Nato, avanti marsc’!

Jens Stoltenberg ha invitato gli alleati della Nato che forniscono armi all’Ucraina a porre fine al divieto di usarle per colpire obiettivi militari in Russia. Lo riporta il settimanale The Economist, che ha intervistato il Segretario generale dell’Alleanza. Il chiaro obiettivo di Stoltenberg, anche se mai nominato, è la politica del presidente statunitense Joe Biden – scrive l’Economist – di controllare ciò che l’Ucraina può e non può attaccare con i sistemi forniti dagli americani. (Ansa.it)

L’Ucraina sta perdendo la guerra in nome proprio ma per conto della Nato: non potrebbe essere diversamente. Non sono un esperto di guerre: mi inorridisce soltanto il parlarne. Tuttavia quelli che la sanno lunga sostengono che ci sia un gap tra i due Paesi in fatto di uomini da combattimento e allora ecco spuntare l’insano uovo di Macron che ipotizza l’invio di truppe Nato per combattere a fianco degli ucraini.

C’è però un’altra lapalissiana verità: la guerra non si può fare solo giocando in difesa anche perché la miglior difesa è l’attacco. Ed ecco allora che la Nato con il suo Segretario generale chiede, autorevolmente anche se sgarbatamente, di eliminare i limiti di utilizzo delle armi fornite a Kiev, consentendone l’utilizzo contro obiettivi militari in Russia (la prossima fase, non dichiarata per non cadere nelle grinfie della Corte penale internazionale, non potrà che essere quella di colpire anche obiettivi civili).

I nostri governanti hanno penosamente reagito con strumentale ed elettorale stizza negando l’evidenza delle obbligate prospettive: mai un militare italiano e mai il placet per missili verso il territorio russo. Della serie armiamoci e partite!

Cerchiamo di essere seri. Le possibilità erano tre. O si prevenivano diplomaticamente le cause che hanno portato all’invasione dell’Ucraina (lo spazio per le trattative c’era eccome, lo ammetteva persino Harry Kissinger, non certo un uomo di pace); oppure di fronte all’invasione occorreva un’azione diplomatica fortissima da parte dell’Onu, sostenuta fattivamente dall’Occidente (Usa, Nato, Europa con il possibile coinvolgimento della Cina) e accettata convintamente da Zelensky, che partisse dalla regolazione dei territori a vocazione plurima, lasciando perdere le inutili e controproducenti sanzioni ma operando sul pur delicato terreno delle concessioni; oppure una guerra fintamente difensiva ma sostanzialmente offensiva, portata avanti tra i due blocchi, quello russo e quello occidentale con tutti i tira e molla del caso, con le migliaia di morti sul campo e con le macerie a ingombrare il campo.

Siamo dentro fino al collo nella terza opzione con tutte le conseguenze del caso, ad un palmo dalla guerra mondiale nucleare. D’altra parte chi è che in occidente fa la voce grossa? La Nato, la Francia e la Gran Bretagna, le tre entità dotate di testate nucleari. L’Italia fa la parte del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro: Giorgia Meloni dà i bacini a Biden, Matteo Salvini grida i suoi velleitari “mai”, Antonio Tajani fa il pesce in barile assieme a Guido Crosetto. La “donabbondiesca” opposizione il coraggio non ce l’ha e mica se lo può dare… Non parliamo nemmeno di Ue, perché ne dovremmo dire di grosse sul passato (a mosca cieca verso la Russia), sul presente (a nascondino verso la Nato) e sul futuro (alla sperindio senza l’aiuto di Dio).

Un copione bellicista pieno zeppo di contraddizioni! La strada segnata è piuttosto cinicamente chiara: mettere in difficoltà Putin, logorandolo con il logorio ucraino, per costringerlo, magari con l’aiuto della Cina (la convitata di pietra), a sedersi ad un tavolo di trattativa offrendogli molto di più di quanto si sarebbe fatto nelle due ipotesi diplomatiche di cui sopra.

L’Ue ospiterà le macerie ucraine, la Nato potrà dire di avere vinto, Putin potrà dire di non avere perso, la Cina potrà dire di essere la più furba, l’Onu proseguirà la sua inazione. E l’Italia? Da lè a niént da sén’na…

 

 


Urge un divano (di qualità) a Palazzo Chigi

La recente spacconata di Giorgia Meloni merita un supplemento di commento.  “Nessuno mi chieda di scaldare la sedia o di stare qui a sopravvivere, non sarei la persona giusta per ricoprire questo incarico”.

Mi sovviene l’aneddoto relativo alle disavventure professionali di un funzionario pubblico, che si dava da fare (non era un assenteista, tutt’altro), ma finiva col combinare disastri, al punto tale che il suo capo, dopo avere registrato lamentele e proteste degli utenti, fu costretto a chiamarlo a rapporto. Gli disse perentoriamente: «Lei non faccia niente, legga il giornale, guardi fuori della finestra, quando proprio non sa come fare a passare il tempo, dorma! Le farò mettere un comodo divano letto nella sua stanza…».

Mi sembra si stia scivolando verso questa paradossale china. Abbiamo un presidente del Consiglio talmente attivo da augurarsi che non faccia niente, altrimenti sono guai seri.

La premier Giorgia Meloni è tornata sui social con una nuova puntata della rubrica «Gli appunti di Giorgia», dopo un lungo periodo di assenza. La diretta social della leader di Fratelli d’Italia si apre con un primo attacco alle polemiche sulle presunte pressioni del governo sulla Rai. Così la premier ironizza sul nome della rubrica «che ho deciso di ribattezzare “Telemeloni”, perché l’unica “Telemeloni” è questa». (da Open giornale online)

In questa agenda del “faso tutto mi” sarebbe più che opportuno inserire la pubblicità di Poltronesofà (quella con tanto di passerella di vip osannanti alla qualità dei divani in costante vendita promozionale). Meloni potrebbe avere così la consacrazione di donna politica prestata allo spettacolo e di premier che si riposa a Palazzo Chigi su divani di qualità. Tutti tireremmo un sospiro di sollievo: meglio sprofondata in un divano di qualità che impegnata in lavori scadenti.

Si fa un gran parlare di populismo, di sovranismo, di democratura e di capocrazia: noi italiani stiamo già provando tutto, non abbiamo più carte da giocare. Gli elettori dormono, la politica non conta nulla, la premier non vuole essere disturbata.

In una famosa intervista uscita su un quotidiano il 26 marzo del 2001, Indro Montanelli, il più famoso dei giornalisti così rispondeva: “Guardi: io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino”.

Pensavamo di essere super vaccinati ed immunizzati rispetto al berlusconismo, invece ecco rispuntare il virus con la variante Meloni, che preoccupa perché è più trasmissibile e sfugge ai vaccini: gli italiani sono ammalati o rischiano di ammalarsi, ma non se ne accorgono e ascoltano ogni giorno presunti liberali tuttofare che operano da estremisti del “lasciatemi fare”.

Ci sarebbero tante cose urgenti di cui occuparsi al governo, invece per chi sta a palazzo Chigi è meglio (s)parlare di Costituzione. La Carta, che dovesse mai uscire dal massacro costituzionale iniziato in Parlamento e dalla mancata Resistenza al melonismo, avrebbe la seguente premessa: “Chi ci separerà dall’amore di Giorgia? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colei che ci governa. Dobbiamo stare sicuri che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Giorgia” (irriverente ma eloquente parafrasi di un passo della lettera di san Paolo apostolo ai Romani).

 

 

 

 

 

Se la va, la spacca

Le riforme istituzionali come un esame su Palazzo Chigi. É già successo con Matteo Renzi. A lui andò male: dopo la sconfitta al referendum lasciò la guida del governo. Il precedente non preoccupa la presidente del consiglio Giorgia Meloni che, dal palco del Festival dell’Economia a Trento, ha usato toni definitivi sul premierato: “E’ una riforma necessaria in Italia – ha detto – o la va o la spacca: ma nessuno mi chieda di scaldare la sedia o di stare qui a sopravvivere, non sarei la persona giusta per ricoprire questo incarico”. (ANSA.it)

L’assemblea della Cei si è confrontata sul premierato e “qualche vescovo ha espresso preoccupazione. Quando si toccano gli equilibri istituzionali” è necessaria “molta attenzione”. Lo ha detto il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, in una conferenza stampa. “A mio parere occorre molto spirito della Costituzione: non è un problema di lettera ma di capacità di pensare qualcosa che non sia contingente e che non sia di parte”, “questo è indispensabile”, “mi sembra che la discussione sia aperta”, ha aggiunto. (ANSA.it)

Ho messo a confronto i due approcci al problema della riforma costituzionale del premierato non per gusto clericale né per retrogusto fascistoide, ma semplicemente per ragionare.

Cambiare la Costituzione (e che Costituzione) non è come giocare alla roulette, ma una questione di enorme portata che andrebbe affrontata con molta prudenza e saggezza.

Quando si cambia una cosa occorre pregiudizialmente sapere e capire da dove viene, chi l’ha fatta, su quali basi è stata concepita, quali erano gli scopi prefissati e quali gli effetti ottenuti. Bisogna ricordarsi innanzitutto che La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza e dall’antifascismo e che è il risultato di un compromesso ideale ai livelli più alti tra le forze politiche impegnate nella ricostruzione del Paese sui valori maturati durante la Resistenza stessa.

Come fa a ritrovare lo spirito e la spinta costituzionali chi non si considera antifascista e di conseguenza non condivide gli ideali della Resistenza? Mistero della politica italiana! In effetti le proposte sul tappeto, premierato e autonomia differenziata, sono l’esatto contrario di quanto prevede la Costituzione, vale a dire democrazia rappresentativa, assetto regionale coordinato con la finanza dello Stato, rispetto dei principi di uguaglianza e pari dignità sociale di tutti i cittadini nonché il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Può darsi benissimo che la Costituzione abbia bisogno di una “rinfrescata” in modo da renderla ancor più adeguata ai tempi e capace di raggiungere gli scopi a cui tende, ma certamente non può essere stravolta in modo populistico e sconvolta negli assetti istituzionali.

Quanto al metodo occorrerebbe ritrovare e ricreare il clima post-bellico della Costituente: non ne vedo sinceramente la possibilità considerato anche l’infimo livello etico-cultural-politico della classe dirigente degli attuali partiti che puntano lancia in resta a cambiare purchessia la Costituzione a scopi di parte se non addirittura personali.

Credo che la premier, con il suo ridicolo ma inquietante “o la va o la spacca”, stia bluffando o millantando un credito e un consenso popolare che non ha: non dimentichiamo infatti che governa con una maggioranza che è minoranza del popolo italiano. Certe svolte antidemocratiche partono però da posizioni minoritarie e possono diventare strada facendo paradossalmente coinvolgenti: la strada maestra della democrazia è infatti difficile, mentre la scorciatoia dell’antidemocrazia può sembrare illusoriamente facile e comoda.

C’è da chiedersi perché Giorgia Meloni stia spingendo così tanto la macchina governativa col pericolo tutt’altro che peregrino di andare a sbattere. Avrà sicuramente le sue motivazioni squisitamente politiche, riconducibili a cogliere l’acqua intanto che corre e prima che gli italiani si sveglino: una tattica di puro consolidamento del proprio potere alla faccia degli interessi del Paese.

Se mai dovesse riuscirle la manovra, sarebbe estremamente difficile un domani tornare indietro e dovremmo continuare a mangiare la minestra senza nemmeno la possibilità di saltare dalla finestra.

Tutto sommato “o la va o la spacca” può valere scriteriatamente per lei, ma vale purtroppo anche per il Paese tutto: sarà bene tenerlo presente intanto che si è ancora in tempo.

 

Pregar non nuoce

L’Imam Brahim Baya ha tenuto un momento di preghiera, venerdì scorso, all’interno di Palazzo Nuovo, una delle sedi occupate nell’Università di Torino dai collettivi pro Palestina. Invitato dagli studenti musulmani in accordo con gli occupanti, la sua presenza sta suscitando non poche polemiche. A chiedere che Baya oltre che da Imam facesse da ‘Khatib’, ovvero l’oratore che rivolge una breve discorso prima dell’orazione, sono stati gli studenti stessi. Il discorso si è aperto con un ringraziamento a loro che stanno portando avanti la protesta per la popolazione di Gaza. L’imam ha parlato della resistenza del popolo palestinese e sono state ricordate le parole del profeta Muhammad, in cui si afferma di non accettare mai l’ingiustizia e il male, rifiutandolo sempre con il cuore, la parola e con le mani. Per Baya il popolo palestinese «ha resistito di fronte a questa furia omicida, questa furia genocida, uscita dalle peggiori barbarie della storia che non tiene in considerazione nessuna umanità, nessun diritto umano».

Stefano Geuna, rettore dell’Ateneo, ha condannato fermamente l’operazione rimarcando «il carattere di laicità dell’istituzione universitaria torinese». Sul caso è intervenuta anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che ha contattato telefonicamente il rettore. Geuna ha precisato che «il fatto è avvenuto in una situazione di occupazione da parte degli studenti, i quali impediscono da giorni l’accesso a docenti e personale universitario». Insomma piena responsabilità degli occupanti. Alle critiche ha risposto il diretto interessato. «Sembra che alcuni professori (chi? quanti?) abbiamo scritto alla ministra Bernini per lamentarsi della preghiera del venerdì celebrata dagli studenti musulmani che, insieme agli altri, occupano Palazzo Vecchio – ha scritto Brahim Baya su Facebook -. Non aggiungo altro». A Roma, nel mentre, dopo l’Assemblea dei rettori è stato ribadito l’impegno a proseguire la collaborazione scientifica con le università straniere di ogni Paese ma è stato anche precisato che «il massacro di civili a Gaza ha superato ogni limite accettabile». I rettori hanno preso atto della lettera, firmata da docenti e studenti, in cui si chiede il cessate il fuoco sulla Striscia. Alcuni collettivi studenteschi, esclusi dalla delegazione a cui la segreteria della Crui ha permesso di consegnare la lettera, si sono accampati a pochi passi da Piazza Rondanini. (da Open – giornale online)

Una mia amica, che ha la bontà di leggere i commenti e le riflessioni personali postate sul mio sito, mi definisce bonariamente un bastian contrario: ammetto che la mia verve critica possa dare questa impressione. Forse è tale e tanta l’aria di omologazione ed assuefazione al potere dominante, che si respira, da indurmi ad esagerare provocatoriamente nei toni più che nei contenuti.

Assolto l’obbligo di questa excusatio non petita, che mi serve a mettere le mani avanti in ordine a quanto di seguito scriverò, mi tuffo in un fatto che, in netta controtendenza, non mi ha per niente scandalizzato e irritato. Mi ha infastidito invece il perbenismo delle reazioni scatenate dalla preghiera musulmana all’Università di Torino occupata per esprimere solidarietà al popolo palestinese. Sono stati accampati principi come la laicità e la democrazia a copertura della subdola e faziosa posizione filo-israeliana, che non si scompone nemmeno di fronte alla carneficina perpetrata sui bambini palestinesi.

Innanzitutto ben venga la preghiera in qualsiasi luogo, a qualsiasi dio venga indirizzata purché motivata da intenti pacifici ed espressa con toni non violenti.

I rapporti tra israeliani e palestinesi risentono molto degli aspetti religiosi, che in realtà di religioso hanno ben poco; l’intransigenza della politica israeliana è condizionata dall’invadente potere religioso e dalle sue caste; il discorso vale anche per l’islam.

Sarebbe necessario sgombrare il campo dagli equivoci di cui è impastato il rapporto con l’Islam: ammetto che invece permangono le perplessità verso la teoria e la prassi di questo movimento. Si va dalle disposizioni coraniche che, come minimo, si prestano a notevoli storture interpretative ed applicative ai comportamenti di certi imam che si tolgono le scarpe per pregare, ma che culturalmente e tatticamente tengono i piedi in due paia di scarpe (l’Islam non violento e quello terrorista).

Non so fino a che punto la preghiera dell’Imam Brahim Baya avesse piena e totale autonomia rispetto al terrorismo di Hamas. Non per questo, facendo un processo alle intenzioni, si può squalificare aprioristicamente un piccolo ma significativo evento religioso. D’altra parte quando recito il “Padre nostro” assieme a cattolici, che magari non conosco, non sto a sottilizzare se siano veramente e sinceramente disposti a rimettere i debiti ai loro debitori. Sarà Dio a scrutare nelle coscienze e a cavare da esse tutto il bene possibile.

Se è vero che la religione diventa pericolosissima quando è strumentalmente legata al potere politico (vale per tutte le religioni e per tutte le epoche storiche), è altrettanto vero che può diventare una provocatoria e positiva spinta a rifiutare gli equilibri bellici di potere. Quindi, pur con qualche perplessità, mi sento di apprezzare l’iniziativa degli studenti dell’università di Torino. Meglio essere positivamente ingenui che negativamente prevenuti.

Le proteste studentesche, pur con tutte le inevitabili contraddizioni che portano con sé, hanno un senso e un peso da valutare seriamente. Gli studenti dovrebbero starsene buoni e zitti di fronte ai crimini di guerra per compiacere una vomitevole difesa dello status quo? Avrà pure un significato il fatto che in tutto il mondo gli universitari stiano protestando contro una guerra pazzesca che va al di là di ogni e qualsiasi regola.

Biden balbetta, Bernini telefona, Von der Leyen sorride, Meloni fa la trottola internazionale e i bambini palestinesi muoiono. Se è vero che i giovani dovrebbero protestare in ugual misura contro tutte le guerre (vedi invasione dell’Ucraina), è altrettanto vero che i governanti occidentali dovrebbero aiutare allo stesso modo (possibilmente senza armi) ucraini e palestinesi contro la Russia e contro Israele. Invece…

“Il massacro di civili a Gaza ha superato ogni limite accettabile”, ammesso che possano esistere limiti accettabili per il massacro di persone umane (militari o civili che siano). In molti lo affermano, anche i rettori delle università. Forse lo stanno facendo anche perché sentono sul collo il fiato delle proteste studentesche. Ben vengano queste occupazioni: so benissimo che hanno in sé qualcosa di trasgressivo, ma a volte serve trasgredire l’ordine costituito quando diventa disordine impartito.

Torno al discorso della preghiera: credo che contenga comunque in sé un valore inestimabile che va oltre eventuali contraddizioni. Dio, se ci crediamo, è capace di ripulire la preghiera dalle nostre incrostazioni mondane. Lasciamo che sia Lui a pulire le nostre preghiere; noi proviamo a gridare, magari sbracatamente e istintivamente contro l’ingiustizia e il male.

Il mio indimenticabile parroco don Sergio Sacchi prestava la sala parrocchiale agli islamici per le loro preghiere comunitarie che si tenevano in contemporanea con le messe celebrate in chiesa: alcuni lamentavano questa sovrapposizione di suoni e questo apparente disordine. Era invece un bellissimo contributo al dialogo interreligioso e al rafforzamento del rapporto degli uomini, di tutte le fedi, con Dio.

“In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».  

Vale a maggior ragione per scacciare i demòni della guerra, dell’ingiustizia e della barbarie. Il rettore Geuna e la ministra Bernini se ne faranno una ragione, come tutti i benpensanti che si scandalizzano se gli studenti gridano e se gli imam pregano all’università, mentre se ne fregano altamente di chi muore.

 

 

 

La cucina politica induce all’anoressia

In questi giorni ho letto ed ascoltato autorevoli pareri sulle motivazioni dell’astensionismo elettorale che, nel nostro Paese, sta assumendo dimensioni crescenti ed allarmanti.

Due sono le cause a cui viene ascritto il fenomeno: l’impressione del cittadino-elettore di esprimere un voto che non incida sugli equilibri e sugli indirizzi politici; la mancanza nei partiti di precise e stimolanti identità tali da garantire un consenso da parte del potenziale elettore. Il discorso si può sintetizzare nel “non vale la pena di votare”.

Riconosco qualche verità in queste frettolose analisi anche se ne vedo la rischiosa utilizzazione a livello, tanto per essere sincero e lapidario, di istituzione del “premierato” e di opportunità del duello televisivo Melloni/Schlein. Stiamo ben attenti quindi a non mettere pezze nuove su un vestito vecchio, occorrerebbe provare a cambiare abito.

Ed è in questo senso che snobbo le motivazioni provenienti da una certa pericolosa avanguardia culturale per abbassarmi ai “banali” presupposti dello zoccolo duro dell’astensionismo, riconducibili alla mancanza di fiducia nella politica, vale a dire all’assenza di onestà, capacità, coerenza e concretezza della classe politica.

Il discorso si fa molto impegnativo e drammatico per le sorti della democrazia, che non può essere salvata con la minestra del premierato piena di sapori equivoci, né con la panna montata del personalismo a tutti i costi e del bipartitismo cucinato dall’alto, ricette sociologicamente plausibili, ma democraticamente devastanti.

Le imminenti elezioni europee stanno enfatizzando l’inadeguatezza della politica e di conseguenza incoraggiando l’astensionismo. L’Europa infatti c’entra come i cavoli a merenda, le candidature appaiono molto opportunistiche e poco mirate, le proposte in merito alla futura governance europea sono sbiadite, confuse e insignificanti.

Io stesso confesso di essere molto incerto. L’unico voto plausibile sarebbe per me quello alla lista “Pace Terra Dignità” per i valori e gli ideali che propone non in chiave meramente identitaria ma in senso profondamente etico-politico. La candidatura di Raniero La Valle, personaggio anziano ma di grande levatura, mi scalda il cuore ed è tale da promettermi una “scalfittura” nella corazza continuista della politica europea. Però mi spaventa lo sbarramento al 4% che rischia di rendere inutile il voto. Tutto sommato meglio un voto inutile del non voto, anche perché l’inutilità è relativa mentre il non voto è assoluto. Ci rifletterò.

Ritorno al discorso dell’astensionismo per sottolineare come le continue sporche vicende emergenti lascino effettivamente poco spazio alla pur buona volontà dell’elettore. Ci vuole coraggio a votare, è molto più comodo astenersi. Forse bisogna sforzarsi di trovare quel poco di saporito che esiste nelle minestre che passa il convento. Mettiamola sul piano terapeutico: la nausea e il vomito a volte si combattono mangiando. Cibi sani, leggeri e freschi, lontani dal premierato pasticciato, dalle pietanze riscaldate, da quelle surgelate e da quelle riciclate.

 

 

Lo scooppone e lo scooppino

Quanta differenza tra l’assordante trionfalismo per il ritorno in Italia di Chicco Forti e l’imbarazzato silenzio diplomatico per il caso di Ilaria Salis! Due casi giudiziariamente diversi, che tuttavia dimostrano il doppiopesismo politico-propagandistico del governo Meloni.

In entrambe le vicende emerge il delicato rapporto tra politica e giustizia nonché l’applicazione della giustizia in Stati esteri con cui abbiamo rapporti consolidati nel tempo (Usa) e improvvisati nel populismo e sovranismo (Ungheria).

La diplomazia è purtroppo il dito dietro cui si tentano scoop elettorali: uno “scooppone” nel caso Forti, uno “scooppino” nel caso Salis. Sono contento in entrambi i casi per i diretti interessati, che ottengono risultati molto apprezzabili nel caso di Chicco Forti, molto interlocutori nel caso di Iaria Salis.

Stupisce tuttavia il patriottismo a corrente alternata di Giorgia Meloni: esibito andando all’aeroporto con telecamere al seguito per chi rientra dagli Stati Uniti e nascosto guardando in lontananza chi resta in Ungheria. A prescindere dalla veridicità dei reati contestati, baci e abbracci per chi sta scontando una condanna all’ergastolo per omicidio e silenzio per chi va agli arresti domiciliari (dopo l’onta delle catene) in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato dei nazifascisti.

Per fortuna a rimettere a posto le cose (come spesso accade) c’ha pensato il Presidente della Repubblica, che se ne è rimasto zitto (almeno così mi è parso!) in un assordante silenzio sul caso Forti (avrebbero dovuto starsene zitti anche i presidenti di Camera e Senato, ma tant’è…), mentre è intervenuto tempestivamente sul caso Salis.

Non so se la condanna di Forti sia o meno inficiata da errori giudiziari, non so se il procedimento avviato contro Salis abbia un minimo di consistenza giudiziaria. Sento comunque puzza di strumentalizzazioni politico-propagandistiche da parte del governo italiano. Ad entrambi gli imputati auguro di ottenere piena giustizia. Al governo italiano chiedo di essere più serio e assai meno futile nei rapporti internazionali e meno fazioso nel giudizio sui comportamenti dei singoli cittadini italiani all’estero (e anche in Italia).

 

La discarica africana dei migranti per conto dell’Europa

Prelevati per strada in pieno giorno, scaraventati in un furgone e poi a bordo di autobus nella notte portati in mezzo al deserto e lì abbandonati. Con i soldi e i mezzi forniti dall’Ue e dai suoi Stati membri (Italia inclusa), consapevole di queste pratiche barbare da parte delle autorità di Tunisia, Marocco e Mauritania. È un’accusa durissima quella lanciata da un’inchiesta condotta da un consorzio cui hanno partecipato il sito di indagini giornalistiche Lighthouse Report insieme a grandi testate internazionali (tra cui il Washington Post, Der Spiegel, Le Monde, El Pais, il canale pubblico tv tedesco Ard). Il titolo la dice tutta: «Desert Dumps», «scaricamenti nel deserto». Un’indagine condotta anche sul campo e intervistando una cinquantina di sopravvissuti.

(…)

A questo punto si rafforzano i pesanti interrogativi sulla cooperazione dell’Ue con questi tre Paesi nordafricani nel tentativo di fermare i flussi verso l’Europa. Basti ricordare che l’EU Trust Fund finanzia per un totale di circa 400 milioni di euro i tre Paesi in questione per la gestione della migrazione. Il che vuol dire infrastrutture detentive, controllo delle frontiere, veicoli, addestramento delle guardie di frontiera e costiere. «Sappiamo – dice una portavoce della Commissione – che la situazione costituisce una sfida per alcuni Paesi partner dell’Ue e restiamo impegnati alla collaborazione». Tuttavia, «il rispetto per i migranti è fondamentale, l’Ue si aspetta che i partner rispettino questi diritti, compreso il principio di non respingimento». Quello che fa l’Ue è piuttosto finanziare i rimpatri volontari con l’ausilio di Oim e Acnur verso i Paesi di origine.

Su una cosa, però, la Commissione non risponde: è o no al corrente delle “deportazioni”? L’inchiesta cita vari documenti. Uno è di Frontex (l’agenzia delle frontiere esterne Ue) del 2 febbraio 2024, in cui si cita un rapporto Onu sulla discriminazione, la violenza eccessiva, la deportazione forzata nel deserto di migranti irregolari da parte del Marocco. Anche un documento della Commissione del 19 dicembre 2019 parla di una «campagna di repressione lanciata nel 2019 contro migliaia di migranti» in Marocco. E pure il rapporto di una delegazione europarlamentare dopo una visita in Mauritania del dicembre 2023 conferma le deportazioni. Accusa molto grave nei confronti della Spagna: le autorità mauritane e funzionari spagnoli concorderebbero le liste dei migranti da deportare. La Commissione Europea dovrà trovare risposte più convincenti. (dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Non ci voleva molta fantasia per immaginarlo, ma i dubbi stanno diventando atroci. Questa sarebbe la Ue per la quale andiamo a votare il prossimo giugno? Cosa rispondono i nostri attuali parlamentari europei? Cosa ci stanno a fare a Strasburgo? Cosa ne dice Paolo Gentiloni, componente italiano della Commissione europea? Cosa ne dice Ursula von der Leyen al di sotto del suo smagliante sorriso? Cosa ne dicono gli Stati membri della Ue? Cosa ne dice il governo italiano che si riempie la bocca di sinergie con i Paesi africani? È questa la nuova versione della politica di Enrico Mattei che si scaravolterà nella tomba?  È questa la gestione intelligente del fenomeno migratorio? É questo l’esempio di rispetto dei diritti umani che l’Europa dà al mondo?

Mi auguro che siano soltanto gravissimi ed inconcepibili incidenti di percorso, ma temo ci sia sotto un andazzo raccapricciante. Probabilmente partirà uno schifoso gioco allo scaricabarile fra Ue e Stati membri, che renderà ancora più inaccettabile il sistema istituzionale e politico europeo. Altro che rimpallo nell’accoglienza, qui c’è accordo per il più barbaro dei respingimenti.

Credo che papa Francesco abbia fiutato da tempo l’aria che tira ai massimi livelli verso i migranti. Mi appello a lui. Ricordo quando si rifiutò di partecipare diverso tempo fa ad un convegno. Basti al riguardo riandare ad un commento che riporto di seguito. «Se c’è Minniti, allora non vado io». Dopo tre mesi si scopre il motivo per cui papa Francesco, oltre alla «gonalgia acuta» al ginocchio che già lo tormentava, ha deciso di non partecipare all’incontro finale fra vescovi e sindaci del Mediterraneo, che si è svolto a Firenze domenica 27 febbraio: la presenza dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, definito da Bergoglio senza mezzi termini «criminale di guerra» – visto il suo attuale impegno come presidente della Fondazione “Med-Or”, creatura di Leonardo spa, la principale azienda armiera italiana – nonché “padre” degli accordi fra Italia e Libia che consentono di respingere i migranti nei «campi di concentramento» allestiti nel Paese nordafricano (il Manifesto).

Chiedo anche a Sergio Mattarella di alzare la voce, altrimenti i suoi pur apprezzabili appelli al voto europeo diventano una altolocata burla.

Alla luce di questi fatti si comprendono i silenzi europei sulle guerre in corso. Volete che i servizi segreti russi e israeliani non conoscano per filo e per segno queste vicende? Sono convinto da sempre che Putin abbia nel cassetto enormi possibilità di ricatto verso l’Occidente e l’Europa. Stesso discorso vale per Netanyahu. Ecco perché si permettono di andare contro tutto il mondo. Perché il mondo è peggio di loro!

E io dovrei in giugno recarmi alle urne facendo un atto di fede verso l’Europa? Cosa farebbero i pionieri dell’Unione europea? Ricomincerebbero tutto da capo. E allora aspetto che qualcuno ricominci da capo. Poi si vedrà…

 

L’ambivalente teoria degli opposti bellicismi

Era ciò che il governo d’Israele temeva, dopo le indiscrezioni circolate nelle scorse settimane. Adesso il procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha chiesto alla Camera preliminare del tribunale de L’Aia di emettere mandati di arresto contro il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, con l’accusa di “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” commessi nella Striscia di Gaza dopo l’8 ottobre 2023. La medesima richiesta, che si riferisce, però anche a ciò accaduto il 7 ottobre con il massacro commesso da Hamas, ha raggiunto anche il capo del partito armato palestinese nella Striscia, Yahya Sinwar. Nello specifico, sono diversi i leader dell’organizzazione citati nella richiesta del procuratore Karim Khan. Oltre a Sinwar, nell’elenco risultano anche Mohammed Deif, capo delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, e Ismail Haniyeh, leader politico del partito. Anche per loro l’accusa è quella di “crimini di guerra e contro l’umanità” commessi in Israele e nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023. La richiesta ha provocato le proteste da parte dei vertici israeliani, di Hamas e anche degli Stati Uniti, con Joe Biden che l’ha definita “vergognosa”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Era ora che qualche istituzione chiamasse le cose e le persone col loro nome: i crimini di guerra sono evidentissimi da entrambe le parti, le responsabilità dei loro massimi dirigenti altrettanto chiare e inoppugnabili. Mentre l’Onu è purtroppo schiavo dei veti, la Corte Penale Internazionale dimostra, almeno nella sua procura, una sua autonomia di giudizio e di iniziativa.

Non ho idea del seguito che potrà avere una simile iniziativa sul piano giudiziario e su quello politico-diplomatico. Joe Biden, dopo avere ripetutamente invitato Israele a interrompere la sua azione bellica, ritiene vergognosa la richiesta della Corte in quanto metterebbe sullo stesso piano Israele ed Hamas, aggredito e aggressore. I metodi adottati a livello di offesa e di difesa sono sostanzialmente identici e tali da rendere impossibile e ingiusto distinguere. Se non si parte da questo presupposto non si arriverà da nessuna parte, o meglio si distruggerà un intero popolo, quello palestinese, per vendicare un bestiale attacco da parte di Hamas, che fino a prova contraria non può essere considerato il governo democraticamente rappresentativo dei palestinesi.

Gli Usa perdono il pelo ma non il vizio, la Ue non si sbilancia, l’Italia non si capisce fino a che punto stia con gli Stati Uniti e fino a che punto si senta parte integrante dell’Europa, ma tacere va bene comunque e non è mai sbagliato. L’argomento pace è volutamente escluso dal dibattito politico della campagna elettorale europea: troppo impegnativo e rischioso. La stessa cosa sta avvenendo negli Usa, laddove andare contro Israele potrebbe significare perdere montagne di voti: sembra tuttavia che i voti Joe Biden li stia perdendo comunque sul fronte giovanile e afro-americano.

Nelle motivazioni della richiesta, il procuratore Khan accusa il premier Netanyahu e il ministro Gallant di “aver causato lo sterminio, aver usato la fame come metodo di guerra, compresa la negazione di forniture di aiuti umanitari, aver deliberatamente preso di mira i civili durante il conflitto”. Khan ha poi aggiunto che “gli effetti dell’uso della fame come metodo di guerra, insieme ad altri attacchi e punizioni collettive contro la popolazione civile di Gaza sono acuti, visibili e ampiamente conosciuti. Comprendono malnutrizione, disidratazione, profonda sofferenza e un numero crescente di morti tra la popolazione palestinese, compresi neonati, altri bambini e donne”. (sempre da “Il Fatto Quotidiano”)

È vergognoso affermare queste verità? Fanno male agli equilibri bellico-affaristici! Morale della favola: Netanyahu è un criminale, sì ma solo un pochettino rispetto ad Hamas, e diciamoglielo piano in un orecchio, non si sa mai che si incazzi.

Le terribili atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre non possono giustificare in nessun modo la devastazione di Gaza e il massacro della popolazione che abita la Striscia. Dopo sette mesi di bombardamenti i morti sono 34.000, di cui il 60% donne e bambini, oltre ai milioni di sfollati che soffrono la fame attualmente stipati a Rafah. Che tutt’oggi ci sia una fetta non indifferente di opinione pubblica e informazione occidentale disposta a far rientrare queste atrocità nel diritto a difendersi di Israele dimostra come Gaza sia uno specchio nel quale scrutare i nostri doppi standard morali e il nostro etnocentrismo culturale. (sintesi di un articolo apparso su MicroMega a firma Roberto De Vogli e Alessandra Ferretti)

(…)

Nonostante tutte queste atrocità avvengano alla luce del sole, nei media Occidentali continuiamo però a vedere opinionisti e politici giustificare ampiamente i crimini israeliani con il famigerato “diritto di difesa” al quale non viene posto alcun limite o condizione, neanche per tutelare i bambini palestinesi. Il sottointeso su cui si basano queste posizioni è evidente: le vite dei bambini israeliani valgono di più rispetto a quelle dei bambini palestinesi. Per ogni bambino israeliano ucciso il 7 ottobre sono stati uccisi oltre 400 bambini palestinesi. Incredibilmente, nonostante questa clamorosa sproporzione, non solo politici e opinionisti ma anche il 20% della popolazione italiana continua a volere la prosecuzione della strage fino a una fantomatica sconfitta totale di Hamas. Il sostegno incondizionato della civiltà occidentale a Israele poggia su un assunto: questo massacro di civili palestinesi non ci sarebbe stato senza gli attacchi di Hamas. In realtà, da più di mezzo secolo, Israele conduce massacri indiscriminati di cittadini palestinesi. Anche prima del 7 ottobre 2023, il bilancio di vittime palestinesi causato dalle “incursioni punitive” dell’esercito israeliano è inaccettabile. Tra il 2008 e metà 2023, sono stati uccisi circa 6000 palestinesi. (ancora l’articolo di MicroMega)

 

Chi osa affermare queste verità e protestare di conseguenza (sta avvenendo nelle università di tutto il mondo) viene immediatamente squalificato, manganellato e silenziato con le solite richieste di par condicio fra criminali di guerra (perché non si protesta con la stessa veemenza contro i crimini dell’Iran contro le donne e gli oppositori del regime?). È un modo per buttare “in pandana” le proteste, continuando ad utilizzare in campo internazionale la teoria degli opposti estremismi che si giustificano e si annullano a vicenda. Questa teoria va benissimo per neutralizzare le proteste contro Israele e per giustificare le sue spropositate vendette, va malissimo se mette sul banco degli imputati anche Israele.

So di dirla grossa, ma Israele non può effettuare dei genocidi o sterminare altri popoli per difendere il proprio diritto all’esistenza. Fino a prova contraria l’esistenza messa veramente a rischio finisce per essere quella palestinese: nessuno la difende convintamente e concretamente, ragion per cui il terrorismo ed alcuni Paesi che pescano nel torbido (Russia, Cina, Iran etc.) finiscono per avere buon gioco.

Qualcuno mi dirà che la realtà è troppo complessa e che la guerra è inevitabile. La realtà è molto semplice: muoiono migliaia e migliaia di innocenti (ebrei e palestinesi) e nessuno fa niente per venire in loro soccorso. La guerra non è inevitabile, ma utile ai forti, per i quali è molto più semplice eliminare i deboli piuttosto che trattare con essi, anche perché sono brutti, sporchi e cattivi. A meno che i deboli non servano a fare da argine ai nemici di turno, nel qual caso meritano di essere armati fino ai denti e così illusi di vincere (vedi Ucraina).

Io sono un utopista che rischia di scantonare nel “cinismo pacifista”. Sempre meglio avere in coscienza il coraggio di denunciare certi comportamenti e chi li mette in pratica piuttosto che piegarsi al premuroso realismo bellico e guerrafondaio.

 

 

 

 

 

Una ministeriale bandiera clerico-fascista

Ecco la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità Lgbtiq+, firmata da 18 paesi dell’Ue e presentata lo scorso 7 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. Il documento, sponsorizzato dalla presidenza di turno belga, è stato sconfessato da 9 stati membri, tra cui l’Italia: unico paese dell’Europa occidentale a decidere di non apporre la propria firma in calce alla dichiarazione che impegna gli stati membri e la commissione europea, soprattutto in vista del rinnovo delle Istituzioni Ue, a mettere in atto azioni concrete per la salvaguardia dei diritti delle persone Lgbtiq+

Il governo italiano ha rifiutato di aderire alla dichiarazione perché – ha spiegato la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella – promuoverebbe la “negazione dell’identità maschile e femminile”. Parole rilanciate anche dai vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. É quello che nell’esecutivo chiamano “teoria del gender”, tesi controversa proveniente da ambienti conservatori e del tutto assente dal documento firmato dai 18 paesi Ue. Di “gender”, piuttosto, si parla in alcuni passaggi dedicati al rispetto dell’”identità di genere” di ogni persona. Niente che mini il concetto di famiglia, come sostenuto, tra gli altri, da Salvini.      

Il testo della dichiarazione rimanda ai principi di non discriminazione presenti all’interno dei trattati europei, i quali – si legge – “garantiscono a tutti il rispetto dei diritti umani indipendentemente dalle differenze basate su sesso, origine razziale o etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale”. Si fa riferimento ai passi in avanti compiuti negli ultimi anni, come l’approvazione da parte della commissione della Strategia per l’uguaglianza 2020-2025. Ma – si puntualizza – la parità dei diritti “è ancora lontana dall’essere raggiunta”. Per questo il documento lancia un appello affinché gli sforzi fatti negli ultimi anni vengano portati avanti, affinché rimangano “una priorità dell’agenda europea”, delle istituzioni comunitarie e dei singoli paesi membri e affinché questi ultimi sostengano la riedizione un commissario per l’Uguaglianza.

Undici punti che impegnano i firmatari a colmare le lacune esistenti all’interno delle normative nazionali. Gli Stati membri vengono esortati a offrire “protezione legale” alle persone Lgbtqi+, incluso il riconoscimento di uno “status legale per le coppie dello stesso sesso”.  Il documento chiede anche di contrastare le discriminazioni online, la disinformazione e la controversa pratica delle “terapie di conversione”, ancora legali in Italia. L’impegno è quello di arginare la crescita dei “movimenti anti-Lgbtq+”, sostenendo, al contrario, le organizzazioni impegnate nella promozione dei diritti. Il monito implicito, dunque, è quello di implementare la legislazione nazionale, fornendo più tutele legali ed evitando fenomeni di discriminazione.

Nel testo della dichiarazione non c’è alcun riferimento esplicito a singole misure che i paesi membri sono chiamati ad attuare. Si parla più in generale di aumentare le tutele legali, i diritti fondamentali e di implementare le misure contro l’odio e la discriminazione, sia online che offline. Tutti principi contenuti all’interno della Strategia per l’uguaglianza 2020-2025, a cui il documento fa più volte riferimento. Nessun passaggio, dunque, è dedicato in maniera specifica all’adozione o al riconoscimento dei figli nati dalle coppie dello stesso sesso. (Da HUFFPOST)  

 

C’è chi dice no. Alessandra Mussolini bacchetta Roccella contro il gender: “Basta con quest’ossessione per la sessualità”. L’europarlamentare di Forza Italia: “La scelta di non aderire al documento (pro-Lgbt+) non fa bene a un Paese civile come il nostro. Basta con quest’atteggiamento morboso nei confronti della sessualità, non se ne può più. La scelta di non aderire al documento pro-Lgbt+ non fa bene a un Paese civile come il nostro. La firma non sarebbe stato un atto di coraggio, ma semplicemente di giustizia”. Così, alla Stampa, l’europarlamentare di FI Alessandra Mussolini. “Si crea un’atmosfera di ostilità che può ferire forse non gli adulti – aggiunge – ma tanti ragazzi che vivono una situazione di disagio, anche familiare.

A questo punto sono doppiamente preoccupato. Mi irrita e disturba innanzitutto la testardaggine etica di una ministra che non sa fare il suo mestiere e che, se lo sa fare, lo fa malissimo. Eugenia Roccella è ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità nel governo Meloni. Innanzitutto quindi è un ministro, che dovrebbe gestire uno degli aspetti principali della pubblica amministrazione dello Stato. Le competenze di questo ministro sono più di carattere programmatico che di tipo gestionale, tuttavia dovrebbe occuparsi dei problemi e non dell’elaborazione etico-culturale a monte dei problemi stessi.  Le tiritere etiche, in cui mi guardo bene dal mettere becco, cerchi quindi di accantonarle o di spararle in altre sedi che non siano quelle di governo. Di questo passo verrà ricordata come la ministra della “paura sessuale”.

Fa male al Paese quest’aria pseudo-etica che lo isola, lo regredisce e lo fuorvia. Oltre tutto appaiono chiaramente pretestuosi i motivi che hanno portato alla mancata firma della dichiarazione europea di cui sopra: si tratta di aprioristiche posizioni reazionarie volte a catturare consensi nell’area del bigottismo clerico-fascista riveduto e scorretto. Niente di più. Una risposta falsamente identitaria alla fame di valori di cui soffre la gente che (non) vota. Eugenia Roccella si renda conto di essere uno smaccato agit prop governativo sventolante il “Dio, patria e famiglia” di mussoliniana memoria.

La seconda preoccupazione riguarda il fatto che ci sia voluta una mussoliniana di nome, una parlamentare europea di Forza Italia per scoprire drasticamente l’altarino roccelliano. È talmente scoperto il gioco da innervosire persino esponenti politici di centro-destra. Tutto sommato mi sta anche bene, ma mi imbarazza. Mi tocca di apprezzare le posizioni politiche di certa gente, come Alessandra Mussolini, con cui non prenderei nemmeno un caffè. Evidentemente, prima delle questioni etiche e finanche politiche, viene l’intelligenza e il buonsenso, che fa molto difetto a Roccella e ai componenti dell’attuale governo.

 

 

 

Burlesconi, berluscloni e fascistoni

Interrogativi sul programma di riforme costituzionali del governo di Giorgia Meloni rimbalzano oggi su un articolo del Times britannico, giornale del gruppo Murdoch che pure in passato ha pubblicato un ritratto della presidente del Consiglio italiana a tinte prevalentemente positive. Lo spunto è il discorso di Liliana Segre al Senato sul pericolo del premierato. L’articolo – un resoconto di cronaca politica per l’edizione cartacea firmato dal corrispondente del giornale a Roma, Tom Kington – cita, pur senza farle apertamente sue, le riserve sul premierato avanzate dalla senatrice a vita Liliana Segre, richiamata anche nel titolo: ” Il piano di riforma di Meloni “riecheggia Mussolini”».

Kington spiega da parte sua come la premier abbia “in programma di rivedere la Costituzione per dare più poteri ai futuri leader italiani”, essendo convinta che “l’attuale sistema lasci i primi ministri alla mercé dei complotti di partito”.

Poi dà spazio tuttavia al parallelo tracciato dalla senatrice Segre fra il premio di maggioranza proposto attualmente e quello della «legge introdotta da Benito Mussolini, il dittatore fascista, per darsi più potere»: la legge Acerbo del 1923: premessa della successiva chiusura «di tutto il Parlamento». Secondo Liliana Segre, sottolinea ancora il Times, virgolettando la citazione, la proposta messa sul tavolo dal governo sul premio di maggioranza mira a «creare una maggioranza a qualsiasi costo» a beneficio del premier, «distorcendo oltre ogni ragionevole limite la libera scelta degli elettori». (La Stampa – Il Times britannico)

Come ho già avuto modo di scrivere in passato, è sorprendente la lucidità con cui la politica italiana viene giudicata dalla stampa estera, senza fronzoli, senza condizionamenti partitici e senza peli sulla penna. Un modo diverso di fare giornalismo e di approcciare i fatti politici.

Non ricordo di preciso quale giornale britannico, forse se non erro l’Economist, avesse salutato il primo successo elettorale di Silvio Berlusconi con una copertina dal titolo “Burlesconi”, rivolto agli italiani che con il loro voto bizzarro avevano inaugurato un triste periodo storico per l’Italia, i cui effetti sono tuttora evidenti: al punto che Marco Travaglio alla vigilia delle ultime elezioni politiche disse che “questi non erano fascisti, erano berluscloni” e oggi aggiunge che lo stanno dimostrando.

Il Times britannico non va per il sottile e non la butta sull’ironico, scrivendo appunto che la riforma Meloni del premierato “riecheggia Mussolini”. Non so se sia più grave l’espressione travagliana o quella del Times, fatto sta che il premierato dall’estero non è visto bene o meglio è visto bene e giudicato molto male.

Mentre in Italia si può barare e giocare a nascondino, all’estero non vanno tanto per il sottile. A volte ascoltando su radio radicale le rassegne della stampa estera, mi sembra di intravedere uno Stato diverso dal nostro, tanta è l’impietosa obiettività con cui giudicano la nostra politica.

Lasciamo perdere il fatto che anche all’estero la classe politica non brilli per serietà e competenza, ma in Italia stiamo effettivamente toccando il fondo: i nostri attuali governanti non si accontentano infatti di buttare a mare di fatto i poteri, legislativo (Parlamento), giudiziario (Magistratura) e quarto potere (la stampa e l’informazione), salvando solo quello esecutivo (governo del premier), giubilando anche gli organi di controllo (vedi Corte dei Conti), ma vogliono addirittura togliere l’ormeggio garantito dalla Costituzione e poter quindi navigare liberamente secondo le loro preferenze anti-democratiche.

Resta un mistero perché all’estero, nel cosiddetto Occidente democratico, se ne rendano conto e in qualche modo reagiscano, mentre noi italiani ce ne freghiamo altamente come se la Costituzione italiana riguardasse qualche isoletta sperduta nel Pacifico.

Ci sarà il referendum popolare sul premierato, ma con le arie che tirano non c’è da farsi troppe illusioni: è vero che in Italia chi ha cercato di modificare la Costituzione ha fatto una brutta fine politica, ma avremo ancora la lucidità di capire e la voglia di reagire?

Ascoltiamo almeno la sveglia che ci viene fatta suonare all’estero. Riusciremo a sentirla o continueremo a dormire sotto l’influenza dei sonniferi berluscloniani o fascisti come dir si voglia?