L’autocompiaciuto Golia e i precari Davide

Esistono due luoghi comuni che si rincorrono nella storia della politica, atti a giustificare l’alternanza e la legittimazione nell’esercizio del potere della destra e della sinistra. Il primo risale alla banalità (?) della vita quotidiana famigliare: quando le cose vanno bene, tutto fa brodo e la destra serve a spartire i benefici, mentre la sinistra serve a imporre i sacrifici quando le cose vanno male. Il secondo, frutto di un concetto opportunistico della politica, riguarda la possibilità di conquistare il potere: la destra trova sempre il modo di compattarsi e di meglio raccogliere i consensi elettorali, mentre la sinistra trova sempre il modo di dividersi e di indispettire gli elettori perdendo in partenza una bella fetta di voti.

L’attuale fase politica sembra metterli entrambi in qualche discussione: le cose infatti in Italia non vanno per niente bene (povertà crescente, salari bloccati, lavoro assente o precario, sanità allo sbando, inflazione galoppante) eppure l’elettorato ha preferito affidarsi alla destra, che non gli impone sacrifici o meglio riserva i sacrifici ai poveri e manda assolti i ricchi; la destra si è presentata unita, ma sta litigando in continuazione al proprio interno, mentre la sinistra comincia a capire di fare muro contro la destra e di provare qualche intesa almeno a livello elettorale.

La recente consultazione elettorale in Sardegna è la timida riprova dello scombussolamento storico rispetto ai due suddetti luoghi comuni: i cittadini hanno preferito la candidata frutto della pur precaria unità a sinistra, credibile quale portatrice di speranza di cambiamento ed hanno bocciato la rissosa continuità della destra e la sua finta compattezza. La Sardegna ha preferito abbandonare le paradigmatiche illusioni di benessere offerte dalla destra e partendo dalla zeppa di problemi ha deciso di affidarsi a chi dà una pur pallida idea di saperli affrontare, si è lanciata nella scommessa di un pur rischioso bagno di concretezza e di competenza.

In Sardegna, anche se non ho il coraggio di sperarlo più di tanto, sono saltati gli schemi di potere della destra e gli schemi ideologici della sinistra. A una destra che ha guardato, fino all’inverosimile, all’ombelico della propria forza populista (il candidato è mio e lo gestisco io) ha fatto riscontro una sinistra che ha guardato verosimilmente alla propria debolezza popolare (il candidato è nostro e speriamo che se la cavi).

Davide ha sconfitto Golia? Sarebbe così bello che non oso nemmeno sperarlo. Giorgia Meloni si è improvvisamente destata dall’allucinogeno sonno del potere: i suoi amici (?) sotto-sotto ci stanno godendo anche se sembrano quei mariti che protestano e confabulano da sotto il letto; agli affezionati e prezzolati media è bastato poco per cominciare a dubitare della sua forza propulsiva; al popolo della destra-destra non rimane che rifugiarsi ancor più nelle nostalgie del passato; all’elettorato occasionale di destra sorge il dubbio atroce di avere commesso un errore (di avere usato troppo la brillantina Meloni).

Gli esponenti vari ed eventuali della sinistra si staranno preoccupando perché dovranno mettere insieme le loro fionde per tentare di abbattere le formidabili armi dell’avversario. Attenti a non fare, dopo la lunga dieta, un’indigestione unitaria a prescindere dai valori e dai problemi: di mancanza di senso tattico si finisce col morire, ma si può morire anche per eccesso di tatticismo. La prova non sta tanto nelle prossime elezioni regionali in Abruzzo, ma in quel che Alessandra Dotte riuscirà a fare. Per votare a destra basta poco, per votare a sinistra occorre molto. Ed ecco rispuntare dalla finestra i luoghi comuni che sembravano usciti dalla porta.

Prova di sala anti-democratica

È talmente goffa e clamorosa la sconfitta della destra alle elezioni regionali della Sardegna da insospettire gli osservatori più attenti e da bloccare sul nascere le illusioni della sinistra alle prese col suo campo largo. La vicenda ha tutto l’aspetto di una prova di forza interna alla destra (il centro non esiste in quella coalizione) per verificare la resistenza degli alleati rispetto allo spadroneggiamento della smisurata leadership meloniana.

Saremmo cioè in presenza del velleitario teorema del “qui comando io”. In matematica, si dice ipotesi nell’enunciazione di un teorema la proprietà che si suppone già vera e dalla quale, mediante la dimostrazione, si deducono altre proprietà che costituiscono la tesi. Nel nostro caso politico l’ipotesi sarebbe quella che Giorgia Meloni ha la stoffa del leader, ragion per cui a livello politico interno e internazionale si cercano altri elementi tali da legittimare la cosiddetta “capocrazia” meloniana.

La Sardegna è stata banco di prova di uno di questi elementi probatori, vale a dire la capacità di imporre candidature e di farle bere agli alleati e subire dagli elettori. La cosa non ha funzionato: gli alleati hanno chinato il capo obtorto collo, ma gli elettori evidentemente si sono ribellati e hanno risposto picche.

Quando si mette in scena un’opera lirica ci sono le prove: d’orchestra, di palcoscenico, di regia, d’assieme, ma prima ancora si fanno le prove di sala, al pianoforte coi cantanti che ripassano le loro parti sotto l’attenta supervisione del maestro concertatore. In Sardegna la maggioranza di governo ha tenuto una prova di sala ed è stata un autentico disastro. In teatro si cambierebbero in tutto o in parte gli interpreti, attualmente in politica al massimo si cambia un comprimario. Lo spettacolo è comunque andato in scena e il pubblico ha sonoramente fischiato. Magari scaricheranno le colpe sul sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, un candidato/comprimario che brillava di luce riflessa: era stato individuato da Giorgia Meloni e mandato allo sbaraglio per rompere i coglioni alla Lega che voleva ricandidare l’uscente Christian Solinas.  Non cambierà di certo il direttore d’orchestra e nemmeno cambieranno gli interpreti principali. Matteo Salvini continuerà a svolgere il ruolo di estemporaneo e inconcludente “trovarobe”, Antonio Tajani quello di comparsa di lusso.

Non mi interessa più di tanto l’eventuale piccola e masochistica vendetta leghista che tuttavia potrebbe aver avuto il suo peso sull’esito elettorale. Mi preme di più valutare se nel comportamento elettorale dei cittadini della Sardegna ci sia stato un rigurgito di sana e realistica presa di coscienza, che potrebbe rappresentare un messaggio per l’intero territorio nazionale.

Temo proprio di no. Propendo per un semplice incidente di percorso, per una sorta di momentanea indigestione di potere che si è sfogata nel vomito sardo: esperimento non riuscito, la prossima volta staremo più attenti, andremo più cauti, troveremo la quadra e tutto andrà a posto.

C’è stato indubbiamente un piccolo scricchiolio nel castello della destra al governo del Paese, ma non certo un terremoto tale da imporre una revisione sostanziale nella costruzione in atto. Dirò di più: potrebbe essere addirittura una sconfitta salutare per chi l’ha subita e negativa per chi ne ha usufruito.

Giorgia Meloni potrebbe tornare coi piedi per terra, rappacificarsi con gli alleati senza speculare troppo sulle loro debolezze, riprendere il feeling con gli elettori, somministrando loro un’ulteriore dose di qualunquismo, mentre invece il centro-sinistra potrebbe illudersi di avere risolto tatticamente le proprie debolezze strategiche.

Il popolo italiano non è né di destra né di sinistra, è soltanto allo sbando, si attacca alla prima ciambella di salvataggio che gli capita a tiro e prima di mollarla ci deve pensare due volte: la prima volta potrebbe essere quella della Sardegna, ma ne servono altre molto più convincenti e consistenti. Il mestiere della sinistra non è quello di fornire ciambelle o scialuppe di salvataggio, ma di insegnare a nuotare partendo da una piscina valoriale per poi affrontare il mare con una carta nautica fatta di diritti e doveri, la Carta Costituzionale!

Mi concedo un tuffo nel passato. Nel 2000 il governo D’Alema cadde dopo la sconfitta del centro-sinistra alle elezioni regionale, nel Veneto in particolare: altro mondo, altra sensibilità politica, altra situazione. Preferirei la debolezza politica di quei tempi alla prepotenza politica dei giorni nostri. Ma, come noto, io sono un nostalgico. Non faccio però saluti alla romana, ma mi permetto di rimpiangere il periodo in cui andare in crisi non era sintomo di mera debolezza, ma consapevolezza delle proprie responsabilità.

Il ping-pong sulla pelle dei disperati

Nel giorno in cui si fa un gran parlare della sconfitta sardagnola di Giorgia Meloni via Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari, per il gusto di andare controcorrente e per la necessità di fare qualche riflessione (possibilmente a freddo), preferisco affrontare la triste e sempre più impellente contingenza del problema del suicidio assistito, rinviando ai prossimi giorni il mio commento alle elezioni regionali in Sardegna. D’altra parte si può trovare in modo piuttosto macabro e, se volete, di cattivo gusto, una certa qual analogia fra la questione drammatica del suicidio assistito in senso propriamente esistenziale e quello in senso politicamente figurato degli italiani alle prese con una destra disperante: la meloniana batosta può rappresentare la cura palliativa alternativa al suicidio assai poco assistito degli italiani alle prese con la loro deriva destrorsa? Ne parleremo! Vado per ora sul vero e delicato problema di chi vorrebbe chiudere la propria esistenza per motivi assai più seri che non lo spadroneggiamento politico della destra.

Sulla delicatissima materia del cosiddetto “fine vita” la Corte costituzionale, da un lato, tutela l’autodeterminazione del malato nel «congedarsi dalla vita» con assistenza di terzi e, dall’altro, rispetta proprio il concetto di dignità della persona che non vuole il mantenimento artificiale in vita e il diritto di rifiutarlo. La Corte pone, tuttavia, dei criteri ben precisi perché sia depenalizzato il suicidio assistito ma ci sia tutela dagli abusi. Questi i criteri per tutelare dagli abusi: la persona deve essere affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili; tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale; pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Deve esserci il rispetto della normativa sul consenso informato, le cure palliative e la sedazione profonda continua. Devono essere verificate le condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del Ssn e sentito il parere del Comitato Etico territorialmente competente. (da quotidianosanità.it – Lucio Romano)

Il Parlamento a tutt’oggi non è stato in grado di legiferare adeguatamente e allora vige una sorta di situazione provvisoria caratterizzata appunto dai criteri fissati dalla Consulta. Quella del Parlamento è una manchevolezza gravissima ammantata di pretestuose motivazioni etiche, mentre in realtà si tratta di una cronica incapacità politica di affrontare laicamente il problema. Le regioni stanno cercando di ovviare al colpevole silenzio parlamentare con iniziative particolari volte a rendere agibile sul piano concreto quanto stabilito in linea teorica dalla Corte costituzionale.

In Veneto non è passata la legge, su cui si era impegnato il presidente Zaia, che stabiliva i modi e i tempi delle risposte ai malati, e le modalità di coinvolgimento delle Asl con tanto di squallida polemica politica trasversale.

Il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ha cercato di evitare un “Veneto bis”, anticipando il voto d’aula con una delibera di giunta regionale che dà applicazione alla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale. La delibera, infatti, dettaglia il percorso per il suicidio medicalmente assistito: la richiesta va inviata dal cittadino che desidera ricorrervi alla Direzione sanitaria dell’Ausl, che la passa alla Commissione di valutazione di Area Vasta, che effettuerà una prima visita al paziente. In 20 giorni questa dovrà produrre una relazione che invierà al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica. Quest’ultimo esprimerà un parere (non vincolante) entro sette giorni, mentre la Commissione stilerà la relazione conclusiva. Entro ulteriori 7 giorni, se la Commissione darà il via libera, si avvierà la procedura. Ma perché Bonaccini non ha portato la legge al voto dell’aula? «Semplicemente perché rischia di non avere voti sufficienti» osserva Valentina Castaldini, consigliera regionale di Forza Italia. (dal quotidiano “Avvenire”)

L’iniziativa emiliana ha scatenato un dibattito teoricamente interessante (?) fra palliativisti ad oltranza e possibilisti con moderazione, tra politici eticamente bloccati e amministratori laicamente disponibili: la questione rimane conseguentemente in una situazione di stallo con tante stucchevoli chiacchiere e nessun passo avanti.

La Consulta giustamente chiede al Parlamento di intervenire, il Parlamento fa orecchie da mercante etico, le Regioni si vedono costrette a coprire in qualche modo l’assenza di una normativa nazionale, ma rimangono vittime dello scontro etico-politico tra i partiti, all’interno dei partiti, nel mondo scientifico e in campo sanitario. Il tutto avviene sulla pelle di chi versa in situazioni di gravissime difficoltà psico-fisiche. Non sono un fanatico dell’iperattivismo e dell’autonomia differenziata delle Regioni, ma in questo caso mi sento di spezzare una lancia a loro favore. Tutto sommato, paradossalmente parlando, meglio il suicidio assistito a macchia di leopardo che il negazionismo opportunista e centralista.

La Chiesa Cattolica, tanto per cambiare e per (non) aiutare il legislatore e le autorità sanitarie, ci aggiunge il solito dogmatismo, mettendo del sale clericale sulla coda laica della politica. Anche il cardinale Zuppi, seppure in modo pastoralmente sofferto e teologicamente articolato, non riesce a trovare la quadra squisitamente e laicamente evangelica. Pensiamo proprio che il Padre Eterno sia così fiscale da sottilizzare davanti al dolore inumano dei suoi figli?

Scrive al riguardo Paolo Benciolini, ordinario i.q. di Medicina legale dell’Università di Padova, già presidente del Comitato Regionale di Bioetica della Regione Veneto, in un interessantissimo articolo pubblicato da “Viandanti.org”: «Devo dichiarare il mio forte sconcerto per una (categorica) affermazione contenuta nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (2020) “Samaritanus Bonus”. Nel capitolo dedicato al “discernimento pastorale verso chi chiede eutanasia o suicidio assistito, si afferma che “non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come una approvazione dell’azione eutanasica, come, ad esempio, il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione. Tale presenza può essere interpretata come complicità. Questo principio riguarda in particolar modo, ma non solo, i cappellani delle strutture sanitarie ove può essere praticata l’eutanasia, che non devono dare scandalo, mostrandosi in qualsiasi modo complici della soppressione di una vita umana”. Condivido il pungente commento di Corrado Viafora: “Si ha l’impressione purtroppo che in questo caso la logica del buon samaritano ceda il posto alla logica del sacerdote e del levita” (“Samaritanus Bonus. La dignità al centro”, Il Regno Attualità, LXV, 22/2020, p.665).

Non oso pensare cosa ne dirà chi, inchiodato ad un letto e/o attaccato a macchinari vari, desidera ardentemente soffrire meno o mettere addirittura fine alle proprie sofferenze. La palla rimbalza tra coloro che ipotizzano il “fine vita mai” e quanti non riescono a sviscerare la materia in modo da garantire i diritti ed evitare gli abusi: il ping-pong della serie “chi è disperato si tenga la sua disperazione”.

Al centro-destra (non tutto per la verità) non par vero di ergersi a paladino della difesa della vita strizzando l’occhio ai cattolici in vena di integralismo; il Partito democratico trova nel suicidio assistito il motivo per aggiungere un elemento ulteriore di litigio al proprio interno, temendo di rinunciare a quel che rimane dell’umanesimo cristiano e di trasformarsi in un partito radicale di massa (il rischio c’è a prescindere dal suicidio assistito). Il Pd fra l’altro ha da tempo una posizione unitaria possibilista sul fine vita, espressa in un disegno di legge che porta il nome di Bazoli, già approvato in un ramo del Parlamento nella scorsa legislatura: che lo riprendessero e lo portassero avanti con forza, sarebbe un modo ammirevole di recuperare identità e ruolo, ma scatterà il solito freno filo-clericale ed elettorale.

 

Mattarello vs manganello

Quei manganelli usati contro i ragazzi che partecipavano ai cortei pro-Palestina “esprimono un fallimento”. È la presa di posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che all’indomani delle violenze della polizia sugli studenti che manifestavano – 11 giovani sono rimasti feriti – ha deciso di telefonare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per sottolineare che “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza”. Un messaggio chiaro, dopo le proteste da parte di opposizione e mondo universitario, che già venerdì sera sono scesi in piazza per esprimere solidarietà ai ragazzi e protestare contro l’atteggiamento della polizia.  (da” Il Fatto Quotidiano”)

Fortunatamente sono stato facile profeta: Sergio Mattarella ha battuto un bel colpo! Volendo fare un po’ di ironia, possiamo dire di avere il mattarello contro il manganello. In pochissime battute il Capo dello Stato ha dato una lezione agli attuali governanti, di cui il ministro Piantedosi è l’esponente più rappresentativo a livello di gaffe verbali e comportamentali.

C’è però un discorso molto più profondo e inquietante, riguardante la democrazia, le sue regole e i suoi contenuti. Il clima instaurato dall’attuale governo non è democratico: partendo dalla legittimazione elettorale, peraltro molto discutibile nella sostanza dei numeri, stanno mettendo sotto i piedi le Istituzioni (Parlamento, Magistratura, Corte dei Conti, etc. etc.), stanno insolentendo la stampa, stanno addomesticando la Rai e stanno soffocando sul nascere le eventuali proteste di piazza. La democrazia, per chi lo vuol vedere, è quindi imbrigliata.

Poi c’è la Costituzione: la guerra dovrebbe essere ripudiata, invece…; le Istituzioni dovrebbero avere la loro autonomia, invece…; i diritti dovrebbero essere rispettati, invece… Il discorso diventa molto, ma molto pericoloso. Su tutto poi incombe una riforma costituzionale che trasforma sbrigativamente la Repubblica da parlamentare a presidenziale.

Sono autentici manganelli politici che si stanno abbattendo sulla nostra democrazia. Saranno sufficienti i mattarelli a difenderci. Sarebbe opportuno darsi una mossa, prima che possa essere tardi. I giovani in piazza sono l’unica risorsa che vedo. La storia lo conferma. Non è un caso quindi che contro di essi, fin dall’inizio del governo di destra, ci sia un certo accanimento. Gli agricoltori si possono neutralizzare con un piatto di lenticchie fiscali, ma i giovani…

Disordine di governo, disordine di piazza

Durante un corteo di autonomi che a Roma ha ricordato Valerio Verbano (un giovane militante della sinistra extraparlamentare ucciso dai fascisti nel 1980 a Roma) è avvenuto il rogo di un manichino che raffigurava Giorgia Meloni. 

Cariche della Polizia alle manifestazioni di Firenze e Pisa pro Palestina. Sei studenti sarebbero rimasti feriti, e le immagini circolate su siti e social hanno fatto divampare le polemiche. Nel capoluogo toscano il corteo, composto da sindacati di base, studenti e comunità palestinese, era partito da piazza Santissima Annunziata per raggiungere, sfilando per il centro e piazza Ognissanti e ha poi proseguito il percorso sul Lungarno verso il consolato americano. A poche decine di metri era presente lo sbarramento delle forze dell’ordine; quando i manifestanti hanno provato ad avanzare sono partite alcune cariche. Il corteo ha poi fatto ritorno in piazza Ognissanti per gli interventi finali. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sarò esagerato, ma le ritengo le due facce della stessa medaglia: al disordine politico non può che fare riscontro quello sociale. L’attuale governo sta facendo di tutto per irritare la piazza con politiche assurde a tutti i livelli, dopo di che è pressoché automatico che la protesta possa degenerare. L’ordine pubblico va gestito con equilibrio e cautela e non con i manganelli a go-go. Da quello che ho potuto intuire mi sembra che non ci fosse assolutamente bisogno di un intervento così invasivo da parte delle forze dell’ordine.  Chi ha manifestato a favore del popolo palestinese ha tutto il mio consenso e quindi, se fossi giovane e se abitassi a Pisa, prenderei anch’io la mia dose di manganellate.

In un clima di tensione sociale non mi stupisco che possa essere bruciato un manichino raffigurante Giorgia Meloni. È grave? Sì, è grave, ma non senza se e senza ma. Se il capo del governo infatti tenesse atteggiamenti meno presuntuosi e meno provocatori, sarebbe un gran bene e forse non si esporrebbe al rischio di diventare oggetto di atti intimidatori. E poi non si può forse considerare il corteo romano di autonomi come la risposta alla manifestazione di Acca Larentia? La polizia se ne è guardata bene dall’intervenire contro i neofascisti, lo ha fatto con i giovani pro-Palestina. Inneggiare a Mussolini è forse meno grave e violento che “manichinizzare” la Meloni?

Torniamo ai manganelli. La politica estera del governo non interpreta l’umore degli italiani e quindi non c’è da stupirsi che soprattutto i giovani reagiscano scendendo in piazza, non per questo vanno attaccati: le scuse dei responsabili dell’ordine pubblico appaiono risibili. Non voglio ripetermi sull’aria che tira: i poliziotti sono uomini, che avvertono quale sia il clima politico nel nostro Paese, e anche a livello istituzionale si fa di tutto per rimarcare un clima di prepotenza e di restaurazione.

«Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte della stessa presidente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Sergio Mattarella, risponde alle domande di un gruppo di studenti in visita al Quirinale, e si schiera a difesa di Giorgia Meloni. Tutto parte una manciata di ore prima. (dal quotidiano “Avvenire”)

Fa benissimo il Capo dello Stato ad intervenire, ma gradirei che lo facesse anche in difesa dei diritti dei manifestanti e per bacchettare gli interventi sproporzionati e sconclusionati delle forze di polizia. Lo avrà probabilmente fatto in via riservata, ma, dico la verità, non mi basta. Il suo richiamo rischia infatti di essere la mozione degli affetti se non dice nulla sulle cause e sulle responsabilità di un clima che sta diventando violento.

Da Mattarella aspetto anche qualche parola in più sulla situazione internazionale: non abbia paura di scavalcare il governo. Rappresenta o no, come recita la costituzione, l’unità nazionale? Non penso si tratti di una rappresentanza formale, ma sostanziale rispetto ai profondi sentimenti del popolo italiano, che è contrario alle guerre, che non accetta la realpolitik, che è stanco di vedere l’Italia appiattita sulla mera difesa degli equilibri internazionali.

Altro che bruciatura di manichini, nella striscia di Gaza sta avvenendo un massacro bello e buono! E anche alla guerra scatenata dalla Russia non si può reagire solo con l’inflazione delle armi fornite all’Ucraina. E smettiamola di promuovere pur sacrosante manifestazioni anti Putin per distogliere l’attenzione dalla carneficina palestinese eseguita dall’alleato israeliano.

Nessuna forza politica italiana ha il coraggio e la coerenza per intervenire in tal senso. Poi non stupiamoci che la gente, soprattutto i giovani vadano spontaneamente in piazza e non vadano troppo per il sottile. Se la polizia usa i manganelli non si può pretendere che i manifestanti abbiano nei loro zaini baguette croccanti e fresche di forno.

 

Mandatari con rappresentanza a perdere

In Commissione Affari costituzionali la Lega ha presentato due emendamenti per portare a tre mandati il limite per i sindaci nelle città con più di 15 mila abitanti e per i presidenti di regione. La proposta del terzo mandato sta dividendo i partiti che sostengono il governo Meloni, visto che sia Fratelli d’Italia sia Forza Italia sono contrari.

Il decreto “Elezioni”, approvato dal governo a gennaio, ha eleminato il limite dei mandati per i sindaci che si candidano nei comuni con meno di 5 mila abitanti, e ha aumentato a tre il numero di mandati consecutivi che un sindaco può coprire nei comuni tra 5 mila e 15 mila abitanti. Al momento la legge fissa per i comuni sopra i 15 mila abitanti un limite di due mandati consecutivi per i sindaci, ognuno della durata di cinque anni. Dunque un sindaco, dopo dieci anni alla guida di un comune, non può ricandidarsi. Nella maggior parte dei Paesi europei, tra cui Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, un limite simile non esiste, mentre è previsto in Portogallo e in Polonia. In base alle verifiche di Pagella Politica, a oggi i sindaci di città capoluogo di regione già al secondo mandato sono otto, tra cui Milano (con il sindaco Beppe Sala), Genova (Marco Bucci), Firenze (Dario Nardella) e Bari (Antonio Decaro).
Per i presidenti di regione la questione è più complicata. La legge stabilisce che il presidente di regione non può essere subito rieletto se ha svolto due mandati consecutivi. Ma questa disposizione non è stata recepita da tutte le regioni, ognuna delle quali ha una propria legge elettorale regionale. Il caso di cui si sta parlando di più in questi mesi è quello di Luca Zaia (Lega), presidente della Regione Veneto dal 2010. Zaia è stato rieletto nel 2020 per il terzo mandato consecutivo: questo è stato possibile perché il Veneto ha applicato il limite dei due mandati nel 2012, con l’approvazione della legge elettorale regionale. Siccome la legge non può essere retroattiva, il primo mandato di Zaia, quello tra il 2010 e il 2015, non è stato conteggiato nel computo totale. Da tempo Zaia difende la necessità di eliminare il vincolo del secondo mandato, per essere sicuro di potersi ricandidare alle elezioni regionali del 2025. Secondo alcuni osservatori politici, l’opposizione di Fratelli d’Italia all’introduzione del terzo mandato sarebbe spiegata dal tentativo del partito guidato da Giorgia Meloni di presentare un proprio candidato alla presidenza della Regione Veneto. Alle elezioni politiche del 2022 Fratelli d’Italia ha preso in Veneto più del doppio dei voti della Lega. (da Pagella Politica – Carlo Canepa)

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Così recita l’articolo 1 della Costituzione italiana.

In questi ultimi giorni abbiamo purtroppo verificato come la Repubblica italiana non sia affatto fondata sul lavoro, ma sulle morti dei lavoratori. Ora è la volta di verificare se le norme e i vincoli elettorali costituiscano forme e limiti con cui il popolo possa esercitare la sovranità.

Lasciamo perdere il caos esistente nei sistemi elettorali, uno diverso dall’altro ad ogni livello territoriale; lasciamo stare la questione del sistema proporzionale e di quello maggioritario, il primo vocato alla rappresentatività, il secondo alla governabilità e le loro miscele, che finiscono col garantire soltanto l’invadenza partitica, una delle cause della crescente disaffezione alle urne.

Il limite ai mandati è o meno funzionale all’esercizio democratico del voto popolare? A stretto rigore direi proprio di no. Perché non è possibile reiterare il voto senza alcun limite? Per evitare che l’eletto si attacchi troppo alla poltrona e diventi una sorta di monarca a vita? Per evitare che il popolarismo diventi populismo e che la democrazia si trasformi in democratura? L’intento può essere giustificato anche da una prassi piuttosto discutibile nell’esercizio del potere dove clientelismo e corruzione sono cifre purtroppo caratteristiche?

Credo tuttavia che il limite ai mandati sia una sorta di chiusura della stalla dopo che i buoi sono scappati. Infatti non mi piace, perché la democrazia è una cosa seria e il mandato si dovrebbe basare sulla fiducia fra mandante e mandatario, senza che qualcuno dall’esterno condizioni questa fiducia allo scorrere del tempo, introducendo un cronometro pseudo-democratico.

Se poi, come sta avvenendo, il tutto si riduce a schermaglie tra i partiti e alla ricerca di equilibrismi nelle candidature, il discorso diventa ancor più discutibile e oserei dire inaccettabile. Il limite ai mandati è attualmente uno scontro politico tra Giorgia Meloni, che vuol far valere la sua forza elettorale prima ancora di averla ottenuta, e Matteo Salvini, che vuol disturbare a tutti i costi il manovratore difendendo a priori le proprie posizioni acquisite sul campo.

La Lega ha nel radicamento territoriale e in alcune roccaforti dirigenziali periferiche i suoi punti di forza e quindi intende sfruttarli nella ricerca del consenso elettorale. Fratelli d’Italia è un partito molto debole nella classe dirigente (lo si nota tutti i giorni nonostante la presuntuosa invadenza della “capessa”) e quindi tende a inventare e pilotare dall’alto gli amministratori locali di sua diretta emanazione.

Discorso diverso per il partito democratico, anch’esso lacerato dalla questione dei limiti dei mandati governatoriali e sindacali. Questo partito è forse l’unico, per storia ed esperienza, ad essere dotato di una credibile, vasta e diffusa classe dirigente periferica. Paradossalmente questo tesoretto diventa pietra d’inciampo. Per il Pd il problema sta negli equilibri interni laddove tende ad essere troppo condizionante una dirigenza proveniente dal potere amministrativo locale nei confronti della dirigenza centrale, mai come in questo periodo spuntata all’improvviso senza alcun bagno identitario e sperimentale.

In conclusione la querelle non riguarda la difesa della democrazia dagli abusi dell’esercizio del potere, ma la connessione del potere più col sistema partitico che coi problemi e con le opzioni della gente. Per dirla brutalmente, la bravura dei sindaci e dei governatori passa dall’esame delle convenienze di partito a prescindere o addirittura in contrasto con i meriti acquisiti in vigenza della funzione amministrativa. Per Giorgia Meloni è ingombrante Luca Zaia col suo feeling elettorale veneto, per Elly Schlein è fastidiosa la provocatoria verve di Vincenzo De Luca e magari persino la conclamata virtù (?) emiliano-romagnola di Stefano Bonaccini.

Mandato è il contratto con cui una parte, chiamata mandatario, si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto di un’altra, chiamata mandante. In democrazia, mandante dovrebbe essere l’elettore e mandatario l’eletto. Senonché i partiti, anziché preparare e selezionare i mandatari da sottoporre al giudizio dei mandanti, finiscono col calare dall’alto i potenziali mandatari da prendere o lasciare; anziché orientare i mandanti registrandone i bisogni, finiscono col carpire l’input da essi strumentalizzandoli e suggestionandoli. Se il negozio giuridico-democratico è questo, limitarlo nel tempo ne aumenta l’inquinamento, perché toglie ulteriormente agli elettori le possibilità di verifica sul campo, imponendo la resipiscenza ed escludendo la concessione di una ragionata fiducia.

Robe dell’altro mondo

Julian Paul Assange è un giornalista, programmatore e attivista australiano, cofondatore e caporedattore dell’organizzazione divulgativa Wikileaks. Cos’ha fatto di male per essere da anni nei guai giudiziari e per rischiare l’estradizione negli Usa e conseguenti condanne ad oltre cento anni di carcere se non addirittura la pena di morte per “spionaggio” e “furto di informazioni riservate”?

Non ho colpevolmente seguito questa vicenda, ma mi sono fatto un’idea. Questa persona, in modo più o meno corretto, ha comunque avuto il coraggio di scoperchiare la pentola statunitense facendone fuoruscire il marcio, vale a dire le malefatte americane riguardanti le guerre in Afghanistan, in Iraq, il lager di Guantanamo e gli scandali e le uccisioni stragiudiziali con i droni in luoghi come il Pakistan.

Sono fermamente convinto di vivere in una sorta di democrazia virtuale all’ombra della quale esiste un mondo “altro” fatto di porcherie a tutti i livelli di cui gli Usa sono non unici ma notevoli protagonisti: non si tratta di cose di poco conto, ma di crimini di guerra ed altri misfatti sparsi nel globo terrestre.

È naturale che chi osa far emergere queste verità ultra-scomode rischi la vita. Noi galleggiamo su un mare di falsità spacciate per necessarie illusioni di verità. Capiamo di essere ingannati, ma, tutto sommato, ci viene bene così. Meglio becchi che bastonati.

Mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della visione affaristico-massonica del nostro mondo.

Non ho idea di come finirà la vicenda Assange: è prigioniero a Londra e capirete se l’Inghilterra oserà fare uno sgarbo agli Usa negando l’estradizione. Ho l’impressione che nessuno abbia il coraggio di schierarsi: tutti attendono la legatura dell’asino dove vuole il padrone. Può darsi che trovino una soluzione che salvi le capre della più spudorata realpolitik e i cavoli della finta democrazia.

Certo questo sasso in piccionaia è arrivato da tempo e nulla è cambiato: un po’ di baccano e poi tutto come se niente fosse. Qualcuno fa un temerario parallelismo fra il caso Assange e il caso Navalny. Due modi formalmente diversi ma sostanzialmente analoghi di mettere gli scheletri negli armadi o meglio di scheletrire chi dà fastidio per poi ficcarlo negli armadi della addomesticata narrazione storica.

In fin dei conti che differenza c’è fra le assordanti cazzate di Matteo Salvini sulla inquietante fine di Navalny e l’assordante generale silenzio sul caso Assange? Salvini, per un piatto di lenticchie elettorali, nega l’evidenza; il resto del mondo, pur di stare seduto alla tavola imbandita, nega l’ingiustizia globale.

 

 

 

Verso una pax mafiosa

La morte di Alexei Anatolievich Navalny, attivista, politico e blogger russo, uno dei più noti oppositori del presidente della Russia, Vladimir Putin, duramente condannato ed incarcerato per motivi politici, non sarà mai chiarita nelle sue vere cause, ma è comunque chiara nella sua provenienza dal regime e nel suo significato politico. La Russia è caduta dalla padella comunista nella brace putiniana, in un regime che ha perfettamente assemblato tutti i difetti dei vari regimi anti-democratici possibili e immaginabili. L’invasione dell’Ucraina non è che una delle conseguenze.

Restano aperti alcuni inquietanti interrogativi sul passato, sul presente e sul futuro.

Il primo riguarda l’atteggiamento possibilista tenuto in passato dall’Occidente nei confronti di questa storico macellaio, che si chiama Vladimir Putin (non mi riferisco alle simpatie di Salvini che fanno parte del folklore geopolitico, ma a cose di ben altro livello ed altra portata). Era ingenuità democratica? Era piuttosto realpolitik? O era opportunismo affaristico internazionale? Di tutto un po’. Abbiamo dialogato e confabulato troppo con questo personaggio inqualificabile (senza peraltro concludere niente di sostanzioso) e non escluderei che lui abbia in mano importanti armi di ricatto verso chi oggi si sta schierando apertamente e fin troppo convintamente contro la sua Russia.

Adesso intendiamo metterci a posto la coscienza armando a dismisura l’Ucraina per farne carne atta a dimostrare la peraltro lapalissiana macelleria putiniana. È tardi! Ed è anche sbagliato sul piano tattico (meglio sarebbe costringerlo al confronto diplomatico e non mi si dica che sia impossibile) e sul piano strategico (non basta andare contro Putin, ma bisognerebbe stringerlo nella morsa Usa-UE-Cina).

Il secondo interrogativo riguarda l’opposizione interna al regime russo. Ho l’impressione che non ci sia granché né a livello culturale né a livello politico. Il delitto Matteotti, a cui assomiglia quello ai danni di Navalny, non fece scalpore perché il regime fascista era fortissimo e seppe metabolizzarlo con una certa facilità. Temo possa essere la stessa cosa per il regime putiniano: si è permesso un gesto criminale clamoroso e, se ciò mai dimostra una certa qual paura verso la nascita di un’opposizione strisciante, risulta emblematico anche e soprattutto di una prova di forza attualmente vincente (fino a quando non so).  Non capisco poi quanta credibilità effettivamente avesse Navalny e quanta presa potesse avere sulla popolazione russa: probabilmente darà più fastidio da morto che da vivo. C’è da augurarselo in modo un po’ troppo cinico.

La terza considerazione riguarda le caratteristiche fondamentali di questo regime. Credo che al di là degli schemi della democratura (elezioni e istituzioni burla), del populismo (un male antico e moderno), del sovranismo (la grande Russia) e chi più ne ha più ne metta, si tratti di una vera e propria mafia sistemica e totalitaria da cui è oltre modo difficile liberarsi culturalmente prima e più che politicamente.  Purtroppo, dal momento che ogni Stato alleato o competitor, anche quelli democratici occidentali, ha al proprio interno una sua mafia, risulta quasi impossibile attaccare quella russa i cui tentacoli molto probabilmente si spingono fino a quelle di casa nostra. Vedo cioè una drammatica piovra internazionale in cui Putin naviga a meraviglia.

Attenzione perché l’eventuale vittoria di Trump negli Usa potrebbe portare ad una sorta di armistizio mafioso con Putin ed anche la Cina potrebbe respirare a pieni polmoni mafiosi, attualmente disturbata dai casini bellici internazionali: una sorta di equilibrio globale mafioso, che potrebbe rappresentare la versione riveduta e scorretta della guerra fredda. E forse la mafia putiniana potrebbe uscirne indebolita e condizionata se non addirittura devitalizzata. Ecco ha che punto di sciagurate prospettive siamo arrivati.

 

 

 

Il cimitero pieno e il cantiere ubriaco

C’è un dato fra gli altri, nel gravissimo incidente sul lavoro di Firenze, dove sono morti in quattro, che merita una riflessione puntuale: la nazionalità delle vittime e dei feriti. Oltre a un italiano, tutti stranieri, nordafricani e rumeni.

Di solito si vede molta enfasi, nella comunicazione mediatica e governativa, sulla nazionalità degli autori di reati, quando sono immigrati, mentre subentra una strana afasia quando immigrate sono le vittime, in questo caso del lavoro.

La tragedia di Firenze purtroppo non è isolata. Nel 2023 su 1.041 morti sul lavoro 204 erano immigrati stranieri, il 19,6% del totale. L’incidenza è stata di 65,3 morti ogni milione di occupati, contro 31,1 per gli italiani. Più del doppio dunque, e mancano informazioni su quante vittime di cittadinanza italiana fossero di origine straniera.

Il fatto è che i lavoratori immigrati si concentrano proprio nei settori nei quali il rischio d’incidenti è più elevato: le costruzioni (150 vittime nel 2023), trasporti e magazzinaggio (109), attività manifatturiere (101). In Italia sono praticamente assenti dal lavoro pubblico e raramente accedono a lavori da colletti bianchi, meno esposti a rischi infortunistici.

In sostanza, a loro toccano le occupazioni contraddistinte dalle 5 P: pesanti, precarie, pericolose, poco pagate, penalizzate socialmente (ossia considerate di serie B o C da gran parte dell’opinione pubblica). (dal quotidiano “Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

Anche in agricoltura non si scherza, basta leggere sempre sul quotidiano “Avvenire” una inchiesta sul lavoro degli immigrati a Castel Volturno: 11 ore nei campi, frustate e un trattamento inumano in base ai racconti-choc degli schiavi dei raccolti. Dieci i braccianti sfruttati; dalla loro denuncia le indagini per caporalato.

Sfruttati da quattro imprenditori agricoli campani ora indagati. I motivi sono sintetizzati in poche e drammatiche parole contenute nell’ordinanza. «Li costringevano a condizioni lavorative nei campi, per più di dieci ore, senza pausa e nonostante il caldo asfissiante, in totale assenza di misure di sicurezza, con esposizione a fonti di pericolo senza dispositivi di tutela, commettendo violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro tali da esporre i lavoratori a pericolo per la loro sicurezza e incolumità personale».

Non si può esorcizzare il fenomeno migratorio criminalizzando i migranti, facendo passare il messaggio che vengono in Italia a delinquere, a rubare il pane agli italiani, ad approfittare della propria posizione a livello assistenziale, ipotizzando una guerra fra poveri in cui vincerebbero gli stranieri, ed al contempo piangere lacrime di coccodrillo sulla loro morte nei cantieri di lavoro e sui trattamenti disumani cui vengono sottoposti.

È pura schizofrenia sociale! Altro che buonismo verso i migranti! Scarichiamo anche e soprattutto su di loro le nostre contraddizioni: è ora di finirla. Forse noi abbiamo più bisogno di loro di quanto loro abbiano bisogno di noi. E allora smettiamola di fare i furbi. Se il lavoro deve essere un diritto per tutti, se lavorare in condizioni di sicurezza è un diritto di tutti, il discorso vale a maggior ragione per chi parte da situazioni oltre modo svantaggiate per non dire disperate come quelle di molti immigrati.

 

La gamble tax

Col pil in calo si prevede un ulteriore buco da 10 miliardi nei conti pubblici. Bruxelles non chiederà una manovra correttiva, ma la frenata del Pil svuota le casse del Tesoro. Meloni spera in un ammorbidimento di Lagarde e si prepara ad accelerare sulle privatizzazioni (dal quotidiano “La Stampa”), dopo aver puntato sul (udite, udite…) gioco d’azzardo.

Ci risiamo. Il governo torna a utilizzare l’azzardo per coprire nuove spese. In particolare per le emergenze. Facendo spendere di più gli italiani, che già nell’azzardo hanno buttato via nel 2022 ben 140 miliardi, una cifra destinata ad aumentare nel 2023. Non una novità, visto che quasi tutti i governi lo hanno fatto, ma quello di destra-centro si ripete appena 6 mesi dopo un primo provvedimento. Nel decreto milleproroghe approvato dal Consiglio dei ministri di giovedì è contenuta la proroga della quarta estrazione settimanale di Lotto, Superenalotto, 10eLotto, Simbolotto e SuperStar prevista dal decreto legge 01 giugno 2023, n. 61 per finanziare la ricostruzione dell’Emilia Romagna alluvionata.

Doveva durare fino al 31 dicembre 2023, ma come prevedibilissimo perché già accaduto nel passato, è arrivata la proroga per tutto il 2024, con una motivazione molto più ampia. Infatti, come si legge all’articolo 3 comma 8 del decreto milleproroghe, «le maggiori entrate derivanti sono destinate al Fondo per le emergenze nazionali», gestito dalla Protezione civile. Dunque non solo per l’alluvione emiliano romagnola, ma per altre future emergenze. Una giusta causa, ma facendola pagare ai cittadini, incentivando l’azzardo che danneggia sia i cittadini stessi, salute e portafoglio, che lo Stato costretto poi a curare i giocatori patologici. (dal quotidiano “Avvenire” – Antonio Maria Mira)

Quando un soggetto è disperato per la sua penosa situazione economica dovuta ad errori (spese sbagliate) e omissioni (scarso impegno), si è soliti ricorrere alla vendita dei pezzi più pregiati del patrimonio (l’argenteria), dopo di che non rimane che ironizzare e consigliare: prova a giocare al lotto, chissà…

Oggi si parla sempre più diffusamente di privatizzare aziende statali in ossequio al dogma liberista secondo cui una minore presenza nello Stato nell’economia incentiverebbe la competitività. In realtà le economie miste dei Paesi occidentali prevedono molte aziende a partecipazione statale, per dirigere le quali è necessario un Piano economico nazionale che ne orienti l’operato verso il bene della collettività. Proprio quello che attualmente non accade in Italia. (MicroMega – Davide Passamonti)

Per i governi italiani, dopo aver venduto un po’ di aziende, non rimane che giocare al lotto di sponda: è un modo come un altro per non affrontare la piaga dell’evasione fiscale. La manovra economica 2024 sul fronte delle uscite prevede infatti di buttare dalla finestra le poche risorse disponibili finalizzandole a marchette propagandistiche e dal punto di vista delle entrate fa ricorso all’alienazione dell’argenteria di Stato e al “pizzo di Stato” sul gioco d’azzardo.

Si dirà, peggio per coloro che tentano scriteriatamente la fortuna. Dico io, peggio per chi lavora onestamente e paga regolarmente le tasse, che si vede preso in giro. A meno che, il governo non abbia fatto un paradossale ragionamento: chi evade le imposte avrà risorse in abbondanza per tentare la ulteriore fortuna, quindi freghiamolo e togliamogli la terra da sotto i piedi. Senonché chi gioca d’azzardo è generalmente un poveraccio che non sa dove sbattere la testa e allora il ragionamento crolla miseramente: al danno dei regali agli evasori si aggiunge la beffa dell’assistenza ai giocatori patologici.

Ritengo la riforma fiscale la madre di tutte le riforme, perché, se non si redistribuisce equamente il reddito (e la fiscalità ne è il principale, democratico e costituzionale strumento), non si potrà mai combinare niente di buono. Se non si parte col piede giusto, non si andrà da nessuna parte. È un argomento ostico, ma imprescindibile, che viene considerato impopolare, ma che invece dovrebbe essere il più popolare di tutti.

Probabilmente la lotta all’evasione fiscale viene data per persa e allora tanto vale cercare di darle un minimo di legittimazione (condoni), un po’ di onesta incentivazione (regimi forfettari e flat tax più o meno evidente) e fingere l’intransigenza (con impietose scorribande sui malcapitati di turno).

La mala-fiscalità è servita alla faccia della Carta Costituzionale: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

L’attuale governo di destra, socialmente parlando, sta, come dice Pier Luigi Bersani, tagliando il Paese a fette, “corporativizzando” il fisco (un fisco per ogni categoria sociale, morbido con quelle elettoralmente vicine, duro con quelle lontane) e, di conseguenza, puntando all’erogazione di servizi diversificati per fascia di contribuenti e ad una sanità in particolare altrettanto stratificata (privata di serie A per i ricchi, pubblica di serie B per i poveri), complice l’autonomia differenziata regionale.  Se questo non è fascismo…

Qualcuno fa dell’ironia sul “come sia bello pagare le tasse”.  Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison il tasi, as podriss där d’al polastor aj gat…».