La presuntuosa fretta della (in)giustizia

Ci avevano sperato fino all’ultimo, nella gabbia degli imputati della Corte d’appello di Brescia, Olindo Romano e Rosa Bazzi. Ma per loro non si riapriranno le porte del carcere: dopo 3 udienze e cinque ore di camera di consiglio, resta quella parola già scandita davanti ad altri tribunali. Ergastolo. La loro istanza di revisione della condanna a vita per la strage di Erba – quattro vittime tra cui un bambino di due anni e una quinta salva miracolosamente, l’11 dicembre del 2006 – è stata dichiara dai giudici della Corte d’Appello della città lombarda “inammissibile”. Il che significa che rimangono, appunto, condannati all’ergastolo, come stabilito anche dalla Cassazione. E inammissibile è anche l’istanza, controversa, presentata dal sostituto pg di Milano Cuno Tarfusser, che per questa sua iniziativa presa personalmente senza l’avallo del suo ufficio, è anche stato sanzionato dal Csm. Il suo commento è tranchant. “Non mi riconosco più in una magistratura, a cui ho dedicato 40 anni della mia vita, che ha perso il metodo del dubbio. Che cosa costava assumere delle prove e decidere?”. (ANSA.it)

 

Il tribunale del Riesame di Genova ha rigettato l’istanza di revoca dei domiciliari per il governatore Giovanni Toti arrestato lo scorso 7 maggio per corruzione in un’inchiesta che ha segnato un terremoto nella regione ligure. Il difensore Stefano Savi aveva chiesto per Toti la revoca della misura o in subordine la conversione nell’obbligo di dimora ad Ameglia (dove si trova ai domiciliari) o di divieto di dimora a Genova. Richieste a cui la procura aveva dato parere negativo e ora arriva anche il no dei giudici. In uno dei passaggi dei giudici si legge che è nelle scelte tecniche che potrebbero favorire interessi di parte e non nell’attività strettamente politica che si “inserisce la persistente pericolosità di Toti, al quale – non a caso – viene contestato di avere scambiato utilità economiche con l’adozione di specifici provvedimenti amministrativi e non certo di avere adottato scelte ‘politiche’ nella sua veste di presidente della Regione”.  (adnkronos)

 

Due casi giudiziari molto diversi che tuttavia mi inducono ad un’unica riflessione/critica sull’operato della Magistratura. Penso sia possibile rispettare le decisioni dei giudici pur criticandole più sul piano umano che su quello squisitamente giudiziario. Se è vero che sono un incompetente in materia giuridica, è pur vero che il cuore mi batte nel petto, magari a dispetto del cervello.

Qualche serio dubbio rimane in ordine alla colpevolezza di Olindo Romano e Rosa Bazzi a prescindere dal solito can-can mediatico costruito intorno alla vicenda, che alla fine si è ritorto contro gli imputati stessi, trasformando la questione in una sorta di paradossale sfida tra le aule giudiziarie e gli studi televisivi.

Sono perfettamente d’accordo col sostituto procuratore generale di Milano: “Che cosa costava assumere delle prove e decidere?”. Spero che lo scopo non sia stato quello di risparmiare tempo: cosa volete che sia concedere una revisione di un processo rispetto ai tempi biblici della giustizia.  Mi auguro, come detto sopra, che non sia stata la piccata risposta della magistratura ai dubbi sollevati sui teleschermi: in ballo non c’è una questione di principio, ma la vita delle vittime e dei colpevoli.

Vengo agli arresti domiciliari per Giovanni Toti. Ma quale pericolosità volete che abbia in questo momento, dopo che le sue vicende sono state messe in modo così chiaro e circostanziato nel mirino della Magistratura: il problema sarà più di diritto che di fatto, vale a dire decidere se il suo comportamento sia coperto dalla pubblicizzazione dei fondi ottenuti oppure se vada ben oltre un interesse politico per scadere nell’affarismo vero e proprio (il confine è labile, ma non può essere attualmente disturbato da un Toti rimesso in libertà in attesa di giudizio).

Morale della favola: in entrambi i casi presi in esame vedo affiorare una sorta di accanimento giudiziario, di presuntuosa rivendicazione di infallibilità, un battere il pugno sul tavolo della giustizia piuttosto che preoccuparsi del fare giustizia, un trattare la persona giudicata o giudicanda come una pratica da assolvere in modo sbrigativo.

E poi, anche i giudici dovrebbero avere un cuore ed essere sempre assillati dal dubbio: hanno in mano la vita di loro simili e non lo possono dimenticare, a costo di indugiare ed esagerare nel sacrosanto rispetto delle persone che passano sotto le loro sacrosante grinfie.

 

 

 

 

Il suicidio assistito dal super-atlantismo

Rischiando di rimanere isolata in Europa, stretta nella morsa dell’Ursula bis e del sorpasso da parte dei Patrioti di Orban e Salvini, Giorgia Meloni si gioca la carta dell’atlantismo convinto e dei suoi ottimi rapporti con Joe Biden sul palcoscenico internazionale del summit Nato di Washington. A margine del vertice, la premier ha ribadito che l’Italia «terrà fede ai suoi impegni» di spendere il 2% del Pil per la difesa: «Ovviamente con i tempi e le possibilità che abbiamo» e considerando anche «l’impegno complessivo del nostro Paese» nell’Alleanza nordatlantica, dove siamo «tra i maggiori contributori di personale in quasi tutte le missioni e le operazioni di pace, perché il nostro know how è molto richiesto». (dal quotidiano “Avvenire”)

Forse pretendo troppo, ma mi permetto di non essere d’accordo con questo atlantismo acritico, bellicista e di maniera. Quando Giorgia Meloni venne nominata premier in molti tremavano all’idea che potesse sgarrare rispetto agli impegni europei ed internazionali dell’Italia. Oggi paradossalmente tremo per un suo eccesso colposo in pur legittimo atlantismo oltre che in strumentale europeismo.

Mi si agghiaccia il sangue nel pensare alle enormi risorse investite (?) in armamenti: abbiamo pochi fondi disponibili per andare incontro ai bisogni essenziali della gente (sanità, istruzione, assistenza, etc. etc.) e stanziamo cifre da capogiro per imprigionare la gente nella logica della guerra.

Alla retorica del “si vis pacem para bellum” contrappongo quella del “si vis pacem para pacem”.  Capisco il paradosso nel pretendere di parlare di pace al summit di un organismo internazionale di difesa militare, ma occorrerebbe il coraggio di occuparsi di una seppur bilanciata ed equilibrata diminuzione delle spese militari, spostando i relativi fondi sugli aiuti umanitari in funzione della prevenzione della guerra.

È oltre modo inaccettabile l’astuzia (?) di deviare l’attenzione dalle inadeguatezze governative nascondendole dietro un “super-atlantismo”, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. È storia vecchia quella di fare, preparare e parlare di guerre quando le difficoltà interne al proprio Paese rischiano di mettere in discussione il governo.

Non voglio buttare addosso a Meloni una croce che riguarda tutti i governi aderenti alla Nato ed in particolare quelli aderenti alla Ue. Tutti al vertice Nato hanno da nascondere parecchi errori ed omissioni. Biden cerca l’impossibile rilancio della sua candidatura, Macron cerca la quadratura del cerchio dei nuovi equilibri parlamentari francesi, Starmer vuole certificare la sua vocazione guerrafondaia che fa a pugni con l’idealità del partito laburista, e via discorrendo.

Fatto sta che la Nato è l’unica istituzione che non soffre l’usura del tempo, anzi. L’Onu è fuori come un balcone, la Corte penale internazionale non conta un cazzo ma sentenzia bene, la Ue è in costante ricerca di un ruolo che non riesce a trovare. Sovranismi, populismi e patriottismi danno pseudo-idealità al mantenimento di uno status quo egoisticamente ed irrimediabilmente bellico.

Si può essere atlantisti con un minimo di capacità critica, si può essere europeisti con un minimo di spirito solidale, si può essere pacifisti con un minimo di pragmatismo, si può essere internazionalisti con un minimo di rispetto per l’Onu? Io credo di sì, anche se occorrerebbe la fantasia e il coraggio di un Giorgio La Pira, la saggezza politica di un Aldo Moro, l’umiltà internazionale di un Alcide De Gasperi. Lasciamoci almeno insegnare qualcosa dalla storia di questi uomini. Riscopriamo il neo-atlantismo, il vero europeismo, la lezione diplomatica e pacifica di tanti testimoni. Altro che passerelle Nato…

La forza dell’Italia tajaniana

Voglio provare a rovistare nel centro-destra, una casa che non mi è per niente congeniale, ma che va pur considerata non foss’altro per il fatto che agli Italiani sembra piacere molto. In particolare punto la mia attenzione su “Forza Italia”, sul suo recente esito elettorale piuttosto favorevole e su cosa possa essere basato.

Fino a qualche tempo fa ero portato a considerare questo partito come un vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro, vale a dire in mezzo alle due partitiche arroganze perniciose di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Non dico che il vaso sia diventato di ferro, ma certamente si è irrobustito e tende a resistere agli urti.

Il motivo fondamentale sembra essere la scelta moderata operata da Antonio Tajani: nei metodi e nei contenuti Forza Italia tende a distinguersi dai partner a costo di apparire spesso come l’utile idiota. A livello Ue si colloca chiaramente nel campo popolare e sfrutta quel poco o quel tanto di considerazione acquisito da Tajani nell’esperienza fatta a livello di istituzioni europee nonché l’effetto di qualche candidatura azzeccata (Letizia Moratti). In Italia evita accuratamente di assumere posizioni aggressive, aderendo spesso al famoso detto del più bel tacer non fu mai scritto.

Sotto questo vestito, probabilmente confezionato dal sarto-mediaset ed esibito in una strana ma vantaggiosa continuità col padre fondatore, però c’è poco o niente. Basti pensare al discorso delle riforme che rappresenta il cavallo di battaglia del centro-destra. Credo che a Forza Italia non piaccia per niente il discorso del premierato (non hanno infatti attualmente l’uomo o la donna che possa fare al caso) e che non piaccia nemmeno la cosiddetta autonomia rafforzata regionale. E allora? Si accontenta della riforma della giustizia sulle ali del ricordo berlusconiano indelebile: poco, meglio di niente.

La ministra Casellati prova a distinguersi proponendo un impossibile clima di dialogo sul premierato: questione d’immagine, che tuttavia potrebbe diventare importante qualora questa riforma dovesse trovare ostacoli in itinere a livello di incostituzionalità.

C’è poi l’eclatante e decisivo risultato elettorale siciliano che ha sfiorato il 24%. Difficile capire a cosa sia dovuto, probabilmente alla forza attrattiva dei cacicchi forzitalioti in gara fra di loro, ma che potrebbero rappresentare la vittoria di Pirro con i loro sgarbi reciproci e le loro smanie di potere.

Potrà Forza Italia costituire un forte polo attrattivo per l’elettorato di centro alla faccia degli estremismi sempre più evidenti in casa meloniana e salviniana?

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

In effetti Giorgia Meloni sembrava puntare ad un rapporto a livello europeo col Partito Popolare al fine di sganciarlo dalla ormai storica alleanza coi socialisti. Disegno evidentemente fallito prima ancora di partire vista l’indisponibilità del pur ridimensionato Ppe e l’estremismo sempre più marcato e vincente delle destre amiche del giaguaro Giorgia.

Quindi mentre in Europa essa rischia di rimanere con un pugno di mosche estremiste in mano, anche in Italia fa una certa fatica a rubare spazio nell’elettorato moderato: una sorta di “fatti più in là” cantato ai tanti soggetti che si contendono l’area di centro. Dopo di che si sta presentando in sede europea con un buon pacchetto di voti che potrebbero oscillare fra l’opposizione pura, dura, euroscettica e la partecipazione ricattatoria ai nuovi o vecchi equilibri post-elettorali, mentre in Italia deve fare i conti con Forza Italia, un competitor centrista in via di risurrezione e ringalluzzito dalle urne elettorali che sembrano averlo incardinato nel ruolo di centrocampista, vale a dire, secondo una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, äd vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

Tajani potrebbe strizzare l’occhio al mondo cattolico liberal-tradizional-conservatore, essere il padre misericordioso che accoglie le figliole prodighe (Carfagna e Gelmini che stanno pascolando il niente che rimane nel rovinoso campo calendian-renziano), financo i sempre più insoddisfatti e irrequieti leghisti perbene (Giorgetti, Zaia, Fedriga e Fontana) e persino qualche Fratello d’Italia in vena di sganciamento dall’impresentabile carro a tinte neofasciste su cui viaggia Giorgia Meloni. Un centro largo, certamente più di stampo andreottiano che degasperiano, che guarda prevalentemente a destra, anche se non si sa mai…qualora il forno di destra dovesse bruciare le mire forzitaliote ce ne potrebbe essere un altro, magari di stampo draghiano…

In un quadro politico dove paradossalmente le storiche contraddizioni sembrano portare fortuna, Forza Italia riesce a coniugare le sue con una certa disinvoltura: un berlusconismo riveduto, corretto e ripulito, che sottrae l’eredità politica del cavaliere alle stranezze meloniane e salviniane. Alla lunga sono tutti discorsi che difficilmente basteranno ad aumentare il peso elettorale fino al velleitario 20% posto in agenda da Antonio Tajani sulle ali dell’entusiasmo. Intanto però c’è di mezzo l’Europa e può anche darsi che Forza Italia abbia in mano qualche carta giocabile nelle trattative in corso per gli assetti istituzionali.

In conclusione Forza Italia si contrappone timidamente e ragionevolmente allo strapotere di Giorgia Meloni: la versione filo e post-berlusconiana del pizzino “supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. Non so se tutto possa rientrare nel giochetto del poliziotto buono e di quello cattivo. Non sono molto interessato. Parafrasando Don Andrea Gallo, posso dire: «Non mi curo di certe sottigliezze destrorse perché mi importa solo una cosa: che l’Italia sia antifascista!»

 

 

La Francia in cerca di Moro e Berlinguer

Dai primi contraccolpi politico-istituzionali e dai primi commenti al recente clamoroso esito del ballottaggio elettorale francese emerge il solito refrain della inaffidabilità delle forze politiche estreme ad assumere responsabilità dirette di governo.

Questo pregiudizio ha un senso nei confronti della destra estrema, legata, volenti o nolenti, ad un passato da cancellare  e propositiva di un futuro da respingere in toto per le venature razziste, populiste e sovraniste che porterebbero a derive inconcepibili e inaccettabili: la recente sacrosanta conventio ad excludendum nei confronti della destra francese, che si affacciava al governo del Paese, è stata una iniziativa lodevole, premiata peraltro dall’elettorato che dimostra di non volere mettere in discussione le fondamenta della democrazia.

Il discorso è diverso riguardo all’estrema sinistra. Perché Melenchon non può governare? Il muro di Berlino è caduto da parecchio tempo, il fattore K (nel linguaggio politico della tarda età della guerra fredda, fenomeno per cui, nei paesi dell’Europa occidentale, in cui il partito comunista era al secondo posto, era considerato non praticabile un ricambio di governo) è sparito con la fine del richiamo al comunismo sovietico, ma la sinistra viene sottoposta alla divisione manichea tra rivoluzionari (estremisti) e riformisti (moderati) giocando sulle parole al fine di omologarla al mantenimento dello status quo.

Una sorta di divide et impera a cui purtroppo la sinistra si lascia sottoporre come se le riforme fossero un modo elegante per lasciare le cose come stanno e non un modo per cambiarle significativamente a favore delle fasce sociali più deboli e per coniugare le libertà con l’uguaglianza, la giustizia e la solidarietà.

Ritorna di estrema attualità a distanza di cinquant’anni il discorso del compromesso storico quale fase politica per sdoganare completamente la sinistra da ogni e qualsiasi tentazione autoritaria e renderla pienamente agibile come forza di governo. Per avviare questa procedura occorre che le forze liberaldemocratiche abbattano gli steccati e gli alibi ideologici e abbiano il coraggio di confrontarsi con le forze socialiste più radicali fino a giungere ad accordi di governo così come le sinistre più spinte abbandonino l’intransigenza culturale e politica che le porta ad uno splendido e sterile isolamento.

La lezione morotea può essere ripresa in tal senso anche se abbisognerebbe di leader politici credibili su entrambi i fronti, tali da rendere possibili accordi compromissori ai livelli più alti. Melenchon non è Berlinguer, ma soprattutto Macron non è Moro. In questo momento la Francia potrebbe diventare un laboratorio politico per il superamento degli schematismi della conservazione. Infatti, evitato il rischio della caduta reazionaria, spunta quello del condizionamento conservatore.

Il partito di Macron commetterebbe un imperdonabile errore se pretendesse di ergersi ad esaminatore della compatibilità democratica a sinistra; la sinistra da parte sua non deve cadere, pur di entrare nell’area di governo, nella trappola dell’accettazione della divisione fra buoni e cattivi riformisti.

Enrico Letta conosce la Francia, conosce l’Italia e conosce l’Europa. «Macron comunque sarà sulla scena. Sarà lui a dare l’incarico e il voto dice che devono trovare una larga coalizione. Senza veti e senza usare la clava uno contro l’altro. È l’ultima chance che i francesi danno a una politica europeista e non può essere buttata via… In Francia devono mettere da parte gli egoismi e costruire un’alleanza larga che funzioni e abbia vita lunga. Se facessero una coalizione che si va a schiantare nell’arco di pochi mesi, o una cosa debole, insulsa, insipida, sarebbe il modo migliore per aiutare Le Pen a vincere le presidenziali». (dal quotidiano “Avvenire”)

Anche l’Europa avrebbe tutto da guadagnare dai risultati di questo laboratorio politico, liberandosi del forzoso connubio tra forze sostanzialmente centriste e forze debolmente e timidamente progressiste, finalizzato al mantenimento dello status quo burocratico e tecnocratico nonché ad una difesa passiva rispetto alle destre populiste e sovraniste. L’equivoco infatti non sta a sinistra ma al centro, vale a dire nello strabico Ppe, che continua a strizzare l’occhio a destra facendo finta di guardare a sinistra. Forse a Strasburgo e Bruxelles c’è bisogno di un doppio compromesso storico che legittimi la sinistra più radicale nonché il centro più moderato.

Qualcosa avrebbe da imparare anche l’Italia. Abbiamo assistito a quello che lo scrittore Christian Salmon ha definito “un risveglio di popolo”, reso possibile dal fatto che la società francese, diversamente da quella italiana, non si è ancora spoliticizzata e ha risposto con partecipazione alla chiamata alle urne. (da MicroMega).

Nel nostro Paese la situazione è diversa: il compromesso storico ai livelli più bassi sta avvenendo tra il centro tajaniano e la destra meloniana, con la Lega a fare più da guastafeste che da paraninfo. Ma di questo mi occuperò prossimamente. Per oggi può bastare così giusto per evitare di disinnescare la bomba francese, che, al contrario, va fatta esplodere in tutta la sua potenziale e travolgente novità democratica.

 

A scuola di democrazia, la ficcante lezione di Mattarella

Ho ascoltato con grande attenzione e particolare soddisfazione l’intervento del Presidente Sergio Mattarella alla inaugurazione della 50.ma Settimana Sociale. L’ho letto e riletto diverse volte anche con l’intenzione di trovare nel concetto di democrazia così come autorevolmente sviluppato dal Capo dello Stato utili indicazioni per interpretare criticamente l’attuale stato della politica nel nostro Paese e nel contesto europeo e mondiale.

Ho scelto un angolo visuale limitato, trascurando i tratti storici, scientifici, etici e cattolici per una sorta di impellente desiderio di politicizzare immediatamente la preziosissima relazione, individuando alcuni passaggi che riporto di seguito, permettendomi, strada facendo, di aggiungere alcune considerazioni personali. Spero di non cadere in forzature e strumentalizzazioni, rimanendo rigorosamente agganciato all’esame obiettivo ma disincantato che Mattarella ha effettuato. A scanso di equivoci consiglio comunque a tutti una lettura completa e approfondita di questa autentica e magistrale lezione di democrazia.

 

Occorre attenzione per evitare di commettere l’errore di confondere il parteggiare con il partecipare. Occorre, piuttosto, adoperarsi concretamente affinché ogni cittadino sia nelle condizioni di poter, appieno, prendere parte alla vita della Repubblica. I diritti si inverano attraverso l’esercizio democratico. Se questo si attenua, si riduce la garanzia della loro effettiva vigenza. Democrazie imperfette vulnerano le libertà: ove si manifesta una partecipazione elettorale modesta. Oppure ove il principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori. Ancor più le libertà risulterebbero vulnerate ipotizzando democrazie affievolite, depotenziate da tratti illiberali. Ci soccorre anche qui Bobbio quando ammonisce che non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”. Una democrazia “della maggioranza” sarebbe, per definizione, una insanabile contraddizione, per la confusione tra strumenti di governo e tutela della effettiva condizione di diritti e di libertà.

Non c’è posto per la rassegnazione all’astensionismo dilagante, che consegni ad una minoranza di elettori il diritto di insediare gli eletti da cui discenda una maggioranza di governo. Non è questione di legittimità, è problema di indebolimento della democrazia con tutte le conseguenze del caso. Non ha senso introdurre l’ansia per la governabilità a tutti i costi a scapito della rappresentatività e della difesa dei diritti dei cittadini.

 

La democrazia come forma di governo non basta a garantire in misura completa la tutela dei diritti e delle libertà: essa può essere distorta e violentata nella pretesa di beni superiori o utilità comuni. Il Novecento ce lo ricorda e ammonisce. Anche da questo si è fatta strada l’idea di una suprema Corte Costituzionale. Tosato contestò l’assunto di Rousseau, in base al quale la volontà generale non poteva trovare limiti di alcun genere nelle leggi, perché la volontà popolare poteva cambiare qualunque norma o regola. Lo fece con parole molto nette: “Noi sappiamo tutti ormai che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e più oppressiva che non la volontà di un principe”. Un fermo no, quindi, all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice.

Esercitare la democrazia a colpi di maggioranza, sbandierando ad ogni piè sospinto il consenso maggioritario (in realtà addirittura minoritario, considerata l’altissima incidenza degli astenuti) ottenuto nelle urne come illimitata pretesa a spadroneggiare rappresenta un rischio che l’Italia sta correndo con le riforme costituzionali ed istituzionali avviate: si pensi solo al premierato e all’autonomia regionale differenziata.

 

Se in passato la democrazia si è inverata negli Stati – spesso contrapposti e comunque con rigidi, insormontabili frontiere – oggi, proprio nel continente che ne è stato la culla, si avverte la necessità di costruire una solida sovranità europea che integri e conferisca sostanza concreta e non illusoria a quella degli Stati membri. Che consenta e rafforzi la sovranità del popolo disegnata dalle nostre Costituzioni ed espressa, a livello delle istituzioni comunitarie, nel Parlamento Europeo. Il percorso democratico, avviato in Europa dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo, ha permesso di rafforzare le istituzioni dei Paesi membri e ampliare la protezione dei diritti dei cittadini, dando vita a quella architrave di pace che è stata prima la Comunità europea e ora è l’Unione. Una più efficace unità europea – più forte ed efficiente di quanto fin qui non siamo stati capaci di realizzare – è oggi condizione di salvaguardia e di progresso dei nostri ordinamenti di libertà, di uguaglianza, di solidarietà, di pace.

La democrazia va collocata in ambito europeo, superando ogni e qualsiasi antieuropeismo ed euroscetticismo. Mattarella ha ribadito il concetto di sovranità popolare europea quale imprescindibile presupposto per il perseguimento della pace e degli ideali consacrati nella nostra Carta Costituzionale. La vocazione pacifica e solidale dell’Italia e dell’Europa è irrinunciabile e va pazientemente e costantemente attuata, senza cedimento alcuno ai frettolosi bellicismi di maniera.

 

Vogliamo riprendere per un attimo la enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI: «Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, salute, una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori di ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini, godere di una maggiore istruzione, in una parola fare conoscere e avere di più per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero di essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio». Vi è qualcuno che potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere queste indicazioni? Temo di sì, in realtà, ma nessuno avrebbe il coraggio di farlo apertamente.

Il progresso va visto con assoluta apertura ai bisogni delle persone dovunque viventi senza barriere di egoismo regionale e/o internazionale e con l’imperativo di gestire al meglio i flussi migratori, rifuggendo dalle subdole intenzioni di chiusura e di espulsione.

In tutto il discorso di Sergio Mattarella, al di là di parecchie esplicite posizioni e definizioni, si nota in filigrana l’apertura di un’alta ed ineccepibile presa di distanza dal modo di intendere la democrazia da parte dell’attuale maggioranza parlamentare e dai contenuti dell’azione del governo in carica. Nessuna polemica, ma alcuni incisivi appunti critici, che dovrebbero invitare alla riflessione, ma che invece stanno comportando solo fredde, ignoranti, sgarbate, sguaiate, infastidite, se non addirittura stizzite, reazioni. Tutto sommato è il segno che Mattarella ha colpito nel segno.

Anche le opposizioni dovrebbero trarre insegnamenti utili per partire non dal basso della polemica fine a se stessa, ma dall’alto della difesa dei principi su cui si basa la nostra democrazia: evoluzione sì, involuzione no!

Il piacere dell’onesta rinuncia

Mio padre raccontava, relativamente al periodo della seconda guerra mondiale, come dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio, per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, gli occupanti facessero lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe. Questi forzati “sbadilatori” a volte si presentavano “al canäl” senza badile, con la giustificazione di esserselo dimenticato a casa. Forse erano in vena di boicottaggio dal momento che il loro padrone era l’invasore tedesco e il loro lavoro doveva servire a distogliere la gente dalla resistenza.

Di qui il detto “va’ al canäl” utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Al riguardo è memorabile una sua esibizione in concerto assieme a Renata Tebaldi, accompagnati al pianoforte, al ridotto del Regio: alla fine l’entusiasmo raggiunse l’isteria e voglio credere a mio padre che rammentava come una parte del pubblico fosse in piedi sopra le poltroncine ad applaudire freneticamente dopo l’esecuzione del duetto finale di Andrea Chenier. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”.

Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo.

In questi giorni, con un acuto messaggino, un mio affezionato amico mi ha proposto il confronto fra due debolezze: quella di papa Benedetto XVI e quella di Joe Biden. Mentre il primo ha avuto la sofferta ma immediata umiltà di gettare la spugna (gesto che ne ha ingigantito la persona), il secondo non trova il coraggio di rinunciare nell’interesse del suo Paese e del mondo intero.

Si dirà che il primo poteva contare sui raggi di luce provenienti dallo Spirito Santo, che però soffia su tutti andando ben al di là dei confini vaticani.

“Io non ho mai rifiutato l’eucarestia a qualcuno” disse una volta, non molto tempo fa, Papa Francesco. Nell’ottobre del 2021, più o meno, lo ha ripetuto al Presidente degli Stati Uniti in persona, che qualche prelato del suo Paese vorrebbe veder ricevere un diniego nel momento in cui si accosta al sacramento, causa la sua posizione sull’aborto.

Joe Biden, invece, è uscito da un colloquio con Bergoglio durato ben oltre un’ora (mai così lungo, tra un Pontefice e un suo predecessore) e si è lasciato sfuggire, tutto contento, quanto segue: “Con il Papa abbiamo parlato del fatto che è contento che sono un buon cattolico e che continuo a ricevere la comunione”. (AGI – Agenzia Italia)

Ebbene, viste l’attenzione e la comprensione ottenute da Bergoglio, consiglierei a Biden di consultarlo anche in merito alla riproposizione della sua candidatura alla Casa Bianca: chissà che non abbia il carisma e l’autorevolezza per farlo ragionare e rinunciare., piegando la rigidità del suo approccio alla carica istituzionale.

Sono un rinunciatario per natura, ma, quando è il momento di fare un passo indietro, non bisogna esitare: nella mia vita e nel mio piccolo ho fatto così, qualche volta ho persino esagerato. Penso, tutto sommato, di non avere sbagliato, almeno lo spero.

Massimo D’Alema, quando rivestiva un’importante carica (non ricordo quale), sentendo intorno a sé un po’ di subbuglio critico, ebbe il sangue freddo di affermare: “State tranquilli, sarò io ad andarmene un minuto prima che voi me lo chiediate…”.

Chi non fa così è soggetto a fare bruttissime figure, a danneggiare la propria reputazione e a fare, magari anche in buona fede, un pessimo servizio alla comunità.

 

 

Francia, tanto tuonò la destra che vinse la sinistra

La mia prima reazione ai sorprendenti ma positivi risultati del ballottaggio elettorale francese è stata quella di un senso di vergona per la timidezza elettorale italiana nei confronti della destra nostrana, non certo meno pericolosa ed inquietante di quella francese.

I francesi invece di rassegnarsi, si sono fatti su le maniche, sono andati a votare, hanno espresso un voto contro la destra ma anche a favore della sinistra: ne esce un Parlamento che ha una maggioranza di centro-sinistra a guida sinistra. Esattamente il contrario del Parlamento italiano in cui abbiamo una maggioranza di centro-destra a guida destra.

Ora il risultato elettorale dovrà trovare un conseguente e coerente governo: entrerà in gioco la politica, che non potrà stravolgere l’indicazione delle urne, ma dovrà comunque trovare una combinazione agibile nei numeri e nei programmi.

Il discorso avrà sicuramente un effetto a livello europeo dove si ridimensioneranno le velleità patriottiche ed euroscettiche. Sembrava che Macron fosse spacciato e invece ha dato un colpo di reni, che si è rivelato se non vincente almeno tale da riaprire i giochi anche in vista delle elezioni presidenziali del 2027.

L’illusione meloniana di sostituirsi tout court al pilastro franco-tedesco viene riportata alla realtà: mentre infatti gli italiani hanno deciso di fare i conti con la destra di Meloni, i francesi hanno rimesso in un angolo Le Pen. Non ho idea se il risultato del ballottaggio francese potrà influire psicologicamente e politicamente sulla definizione degli incarichi istituzionali europei.

Viene sconfitta anche la scorciatoia populista, strumentale, filoputiniana e fintopacifista messa in campo dal Front National: la pace non si persegue a colpi di tattica teatrale, ma con la pazienza della diplomazia europea. Anche Donald Trump non esulterà, perché non avrà quel punto di riferimento francese che poteva essergli utili.

È giusto che il Fronte popolare festeggi una storica vittoria elettorale, ma c’è da augurarsi che non si faccia prendere dalla tentazione di una radicalizzazione parlamentare, preludio ad una pericolosa ingovernabilità. Il risultato elettorale dovrà essere gestito politicamente con coerenza ed equilibrio senza sprecare quello spirito unitario che ha consentito di sbarrare il passo alla destra e senza esorcizzare la risuscitata area centrista macroniana. Auspico un compromesso storico francese ai più alti livelli sociali possibili.

Mi godo al momento questa affermazione della sinistra, poi si vedrà. Il peggio è stato scongiurato, il meglio è stato prospettato, il massimo andrà calibrato. Non intendo fantasticare, ma almeno prendere un brodo servito dai nostri cugini.

La convivenza degli italiani con i cugini francesi e viceversa non è mai stata troppo facile e serena: ci si odia cordialmente. Ricordo come mia sorella, nella sua solita schiettezza di giudizio, una volta si lasciò andare e parlò di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto.  Speriamo che l’evento elettorale di cui sopra possa ridimensionare questa latente conflittualità. Dobbiamo avere l’umiltà di rivedere lo schema ed accettare una lezione politica, istituzionale, democratica ed antifascista che ci arriva dalla Francia.  Forse qualcosa sta cambiando!? In Gran Bretagna stravince una sinistra molto moderata, ma sempre sinistra è; in Francia vince una sinistra spinta, ma sempre sinistra è. Speriamo che questa tendenza non diventi una pia illusione. Ora dovrebbe toccare all’Italia…

 

 

 

La pace dei sepolcri veri e di quelli imbiancati

Non mi è piaciuta la protagonistica iniziativa di Victor Orban consistente nella visita a Mosca e nel relativo colloquio con Vladimir Putin: Orban riveste attualmente l’incarico di presidente di turno della Ue e non doveva assolutamente sfruttare questa sua posizione per farsi “bello” agli occhi di Putin, che non lo ha per nulla ascoltato e non gli ha offerto alcuna seppur timida apertura.

Non mi è piaciuta però nemmeno la reazione stizzita della Ue a significare che le trattative di pace siano monopolio esclusivo dell’Unione. La pace è un processo complesso a cui tutti possono contribuire seppure in modo chiaro e leale. Una cosa è certa: con questi tira e molla non si va da nessuna parte.

Putin al termine del colloquio con Orban ha dichiarato: «Noi non vogliamo una tregua, servirebbe solo a far arrivare altre armi al regime di Kiev, ma solo una fine completa del conflitto, che potrà avvenire solo «secondo le linee da noi indicate e cioè il ritiro totale delle forze armate ucraine dalle regioni rivendicate da Mosca nell’Est dell’Ucraina».

«L’appeasement non fermerà Putin – avverte la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen su X – solo l’unità e la determinazione apriranno la strada ad una pace complessiva, giusta e duratura in Ucraina».

Due posizioni rigidissime, che, a prescindere dalle cause del conflitto e dalle colpe delle parti direttamente e indirettamente guerra, puntano alla pace, la pace dei sepolcri. Di questo passo, alla fine, dell’Ucraina non resterà che un cumulo di macerie, un nudo territorio su cui esercitare un’influenza strategica dal punto di vista geopolitico e soprattutto economico.

In mezzo ci stanno il penoso e inconcludente protagonismo di Orban nonché il penoso accattonaggio di Zelensky. Gli Usa stano giocando elettoralmente sulla pelle degli ucraini, la Ue sta esercitando un insulso perbenismo di facciata. La diplomazia non esiste, la politica invece pure. La posizione italiana fa letteralmente “sbudellare dal ridere”.

Non si alza nessuna voce (solo quella di papa Francesco) che possa sbloccare la situazione ed avviare una seria e credibile trattativa.  Orban è un figlio di buona donna, ma gli altri, a livello europeo e mondiale, non sono molto meglio di lui. Sullo sfondo si staglia la figura di Donald Trump: considerato che le volontà di pace non esistono, è destinato a giganteggiare e a galleggiare disinvoltamente su un mare di cadaveri. Non è un caso che Putin abbia già dato qualche segnale di disponibilità nei confronti di Trump dopo l’affondo polemico rivolto a Zelensky (le borse di soldi portate a casa dopo i suoi continui viaggi negli Usa) durante il confronto elettorale con Biden.

In cauda venenum: Victor Orban non è amico di Giorgia Meloni? Donald Trump non ha una certa assonanza politica con Giorgia Meloni? La Ue dopo le recenti elezioni non doveva essere a guida Meloni? Viva l’Italia! L’Italia del valzer!

 

 

 

 

United Ambidextrous Kingdom

Di sicuro, il ritorno del centrosinistra al governo in Gran Bretagna è un segnale che riequilibra alcune tendenze continentali e potrebbe contribuire a raffreddare il clima politico infuocato sulle due sponde dell’Oceano, tra la sfida francese e lo psicodramma americano. La democrazia inglese dove resiste canvassing, il porta a porta dei politici per scambiare una parola direttamente con i cittadini senza la mediazione dei social media, indica che l’alternanza e il cambiamento possono viaggiare su binari consolidati senza strappi e avventurismi. Anche se l’asse si è spostato verso destra, come mostrano i seggi conquistati da Nigel Farage con il suo Reform UK di orientamento populista. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza, che verrà citato anche nel prosieguo)

Un tempo i corsi e ricorsi storici a livello di governo venivano, superficialmente ma razionalmente, spiegati con questa teoria: quando le cose vanno bene può tranquillamente governare la destra per spargere benefici sui cittadini; quando le cose vanno male deve governare la sinistra per imporre sacrifici ai cittadini.

Questo giochino si è rotto non so se per il fatto che destra e sinistra si assomigliano troppo oppure per il fatto che le situazioni socio-economiche si sono complicate al punto da non capire più se le cose vadano bene o vadano male: quasi sempre vanno peggio per chi se la cavava già male; vanno ancor più bene per chi godeva già di un certo benessere.

Fatto sta che in Europa, dove le cose vanno maluccio, avanza la destra politica, mentre in Gran Bretagna, dove le cose vanno forse ancor peggio, stravince il centro-sinistra. Da osservatore distaccato mi sembra che i motivi siano sostanzialmente due in riferimento alla Gran Bretagna. Il casino politico combinato dai conservatori, compresa la Brexit, soprattutto nel senso dell’incapacità a dare un minimo di continuità al governo del Paese, è stato tale da “costringere” gli inglesi a cambiare, affidandosi ai laburisti. Il secondo punto riguarda il fatto che i laburisti, da molto tempo ed in particolare in queste elezioni, si presentano con un volto talmente moderato da far invidia ai conservatori: della vomitevole serie che la sinistra per vincere deve fare il verso alla destra e forse viceversa.

Di sinistra, ma solo un pochettino, senza spingere troppo sulla ridistribuzione, in un Paese che ha forti diseguaglianze e dove la crisi sta mordendo i ceti popolari. In altre parole, in campagna elettorale non si è parlato troppo di aumentare le tasse, per non spaventare la classe media. Sarà quindi complicato confidare solo nella crescita del Pil per avere più risorse da spendere. Fondi servono soprattutto per il sistema sanitario, un tempo vanto del Regno Unito, che ha milioni di visite ed esami da recuperare, nonché per un progetto di assistenza personalizzata a favore degli individui fragili.

La questione in cui si riscontra maggiore diversità sembra essere quella della transizione verde, avversata dai conservatori e spinta dai laburisti, per esempio anticipando il divieto di vendita di auto non elettriche al 2030. È ormai talmente inevitabile cambiare rotta sull’ecologia che anche l’elettorato di destra deve bere l’amaro calice.

Dove non vi sarà troppa discontinuità è il contrasto all’immigrazione irregolare. Se, ovviamente, cadrà il progetto di deportazione in Ruanda, rimarranno norme severe e restrittive. Gli immigrati infatti non sono né di destra né di sinistra, ma danno fastidio a tutti.

Nessuno scostamento è atteso in politica estera: linea atlantista e pieno sostengo all’Ucraina, come lo stesso premier in pectore ha confermato a Zelensky in un recente viaggio a Kiev. Forse ci sarà anche un lento riavvicinamento all’Europa, ma nessun nuovo voto sull’adesione alla Ue. Capirai se la Gran Bretagna oserà distinguersi dal gruppo dei guerrafondai che l’ha sempre vista protagonista assieme agli Usa.

Sul fronte dei temi sensibili, Starmer ha dichiarato che vuole cambiare la legislazione per consentire il suicidio assistito. In questo senso, i vescovi cattolici avevano invitato gli elettori a chiedere “ai candidati, per i quali intendete votare, se si opporranno alla legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, se sosterranno una riduzione del numero di settimane alle quali l’aborto è legale e misure per interrompere la pratica dell’aborto fai da te, con mezzi propri, consentita, in questo momento”. Evidentemente la posizione di retroguardia dei vescovi non ha pesato niente se non nel collocare ancor più in fuori gioco i cattolici, finendo col fare assurdi ed inutili assist alla destra perdente (è così pure negli Usa).

In conclusione mi pare eccessivo dare giudizi ultimativi, ma le impressioni sono quelle di una melassa laburista, sempre meglio delle aggressive mire di destra, ma piuttosto insignificante e assai poco incisiva. Non credo che questa obiettiva novità possa avere una certa influenza sul continente. Sui francesi no senz’altro! I Riguardo ai rapporti con gli Usa, i laburisti non saranno partner ideali per i trumpisti, ma, quando Trump avrà il raffreddore, a Starmer farà comunque male la testa.

Se la sinistra per vincere le elezioni deve abiurare la propria fede, annacquare i propri valori, adattare i programmi e farsi guidare da perbenisti con la cravatta rossa, forse è meglio che continui a perdere in attesa di tempi peggiori.

 

L’attempata pulzella di Chicago

In base ai sondaggi, Michelle Obama è l’unico rappresentante del partito democratico in grado di sconfiggere Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. Un rilevamento Reuters e Ipsos ha confermato ieri che l’ex first lady batterebbe Trump di dieci punti percentuali, mentre nessun altro contendente potrebbe vincere contro il repubblicano. Ma la moglie del primo presidente nero della storia americana ha ancora una volta respinto le richieste di scendere in campo. «Come l’ex First Lady ha espresso più volte nel corso degli anni, non si candiderà alla presidenza — ha detto ieri il suo portavoce —. Michelle intende sostenere la campagna di Biden, concentrandosi sull’affluenza alle urne». Nonostante i ripetuti rifiuti, la popolarità di Michelle continua a crescere. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)

Se è così non capisco la testardaggine di Joe Biden, chiaramente inadatto a ricoprire un secondo mandato a prescindere dai modestissimi risultati del primo, le incertezze del partito democratico nel sostituire in corsa il proprio bolso candidato, anche se effettivamente dalle sue file non emergono alternative molto interessanti ed appetibili, la riluttanza di Michelle Obama, comprensibilissima dal punto di vista dell’orgoglio personale (rischierebbe di essere agli occhi del mondo una presidente in nome proprio ma per conto del marito), ma totalmente priva di senso politico e di spirito di servizio.

Nelle prossime elezioni presidenziali americane non c’è in ballo soltanto la vita di un grande Paese come gli Usa e della sua popolazione, sono a grave rischio i destini dell’intera umanità: consegnare il mondo nelle mani di un farabutto sarebbe pura follia da evitare a tutti i costi. Piuttosto di Trump si prenda il più squallido commesso della Casa Bianca e lo si metta nello studio ovale.

Sono convinto che Donald Trump qualcosa di buono nei rapporti internazionali potrebbe farlo usando la sua arroganza e aggressività, ma certamente il gioco non varrebbe la candela.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

E allora il partito democratico statunitense abbia un residuo di dignità e uno scatto d’orgoglio e proponga agli americani un’alternativa seria a Donald Trump che li costringa a ragionare con la testa e non con la pancia. Non è possibile rassegnarsi al peggio, è da irresponsabili. Bisogna almeno provarci con gli scarsi mezzi che la democrazia (?) mediatizzata offre e negli spazi che il sistema presidenziale concede.

Se l’unica alternativa agibile e vittoriosa è Michelle Obama, si insista e si cerchi di convincerla a tutti i costi: è donna in un momento storico in cui le donne in politica sembrano andare per la maggiore; ha le physique du rôle, che, persino una matusa come mia madre, riteneva una condizione indispensabile; avrebbe l’appoggio, ingombrante ma importante, del marito in campagna elettorale, ma soprattutto durante la presidenza; riporterebbe, anche se in senso spettacolare e teatrale, gli Usa al centro dell’attenzione e delle aspettative di tutto il mondo; darebbe alla storia una possibilità di riscatto in senso etico e valoriale prima che politico.

Psicologicamente parlando si verrebbe a creare un confronto fra un uomo vecchio e sporcaccione e una donna giovane, bella e pulita, fra le pornostar a servizio di Donald Trump e una casta-star a servizio delle persone di buona volontà. Forse sto esagerando, tanta è la paura di sprofondare irrimediabilmente nelle sabbie mobili della impolitica attuale.