La Chiesa delle tre ‘r’, riflessioni, rinvii, ritardi

Le Chiese locali sono incoraggiate, in particolare, ad allargare il loro servizio di ascolto, accompagnamento e cura alle donne che nei diversi contesti sociali risultano più emarginate. È urgente garantire che le donne possano partecipare ai processi decisionali e assumere ruoli di responsabilità nella pastorale e nel ministero. Il Santo Padre ha aumentato in modo significativo il numero di donne in posizioni di responsabilità nella Curia Romana. Lo stesso dovrebbe accadere agli altri livelli della vita della Chiesa. Occorre adattare il diritto canonico di conseguenza. Si prosegua la ricerca teologica e pastorale sull’accesso delle donne al diaconato, giovandosi dei risultati delle commissioni appositamente istituite dal Santo Padre e delle ricerche teologiche, storiche ed esegetiche già effettuate. Se possibile, i risultati dovrebbero essere presentati alla prossima Sessione dell’Assemblea.

Sono state espresse valutazioni diverse sul celibato dei presbiteri. Tutti ne apprezzano il valore carico di profezia e la testimonianza di conformazione a Cristo; alcuni chiedono se la sua convenienza teologica con il ministero presbiterale debba necessariamente tradursi nella Chiesa latina in un obbligo disciplinare, soprattutto dove i contesti ecclesiali e culturali lo rendono più difficile. Si tratta di un tema non nuovo, che richiede di essere ulteriormente ripreso.

Alcune questioni, come quelle relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale, al fine vita, alle situazioni matrimoniali difficili, alle problematiche etiche connesse all’intelligenza artificiale, risultano controverse non solo nella società, ma anche nella Chiesa, perché pongono domande nuove. Talora le categorie antropologiche che abbiamo elaborato non sono sufficienti a cogliere la complessità degli elementi che emergono dall’esperienza o dal sapere delle scienze e richiedono affinamento e ulteriore studio. È importante prendere il tempo necessario per questa riflessione e investirvi le energie migliori, senza cedere a giudizi semplificatori che feriscono le persone e il Corpo della Chiesa. Molte indicazioni sono già offerte dal magistero e attendono di essere tradotte in iniziative pastorali appropriate. Anche dove siano necessari ulteriori chiarimenti, il comportamento di Gesù, assimilato nella preghiera e nella conversione del cuore, ci indica la strada da seguire.

Ho estratto dalla Relazione di Sintesi della prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (4-29 ottobre 2023) alcuni passaggi sui temi caldi riguardanti il ruolo delle donne all’interno della Chiesa, il celibato dei presbiteri e i temi etici. Sono andato al sodo, trascurando colpevolmente, almeno per ora, una lettura completa del documento.

Mi sembra che si sia fatto qualche passo in avanti nel senso di cogliere i problemi nella loro attualità e significatività senza paura di guardare in faccia la realtà. Prevale comunque il garbato ma comodo rinvio per le soluzioni da adottare.

E il coraggio?  “Certo il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” … scriveva Alessandro Manzoni nel capitolo XXV de” I Promessi Sposi”. La Chiesa dovrebbe avere al riguardo una marcia in più: lo Spirito Santo, che purtroppo, quando arriva, trova sempre le frittate fatte.

I tempi della Chiesa sono lunghi, troppo lunghi anche perché gli infiniti approfondimenti delle tematiche si fanno sulla pelle di chi le soffre. Ho l’impressione che il Concilio Vaticano secondo, tutto sommato, fosse molto più avanti dei sinodi successivi.

Il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo appello prima della morte, dice: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri: le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

Insisto col cardinal Martini, che nella intervista-testamento spirituale ribadisce: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Tre strumenti contro la stanchezza della Chiesa:

  • Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento.
  • Il secondo è la Parola di Dio: è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti. Né il clero né il diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo.
  • Il terzo strumento sono i Sacramenti. Non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita… Io penso a tutti i divorziati, alle coppie risposate, alle famiglie allargate… hanno bisogno di una protezione speciale.

Una donna abbandonata dal marito trova un compagno che si occupa di lei e dei tre figli. Il secondo amore riesce. Questa famiglia non deve essere discriminata. L’amore è grazia, l’amore è dono. La domanda se i divorziati possono fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili».

Torno al mio ben più modesto parere. Sinceramente non vedo ostacoli teologici e dottrinali che possano ostacolare soluzioni serie per i problemi suddetti. Cosa c’è di evangelico nell’insistenza sul celibato sacerdotale, sulla chiusura al presbiterato delle donne, al matrimonio fra divorziati, alle unioni omosessuali, all’ascolto del grido di dolore emergente dai disperati che desiderano finire la loro vita?

Anche facendo tutti gli sforzi necessari per capire le ragioni degli altri, non riesco a capacitarmi delle titubanze e dei tentennamenti. Non è bello, ma credo che, nella peggiore delle ipotesi, ciò che è nelle facoltà decisionali delle coscienze individuali possa essere tranquillamente adottato. Nella mia vita ho fatto così e non penso per questo di essermi guadagnato l’inferno. Per ciò che invece è legato necessariamente alle regole ecclesiali non rimane che aspettare: che non ci siano più preti, che la trasgressione sessuale stravolga la vita della Chiesa, che le donne occupino il Vaticano, che la Chiesa resti indietro come al solito, non so di quanti anni.

 

 

 

 

La diplomazia dei disperati

Stando ai commenti degli osservatori più attenti ed informati, si profila una situazione internazionale di stallo bellico senza via di sbocco, anche perché, come sostiene Massimo Cacciari, non si riesce a capire dove vogliono parare i belligeranti e probabilmente, cosa ancor più grave, non lo sanno nemmeno loro.

Prescindo dai discorsi etici ed umanitari e mi limito alla valutazione realistica dell’illogico comportamento delle parti in causa: Hamas intende dominare e fagocitare i palestinesi, ma li sta portando al massacro; Israele pensa di difendersi auto-impantanandosi in una vendetta senza capo né coda. Con la differenza che mentre Israele si sta giocando come non mai l’appoggio del mondo occidentale, Hamas può contare su appoggi più o meno subdoli dal mondo arabo, islamico e terzaforzista.

Ebbene l’unico elemento positivo riguarda la tardiva consapevolezza statunitense dell’inutilità di combattere il terrorismo con le armi: l’esperienza lo ha insegnato e Biden sta cercando di spiegarlo a Netanyahu, fino ad ora con scarsi risultati. In realtà gli Usa temono l’escalation del conflitto arabo-israeliano culminante in uno scontro con l’Iran: sarebbe un disastro nel disastro.

Probabilmente sull’altro fronte la Russia appoggia Hamas, ma al contempo teme l’isolamento e l’overdose bellica in un momento storico in cui si è infilata in un tunnel di cui non si vede l’uscita. Se Biden è pieno di timori, Putin sembra addirittura disperato.

C’è sempre il terzo incomodo rappresentato dalla Cina: difficile da interpretare la sua strategia, che sembra tuttavia in linea con il suo revisionismo ideologico ribaltato sull’economia a livello interno ed internazionale. Xi Jinping ha l’ossessione degli affari e vede di malocchio il casino pazzesco che si sta creando nel mondo. Finge amicizie e inimicizie puramente tattiche e finalizzate alla concretizzazione di vantaggi economici. In poche parole la Cina sta comprando il mondo e vorrebbe continuare a farlo e mal sopporta chiunque crea turbativa a questo livello.

Dal momento che le ideologie sono crollate portandosi nella tomba i valori di riferimento (anche la riscossa democratica statunitense ha sostanzialmente deluso le aspettative), tenendo conto che non esiste nemmeno uno straccio di classe dirigente capace di ragionare in termini di coesistenza pacifica (si pensi a Israele schiacciata sulla non leadership di Netanyahu e al mondo palestinese totalmente privo di guida), considerato che nel vuoto valoriale prendono piede i conflitti etnici e religiosi, preso atto a malincuore dell’inconsistenza politica dell’Europa divisa e incapace di svolgere quel ruolo di pace che avevano sognato i suoi ideatori, non resta che sperare in una sorta di diplomazia dei superpotenti disperati (Usa, Russia e Cina).

È paradossale e curioso: un mondo in preda alla disperazione che spera nella non belligeranza dei disperati altolocati. Tutto può succedere. Per prendere una boccata d’ossigeno consiglio a tutti di leggere il recente appello di Barack Obama. Ne riporto di seguito due significativi passaggi.

(…) Ma anche se sosteniamo Israele, dobbiamo essere chiari sul fatto che il modo in cui Israele porta avanti questa lotta contro Hamas è importante. In particolare, è importante – come ha ripetutamente sottolineato il Presidente Biden – che la strategia militare di Israele rispetti il diritto internazionale, comprese quelle leggi che cercano di evitare, per quanto possibile, la morte o la sofferenza delle popolazioni civili. Il rispetto di questi valori è importante di per sé, perché è moralmente giusto e riflette la nostra fede nel valore intrinseco di ogni vita umana. Il rispetto di questi valori è anche fondamentale per costruire alleanze e plasmare l’opinione pubblica internazionale, tutti elementi critici per la sicurezza a lungo termine di Israele. (…)

(…) Forse, soprattutto, significa che dovremmo scegliere di non pensare sempre al peggio di coloro con cui siamo in disaccordo. In un’epoca di costante astio e disinformazione sui social media, in un momento in cui molti politici e persone in cerca di attenzione vedono un vantaggio nello spargere dispute piuttosto che serenità, può essere irrealistico aspettarsi un dialogo rispettoso su qualsiasi questione – tanto meno su una questione con una posta in gioco così alta e dopo che è stato versato così tanto sangue. Ma se ci sta a cuore mantenere aperta la possibilità di pace, sicurezza e dignità per le future generazioni di israeliani e palestinesi – così come per i nostri figli – allora spetta a tutti noi fare almeno lo sforzo di modellare, con le nostre parole e azioni, il tipo di mondo che vogliamo che ereditino.

É mio destino apprezzare gli ex-presidenti; fu così durante la mia vita professionale ed è così oggi in politica dove rischio di essere addirittura un penoso nostalgico di altri tempi e altri personaggi. Sempre meglio fare riferimento a un buono in pensione piuttosto che a un cattivo in servizio.

La civetteria spazzatura

Alla triste vigilia della guerra del Golfo, vale a dire agli inizi del 1991, durante una trasmissione sportiva in televisione, la conduttrice Alba Parietti, bellissima donna e a quel tempo incantatrice di calciodipendenti, a commento di una notizia flash sulle trattative per evitare in extremis la guerra, notizia che riportava la richiesta di aiuto a Dio da parte dell’allora segretario generale dell’Onu, ormai deluso e scoraggiato dalle umane diplomazie incrociate, con atteggiamento a metà tra lo scettico e lo sprezzante, ha sciorinato, in tono aggressivo, questa battuta: “Se Dio c’è, è il momento di dimostrarlo”.

Certamente il Padre Eterno non aveva bisogno di vedere accreditato il proprio ruolo da una pur affascinante donna di successo, la cui presunzione peraltro poteva arrivare fino al punto di lanciare un ultimatum a Dio richiamandolo alle proprie responsabilità. Povera Alba e poveri tutti noi che forse ci meritammo quella guerra, che non tardò purtroppo a scoppiare.

A distanza di oltre 33 anni registro un’altra pariettiana performance spazzatura. Non c’è più di mezzo una guerra, anche se purtroppo non ne mancano in giro per il mondo. Alba Parietti ripiega su se stessa, come deduco da una notizia di cronaca pubblicata su “La Stampa”, che riporto di seguito.

«A me piace piacere e mi piace che il mio culo sia piaciuto a tanti italiani: ma che male faccio? Per di più, senza aver fatto nulla…». A dirlo è Alba Parietti intervistata da Francesca Fagnani per il programma Belve su Rai2. La showgirl racconta la sua parabola professionale, dallo sgabello sexy di Galagoal al suo ruolo di opinionista in diversi programmi: «Il picco Parietti? Non lo dico io, lo dice il fatto che continuo a lavorare dopo quarant’anni», osserva.

Sollecitata, Parietti torna anche sul film cult Il macellaio per affermare: «Lo danno più della ‘Passione di Cristo’!» e quando Fagnani le ricorda che «è stato invece un flop colossale», Parietti risponde: «Ma perché il pubblico si aspettava qualcosa di quasi porno, invece è un film erotico ma d’autore». La conduttrice ricorda «i diciassette minuti di amplesso» e lei replica: «C’era la pelle di daino, la patata non si vede…».

La Parietti ha parlato poi di chirurgia estetica: «Al lato b di chirurgico non ho fatto nulla – ha spiegato Alba a Francesca Fagnani -. Al seno sì, la bocca sì e ancora se ne parla. Lei si è accorta di qualcosa? Abbiamo fatto qualche cambiamento? Se si vede allora l’ho fatto. Un mini mini. Non voglio dare certezze. Dicono che non bisogna mai ammettere niente. È sicura che l’ho detto?».

Ero incerto se abbassarmi, nei miei commenti, a questo livello. Poi ho deciso di procedere un po’ per alleggerire il clima, un po’ per realismo (in)culturale. Quale delle due esternazioni sia la più sconveniente lascio giudicare ai miei lettori. La prima mi aveva innervosito, la seconda mi ha impietosito anche perché collocata in una rete Rai, che, gestendo un servizio pubblico, dovrebbe avere un minimo di rispetto per gli utenti. Non è una questione moralistica, ma di buongusto.

Se la vogliamo mettere sul piano etico-educativo, non posso che rifarmi ad un ricordo più volte citato nei miei scritti. Molti anni fa, monsignor Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, uomo di Chiesa dalla mentalità apertissima e autentico profeta, durante una conferenza all’aula magna dell’Università di Parma, raccontò di avere scandalizzato le suore della sua diocesi esprimendo loro una preferenza verso la stampa pornografica rispetto a certe proposte televisive perbeniste nella forma e subdolamente “sporche” nella sostanza. In fin dei conti la pornografia pura si sa cos’è e la si prende per quello che è, mentre è molto più pericoloso, dal punto di vista educativo, il messaggio nascosto che colpisce quando non te l’aspetti. Mi pare un giudizio appropriato e attuale.

Se proprio vuole fare la furbina, Alba Parietti abbia il coraggio di darsi interamente alla pornografia per dimostrare che, nonostante gli anni e gli eventuali ritocchi plastici, rimane una gran bella donna. Per il resto, vale a dire per il cervello e tutto quel che ne dovrebbe conseguire, lasciamo perdere…

Mi sovviene quanto raccontava mio padre relativamente al periodo della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio. Per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, facevano lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe.

Di qui il detto “va’ al canäl” utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo: era piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”.

Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo.

Visto che ci sono, posso aggiungere anche un ricordo relativo a mia madre. Quando davanti al video commentavamo assieme certe apparizioni femminili molto sbracate e sessualmente provocanti (niente in confronto a quanto si vede di questi tempi), auspicavamo all’unisono un “sano” rigurgito di duro comunismo alla cinese: “Ag dämä la sò béla tutènna e jä mandäma a lavorär in fabbrica, acsí ag va via la vôja äd fär veddor al cul…”.

Nel caso specifico, Alba Parietti (comunismo a parte per lei che peraltro mi sembra si dichiari di sinistra), rifacendosi ai consigli di mio padre, avrebbe un motivo in più per contenersi e non rischiare un “va a…” facilmente intuibile e assai volgare. Forse però la smania esibizionistica le sta giocando un brutto scherzo. Irregolare ma per niente geniale.

 

 

 

 

Gli sgarbi di Sgarbi

“Ho una lettera dell’Anac che spiega l’inesistenza di incompatibilità”, ha detto ieri Sgarbi per difendersi dall’accusa di essere un “sottosegretario a gettone” in pieno conflitto di interessi, di approfittare cioè del suo ruolo per aggiungere al ricco stipendio i compensi per conferenze e inaugurazioni, cosa che la legge impedisce. Ma Sgarbi brandisce pareri dell’Antritrust e dell’Anticorruzione che – a suo dire – lo solleverebbero da ogni addebito. Peccato che quei pareri parlino d’altro, e infatti, da entrambe le autorità di controllo ieri è trapelata irritazione. La stessa che serpeggia nel governo dopo l’inchiesta del Fatto che ha acceso un faro sull’attività del critico che si organizzano dentro un ministero ridotto a “casa e bottega”, tra la figlia della domestica assunta nello staff e il capo segreteria che contratta i cachet e fattura: 300 mila euro in nove mesi, molti in odore di conflitti di interessi.

L’Agcm, su segnalazione del ministro Sangiuliano, proprio ieri ha aperto un’istruttoria per verificare se quelle attività sono compatibili o meno. Non lo ha fatto prima per un semplice motivo: Sgarbi si è ben guardato dal segnalarle, come con il ministro. “Sapevo che andava in giro a fare inaugurazioni e mostre, mai avrei pensato che si facesse pagare”, ha detto Sangiuliano al Fatto. Perché la legge 215/2004 vieta a ministri, vice e sottosegretari di “esercitare attività professionali o di lavoro autonomo in materie connesse con la carica di governo, di qualunque natura, anche se gratuite, a favore di soggetti pubblici o privati”. Perfino “all’estero”. Sgarbi le svolge in tutta Italia, a pagamento. E i pareri che cita? Nell’ultima relazione dell’Agcm, dello scorso giugno, ci sono davvero, ma li cita a sproposito, perché si riferiscono solo alle cariche in fondazioni ed enti culturali. E al giornalismo. (dal “Fatto quotidiano”)

Vittorio Sgarbi non mi è antipatico con quella sua aria da Gianburrasca della politica, ma un conto è esporre il proprio pensiero in controtendenza, cosa che in tanta omologazione può essere un fatto positivo, altra cosa è violare regole di evidente incompatibilità e negare l’evidenza.

Non voglio impiccare Sgarbi alle autorità garanti di Anac e Agcm (forse la questione non merita tanto clamore giuridico), ma politicamente non posso accettare che un membro del governo faccia i cazzi suoi con attività in palese conflitto d’interesse con le sue funzioni e competenze di sotto-segretario. Sgarbi la giri come vuole, ma non ci può stare.

Non credo che l’incidente crei grossi problemi al governo Meloni anche se non gli farà di certo piacere. Il governo ha ben altre enormi grane da affrontare. Non credo nemmeno che il fatto in sé costituisca enorme scandalo. Tuttavia a Sgarbi non dovrebbe restare altro da fare che chiedere umilmente scusa, semmai dare in beneficenza gli introiti impropriamente incamerati e, cosa quasi impossibile in questo Paese, rassegnare le dimissioni.

Sgarbi di certo penserà che altri suoi colleghi di governo in materia affaristica sono ben più invischiati di lui e quindi, mal comune mezzo gaudio o, meglio, scorrettezza comune mezza inattaccabilità. Probabilmente si riterrà molto più competente e professionalmente adeguato di tanti ministri capitati per caso nell’attuale governo. Riterrà di essere un mostro di bravura rispetto al suo ministro di riferimento che snocciola cazzate a raffica. Dirà che alla gente non interessano i suoi compensi extra, ma che i cittadini comuni guardano al governo che non riesce a difendere i loro stipendi e le loro pensioni falcidiate dall’inflazione e dal caro-vita. Tutte travi vere che non tolgono la pagliuzza(?) sgarbiana. Si tolga la pagliuzza dagli occhi e si dedichi alle travi governative: sarebbe bellissimo per lui, per me e per tutti.

 

 

La pantomima del cattolicesimo difensivo e del laicismo aggressivo

Guai a dire «Buon Natale!» all’Istituto universitario europeo di Fiesole. D’ora in poi ci si potrà, semmai, augurare «Buona Festa d’Inverno». Così, almeno, sembra, leggendo una corrispondenza interna al prestigioso Istituto fiorentino – che, tra l’altro, ha sede in un antico convento – che l’agenzia Sir ha potuto visionare. Secondo questo dispaccio, il presidente dell’Eui, Renaud Dehousse, avrebbe comunicato che, per non infrangere le regole sull’uguaglianza etnica, anche le feste religiose, pur inserite nel calendario accademico, dovranno essere comunicate con un linguaggio «inclusivo». Lo stesso presidente ha quindi lanciato una sorta di “concorso” per rinominare la festività, concedendo, bontà sua, che «gli aspetti tradizionali e folcloristici possono rimanere parte dell’evento». Insomma, una festa senza il Festeggiato, ma con tutto il contorno di Babbi Natale e regali assortiti. (dal quotidiano “Avvenire” – Paolo Ferrario)

Mi sembrano sciocchezze che tirano la volata all’intolleranza religiosa e razziale, che cova sempre sotto la cenere. Quale miglior assist per chi vuol sostenere che rischiamo di perdere la nostra identità religiosa sotto la spinta dell’accoglienza e dell’integrazione verso gli immigrati. Parliamoci chiaro, dell’identità religiosa non frega niente a nessuno, è solo il pretesto per mettere in discussione l’ingombrante presenza degli immigrati.

Alcuni giorni or sono ero in autobus attorniato dalla stragrande maggioranza di persone extracomunitarie e mi è venuta spontanea una domanda: e la nostra cultura che fine farà? Non ho resistito alla tentazione e mi sono permesso di porre il quesito ad una distinta signora dall’aspetto squisitamente nostrano. Mi ha guardato incuriosita e mi ha fulminato con una risposta molto esauriente e stimolante: siamo noi che stiamo perdendo la nostra cultura, non diamo la colpa agli invasori…

Penso avesse perfettamente ragione, spazzando via ogni e qualsiasi sottofondo di razzismo involontariamente presente nella mia domanda impertinente. Non ci dobbiamo chiudere, non dobbiamo avere paura di chi professa un altro credo religioso, al contrario dobbiamo dialogare ed arricchirci reciprocamente.

Non hanno pertanto senso le diatribe sul “crocifisso sì-crocifisso no” per non urtare la sensibilità delle persone di religione islamica così come risulta ridicola oltre che inutile l’intenzione di trasformare il Natale in Festa d’inverno. A questa trasformazione abbiamo già provveduto da molto tempo noi cattolici rendendo il Natale poco più di una ricorrenza consumistica e turistica. Quanto al crocifisso, come diceva il cardinal Lambertini nell’opera teatrale di Alfredo Testoni, ne abbiamo fatto un prestigioso e financo erotico gingillo per agghindare i prosperosi e gonfiati seni femminili o i petti muscolosi, virilmente ostentati dai machi di turno.

Smettiamola quindi di scherzare e andiamo al sodo. D’altra parte il mio caro amico sacerdote Luciano Scaccaglia non augurava mai un buon Natale, ma un Santo Natale e lui non era certo un razzista o un integralista. Sì perché il Natale o è Santo o non è Natale. Figuriamoci se lo trasformassimo in “Festa d’inverno”. Non facciamo gli aperturisti-relativisti à la page finendo con l’aizzare i cattolici, veri o finti integralisti che siano, contro gli immigrati sbrigativamente catalogati come soggetti pericolosi, pretenziosi, prepotenti e financo violenti. È un incivile gioco delle parti.  Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Ho l’impressione che il vero ed autentico Natale dia più fastidio a noi che agli islamici, così come il Crocifisso, che ci interroga provocatoriamente su tutti i crocifissi (immigrati compresi) che sistematicamente creiamo nell’indifferenza totale. Non facciamo gli integralisti di comodo per reagire alla presunta invadenza degli islamisti d’importazione e alla laicità ridotta a cancellazione dei segni e simboli religiosi.

Siccome stiamo ragionando di identità religiosa mi sembra opportuno rammentare gli insegnamenti di un sacerdote storico di Parma, Don Raffaele Dagnino. Era un prete che non aveva voluto rinunciare alla tonaca, dal momento che gli era tanto costato indossarla, ma è proprio vero che l’abito non fa il monaco: aveva infatti uno spiccato senso laico della religione, meglio dire della fede.  Era contrario alla scuola privata, anche quella cattolica. Sarebbe comodo, diceva, avere una scuola a propria misura ideologica. Nossignori, bisogna avere il coraggio di mettersi a confronto con i non credenti, testimoniare la fede in campo aperto. E poi chi ha detto che i cattolici siano migliori degli altri, ma lasciamo perdere…

Aveva perfettamente ragione se consideriamo la scuola cattolica, a livello individuale come la fuga integralistica e benpensante verso un’educazione di stampo religioso, a livello di famiglia cristiana come la delega concessa ad una istituzione superiore per assolvere agli obblighi battesimali di educazione alla fede, a livello comunitario cattolico come un distintivo eclatante della propria identità, a livello societario come uno dei segni piuttosto integralistici della presenza politica dei cattolici nella società civile.

Il tempo fortunatamente ha trasformato la scuola cattolica in un progetto educativo ammesso e riconosciuto dalla Costituzione italiana, diventando un vero e proprio patrimonio culturale per tutta la società, per i credenti e i non credenti. Anche la tentazione elitaria si è via via stemperata assieme alla sussiegosa pretesa di essere non “una” ma “la” scuola per i cattolici e per i laici più o meno devoti.

Però don Dagnino, ai genitori che si preoccupavano di insegnare tante cose ai propri figli, tanto per non sbagliare, consigliava di mettere al primo posto la scuola delle “opere buone”.  Sono sicuro che non sarebbe sconvolto dalla presenza islamica, ma dalla superficialità del nostro cristianesimo.

Ricordo di avere involontariamente ascoltato, qualche tempo fa, il chiacchiericcio fra alcune mamme all’uscita di una scuola elementare. Una era particolarmente stressata per il fatto di dover accompagnare una figlia in tutte le sue attività extra-scolastiche: lezione di musica, lezione di danza, lezione d’inglese e…scuola di catechismo. Aveva messo nel calderone anche il catechismo, un optional, un adempimento da assolvere in mezzo agli altri.

Se devo essere sincero mi preoccupano molto più i cattolici all’acqua di rose degli integralisti islamici. Penso non sia opportuno concedere dei contentini simbolici ai secondi così come scandalizzarsi del loro fervore islamico solo per coprire la vacuità del nostro cattolicesimo di facciata. Facciamo bene e fino in fondo il nostro “mestiere” di cattolici, il resto verrà di conseguenza.

 

 

 

 

 

Ragion contra forza non ha loco

Non incontrerò il segretario generale dell’Onu. Dopo il 7 ottobre non c’è spazio per un approccio equilibrato. Hamas deve essere cancellato dal mondo”, ha scritto su X il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, che si trova a New York per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Il segretario generale dell’Onu, nel suo intervento al Palazzo di Vetro, ha detto che è “importante riconoscere anche che gli attacchi di Hamas non sono arrivati dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione”. Guterres ha affermato che “le sofferenze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E quegli attacchi spaventosi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese”. 

A chiedere le dimissioni di Guterres è l’ambasciatore di Israele all’Onu: “Il segretario generale dell’Onu, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’Onu. Lo invito a dimettersi immediatamente”, ha scritto su X l’ambasciatore di Israele all’Onu, Gilad Erdan. “Non vi è alcuna giustificazione né senso nel parlare con coloro che mostrano compassione per le più terribili atrocità commesse contro i cittadini di Israele e il popolo ebraico. Semplicemente non ci sono parole”, ha rilevato Erdan. (Agenzia Ansa.it)

La mia prima reazione a questo pretestuoso incidente diplomatico è la seguente: se si parte con questo pregiudizio israeliano non si andrà mai da nessuna parte. “La verità mi fa male, lo sai; nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Così cantava Caterina Caselli, così cantano gli Israeliani all’Onu, rispondendo sgarbatamente e spudoratamente a Guterres.

La seconda consiste in una domanda: sono meno autorevoli l’Onu e il suo Segretario che da 56 anni chiedono a Israele di ritirarsi dai territori occupati con la guerra dei sei giorni oppure lo Stato di Israele che se ne è fregato altamente dei reiterati inviti e al contrario ha occupato nuovi territori?

La terza pone un’ulteriore domanda: deve dimettersi Guterres che non fa altro che il suo mestiere e cerca di fare un minimo di verità sulla situazione o sarebbe il caso che si dimettesse Netanyahu che sta dimostrando di non saper fare il proprio mestiere e di non avere il controllo della situazione israeliana con un’opinione pubblica divisa e raffazzonata soltanto dai comprensibili ma non condivisibili intenti vendicativi, con una leadership sostenuta e gestita dal radicalismo autoritario e religioso ebraico, con un governo diviso e tenuto insieme soltanto dall’odio verso il nemico palestinese e dal desiderio di una pronta e schiacciante rivalsa bellica, con le alleanze internazionali sempre più imbarazzate e scricchiolanti di fronte all’intransigenza israeliana?

Ritorno all’aprile del 2022 allorquando Guterres provò timidamente a intervenire nel bailamme russo-ucraino. Ebbe come risposta uno “sgarbo da Putin: lo fece attendere per ore, niente stretta di mano e tenuto a distanza con il “tavolone”. Nonostante il sorriso con cui lo invitò a sedere, l’avvio del vertice a Mosca tra Guterres e Putin non iniziò con segnali di apertura. Il presidente russo fece fare anticamera per alcune ore al segretario generale dell’Onu, poi al momento dell’incontro non lo accolse con una stretta di mano, anzi lo tenne a distanza con il famigerato “tavolone” già visto in altri incontri, una forma di distacco e (a quanto dicono gli esperti) diffidenza di Putin verso i suoi interlocutori, compresi i suoi ministri.

Ma non finì lì, perché “due forti esplosioni si udirono a Kiev e una colonna di fumo si alzò sulla città mentre si stava concludendo la conferenza stampa del presidente ucraino Zelensky e del segretario generale dell’Onu Guterres. Uno dei missili colpì un edificio residenziale al piano terra e causò vittime.  Guterres si disse “sconvolto, non perché ci fossi io, ma perché Kiev è una città sacra sia per gli ucraini che per i russi”. Il presidente Zelensky aggiunse che si era trattato di un raid russo mirato “a umiliare l’Onu”. (dal quotidiano “La Stampa”, se ben ricordo)

Se Putin, dopo aver accolto freddamente Guterres a Mosca, rispose calando un carico di due missili effettivi, Biden non fu da meno con un discorso, a base di missili verbali, andato in onda contemporaneamente rispetto alla conferenza stampa a Kiev del segretario generale dell’Onu che, con molta umiltà e diplomazia stava tentando di snocciolare qualche parola di pace in un tragico e crescente contesto di guerra.

Ammetto di fare fatica a seguire mediaticamente lo sviluppo del conflitto tra Israele ed Hamas: non vedo l’obiettività che vorrei (non è affatto tutta colpa dei Palestinesi); non vedo impegno diplomatico degno di tale nome. In questi giorni ho seguito su Rai Storia la ricostruzione della vita del tanto bistrattato presidente americano Carter che nel 1979 era riuscito a mettere intorno a un tavolo il premier israeliano Begin e quello egiziano Sadat, che stipularono i famosi accordi di Camp David, pagandoli poi a prezzo della loro vita: attualmente gli Usa cincischiano e non concludono un tubo…; vedo un mondo sempre più disordinato e privo di governanti seri e capaci.

Ebbene oggi è di turno la sfacciataggine di Israele: pensa che tutto il mondo ruoti attorno al suo potere e al suo sacrosanto diritto ad avere uno Stato, senza ricordare che anche i palestinesi avrebbero questo diritto pur autocondannandosi a passare dalla parte del torto, facendosi strumentalizzare dai terroristi e dai Paesi arabi (non sanno a che santo votarsi e, perso per perso, si condannano alla discriminazione internazionale).

Tornando alla considerazione riservata a Guterres, non solo i potenti della terra trattano il segretario generale delle Nazioni Unite a pesci in faccia, ma poi hanno addirittura il coraggio di insolentirlo, considerandolo personaggio non autorevole. Chi sono loro per giudicare Guterres? Una cosa è certa: per chi vuol fare la guerra tutti i motivi sono validi. Figuriamoci se, dopo i pazzeschi attacchi di Hamas a cui si stanno aggiungendo quelli degli Hezbollah, il tutto sotto il probabile “coordinamento” dell’Iran, Israele avrà un minimo di buona volontà per aprire un processo di pace. Non l’ha avuto, come dice Guterres, nei passati 56 anni, figuriamoci oggi.

Mio padre nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente (attualmente sarebbe promosso a pieni voti da papa Francesco).

 

 

 

 

 

Chi di media ferisce di media perisce

Non mi è mai piaciuto infierire sui personaggi in evidente difficoltà per motivi personali: troppo facile e troppo ingiusto approfittare dei traballamenti altolocati per sfogare rabbia e risentimento.

È il classico momento in cui il gatto è in difficoltà e i topi cercano di ballare. La squallida manfrina che si è scatenata sulle vicende sentimentali di Giorgia Meloni, fatte le debite differenze, mi fa ricordare due episodi molto significativi di un passato ormai remoto. Quando il dottor Alessandro Duce, presidente della Cassa di Risparmio di Parma, si candidò al Senato della Repubblica e fu beffardamente trombato dopo una frettolosa illusione di avercela fatta, i suoi beneficiati, dipendenti dell’importante istituto di credito, brindarono nascostamente al siluramento elettorale del loro patron: non ero mai stato un amico politico del dottor Duce, ma in quel momento mi diventò simpatico. Quando Bettino Craxi cadde in disgrazia, alcuni nani e ballerine, suoi raccomandati di ferro, si presentarono in Tv a commentare alcuni spezzoni di discorsi del leader in auge, che in quel frangente apparivano ridicoli: il leone invecchiato insolentito dai petulanti ex amici. Cose vomitevoli: in un certo senso si stanno ripetendo in capo a Giorgia Meloni ad opera di chi farebbe meglio a starsene buono e zitto.

Non sono stato e non sono tenero verso la premier italiana, a volte ho persino il timore di esagerare con le critiche, ma nel caso del suo naufragio matrimoniale (?) mi fermo con rispetto e discrezione. Non posso però esimermi da due considerazioni, una di carattere istituzionale e una di tipo psicologico.

Una persona impegnata ai massimi livelli istituzionali non può permettersi il lusso di sbattere in prima pagina le sue vicende sentimentali, che dovrebbero rimanere riservate. Questo non per perbenismo ipocrita, ma per rispetto verso chi giustamente pretende che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche abbiano il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Anche perché d’ora in poi con quale credibilità Giorgia Meloni agirà in difesa dell’istituto famigliare? La premier non è stata né indisciplinata né disonorata, ma si è messa impropriamente in una situazione delicata e imbarazzante e, sta cercando di uscirne con mezzi impropri (i social) e utilizzando un certo vittimismo peraltro tardivo e frutto di una sua sovraesposizione mediatica.

Vengo quindi alla seconda considerazione. È a dir poco contraddittorio che un personaggio pubblico costantemente e pesantemente alla ribalta, quando gli comincia ad arrivare qualche fischio si scandalizzi e faccia il mestolo. Si direbbe: chi la fa l’aspetti o chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Fino a ieri tutto il clamore mediatico faceva brodo, era addirittura cercato se non imposto dall’alto, oggi le eventuali stoccate e gli attacchi strumentali diventano reati di lesa maestà e occasioni di stucchevoli lamentazioni.

Speriamo che la lezione possa servire a tutti: alla premier per farla rientrare alla normalità dopo un periodo di contagiosa esaltazione (probabile concausa della disavventura sentimentale), ai cittadini per riportarli ad un giudizio serenamente ed oggettivamente critico verso i governanti senza alcun bisogno di sbirciare dal buco della serratura. Per i media il discorso è talmente scontato, ma talmente grosso, da non meritare le mie solite velleitarie filippiche.

Dal folle (non) voto al sensato volo

Chiusi i seggi a Monza e in Brianza – dove si è votato il 22 e 23 ottobre per l’elezione suppletiva che assegnerà il seggio del Senato rimasto vacante dopo la morte di Silvio Berlusconi. Il dato più importante, per quanto non inaspettato, è quello dell’affluenza:  molto bassa, non ha superato il 20%, ovvero meno di una persona su cinque avente diritto di voto si è recata alle urne. Precisamente, la partecipazione nei 55 Comuni di Monza e Brianza si è fermata al 19,23%. Rispetto al 25 settembre 2022, giorno delle politiche, la contrazione è di circa 52 punti percentuali: allora per lo stesso seggio del Senato l’affluenza fu del 71,05%.

Quando scrivo questo commento non si sa nulla su chi sia risultato eletto tra Adriano Galliani, berlusconiano doc e Marco Cappato radicale doc. Meglio così, perché voglio fare un ragionamento pre o post-politico.

Conversando con amici sulla disastrosa situazione che stiamo vivendo, è emerso come i due punti delicati, che la imbalsamano e la rendono senza via d’uscita, siano la mancanza di classe dirigente a livello politico e la concatenata e favorita distrazione di massa: per dirla in parole povere, la gente è completamente e mediaticamente fuorviata, non sa che pesci pigliare, ha perso ogni e qualsiasi riferimento e quindi non partecipa al voto. Il dato di Monza è veramente e clamorosamente significativo. Esiste una protesta latente che non trova sbocchi e, per ora, si sfoga nell’astensionismo. Fino a quando?

Per stare in casa nostra, vale a dire in Italia, la destra si accontenta di una maggioranza fatta da una minoranza elevata alla seconda e, in fin dei conti, non può che puntare lì, al nuovo qualunquismo riveduto e scorretto. Mi capita di interloquire con persone che, alle ultime elezioni politiche, hanno provato, perso per perso, a votare la destra di Giorgia Meloni e ne sono amaramente pentiti. Non oso chiedere a loro come voteranno alla prossima occasione, ma dai ragionamenti che mi fanno penso che andranno a infoltire la schiera degli astenuti. Situazione analoga, anche se meno reattiva, si incontra con gli elettori che hanno provato, per difendere quello straccio di democrazia che ci rimane, a votare a sinistra o giù di lì. Non hanno il coraggio di parlare, perché forse ne direbbero delle grosse, ma alla fine andranno anch’essi a rifugiarsi nel non voto.

Come se ne esce? Dal momento che la democrazia non è uno scherzo e c’è chi ha versato il proprio sangue per conquistarla, si può solo sperare che si possa ripartire dai bassifondi della politica, dai piccoli gruppi di impegno civile, dalle riunioni degli sfigati, dai dibattiti dei testardi, dalle idee che vengono da lontano. Aleggia lo spettro della violenza senza capo né coda. Credo soltanto nella protesta di piazza dei giovani studenti: la storia insegna che sono sempre stati dalla parte giusta contro i regimi anti-democratici di tutto il mondo. Non hanno nulla da perdere e tutto da inventare. Peccato che io non sia più giovane e non sia più uno studente. Il mio sogno è quello di comunicare loro le mie modeste esperienze politiche, ammesso e non concesso che possano a loro interessare.

Mi hanno fatto sorridere in campagna elettorale (?) le sparate integraliste cattoliche contro Cappato: poveretti…non sanno quello che dicono. Nel marasma generale si attaccano ai principi del Vangelo non capendo che Gesù parlava un’altra lingua. Piuttosto che fare così è meglio astenersi in assordante silenzio.

Qualcosa dovrà pur succedere. E se provassimo a mandarli a casa tutti per ripartire da zero. Pericolosissimo! E allora andiamo avanti così? Ci sono due personaggi che hanno il carisma e la credibilità per fare qualcosa nei loro rispettivi e diversi ambiti. Possibilmente in fretta, perché il loro tempo sta per scadere. Papa Francesco e Sergio Mattarella. Non siano troppo discreti, ci aggrediscano con i valori di cui sono portatori. Il primo ha il Vangelo dalla sua parte, il secondo la Costituzione. Da parte mia faccio la parte dell’integralista dell’anti-integralismo, della piccola persona che prova a gridare qualcosa di grande. Loro facciano come faceva il mio caro amico don Luciano Scaccaglia con le sue evangeliche provocazioni liturgiche. Mi perdoneranno l’invadenza dettata da sani istinti di umanesimo integrale.

I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile. Questo, secondo i detrattori del cavolo (resisto alla tentazione di usare un termine volgaruccio che lascio alla facile intuizione del lettore), anche altolocati, voleva dire fare politica in chiesa… Che ottusità mentale e culturale! Erano stupende e geniali provocazioni esistenziali, che contenevano autentici trattati di teologia coniugata con la laicità dello Stato. Discorsi sempre attuali di fronte al sottosuolo integralistico del cattolicesimo da cui emergono contingenti tentazioni allo scontro (di potere) che si camuffano e si sfogano soprattutto sui cosiddetti valori non negoziabili. Se, pertanto, fare politica in chiesa vuol dire affermarne la laicità ed auspicarne l’ancoraggio ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, don Scaccaglia faceva politica: egli, tra l’altro, cogliendo nel segno della duplice appartenenza del cittadino credente alla Chiesa e allo Stato, rispondeva con la duplice fedeltà al Vangelo e alla Costituzione, conciliando Chiesa e Stato nell’impegno concreto degli uomini e non sui principi astratti e sui compromessi giuridici o, peggio ancora, di potere.

Sempre durante la celebrazione battesimale il neonato veniva posto sull’altare quale dono offerto al Padre: certamente qualcuno si sarà scandalizzato nel vedere la tovaglia d’altare a contatto coi pannolini del prematuro catecumeno…Pensiamo proprio che Dio Padre si sarà irritato o si sarà piuttosto commosso di fronte a una sua creatura che veniva accolta ufficialmente nel gregge degli eletti’ Poi arrivava l’unzione col sacro Crisma: per dirla con la stupenda immagine usata da Luciano, Gesù Cristo in persona poneva la Sua firma indelebile sulla fronte del battezzato, che è di Cristo per tutta la vita.

Ma la più bella provocazione la colsi in una domanda, teologicamente assai provocatoria, che don Scaccaglia fece ad integrazione delle promesse battesimali (la riporto a senso): «Chi ha il coraggio di pensare che l’innocenza di questo bambino/a sia compatibile con la presenza del peccato originale? Il peccato originale non è una macchia, ma solo il limite della nostra natura umana riscattata da Gesù Cristo…». Provocazioni continue! Sì, fatte in stile evangelico, in nome del più grande provocatore della storia, Gesù Cristo.

Abbiamo bisogno di essere provocati senza pietà. Si dirà che sto facendo un sacco di confusione, che sto confondendo il sacro col profano, che scherzo coi santi per non lasciare stare i fanti, che sono in preda a delirio democratico. Ebbene rispondo che qualcuno ci dovrà pur insegnare come stare al mondo, dal momento che non ne siamo capaci… Pensa un po’: partendo dal non voto di Monza dove sono arrivato. Accetto scommesse sulla mia arteriosclerosi galoppante.

 

Un sofferto no al cinico rigore dell’etica

Non capisco, e se capisco non accetto, la viscerale e dogmatica avversione cattolica al suicidio assistito: sembra basarsi sul cinico presupposto che si tratti di una capricciosa e volubile smania di rinunciare a vivere. Nell’affrontare questo problema si parte farisaicamente dalle fredde regole, trascurando i drammi umani e le sofferenze indicibili che stanno a monte.

Si tende ad enfatizzare la necessità che il sistema sanitario ed assistenziale supporti adeguatamente le persone imprigionate nel dolore senza fine e senza sbocco. Fin qui niente da dire: è il minimo che una società civile possa prevedere e garantire, cosa che peraltro non sta avvenendo se non in misura chiaramente insufficiente.

Se questo aiuto non arriva sul piano sociale e morale oppure se non è oggettivamente sufficiente a garantire una dignitosa esistenza oppure se, nonostante tutto, il soggetto non se la sente di proseguire la propria esistenza, cosa si deve fare? Lo inchiodiamo, in nome di un astratto principio di rispetto per la vita, in un letto, o comunque in una situazione di estreme sofferenze, in una disperata agonia in attesa della morte naturale, che magari arriverà con enorme e insopportabile ritardo?

Non sarà meglio prevedere una uscita di sicurezza dal macabro teatro della disperazione, non certo una scappatoia di comodo, ma nemmeno un calvario aggiuntivo fatto di accanimento burocratico che si aggiunga a quello terapeutico?

Riporto di seguito la posizione, rispettabile (mancherebbe altro…) di chi affronta il tema in modo intransigente, schematico e generico. Beati loro che di fronte a situazioni così drammatiche ostentano certezze. Personalmente ho tanti dubbi, perché ho troppo rispetto per la vita e la sofferenza altrui e non mi sento di sfrugugliare dentro di esse, ma preferisco, costi quel che costi, agevolare risposte concrete e liberanti.

«Chi si assumerà la responsabilità di stravolgere il senso del Servizio Sanitario nel nostro Paese? Chi ha deciso di arrendersi alla cultura di morte che l’Associazione Luca Coscioni sta seminando in ogni regione italiana?». Se lo chiede in una “lettera-diffida” indirizzata ai presidenti delle Regioni Friuli-Venezia Giulia e del Veneto “Ditelo sui tetti”, il network di cento associazioni laicali impegnato nella tutela della vita umana e della sua dignità, contro ogni forma di morte a richiesta (https://www.suitetti.org/2023/10/12/fine-vita-lettera-aperta-alle-regioni-e-al-governo/). «Nella lettera – spiega il coordinatore del network associativo Domenico Menorello – si denuncia che i più recenti casi di autorizzazione al suicidio assistito in Veneto e in Friuli-Venezia Giulia violano gli stessi parametri dettati dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/2019 (quella sul caso del suicidio in Svizzera di dj Fabo con l’aiuto di Marco Cappato), perché si dilata il concetto di “sostegno vitale” fino ad allargarlo a farmaci ordinari o addirittura alla semplice assistenza. Inoltre, la Coscioni sta mutando il profilo della sua azione: non casi urgenti e drammatici ma richieste di avere una sorta di “patente” per andare a morire negli ospedali pubblici, quando ciascuno deciderà».
«Il portato di questa azione, che viene ormai portata in molte aziende sanitarie italiane – si legge nella lettera aperta – sta snaturando le istituzioni sanitarie, che si vogliono vedere trasformate in potentissimi moltiplicatori di messaggi di disvalore verso i più fragili». Questi «percepiranno un abbandono fino a ritenersi in dovere di “andarsene”, come ammoniva la fondatrice degli hospice madame Cicely Saunders a proposito di forme più o meno edulcorate di eutanasia». La Costituzione e il Servizio sanitario nazionale, conclude la nota di “Sui tetti”, hanno come scopo l’avere cura di ogni persona, in qualsiasi condizione sia, il che imporrebbe piuttosto di organizzare, finalmente, servizi di assistenza a chi soffre h24 e di potenziare le terapie del dolore, che raggiungono ancora una inaccettabile percentuale di popolazione, così calpestando diritti alla cura che la stessa Corte Costituzionale ha definito essenziali». (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono letteralmente rabbrividito di fronte a questa logica stravolgente, che si nasconde dietro la Costituzione e il Servizio sanitario nazionale per parare i colpi provenienti da un problema drammatico, che interpella le coscienze non per tacitarle in nome di principi astratti, ma per scuoterle nell’impegno a garantire il rispetto dovuto ad ogni persona, soprattutto alla persona che soffre e chiede umilmente di interromper le sue sofferenze. Non temo di definire cinismo etico quello di chi pontifica, specula e disquisisce sulla pelle di coloro che intendono interrompere la propria disperata esistenza. Non si combatte il rischio di perdere i valori trasformandoli in un astratto e fuorviante totem a cui legare la mente a prescindere dal cuore.

Non mi interessa più di tanto se le normative dovessero esagerare nelle possibilità di accedere al cosiddetto suicidio assistito. Rispondo paradossalmente: “Melius est abundare quam deficere”. Il legislatore deve approntare la miglior normativa possibile in senso doppiamente garantista, le strutture sanitarie ed assistenziali devono prevenire, accompagnare, alleviare comunque le sofferenze, i signornò, provenienti soprattutto dalle file cattoliche, si impegnino a livello di volontariato a dare concreto aiuto alle persone che viaggiano sull’orlo del suicidio.

Come spesso, non so dire se purtroppo o fortunatamente, accade, la gerarchia cattolica dimostra maggiore, anche se troppo contenuta, sensibilità rispetto ad un laicato clericaleggiante ed in cerca di certezze più teologiche che evangeliche. Ecco perché, pur non condividendone la reticenza ad andare fino in fondo, mi sento in dovere di riportare la riflessione di monsignor Gianfranco De Luca, vescovo di Termoli, sulla morte in Svizzera con suicidio assistito di un quarantenne tetraplegico, giornalisticamente sintetizzata con un “non possiamo tirarci indietro di fronte al dolore e alla sofferenza”.

Bisogna «accompagnare il malato non solo con il sollievo del dolore e della sofferenza fisica, che naturalmente deve venire prima, ma anche con un sostegno globale per il malato nella sua dimensione fisica, psicologica, sociale, familiare, spirituale ed economica». La ferita riaperta dal suicidio di Davide è «la solitudine dei malati» che è «spesso anche la solitudine di coloro che li assistono e dei propri cari che manifestano con grande sofferenza tutta la loro impotenza». L’appello alla «società in generale» e alla «comunità cristiana, in particolare» è «diventare una vera comunità sanante, dove si dia voce a tutta la centralità delle relazioni interpersonali, evidenziata dall’antropologia contemporanea ma non sufficientemente praticata negli attuali processi di cura e assistenza».
La tragedia del quarantenne tetraplegico – «il caro fratello Davide», come lo chiama monsignor De Luca – «ci provoca e ci interpella riguardo a una realtà dolorosa di fronte alla quale il nostro territorio, in particolare, mostra gravi carenze e sollecita tutti, livelli istituzionali, associativi e ogni singola realtà attiva in ambiti assistenziali, a prendere seriamente in considerazione la promozione di strutture che sostengano ammalati e familiari, per mostrare concreta condivisione e dare loro speranza e fiducia». (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono perfettamente d’accordo nel non tirarsi indietro di fronte al dolore e alla sofferenza, ma proprio per questo vale quanto affermava don Andrea Gallo a proposito dei malati terminali: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

 

 

 

Il calcio esige guanti di velluto

Del fenomeno delle scommesse clandestine dei calciatori probabilmente è emersa soltanto la punta dell’iceberg, ma è partito immediatamente l’estintore mediatico per retrocedere buonisticamente i casi a livello di patologia ludica.

Quanta tolleranza e comprensione per questi viziati e viziosi sciocchini! Siamo in netta controtendenza rispetto alla intransigenza popolare e governativa verso tanti soggetti trasgressivi: si pensi ai giovani partecipanti ai rave party, ai bulli di quartiere, ai tossicodipendenti da droghe leggere, ai migranti accattoni, agli imbrattatori di monumenti, ai protestanti di piazza, etc. etc.

L’intransigenza verso i trasgressori è inversamente proporzionale rispetto alle loro ricchezze e a quelle ad essi collegabili. Insomma, due pesi e due misure, motivati dal fatto che dietro gli scommettitori-calciatori c’è tutto un mondo che va preservato a tutti i costi. È così per i violenti degli stadi verso cui si chiude un occhio, spendendo risorse materiali e umane per contenerli, mentre le violenze relative a proteste di lavoratori e studenti vengono brutalmente represse.

Nel mondo del calcio esistono interessi economici colossali che non devono essere intaccati e quindi va messa la sordina ludopatica al malcostume dilagante. Probabilmente poi esiste una paura matta che, scoperchiando la pentola, possano venire fuori chissà quali e quante irregolarità, tali da mettere a repentaglio il castello incantato.

Non ho mai visto tanta sensibilità sociale come quella sfoderata nei confronti di questi nababbi in erba. Non ho mai visto tanta cautela nello sbattere i mostri in prima pagina come quella riservata ai mostriciattoli del pallone. Non ho mai visto tanta attenzione al problema della ludopatia come dopo che essa ha coinvolto i calciatori-vippetti. L’opinione pubblica è rimasta perplessa, ma è stata immediatamente anestetizzata dai media, che temono un ridimensionamento del fenomeno calcio: il mondo del calcio val bene il ricorso esagerato alla scusa della ludopatia.

Ci si arrampica su per gli specchi pur di salvaguardare un sistema vergognosamente malato in tutte le sue componenti, invischiato in tutti i vizi pubblici e privati. Mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär tutt in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Lo diceva con riferimento alle pubbliche amministrazioni, lo direbbe anche nei riguardi del sistema calcio. Se volete, una sorta di versione semplice e genuina della visione affaristico-massonica della nostra società.