Stacchiamo la spina alle ideologie

Si è scatenata un’ondata di attenzione verso il caso del piccolo Charlie Gard, il bambino inglese sballottato fra la vita e la morte, non tanto e non solo per effetto della tremenda sindrome di cui è vittima, ma a causa di una querelle etico-giuridica imbastita sul suo destino esistenziale.

Siamo in un caso opposto rispetto ai suicidi assistiti: i genitori del piccolo sono contrari a staccare la spina nonostante la scienza ufficiale non lasci scampo alla sorte di Charlie e la magistratura inglese abbia sentenziato lo stacco della spina stessa. Il mondo è bello perché è vario: se uno, in condizioni di vita irrimediabilmente compromesse, vuol farla finita, incontra parecchi ostacoli ed espone addirittura chi lo aiuta a guai giudiziari (Marco Cappato rischia paradossalmente 12 anni di carcere per aver aiutato un amico a recarsi in Svizzera in una clinica dove applicano il suicidio assistito); se uno, seppure tramite i suoi genitori, vuol provare a continuare a vivere sperando nei progressi della scienza, deve piegarsi alla sentenza di un giudice che ritiene, seppure motivatamente, giunto il momento di chiudere l’esistenza. Insomma tutti possono decidere quando una deve morire, meno l’interessato o i suoi legittimi rappresentanti: i medici, la scienza ufficiale, i giudici, i legislatori, i governi, i religiosi, i moralisti, tutti si arrogano, più o meno un diritto di interferire, tutti meno i diretti interessati.

Vorrei capire perché se una persona non vuole su di sé alcun accanimento terapeutico debba essere costretto a subirlo in base alla legge o ad un principio etico-religioso; al contrario non vedo perché se una persona vuole continuare la battaglia per sopravvivere, debba essere obbligato a gettare la spugna in base alla scienza che non gli dà scampo e/o alla magistratura che ritiene inumano tenere in vita una persona senza plausibili prospettive di miglioramento sanitario.

Tutto cospira contro l’uomo ed il rispetto per la sua vita: chi parla in nome della scienza, chi in nome della legge, chi in nome di Dio, chi in nome della società. Trovo assurdo che l’Alta Corte inglese non prenda doverosamente atto della volontà di questi due coraggiosi genitori e non consenta loro di provare ancora ulteriori terapie sperimentali, anche se molto improbabili o illusorie. Non si tratta di evitare al bambino ulteriori sofferenze: credo infatti che i genitori non siano egoisticamente e sadicamente attaccati alla loro creatura, ma solo pervicacemente decisi a non lasciare niente di intentato per il loro figlio. Si tratta invece di segnare autoritariamente il primato istituzionale sulla coscienza individuale: non sono assolutamente d’accordo. Questo vale, ripeto, per chi la vuol fare finita e per chi vuole provarci ancora. Non diamo la vita in pasto alle ideologie, stacchiamo la spina a queste sovrastrutture esistenziali e lasciamo che le persone abbiano la libertà di staccare la propria spina senza soffrire di spine nel fianco.

C’è un ospedale che si offre di accogliere questo bambino per sperimentare al buio una terapia. Lasciamo stare che in questa iniziativa possa esserci un qualcosa di strumentale (persino Trump ci ha visto uno scoop umanitario, lui peraltro a corto di credibilità etica), l’importante è lasciare che la prova possa essere eseguita. Questi genitori non solo hanno la sventura, umanamente parlando, di vivere con un figlio portatore di enormi handicap, ma anche l’amarezza di dover combattere una paradossale battaglia in difesa dello spiraglio di vita che continuano a vedere. Non mi interessa se lo vedono più con gli occhi del cuore che con quelli della ragione: hanno il diritto di vederlo e la società ne deve prendere atto con rispetto e solidarietà.

 

 

La demenza neofascista e il delirio grillino

È tornato di moda il fascismo? Ognuno si diverte come può. Non stupisce più di tanto che ci sia gente che gioca con le svastiche, con i saluti alla romana, con i cimeli del Duce, con gli slogan del ventennio. Non c’è da costruirci sopra teorie politiche. Siamo alla pura demenza. Ha fatto scalpore che uno stabilimento balneare di Chioggia sia organizzato e gestito da un “poveraccio”, che si sbizzarrisce a sparare cazzate apologetiche su fascismo e neofascismo. Ci sta tutto e il contrario di tutto. Questa gente non può avere, per motivi anagrafici, una esperienza   diretta del fascismo e quindi ne parla e ne canta come di una bella favola finita male.

Qualcuno teme che, sottovalutando questi fenomeni, si conceda spazio alla propagazione di idee sostanzialmente fasciste, quali il razzismo, la discriminazione sessuale, l’intolleranza per i diversi, l’omofobia, etc. etc. Su 3600 pagine Facebook ce ne sarebbero 500 che fanno apologia di fascismo e razzismo. Alcuni improvvisati e incredibili costituzionalisti (dei miei stivali) disquisiscono sul confine tra il libero sfogo delirante e l’incitamento alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Penso valga la pena di essere intransigenti: qui non si scherza, non c’è liberticidio che tenga.

Sono quindi portato non tanto a sottovalutare, ma a squalificare alla radice queste farneticazioni, considerandole rientranti in una patologia mentale, prevalentemente frutto di frustrazione personale e sociale se non di vera e propria anormalità intellettuale. Ce ne sono un po’ troppi e la cosa fa pensare alla storia che si ripete e fa temere politicamente l’effetto emulazione.

Concedere a questi pazzi un surplus di attenzione però non conviene. Forse è meglio ignorarli. I cortigiani del ducato mantovano cantano così contro le impennate di Rigoletto: «Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…».

Se proprio vogliamo affrontare l’aspetto politico della questione, ci sarebbe da preoccuparsi non tanto di questi imbecilli che giocano a fare i fascisti, ma di chi in Parlamento e nelle Istituzioni ha fatto e fa del neofascismo doc: basti pensare al sindaco di Roma Gianni Alemanno accolto all’atto della sua nomina da manifestazioni di chiaro stampo fascista. Ebbene, persino la Chiesa Cattolica lo aveva appoggiato. A livello di esercito e di forze di polizia non si nascondono simpatie fasciste e si tollerano comportamenti aberranti in tal senso. Ricordiamoci che le macellerie genovesi dei manifestanti contro il G8 furono fatte allorquando, si dice, Gianfranco Fini spadroneggiava nei corridoi della questura genovese: altro personaggio riciclato e vezzeggiato da milioni di italiani, che ha fatto il ministro, il presidente della Camera dopo essere stato per tanti anni un esponente del Msi, vale a dire della forza politica che si richiamava e si collegava apertamente al fascismo. Abbiamo avuto per vent’anni un berlusconismo che faceva rima con fascismo da tutte le parti lo si guardasse: ho scritto un libro su questo argomento e chi lo desidera può consultarlo nella sezione libri di questo sito.

Attualmente la maggiore preoccupazione la desta il M5S che al delirio neofascista risponde col delirio menefreghista, ammantato di farneticante post-ideologia, di insopportabile equidistanza politica tra destra e sinistra e di fasulla rivisitazione della teoria degli opposti estremismi. La presenza nelle proprie file di simpatizzanti neofascisti o di soggetti refrattari alle ideologie non giustifica la deriva sempre più qualunquistica dei grillini: una forza politica non deve infatti operare la notarile sintesi delle opzioni “intestinali” dei propri elettori reali e/o potenziali, ma dovrebbe tradurre il consenso in proposte politiche serie, rispettose della storia e sensibili ai problemi dell’attualità. Sui vari argomenti emergenti, ultimo il discorso sulla propaganda fascista, non capisco se i cinque stelle blaterino in proprio o si limitino ad affermare sistematicamente il contrario di quanto dice il PD.

Queste sono le cose che mi preoccupano, ben più dell’evidente cretinismo di chi al mare si diverte con le nostalgie mussoliniane. Questa gente non ha vissuto il fascismo, non sa cosa è stato, ne coglie in lontananza solo gli aspetti folcloristici: in un vero regime neofascista sarebbero considerati gli scemi del villaggio e pertanto sarebbero i primi ad essere emarginati o addirittura fatti fuori. Purtroppo il fascismo è stato una cosa seria e tragica, non una farsa.

Mio padre, a proposito di antifascismo (quello vero e precoce) annidato nell’oltretorrente parmigiano, mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto) che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!”. Lo stesso popolano dell’oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Filippo Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed interventiste: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira. Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ci vorrebbe ancora quel bel personaggio: gli proporrei un giretto sulla spiaggia di Chioggia con licenza di sparare le sue verità. Servirebbe di più delle leggi contro l’apologia di fascismo, comunque da salutare sempre col massimo rispetto, con sacrosanta e scrupolosa attenzione e col conseguente sollievo costituzionale.

Una soffocante stretta di mano

Quando mi capita di vedere le immagini di una stretta di mano fra capi di governo o di stato, scatta in me una sorta di speranza che, nonostante tutto, l’amicizia fra i popoli possa prevalere sulla volontà di predominio e sui venti di guerra. Subito mi correggo e mi disilludo, pensando che il tutto possa rientrare nella solita messa in scena per buttare fumo negli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. L’ingenuità infatti non è ammessa dopo averne viste di tutti i colori nei rapporti fra gli Stati, laddove predomina il più sfrenato ed egoistico opportunismo rispetto all’auspicabile senso diplomatico basato   sul rispetto dei valori e dei diritti, presupposto della convivenza pacifica. Non si tratta di ingenuità ma di testarda fiducia negli uomini, anche di quelli investiti di grandi responsabilità: se si parlano, se si scambiano idee, se arrivano a stringersi la mano, qualcosa vorrà pur dire di positivo. In fin dei conti non sono stati fascismo e nazismo a bandire la stretta di mano ed a sostituirla con gesti militareschi e distaccati? Anche se capisco di essere un illuso, preferisco illudermi con l’ottimismo dei rapporti umani piuttosto che schiantarmi sul pessimismo dei rapporti di forza.

In questi giorni ho visto e rivisto le ostentate strette di mano fra Putin e Trump, ma confesso di non essermi affatto emozionato nel senso di cui sopra, al contrario mi sono turbato e impaurito: due personaggi simili, se si danno la mano lo fanno per pura convenienza, per stipulare patti osceni alle spese dell’umanità che li sta guardando. Nessuna stima, nessun interesse, nessuna illusione davanti alla mera ed evidente sceneggiata dei due autocrati che stanno prendendo in giro i loro Paesi e il mondo intero.

Di strette di mano false o meramente protocollari ce ne saranno state a centinaia durante il G20 di Amburgo, ma quella fra Putin e Trump non riesco ad accettarla, me la sento addosso come una prevaricazione, la vedo come la stipula di un patto scellerato fra personaggi senza scrupoli, la soffro come un bruttissimo destino verso cui precipita la nostra epoca, la interpreto come la morsa che stringe e soffoca la speranza in un mondo migliore.

Donald Trump, al primo incontro alla Casa Bianca con Angela Merkel, mostrò indifferenza e fastidio versa la Cancelliera che timidamente gli porgeva la mano: fossi stato al posto della Merkel me ne sarei venuto via immediatamente, segnando una distanza abissale fra due modi opposti di intendere la politica. La Merkel invece si rassegnò alla prepotenza di questo personaggio e da allora cominciò addirittura a tentare di recuperare il difficile rapporto: la realpolitik vince sempre. Trump è a capo della potenza americana, che ha perso peso, ma resta sempre la maggior potenza a livello mondiale. Bisognerà farci i conti? Temo proprio di sì. Ma attenti a quei due! Il gioco può diventare veramente pericoloso: Trump e Putin che si fanno i complimenti, roba da brividi! Anche perché di autocrati in giro ce ne sono altri, di affaristi della politica pure, i pazzi megalomani non mancano e potrebbero cogliere la palla al balzo.

Del velleitario e violento movimento protestatario, che ad Amburgo ha fatto da scontato e inutile contraltare all’indifferenza dei potenti, salverei soltanto un eventuale piano per coprire Trump e Putin di escrementi: sarebbe un “bel gesto”, emblematico, non violento, significativo, serio e pacifico. Invece…distruzioni, danneggiamenti, esplosioni, tutto funzionale al sistema di potere.

L’Europa, pur debole, contraddittoria e divisa, rimane la nostra ancora di salvezza. L’Italia si è presentata sola al G20, con il biglietto da visita di migliaia di migranti salvati e accolti pur tra enormi difficoltà e problemi. L’hanno snobbata. Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano.

Il bicchiere della giustizia

Daniela Poggiali, 45 anni, infermiera, condannata in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di una paziente ricoverata all’ospedale di Lugo di Romagna, è stata assolta e scarcerata dalla Corte di assise d’appello. L’indagine e la sentenza di primo grado ne avevano fatto una sorta di serial Killer in corsia, un angelo della morte con circa dieci vittime a carico. Aveva conseguentemente perso il lavoro ed era destinata al carcere a vita. Poi è arrivata la sentenza di secondo grado che l’ha assolta perché il fatto non sussiste.

Bruno Contrada è stato capo della squadra mobile di Palermo, dirigente della Criminalpol siciliana e numero tre del Servizio segreto civile: è stato condannato e ha scontato la condanna a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa a partire dal maggio 2007. La Corte di Cassazione dopo 25 anni dall’arresto cancella la condanna ritenendo il reato non perseguibile, in quanto commesso quando ancora questo reato non esisteva, accogliendo così il pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo a cui il Contrada aveva fatto ricorso.

Il Pm Henry John Woodcock è indagato dalla procura di Roma per violazione del segreto d’ufficio nell’inchiesta Consip ed è stato quindi interrogato dai colleghi romani in una caserma del centro della capitale.

Non entro nel merito dei tre casi giudiziari, ma faccio spontaneamente una riflessione di carattere istituzionale: di fronte a queste clamorose vicende come ne esce l’immagine della giustizia italiana? La vita di una donna completamente distrutta e improvvisamente riabilitata; un alto funzionario pubblico che, a babbo morto, si vede ripulire la fedina penale; un giudice della procura di Napoli viene messo sotto inchiesta per comportamento gravemente scorretto durante le indagini da lui condotte su un caso di grossa rilevanza.

Si potrebbe dire: una giustizia che sa rivedere le proprie decisioni e correggerle, seppure con gravi ritardi, e che non guarda in faccia nessuno, anche un importante suo giudice inquirente viene indagato. E siamo al bicchiere mezzo pieno!

Si potrebbe però anche pensare: ma che razza di giustizia è quella che sputtana a vita un’infermiera, mettendola precipitosamente alla gogna e destinandola al carcere per sempre, per poi ammettere di essersi sbagliata o quanto meno di avere esaminato troppo superficialmente le prove? Ma che razza di giustizia è quella che non sa riconoscere se un reato è perseguibile o no e intanto mette in carcere per dieci anni una persona, poi si vedrà? Ma che razza di magistratura inquirente abbiamo se i segreti d’ufficio vengono violati sistematicamente e si dubita non solo che essa non controlli a sufficienza la segretezza delle indagini, ma addirittura che possa violarla direttamente divulgando alla stampa elementi e documenti coperti dal segreto stesso? E siamo al bicchiere mezzo vuoto!

Rimango stordito, con questo bicchiere in mano e non so se fidarmi o meno della giustizia italiana: e, se mi dovesse capitare, da innocente, ma persino da colpevole, di essere sottoposto a indagine o a processo, potrei stare tranquillo e confidare in un trattamento equo? A prescindere dalla stucchevole contrapposizione pseudo-culturale tra giustizialismo e garantismo, sinceramente non dormirei fra due guanciali, con tutto il dovuto rispetto per la magistratura, per la sua indipendenza e per la sua funzione essenziale.

Ma liberaci da Google

Io non guardo la pubblicità, cambio canale. Io non vado al supermercato, scelgo lo scaffale. Non vado nei negozi, uso internet, faccio gli acquisti on line e decido io quel che voglio. Pie illusioni. Il consumismo ci perseguita con le sue regole rivedute e scorrette. Scaffali reali o virtuali, siamo sotto una dittatura inesorabile che ci impone cosa acquistare e quindi, in un certo senso, come vivere, perché nella nostra mentalità la vita dipende dai beni materiali su cui possiamo contare.

Resistenza? Passiva: non guardare la televisione, non connettersi ad internet, andare nel negozio sotto casa gestito da un amico di provata onestà, aborrire supermercati, ipermercati, centri commerciali, etc. La ritengo assurda, ci alienerebbe ancora di più.

Attiva: spostare il discorso dai beni materiali a quelli immateriali, educazione, cultura, arte, solidarietà sociale, equità, altruismo. La ritengo difficile, ma possibile, forse l’unica difesa personale, ma può diventare collettiva nella misura in cui imposta i rapporti su una diversa scala di valori.

Se ne è parlato in un gruppo di amici in vena di riflessioni esistenziali. Le agenzie educative (famiglia, scuola, parrocchia, centri sociali, associazioni varie) sono spiazzate o addirittura soppiantate dal mondo dei social network. Bisogna avere la masochistica pazienza per aspettare che la vita con le sue “disgrazie” renda la sua giustizia educativa a suon di sofferenze e di batoste?

Sì, anche, però in attesa che la vita si rifaccia viva, bisogna combattere la “perdente” ma “vincente” battaglia dei valori o meglio della critica ai falsi valori, tramite la proposizione di quelli autentici. Gara durissima, conflittuale, impegnativa allo spasimo.

Una ricetta rasserenante: rassegnarsi ai tempi lunghi di una semina a fecondità differita. Ci siamo passati tutti. Gli insegnamenti ci davano e ci danno fastidio, urtano i nervi, vengono rifiutati. Alla lunga riemergono, magari nel frattempo sono avvenuti disastri.

Una ricetta impegnativa: gli insegnamenti non valgono niente se non sono accompagnati da concrete testimonianze di vita vissuta. Quale credibilità ha sul piano educativo una famiglia in cui i genitori non si rispettano, in cui il denaro arriva per vie traverse, in cui il benessere economico è perseguito a tutti i costi, in cui il lavoro serve solo a fare carriera?

Mi capita spesso di riguardare la mia esistenza col senno di oggi: un disastro! Come è stata possibile una successione di cavolate così insistente e consistente? E domani sarà ancora così? Attenzione, perché il fuoco dell’esperienza dovrebbe purificare, ma può anche distruggere.

“Vale più un caffè bevuto in compagnia di amici, che la lettura di un libro”: così dice sostanzialmente Ermanno Olmi in una sua stupenda provocazione. A vivere non si impara con i libri, la vita la si costruisce con i rapporti umani. E allora non c’è Google che tenga.

 

Antimafia ma non troppo

Quando si tratta di chiacchierare di politica, i giornali sono prodighi di particolari e di approfondimenti più o meno pertinenti, quando si passa dalle schermaglie tattiche di partiti e correnti ai contenuti di leggi in discussione al Parlamento, il taglio diventa estremamente superficiale, approssimativo e confuso. Ragion per cui è spesso difficile coglierne la portata, il contenuto e capire il motivo del contendere.

Non so quindi se ho ben inteso, ad esempio, quale sia il nocciolo della questione in materia di codice antimafia. Mi pare si stia discutendo sulla opportunità di applicare le misure della lotta alla criminalità organizzata (sequestro e confisca dei beni) anche ai casi di corruzione. Materia delicata e complessa.

Senza voler fare il processo alle intenzioni, sembra che niente a che fare con l’ansia di   evitare i rischi di un giustizialismo paralizzante abbia la posizione strumentale di chi teme che questa mannaia allargata possa abbattersi su significative fette di politica corrotta o in bilico tra spregiudicatezza e corruzione: tale atteggiamento si nasconde dietro i tecnicismi per boicottare una legge scomoda per un sistema di potere alquanto tentato di lasciarsi corrompere.

Prescindo quindi da queste eventuali fuorvianti, opportunistiche e maliziose posizioni, lasciandole alla coscienza dei parlamentari. Riporto il dibattito alla buona fede ed alle rette intenzioni dei protagonisti. Da una parte c’è l’esigenza di combattere con efficacia e possibilmente di prevenire il fenomeno dilagante della corruzione: a detta della Corte dei Conti sarebbe la causa principale del dissesto finanziario nei conti pubblici. Dall’altra parte esiste il pericolo di creare confusione facendo di ogni erba (reati diversi) un fascio (mafia).

Nella mano dei politici parlano, più o meno opportunamente, magistrati in prima linea sul fronte antimafia e anticorruzione, che vengono giustamente ascoltati non fosse altro per il fatto che sarà la magistratura a dover applicare questi provvedimenti (per la verità tutte le leggi devono essere applicate dai giudici, non per questo devono essere loro a dettarle direttamente o indirettamente). Mi sembra di capire che il Parlamento sia giunto ad un testo che risponde sostanzialmente alle valutazioni del procuratore nazionale antimafia (specificare al meglio i limiti tra corruzione e mafia), mentre tale testo viene aspramente criticato dal presidente dell’Autorità anticorruzione (non è condivisibile la traslazione tout court della normativa antimafia alla corruzione).

Che i parlamentari siano piuttosto confusionari nel legiferare è un dato scontato, ma bene o male spetta a loro questo potere: mi pare che in questa fase il fiato giudiziario stia un po’ troppo sul collo legislativo delle nostre istituzioni. Le leggi non le devono fare né Franco Roberti, né Raffaele Cantone, ma il Parlamento, mediando al meglio tra le diverse istanze, esigenze e impostazioni. Altrimenti si arriva alla paralisi e non se ne esce più.

Ricordo quando operavo nell’ambito della programmazione e gestione teatrale: mi facevo spesso scrupolo di ascoltare (troppo) i tecnici, gli addetti ai lavori, etc. Un astuto collega mi confortava, riportandomi alla realtà: «Se stessimo rigorosamente ai pareri dei musicologi non metteremmo in scena neanche la recita della poesia di Natale…». A ognuno il suo compito. Penso debba essere così anche a livello delle massime istituzioni.

Per ritornare a bomba vedo il rischio che il provvedimento di legge in questione, stiracchiato dai soloni giudiziari, finisca nel binario morto (con grande soddisfazione dei disfattisti): lo dice il ministro della giustizia. Lui ha l’autorità per esprimere tali timori. Io non ho l’autorità, ma mi permetto di temere che, gira e rigira, il codice antimafia, anziché essere applicabile ai corrotti, finisca in cavalleria. Operazione tutt’altro che cavalleresca.

L’assurdo diritto di chiudersi in casa

È da giorni che mi scervello (si fa per dire) per capire quale sia il collegamento tra la cagnara parlamentare sulla legge riguardante il riconoscimento del diritto alla cittadinanza italiana per tante persone che sono già italiani di fatto e il fenomeno dell’immigrazione con tutte le implicazioni problematiche che comporta. Alcune forze politiche infatti ritengono irresponsabile e/o inaccettabile la proposta di porre in discussione lo ius soli considerando tutto quello che sta accadendo sul tema immigrazione. Altri aggiungono: «Mentre l’Europa si preoccupa di difendere i propri confini dall’invasione, la priorità del governo Gentiloni e della sua maggioranza è la cittadinanza facile per gli stranieri».

Siamo al delirio politico e legislativo. Che una persona nata in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno in possesso di permesso Ue per soggiorni di lungo periodo e che un minore straniero, nato in Italia o che vi abbia fatto ingresso entro i 12 anni ed abbia frequentato un ciclo formativo per almeno cinque anni nel nostro paese, abbiano diritto ad essere considerati cittadini italiani è questione talmente scontata da non essere nemmeno lontanamente messa in discussione. Si tratta soltanto di regolarizzare giuridicamente situazioni di fatto riguardanti circa un milione di persone: gente che è nata in Italia, ha frequentato le scuole italiane, da tempo vive in Italia. Non capisco quale sia il problema. Cittadinanza facile? Non direi proprio.

Si intuisce come si voglia far passare strumentalmente e demagogicamente questo sacrosanto provvedimento come una sorta di incentivo all’immigrazione. Volendo proprio affrontare il discorso da questo punto di vista, mi pare sia un disincentivo viste le condizioni tutt’altro che semplici da superare per ottenere la cittadinanza italiana. Bisogna in sostanza inserirsi e integrarsi concretamente e stabilmente, dopo di che si può ottenere un diritto che arriva a sancire e a completare giuridicamente un percorso esistenziale.

Questo assurdo e demenziale dibattito altro non è che il segno ulteriore della incapacità di accettare il mutamento sociale e culturale della nostra società: viviamo fuori tempo e fuori luogo. Purtroppo è l’atteggiamento ipocrita non solo e non tanto italiano, ma europeo. L’aula vuota del parlamento di Strasburgo durante il dibattito sui risultati del semestre maltese di presidenza dell’Unione, discussione che riguardava certamente anche il punto della situazione sul problema immigrazione, è, senza voler esagerare o criminalizzare alcuno, un segno eloquente e sconfortante della disattenzione e della insensibilità verso il nuovo assetto socio-culturale dell’Europa inserita nell’area mediterranea.

Continuiamo pure a cavalcare, come scrive Lucio Caracciolo, l’equazione migranti= invasori=terroristi; continuiamo pure a nasconderci, come scrive Gianluca Di Feo, dietro la pretestuosa distinzione tra rifugiati (da accogliere) e migranti economici (da respingere); continuiamo pure ad illuderci di riuscire a rimpatriare migliaia di persone (forse risolveremmo il problema di Alitalia, garantendole un traffico aereo smisurato); continuiamo pure a vomitare accuse contro le Ong e contro le loro immaginarie complicità con gli scafisti; continuiamo pure a scaricare compiti e responsabilità sulla Libia così come sulla Turchia o sul Marocco (la Libia l’abbiamo voluta mettere a soqquadro per soddisfare il gusto belligerante di francesi e inglesi ed ora pretendiamo di ributtare il problema dall’altro lato del Mediterraneo); continuiamo pure a non aiutare i paesi africani pensando che il mondo finisca col mare Mediterraneo; continuiamo pure a seminare paure e zizzania. I migranti continueranno ad arrivare e noi avremo sempre più paura e semineremo sempre più zizzania pensando di essere noi il buon grano, che invece verrà bruciato, come dice Lucio Caracciolo, nel fuoco dell’antistoria, dell’antigeografia, dell’antidemografia, dell’antieconomia, dell’anticlima e dell’antipolitica.

La riforma di san Tommaso

Il mio direttore, in un momento di particolare frustrazione, mi confessò, con malcelato atteggiamento rinunciatario, la sua crisi burocratica: «Un direttore perfetto dovrebbe dare l’ordine, per poi eseguirlo in proprio ed autocontrollarne la esecuzione stessa». Solo così infatti si avrebbe la certezza che l’iter burocratico di una qualsiasi pratica giunga a conclusione positiva. Amara ma realistica ammissione di impotenza.

Questo ricordo, peraltro ripetutamente sperimentato nella mia vita professionale, mi “perseguita” ancor oggi ogni volta che mi imbatto, direttamente o indirettamente, in episodi di ostruzionismo burocratico. Alle fastidiose esperienze dirette si aggiungono gli immancabili e ricorrenti episodi di cronaca.

Quando sento il presidente del consiglio o un ministro esprimere una decisa volontà di rinnovamento, più che dubitare della sua buona fede e della sua capacità politica, mi viene spontaneo chiedermi quali e quanti bastoni fra le ruote gli porrà la macchina amministrativa. Qualsiasi provvedimento emanato dal potere legislativo e da quello esecutivo trova un immediato problematico riscontro a livello burocratico: il provvedimento infatti deve essere, quasi sempre, accompagnato da decreti attuativi, dalle circolari ministeriali, dalla prassi operativa dei vari uffici pubblici interessati. In questi meandri la volontà del legislatore e/o del governante viene spesso rallentata, frenata, stoppata, fuorviata, snaturata, annullata: non per incompetenza o incapacità (abbiamo fior di funzionari con grande esperienza e notevole preparazione), ma per istinto conservativo, per mancanza di volontà, per quieto vivere, per renitenza ad assumere responsabilità ed a correre i rischi conseguenti.

Voglio riportare, a costo di ripetermi, alcuni episodi emblematici di questi atteggiamenti invadenti ma bloccanti della burocrazia. Parto dall’alto e vado verso il basso.

Un importante avvocato nell’anticamera di una commissione tributaria svelò un segreto di pulcinella: in campo fiscale le risoluzioni ministeriale in risposta ai quesiti dei contribuenti conterrebbero volutamente margini di incertezza al fine di dribblare le responsabilità del funzionario in alto grado che le firma e ne dovrebbe rispondere. Tutti annuirono, nessuno smentì o mise in dubbio quella rivelazione. Cosa gravissima se vera,   impossibile da dimostrare. A giudicare dall’equivocità di gran parte delle interpretazioni si direbbe proprio che questa prassi risponda al vero.

Durante un convegno di carattere fiscale a cui partecipavano alti funzionari ministeriali, uno di essi, alla stringente domanda di un convegnista, ribattè candidamente che prima di rispondere avrebbe dovuto valutare l’impatto sulle casse erariali, con tanti saluti alla certezza del diritto e alla coerenza amministrativa. Fosse stato presente il Ministro, come minimo, avrebbe dovuto cavare un occhio a quel suo collaboratore incauto, sciocco, e incompetente.

Il giorno dopo l’approvazione definitiva di un provvedimento di legge in materia fiscale, pubblicato tempestivamente dalla stampa specializzata, contenente un’agognata norma agevolativa, un mio collega si presentò all’ufficio interessato per presentare una pratica e si vide negare perentoriamente l’agevolazione approvata dal Parlamento. Subentrai nella procedura e mi recai dal capo-ufficio con il testo di legge e lo consegnai con delicatezza   nelle sue mani: lo lesse e lo rilesse per alcuni minuti, evidentemente non lo conosceva (niente di male, era appena stato sfornato). Alla fine confermò l’applicabilità e allora ebbi l’ardire di chiedere un suo intervento sull’impiegato recalcitrante. Lo fece tramite citofono e capii che lo sportellista non ne voleva sapere. Il capo fu costretto a venire di persona ad impartire l’ordine sotto il mio sguardo piuttosto compiaciuto. La pratica andò a posto, ma non ebbi più l’ardire di rivolgermi a quel funzionario, che per sua ignorante testardaggine si era messo nella condizione di essere necessariamente mortificato.

Dovevo rinnovare l’esenzione al ticket in materia sanitaria per i miei genitori molto anziani: mi recai alla stanza dove venivano sbrigate queste pratiche. C’era una certa fila e rimasi sorpreso che tutti rimanessero in attesa pur essendo libero uno dei due funzionari addetti. Mi lasciarono tranquillamente il passo, entrai ed esposi il problema. Mi sentii rispondere in stile piuttosto sgarbato, ma soprattutto in modo completamente sconclusionato. Mi azzardai a controbattere e vidi che il collega da un’altra scrivania guardava preoccupato la situazione con la coda dell’occhio. Capii tutto, rimisi la pratica in borsa e uscii piuttosto contrariato e sconcertato. Se non altro avevo scoperto perché nessun utente avesse il coraggio di interloquire con quell’impiegato maldestro. Per saltarci fuori mi recai presso un patronato.

Gravi indizi di una mentalità burocratica che sembra avere lo scopo di neutralizzare le riforme, di rendere difficile l’applicazione delle leggi, di evitare grane e responsabilità, di mantenere lo status quo, di conservare il proprio potere di interdizione: una sorta di ricatto corporativo inaccettabile e paralizzante.

Più volte mi è capitato di fare una battuta sui governanti prigionieri della macchina burocratica: “nemmeno se il ministro della funzione pubblica fosse san Giuseppe ci si salterebbe fuori…”. Oltre tutto sbaglio sempre il santo: troppo umile e remissivo. Forse si potrebbe provare con san Tommaso capace di ficcare il naso in pratiche molto delicate, complicate ed importanti.

 

 

Vaticano, croce senza delizia per papa Francesco

Estate calda in Vaticano. Il cardinale George Pell si congeda dall’incarico di prefetto della Segreteria per l’economia, dopo essere stato incriminato per abusi sessuali e stupro, che avrebbe compiuto su minori negli anni ’70 quando era prete in Australia. Le finanze vaticane continuano ad essere nell’occhio del ciclone, anche se questa volta il temporale è scoppiato per questioni ancor più delicate e scandalose.

Il cardinale Pell ha tutto il diritto di difendersi, le accuse non significano colpevolezza. Pur ammettendo la gravità delle ipotesi di reato e pur considerando la vastità del fenomeno della pedofilia a livello di clero, colpevolmente coperto nel tempo, mi pare di scorgere talora un certo compiaciuto accanimento: lo dico non certo per alleggerire la gravità di vicende sconvolgenti, ma un conto è il terrificante fenomeno mai sufficientemente condannato e combattuto, un conto è il dovere di cronaca senza alcun riguardo verso altolocati uomini di Chiesa, un conto il pericolo di sottoporre mediaticamente (forse) a processi sommari alcuni personaggi coinvolti. Lo dico e lo scrivo, dopo avere a suo tempo avuto il coraggio di interrompere l’omelia di un sacerdote, che in buona fede prendeva un granchio tremendo, riducendo la pedofilia a calunnioso e pretestuoso attacco alla Chiesa, mettendola fra le vittime al posto dei soggetti abusati.

Come minimo, il cardinale Pell, che sapeva da tempo di queste pesantissime accuse nei suoi confronti, avrebbe dovuto dimettersi molto prima, al fine di chiarire la sua posizione sul piano giudiziario e senza nascondersi dietro incarichi prestigiosi a livello di curia vaticana.

Il giorno successivo, preceduta da indiscrezioni di stampa, avviene la nomina di un nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo spagnolo Luis Ladaria Ferrer, che sostituisce il cardinale tedesco Gerhard Müller. Anche sul capo del nuovo responsabile dell’ex Sant’Uffizio si scatena un temporale: nel 2016 avrebbe firmato, come segretario della Congregazione stessa, un decreto di riduzione allo stato laicale di un sacerdote italiano per abusi sessuali su minori, senza operare denunce alle autorità italiane, con la raccomandazione ai suoi diretti superiori di far sì che la nuova condizione del sacerdote non desse scandalo ai fedeli e di divulgare la notizia soltanto in caso di “pericolo di abusi su minori”. Abusi che purtroppo avvennero nel silenzio dell’autorità ecclesiastica competente, che dichiara di non essere venuta a conoscenza di questi ulteriori fatti.

Vicenda molto brutta in cui l’arcivescovo Ladaria non è coinvolto direttamente, ma nella quale la Congregazione, di cui era segretario, non ha certo brillato per trasparenza e intransigenza, atteggiamenti peraltro raccomandati da papa Francesco e prima ancora da papa Benedetto. Il comportamento rispecchia un’osservanza meramente canonica delle procedure, ben lontana dall’impegno etico e religioso per la difesa delle vittime (effettive e potenziali) e per la bonifica del marciume esistente nella Chiesa. Non è ancora acquisito del tutto il concetto del mettere in primo piano le vittime (le autosospensioni di Componenti della Commissione anti pedofilia la dicono lunga).

I due casi, quello del cardinale Pell e questo dell’arcivescovo Ladaria non sono uguali e non si può fare quindi di ogni erba un fascio. Tuttavia il male della pedofilia è ben lontano dall’essere estirpato e la chiarezza, sul passato e sulle procedure per il futuro, è lungi dall’essere fatta una volta per tutte.

Questa lunga premessa non tanto per ribadire la gravità di queste situazioni, ma per esprimere la sorpresa davanti a vicende che scoprono la debolezza di papa Francesco nei confronti della curia vaticana, di cui sembra essere un corpo estraneo (e mi può andare bene), ma anche un interlocutore un tantino distratto (e questo non va bene). Ho l’impressione che a mettere le mani nel ginepraio curiale si finisca inesorabilmente per pungersi. Oltre tutto nessuno offre a Francesco i guanti protettivi: lo vedo allo sbaraglio. Probabilmente è il suo tallone d’Achille. Credo che, quando chiede insistentemente preghiere, alluda a questa sua difficoltà.

A mio modesto giudizio, più che ad operare delle sostituzioni sarebbero opportuno puntare a disboscare, tagliare, ridurre, reimpostare. Facile a dirsi, difficile a farsi. Sulla nuova nomina a Prefetto della Congregazione della Fede grava un macigno che andava valutato prima: la cosa era nota. Ladaria non parte certo con il vento in poppa.

E se si smantellasse questo residuato bellico del Sant’Uffizio, rinviando tutto al Vangelo? E se le finanze vaticane fossero smagrite, decentrate, gestite con assoluta trasparenza da personaggi laici indipendenti? E se si sbloccasse tutta l’impostazione dogmatica e pastorale sulla sessualità di preti e laici? E se molti curiali andassero a fare i parroci in prima linea dove si svolge il buon combattimento della fede? E se ci fosse tolleranza zero verso tutti i veri comportamenti abnormi del clero (magari si è stati e si è tuttora severi ed emarginanti verso un prete che ha una relazione con una donna o con un uomo alla luce del sole, e si è tolleranti e omertosi verso chi vive la propria sessualità nel nascondimento, magari nella sporcizia se non nella devianza totale)? Domande provocatorie, ma legittime ed opportune. Ho riflettuto prima di scrivere queste sofferte riflessioni, ho cercato di non avere cattiveria verso alcuno, non ho inteso scagliare pietre perché non sono senza peccato, ho esposto solo il mio pensiero critico. Caso mai il nuovo prefetto del Sant’Uffizio aprirà una pratica sul mio conto.

Non scherziamo sulla “cagata pazzesca” di Trump

Da tempo osservo con rassegnato distacco il comportamento di Donald Trump. Sono convinti infatti che l’eccesso di attenzione mediatica finisca col favorirlo, vittimizzandolo o esponendolo ad un surplus di considerazione. Vale sempre il famoso detto: “l’importante è che se ne parli, magari in male, purché se ne parli”.

Tutto però ha un limite e mi pare che Trump lo stia superando coinvolgendo i suoi elettori in un deriva politica che ha dell’incredibile. Proprio oggi è deceduto Paolo Villaggio, il grande attore e geniale inventore di comicità, noto tra l’altro per la sua storica battuta fantozziana sulla corazzata Potëmkin. La prendo in prestito adattandola al presidente americano: “la presidenza Trump è una cagata pazzesca…”.

Molti continuano a deridere gli americani che meritano tutta la beffa in corso: se la sono cercata. Purtroppo ce lo beviamo anche noi, se lo sta bevendo tutto il mondo. Non si riesce a capire fin dove arriva la realtà e dove interviene lo scherzo atroce: ad ogni atto politico fa riscontro una buffonata social. Ultima del crescendo per chi ha letto le cronache: una twittata infantile e paradossale ad un tempo, un video di lotta con la personificazione della CNN a significare il duello in atto tra il presidente macho e i media che lo pressano e tallonano in tutte le sue scorribande. Twitta oggi, twitta domani…

Follia pura o scalata pianificata e deteriore al consenso? Propendo per una combinazione tra le due ipotesi. Ciò che mi preoccupa e mi spaventa è che storicamente gli andamenti della società americana si sono riprodotti nel tempo anche in Europa. E allora fra qualche tempo potremmo trovarci qualche Trump sotto casa? A ben pensarci qualcosa di lui già c’è stato e c’è anche in Italia. Non penso solo alla parabola berlusconiana che tanto assomiglia a quella trumpiana. Vado oltre e vedo gli apprendisti stregoni che (non) nascondono le loro simpatie. Ma gli italiani non si faranno incantare! Non ci farei troppo conto. Forse si tratta di un fenomeno unico e irripetibile, ma potrebbe essere l’inizio di un epoca in cui la politica si riduce progressivamente a fenomeno da baraccone col nulla osta elettorale dell’antipolitica, con l’alibi culturale dell’anti-establishment, col riferimento storico del populismo.

Gli ingredienti della torta li abbiamo tutti, manca solo il cuoco che potrebbe uscire prima o poi dalla scuola di cucina d’oltremanica. Sarà bene che gli americani si sveglino prima che sia troppo tardi, per loro, per noi, per tutti. Se non ci fosse di mezzo il mondo, ci sarebbe da buttarla in ridere. Usando twitter naturalmente.