Il patto delle spumarine

Nel 2021 c’era chi ipotizzava l’uscita dalla crisi grazie alla formazione di un governo composto da PD, LeU e M5S – che già sostenevano Conte – con l’aggiunta di Forza Italia, i cui voti sarebbero stati necessari per sostituire Italia Viva, il partito di Renzi che aveva innescato la crisi uscendo dal governo e dalla maggioranza. Di questa operazione non si fece nulla.

Di maggioranza Ursula si era parlato ancor prima nell’estate del 2019, per evitare di andare a elezioni dopo la crisi del primo governo Conte, nato da un accordo tra Movimento 5 Stelle e Lega. Romano Prodi, in un articolo scritto per il Messaggero, aveva fatto un positivo ed esplicito riferimento all’ipotesi di un accordo tra PD, M5S e Forza Italia: «Forse bisognerebbe battezzare questa necessaria coalizione filoeuropea “Orsola”, cioè la versione italiana del nome della nuova presidente della Commissione europea». Alla fine però Forza Italia era rimasta unita al centrodestra, all’opposizione.

Anche oggi – vedi articolo di Marco Iasevoli sul quotidiano “Avvenire” di sabato 17 febbraio 2024 – si fa un’ipotesi, a metà strada tra la dietrologia e la fantapolitica, in base alla quale gli «scambi di cortesie» e i contatti tra le due leader, Meloni e Schlein, potrebbero preparare il terreno a un sostegno trasversale alla nuova Commissione Ue. Ne riporto di seguito i passaggi essenziali.

Insomma, se non c’è un vero e proprio “patto”, parola usurata e sempre precaria in politica, le due leader hanno la piena consapevolezza di un percorso a breve termine che le accomuna.

L’evidenza si è avuta pubblicamente con la “conciliazione amichevole” sulle mozioni inerenti il Medio Oriente. Il galateo istituzionale conta poco. I più attenti osservatori hanno notato un vero e proprio accreditamento e riconoscimento reciproco sull’agenda internazionale.

Se fosse questo l’unico terreno di incontro, sarebbe troppo poco per prospettare scenari più ampi. Ma i segnali, gli indizi, sono due. E il secondo è, dal punto di vista della politica interna, quasi più potente del primo. Riguarda il terzo mandato. Fratelli d’Italia, il partito della premier, si è intestata una battaglia che interessa molto, moltissimo la segretaria del Pd. Che in questa settimana, su un nodo spinoso, ha persino evitato di “sporcarsi le mani”. È stata infatti Fdi a respingere l’assedio della Lega per consentire un terzo mandato ai governatori, in funzione-Zaia nel Veneto. Il partito della premier adduce un motivo politico difficile da contestare: c’è un nuovo equilibrio nella maggioranza, la corsa alle Regioni dovrà rispecchiare il diverso peso di Fdi rispetto a Carroccio e Forza Italia. Ma l’interesse di Elly Schlein per la materia non è di minore peso. La segretaria deve schivare la mina di De Luca in Campania, evitarne la candidatura-ter perché da lì passa gran parte del messaggio di rinnovamento del Pd. Costi quel che costi. Ma il discorso del terzo mandato riguarda anche il presidente e rivale interno Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna. Insomma, mutue convenienze.

Il fatto che l’intensificazione dei rapporti avvenga a ridosso della campagna elettorale per le Europee apre a riflessioni. Il confronto televisivo è imminente, i due team si incontrano sempre più spesso. La prospettiva che entrambe siano candidate e omni-capilista dei rispettivi partiti è realistica. E le due euro-delegazioni potrebbero trovarsi dalla stessa parte, nel Parlamento Ue, quando si dovrà dare il via libera alla nuova Commissione, probabilmente al Von der Leyen bis. E condividere un governo europeo significa anche doversi parlare, giocoforza, sui grandi nodi istituzionali ed economici dell’Unione, a partire dalla “velocità” della transizione ecologica. Aver reso pubblico, evidente il dialogo Meloni-Schlein è un messaggio anche agli alleati reali e potenziali (Lega e M5s) che cercano di scavare consenso giocando ai limiti del campo, e anche oltre.

A prima vista mi sembra soltanto un piccante esercizio giornalistico: in buona sostanza Meloni e Schlein starebbero cercando il modo di risolvere i loro problemi di cucina casalinga andando a mangiare al ristorante europeo se non addirittura a quello internazionale.

Senonché la Ue dovrebbe essere una cosa seria e non un rifugio anti-missili leghisti, delucani e grillini. Giusto guardare all’Europa e al mondo intero, ma non per sfuggire ai problemi riguardanti gli equilibri interni o addirittura di coalizione o di partito.

La politica è fatta di strategie e tattiche. Di strategie ormai non se ne parla più, e da tempo, tutto si riduce a tattiche, che però lasciano il tempo che trovano e si riducono ulteriormente a mosse opportunistiche. Spero che Meloni e Schlein non si stiano reciprocamente montando la testa: tra donne ci si intende meglio? Dipende…nel caso mi sembra il patto fra due giovani nuore affinché intendano le suocere rompiscatole.

Nel discredito generale della politica ci mancava anche questa. Le due primedonne che calcano il palcoscenico e cantano in uno strano duetto per coprire le stonature indotte dalle loro scuole di canto. Ben venga la richiesta comune di cessate il fuoco nella guerra tra Hamas e Israele, ben venga il confronto corretto e leale (vado adagio ad usare la parola dialogo che mi sembra sproporzionata alla qualità delle interlocutrici), ben venga un’iniezione di femminilità nelle istituzioni (a patto che non sia pura civetteria politica), ben venga dare una calmata ai bollenti spiriti di Salvini e De Luca (anche se fra i due c’è un abisso culturale e politico).

Temo tuttavia che si tratti di uno scambio più di convenienze che di cortesie. Se andiamo avanti così, con la candidatura pigliatutto di Meloni e Schlein alle prossime elezioni europee e ancor prima con il loro duopolio mediatico-dibattimentale, se riduciamo la politica a bottega per le “spumarine” (in dialetto persone vane e leggere che pretendono di valere molto) di turno, rischia di affievolirsi la mia pur timida voglia di tornare a votare, a meno che il 25 aprile le due soubrette si presentino, mano nella mano, e facciano un profondo e silenzioso inchino a chi è morto per la politica, quella vera da cui loro (fatte pure le debite distinzioni e proporzioni) sono lontane mille miglia.

 

 

 

I coccodrilli del lavoro

“Nel 2023 ci sono stati mille morti sul lavoro e spesso questi incidenti sono prodotti dal sistema del subappalto e della logica degli appalti al massimo ribasso. Voglio ricordare però che è stato questo Governo a modificare il codice degli appalti e a reintrodurre il subappalto a cascata. È necessario che ci sia una reazione immediata e penso anche che sia necessario arrivare alla prossima settimana a un’iniziativa generale, che proporrò anche agli altri sindacati, perché non è più accettabile continuare a morire sul lavoro”. (Maurizio Landini segretario CGIL)

La contro riforma del Codice degli appalti che a marzo scorso ha reintrodotto il sub appalto a cascata ha una firma precisa: il vicepremier e ministro Matteo Salvini. Ieri la Lega ha definito le accuse della Cgil «disgustose» sostenendo che «le nuove norme sono state volute dall’Europa, tanto che l’Italia era a rischio infrazione, e nulla c’entrano con la tragedia». I fatti dimostrano il contrario: la commissione Ue chiedeva solamente che non ci fossero percentuali di subappalto predeterminate. È stato Salvini a decidere di liberalizzare completamente il subappalto, permettendo quello a cascata. (dal quotidiano “Il manifesto”)

Nonostante gli autorevoli e accorati appelli del Presidente della Repubblica il grave problema dei morti sul lavoro continua da imperversare. Tutti si commuovono, protestano, inorridiscono e nessuno fa qualcosa di concreto.

Non credo si tratti di una mancanza legislativa: la normativa esiste ed è fin troppo fiscale. Semmai sono carenti i controlli anche perché molto spesso si concentrano sugli aspetti burocratici e procedurali della materia non andando al sodo dell’effettiva funzionalità ed efficacia delle misure adottate.

Forse non è nemmeno un dramma ascrivibile all’insensibilità della politica: effettivamente in questo caso si può dire che destra e sinistra pari sono. Si succedono governi e ministri e i morti tendono ad aumentare. Certo il governo Meloni non brilla al riguardo, infatti si sente immediatamente colpito dalle critiche del sindacato e reagisce in modo scomposto ripiegando sulla solita polemica di stampo salviniano (ma lo facciano tacere una buona volta!).

Il problema è nel sistema economico: i committenti sono costretti, dalla tenaglia degli appalti al ribasso, ad affidare i lavori ad imprese a loro volta costrette a contenere il costo del lavoro per rimanere dentro i prezzi praticati e i lavoratori, anello debole della catena, sono costretti ad accettare ambienti e modalità di lavoro estremamente rischiosi.

Il discorso del ribasso è stato introdotto dopo tangentopoli: prima gli appalti erano al rialzo con tanto di creste fatte a favore dei partiti politici e a danno delle casse dello Stato. Come spesso succede si è passati da un’estremità all’altra con le gravissime conseguenze che stiamo registrando. Bisogna quindi rivedere il sistema introducendo disposizioni di salvaguardia sulla regolarità delle assunzioni e degli inquadramenti nonché sull’incolumità dei lavoratori.

Da una parte abbiamo le imprese costrette a lavorare sottocosto, dall’altro abbiamo gli operai costretti a lavorare senza protezione adeguata. Il discorso vale per i lavori pubblici, ma anche per il settore privato dove comunque trionfa la rigorosa legge del profitto. Una cosa è certa: non si può continuare con una simile carneficina.

Sergio Mattarella, lo scorso settembre ha detto con estrema chiarezza: “Le morti sul lavoro feriscono il nostro animo, feriscono le persone nel valore massimo dell’esistenza, il diritto alla vita. Feriscono le loro famiglie. Feriscono la società nella sua interezza. Lavorare non è morire. Il nostro Paese colloca il diritto al lavoro e il diritto alla salute tra i principi fondanti della Repubblica. Non è tollerabile perdere una lavoratrice o un lavoratore a causa della disapplicazione delle norme che ne dovrebbero garantire la sicurezza sul lavoro. I morti di queste settimane ci dicono che quello che stiamo facendo non è abbastanza. La cultura della sicurezza deve permeare le Istituzioni, le parti sociali, i luoghi di lavoro”.

La sinistra politica dovrebbe farne una questione e una battaglia identitaria e unitaria. La destra, attualmente al governo del Paese, dovrebbe almeno non allargare la falla degli appalti. I cattolici non cerchino di mettersi al centro della politica, ma mettano la difesa del lavoro al centro del loro impegno sociale e politico. Tutti smettano di spargere amare lacrime di coccodrillo e si diano da fare nei limiti del loro possibile.

 

 

 

L’ombelico cattolico e i “pistapòcci” del centro

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

Da tempo immemorabile in politica si fa un gran parlare di centro. In questo periodo di vigilia elettorale europea il discorso si è intensificato, stando ai giornali, soprattutto nell’area cattolica, insoddisfatta della linea politica del PD, considerato un partito radicale di massa, e lontana dalle logiche della destra e dei partiti dell’attuale centro destra.

Prendo spunto dal quotidiano “Avvenire”, che tenta di mettere la carne cattolica moderata al fuoco centrale dello schieramento politico. Si tratta in primis di un’intervista di Angelo Picariello a Ortensio Zecchino, ex ministro dell’Università che fondò con Andreotti e D’Antoni Democrazia Europea, ultimo tentativo (non andato a segno) di centro autonomo popolare. Zecchino auspica la rinascita di un centro che faccia riferimento al grande patrimonio di principi e valori provenienti dalla cultura cattolica, ammettendo però che non esista un leader in grado di avviare un simile processo e che di conseguenza questo spazio politicamente vuoto possa far gola alla destra di Giorgia Meloni in eventuale manovra di avvicinamento al Ppe anche e soprattutto in vista delle elezioni europee.

Sono d’accordo sul fatto che la premier Meloni, seguendo una strana, contradditoria ed incerta (forse solo furbesca) tattica di avvicinamento al Ppe, stia comunque cercando di inserirsi in un vuoto che si è creato al centro dello schieramento politico italiano: Forza Italia è al lumicino, Noi con l’Italia di Maurizio Lupi rappresenta il mini-leader e niente più, Matteo Renzi e Carlo Calenda non trovano di meglio che pestarsi i piedi a vicenda.

In effetti Giorgia Meloni sembrava puntare ad un rapporto organico a livello europeo col Partito Popolare al fine di sganciarlo dalla ormai storica alleanza coi socialisti. Disegno evidentemente molto difficile e forse fallito prima ancora di partire vista l’indisponibilità del Ppe e l’estremismo sempre più marcato delle destre amiche del giaguaro-Giorgia.

Resta il fatto che mentre in Europa ella punta ad un rapporto squalificante con le destre dei vari Paesi, in Italia sta tentando di rubare spazio nell’elettorato moderato: una sorta di “fatti più in là” cantato ai tanti soggetti che si contendono l’area di centro. Dopo di che si potrà presentare in sede europea con un buon pacchetto di voti che potrebbero oscillare fra l’opposizione pura, dura, euroscettica e la partecipazione ricattatoria ai nuovi o vecchi equilibri post-elettorali.

Ma al centro punterebbero anche i cattolici in cerca d’autore. E chi sarebbero? Sentiamo cosa dice l’ex coordinatore di Italia viva Ettore Rosato, passato a miglior vita calendiana: «Abbiamo come nostri riferimenti l’associazionismo cattolico, la Dottrina sociale e alcuni movimenti civici – spiega Rosato – convinti come siamo che al centro c’è lo spazio per far nascere un progetto comune che dia voce a tutte queste realtà. Per questo avremo esponenti in lista alle Europee, che condividono questa impostazione, in tutti i collegi». 

Per quanto conosca l’associazionismo cattolico, per averlo frequentato in passato e recentemente solo osservato in lontananza, sinceramente non vedo questa ansiosa volontà di scendere in campo politico: capisco le perplessità più sociali che ideologiche verso il Partito democratico, voglio credere che le sirene meloniane non abbiano molto effetto, ma non vedo al momento niente di alternativo appetibile per questa presunta galassia cattolica.

L’unica prospettiva non viene certo da Renzi e Calenda e nemmeno dal lancio di “Base popolare”, un nuovo cantiere che si apre al centro, il luogo di tradizionale collocazione della visione politica cattolico-popolare, interclassista, che nasce storicamente per tenere unito il tessuto sociale di un Paese e non per lucrare sulle contrapposizioni. Il contenitore già c’è, aspetta solo di essere riempito da protagonisti mossi non dal loro “ego”, ma da una spinta verso il bene comune» (dal quotidiano “Avvenire” – Angelo Picariello).

Senonché i partiti e i movimenti politici non si improvvisano hanno bisogno di fondarsi su radici storiche. Ecco perché l’unica prospettiva seria ed agibile per accogliere le istanze cattoliche progressiste (non di centro perché il centro è qualcosa di politicamente impalpabile, non moderate perché la moderazione non è un programma ma uno stile di comportamento, non ideologiche a meno che con questo termine si voglia fare riferimenti ai valori cristiani, non integraliste perché la migliore tradizione dei cattolici impegnati in politica, da De Gasperi a Moro, è sempre stata e non può che essere aperta al dialogo, al confronto e alla collaborazione) la vedo in una ardita e problematica revisione a caldo del PD, che dovrebbe rivitalizzare il partito alla luce e sulla base dei principi del popolarismo cattolico, ma che, al limite potrebbe portare ad una scissione, che certamente farebbe chiarezza, ma che, come tutte le scissioni rischierebbe di fare gioco a chi resta e non a chi esce.

Scrive l’ex senatore, nonché carissimo amico, Giorgio Pagliari in una lettera aperta a Elly Schlein, pubblicata dalla Gazzetta di Parma: «Il nodo della caratterizzazione politica va comunque sciolto per il bene del Pd, del sistema politico e del Paese: ciò che conta è non restare in mezzo al guado. La scelta, quale che sarà, porterà chiarezza tranne nel caso in cui si decida di non decidere. In tale eventualità, il futuro del Pd e del centro-sinistra si rivelerà effimero. Negli altri casi, quand’anche la scelta fosse – errando, secondo me – quella di superare di fatto il Pd con un ritorno al passato (= cioè trasformandolo in una riedizione di uno dei partiti fondatori), il sistema politico ne trarrebbe – comunque – vantaggio in termini di tenuta democratica e di una eventuale scomposizione che libererebbe energie politiche».

Nel frattempo su questo dibattito quasi surreale arriva la doccia fredda di Nando Pagnoncelli, l’ad di Ipsos, esperto sondaggista nonché membro del Comitato nazionale del cammino sinodale, il quale sostiene che «l’astensionismo crescente di questi ultimi anni investe pienamente anche i cattolici», e si dice scettico sul fatto che ci sia spazio per un nuovo “Ppe italiano” che volesse misurarsi alle prossime elezioni, dandone una spiegazione non confortante: «Anche i cattolici, con la crisi dei partiti, hanno preso a comportarsi come gli altri – sostiene -: non si cerca più chi lavori per il bene comune, ma ci si accontenta della proposta di un leader che prometta di migliorare la nostra condizione». Una concezione della politica che definisce «un po’ egoistica. Ed è a questo livello che bisogna lavorare, per cambiare le cose, sin dalle parrocchie» (dal quotidiano “Avvenire” – intervista a cura di Angelo Picariello).

In conclusione il discorso/percorso, pur interessante e sostanzioso, sarebbe tutto da inventare. Nel frattempo la politica italiana, e non solo italiana, sta letteralmente implodendo su se stessa.

Termino ritornando ai centrocampisti che rischiano di infoltire il centrocampo senza dare sbocchi ad azioni di attacco. In base ad una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, potrei esprimermi così: “Al céntorcampista  l’é vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

 

 

Israele masochisticamente allo sbando

Nei giorni scorsi stilando il lungo elenco di quanti dissentono dal comportamento di Israele nei confronti dei Palestinesi e che di conseguenza vengono trattati come nemici da Netanyahu ho dimenticato il Vaticano.

Israele si scaglia anche contro il Vaticano definendo “deplorevoli” le dichiarazioni del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Il porporato e ministro degli Esteri vaticano si era limitato a esprimere una “condanna netta e senza riserve di quanto avvenuto il 7 ottobre”, cioè l’attacco di Hamas, e “di ogni tipo di antisemitismo, lo ribadisco”, avanzando anche la “richiesta” che “il diritto alla difesa di Israele debba essere proporzionato”. Quindi aveva rimarcato: “Certamente con 30mila morti non lo è”.

Quanto è bastato per scatenare la furia dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede che ha stigmatizzato le frasi del cardinale giudicandole “deplorevoli” poiché “giudicare la legittimità di una guerra senza tenere conto di tutte le circostanze e dati rilevanti porta inevitabilmente a conclusioni errate”. Ad avviso dei diplomatici israeliani in Vaticano “la responsabilità della morte e della distruzione a Gaza” è di “Hamas e solo di Hamas”.

Gaza, aggiunge l’ambasciatore, “è stata trasformata da Hamas nella più grande base terroristica mai vista” e, continua, “non c’è quasi nessuna infrastruttura civile che non sia stata utilizzata da Hamas per i suoi piani criminali, inclusi ospedali, scuole, luoghi di culto e molti altri”. Un progetto, sostiene ancora l’ambasciatore presso la Santa Sede, che “è stato attivamente sostenuto dalla popolazione civile locale”. In sostanza, un’accusa diretta alla popolazione: “I civili di Gaza hanno anche partecipato attivamente all’invasione non provocata del 7 ottobre nel territorio israeliano, uccidendo, violentando e prendendo civili in ostaggio. Tutti questi atti sono definiti crimini di guerra”.

Le operazioni dell’esercito israeliano si svolgono – a sentire l’ambasciatore – invece “nel pieno rispetto del diritto internazionale”. (da “Il fatto quotidiano)

In sostanza Israele sostiene che esista un filo diretto e inscindibile tra Hamas e i Palestinesi e che quindi per difendersi da Hamas si debba per forza di cose sbattere contro gli abitanti della striscia di Gaza.

L’identificazione tra Hamas e il popolo della Striscia non ha sostegno alcuno nella realtà. È vero che alle legislative del 25 ottobre 2006 il gruppo armato ha ottenuto 74 seggi contro i 45 di Fatah. Ma è altrettanto vero che i miliziani hanno ottenuto il controllo dell’enclave non con il voto, bensì con un cruento colpo di Stato consumato nel 2007. Da allora non ci sono state altre elezioni per verificare il consenso degli abitanti di Gaza nei loro confronti. Anzi, fonti umanitarie sul posto parlano di una crescente disaffezione nei confronti del movimento estremista. Prima del 7 ottobre ci sarebbero state anche alcune proteste, nonostante il pugno di ferro. Lo stesso governo di Benjamin Netanyahu ha spesso sostenuto che il popolo di Gaza è ostaggio di Hamas. E gli ostaggi non scelgono di collaborare. Se lo fanno – e questo è da dimostrare – non possono essere definiti responsabili né in base al diritto penale né a quello internazionale. (dal quotidiano “Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Effettivamente la difesa d’ufficio israeliana puzza di posticcio lontano un miglio: nessuno è disposto ad accettarla e nemmeno a prenderla in seria considerazione, tanto è forzata e pretestuosa.

Finalmente si sono alzate anche autorevoli, credibilissime e coraggiose “Voci ebraiche per la pace” in una lettera appello pubblicata del Fatto quotidiano. Ne riporto di seguito un breve ma significativo passaggio.

“Ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subito un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli”.

Netanyahu è sempre più cinico e solo e Israele è irrazionalmente, eticamente, politicamente e masochisticamente allo sbando. È dolorosissimo dover ammettere che Hamas ha ottenuto quel che voleva. Probabilmente la situazione è ben fotografata dai firmatari del documento di cui sopra: “Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele: ci dicono che il Paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso”.

La sacerdotessa in bottega

Poltrone per gli amici: così Meloni ha piazzato parenti e fedelissimi. “Basta amichettismo”, aveva detto in tv la premier attaccando la sinistra. Ma tra le nomine fatte dal governo spuntano sessanta nomi con la tessera a destra. Nel salotto accogliente di Quarta Repubblica sull’altrettanto canale amico di Rete 4, Giorgia Meloni a favore di telecamere ha così detto (urlato per la precisione): «Ho dato inizio alla stagione del merito che pone fine a quella dell’amichettismo. È finito il mondo nel quale per le nomine pubbliche la tessera del Partito democratico fa punteggio. Ora conta il merito e le carte le do io». (dal quotidiano “la Repubblica” – Antonio Fraschilla)

Da bambino ho chiesto ripetutamente a mio padre di darmi alcuni ragguagli su cosa fosse stato il fascismo. Tra i tanti me ne diede uno molto semplice e colorito. Se c’era da scegliere una persona per ricoprire un importante incarico pubblico, prendevano anche il più analfabeta e tonto dei bottegai (con tutto il rispetto per la categoria), purché avesse in tasca la tessera del fascio e ubbidisse agli ordini del federale di turno. «N’ éra basta ch’al gaviss la tésra in sacòsa, po’ al podäva ésor ànca un stupidd, ansi s’ l’éra un stuppid, ancòrra méj…». A quel punto chiesi: «E tu papa, ce l’avevi quella tessera lì?». «Ah no po’!» mi rispose seccamente.

Nel medioevo i papi, o qualsiasi persona del clero, praticavano il nepotismo (da “nepos” nipote) e dicevano che i loro figli, proibiti se si era un uomo di chiesa, in realtà erano dei nipoti. Ad esempio, se un dirigente o politico assume o promuove un parente piuttosto che un estraneo alla famiglia più qualificato, quel dirigente (o politico) sarà accusato di nepotismo. Alcuni biologi hanno suggerito che la tendenza al nepotismo sarebbe istintiva, ereditaria, una forma, a loro dire, di selezione parentale. (da Vikipedia – L’enciclopedia libera)

Si tratta quindi di un male antico di cui non c’è da scandalizzarsi più di tanto, anche se questo costume è particolarmente presente nei regimi totalitari dove non c’è controllo e il potere è concentrato in poche mani.

Cosa infastidisce quindi dei comportamenti dell’attuale governo? Non tanto l’amichettismo in sé e per sé, ma il volerlo far passare per il buco della serratura della meritocrazia. Giorgia Meloni ha purtroppo (in primis per chi l’ha votata, ma anche per tutti gli altri tra i quali mi onoro di essere) tutti i peggiori difetti della politica italiana senza averne alcun pregio. É perfettamente inutile che voglia fare il fenomeno: ai difetti tradizionale della politica aggiunge lo stile della presunzione e dell’arroganza. Oltre tutto vuole negare l’evidenza.

Gli italiani lo vedono benissimo, ma al momento non hanno il coraggio di ammettere di essersi clamorosamente sbagliati e, se mai lo facessero, finirebbero per ingrossare le fila degli astensionisti, nascondendosi dietro un “così son e fan tutti”. “Putost che votär la Meloni è mej stär a ca o votär scheda bianca”. Sono perfettamente d’accordo! Però bisognerebbe stare un pochino più attenti prima (stando magari a casa, quello che faccio io da un po’ di tempo a questa parte), anziché buttare la sacerdotessa nella merda dopo.

 

Le convergenze dei razzismi paralleli

In questi giorni di convulse e disperate trattative per uscire, almeno temporaneamente, dal tunnel del conflitto tra Hamas e Israele, davanti alla inaccettabile intransigenza del premier Netanyahu, alla sua dichiarata volontà di andare fino in fondo in una operazione di pulizia che ormai assomiglia sempre più ad un crimine di guerra, mi sono chiesto come sia possibile che un governante metta in scacco il mondo intero tenendolo fuori dalla porta del suo ufficio, facendogli fare anticamera, rifiutando ogni e qualsiasi proposta di mediazione.

Come è possibile che Netanyahu prenda letteralmente per i fondelli Joe Biden e il suo segretario di Stato Blinken, rifiutando ogni ragionevole accordo che cerchi di salvare capre e cavoli? Come è possibile che Netanyahu irrida all’Onu e arrivi persino a vietare l’ingresso alla sua relatrice speciale per le violazioni dei diritti umani commessi nei Territori palestinesi occupati? Come è possibile che Netanyahu non prenda minimamente in considerazione i pur deboli inviti europei alla ragionevolezza? Come è possibile che Netanyahu dribbli in scioltezza, come birilli faziosi e strumentali, le indagini prospettate dalla Corte penale internazionale su eventuali crimini di guerra da parte israeliana?

Come è possibile che Netanyahu possa fregarsene altamente della pur dura opposizione politica e popolare interna ad Israele? Come è possibile che Netanyahu non ascolti le angoscianti lamentele dei famigliari degli ostaggi detenuti da Hamas? Come è possibile che Netanyahu non comprenda di buttare indirettamente fango sulla Shoah, avvalorando la terribile tesi dei torturati che diventano torturatori, finendo col dare fiato al risorgente e comunque ingiustificabile antisemitismo?

Lo fa per una disperata difesa della sua debole e compromessa posizione, trascinando così lo Stato di Israele in una deriva bellica mondiale ed infinita senza vie d’uscita, innescando una tensione con l’intero mondo arabo e portando tutti ad una disastrosa crisi globale? Lo fa in base alla consapevolezza di avere in mano formidabili armi di ricatto verso gli Usa e l’Occidente intero? Lo fa sicuro della propria forza economica e militare? Lo fa perché si sente al coperto garantito dai capi religiosi ebrei che lo appoggiano in una politica che di rispetto religioso non ha proprio nulla? Lo fa perché conta sull’omertoso silenzio di troppi soggetti che non se la sentono di condannare Israele in quanto storica vittima che finalmente ha il coraggio di alzare la testa? Lo fa perché ritiene che le atrocità del terrorismo di Hamas possano giustificare terribili ritorsioni e vendette la cui misura sia lasciata alle decisioni dell’aggredito?

Le sto pensando e valutando tutte. Non riesco a trovare spiegazioni plausibili e motivazioni accettabili. Conversando al riguardo con un carissimo amico, è uscita una risposta così profonda e così globale da mettere i brividi: la decadenza etica a livello personale, nazionale, internazionale, è tale da giustificare tutto e tutti in un crescendo rossiniano verso la catastrofe mondiale. In questo folle contesto aggressori ed aggrediti si rubano la parte; i terrorismi diventano movimenti da mettere in corrispondenza biunivoca; le diplomazie diventano inaccettabili interferenze; gli amici dei miei amici diventano miei nemici; le religioni fanno da supporto alla violenza (mal)intesa come difesa dei propri diritti; la guerra è bella perché è varia; l’antisemitismo e l’antisionismo sono variabili indipendenti e diventano alibi da strumentalizzare e non dottrine da rifiutare ed eliminare.

C’è un po’ di verità in questa catastrofica analisi, che non ci esime dal fare ogni sforzo per ripartire dalla difesa dei deboli e degli inermi, mettendo in secondo piano gli ormai impossibili equilibri internazionali basati sul peso delle forze contrapposte. Gli equilibri sono da ricercare paradossalmente tra le debolezze e le fragilità.

Cosa voglio dire? Che non ci sto a considerare la morte dei bambini palestinesi come contrappasso rispetto alle violenze di Hamas, così come non posso accettare che l’attacco terroristico ad Israele sia il contrappasso rispetto ai soprusi patiti storicamente dai palestinesi.  O usciamo da questi perfidi schemi o siamo tutti spacciati e irretiti nella logica di un olocausto coordinato e continuativo.

 

 

Chi di corporativismo ferisce, di corporativismo perisce

Il corporativismo è una dottrina che propugna l’organizzazione della collettività sulla base di sodalizi rappresentativi degli interessi e delle attività professionali (corporazioni). Esso propone, grazie alla solidarietà organica degli interessi concreti e alle formule di collaborazione che ne possono derivare, la rimozione o la neutralizzazione degli elementi conflittuali: la concorrenza sul piano economico, la lotta di classe sul piano sociale, la differenziazione ideologica sul piano politico. (da “Dizionario di politica” di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino)

Nell’attuale sistema basato sull’economia del consumo, si forma sì, un (sotto) proletariato, ma ai margini della società, come “rifiuto”, “non certo come scuola di solidarietà e di fratellanza, ma come fonte di inquinante turbolenza in quelle discariche che sono diventate le periferie metropolitane. La massa del ceto medio, quello che meglio si definirebbe il ceto di massa, condivide con l’élite plutocratica valori privati.

La destra Berlusconiana, per la verità non solo essa, adottò questa nuova strutturazione sociale ed all’ordinamento corporativo sostituì “l’ordinamento privatistico”, mettendo al centro della scena politica, al posto della questione sociale, la questione fiscale vale a dire il conflitto tra Stato e contribuenti, non dando una risposta lineare e razionale alle tensioni con un progetto di emancipazione, ma coltivando gli interessi e le pulsioni che la dividono e la gerarchizzano. Non so se tutto ciò possa chiamarsi “nuovo corporativismo”.

L’attuale governo, in cui la destra berlusconiana conta come il due di coppe, ha indubbiamente ripreso in un certo senso il vecchio corporativismo, per meglio dire quello classico: Fratelli d’Italia e Lega si misurano su questo concetto. La società, come dice Pier Luigi Bersani, viene fatta a fette, e così si cerca di dare risposte alle diverse corporazioni: esempio clamoroso il settore delle libere professioni vezzeggiato a suon di condoni e flat tax.

La leva fiscale è lo strumento principale con cui operare in tal senso: l’interesse generale va a farsi benedire e le diverse categorie si illudono di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Senonché, prima o poi, l’inganno può venire a galla. È quanto sta succedendo per gli agricoltori, toccati nel vivo dal mercato e penalizzati rispetto alle tradizionali e consistenti agevolazioni fiscali e finanziarie.

Sul mercato il governo italiano può fare ben poco, l’unico attore politico che può influenzarlo è l’Unione europea. E allora tutti addosso alla UE e alle sue scelte peraltro condivise, a volte con una certa fatica, dai governanti italiani.

Gli agricoltori si trovano senza punti di riferimento: avevano sperato nel governo di centro-destra, ma da lì arrivano addirittura tasse; avevano pensato che Fratelli d’Italia e Lega rispolverassero in qualche modo i principi corporativi assegnando alla corporazione agricola più spazio e più potere.

Le cosiddette forze intermedie nicchiano, sono legate a schemi da “prima repubblica”, tentano di “concertare” col governo e quindi perdono potere di rappresentanza e forza d’urto: sono un elemento estraneo, oserei dire fine a se stesso, una nostalgia democratica in un clima di rissa corporativa.

I due partiti di maggioranza giocano “al più corporativo”, al più euroscettico, al più filo-agricolo, in una scoperta e squallida deriva demagogica e propagandistica, ma comunque non sono più in sintonia con un modo su cui pensavano di poter contare. Al riguardo è significativa la richiesta dei comitati agricoli, più o meno spontanei, delle dimissioni del ministro Lollobrigida, mentre Salvini gioca al rialzo per recuperare visibilità e consenso (sarà dura!).

Il governo Meloni è in evidente difficoltà: il suo stato sociale ed il suo corporativismo, la cui matrice storica è ben nota, vanno a farsi benedire. Gli agricoltori stanno scoprendo gli altarini sulle proprie ataviche manchevolezze, ma anche sulle contradditorie politiche del governo. La fetta agricola del tessuto sociale rischia di andare di traverso a chi la voleva piazzare stabilmente nel menù socio-economico.

Come finirà? Le organizzazioni imprenditoriali del mondo agricolo prenderanno un brodo di funzione, i comitati spontanei piano piano si spegneranno, i partiti di governo continueranno a raccogliere voti in quanto, come afferma Nando Pagnoncelli, “non si cerca più chi lavori per il bene comune, ma ci si accontenta della proposta di un leader che prometta di migliorare la nostra condizione: una concezione della politica un po’ egoistica. (da un’intervista rilasciata al quotidiano “Avvenire”)

Un ministro da osteria

Dopo le notizie di stupro – purtroppo sono tante, tremende e inquietanti – il ministro Matteo Salvini non va tanto per il sottile, si reca nell’osteria più vicina (suo abituale pulpito) e spara la sua proposta: castrazione chimica per gli stupratori.

Premesso che lo stupro è il gesto più efferato che un uomo compia su una donna, non è ammissibile tuttavia pensare di combatterlo attuando una sorta di “occhio per occhio, dente per dente”: è il miglior modo per lasciare le cose come stanno, chiamandosi fuori dal problema e ricorrendo ad un peraltro impraticabile giustizialismo (appunto) da osteria, che proviene non solo da Salvini ma, come sostiene Monica Lanfranco su MicroMega, da una destra priva di intelligenza emotiva.

Osteria numero 1, paraponzi ponzi po!!! Nel governo c’è qualcuno, che vuol castrar gli stupratori, paraponzi ponzi po!!! E le donne saran salve, paraponzi ponzi po!!!

Naturalmente Salvini riesce a catturare l’attenzione ed un certo consenso: basta alzare la voce per farsi ascoltare e basta dirla grossa per catturare immediati e istintivi applausi.

Tutto però rimane lì, perché la proposta è inagibile da tutti i punti di vista e contraria alle norme di ogni tipo e livello. Salvini se ne torna al governo come se niente fosse, ha recitato la sua parte, ha consolidato la sua immagine di perfetto arruffapopolo.

Mio padre credeva così fermamente alle regole ed alla necessità di rispettarle al punto da illudersi di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”: lui però almeno intendeva mettere un avviso prima di procedere. “Chi stupra sarà castrato”: così reciterebbero i cartelli che Salvini dovrebbe chiedere a Piantedosi di issare ai crocicchi delle strade, magari con la traduzione in lingue comprensibili agli immigrati. Chissà come si sentirebbero sollevate le donne.

Mia madre era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Se fossero ancora in vita e si confrontassero con Salvini ci sarebbe da divertirsi. Mia madre insisterebbe sulla infermità mentale degli stupratori. Mio padre, tra il serio e il faceto, consiglierebbe i cartelli di cui sopra. Poi entrambi si direbbero l’un l’altro: “Mo chi el li lù? Un ministor? I pu cojón i van al guäron… Podrala andär bén l’Italia? As pol savér chi è ca l’à votè?”.

Visto l’andamento dei sondaggi e i risultati delle ultime tornate elettorali relativamente alla Lega, si può dire: “Osterie piene e urne vuote”. Mi si dirà che anche a sinistra i dati del consenso non sono confortanti, della serie “salotti pieni e urne vuote”. Purtroppo è così! Non accetto però di mettere tutti in un unico calderone, bisogna ragionare, valutare e criticare e non bere le cretinate a gola aperta.

Matteo Salvini non è più un caso politico, ma si sta trasformando in un caso patologico. Si pensi al caso di Ilaria Salis, la maestra milanese detenuta in Ungheria e sottoposta a trattamento inaccettabile, per la quale il vice-presidente del Consiglio, anziché cercare di fare il possibile per aiutarla, ha dichiarato: «Da genitore capisco l’ansia e anche alcune dichiarazioni originali del padre di Ilaria Salis, Roberto. È giusto che il governo sia impegnato con tutte le forze per tutelare la ragazza e ne auspico la completa e rapida assoluzione. Ribadisco, però, che Ilaria Salis è stata bloccata con un manganello e in compagnia di un estremista: in caso di condanna per violenze, a mio modo di vedere, l’opportunità che entri in classe per educare e crescere bambini è nulla. Ora stiamo per dare la notizia che già nel 2017 questa signora aveva assaltato un gazebo della Lega a Monza. Vedete? Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa, e adesso scopro anche in Italia, a picchiare e sputare alla gente?». Siamo sempre all’osteria per parlare di un caso delicato, che richiederebbe sensibilità ed equilibrio, un po’ di discernimento, mentre invece vengono sparate cavolate (è il caso di dire “espressioni sine grano salis”). Quanto all’assalto al gazebo infatti la Salis è stata assolta per non aver commesso il fatto, in un processo che si è chiuso in primo grado; in secondo luogo non sta a Salvini giudicare l’attitudine della Salis a svolgere la funzione di maestra mentre è in balia della giustizia ungherese ed anche qualora fosse condannata per i reati che le vengono contestati in quel Paese.

Ecco perché mi sento libero di andare anch’io all’osteria e di proporre per lui la laringectomia totale. Mi guarderanno con aria di compatimento, ma, discutendo un po’, forse qualcuno capirà.

L’arteriosclerosi galoppante degli americani

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è incorso in un’altra gaffe nel corso dell’ultima domanda a cui ha risposto dopo aver parlato alla Casa Bianca. Parlando della situazione a Gaza, Biden ha confuso il presidente del Messico con quello egiziano Al-Sisi. “Come sapete – ha detto – inizialmente il presidente del Messico Sisi non voleva aprire l’accesso per permettere l’ingresso di materiale umanitario. Gli ho parlato, l’ho convinto ad aprire l’accesso”. In realtà il riferimento era al presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi.

Biden, visibilmente arrabbiato, ha affermato di non avere problemi di memoria, dopo che il rapporto di un procuratore speciale lo ha ritratto come un uomo anziano “con una cattiva memoria”. “Sono un uomo anziano e so quello che faccio. Non ho problemi di memoria”, ha affermato l’ottantenne leader, denunciando aspramente il fatto che il rapporto affermi che ha dimenticato la data della morte di suo figlio Beau. “Come osano?”, ha commentato.

Sulla situazione a Gaza, Biden ha sottolineato che la risposta militare di Israele nella Striscia di Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre da parte di Hamas è stata “sopra le righe”. “Sono del parere, come sapete, che la condotta della risposta a Gaza, nella Striscia di Gaza, sia stata sopra le righe”, ha detto.

Joe Biden “non è adatto” a fare il presidente, ha dichiarato lo speaker della Camera dei Rappresentanti dopo il rapporto del ministero della Giustizia che ha scagionato il presidente da qualsiasi illecito nella gestione di documenti riservati e lo ha descritto come “un vecchio ben intenzionato” ma “con una brutta memoria”. “Un uomo del tutto incapace di assumersi la responsabilità di aver gestito in modo improprio informazioni riservate non è certamente adatto allo Studio Ovale”, ha tuonato Mike Johnson, stretto alleato del probabile rivale di Biden nelle elezioni di novembre, Donald Trump. 

Il rapporto del procuratore speciale ha rimosso una bella tegola per Biden ma ha sganciato una vera e propria bomba, ovvero ha detto che, nella sua indagine, ha trovato Biden con capacità mentali così ridotte da non ricordare le date della sua vicepresidenza sotto Barack Obama e la morte di suo figlio Beau per cancro nel 2015. (AGI – Massimo Basile e Luca Mariani)

Non voglio essere troppo malizioso, ma sarà proprio un caso che la squalifica di Biden per arteriosclerosi arrivi in concomitanza con la sua sacrosanta sfuriata contro Israele? Una cosa è certa: negli Usa la battaglia politica in vista delle elezioni presidenziali è senza esclusione di colpi. Se questa è democrazia… Oltre tutto la magistratura americana non è per niente autonoma e interferisce in modo clamoroso nella politica. Ci pensi bene chi, in Italia, vuole ridimensionare l’autonomia dei giudici (da intoccabile a zerbino del potere politico la distanza è troppa…) e chi intende trasformare la nostra in una repubblica presidenziale o in qualcosa che le assomiglia molto, con tutti i difetti e nessun pregio di questa forma di governo.

C’è però qualche chicca da aggiungere in merito alla candidatura di Donald Trump. Propongo di seguito una breve notizia.

É presto per la sentenza definitiva. Ma i giudici della Corte Suprema chiamati a decidere sull’eleggibilità alla Casa Bianca dell’ex presidente Donald Trump, escluso dalle liste elettorali del Colorado per il ruolo nell’assalto a Capitol Hill del 2021, paiono orientati ad accoglierne il ricorso. Decisione che legittimerebbe la candidatura del tycoon alle elezioni del 5 novembre: un verdetto chiave, che potrebbe arrivare prima del “super martedì” del 5 marzo che è decisivo per le sorti dei due sfidanti. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

Come mai tanto accanimento contro Biden e tanta comprensione verso Trump? Il primo avrà certamente commesso errori politici, ma il secondo ha violato clamorosamente le regole democratiche e si è macchiato di numerosi reati di vario tipo, tali da rendere sostanzialmente paradossale una sua reiterata presidenza. Come mai il rigorismo etico anglosassone, che in passato ha raggiunto persino il livello del bigottismo, è improvvisamente sparito per aprire la strada ad un candidato impresentabile per chiunque abbia un minimo di sensibilità politica?  Molti si esercitano nell’analizzare le cause della simpatia americana verso Trump. Forse l’arteriosclerosi non ce l’ha Biden, ma una gran parte del popolo americano.

Il tutto rientra nell’ulteriore conferma della incontenibile aria autoritaria e populista che sta spirando nel mondo, Italia compresa, naturalmente in favore di Trump e contro Biden.

Trump non agisce da solo. Assistiamo a segnali di allarme derivanti dall’arretramento democratico liberale e dalla rinascita autoritaria di Paesi come India, Ungheria, Venezuela, Turchia, Argentina, mentre leader forti in Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e Arabia Saudita sono diventati più repressivi in patria e più inseriti in reti di alleanze internazionali. L’unica democrazia araba (Tunisia) ha subito un colpo di Stato esecutivo, la più promettente democrazia africana (Ghana) si è silenziosamente deteriorata sotto il peso di una crescente corruzione e disaffezione, e potremmo continuare. (MicroMega – Nicolò Bellanca)

E gli americani faranno come sempre gli americani.  E gli italiani invece pure.

 

L’infernale illusione della vittoria totale

Quando anche da fonti Usa veniva dato per imminente l’ok di Netanyahu all’accordo con Hamas, in serata il premier israeliano ha gelato ogni speranza, rifiutando come «delirante» la proposta di tregua nella guerra contro Hamas. «Siamo sulla strada della vittoria totale. La vittoria è a portata di mano», ha dichiarato il primo ministro motivando la decisione, giunta dopo che in mattinata vi era stato uno scontro al calor bianco non appena si è appreso che il capo del governo stava per fornire un via libera di massima, senza aver prima consultato il gabinetto di guerra.

«Solo una vittoria totale ci permetterà di ripristinare la sicurezza in Israele, sia a nord che a sud», ha detto Netanyahu aggiungendo che «Hamas non sopravviverà a Gaza». I fondamentalisti avevano proposto un cessate il fuoco per quattro mesi e mezzo, durante i quali tutti gli ostaggi sarebbero stati rilasciati, Israele avrebbe ritirato le sue forze dalla Striscia in vista di un successivo accordo sulla fine della guerra. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo – inviato a Gerusalemme)

Non capisco e, se capisco, condanno fermamente l’atteggiamento di Netanyahu. Non c’è ragione che tenga, anche l’autorevole segretario di Stato americano Blinken si è preso un secco “no” sui denti. I casi sono due: o è impazzito o vuole difendere a tutti i costi il suo premierato. Le due ipotesi peraltro non sono in contraddizione: il mantenimento del potere può diventare infatti una follia. Credo che questa decisione bellicista sia contraria in primis agli interessi dello Stato di Israele e si espanda a tutti gli equilibri internazionali. Chi può, in Israele e in tutto il mondo, si faccia sentire, a tutti i livelli, anche perché in fin dei conti Netanyahu non penso possa permettersi di andare contro tutti.

Il grande Giorgio La Pira così scriveva nel 1958 a Ben Gurion, illustre predecessore di Netanyahu: «La pace in Palestina è ciò che Dio vuole per tutti: per ebrei, per musulmani, per cristiani: per tutti i popoli della terra: è il sintomo e quasi il preannunzio di quella pace piena che potrebbe fiorire su tutto lo spazio della terra: la pace – al limite! – di cui parla Isaia: una pace che è insieme grazia, luce, prosperità, amore! Un sogno? No: un limite, certo; un ideale, certo: ma un ideale che può benissimo avere realizzazioni “approssimate” sulla faccia della terra: benedixisti Domine terram tuam, avvertisti captivitatem Jacob, come dice il salmista. Ora la premessa di questa pace è la pace in Palestina! Una pace possibile? Certo: la buona volontà apre ogni porta: e già qualche porta è, anzi, aperta».

Non è una realizzazione approssimata la proposta di cessate il fuoco sul tappeto? Non è una porta socchiusa quella dei fondamentalisti che l’hanno formulata? Non è un segno del collegamento con la pace su tutta la terra il pur debole segnale degli Usa che stanno mediando fra le parti in guerra?

Se è vero che dietro l’intransigenza di Netanyahu si nasconde il radicalismo dei capi religiosi ebrei si cerchi di mettere questi signori davanti alla volontà di Dio che non può volere le carneficine in atto. L’Europa unita chieda con forza ad Israele di accettare una tregua: non è un segno di debolezza, semmai di forza morale e politica, mentre Netanyahu dimostra di essere estremamente debole su entrambi questi piani.

Giorgio La Pira provocava i potenti facendosi accompagnare dalla preghiera dei monasteri di tutto il mondo. Mi permetto di aggiungere i rosari e le invocazioni di tutte le persone, anche le più umili che pregano per la pace. Sappia Netanyahu, così come Hamas, che queste sono forze irresistibili e chi cerca di opporvisi è destinato a fare una gran brutta fine. Si può dire “no” a Blinken, ma a Dio non è possibile, o meglio è possibile salvo sprofondare nell’inferno in terra e nell’aldilà.  E alle soglie dell’inferno ci siamo già…

Il Consiglio di Sicurezza, il principale strumento per la pace nel mondo, è in un vicolo cieco a causa delle spaccature geopolitiche». Criticando le divisioni senza precedenti del Cds, Guterres ha sottolineato che «durante la Guerra Fredda, meccanismi ben consolidati hanno contribuito a gestire le relazioni tra le superpotenze, ma nel mondo multipolare di oggi tali meccanismi sono assenti. Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos». E «vediamo i risultati: un pericoloso e imprevedibile tutti contro tutti, nella totale impunità», ha denunciato ancora, dicendosi preoccupato per una nuova proliferazione nucleare e lo sviluppo di «nuovi mezzi per uccidersi a vicenda e per annientare l’umanità». (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo – inviato a Gerusalemme).