Ipocondria da corruzione

In Italia c’è un po’ di tutto: chi ha tanto pelo sullo stomaco da ridere sui terremoti, pregustando i vantaggi economici dell’appaltabile ricostruzione; chi tira un sospiro di sollievo per una sentenza che toglie alla corruzione romana l’infamia della mafia (la cacofonia è voluta); chi grida allo scandalo, sulla casette destinate ai terremotati del Centro-Italia, prima che ci sia: è bastata la notizia dell’apertura di un’indagine per criminalizzare i costruttori di questi alloggi con la possibilità di fare una scorpacciata di sputtanamento verso le cooperative vicine al Pd (cooperative rosse, brigate rosse, casette rosse: l’anacronistico toro anticomunista è sempre in agguato); chi gode e alimenta la sfiducia per il clima di malaffare dilagante, pensando di incassarne il paradossale dividendo in termini di voti qualunquisti (il populismo vive di questa deriva in cui non si riesce più a capire se è più qualunquista chi è corrotto o chi si schermisce dalla corruzione); chi tenta di negare l’evidenza per pulirsi la coscienza politica accontentandosi della sgrossatina capitolina indotta dalla sentenza sull’affarismo romano, ridenominato e ridimensionato (almeno concettualmente) con pignola, ma doverosa, cura giudiziaria.

L’Italia è bella perché è varia. A suo tempo Leonardo Sciascia aveva teorizzato “la mafia dell’antimafia”. Ora sarebbe il caso di parlare di qualunquismo dell’antiqualunquismo,   di sporcizia dell’antisporcizia o giù di lì. Ai tempi di tangentopoli un mio caro amico che bazzicava la Germania per importanti motivi di lavoro mi confidò a ragion veduta qual era la differenza tra Italia e Germania in materia di corruzione: nessuna nei fatti, perché esiste in abbondanza in entrambi i Paesi; grande nell’eco mediatica, perché, mentre in Italia se ne parla e ci si scandalizza, in Germania si tace per carità di patria.

Dico la verità, a volte al termine della lettura di certe cronache sui casi in odore di malaffare mi chiedo: e dove sono i reati? Esiste ormai una sorta di presunta colpevolezza per chi svolge certi ruoli e certe funzioni pubbliche? Che a Roma un dirigente del comune su tre sia indagato per reati riconducibili al malaffare nella pubblica amministrazione mi sembra un dato che impone serie riflessioni: stiamo esagerando nelle inchieste giudiziarie sparando a raffica nel mucchio o stiamo effettivamente affondando nel mare inquinato della trasgressione affaristica?

Vigilare, controllare, scovare i furfanti, condannare i colpevoli, risanare i rapporti tra pubblico e privato, riportare la politica all’onorabilità richiesta dalla Costituzione, sono tutte esigenze imprescindibili. Attenti, però, perché le rivoluzioni (lo insegna la storia) scadono nel terrore, che spara a vanvera nel mucchio finendo per colpire gli innocenti e col buttare il bambino assieme all’acqua sporca.

Può succedere quel che capitò ad un mio simpatico collega, il quale a fronte dei suoi disturbi di carattere fisico, diceva con spietata auto-convinzione: nelle cause delle mie malattie voglio andare fino in fondo per curarmi al meglio! E non si accorgeva, di piombare, piano piano, dentro alla peggiore delle malattie: l’ipocondria. Alle sue vere malattie ne aveva aggiunta una immaginaria ma deleteria, psicologicamente paralizzante e fisicamente imbarazzante.

Aiutiamoci a casa nostra

Quando in una famiglia non si va d’accordo, ad aprire bocca si sbaglia sempre. Nella famiglia politica italiana non solo non si va d’accordo, ma non ci si rispetta e quindi ogni occasione è buona per schiamazzi verbali e attacchi strumentali. Matteo Renzi lo sa, ciononostante non tace un attimo e quindi offre il fianco ai tanti nemici interni ed esterni al suo partito: qualunque cosa dica viene girata e rigirata contro di lui.

Riguardo al problema degli immigrati ha usato lo slogan “aiutiamoli a casa loro”: affermazione lapalissiana, ma ignorata e contraddetta nei secoli. Mi sarei quindi aspettato che queste parole, piuttosto scontate dal punto di vista, storico, politico, economico e sociale, fossero snobbate e sminuite per il loro retorico significato.

Niente affatto. È diventato il pretesto per una squallida polemica a destra e sinistra. Da una parte è stato visto come un tentativo maldestro di scopiazzare il sempre moderno razzismo nostrano del “rimandiamoli a casa loro”; dall’altra parte come un tradimento del demagogico e parolaio aperturismo dell’ “accogliamo tutti e sempre”.

In realtà, pur nella sua vaghezza, il discorso di aiutare le popolazioni africane,   prevenendo l’estrema ratio della fuga da guerre e miseria, non fa una grinza. Non è né di destra né di sinistra, è razionale e solidale ad un tempo. Tuttavia risulta molto più comodo utilizzare il problema per fare un po’ di propaganda.

Renzi dovrebbe imparare a parlare e scrivere meno. I suoi nemici dovrebbero finirla di polemizzare a vanvera senza argomenti da proporre in alternativa. È un dibattito che affronta problemi enormi con l’armamentario della polemichetta politica: come se gli scalatori dell’Everest discutessero se partire con le ciabatte o con le scarpette da passeggio. In questo senso nel partito democratico va di moda la questione dell’uovo e della gallina: nascono prima le coalizioni politiche o i programmi? Altro busillis inventato. E giù fiumi di parole e di inchiostro. Volendo fare un commentino del tutto personale, più psicologico che politico, esterno un disagio crescente, che mi sta sempre più allontanando dalla “politica-politicante” alla disperata ricerca della “politica-politica”.

La scopa della storia pulisce, ma non toglie le incrostazioni

Se la ricostruzione, più o meno romanzata, della vita e della morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci restituisce la migliore immagine possibile della magistratura, l’intervista del capo della polizia Franco Gabrielli ci offre una visione tranquillizzante delle forze dell’ordine. Allora uno si chiede: possiamo, democraticamente parlando, dormire sonni tranquilli tra i due guanciali di polizia e magistratura. Ho parecchi dubbi al riguardo.

Falcone e Borsellino erano punte di diamante che hanno messo e continuano a mettere a nudo le manchevolezze di un sistema giudiziario piuttosto ripiegato su se stesso, talora compromesso col potere politico e affaristico, assai corporativo e preoccupato di difendere i propri privilegi, poco efficiente e pieno di contraddizioni. Molti giudici hanno pagato con la vita il loro impegno contro le mafie e la corruzione, hanno scontato la loro personificazione nello Stato, hanno avuto il coraggio di scoperchiare pentole puzzolenti, di andare contro-corrente. Non è bastato e non basta a togliere il tarlo di una magistratura, che spesso non riesce a fare giustizia, forte coi deboli e debole coi forti, lenta e burocratica, restia a ripulirsi dalle pecore nere.

Alle forze di polizia bisogna riconoscere l’abnegazione e il coraggio impiegato nel loro difficile e rischioso servizio, ma il passato e il presente ci mettono davanti comportamenti nostalgicamente e gratuitamente violenti, una certa qual tendenza alla giustizia sommaria e vendicativa, una caduta piuttosto frequente nell’abuso del proprio potere, l’omertà nei confronti di chi sbaglia nei propri ranghi, la volontà di coprire responsabilità ed errori ai vari livelli. Franco Gabrielli contribuisce con equilibrio e onestà intellettuale a voltare pagina rispetto alla “catastrofe” della gestione dell’ordine pubblico del G8 di Genova nel lontano 2001, ma faccio fatica a credere in una conversione democratica totale dei comandi e degli operatori delle forze dell’ordine.

Se un gestore di uno stabilimento balneare fa l’apologia del fascismo, mi dà enorme fastidio, ma non mi preoccupa più di tanto. Se in una caserma una persona fermata viene sottoposta a violenza con tanto di obbligo a urlare “Viva il Duce”, le cose cambiano e si complicano, perché vuol dire che non siamo nella episodica manifestazione di un misto fra goliardia e nostalgia, ma nella espressione di una mentalità anti-democratica incistata negli organi dello Stato, inaccettabile da tutti i punti di vista, possibile e probabile preludio a ben altre violenze e procedure. Successe alla caserma di Bolzaneto, ma roba del genere temo possa continuare a succedere, nell’indifferenza dei capi, anche nelle caserme dell’esercito.

Non pensi quindi Gabrielli di avere archiviato un passato che continua ad incombere, di aver fatto pulizia, con una pur bella e schietta intervista, di una sporcizia incrostata, credo dovrà usare ben altro “unto di gomito” democratico ed anti-fascista. Sì, perché non dimentichiamoci mai che la nostra Repubblica è tale e non ammette deroghe, nemmeno in nome dell’ordine pubblico, che infatti non è un valore assoluto.

In una delle fiction su Falcone e Borsellino viene presentato un episodio durante il quale appare il loro netto ed inequivocabile rifiuto   all’uso da parte dei poliziotti di metodi violenti e sbrigativi per combattere la mafia: «No, noi non siamo come loro! Avete capito!».

Sì, noi non siamo mafiosi e non siamo fascisti. La Costituzione dice che siamo democratici: che lo siamo veramente lo dobbiamo dimostrare nei fatti, anche gestendo correttamente le situazioni più difficili e delicate in cui la violenza sembra essere la cifra imprescindibile.

Da Ratisbona un coro di accuse per tutta la Chiesa

Da tempo si parlava e si scriveva dello scandalo delle annose violenze sistematiche usate nei confronti dei ragazzi facenti parte dello storico coro di voci bianche di Ratisbona. Un conto è però parlar di morte, altro è morire: è uscita infatti dalle indiscrezioni la clamorosa e choccante vicenda con le cifre incredibili di quanto avvenuto per decenni in una importante istituzione cattolica tedesca, vere e proprie torture fisiche con tanto di molestie ed abusi sessuali annessi e connessi.

Dietro questi comportamenti quasi incredibili ci sono due impostazioni pseudo-culturali (di religioso ed evangelico non hanno niente) che hanno segnato e segnano ancora la vita della Chiesa.

Innanzitutto la storia cattolica ci consegna una educazione di stampo religioso che, fra i tanti meriti accumulati nella formazione dei giovani, ha purtroppo un vizio di fabbrica drammatico e rovinoso: al rigoroso rispetto dei principi e delle regole si può sacrificare, fino alle estreme conseguenze, quello dovuto alle persone. Una sorta di fine altamente educativo che giustificherebbe la violenza dei mezzi punitivi e l’eccesso disciplinare, travalicante i confini del rigore per arrivare alla violenza vera e propria. Non credo che Ratisbona sia un caso unico, forse è la punta dell’iceberg di un sistema, che, dai convitti e dai collegi ai seminari, ha imperversato nel passato almeno fino agli anni settanta.

Un altro pilastro negativo consiste nella criminalizzazione e nella repressione della sessualità vista come vizio e quindi consegnata alla clandestinità degli sfoghi più o meno violenti, nella perversa convinzione che l’abuso episodico possa essere meglio perdonato e tollerato rispetto alla pratica sessuale aperta e naturale. Per dirla brutalmente meglio abusare di un ragazzino per poi chiedere perdono che legarsi ad una donna andando all’inferno: una castità criminale che salva le apparenze e illude di galleggiare sul mare tempestoso delle passioni. La repressione sessuale ha ottenuto questi paradossali risultati. Credo si tratti dell’errore peggiore commesso dalla Chiesa nella sua storia: ne sono rimasti condizionati chierici, laici, religiosi, educatori, preti, suore, vescovi, cardinali, papi. Un vero e proprio attentato al Vangelo.

Attorno a queste impostazioni devianti si è creato un alone di complicità, di omertà, di inerzia, di viltà che non riesce a finire al di là dei proclami, delle commissioni, delle inchieste, dei risarcimenti, dei provvedimenti e delle buone intenzioni. Questa fitta ed avvolgente rete si è strappata in più punti, ma non si è dissolta: continuano ad emergere fatti gravissimi che toccano o almeno sfiorano persino responsabilità di altissimo livello gerarchico. Si coglie un desiderio di voltare pagina, ma la storia continua a buttare in faccia alla cattolicità gli echi di un passato, che rivolge accuse pesantissime, tali da mettere i brividi.

Non invidio papa Ratzinger alle prese con una scomodissima parentela: qualcuno ha malignamente ipotizzato che la sua rinuncia fosse dovuta anche e soprattutto all’ingombrante macigno del fratello Georg, coinvolto nell’affaire Ratisbona almeno per omessa vigilanza. Non credo, sono convinto che Benedetto XVI abbia passato la mano per motivi ben più strategici. Resta tuttavia un gran brutto schizzo di fango che attacca la sua tonaca bianca: solo lui sa la sofferenza proveniente dall’indiretto rimorso per i tanti patimenti arrecati nei tempi dalla Chiesa da lui recentemente governata. Ratzinger aveva capito che il marcio era grande nella Chiesa, ma forse la realtà sta superando la sua pessimistica previsione.

Non invidio papa Bergoglio, che vede compromesso il suo nuovo corso da retaggi del passato e da contraddizioni del presente. Ma tutta la Chiesa deve cambiare registro rimuovendo coraggiosamente due suoi tabù. Il sesso non è un potenziale peccato, ma uno stupendo dono; la persona più è piccola e indifesa e più va rispettata senza “se” educativi e senza “ma” dogmatici. Quando si vuole evidenziare e condannare il massimo disprezzo per la religione, si dice: non si può bestemmiare in chiesa. Ebbene a Ratisbona si è fatto molto di peggio.

 

Le travi migratorie negli occhi europei e italiani

Mio padre era implacabilmente critico con i faciloni in casa altrui, ma inetti in casa propria: «Coi che all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…».

Prendiamo l’Italia davanti all’emergenza immigrati. È quasi automatico vedere la pagliuzza (forse sarebbe meglio dire la trave!) nell’occhio della Ue. Molti Paesi non sono disposti a farsi carico dei migranti: chi proprio non vuol sapere di quote con cui dividere il carico; chi si trincera dietro la suddivisione tra rifugiati e migranti economici, dando la propria disponibilità solo per i primi; chi chiude i propri porti all’accoglienza delle navi stracolme di fuggiaschi; chi addirittura alza muri difensivi e respingenti. Ognuno ha le sue ragioni per non fare il proprio dovere etico e umanitario: abbiamo già dato, siamo oberati dai nostri problemi, di immigrati ne abbiamo già anche troppi, bisogna rimandare a casa quelli che non hanno un bisogno assoluto, bisogna fermarli prima che partano, guardiamoci dentro perché i terroristi sono in agguato, bisogna essere intolleranti verso chi delinque, etc. etc.

L’Italia è il Paese più esposto e si trova nella condizione di accoglierli, poi si vedrà…e non si vede niente perché vale di fatto una regola cinica secondo la quale gli immigrati chi li ha se li tiene. Molte chiacchiere, molti elogi, pochissima solidarietà concreta, che tende a limitarsi a qualche contributo finanziario (meglio di niente) senza affrontare il problema nella sua drammatica portata.

Ben vengano, in un certo senso, le provocazioni italiane nei confronti della latitanza Ue: la pressante richiesta ad aprire gli altri porti   alle navi cariche di disperati, la minaccia di munire gli immigrati di permessi temporanei in modo da poterli far giungere negli altri Paesi Ue, le ritorsioni a livello comunitario su altri capitoli economici o politici, le pressioni a tutti i livelli per coinvolgere i partner europei in un’azione obiettivamente impossibile per la sola Italia. Niente da fare! Le orecchie da mercante si sprecano anche da parte di personaggi teoricamente sensibili.

Angela Merkel, in vista delle elezioni, non si sbilancia, ritiene di avere già dato; Emmanuel Macron, dopo avere stravinto le lezioni presidenziali e parlamentari, non vuole mettere alla prova il suo feeling con i francesi e si nasconde dietro la divisione fra rifugiati e immigrati per sgattaiolare fuori dalla sempre più stretta emergenza europea. Qualcuno ha polemicamente affermato che se la chiusura dei porti francesi fosse stata deliberata da Marine Le Pen, qualora avesse vinto le elezioni, tutti si sarebbero scandalizzati e avrebbero gridato al razzismo di stato, invece con Macron…Non è del tutto vero, ma nemmeno del tutto falso. Al discorso logico, prima che etico-politico, del dividiamoci responsabilità, compiti, costi, impegni, si risponde con un sostanziale e misero “a chi tocca leva”.

Quando però l’Italia cerca di applicare al proprio interno quei criteri che vorrebbe rispettati a livello comunitario, casca l’asino, spunta la trave nel nostro occhio: le Regioni e i Comuni, si comportano, più o meno, come i Paesi i comunitari, le quote non funzionano, si alzano le barricate, i sindaci fanno gli schizzinosi, i prefetti fanno casino, il ministero degli Interni non riesce a governare le situazioni. Sembra facile, ma non lo è, a nessun livello. Scattano comunque meccanismi di rigetto, egoismi geografici e sociali, calcoli di convenienza, accuse reciproche. Anche al nostro interno ognuno ha ragioni da accampare. Fatto sta che non riusciamo a trovare la quadra e non diamo certo una prova di serietà a quell’Europa che inondiamo (giustamente) di critiche.

Aiutati che l’Europa ti aiuta! Invece col gesso sul tavolo europeo vorremmo quadrare quei conti, che non riusciamo a far tornare a casa nostra. Oltre tutto quando i nostri governanti battono i pugni sul tavolo a Bruxelles, a Roma si scatenano le polemiche dei benaltristi e degli antieuropeisti totali, sicché rimaniamo soli, divisi, polemici e inconcludenti. Se Renzi (Gentiloni e Minniti soprattutto) puntano i piedi e osano alzare la voce per rompere i coglioni alla sorda Ue, torniamo al solito schema: “è tutto inutile, dall’Europa è meglio uscire”, oppure “non si fa così, occorre ben altro per confrontarsi con i Paesi europei…”. Minniti per gli uni è un pasticcione convertito alla fermezza, per gli altri un traditore della linea accogliente e integrante.

Resta comunque incontestabile una realtà che ci fa onore: bene o male abbiamo saputo salvare ed accogliere migliaia di disperati. Gli Italiani saranno dei pasticcioni, ma tutto sommato il cuore ce l’hanno e sono capaci di buttarlo oltre l’ostacolo. Non può essere motivo di sollievo, ma di incoraggiamento. Facciamo tutto il possibile a casa nostra e poi andiamo a bussare con forza e credibilità alle porte europee. Speriamo che qualcuno apra…

 

La psicanalisi e i cadaveri della sinistra

In questo periodo mi sono ripetutamente e impietosamente chiesto, alla luce delle mie continue dissonanze rispetto agli atteggiamenti politici di quella autoproclamatasi “sinistra-sinistra” che ha trovato il suo irrinunciabile mestiere nel conflitto con Matteo Renzi: sto diventando un revisionista renziano? Sto annacquando la mia ispirazione e la mia cultura per sposare un moderatismo di comodo? Sto rinunciando a certi saldi principi per approdare a un indefinito modernismo? Domande leali e per nulla retoriche.

Possibile cioè che Renzi sia quel diavolo che tenta e porta la sinistra fuori dal seminato? Non sono un tifoso renziano, ne vedo pregi e difetti, ma gli riconosco una spinta positiva e innovativa per il nostro Paese. E allora? Sono diventato un traditore della causa? Ecco perché ho letto con estremo interesse, quasi con trepidazione ed emozione quanto ha scritto con rara lucidità e obiettiva schiettezza Massimo Recalcati in un articolo apparso su la Repubblica, in netta controtendenza rispetto alla posizione attuale del giornale, una spietata analisi che potrebbe diventare una pietra miliare nell’attuale fase politica.

In poche parole egli sostiene che l’odio verso Renzi altro non è che l’odio storico della sinistra   verso “l’eterogeneo inassimilabile”, verso chiunque osi esprimere una cultura, una sensibilità, una generazione diverse rispetto a quelle ideologicamente canoniche e per ciò stesso considerato un usurpatore e un traditore da combattere, da espellere o da ridurre ad amico del giaguaro.

Da dove verrebbe questo odio? Dalla incapacità di ammettere la morte della propria identità ideologica, preferendo imputare tale morte “all’eterogeno”, al corpo “estraneo” che pretenderebbe un’ospitalità arricchente. E cosa è morto nella concezione storica della sinistra? La lotta di classe, la concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, la separazione paranoide del mondo in forze del Bene e forze del Male, l’inclinazione populista della democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali all’assistenzialismo, il sospetto verso la singolarità in tutte le sue forme, il paternalismo verso le nuove generazioni.

Ho provato a rileggere tutte le critiche più roventi rivolte al renzismo in questa chiave critica e devo ammettere che la prova ha funzionato perfettamente. La riforma Costituzionale è stata accanitamente contrastata quale attentato ai capisaldi dello Stato; di certe misure fiscali non è stato valutato l’impatto sullo sviluppo economico, ma sono state viste tout court come un regalo alle classi privilegiate; la liquidità del partito è stata respinta come attentato alla struttura pietrificata del partito stesso; le politiche particolari in materia di lavoro sono state respinte in base ad uno schema generale e stucchevole di società equa; ogni rapporto con l’opposizione viene ridotto a rischio di contaminazione ideologica; i famosi 80 euro sono stati snobbati e sottovalutati in quanto non rientranti nell’assistenzialismo ufficiale e pansindacale; ogni cambiamento nella vita di partito viene rifiutato aprioristicamente a difesa dell’ingessamento nella dialettica interna: non potendo infatti più funzionare il centralismo democratico per il tramonto irreversibile della storica leadership, si ripiega sulla concezione di una maggioranza usurpatrice, che non può mai decidere per non fare ombra alla minoranza nostalgica che non si vuol rassegnare ad essere tale.

Gianni Cuperlo è disposto a rimanere nel Pd solo se chi guida smette di usare la clava, cioè se rinuncia all’autopsia del cadavere. Romano Prodi sposta la sua tenda lontano dal Pd, perché non vuol assistere all’autopsia. Enrico Letta sta in silenzio, esprime il disgusto e tiene le distanze, perché il primario di necroscopia lo ha defenestrato. Walter Veltroni teme che il Pd assomigli alla Margherita, ma non vede che è stiracchiato verso il Pds. D’Alema si ritiene leader maximo e sputa l’odio verso chi mette in discussione l’unica sinistra ammissibile, la sua. Pierluigi Bersani fa un tuffo quotidiano nel (suo) passato, facendo battutine ad uso e consumo di pochi ma carissimi amici. Giuliano Pisapia vuole ibernare il cadavere sperando che possa risuscitare.

Anche la storia parmense della sinistra è piena di riscontri sulla impermeabilità assoluta al cambiamento, dei quali è persino superfluo riparlare, tanto sono clamorosamente evidenti e significativi.

Massimo Recalcati, uomo di scienza, autorevole psicoanalista italiano, mette la sinistra sul suo lettino e ne fa uscire tutte le paranoie e i complessi. Qualcuno dirà che la politica non è la psicoanalisi. Sì, ma analizza quel che viene prima della politica e quindi ne scopre le profonde pulsioni. Mentre tutti si esercitano nell’anti-politica, Recalcati punta sulla pre-politica.

Esco rinfrancato ma preoccupato. Non sono un revisionista (così sostenevano le Brigate Rosse con riferimento al PCI degli anni settanta), anche perché oltre tutto non sono mai stato comunista. Forse mi salvo dai tuffi nel passato dal momento che non sono rimasto vittima delle ideologie della sinistra pur essendo di sinistra. È il caso di dire come Andrea Chenier durante la rivoluzione francese: «Non sono un traditore, uccidi, ma lasciami l’onore».

Il coraggio di dissentire

Il peggior sintomo del malessere del mondo in cui viviamo è la triste fine dei dissidenti: incarcerati, torturati, lasciati morire. È successo a Liu Xiaobo in Cina, arrestato nel 2008, per 7 anni in prigione, Nobel per la pace nel 2010 senza poter ritirare il premio per il divieto delle autorità, accusato dal regime cinese di “incitamento al sovvertimento dello Stato” per la sua attenzione al sacrificio dei giovani di piazza Tienanmen; muore di cancro al fegato in un ospedale-prigione dopo non aver avuto la possibilità di curarsi adeguatamente. Il filo di separazione fra sostanziale tortura e libertà formale è sempre furbescamente sottile: i regimi sono esperti nel costruire questi equivoci. Non è un caso isolato e nemmeno una questione solamente cinese: sta succedendo in molte altre parti del mondo, magari a nostra insaputa o spesso nella nostra indifferenza.

«Il potere si combatte uscendo dalla logica del potere. È una battaglia innanzitutto interiore (…) In tutto il mondo i regimi negano la libertà degli intellettuali, li mettono in prigione, impediscono la pubblicazione dei loro libri. Illudersi di poter cambiare questo, sperare che un individuo possa cambiare questo stato di cose, è assurdo (…) Pensare che dei semplici individui o degli intellettuali possano provocare il cambiamento politico è un’idea falsa e sbagliata», così si esprime un altro premio Nobel cinese, lo scrittore Gao Xingjiang, che vive a Parigi dalla fine degli anni ’80. Le sue sembrano pesanti critiche al   mondo occidentale, cosiddetto democratico, che si gira dall’altra parte in nome della realpolitik, lasciando ai dissidenti la battaglia per i diritti umani e contro le costrizioni dei regimi.

Anche l’opinione pubblica è distratta, alza rassegnatamente le spalle come se tutto ciò fosse inevitabile. Il metro di giudizio sulla civiltà democratica di una società non dovrebbe essere tanto il Pil (in questo senso la Cina primeggia e scombussola il mondo intero), che ci angustia e ci perseguita, ma il trattamento riservato ai dissidenti, a coloro che si dissociano dai regimi e osano alzare, pacificamente ma decisamente, la voce contro le ingiustizie e le contraddizioni.

Ho sempre avuto una spiccata simpatia per coloro che non rinunciano alle proprie idee, che si ribellano alle costrizioni, che ragionano con la loro testa. Me lo ha insegnato soprattutto mio padre. Non c’è giorno della mia vita in cui non emerga, con più o meno forte risonanza, un insegnamento lasciatomi in preziosa eredità da mio padre. Chi mi conosce e mi frequenta me ne può dare atto perché spesso il ricordo rimbalza sugli altri, direttamente o indirettamente, straripa a livello d’ambiente, ricade sui miei interlocutori che, loro malgrado, si trovano a fare i conti con la filosofia spicciola di un uomo d’altri tempi. Quasi sempre il messaggio mantiene intatta la sua attualità, la sua abbondante dose di ironica, per non dire graffiante, provocazione, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile. Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava però la violenza.

Fin qui gli insegnamenti paterni che ho cercato di metabolizzare nelle mie scelte di vita a tutti i livelli ed in tutti i campi. Una volta, registrando un duro ostracismo nei miei confronti da parte di un ambiente con cui avevo rapporti di lavoro, chiesi ad un caro amico, che conosceva molto bene quell’ambiente a me ostile, il perché di tanta implacabile e irreversibile contrarietà. Mi rispose: «È molto semplice, la ragione sta tutta nella tua pervicacia, al limite della testardaggine, nel non piegarti alla volontà di chi comanda, nel non rinunciare minimamente alle tue idee, costi quel che costi. Tutto ciò ti rende antipatico, anche perché, forse, questa tua fermezza, viene interpretata come presunzione o superbia…». Presi atto, ma feci parecchie riflessioni.

Sbaglierò, mi sono chiesto più volte, sarà effettivamente superbia? Andando su con gli anni, questo atteggiamento si è ulteriormente rafforzato, è diventato una sorta di irrinunciabile imperativo morale. Non è un fatto caratteriale, perché, se così fosse, il tempo avrebbe smussato gli angoli. È un dato esistenziale probabilmente connaturale, rafforzato dall’educazione ricevuta.

A ben pensarci viaggio su due binari paralleli: uno, come detto, me lo ha fornito e testimoniato mio padre, quello della orgogliosa convinzione delle proprie idee; l’altro me lo ha dolcemente ficcato in testa mia madre, quello della riconoscenza verso il bene ricevuto dagli altri. Nel primo caso posso scantonare nella presunzione; nel secondo posso debordare nella debolezza e nella scarsa capacità di affrontare di petto le situazioni. Sembrano quasi due insegnamenti contraddittori, invece si integrano e si completano a vicenda.

Ecco perché quando sento o leggo di un dissidente, che resiste fino alla morte, mi commuovo e mi sento coinvolto. Ecco perché davanti ai dimostranti contro i vertici dei potenti, vado in profonda crisi: mi sento dalla loro parte, poi però ci sono le violenze e allora…rovinato tutto. Il dissidente non violento è il mio ideale di uomo o di donna. Proprio per questo di fronte a certi personaggi, come Liu Xiaobo, mi sento una “merda”.

Le vergogne da (s)coprire

Una donna siciliana, esasperata dall’emergenza incendi boschivi e contrariata dai ritardi dei soccorsi, si è sfogata gridando all’indirizzo delle telecamere: «Vergognatevi!!!». Certamente tutti abbiamo di che vergognarci anche per questa piaga che si riapre tutte le estati: chi è senza peccato ambientale scagli la prima pietra.

Credo tuttavia che i primi a provare vergogna di simili scempiaggini dovrebbero essere gli abitanti delle zone interessate. La dolosità di questi incendi la dice lunga: rientrano senza dubbio in un ricorrente disegno criminale e mafioso volto a distruggere il territorio per farne un campo di speculazione selvaggia. Se qualcuno ha l’ardire di vilipendere il monumento a Giovanni Falcone, molti hanno il “coraggio” di tacere i nomi dei finti piromani: possibile che nessuna sappia o veda cosa e chi si muove dietro questi appiccamenti, mafiosi in senso stretto e lato? Si tratterebbe infatti, come descrive un interessante servizio di Antonio Fraschilla su “la Repubblica”, di agricoltori che bruciano sterpaglie (acqua: mi permetto di crederci poco), i pazzi e gli stupidi che amano il fuoco (fuochino: ci posso credere solo se vengono strumentalizzati da ben altri criminali), i precari forestali che sperano di avere più lavoro (fuoco: delinquere in nome del lavoro è un attentato alla Costituzione), criminali che preparano il terreno per le discariche abusive (fuocone: mafia e ambiente a braccetto), i mafiosi dei pascoli (fuochissimo: l’avvertimento e la vendetta contro i proprietari che non vogliono affittare i loro terreni, buoni per ottenere contributi dalla Ue), i mafiosi che vogliono gestire i terreni demaniali e quelli dei Parchi (fuochissimissimo: intendono evitare la certificazione antimafia per l’ottenimento in concessione di tali terreni).

Distruzioni immani, danni enormi, intere zone irrimediabilmente rovinate: la siccità, il vento, il caldo non ne sono le cause, ma costituiscono l’occasione che fa l’uomo mafioso. E allora, pur comprendendo il senso di smarrimento e disperazione degli abitanti, pur ammettendo i soliti ritardi e le consuete inadempienze pubbliche, pur capendo come non si possa pretendere dai cittadini un cuor di leone, un po’ di sana autocritica mi pare sacrosanta. Siamo al bue che dà del cornuto all’asino… Ci vorrà tempo e pazienza per rompere la spirale della delinquenza mafiosa, ma se non cominciamo mai, dall’alto e soprattutto dal basso, a cambiare mentalità e comportamenti, sarà inutile gridare allo scandalo.

Vergogniamoci tutti,   ma proviamo anche a fare qualcosa in più del gridare al lupo o del provare a intervenire quando il bosco brucia. Aiutati che il governo ti aiuta. Ma il governo… tu aiutati, rifiuta la logica mafiosa, denuncia persone ed episodi mafiosi, poi se ne potrà parlare, anzi si potrà gridare selettivamente “vergogna”.

 

 

 

Macron e micron

“La Francia non ha sempre fatto la sua parte sui rifugiati. Ora acceleriamo: efficacia e umanità (…) La Francia deve poter accogliere i rifugiati e i richiedenti asilo, faremo la nostra parte (…) Non possiamo accogliere uomini e donne che per motivi economici cercano di venire nei nostri Paesi: sono due realtà profondamente diverse e non ricadono nello stesso diritto e negli stessi doveri sul piano morale, non cederò allo spirito di confusione imperante” : così il Presidente francese Macron sull’emergenza immigrazione.

In lui c’è chi vede un novello De Gaulle, un moderno Mitterand, un aspirante Napoleone. Mi limito a prendere atto di un personaggio nuovo con tutto il suo carico di speranze e di illusioni (e immediate delusioni), un politico non politico (?), un leader che fa sognare i Francesi (i sogni francesi sono pericolosi), un europeista che fa riflettere gli Europei (per la Ue c’è bisogno di una scossa molto elettrica), un pragmatico che sa parlare al cuore della gente (una sfida piuttosto ardua), uno statista tutto da scoprire e da verificare.

La prima spina? Tra il dire e il fare sull’immigrazione ci sta di mezzo questo assurdo paravento della distinzione tra morto di guerra e morto di fame. Della serie: con i disperati me la vedo anch’io, con gli affamati vedetevela voi. Bene ha fatto il premier italiano Gentiloni a dichiarare: «Non possiamo dirci soddisfatti perché non accetteremo mai l’idea che qualcosa sia internazionale e qualcosa italiano».

Azzardo una similitudine evangelica: sarebbe come se il Buon Samaritano, prima di soccorrere la vittima di una imboscata, avesse chiesto conto del perché e del percome e, visto che gli erano stati rubati i soldi e che quindi era un immigrato economico, lo avesse consegnato semplicemente all’albergo all’angolo della strada perché ne facesse quel che credeva. Sarebbe stato non il buon samaritano, ma un samaritano alla Macron.

I porti francesi restano chiusi, l’accoglienza vale fino a mezzogiorno, la condivisione fa un passo avanti e due indietro. Mio zio, residente in quel di Genova, quando tornava a Parma e incontrava gli amici di un tempo, ricreava immediatamente il rapporto cameratesco condito dai ricordi. Al termine di questi fitti dialoghi sparava quasi sempre una simpatica battuta. Al momento dei saluti rivolto all’amico di turno, dopo avergli dato una pacca sulla spalla e/o avergli stretto calorosamente la mano, diceva: «Veh, arcòrdot bén, quand at me vól gnir a catär…sta a ca tòvva».

D’Alema gira in mutande nella casa della sinistra

«Renzi ha esercitato una forte pressione per farmi cacciare dalla Fondazione (quella dei socialisti europei: ndr). Si è vendicato della mia esistenza, ma la mia esistenza è, e sarà, per lui un problema. Finché mi sarà dato di esistere non potrà stare tranquillo». Parole in libertà di Massimo D’Alema, che mette in campo tutto il proprio fegato nel già pretestuoso dibattito sulla politica fiscale ed economica di destra e di sinistra.

Ho sempre accreditato a D’Alema tre doti: intelligenza (direi più furbizia), senso politico e vis polemica. L’ho ammirato per questo al punto da considerarmi, in tutta umiltà, pronto a collaborare con lui e nel suo centro studi, qualora me lo avesse ipoteticamente chiesto. Questo per rendere l’idea della mia considerazione e del mio interesse per questo tagliente e divisivo uomo politico.

Nello scontro in atto nella sinistra italiana (si tratta più che altro di insofferenza verso Matteo Renzi ed il suo modo di fare politica) ammetto che la confusa e nostalgica area riferibile a Sinistra italiana (i residuati bellici di Sel), Mdp articolo 1 (gli irriducibili Bersani, D’Alema e c.), Campo progressista (i seguaci di Giuliano Pisapia) possa annoverare personaggi in buona fede, vedovi dell’ideologia e alla ricerca dell’identità perduta. In questo rassemblement si schiera però gente che ha come unico scopo spazzare via Renzi: in un certo senso l’antirenzismo ha sostituito l’antiberlusconismo, la individuazione di un comune nemico è il miglior collante per chi è a corto di idee e di programmi. Anche l’antiberlusconismo si è purtroppo rivelato nel tempo anche un paravento per coprire tutti i difetti della sinistra politica e sociale. Non a caso mi sono sempre dichiarato non tanto un antiberlusconiano, ma un aberlusconiano: non è il caso di spiegare la differenza…

Il portabandiera di questa asfittica e penosa armata antirenziana è proprio Massimo D’Alema. Se qualche dubbio poteva ancora sussistere le sue aperte e biliose dichiarazioni lo hanno sciolto. Delle tre suddette qualità è rimasta solo la vis polemica fine a se stessa o, meglio, finalizzata ad una sorta di vendetta personale. L’intelligenza si è annebbiata ed ha lasciato il posto alla furbizia di puro galleggiamento, il senso politico si è imprigionato negli schemi tradizionali e superati, la sensibilità ai problemi della gente non è mai esistita. Anche in passato la polemica e lo scontro personale tendevano a soffocare la vera politica, ma qualcosa di valido rimaneva. Ora gli altarini si sono scoperti. Se la rottamazione voluta da Renzi è fallita, ha comunque innescato un benefico processo di autorottamazione.

Sì, perché sono convinto che D’Alema, al di là delle sfuriate antirenziane, abbia perso ogni credibilità ed autorevolezza anche nella sinistra tradizionale: non è certamente un punto di riferimento per le anime inconcludenti e belle della sinistra-sinistra. È diventato, per usare un’immagine che Dell’Utri riferiva a Cossiga, il nonno sclerotico che gira per casa in mutande. Chi vede in queste schermaglie dalemiane la prova di una rottura irreversibile alla base della sinistra, sbaglia perché la rottura se avverrà non sarà certo orchestrata e pilotata da quel D’Alema che è più di inciampo che di aiuto: con quale credibilità infatti potrebbe essere un leader della sinistra casta e pura, lui che ha sempre incarnato il pragmatismo e la spregiudicatezza della sinistra e che è sempre stato mal sopportato dalla base comunista prima e da quella ulivista e piddina poi.

Penso che Giuliano Pisapia, e non solo lui, se potesse, si libererebbe di questo scomodo interlocutore. Ma la storia della sinistra è fatta anche e purtroppo di ingombranti personaggi come Massimo D’Alema. Renzi ci ha provato e non c’è riuscito: li ha messi alla porta e se li è ritrovati alla finestra. Non mi sento attratto dalle velleità pisapiane, mi sembrano una ricetta generica e scaduta. Se però riuscirà a pulire la sinistra da certe impostazioni e incrostazioni di stampo prevalentemente post-comunista, avrà un indubbio merito politico.