La diversa coniugazione dei verbi migratori

“Come il buon samaritano, siamo chiamati a farci prossimi di tutti i viandanti di oggi, per salvare le loro vite, curare le loro ferite, lenire il loro dolore”. É l’invito del Papa da piazza San Pietro, durante il momento di preghiera per i migranti e i rifugiati, con i partecipanti al Sinodo in corso in Aula Paolo VI fino al 29 ottobre. “Per molti, purtroppo, è troppo tardi e non ci resta che piangere sulle loro tombe, se ne hanno una, o il Mediterraneo ha finito di essere una tomba”, il grido d’allarme di Francesco: “Ma il Signore conosce il volto di ciascuno, e non lo dimentica. Il buon samaritano non si limita a soccorrere il povero viandante sulla strada. Lo carica sul suo giumento, lo porta a una locanda e si prende cura di lui”. “Qui possiamo trovare il senso dei quattro verbi che riassumono la nostra azione con i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, ha spiegato il Papa: “I migranti vanno accolti, protetti, promossi e integrati. Si tratta di una responsabilità a lungo termine, infatti il buon samaritano si impegna sia all’andata sia al ritorno. Per questo è importante prepararci adeguatamente alle sfide delle migrazioni odierne, comprendendone sì le criticità, ma anche le opportunità che esse offrono, in vista della crescita di società più inclusive, più belle, più pacifiche”. (agenzia d’informazione “Sir”)

Batte Franceso, risponde Giorgia.

“Con gli sbarchi in calo per via dell’autunno, Giorgia Meloni riprende in mano il “dossier immigrazione” e sfodera una soluzione già proiettata alla prossima stagione 2024. Per farlo si affida a un rapporto ormai più che consolidato in Europa, quello con Edi Rama, il primo ministro di Albania che lo scorso agosto l’ha anche ospitata per qualche giorno di ferie. Con Rama, giunto ieri a sorpresa nella capitale, la presidente del Consiglio ha siglato un’intesa che ufficializza una sorta di nuova categoria di naufraghi, quelli “da esportazione”. È la «dottrina Meloni», come l’hanno già ribattezzata i suoi, una nuova tessera di una strategia che si prefigge di dissuadere le partenze: il protocollo prevede – tra le altre cose – la realizzazione entro la primavera prossima di due centri per il rimpatrio che potranno ospitare fino a massimo 3mila persone cosiddette “irregolari” per l’Italia, con un flusso annuale quantificato «in 36-39mila persone», così da decongestionare le presenze sul suolo italiano. Il testo non si applica agli immigrati che giungono sulle coste e sul territorio italiani, ma a quelli salvati nel Mediterraneo da navi italiane, come quelle di Marina e Finanza e non quelle delle Ong. Inoltre non varrà per minori, donne in gravidanza e soggetti vulnerabili”. (dal quotidiano “Avvenire” – Eugenio Fatigante)

La scansione francescana dei verbi per l’azione con i migranti cambia e di molto: non più “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, ma salvare (mancherebbe altro), rimpatriare (tornatevene a casa vostra), esportare (verso centri per il rimpatrio collocati in Albania e altri territori), decongestionare (alleggerire la presenza sul suolo italiano).

Forse si tratta di una edizione riveduta e (s)corretta in chiave anti-migratoria del “Dio, patria e famiglia” di mussoliniana memoria. Un Dio a prescindere dalla parabola evangelica del buon samaritano, una patria che esporta la merce avariata dei migranti irregolari, una famiglia che si chiude in difesa di se stessa.

La filosofia meloniana assomiglia molto a quella di un mio zio, che viveva e lavorava a Genova: quando tornava a Parma e incontrava gli amici di un tempo ricreava immediatamente il rapporto cameratesco condito dai ricordi. Al termine di questi fitti dialoghi sparava quasi sempre una simpatica battuta. Al momento dei saluti rivolto all’amico di turno, dopo avergli dato una pacca sulla spalla e/o avergli stretto calorosamente la mano, diceva: «Veh, arcòrdot bén, quand at me vól gnir a catär…sta a ca tòvva».

La strategia zigzagante di Giorgia Meloni in materia migratoria si basa su una contraddizione di fondo. Da una parte la lamentazione continua (è il suo leit motiv difensivo) verso il menefreghismo europeo, dall’altra un “faso tuto mi” che non fa altro che spingere i partner europei al “va’ avanti ti c’am scapa da rìddor”.

Il discorso migratorio si inquadra nell’equivoco della politica estera del governo di destra italiano: europeismo a corrente alternata e alterata da sovranismi vari ed estremismi eventuali. Le non scelte si sprecano e consentono di navigare a vista tra i marosi salviniani e le bonacce (?) post-berlusconiane: gli irregolari vanno mandati a casa, ma solo un pochettino, usando cioè gli escamotage internazionali (vedi Tunisia, discorso fallito in partenza e Albania, staremo a vedere). Cosa potrà succedere in questi centri per il rimpatrio lo posso solo immaginare: dei veri e propri lager definitivi. L’esperienza libica, peraltro ascrivibile al partito democratico ed al suo allora ministro Marco Minniti, insegna.

Matteo Renzi, quando era al governo aveva stipulato un patto tacito con la strapotente Angela Merkel: l’Europa chiudeva un occhio sulle trasgressioni finanziarie italiane e l’Italia per contraccambiare il favore accettava obtorto collo il menefreghismo europeo verso l’emergenza migranti che si scatenava sulle coste italiane. Fantapolitica? Può darsi. La storia si ripete e Giorgia Meloni riesce a farsi sopportare (non l’avrei mai detto) da Germania e Francia, con l’aiuto della ridanciana Ursula von Der Leyen, nella sua equivoca opzione sovranista, lamentandosi più in teoria che in pratica dell’inerzia migratoria della Ue in buona parte provocata anche dai suoi interlocutori privilegiati (i Paesi degli accordi di Visegrad).

E questa signora sarebbe una statista? Una governante per il lungo periodo, che si candida, costituzione nuova alla mano, ad essere una premier forte e intoccabile? I migranti con simili interlocutori sono destinati ad affogare nel mare o nei lager o nello sfruttamento. Gli italiani, salvo ripensamenti di pancia e/o riposizionamenti di testa, sono destinati ad uscire dal consesso dei Paesi democratici per collocarsi in una sorta di periferia dove si vive di espedienti sociali e di arrangiamenti economici.

 

 

I corvi impazziti nel cimitero di Gaza

Nuovo scontro tra Israele e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. “Gaza sta diventando un cimitero di bambini”, ha detto il capo delle Nazioni Unite. Parole durissime che hanno fatto infuriare il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, che su Twitter ha reagito: “Si vergogni!”. (agenzia Ansa.it)

Continuo a non capire di cosa si debba vergognare Antonio Guterres. Sta dicendo una lapalissiana e sconvolgente verità, ma, come spesso accade, chi dice la verità passa dalla parte del torto. Se, come afferma sconsolatamente ma lucidamente Pier Luigi Bersani, non abbiamo il coraggio di dire “basta” al conflitto in atto, deponendo, almeno provvisoriamente, bandiere e risentimenti per poi cominciare a discutere seriamente, non ne usciremo mai e la striscia di Gaza sarà totalmente distrutta, rimarrà soltanto un cimitero pieno soprattutto di bambini a futura memoria.

Bene quindi ha fatto Guterres ad usare la toccante immagine del cimitero infantile per tentare, davanti al mondo, di convincere le parti a interrompere la carneficina. Se lo Stato di Israele non ha il coraggio di abbandonare l’atteggiamento scriteriatamente vendicativo da cui è guidato, si rischia grosso non solo nella striscia di Gaza, ma in tutto il medio-oriente e oserei dire in tutto il mondo.

Guterres probabilmente si sente impotente di fronte agli Stati e tenta la carta delle coscienze degli uomini. Sempre Pier Luigi Bersani ha introdotto nel dibattito una riflessione molto interessante: le guerre si sono storicamente basate sulla dilagante mentalità bellicista, che ha mosso le genti ed ha giustificato la folle intransigenza politica delle nazioni. In questo periodo l’imperante crisi dei valori, la crescente indifferenza ai problemi e l’approccio egoistico e conflittuale nei rapporti stanno obnubilando le coscienze e giustificando in qualche modo le guerre: a parole tutti sono pacifisti, nei fatti non è così e si tende più a cercare giustificazioni plausibili alle guerre che motivazioni ideali per la pace.

L’Onu, di cui Guterres è segretario generale, ha purtroppo fallito a livello internazionale non riuscendo a introdurre preventivamente percorsi diplomatici, limitandosi ad interposizioni militari durante i conflitti e alla formulazione di appelli generici a babbo più o meno morto. Non è stata peraltro neanche un punto di riferimento e di speranza per le popolazioni: una confusa e paralizzante palestra per una manichea contrapposizione alla faccia della diplomazia.

Certo che, dopo tanta inerzia, possono innervosire gli appelli che rischiano di assumere poco più del valore retorico di affermazioni grilloparlantesche.  Tuttavia non è mai troppo tardi per fare un passo indietro: salviamo almeno il salvabile, i bambini. Così sembra dire Guterres, che non merita di essere insolentito e svergognato. Ben venga comunque chi ha il coraggio di formulare qualche parola di pace. Sarebbe opportuno ascoltare e non rifiutare aprioristicamente.

In questo ultimo periodo, forse per merito dei suggerimenti obamiani, Joe Biden ha consigliato ad Israele di non ripetere gli errori americani in materia di antiterrorismo. Non si può fare la guerra al terrorismo, bisogna pazientemente difendersi, tentando di rimuoverne le cause, soprattutto combattendo il consenso sociale e religioso su cui poggia. Biden insista su questo tasto, non si lasci condizionare dall’influenza israeliana per motivi di potere e di successo elettorale. L’Europa, che dovrebbe essere l’entità più accreditata per portare alla ragione la furia vendicativa degli israeliani, approfitti della resipiscenza americana e si metta di traverso anziché insistere nella sterile e stucchevole difesa della memoria: la shoah infatti non ha bisogno di ulteriori e/o capovolte shoah, ma di scialuppe di salvataggio per tutti.

 

 

 

L’alluvione calcistica antidoto contro tutte le alluvioni

Il fatto che, di fronte ad un evento calamitoso che ha colpito la Toscana e altre regioni italiane, si spendano parole e immagini per discettare sull’opportunità o meno di giocare una partita di calcio la dice lunga sul livello culturale del nostro Paese e in particolare dei media che in esso sfornano e formano opinioni e giudizi.

C’è poco da fare, il calcio deve sempre essere protagonista, non c’è verso di relativizzarlo e di retrocederlo a mero sport che fa spettacolo. Diamo troppa importanza a ventidue giocatori che rincorrono un pallone. Un mio simpatico zio ironizzava ed affermava che si sarebbe interessato al calcio soltanto se ventidue palloni avessero rincorso un giocatore.

Quando tiro in ballo il calcio, mi sento in dovere di riandare agli insegnamenti paterni. Lui lo amava, se ne interessava fino ad un certo punto, poi si fermava. Si badi bene che non era un soggetto che seguiva la partita in modo distaccato; era molto coinvolto, amava quello che considerava lo sport più bello del mondo perché semplice, giocabile da tutti, per tutti molto comprensibile, affascinante e trascinante nella sua essenzialità, spettacolare nella sua variabilità ed imprevedibilità, sentiva fortemente l’attaccamento alla squadra cittadina (soprattutto nelle partite con la Reggiana soffriva fino in fondo) e non sottovalutava il fenomeno del “fotbal”, come amava definirlo in una sorta di inglese parmigianizzato.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

Può bastare per inquadrare il discorso. Dopo di che, la partita Fiorentina- Juventus andava giocata oppure rinviata a data da destinarsi? Troppo importante per essere rinviata: la vita, secondo i pragmatici, deve continuare nonostante tutto. Troppo importante per essere giocata: secondo i benpensanti bisognava dare un segnale di rispetto per le sofferenze altrui.

Un pareggio fra retoriche. Quante sciocchezze ho sentito nei commenti: il più bel tacer non fu mai scritto. La nostra società, fra le tante sciagure che è costretta ad affrontare, può inserire di diritto anche il campionato di calcio con il profluvio di cazzate che comporta. In questi giorni è stato un modo elegante per bypassare l’alluvione; parlare di calcio è infatti un modo per evadere dalla realtà. Un tempo, per tacitare le discussioni politiche, si spostava maschilisticamente l’attenzione sulle avventure e sui gusti in campo femminile. Oggi, per evitare di toccare tasti imbarazzanti, si pensa e si parla demenzialmente di calcio: tutti hanno qualcosa da dire, nessuno ha voglia di pensare e allora…

Alla fine, dopo queste premesse, credo sia difficile esprimere la mia opinione sull’opportunità di giocare la partita di cui sopra. Forse bisognava sospenderle tutte sine die, quanto meno per disintossicarsi un po’. É pretendere troppo, perché sarebbe un cataclisma e allora continuiamo così!

 

 

La pilatesca rivoluzione schleiniana

Non penso di essere l’unico che aspetta il partito democratico al varco. E quale più importante varco della posizione politica da assumere in ordine alla questione israelo-palestinese e alla guerra di reciproca e paradossale invasione tra Hamas e Israele (invasione aggressiva e brutale dei terroristi di Hamas e invasione difensiva ma altrettanto brutale di Israele).

Ho inteso volutamente distinguere tra questione dei rapporti tra palestinesi e mondo arabo da un lato e Israele e mondo occidentale dall’altro rispetto alla contingenza bellica recentemente scatenata, che peraltro, in un certo senso, non è che la conseguenza della questione sempre aperta e che affonda le sue radici, come ha detto il segretario generale dell’Onu, in un passato di errori ed omissioni clamorose da tutte le parti.

Ebbene il partito democratico, nella sua segretaria Elly Schlein e nei suoi esponenti che ho avuto modo di ascoltare o leggere, si sta limitando a prendere posizione sul conflitto con l’ovvia condanna dell’attacco di Hamas e dei suoi sostenitori e con l’altrettanto ovvia richiesta di cessate il fuoco o di tregua umanitaria come dir si voglia. É pur vero che qualcuno non arriva a tanto, ma ciò non toglie che sia il “minimo sindacale” da spendere. Forse è più ficcante Joe Biden di Elly Schlein: il primo almeno ha aperto un fronte autocritico, mentre la seconda rimane appiattita su una sorta di status quo ante. Forse si muove con più coraggio Giuseppe Conte che aderisce a certe larghe e coinvolgenti manifestazioni popolari urticanti rispetto alla melassa filo-israeliana.

I problemi covano sotto la cenere da quel dì e non si può far finta che Hamas arrivi da Marte per abbattere lo Stato di Israele. La storia va letta, interpretata e vissuta, uscendo dalla retorica contingente della pur sacrosanta condanna sic et simpliciter dell’aggressione e dell’antisemitismo, abbandonando cioè un approccio accomodante per rischiare un atteggiamento critico ai limiti del pacifismo.

Un po’ di coraggio (sissignori anche di spregiudicatezza) non guasterebbe ad una forza di sinistra, che peraltro rischia di dimenticare o addirittura tradire la propria storia di apertura al mondo palestinese ed arabo, patrimonio della cultura e della politica di democrazia cristiana, partito comunista e partito socialista.

La storia ha un passato, un presente e un futuro. Non ci si può limitare ad uno dei tre passaggi obbligati. Perché siamo arrivati a questo punto? Come si esce dal pantano bellico in cui si sta sprofondando? A quale scenario internazionale e pacifico si può puntare?

Come se si avesse paura di cadere in una sorta di pacifismo imbelle o se si avesse la subdola volontà di delegare agli Usa il dipanamento della matassa aggrovigliata.  Il discorso del pacifismo è molto complesso, ma non se ne deve sottovalutare la portata storica e prospettica. Pensare che il mondo possa ancora essere guidato dalle superpotenze è roba da antiquariato della politica.

Non c’è iniziativa da parte del PD e se c’è risulta comunque tardiva e sfuggente.  In sede di presentazione di una manifestazione di piazza tematicamente onnicomprensiva Elly Schlein ha fumosamente dichiarato: «L’aumento dell’antisemitismo è estremamente preoccupante e va contrastato in ogni sua odiosa forma. È come se la storia non ci avesse insegnato nulla. E bisogna contrastare culturalmente chi soffia sull’idea di uno scontro di civiltà, dietro cui spesso si cela l’islamofobia. Serve invece riprendere il filo del dialogo interreligioso, educare alle differenze sin dalle scuole e rilanciare il percorso di pace verso i due popoli e due Stati che devono esistere in pace e in sicurezza, sapendo che uno esiste già e l’altro va ancora pienamente riconosciuto». Putost che nient è mej putost?

Si nota soprattutto qualche stucchevole puntata polemica verso la destra (sappiamo che da destra non può venire niente se non un auspicio velleitario alla pace senza giustizia). Assordante silenzio storico-culturale e omertoso posizionamento politico-internazionale. E questo sarebbe il movimentismo con cui Elly Schlein vorrebbe rivoluzionare il PD? Ma fatemi il piacere…

 

Taxi, taxi, lo scontro non deve finire lì

Troppi pochi taxi in servizio a Milano, Roma e Napoli. L’Antitrust ha inviato a questi tre Comuni una segnalazione sulle criticità riscontrate nell’erogazione del servizio taxi “a danno degli utenti, in termini di qualità ed efficienza del servizio reso”. In particolare, l’Autorità, che ad agosto aveva già mandato una richiesta di informazioni, chiede in sostanza di adeguare il numero di licenze e di superare il tetto del 20% previsto dal dl Asset. Riguardo alle risposte avute in questi mesi, l’Autorità rileva che da queste “è emersa una diffusa e strutturale inadeguatezza del numero delle licenze attive rispetto alla domanda del servizio taxi. Questa situazione ha generato un numero molto elevato di richieste inevase e di tempi eccessivamente lunghi di attesa per l’erogazione del servizio”. (dal quotidiano “Avvenire” – redazione economia)

Ho una innata simpatia per la categoria dei taxisti. Li considero una sorta di angeli custodi rispetto al traffico alienante in cui siamo costretti a viaggiare, alle difficoltà di movimento che incontriamo quotidianamente, alla disperata ricerca di approdi certi nella confusione delle nostre città. Ho avuto anche occasione di conoscerne l’impegno e lo spirito di servizio per motivi di carattere professionale che mi hanno portato a dialogare con loro.

Ecco perché mi colpisce il loro disagio nel cercare e trovare la quadratura del cerchio fra il sacrosanto diritto alla difesa del patrimonio imprenditoriale fatto di grandi sacrifici e la necessità dei cittadini di avere risposte adeguate alle esigenze di spostamento. Non sono un liberista spinto e quindi non credo nella liberalizzazione totale delle licenze in nessun settore economico e quindi anche in quello del trasporto delle persone.  Non accetto però nemmeno una visione drasticamente corporativa nei rapporti socio-economici. Bisogna trovare la quadra con molta pazienza, superando gli egoismi di parte e le facilonerie pubbliche.

Dovrebbe essere compito delle amministrazioni locali cercare intelligentemente la soluzione, senza intenti punitivi a livello categoriale, senza protezionismi elettorali e, possibilmente, senza scioperi che screditano la categoria e non risolvono niente.

Tra le norme del decreto più contestate dagli addetti al settore c’è quella che consente ai sindaci di aumentare del 20% il numero delle licenze per sopperire alle carenze del servizio sul territorio. Secondo i tassisti questo però non basta a risolvere i problemi: il governo, secondo le organizzazioni di categoria, deve provvedere invece attraverso decreti attuativi, a istituire il registro elettronico nazionale per censire mezzi e operatori, il foglio di servizio dei noleggiatori e la regolamentazione delle app, che finora non hanno un coordinamento. “Ma di tutto questo non è stato fatto nulla”, specifica Roberto Sulpizi, presidente della Cooperativa Taxi di Torino che raggruppa circa il 93% della flotta. Il nodo più aggrovigliato, comunque, resta quello dell’allargamento della platea degli operatori: l’incremento delle concessioni, insomma, criticato da Usb e da altri sindacati dei tassisti i quali protestano anche perché i sindaci, soprattutto quelli di Roma e Milano, vorrebbero superare la quota stabilita dal decreto con licenze stagionali e procedere alle autorizzazioni senza la “necessaria” gradualità, con “infornate” da 1.550, come vorrebbe Gualtieri nella capitale, e da 1.000 licenze come prospettato da Sala per il capoluogo lombardo. “Tante licenze tutte insieme è una follia, è da incoscienti” hanno replicato i sindacati. Inoltre, c’è la questione delle tariffe “ferme da anni, senza nemmeno seguire gli aumenti Istat”. (dal quotidiano “Avvenire” – Fulvio Fulvi)

Mi sembrano motivazioni ragionevoli e non impossibili da considerare ed accogliere in un clima di dialogo costruttivo. Potrebbe essere un’occasione per varare una fase nuova di concertazione tra governo ai vari livelli e organizzazioni di categoria. A suo tempo la concertazione rispondeva alla debolezza politica dei partiti e valorizzava l’apporto sociale delle categorie economiche, il tutto favorito da una impostazione tecnica del governo. E se provassimo a riprendere questi discorsi, scommettendo sulla maturità delle parti sociali e prendendo atto della inconsistenza delle forze politiche? Manca purtroppo il perno della questione: il governo. Nel caso dei taxisti però il ruolo di governo non è tanto riservato a quello centrale, ma riguarda quello locale.

In ogni caso, “è uno sciopero poco comprensibile” ha dichiarato il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, riferendosi alla recente astensione dal lavoro dei taxisti. Per cortesia, non facciamo così. Teniamo conto del sacrosanto richiamo dell’anti-trust. Proviamo a discutere e concordare qualcosa di buono, semmai partendo dal livello locale. Tentare non nuoce.

 

 

 

Scherzetto o dolcetto-amaretto

Il caso è destinato ad avere conseguenze interne e internazionali. La diplomazia di Palazzo Chigi è stata raggirata da due comici russi che sono riusciti a parlare telefonicamente con la premier Giorgia Meloni in persona, ricavando dal colloquio esternazioni anche sull’Ucraina. I fatti, informa Palazzo Chigi, risalgono al 18 settembre. L’audio integrale della conversazione è stato pubblicato sulla piattaforma canadese Rumble ed è stata ripresa dall’agenzia russa Ria Novosti. (dal Quotidiano “Avvenire”)

Ho cercato di leggere le dichiarazioni rubate, prendendole da un pezzo del quotidiano “Avvenire”, che mi è parso sufficientemente obiettivo nel riportare l’accaduto senza buttarlo più di tanto nel ridicolo e senza approfittarne polemicamente.

Sull’Ucraina Meloni ha ammesso: ​«C’è molta stanchezza da tutte le parti» e «si avvicina il momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita». «Il problema – afferma l’interlocutrice che viene presentata dai due comici come Giorgia Meloni – è trovare una via d’uscita accettabile per entrambe le parti senza distruggere la legge internazionale. Ho alcune idee su come gestire questa situazione, ma aspetto il momento giusto per metterle sul tavolo. La controffensiva dell’Ucraina non sta andando come ci si aspettava e non ha cambiato il destino del conflitto, tutti capiscono che potrebbe durare molti anni se non cerchiamo di trovare una soluzione». In ogni caso, aggiunge la premier raggirata, gli ucraini «stanno facendo quello che devono fare, quello che è giusto fare, e noi cerchiamo di aiutarli».

Finalmente un po’ di equilibrio e di buon senso, lontani dalla demagogia filo-atlantica e dalla subdola tifoseria filo-russa, due atteggiamenti presenti nel governo italiano, uno alla luce del sole americano, l’altro nell’ombra della luna russa.

Sul problema dei migranti ha detto: «L’Europa ha pensato per un sacco di tempo che poteva risolvere il problema limitandolo all’Italia. Quello che non capiscono è che è impossibile. La dimensione di questo fenomeno è tale che coinvolge non solo la Ue, ma a mio parere anche l’Onu. Il problema è che gli altri non se ne curano e tutti concordano che l’Italia deve risolvere questo problema da sola». «La situazione è molto difficile per noi – continua chi parla con i due comici russi pensando di interloquire con un’autorità africana -, dall’inizio dell’anno abbiamo avuto circa 120mila arrivi, per la maggior parte dalla Tunisia. Quello che non capiscono in Europa è che non è possibile che il problema sia risolto solo dall’Italia. Riguarda l’Unione europea ma anche le Nazioni Unite. Il problema è che agli altri non interessa, non rispondono al telefono». «Il problema è che per noi è impossibile integrare questi migranti. L’Ue lo comprende nelle conclusioni del Consiglio Europeo e nelle parole di Ursula von der Leyen ma poi quando chiedi loro di stanziare i soldi per investire in questi Paesi tutto diventa più difficile, per dire la verità. Questo vale anche per quanto riguarda il memorandum firmato con la Tunisia a luglio, il presidente Saied non ha ancora vista un euro».

E qui ci scappa la solita minestra scaldata delle colpe europee e del mondo intero a copertura del sostanziale fallimento della politica italiana in materia migratoria. Finalmente una ammissione di impotenza, assai meglio dell’approccio aggressivo a furia di porti chiusi e muri invalicabili.

Ebbene forse tutto il mal non vien per nuocere: emerge una piccola operazione-verità. Certo che il governo italiano dimostra di avere una diplomazia molle e penetrabile come il burro. Certo che il tutto sembra una gag satirica. Certo che c’è da tremare al pensiero che la politica internazionale italiana possa ballare in una sorta di farsa diplomatica. Abbiamo l’ulteriore dimostrazione che l’Italia conta come il due di picche, ma almeno non fa doppi giochi e scherzi da prete. Tutto sommato gli scherzi è meglio subirli che farli. E poi, meglio la copia scherzosa dell’originale serioso.

Papa Francesco al capolinea innovatore

Ho seguito l’intervista rilasciata da papa Francesco al direttore del Tg1, con molta attenzione come di figlio smarrito nella tragica confusione del mondo in cui viviamo, e con altrettanto interesse, come di uomo stordito dai silenzi in ascolto dell’unica voce credibile ed autorevole nel deserto esistenziale che stiamo attraversando.

Mi sarei aspettato qualcosa di più dall’intervistatore: non ha colto l’occasione per uscire dagli insopportabili schemi mediatici ed è rimasto inchiodato ad una vomitevole routine in cui si dibatte mamma Rai. L’efficacia di un’intervista dipende molto dall’intelligenza e dalla professionalità dell’intervistatore. Ne è uscita una melassa scontata. Mi è parso che lo scopo fosse quello di devitalizzare l’intervistato, omologandolo al ruolo di mestierante del paradosso evangelico. Non doveva far male alla politica italiana e infatti così è stato.

Di ciò non faccio alcuna colpa a papa Francesco, che tuttavia dovrebbe essere più attento a non farsi strumentalizzare e soprattutto a non farsi marginalizzare. I suoi consiglieri potrebbero essere un po’ più vigilanti al riguardo. La parte più subdola dell’intervista ha riguardato il discorso migratorio. Sembrava quasi una benevola umana solidarietà per le sofferenze della premier italiana, dovute allo scherzo telefonico subito in questi giorni: il realismo papale in soccorso del “nullismo” governativo.

Ma ben altra e più profonda impressione ho ricavato: una serena ma triste ammissione di essere arrivato al capolinea del suo pontificato, di avere sparato tutte le cartucce che aveva nella sua giberna, di avere scoccato tutte le frecce al proprio arco, sia all’interno della Chiesa che nel mondo. Non riesce più ad andare oltre la pur accattivante ripetizione delle sue definizioni di principio: siamo nella fase in cui, dopo aver elaborato in modo esauriente un componimento, non c’è più niente da aggiungere e quindi si passa alla fase della sottolineatura o dell’evidenziazione.

Il pur provvisorio ed interlocutorio esito del sinodo ne è una diretta dimostrazione: da questa Chiesa papa Francesco non riesce a spremere niente di più di quanto abbia potuto ottenere fino ad ora. Non sono in grado di capire se l’imminente e immanente stallo sia dovuto ad umana stanchezza, a consapevolezza dei propri raggiunti limiti, a scontro con le resistenze conservatrici, alla solitudine evangelica del buon pastore, alla presa d’atto di un’epoca troppo complessa per essere in qualche modo indirizzata e condizionata.

Probabilmente il pontefice si sta accorgendo di avere messo troppa carne al fuoco e di non avere il forno adeguato a cuocerla nei dovuti modi a causa delle divisioni della cucina vaticana, ma anche delle complicazioni provenienti da una storia in continuo tragico divenire e sempre più difficile da interpretare.

Penso di poter individuare lo stallo in alcune questioni dirompenti e dirimenti. La guerra è sempre ingiusta, ma come dimostrarlo concretamente nelle scelte pastorali della Chiesa a tutti i livelli. L’immigrazione è la piaga costante dell’umanità, ma come ascoltare il grido disperato degli immigrati e come accoglierli concretamente. La Chiesa deve essere aperta a tutti, ma come, dopo aver spalancato le porte, si deve vivere in autentica comunione di vita con tutti, senza se e senza ma.

Papa Francesco su queste tematiche ha favorito notevoli passi avanti, ma siamo ben lontani da risultati esaurienti nel tessuto vitale della Chiesa intesa come comunità e come istituzione. L’attuale pontefice ha il merito di aver messo all’ordine del giorno questioni imbarazzanti, di avere avviato discussioni aperte e sincere, di avere posto le persone prima delle regole e delle strutture, di avere collocato il Vangelo alla base di tutto e di tutti, di avere privilegiato la semplicità del cuore rispetto alle sofisticate elaborazioni dottrinali.

Ora però viene il bello. Bisognerebbe avere il coraggio di “deregolamentare” la Chiesa, di sfrondarne e rifondarne le strutture, di ripensarla e di buttarla nel mondo senza omologarla al mondo. Ho l’impressione che nessuno abbia aiutato papa Francesco al di là degli elogi più o meno sinceri: “Va’ avanti ti c’am scapa da ríddor”. Gli abbiamo fatto portare la croce e noi ci siamo limitati a cantar messa. Forse lui se ne sta accorgendo fino in fondo e ha tratto la conclusione che sia ora che qualcun altro vada avanti. La strada è lunga, lui ha fatto il suo pezzo con grande spirito evangelico. Se è vero come è vero che la Chiesa non è solo il Papa, tocca a tutti portare la croce possibilmente senza smettere di cantar messa.

 

 

Una disastrosa riformetta

Il governo Meloni sta per varare la riforma del premierato. Stando alle bozze in circolazione i punti chiave sarebbero cinque. L’elezione diretta del premier sarebbe la principale novità della riforma costituzionale del governo Meloni. Definita “la riforma delle riforme” dalla ministra Elisabetta Casellati che sul tema ha una delega ad hoc e ci sta lavorando da mesi, è racchiusa in un disegno di legge costituzionale formato da cinque articoli.

Secondo le ultime bozze del disegno di legge costituzionale circolate, la riforma andrebbe a modificare tre articoli della Carta: l’88 sul potere del capo dello Stato di sciogliere le Camere, il 92 sulla nomina del premier e il 94 sulla mozione di fiducia e sfiducia al governo. In sostanza, dalla prossima legislatura le votazioni per l’elezione del Presidente del Consiglio e per il rinnovo delle Camere avverrebbero tramite un’unica scheda elettorale.

Previsto anche un sistema elettorale maggioritario con un premio del 55% assegnato su base nazionale che assicurerebbe il 55% dei seggi nelle Camere ai candidati e alle liste collegate al candidato premier eletto.

In virtù della riforma e stando alle bozze, al capo dello Stato non spetterebbe più il potere di sciogliere le Camere e di nominare il premier, ma quello di conferire l’incarico al premier eletto, mentre manterrebbe il potere di nomina dei ministri, su indicazione del capo del governo.

Nel testo predisposto dalla ministra si ipotizza che, nel caso in cui il premier si dimetta o decada dal suo ruolo, il presidente della Repubblica possa assegnare l’incarico di formare un nuovo governo al premier dimissionario o a un altro parlamentare eletto e collegato al presidente del Consiglio, «per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del Presidente eletto ha chiesto la fiducia delle Camere». Un modo per garantire continuità alla legislatura, senza ricorrere al voto e che farebbe saltare il meccanismo della sfiducia costruttiva.

Salterebbe anche un’altra prerogativa del presidente della Repubblica, ossia il potere di nominare i senatori a vita. In ogni caso la riforma garantirebbe che gli attuali senatori restino in carica fino alla fine del proprio mandato. (dal quotidiano Il Sole 24 ore)

Non sono un costituzionalista, sono soltanto un inconsolabile innamorato della Costituzione nel merito e nel metodo. Quindi innanzitutto rifiuto categoricamente l’opportunità che una riforma costituzionale possa partire per iniziativa del governo, perché sarebbe frutto di contingenti calcoli di convenienza politica. I successivi passaggi elettorali a livello parlamentare e finanche a livello popolare risentirebbero irrimediabilmente del vizio di origine, di parte e/o di partito, della proposta. Passando al merito si intravedono immediatamente questi interessi particolari volti a consolidare gli equilibri politici attuali e non a cercare nuovi equilibri costituzionale.

Il mio innamoramento è legato anche al carattere parlamentare del nostro sistema, all’equilibrio dei poteri e alla funzione di garante del presidente della Repubblica. La bozza di riforma di iniziativa governativa trasforma surrettiziamente l’Italia in Repubblica presidenziale in diretta ma strumentale connessione popolare. I poteri del Parlamento e del Capo dello Stato vengono infatti fortemente ridimensionati.

Niente mi toglie dalla mente che la riforma avviata abbia tra i suoi scopi proprio il ridimensionamento della figura di Sergio Mattarella, unico vero antagonista istituzionale dell’attuale governo. E questa sarebbe una riforma costituzionale? Questa è solo una “manovretta” per rafforzare l’attuale destra politica, tacitando il Quirinale. Ci puzza di regime: controllo sistematico e maniacale dei media, parlamento ridotto a cassa di risonanza del governo, populisticamente collegato all’elettorato, magistratura ridimensionata nella sua autonomia, presidenza della Repubblica ridotta a mera funzione di rappresentanza.

Il timore di fondo è che una classe politica minoritaria nel Paese (col consenso della minoranza della minoranza degli italiani) possa porre le radici di un diverso sistema costituzionale e di conseguenza possa rendere stabile un equilibrio imperfetto basato sull’indifferenza e sulla sfiducia dei cittadini in cerca di autore.

Non so come procederà l’iter per la riforma costituzionale di cui sopra: spero che qualche granello di sabbia possa fermare le rotelle di un perverso meccanismo avviato spregiudicatamente nella confusione generale. La tanto bistrattata riforma ideata da Matteo Renzi era ben altra cosa, anche se discutibile. Tendeva a razionalizzare, modernizzare e snellire il sistema e non a snaturarlo e come tale la giudicai e al referendum votai a favore.   Mi stupisce che Renzi abbia garantito un appoggio di massima alla riforma Casellati/Meloni: chi capisce la politica di questo personaggio è molto bravo. Vedo Renzi, e la sua piccolissima armata Brancaleone, allo sbando: trattasi di un animale politico che, pur fra qualche furbesca intuizione politica, rischia di contribuire a portare il Paese allo sbando.

 

 

La lucidità delle donne-ostaggio

Hamas ha diffuso un nuovo video dalla Striscia di Gaza in cui compaiono tre delle centinaia di cittadini israeliani rapiti dopo l’attacco del 7 ottobre. Si tratta di tre donne, che nel filmato rivolgono un appello direttamente al premier israeliano Benjamin Netanyahu e di fatto lo attaccano frontalmente. «Ti sei impegnato a liberare tutti, invece noi paghiamo il fallimento politico, di sicurezza, militare e dello stato per il tuo disastro del 7 ottobre», inveisce la donna al centro che parla, si suppone a nome anche delle altre due, nel filmato diffuso da Hamas. La donna, di cui non si conoscono al momento le generalità, è furente per l’abbandono da parte del governo, sia il giorno della strage che dopo. «Non c’era l’esercito, non c’era nessuno e nessuno ci ha protetto il 7 ottobre, non c’è l’esercito e noi cittadini che paghiamo le tasse ci troviamo prigionieri in condizioni impossibili». Non è dato sapere quanta della rabbia che cova l’ostaggio sia genuina, e quanta “suggerita”, con le buone o con le cattive, dai suoi carcerieri da oltre tre settimane. Ma è certo che il tono del discorso, pronunciato in ebraico, è durissimo. «Ieri c’è stata una conferenza stampa e doveva esserci un cessate il fuoco. Ma non è stato così, noi siamo ancora qui sotto le bombe», afferma la donna, mentre le altre due al suo fianco annuiscono in silenzio. E ancora, rivolta sempre a Netanyahu: «Tu ci uccidi, tu vuoi ucciderci tutti, non ci hai abbastanza massacrato? Non sono morti abbastanza cittadini israeliani? Liberaci adesso, libera i loro cittadini, libera i loro detenuti!», esclama la sequestrata, riecheggiando l’esplicita richiesta fatta nei giorni scorsi da Hamas per liberare gli ostaggi, condivisa per tragico paradosso dalle famiglie israeliane degli ostaggi. «Liberaci tutti, facci tornare dalle nostre famiglie adesso, adesso, adesso!», conclude urlando la donna. (da Open online)

Naturalmente Netanyahu si è precipitato a considerare psicologicamente inattendibile il disperato appello delle tre donne-ostaggio nelle mani di Hamas. Torna la triste diatriba scatenatasi ai tempi della prigionia di Aldo Moro: non era lui che scriveva le lettere dal carcere o, come ho sempre pensato, era lui con la lucidità indotta dalla disperazione.

Qualcuno tirerà in ballo la “sindrome di Stoccolma”, vale a dire il particolare stato psicologico che può interessare le vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto, i quali, in maniera apparentemente paradossale, cominciano a nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino che possono andare dalla solidarietà all’innamoramento.

Mi sento invece di tirare in ballo la persuasione che, di fronte alla morte, cambino i criteri di giudizio o meglio saltino i pregiudizi e la verità compaia nel suo scomodo e rivoluzionario aspetto. Quando non c’è più nulla da perdere, quando i freni inibitori vengono meno, cadono le barriere dagli occhi e si vede quanto prima era nascosto dagli schemi e dalle convenzioni di ogni e qualsiasi tipo.

Cosa gridano le tre donne? Il fallimento politico, militare e di sicurezza dello Stato di Israele viene sbattuto in faccia al premier israeliano così come la sua totale incapacità di aprire una qualsiasi fase di alleggerimento della tensione. Come ha recentemente sostenuto Massimo Cacciari si è aperta una guerra senza senso da entrambe le parti: l’unico sbocco per gli uni e per gli altri è la distruzione dei palestinesi per poi aprire una fase interminabile di conflitto gradualmente estendibile a tutto il mondo.

“C’è un principio della filosofia politica, che dice che le guerre vanno condotte sulla base di una rectia intentio, cioè anche durante la guerra i belligeranti devono avere l’intenzione di giungere ad un patto, se manca questa intenzione la guerra diventa una guerra assoluta. Se gli Stati Uniti d’America hanno l’intenzione e la forza di condurre i contendenti verso un’intesa, ce la possiamo fare, se gli manca, correrà un oceano di sangue”, così commenta, a “otto e mezzo” su La 7, l’impasse israelo-palestinese l’autorevole filosofo, prestato fin troppo alla politica.

Cacciari ci arriva col ragionamento, gli ostaggi ci arrivano con la disperazione. Hamas ci rinuncia in partenza per delirio terroristico, Israele, meglio sarebbe dire Netanyahu e chi direttamente o indirettamente l’ha sostenuto e lo sostiene, ci rinuncia per delirio di onnipotenza.

Le tre donne-ostaggio all’attacco, sulla scena di guerra, sono paradossalmente i soggetti più lucidi e ragionevoli: chiedono un gesto di buona volontà, la liberazione dei detenuti palestinesi e quella degli ostaggi israeliani, l’unico che può ricondurre non tanto alla pace, forse nemmeno ad un cessate il fuoco, ma alla ricerca di un minimo di rectia intentio, ammesso e non concesso che possa esserci corretta intenzione in una qualsiasi guerra.

La Chiesa delle tre ‘r’, riflessioni, rinvii, ritardi

Le Chiese locali sono incoraggiate, in particolare, ad allargare il loro servizio di ascolto, accompagnamento e cura alle donne che nei diversi contesti sociali risultano più emarginate. È urgente garantire che le donne possano partecipare ai processi decisionali e assumere ruoli di responsabilità nella pastorale e nel ministero. Il Santo Padre ha aumentato in modo significativo il numero di donne in posizioni di responsabilità nella Curia Romana. Lo stesso dovrebbe accadere agli altri livelli della vita della Chiesa. Occorre adattare il diritto canonico di conseguenza. Si prosegua la ricerca teologica e pastorale sull’accesso delle donne al diaconato, giovandosi dei risultati delle commissioni appositamente istituite dal Santo Padre e delle ricerche teologiche, storiche ed esegetiche già effettuate. Se possibile, i risultati dovrebbero essere presentati alla prossima Sessione dell’Assemblea.

Sono state espresse valutazioni diverse sul celibato dei presbiteri. Tutti ne apprezzano il valore carico di profezia e la testimonianza di conformazione a Cristo; alcuni chiedono se la sua convenienza teologica con il ministero presbiterale debba necessariamente tradursi nella Chiesa latina in un obbligo disciplinare, soprattutto dove i contesti ecclesiali e culturali lo rendono più difficile. Si tratta di un tema non nuovo, che richiede di essere ulteriormente ripreso.

Alcune questioni, come quelle relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale, al fine vita, alle situazioni matrimoniali difficili, alle problematiche etiche connesse all’intelligenza artificiale, risultano controverse non solo nella società, ma anche nella Chiesa, perché pongono domande nuove. Talora le categorie antropologiche che abbiamo elaborato non sono sufficienti a cogliere la complessità degli elementi che emergono dall’esperienza o dal sapere delle scienze e richiedono affinamento e ulteriore studio. È importante prendere il tempo necessario per questa riflessione e investirvi le energie migliori, senza cedere a giudizi semplificatori che feriscono le persone e il Corpo della Chiesa. Molte indicazioni sono già offerte dal magistero e attendono di essere tradotte in iniziative pastorali appropriate. Anche dove siano necessari ulteriori chiarimenti, il comportamento di Gesù, assimilato nella preghiera e nella conversione del cuore, ci indica la strada da seguire.

Ho estratto dalla Relazione di Sintesi della prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (4-29 ottobre 2023) alcuni passaggi sui temi caldi riguardanti il ruolo delle donne all’interno della Chiesa, il celibato dei presbiteri e i temi etici. Sono andato al sodo, trascurando colpevolmente, almeno per ora, una lettura completa del documento.

Mi sembra che si sia fatto qualche passo in avanti nel senso di cogliere i problemi nella loro attualità e significatività senza paura di guardare in faccia la realtà. Prevale comunque il garbato ma comodo rinvio per le soluzioni da adottare.

E il coraggio?  “Certo il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” … scriveva Alessandro Manzoni nel capitolo XXV de” I Promessi Sposi”. La Chiesa dovrebbe avere al riguardo una marcia in più: lo Spirito Santo, che purtroppo, quando arriva, trova sempre le frittate fatte.

I tempi della Chiesa sono lunghi, troppo lunghi anche perché gli infiniti approfondimenti delle tematiche si fanno sulla pelle di chi le soffre. Ho l’impressione che il Concilio Vaticano secondo, tutto sommato, fosse molto più avanti dei sinodi successivi.

Il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo appello prima della morte, dice: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri: le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

Insisto col cardinal Martini, che nella intervista-testamento spirituale ribadisce: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Tre strumenti contro la stanchezza della Chiesa:

  • Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento.
  • Il secondo è la Parola di Dio: è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti. Né il clero né il diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo.
  • Il terzo strumento sono i Sacramenti. Non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita… Io penso a tutti i divorziati, alle coppie risposate, alle famiglie allargate… hanno bisogno di una protezione speciale.

Una donna abbandonata dal marito trova un compagno che si occupa di lei e dei tre figli. Il secondo amore riesce. Questa famiglia non deve essere discriminata. L’amore è grazia, l’amore è dono. La domanda se i divorziati possono fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili».

Torno al mio ben più modesto parere. Sinceramente non vedo ostacoli teologici e dottrinali che possano ostacolare soluzioni serie per i problemi suddetti. Cosa c’è di evangelico nell’insistenza sul celibato sacerdotale, sulla chiusura al presbiterato delle donne, al matrimonio fra divorziati, alle unioni omosessuali, all’ascolto del grido di dolore emergente dai disperati che desiderano finire la loro vita?

Anche facendo tutti gli sforzi necessari per capire le ragioni degli altri, non riesco a capacitarmi delle titubanze e dei tentennamenti. Non è bello, ma credo che, nella peggiore delle ipotesi, ciò che è nelle facoltà decisionali delle coscienze individuali possa essere tranquillamente adottato. Nella mia vita ho fatto così e non penso per questo di essermi guadagnato l’inferno. Per ciò che invece è legato necessariamente alle regole ecclesiali non rimane che aspettare: che non ci siano più preti, che la trasgressione sessuale stravolga la vita della Chiesa, che le donne occupino il Vaticano, che la Chiesa resti indietro come al solito, non so di quanti anni.