel costruire soluzioni strutturali al fenomeno migratorio, ad esempio lavorando ad un’iniziativa Ue con i Paesi di transito della sponda sud del Mediterraneo, che peraltro necessiterebbe di risorse inferiori rispetto a quella da tempo in essere con la Turchia». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mi stupisco dello stupore di Giorgia Meloni. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che gli interventi, direttamente o indirettamente finalizzati al sostegno del fenomeno migratorio, andrebbero programmati e concordati a livello europeo. Ho però l’impressione che in attesa di questa programmazione concordata assisteremo ad ulteriori stragi di migranti, considerati i tempi e i modi di intervento della Ue e dei suoi Paesi, divisi fra di loro e chiusi in logiche particolaristiche.

Ecco perché ben vengano i provvedimenti concreti e tempestivi per salvare vite umane e mi sembra che l’aiuto alle Ong abbia questo scopo: prima di tutto i migranti vanno salvati, poi si potrà e si dovrà discutere sul come accoglierli, assisterli e integrarli.

Mi sovviene al riguardo la parabola evangelica del buon Samaritano: se, vista l’inerzia del sacerdote e del levita (che forse facevano ragionamenti simili a quelli di Giorgia Meloni), il Samaritano (le Ong?) non fosse intervenuto tempestivamente, quel povero disgraziato (molto simile ai migranti) sarebbe morto dissanguato in attesa degli interventi strutturali.

Al Samaritano premuroso avrebbero potuto eccepire un interventismo fuori luogo, volto a provocare i benpensanti e non si può negare che, in un certo senso, avesse in sé una valenza provocatoria: fatto sta che quel povero disgraziato ebbe salva la vita. Cosa successe poi il racconto evangelico non lo dice.

I migranti sono tali non perché approfittano delle Ong al loro servizio, ma perché sono disperati, affamati, torturati e non hanno altra scelta se non quella di fuggire dai loro inferni di terrore e di morte. Le polemiche fra i Paesi europei risultano quindi oltre modo penosi e disgustosi. Si rimbocchino tutti le maniche e la smettano di litigare sulla pelle dei disgraziati.

Quanto al governo italiano non faccia nei confronti delle Ong la parte del lupo che accusa l’agnello situato a valle di sporcare le acque a monte e in subordine di farsi strumentalizzare dalla sinistra tedesca per parlare male della destra italiana.

Mi pare che con questi atteggiamenti, infantili e strumentali, andremo poco lontano nella costruzione dell’Europa e nella soluzione del problema migratorio. I tatticismi e gli opportunismi non servono a niente, anche perché, come si suol dire, le balle stanno in poco posto.

No allo scherzo umano, ma anche alla follia dogmatica

Durante la breve conferenza stampa nel viaggio di ritorno da Marsiglia, a papa Francesco è stata posta una domanda piuttosto insidiosa e delicata, a cui peraltro lui ha risposto in modo, a mio giudizio, dogmatico, come non è nel suo stile.

“Con Macron ha parlato della legge a favore dell’eutanasia che si sta approvando in Francia. E cosa gli ha detto?”.

«Oggi non ne abbiamo parlato, ma lo abbiamo fatto l’altra volta, in Vaticano. Gli ho detto il mio parere, chiaro. Con la vita non si gioca, né all’inizio né alla fine. Nel romanzo Il padrone del mondo del 1903 si fa vedere come andranno le cose: la morte dolce, la selezione prima della nascita… Oggi stiamo attenti con le colonizzazioni ideologiche che rovinano la vita umana. Oggi si cancella la vita dei nonni, sono vecchi non servono. Con la vita non si gioca. Sia con la legge per non lasciare che cresca il bambino nel seno della madre, sia con l’eutanasia per le malattie e la vecchiaia. Non è una cosa di fede, è una cosa umana. C’è la brutta compassione. Con la vita non si gioca».

Non credo che chi disperatamente sceglie di interrompere la propria vita a causa di sofferenze non più sopportabili e inumane intenda scherzare con la propria vita, al contrario credo che ne voglia difendere la dignità.

Cosa significa che con la vita non si gioca? Niente pillole del giorno dopo (per la verità nemmeno quelle del giorno prima), niente aborto volontario nemmeno nei casi più estremi di violenza subita, niente eutanasia nemmeno nei casi di malati terminali con le loro sofferenze atroci. Non intendo mettermi a discutere sul piano scientifico e teologico su questi temi eticamente sensibili, su questi argomenti caldi, sui cosiddetti principi irrinunciabili (quante rinunce alla carità ha fatto la Chiesa nei secoli…).

Per quanto concerne il controllo delle nascite mi rifaccio a mia sorella, che andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi denutriti o morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente e dei principi (anche religiosi), la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della declamazione di dogmi, per poi diventare concreta solidarietà e risposta politica. Ricordo come, da cattolica convinta e praticante, di fronte alle immagini di popolazioni sofferenti per fame e denutrizione, dicesse senza evidenziare dubbio alcuno: «Occorrono vagoni e vagoni di pillole anticoncezionali, altro che balle…».

In materia di aborto mi limito a riportare un episodio altolocato. Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Ilarion Capucci venne presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al papa: «Ma Lei Santità crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…». Con tutto il rispetto per l’allora papa e oggi santo, credo che pregare sia importante, ma non basti.

In ordine al problema del fine vita oso, per un attimo, riferirmi alla parabola evangelica del Padre misericordioso, molto eloquente sull’atteggiamento divino nei confronti della creatura umana. Provo a mettere al posto del figlio prodigo un malato terminale (il caso più clamoroso che in un certo senso li riassume tutti). Non ce la fa più a sopportare il dolore, è disperato, non trova più la forza di vivere e dice fra sé: «Voglio tornare da mio padre, perché non riesco più ad andare avanti così…». Il padre commosso lo accoglierà a braccia aperte e gli dirà: «Ti aspettavo, ho visto che non riuscivi più a reggere la situazione e hai fatto bene a tornare, è tutto finito, ora sei con me e voglio che tu sia felice con me, non ci lasceremo più…». Ci sarà anche il figlio rompicoglioni che insorgerà e protesterà: «Ma tu non ci hai insegnato che la vita è sacra e che solo tu ce la puoi dare e togliere…». E allora il padre ribatterà: «Tu hai fatto tutto quel che potevi per alleviare le sofferenze di questo tuo fratello? Questo era il tuo compito. Tocca a me giudicare se questo tuo fratello non riusciva più umanamente a vivere, solo io posso capirlo perché ho sofferto con lui e per lui e ora lo prendo con me nella vita eterna che gli ho conquistato sulla Croce». E si farà festa…

Tornando alle parole di papa Francesco, preferisco la brutta compassione alla bella teorizzazione. Chi soffre non ha bisogno di principi in cui affogare, ma di comprensione in cui respirare. Certo, bisogna vigilare affinché le regole della società non approfittino della sofferenza per autorizzare l’arbitrio. Ma questo mi sembra un altro discorso. L’integralismo cattolico con le sue forzature dogmatiche non porta da nessuna parte. Papa Francesco lo sa benissimo e generalmente ne tiene conto, salvo qualche non piccola caduta di magistero.

 

 

 

 

Pregi e difetti di un comunista evoluto

Non ho la tendenza ad unirmi ai cori, a costo di isolarmi in stonature e in stecche vocali. Sono abituato a ragionare e giudicare con la mia testa e così faccio anche con Giorgio Napolitano scomparso in questi giorni.

Dopo averne riconosciuto i grandi meriti, voglio analizzare criticamente la sua mission da tre punti di vista: come uomo di partito, vale a dire come comunista; come servitore dello Stato e delle Istituzioni; come uomo politico tout court.

Parto dai ricordi più strettamente politici. Nella mia vita ho cercato di esprimere l’anelito alla vera politica, aderendo all’azione della sinistra cattolica all’interno della D. C., in un impegno nel territorio, nelle sezioni di partito, nel consiglio di quartiere, laddove il dialogo col PCI si faceva sui bisogni della gente, delle persone, laddove si condividevano modeste ma significative responsabilità di governo locale, laddove la discussione, partendo dalle grandi idealità, si calava a contatto con il popolo. Quante serate impiegate a redigere documenti comuni sulle problematiche vive (l’emarginazione, la scuola elementare, l’inquinamento, la viabilità), in un clima costruttivo (ci si credeva veramente), in un rapporto di reciproca fiducia (ci si guardava in faccia prescindendo dalle tessere di partito).

Ho avuto l’onore di essere allora presidente del quartiere Molinetto (io democristiano sostenuto anche dai comunisti) in un’esperienza positiva, indimenticabile, autenticamente democratica. Ricordo con grande commozione il carissimo amico Walter Torelli, scomparso da diversi anni, comunista convinto, col quale collaborai in un rapporto esemplare, sfociato in un’amicizia, che partiva dall’istituzione (quartiere) per proseguire nel dibattito fra i partiti, per arrivare alla condivisione culturale ed ideale di obiettivi al servizio della gente.

Mi sento in dovere di ripensare con gratitudine a quando Torelli, a nome del Pci, mi dichiarò la sua totale disponibilità ad appoggiare la mia candidatura a presidente di quartiere: la cosa mi riempì di orgoglio e soddisfazione. Riuscimmo infatti a collaborare in modo molto costruttivo.

Un altro comunista mio amico fu Mario Tommasini, fuori dal coro, che seppe reagire alla burocrazia del Pci buttandosi a capofitto nel sociale, trovando e coltivando in esso gli autentici valori popolari della sinistra. Nessuno dei due amici che sto citando era schierato con Giorgio Napolitano e quindi mi lascio condizionare volentieri dai loro metri di giudizio.

Tutta la mia militanza politica e partitica è stata caratterizzata da una convinta e costante ricerca del dialogo coi comunisti, a volte tutt’altro che facile, a volte aspro e serrato, ma sempre rivolto al servizio della popolazione in nome dei valori condivisi.

Non posso che esprimere grande ammirazione verso Giorgio Napolitano come comunista, anche se in lui prevaleva una visione elitaria e grilloparlantesca, lontana da quel pathos popolare che condividevo coi comunisti di cui sopra: paradossalmente mi piacevano di più gli errori storici, anche imperdonabili, dei comunisti duri e puri rispetto alle conversioni asettiche e tardive dell’evoluzione socialdemocratica dei miglioristi piuttosto salottieri ed opportunisti. Nei secondi non c’era il coraggio di uscire allo scoperto né il carisma per trascinare tutto il partito sulla via della democratizzazione totale: non erano né carne né pesce, facevano le loro battaglie nel chiuso delle stanze di partito o nelle colonne dei giornali chic. Il popolo era lontano dalle loro disquisizioni: avevano ragione da soli, ma a volte è meglio sbagliare insieme. Il discorso della scelta socialdemocratica, cavalcata silenziosamente da Napolitano e dal gruppo che lo comprendeva, era e resta una questione complessa e irrisolta, certamente non si poteva diventare socialdemocratici strizzando l’occhio a Bettino Craxi e al suo partito da bere. Anche il suo tardo-europeismo così come il suo tardo-americanismo non ebbero grande rilievo: non fecero scalpore e non diedero fastidio. A Kissinger non dava preoccupazione Napolitano, lo preoccupava molto di più Aldo Moro.

Da comunista sdoganato seppe servire le Istituzioni con grande rigore ed autorevolezza. Il suo senso dello Stato era fin troppo forte al punto da limitare attenzione e partecipazione alla società civile ed ai suoi fermenti. Il suo rigoroso rispetto per le Istituzioni rischiava cioè di scantonare talora in una visione burocratica: pernicioso difetto dei comunisti e dei post-comunisti, che personalmente riuscivo un tempo a dribblare a livello di base e che oggi mi tiene lontano dal Pd (Elly Schlein tenta di sostituire la burocrazia post-comunista con l’enfatizzazione dei diritti civili, ma non basta).

Napolitano, come Presidente della Repubblica, ebbe indubbiamente il coraggio di prescindere dai meri equilibri partitici per puntare alla politica con la “P” maiuscola. In questo senso vanno inquadrati il suo interventismo ed il suo internazionalismo che lo portarono a dare una “spallata” decisiva al berlusconismo, che ci stava portando alla rovina. Seppe bacchettare i partiti e la politica che con essi stava degenerando.

Da uomo politico non aggiunse niente di particolare al gioco democratico se non contribuire alla piena democratizzazione del Pci, che peraltro era comunque avviata più per merito di Berlinguer e lungimiranza di Moro che per le intuizioni di Napolitano. Gli mancavano quel respiro popolare e quella sensibilità sociale che fanno della politica una strada aperta in mezzo ai problemi della povera gente. Quel patrimonio che la sinistra italiana, e non solo italiana, ha perduto e non riesce a ricuperare. Forse sui sacrosanti altari dell’europeismo, dell’occidentalismo, dell’esame di governismo ha sì ottenuto di occupare da par suo spazi istituzionali rilevantissimi, ma ha sacrificato un po’ troppa verve popolare, contribuendo suo malgrado ad aprire praterie ai populismi in cui siamo impantanati. Per non essere demagogica la sinistra rischia di diventare abulica.

Giorgio Napolitano, non da oggi, lascia comunque un vuoto enorme a livello di classe dirigente della politica: di una certa pasta c’è rimasto soltanto Sergio Mattarella, il resto sono bei ricordi. Difficile vedere concretamente cosa possa comportare l’eredità di Napolitano per la disarmante e sconfortante politica odierna, si fa molta fatica a tradurla in piste alternative da percorrere. Per fortuna c’è la pista mattarelliana tuttora agibile, forse solo un sentiero, fino a quando non è dato sapere…

 

 

Cercasi bottegaio per il museo egizio

Da bambino ho chiesto ripetutamente a mio padre di darmi alcuni ragguagli su cosa fosse stato il fascismo. Tra i tanti me ne diede uno molto semplice e colorito. Se c’era da scegliere una persona per ricoprire un importante incarico pubblico, prendevano anche il più analfabeta e tonto dei bottegai (con tutto il rispetto per la categoria), purché avesse in tasca la tessera del fascio e ubbidisse agli ordini del federale di turno. «N’ éra basta ch’al gaviss la tésra in sacòsa, po’ al podäva ésor ànca un stupidd, ansi s’ l’ éra un stuppid, ancòrra méj…». A quel punto chiesi: «E tu papa, ce l’avevi quella tessera lì?». «Ah no po’!» mi rispose seccamente.

«Faremo di tutto per cacciare il direttore del Museo Egizio di Torino. Chiediamo al ministro della Cultura Sangiuliano di cacciarlo se lui non fa un gesto di dignità e non si dimette lui». Nel mirino della Lega ritorna Christian Greco, egittologo e apprezzato manager museale che negli ultimi ha incrementato di molto gli ingressi al secondo polo espositivo al mondo della cultura dei faraoni, dopo quello del Cairo. A scagliarsi con foga contro lo studioso è il vicesegretario della Lega Andrea Crippa. Ma l’egittologo nel 2018 era stato attaccato anche dalla leader di Fdi Giorgia Meloni. 

(…)

Qual è dunque il motivo per cui il direttore Christian Greco è nel mirino di Lega e Fdi? «Qualche anno fa – racconta il leghista Crippa – Greco decise uno sconto solo per i cittadini musulmani (una coppia avrebbe pagato solo un biglietto). Lui mi denunciò, fui condannato in primo grado e assolto in secondo, vincendo la causa. É un direttore di sinistra che ha gestito il Museo in modo ideologico e razzista contro gli italiani e i cittadini di religione cristiana. Incredibile che dopo aver gestito il Museo in modo ideologico ora chieda di mantenere la poltrona al governo di centrodestra. Il Museo Egizio di Torino viene pagato dai cittadini e lui ascolta solo la sinistra. È un razzista contro italiani e cristiani», conclude il vicesegretario della Lega.

Evidentemente l’attuale direttore del museo egizio non corrisponde ai criteri bottegai della destra, che non sta esercitando il potere, ma lo sta occupando, che non sta esprimendo una sua cultura, ma intende imporre la sua sub-cultura.

Fra le diverse reazioni critiche a questa, che, comunque la si voglia interpretare, altro non è che una censura bella e buona, la più appropriata mi è parsa quella di Osvaldo Napoli, presidente di Azione in Piemonte, il quale ritiene l’attacco al direttore del museo «rivelatore di una patologia tipica di una certa destra anche in Piemonte, vale a dire bulimia di poltrone, incarichi di vertice in enti pubblici e istituzioni culturali».

Non si tratta, come sostiene qualcuno, di cercare il pelo fascista nell’uovo meloniano, ma semmai di essere molto scettici sul fatto che la gallina nera possa fare l’uovo bianco. Anche la solita scusa del così han fatto e fanno tutti non mi convince affatto, perché non è vero che nella notte tutti i gatti sono bigi, sembra che sia così, salvo accorgersi della varietà dei colori, facendo appena un po’ di luce sul passato e sul presente.

A scuola di umanità e politica

Il quadro normativo entro cui si colloca il fenomeno dei migranti è costituito dal regolamento di Dublino a livello europeo e dalla legge Bossi-Fini a livello italiano. Detto in estrema sintesi e con molta semplificazione, secondo le norme europee, del migrante si deve fare carico il Paese di primo ingresso. Secondo le norme italiane il migrante ha diritto di essere accolto solo se in possesso di un contratto di lavoro.

La prima cosa da fare per i governanti sarebbe verificare se questo quadro normativo sia tale da consentire una gestione seria del fenomeno dal punto di vista umanitario, sociale ed economico. Invece ho l’impressione che si sparino soluzioni alla “abbasso il migrante” a prescindere oltre tutto dalla loro effettiva applicabilità e congruità. Ecco perché le indicazioni fornite da Sergio Mattarella di comune accordo col presidente tedesco sembrano preziose e puntuali.

«Quello che è emerso nei nostri colloqui – ha detto il presidente italiano – è un’omogeneità di pensiero sul tema dei migranti, abbiamo entrambi la percezione che è un fenomeno epocale che va affrontato non con provvedimenti tampone, ma con una visione del futuro».

Secondo Sergio Mattarella però servono «nuove formule e nuove soluzioni». E spiega: «Molti strumenti sono rudimentali e superati rispetto a fenomeni completamente nuovi. Anche per questo le regole di Dublino sono preistoria. L’accordo faceva riferimento a un altro mondo che non c’è più. È una logica fuori dalla realtà. Pensare di farvi riferimento, come alcuni Paesi dell’Unione fanno ancora, è come fare un salto nel pleistocene, in un’altra era geologica. Per questo occorre uno sforzo in cui nessuno ha la soluzione in tasca, nessuno deve dare soluzioni, ma insieme cercarle, velocemente, prima che sia impossibile governare il fenomeno».

Per il presidente della Repubblica italiana «i dieci punti della presidente von der Leyen sono interessanti, così come i passi avanti in Consiglio europeo. È che tutti comprendano in Europa che il problema esiste e non si rimuove ignorandolo, ma va affrontato per non lasciare il protagonismo di questo fenomeno plurale ai crudeli trafficanti di essere umani».

Mattarella ha poi sottolineato come «né il presidente Steinmeier né io abbiamo competenze di governo e siamo stati sempre attenti a non superare i limiti o i confini. Il nostro compito è un altro, essere un riferimento, comprendere le esigenze e eventualmente formulare suggerimenti». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mattarella continua imperterrito a impartire lezioni di stile e di metodo politico anche se si ha il timore che restino lettera morta per i nostri governanti, italiani ed europei, intenti a sbraitare e litigare. Al termine della conferenza stampa dei due presidenti, ho tirato un respiro di sollievo, mi sono alzato in piedi e ho detto ad alta voce: “Così si fa politica nei rapporti internazionali! Così si affrontano i problemi degli uomini del nostro tempo!”. Ero solo, nessuno mi poteva ascoltare, potevo sembrare un pazzo e un nostalgico. Un anti-pazzo in mezzo alla follia ed al disordine internazionale e nazionale. Un anti-nostalgico in mezzo alle brutte nostalgie di un’acqua passata, che non dovrebbe macinare più. Alla disperata ricerca del bambino, che rischia di essere buttato assieme all’acqua sporca.

 

 

Preferisco il pranzo degli sfigati

Dal mio modesto e limitato punto di osservazione intravedo una reazione minoritaria ma fortemente ed eloquentemente spazientita dei parmigiani allo stile amministrativo del sindaco e della giunta eletta un anno fa: doveva rappresentare un passo avanti per la sinistra e un maggiore collegamento con la gente.

Colgo in diverse persone una grossa delusione su entrambi i fronti. La cena dei mille ha messo il sigillo ad una deriva salottiera e mediatica, che viene da molto lontano, ma che si sperava venisse quanto meno messa sotto controllo. Invece è tutto un susseguirsi, diretto o indiretto, di eventi pseudo-culturali, una passerella continua per il sindaco Guerra, che sta continuando imperterrito a fare (male) l’assessore alla cultura. Se di sinistra si tratta, è una sinistra parolaia che non tocca né la mente né il cuore delle persone, soprattutto di quelle alle prese con problemi seri.

L’altro giorno ho assistito allo sfogo di una persona anziana, che sull’autobus si è lasciata andare a giudizi pesantissimi, partendo da quella che ha definito una manifestazione insulsa, vale a dire proprio quella cena dei mille tanto sbandierata come biglietto da visita di una Parma da godere. Ho fatto fatica a starmene zitto per non scatenare un autentico putiferio dialettico in un luogo piuttosto inadatto allo scopo. Il discorso che si intuiva era tuttavia molto condivisibile e sintetizzabile in due provocatorie domande: Cosa ci azzecca questa amministrazione comunale con la tradizione di sinistra di Parma, con la sua sensibilità sociale, con la sua vena popolare seppure venata da striature borghesi? Cosa c’entra il salotto buono di ubaldiana memoria con la vita grama di tanti parmigiani in gravi difficoltà economiche e sociali? Basta girare per la città per rendersene conto. Purtroppo pochi hanno il coraggio di dirlo apertamente, perché domina un consenso “mafiosetto” che non ammette deroghe.

In piena campagna elettorale ero stato contattato da un carissimo amico aderente al partito democratico, che, pur conoscendo il mio atteggiamento critico, aveva tentato di “strapparmi” un voto a favore di Guerra e del PD. Ricordo di avere risposto polemicamente chiedendo preventivamente un distacco del candidato sindaco dalle nuvole della sua Parma cinematografica. Lo sto ancora aspettando e, nei giorni scorsi, ho ripetutamente chiesto segnali in tal senso.  Tutto tace, o meglio, tutto fumo e niente arrosto.

Il comportamento dell’amministrazione comunale riesce a saldare la contrarietà un tantino qualunquista di chi vorrebbe concretezza a prescindere dalla politica e quella un tantino ideologica di chi desidererebbe la politica a prescindere dalla concretezza. A parte il fatto che concretezza e politica sono due facce della stessa medaglia, resta l’insofferenza di chi vorrebbe vedere un disegno progressista coniugato con i bisogni urgenti e imprescindibili della povera gente. Invece non c’è il disegno e nemmeno uno straccio non dico di risposta ma nemmeno di attenzione per i problemi della gente. La raccolta dei rifiuti non funziona, i trasporti pubblici lasciano a desiderare, le strade sono dissestate, i parchi sono abbandonati, il disordine regna sovrano (persino nella sovrapposizione degli eventi culturali).

In compenso i dibattiti non mancano e le chiacchiere si sprecano. Il mio carissimo e indimenticabile amico Mario Tommasini non avrebbe esitato a contrappore alla cena dei mille il pranzo degli sfigati, senza paura di ammettere che “còsta lé la sinistra dal câss”.

È inutile aggiungere che la mia delusione è grande, anche se ammetto di non aver votato per questi signori e di essermi “vigliaccamente” astenuto al ballottaggio delle ultime elezioni amministrative, mentre al primo turno ho dovuto ripiegare sul partito dei duri e puri. Ho avuto ragione? Penso di sì, anche se mi dispiace; preferirei ammettere di essermi sbagliato alla luce dei fatti successivi. Invece continuo a vedere Parma confinata in quel salotto, che mi sta sempre più stretto e dove non ho alcuna intenzione di mettere piede.