Errani humanum est

Se devo essere sincero non mi interessa e non capisco la polemica che si è scatenata intorno all’intenzione di Vasco Errani di rinunciare all’incarico di commissario per la ricostruzione di Amatrice e degli altri paesi distrutti dal terremoto di un anno fa: è nei suoi diritti considerare esaurito il suo compito, così come è lasciata alla sua libertà personale la decisione di candidarsi o meno nelle future liste di Mdp o della nuova formazione politica in gestazione tra gli scissionisti del Pd e gli unionisti di Giuliano Pisapia.

Non vedo nemmeno uno scandalo nell’eventuale combinazione fra i due fatti: abbandono del commissariato post-terremoto legato ad un rientro nell’agone politico a livello parlamentare. Cosa c’è di strano, di anomalo e di sconveniente? Direi proprio niente. Bisogna cominciare a smetterla con questo fastidioso e dannoso scandalismo: ovunque si vuol vedere la politica legata alla ricerca delle poltrone. Finire in questa deriva antipolitica   non aiuta certo a costruire, ma solo a distruggere.

Discorso diverso è la valutazione dell’operato di Errani a favore delle popolazioni terremotate: non ho sinceramente gli elementi per dare giudizi compiuti. Mi limito ad una impressione: non credo sia riuscito ad imprimere la giusta e necessaria velocità alle procedure volte alla ricostruzione; i ritardi ci sono, anche se possono avere mille giustificazioni burocratiche ed amministrative, qualcuno li ritiene incomprensibili, io li giudico inaccettabili.

In questi giorni mi è venuto spontaneo pensare ai tempi record con cui si restaurò il duomo di Milano: le tecnologie ci sono per fare in fretta opere ben più complesse delle casette per i terremotati. È pur vero che si fece la giusta scelta di optare per case non meramente provvisorie, ma quasi definitive, tuttavia arriviamo lunghi, con ulteriori disagi e ansie per le popolazioni colpite.

Errani afferma di lasciare ai terremotati le basi per ricostruire: mi aspettavo sinceramente qualcosa in più delle basi, pur sempre indispensabili. Il suo è stato un compito arduo tra i lacci della burocrazia e la disperazione dei senza tetto: ammetto che non sia facile destreggiarsi in tal senso. Fare bene, fare presto e fare correttamente, una sfida improba dalla quale Errani non esce alla grande. Non so chi altri avrebbe fatto meglio di lui, che peraltro aveva l’importante esperienza del post-terremoto emiliano. Probabilmente si sarà sentito condizionato dalle solite procedure burocratiche e dalla paura di scivolare sulle bucce di banana degli appalti facili e della corruzione. Do atto a lui di avere accettato con coraggio un incarico ingrato e di essersi messo alla prova: non è poco in mezzo ad una classe politica di chiacchieroni e di faciloni. Però mi sembra che non si possa tracciare un primo bilancio lusinghiero.

Altra cosa la sua adesione politica al Mdp: non mi sarei aspettato da un uomo del concreto governare una rincorsa ideologica in compagnia dei Bersani e dei D’Alema. Ma questo è un altro discorso, che con i terremotati c’entra come i cavoli a merenda. Pur non essendo un apologeta dell’esperienza regionale del governo di sinistra, pur ritenendo che in questi decenni la sinistra a livello emiliano abbia soprattutto puntato a formare un establishment chiuso e abbarbicato al potere (gli striminziti risultati elettorali non possono essere scaricati sulle spalle di Matteo Renzi), ammetto che Vasco Errani ne sia uscito con un notevole bagaglio di esperienze. Spero quindi solo che non lo usi per fare mera copertura alla vecchia sinistra che (non) avanza.

Realpolitik e realterrorismo

A mio modesto parere la storia insegna che ogni forma di terrorismo fa leva, dal punto di vista culturale e sociale sul fanatismo, religioso o di altra matrice, ma per reggersi ha bisogno di appoggi politici ed economici, a volte espressi, a volte coperti.

Per stare in Italia pensiamo al terrorismo della destra eversiva, che portò alla catena di stragi, da piazza Fontana alla stazione di Bologna: si serviva di deliranti e nostalgici nazi-fascisti, ma poteva contare sulla complicità dei servizi segreti più o meno deviati e sulla “simpatia” della massoneria, rientrava cioè in un disegno eversivo che andava ben oltre i farneticanti progetti dei vari Freda, Ventura, Fioravanti e Mambro.

Possiamo fare riferimento anche al terrorismo di sinistra: le brigate rosse sul piano sociale portarono a compimento il percorso rivoluzionario dei gruppi extra-parlamentari, si collegarono culturalmente all’impazzimento dell’ideologia comunista ed anticapitalista, ma furono oggettivamente strumentalizzate dai paesi dell’Est europeo da una parte e dai complottisti americani dall’altra. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono al riguardo molto eloquenti e significativi.

La verità non uscirà mai per due motivi molto semplici. Innanzi tutto i combattenti in campo a livello terroristico non ammetteranno mai di essere stati guidati e usati per scopi a loro estranei, addirittura, per certi versi, a loro nettamente contrari: la loro debacle culturale è dura da digerire, più dura di trent’anni di galera. In secondo luogo le forze tramanti nell’ombra non verranno mai alla luce in quanto aggrovigliate col potere, aggrappate ai sistemi e ai regimi e pronte a riciclarsi camaleonticamente col tempo e nel tempo.

Il discorso vale anche per il terrorismo cosiddetto islamico (definizione semplicista e scorretta). Sul piano culturale esso fa leva sulla fanatizzazione degli equivoci della religione islamica e sui retaggi di un insopprimibile e storico sentimento anticoloniale, dal punto di vista sociale sfrutta il disadattamento umano e il disagio di minoranze, situate, più psicologicamente che effettivamente, ai limiti della ghettizzazione economica della popolazione proveniente dai paesi islamici e non integrata nella nostra società.

Non c’è tuttavia Isis che tenga, terrorismo che si avvalga della facoltà di morire per la causa, senza appoggi economici, logistici, politici a livello internazionale. Certi Paesi islamici foraggiano e sostengono questo radicalismo terrorista perché fa loro da scudo e da alibi, tiene loro calde le folle, li accredita come difensori dell’Islam, fa per loro conto il lavoro sporco che consente il mantenimento degli equilibri di potere a livello mondiale, li protegge dai rischi di svolte democratiche (le varie spontanee primavere democratiche a cui succedono gli inverni teocratici).

Quando penso che l’Occidente non deve attestarsi sul presuntuoso convincimento di resistere al terrorismo senza cambiare nulla, mi riferisco proprio alla strategia diplomatica ed anche al filo dei rapporti affaristici con Arabia Saudita ed altri Paesi di questa area geografica. Se non avremo il coraggio di recidere questi legami, continueremo ad allevarci le serpi in seno. La condanna petrolifera incombe sul nostro capo. Donald Trump, da provetto imbecille diplomatico, non a caso si è spinto ancor più avanti nei rapporti con l’Arabia Saudita, ne ha conclamato il ruolo, ne ha colto le sporche opportunità economiche. I giochi sono tutti aperti e coperti. La caduta dei blocchi, la fine della guerra fredda, il rimescolamento delle carte hanno reso inestricabile la matassa dei rapporti internazionali, all’interno dei quali trova buon gioco il terrorismo islamico quale elemento impazzito ma non troppo.

È inutile far finta di scandalizzarsi perché l’Italia ha ripristinato il collegamento con l’Egitto al di là delle responsabilità di questo Paese per l’uccisione del nostro connazionale Giulio Regni. E gli Usa non facciano i saputelli della situazione. Non si può andare contro questi Stati, anzi vi è chi autorevolmente ipotizza di utilizzare questi rapporti border line per combattere o almeno contenere il terrorismo. Pie illusioni della realpolitik.

Se è vero come è vero che l’errore più clamoroso è stata la bushiana e ingiustificata invasione dell’Iraq, se è vero come è vero che la sbornia guerrafondaia anglo-francese sfogatasi contro la Libia di Gheddafi è stato un autentico disastro diplomatico, non possiamo tuttavia pensare di destreggiarci tra un dittatore e l’altro, per difenderci dal terrorismo dilagante. Bisogna avere il coraggio di fare scelte di campo, non per dividere il nemico ma per cambiare il campo di gioco. Nel calcio devono sussistere gravi motivi per disporre l’inversione di campo. I gravi motivi ci sono e allora…

No al carcere contro la vita

Sento forte l’obbligo di coscienza di affrontare il tema del carcere, delle pene carcerarie e della rieducazione del condannato. Facendolo voglio dare atto al partito radicale di riuscire ad affrontare queste delicatissime problematiche coniugando legalità e solidarietà alla luce della Costituzione italiana.

La pena consiste nella privazione della libertà e non ha nulla a che vedere con la situazione carceraria fatta di sovraffollamenti, di situazioni invivibili,   di lunghe carcerazioni preventive, di incompatibilità tra malattia e carcere, di condizioni inumane di vita che spesso portano a gesti estremi.

Da tempo i radicali portano avanti lotte non violente per ottenere il rispetto dei diritti dei carcerati: non sta scritto da nessuna parte infatti che il carcere debba trasformarsi in una tortura fisica e psicologica.

Tutto rientra o almeno dovrebbe rientrare nel dettato costituzionale, che all’articolo 27 recita: « L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».

La Costituzione, non solo in questo articolo, viene sistematicamente violata: l’abuso della carcerazione preventiva su persone, che oltre tutto in gran quantità vengono poi addirittura assolte dai reati loro ascritti; le modalità di esecuzione della pena sono spesso inumane, basti pensare alle celle in cui vengono stipati i condannati come fossero polli d’allevamento; la pena di morte esiste indirettamente, se tanti carcerati arrivano a suicidarsi per le condizioni disperate in cui versano al di là dei loro rimorsi di coscienza; la rieducazione del condannato è un obiettivo più teorico che pratico dal momento che i carcerati vengono tenuti in cella ad oziare e non hanno spesso alcuna occasione di lavoro e di impegno interno o esterno.

Non tutte le carceri sono uguali, ma comunque la situazione è sostanzialmente e prevalentemente questa, salvo poi esagerare, a volte, con la concessione di permessi troppo generosi, a volte addirittura ingiustificati: o troppo o niente… Il concetto di rieducazione, ad esempio, è legato più al trascorrere del tempo che all’effettiva e provata volontà del reinserimento: le chance dovrebbero consistere nella possibilità offerta al condannato di accettare un percorso di concreto recupero, una specie di contrappasso che significhi il riscatto progressivo dalla mentalità delinquenziale. Certe facili concessioni servono solo a scatenare le ire della gente e soprattutto quelle dei familiari delle vittime ed a squalificare tutto il sistema delle pene alternative, dei permessi e delle semilibertà.

Sempre e comunque meglio abbondare nel senso del graduale superamento della carcerazione piuttosto che incollare i detenuti a celle fatte apposta per incattivire il loro animo e prepararli alla reiterazione dei reati. La società civile non deve cercare una vendetta, ma la giusta punizione accompagnata dalla possibilità del riscatto: discorsi difficili, ma essenziali in un sistema democratico.

Mi ha favorevolmente impressionato la notizia che i detenuti, aderendo alle lotte non violente dei radicali, scendano in sciopero della fame chiedendo di destinare i loro pasti ai poveri: è gia un bel passo verso la rieducazione.

I media spesso fanno la loro parte nel creare un clima reazionario da “chiudi la cella e butta la chiave”. Molti parlano di carcere senza avere conoscenza del fenomeno e del problema, si fanno fuorviare dall’idea che la vita carceraria sia, tutto sommato, una mezza pacchia. La realtà carceraria va considerata con molta serietà e delicatezza: non si tratta infatti di regalare vacanze premio ai killer, di ripiegare su un buonismo da strapazzo, ma di rispettare la persona umana anche se condannata a una pena detentiva e soprattutto di offrirle la possibilità di riscattarsi e reinserirsi. Sono contrario al carcere a vita, figuriamoci a quello che va contro la vita.

Il terrorismo che ci interpella

All’attentato terroristico di Barcellona ha fatto seguito il solito fastidioso diluvio di parole stucchevoli, retoriche e scontate. Un tempo i palinsesti erano ingessati e non si smuovevano nemmeno di fronte ai cataclismi, oggi tutte le reti televisive si buttano a pesce sulle cronache del dopo attentato alla ricerca di audience e con il contorno di raffiche di commenti   superficiali sparati con il copia incolla. La cronaca per scovare il testimone oculare, l’immagine choccante, con tanto di gara al macabro bilancio di morti e feriti; i commenti volti alla riproposizione dei ritornelli del nulla. Non si trovano nemmeno parole di pietà per le vittime, sommersi come siamo da un profluvio di parole vuote che consentono solo di dare aria ai denti cariati.

Tra le tante riflessioni a macchinetta la più ripetitiva e vuota mi è sembrata quella del “non facciamoci condizionare e non cambiamo il nostro stile di vita”. Ormai al lungo elenco dei luoghi comuni possiamo tranquillamente aggiungere il presuntuoso refrain occidentalizzante: si dice, di fronte a questi fatti drammatici e sconvolgenti, una cosa è certa, noi non dobbiamo cambiare niente. Non fosse altro che per sfogare la mia propensione ad essere bastian contrario, mi viene spontaneo, magari istintivo, pensare: forse sarebbe il caso di cambiare tutto, non per darla vinta ai terroristi, ma per migliorare un mondo che fa acqua da tutte le parti e di cui il terrorismo sta diventando la paradossale contestazione globale, umanamente cruenta e dolorosa, culturalmente di comodo.

Dopo avere giustamente affermato di voler combattere il terrorismo, dopo averne condannato la delirante ideologia, dovremo pure chiederci il perché di tante cose, dovremo umilmente analizzare la storia passata e recente per individuare le colpe della civiltà occidentale, dovremo mutare equilibri a livello internazionale. Non si tratta tanto di islamizzare la modernità o di modernizzare l’Islam, semmai di umanizzare la modernità e l’Islam.

Ad esempio: personalmente sarei molto più intransigente sugli alibi religiosi dell’Islam deviato e deviante e sarei più autocritico sugli assetti socio-economici che dovrebbero consentire l’integrazione dei migranti di provenienza islamica. Mi pare invece che, tutto sommato, ci sia più disponibilità a sopportare gli eccessi pseudo-religiosi rispetto al perseguimento dell’apertura laica della nostra società. Della serie: meglio una moschea che non disturba più di tanto, piuttosto che un lavoro regolare “rubato” al nostro mercato. La moschea infatti ci dà l’alibi per sovrapporre Islam e terrorismo, migrazione e violenza, mentre il muro socio-economico ci permette di sfruttare i disgraziati nei campi, nelle bicocche, nei lager, con la falsa giustificazione dell’autodifesa degli autoctoni.

Discorsi grossi, difficili, compromettenti, meglio rifugiarsi nel corner delle intelligence che non funzionano, della regolazione dei flussi che sta diventando un respingimento bello e buono, dell’illusione di risolvere il problema a parole. L’Isis ha subito dei colpi fortissimi a livello militare, ma non vorrei che venisse ributtata nelle nostre strade la guerra che si è combattuta in Iraq e Siria. Forse continuiamo a sparare cannonate contro le mosche senza capire che per combatterle bisogna ripulire il nostro habitat a tutti i livelli.

Che queste riflessioni siano in grado di farle gli attuali potenti della terra ho seri dubbi. Proviamo a farle da cittadini del mondo più che da abitanti dell’occidente.

 

Pil, termometro per malati terminali

Se il Pil cala è un disastro; se inverte la tendenza, è solo un’illusione ottica; se aumenta appena un po’, non basta; se decolla, resta sempre al di sotto della media europea; se cresce più del previsto, non si traduce comunque in nuovo lavoro. Non è questione solo di faziosità politica, di gufaggine antigovernativa, di propaganda elettorale. Il problema è che non ci rendiamo conto come la ripresa economica non potrà avvenire senza una profonda reimpostazione della produzione: stanno cambiando i bisogni e la relativa domanda di beni e servizi; deve cambiare l’offerta e le relative modalità produttive.

Finora il consumismo aveva messo al centro del nostro (finto) benessere i beni: col tempo “la bestia” ha cominciato ad essere sazia, abbiamo continuato a darle da mangiare ed ha cominciato a vomitare. L’economia non è riuscita più a produrre e quindi si è rifugiata nelle chiacchiere della finanza: è come in una famiglia, quando non si sa come fare a sbarcare il lunario, si cercano di cambiare gli equilibri interni, ma le difficoltà anziché diminuire si accentuano.

O riusciamo a mettere al centro “l’uomo” o pestiamo l’acqua nel mortaio. La natura, la cultura, l’arte, l’ambiente, la salute sono i bisogni a cui fare riferimento. Vale per tutti e vale ancor più per il nostro Paese. La qualità della vita sarà il business del futuro. Questa inversione di tendenza consentirà oltre tutto di mettere al centro della produzione il fattore umano e quindi il lavoro. Nei settori suddetti il protagonista è l’uomo e non può essere sostituito dai robot. Nelle biblioteche, nelle pinacoteche, negli ospedali, nelle case di riposo, nelle scuole, nelle università, nelle aziende turistiche, nella difesa ambientale, nella salvaguardia della natura la persona umana è al centro, come fruitore e come operatore.

Saranno necessarie profonde e sofferte conversione produttive, dovrà aumentare la mobilità intersettoriale e a livello territoriale, il posto fisso sarà una chimera, la scala di valori verrà scombinata, i rapporti tra pubblico e privato dovranno essere ripensati e ricalibrati, la politica dovrà guardare avanti ben oltre le elezioni, il sindacalismo dovrà affrrancarsi dagli interessi categoriali, salteranno molti schemi culturali, cambieranno gli equilibri tra i Paesi e all’interno dei Paesi, salteranno molte sicurezze ma si apriranno molte prospettive nuove.

A ben pensarci qualcosa in tal senso si sta già muovendo. Siamo però tutti bloccati sulle mentalità pensionistica: chi ha maturato il suo vitalizio lo vuole difendere a tutti i costi pena il fallimento della propria vita lavorativa; chi rischia di non arrivare alla pensione soffre una vera a propria crisi di identità prospettica; chi non ha il lavoro dispera di riuscire a trovarlo; chi lo ha perso smette di cercarlo: una disperazione globale che sfocia nell’egoismo individuale e nazionale, un precariato esistenziale che mette in discussione la politica nei suoi valori democratici.

Sarà un percorso lungo e faticoso in cui tutti, più o meno, dovranno ritagliarsi un nuovo spazio di vita. Sarà dura e il Pil conterà sempre meno: rischierà di diventare la frenetica misurazione della febbre per un malato grave o addirittura terminale.

La favola del vecchietto imbellettato e del bambino obeso

Non so se si tratti di incoscienza difensiva o di irragionevole sottovalutazione, ma non riesco a prendere sul serio il ping-pong delle minacce bellicistiche tra Usa e Nord Corea. Sarà probabilmente tutta colpa delle ridicole immagini dei due guerrafondai da operetta. Kim Jong-un sembra un bambinone cresciuto troppo in fretta che gioca coi missili delle play-station; Donald Trump sembra un imbellettato vecchio giocatore di poker che si illude di risolvere tutto bluffando al rialzo.

Da una parte ci sarebbe di che essere terrorizzati dallo scontro fra questi due nani che giocano alla guerra, dall’altra si può solo sperare che due simili imbecilli non trovino la freddezza e il coraggio per dichiarare guerra. L’uno è un dittatore patentato e storicizzato, l’altro è un presidente incapace e improvvisato.

Sembra di assistere alla scenetta tra i due sordi, che tanto piaceva a mio padre. Uno dice all’altro: “Vät a lét?” ; l’altro risponde: ” No vagh a lét”. E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

Forse non li sta prendendo sul serio nessuno: Russia, Cina, Giappone, Europa e financo Corea del Sud nicchiano. Non vorrei però che prima o poi potesse succedere quel che pronosticava mio padre con gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Mi fido di papa Francesco che respinge aprioristicamente la guerra, bollandola con la sua spietata visione scoordinata e continuativa: un focolaio qui, uno scoppio là, una battaglia oggi, una battaglia domani e via di questo passo.

Negli Usa l’establishment trumpiano, che non riesce a trovare e forse non troverà mai un assetto credibile e stabile, probabilmente non crede alle minacce presidenziali e le usa solo quali deterrenti sul confuso e complesso scacchiere internazionale; il popolo americano mi fa paura, perché, pur nella stanchezza delle inutili guerre che lo hanno tristemente coinvolto negli ultimi tempi, si è lasciato trasportare da una deriva populista di cui non vede e non sa gli sbocchi futuri.

Difficile considerare cosa stia succedendo in Nord Corea: un misto irrazionale e vecchia maniera tra comunismo cinese e sovietico, una dittatura che resiste all’usura del tempo, una pedina che può sfuggire di mano a chi pensa di poterla utilizzare.

Fatto sta ed è che ci troviamo in balia di personaggi inqualificabili: se tutto sommato non ci sono saltati fuori Gorbaciov e Obama (che non hanno potuto lavorare assieme), cosa potranno combinare Putin e Trump alle prese con le loro squallide ed esplosive megalomanie. Se tanto mi dà tanto…

 

 

I segreti di Pulcinella

Ormai non c’è scampo. Siamo tutti intercettati dall’intelligence e l’intelligence è intercettata dagli hacker. Tutti sanno di tutti, ma in realtà non sappiamo niente di niente. I capi di Stato sono regolarmente spiati e persino i segreti militari vengono violati, i sistemi protettivi dei dati più riservati si rivelano autentici colabrodo.

C’è da preoccuparsi? Sembrerebbe di sì. Io invece dico di no. Dietro le cortine fumogene dei segreti di Stato si sono da sempre combinati disastri. Dietro i paraventi degli affari riservati ne sono state combinate di tutti i colori. Basti pensare al recente affare Regeni, la misteriosa morte del giovane avvenuta in Egitto. Fanno solo scena i tentativi, più formali che sostanziali, di ottenere una verità che non verrà mai a galla, proprio perché coperta dai segreti spionistici e dalla rete in cui questa persona era caduta suo malgrado. Gli Stati, i regimi in particolare, si difendono così, nell’ombra della menzogna e non alla luce della verità. «Cos’è la verita?» chiese Pilato a Gesù. Gesù non gli rispose, tempo perso.

Quindi, tutto sommato, che la coltre menzognera venga squarciata e tornino a galla i segreti fangosi, in teoria non è male; potrebbe essere addirittura un deterrente alla montagna di bugie sotto cui rischiamo di asfissiare. L’era informatica ci ha globalizzato e forse ci sta mettendo a nudo. Può darsi che con gli hacker tutto il mal non venga per nuocere. Probabilmente si stanno scoperchiando le prime pentole. Il mondo si regge su equilibri menzogneri e precari, c’è quindi il rischio che il castello di carte possa crollare con un semplice alito di vento hackeristico. Insisto a dire che non sarebbe un gran male, anche se ho un timore. Rimarremo delusi: la triste realtà sarà di portata inferiore rispetto a quanto pensiamo, tutto molto più semplice rispetto alla nostra complicata immaginazione. Quando arrestarono Totò Riina, mi venne spontanea un’amara considerazione: tutto lì il gran capo mafioso? Me lo aspettavo diverso e più sofisticato. Un semplice macellaio. Credo possa essere così anche nei rapporti internazionali: ignobili connubi tra semplici macellai.

Gli anni bui della nostra Repubblica sono ancora avvolti nel mistero, non ci resta in prospettiva che sperare nei cyber-bulli delle reti informatiche. Se e quando dovessimo conoscere i segreti di Stato, forse rimarremmo assai delusi. Sì, perché, tutto sommato, non troveremmo niente di nuovo e niente di più rispetto a quanto abbiamo immaginato e soprattutto non riusciremmo a cambiare niente. Chi non ricorda il marciume emerso dagli atti della commissione d’indagine sulla loggia massonica P2: cosa è cambiato? D’altra parte, quando non si vuole risolvere un problema, non si fa una commissione? Magari d’ora in poi, quando si vorrà (non) capire una situazione, faremo ricorso agli hacker. Si alzerà un polveroso casino e poi…

Se pensiamo ai potenti che hanno rovinato il mondo ci accorgiamo che non si è mai riusciti a farli fuori, l’hanno sempre fatta franca rispetto ad eventuali attentati. Al contrario non appena si presenta sulla scena mondiale un personaggio che, bene o male, prova a cambiare certe cose in senso pacifico ed equo, viene subito fatto fuori, direttamente o indirettamente. Gli hacker, in fin dei conti, ci potranno spiegare i dettagli di quel che sappiamo già.

Prendiamo l’uccisione di Aldo Moro: la verità non è venuta a galla, se non in minima parte. Quando ci penso, mi prende una rabbia notevole. Però poi ragiono e mi dico: nella peggiore delle ipotesi scopriremmo che dietro c’erano gli Usa con la loro finta paura del comunismo o l’Urss con la sua falsa integrità comunista. Quindi cose stranote. Gli hacker possono risparmiarsi la fatica, sappiamo già tutto. Il problema è un altro.

 

Triton e ritriton, la cagata pazzesca del Mediterraneo

I lacci burocratici italiani da una parte, le minacce del governo libico dall’altra, si è riusciti a sbattere fuori dal Mediterraneo le Organizzazioni non governative e le loro navi in missione umanitaria in soccorso dei migranti. Stando ai dati pubblicati sui giornali, esse avrebbero salvato 46.796 profughi nel 2016 e 12.646 nei primi mesi del 2017. Niente paura, dice il Ministero degli Interni, se sarà necessario, le sostituiremo con le missioni europee Sophia e Triton e con i mercantili di passaggio in appoggio alla Guardia costiera.

Mi chiedo: se era ed è così semplice organizzare i soccorsi, perché non lo si è fatto prima. Se erano superflue le navi delle Ong, perché si è fatto tanto allarmismo sul rischio di trasformare il Mediterraneo in un cimitero di affogati. Qualcuno, secondo me, sta barando o bluffando.

L’uovo di Minniti: con due o tre viaggi diplomatici in Libia e paesi africani, con un protocollo, condiviso a livello europeo, da firmare con le Ong, sembra avere risolto (quasi) tutto. Il flusso dei migranti si è placato, gli scafisti si sono messi in riga, i Libici si fanno carico di pattugliare il loro mare in lungo e in largo, i centri di accoglienza, in territorio libico, sono pronti ad assorbire eventuali onde migratorie di ritorno.

Con tutto il rispetto per l’intelligenza e l’operosità dell’attuale ministro, mi sembra che le cose non stiano proprio così. Probabilmente non sapremo mai quanti profughi lasceranno le penne nel mar Libico e in tutto il Mediterraneo: la guardia costiera e i suoi nuovi partner non faranno miracoli, ma lontano dagli occhi lontano dal cuore.

I profughi che non moriranno in mare torneranno nell’inferno da cui sono fuggiti: ci penserà la Libia foraggiata al riguardo (si ripeterà la vergognosa scaricata del barile effettuata dalla Merkel sulla Turchia per chiudere la porta d’ingresso dei Balcani), qualche avance del governo libico si intravede (dateci soldi, al resto pensiamo noi).

Si effettueranno cioè i cosiddetti respingimenti con classe, senza baccano, senza muri e senza chiusure nette: il risultato comunque non cambia e questa gente la faremo morire di risulta, mettendo a posto le coscienze con Sophia e Triton, missioni europee che, se ho ben capito,   riusciranno sì e no a salvare solo i profughi che non sanno nuotare.

Sta avvenendo una silenziosa e pretestuosa rimozione del problema: erano i rompicoglioni delle Ong che creavano casino. Tutto sta tornando sotto controllo. Il capo della marina di Tripoli lo dice a chiare lettere: «Le Ong non rispettano la nostra legge, le nostre direttive. E soprattutto le Ong fino ad ora hanno offerto un servizio eccellente ai trafficanti, un aiuto perfetto: le loro navi non fanno salvataggio, loro fanno trasporto, trasbordo diretto dei migranti. Per settimane abbiamo visto i risultati: barconi di migranti che venivano avvicinati al momento giusto dalle navi delle Ong. Il loro lavoro è prezioso, ma deve salvare i migranti, non trasportarli. Altrimenti diventano un elemento decisivo nella catena criminale che permette a questo sistema di essere efficiente». Affermazioni di una gravità e parzialità pazzesche alle quali qualcuno dovrebbe pur rispondere. Questi Libici hanno problemi enormi, non riescono ad esprimere uno straccio di governo, sono divisi e disperati al loro interno, hanno bisogno di aiuto e osano fare “i bulli”, minacciare le Ong, smerdare il governo italiano dopo avergli chiesto di intervenire in loro favore, vantare una supremazia territoriale, fare i primi della classe. Se non ci fossero di mezzo migliaia e migliaia di disperati, varrebbe la pena di mandare tutti a cagare nel mar Libico (Paolo Villaggio docet con la sua famosa cagata pazzesca).

Le uova e…le mele marce

Ogni tanto spunta la notizia che un prodotto alimentare sarebbe contaminato da sostanze chimiche utilizzate nelle colture e negli allevamenti. Titoloni, polemiche, paure, allarmismi, inchieste, distruzioni e poi tutto va in tacere. Queste vicende mi fanno pensare alle retate contro la delinquenza più o meno organizzata. Anche in tali casi grandi sceneggiate, grandi spiegamenti di forze, poi tutto in tacere.

Viviamo nell’epoca in cui si sa tutto di tutti, in realtà non si sa nulla di nulla. Per mia modesta esperienza professionale credo che la tracciabilità dei prodotti alimentari finisca con l’essere una montagna di carte, da cui non traspare un bel niente. Anche i marchi biologici mi lasciano piuttosto perplesso. Forse è meglio non pensarci. È come quando si va al ristorante: se andassimo a vedere in cucina probabilmente ci scapperebbe l’appetito. Se approfondissimo il contenuto di tutti gli alimenti che ingoiamo, rischieremmo di morire di fame.

D’altra parte perfino Gesù non era molto incline ai rigorismo alimentare, sosteneva infatti che non è quel che entra nell’uomo a contaminarlo, ma quel che cova nel suo animo. Infatti le frodi e gli inquinamenti sono opera nostra. Facciamo solo finta di preoccuparci, in realtà ce ne freghiamo altamente. Tutti ricordano l’allarme sui coloranti di parecchi anni fa. Ben pochi oggi scelgono bevande senza coloranti. Succederà così anche per le uova: per un po’ di tempo se ne gioverà il fegato, si abbasserà il colesterolo. Altra mania salutista dei giorni nostri. Tempo fa un carissimo amico medico mi confessava paradossalmente: «Per controllare la salute dei pazienti oggi si guarda il tasso di colesterolo nel sangue. Se va bene quello, tutto il resto non conta. Hai un tumore? Niente paura, l’importante è il colesterolo basso…». Avrete badato anche voi come si comportano certe persone con alto tasso glicemico, certi soggetti diabetici: mangiano pane, pasta, dolciumi etc, in fondo   arriva il caffè, tirano fuori dalla tasca il contenitore della saccarina e ne mettono una pasticchina nella tazza, così mettono a posto tutto…

Pensiamoci: continuiamo a fumare come turchi, beviamo alcolici a più non posso, ci droghiamo con roba leggera e pesante, straviziamo da tutti i punti di vista, poi un bel giorno esce la notizia che ci sarebbero delle uova contaminate da un antiparassitario. Ebbene allora ci sentiamo tra color che son sospesi e tremiamo dalla paura di morire avvelenati. La natura ci incute giustamente paura: quando però si ha veramente timore di qualcuno non lo si prende in giro. Noi invece istighiamo la natura, ce la tiriamo addosso, salvo piangere sulle uova rotte nel paniere, anzi ci tiriamo addosso da soli le uova marce.

È stato ed è tutto un costruire in barba alle norme (in riva al mare, usando materiali inadeguati, fregandocene altamente dei vincoli idrogeologici o paesaggistici, sprecando suolo, disboscando i terreni, appiccando il fuoco per meglio fare tabula): ce ne accorgiamo quando arriva un terremoto, quando crolla qualche fabbricato anche senza terremoto, ma è troppo tardi. Qualcuno addirittura ci ride sopra, pregustando speculazioni immobiliari in vista della ricostruzione, che magari avverrà ancora in barba alle norme antisismiche, così arriverà il prossimo terremoto e via col gioco dell’oca.

In questi ultimi giorni l’abusivismo tiene banco nei discorsi: sanatoria sì, sanatoria no, demolizioni sì, demolizioni no, arriviamo persino a teorizzare l’abusivismo di necessità…

Mi sovviene dell’ aneddoto in materia di peccato. Un prete in confessionale ascolta l’accusa di un penitente, che ammette di avere bestemmiato. Il sacerdote vuole approfondire e chiede: «Ma lei bestemmia molto?». Arriva l’imbarazzata e sdrammatizzante risposta: «Una cosa giusta…».

Buon ferragosto (salutista, naturista, dietetico, perbenista, un po’ disincantato e un tantino qualunquista) a tutti!

Il centralino della vera povertà

In questi giorni, a dieci anni dallo scoppio della grande crisi economica, si fanno i conti dei danni e si verificano i dati della ripresa in corso. L’Italia resta in situazione molto critica per quanto riguarda le famiglie che vivono in povertà, la disoccupazione, il debito pubblico, , il reddito pro-capite, le sofferenze delle banche. Non c’è di che rallegrarsi anche se probabilmente il peggio è passato, ma il meglio tarda ad arrivare. Preoccupazioni legittime ed anche opportune al di là degli inutili allarmismi e dei dati statistici, su cui nutro non poche perplessità e che, a mio giudizio, non fotografano con obiettività la pur difficile situazione economico-sociale italiana.

In questo periodo ferragostano è giusto non farsi prendere dalla frenesia delle vacanze a tutti i costi, rimuovendo fanciullescamente i gravi problemi che incombono e che si ripresenteranno puntualmente al ritorno dalle ferie. E questi gravi problemi non hanno proprio niente a che vedere con le multe a chi va in bikini a passeggiare sul lungomare di Viareggio o con le insulse diatribe sui bermuda e la loro ammissibilità a cena nei ristoranti di livello.

Si va da un’estremità all’altra: da una parte sembra che l’Italia stia precipitando nella miseria più nera, dall’altra appare un’Italia dove si possono rincorrere questioni di eleganza e di stile nelle località di villeggiatura. Un Paese double face con l’alternanza di serie preoccupazioni e di assurde e chiccose quisquiglie d’immagine. Ce n’è per tutti i gusti.

In mezzo batte il vero polso della situazione abnorme e deprimente: la sala operativa del 112 di Roma, non risponde, parte il disco con un interminabile “rimanga in attesa”, nel frattempo un uomo muore e i soccorsi che non arrivano, scoppia la solita polemica, partono le inchieste, resta un senso di amara impotenza di fronte ai più elementari inadempimenti pubblici, scatta l’ansia di essere in balia di una burocrazia perfidamente inefficiente e reiteratamente menefreghista.

Questi sono i dati veramente angoscianti: come si potrà uscire dalla crisi, come riusciremo a dare lavoro ai giovani, come faremo a riscattare tanta gente dalla povertà, come potremo garantire a tutti un reddito dignitoso, se non riusciamo neanche a prestare tempestivamente soccorso a chi sta morendo e a rispettare i diritti fondamentali dei nostri cittadini e degli uomini e delle donne (bianchi, neri, gialli, rossi, etc.) che ci chiedono di vivere e di non morire?

Possiamo scappare dalla realtà e baloccarci con il rispetto dell’estetica e del buongusto: divertimento innocuo per cittadini scemi e per media anestetizzanti.