L’ipocrisia dell’emergenza e della legalità

Una bella vignetta apparsa sul quotidiano Avvenire fotografa molto acutamente la situazione emergenziale italiana. Su una scialuppa di salvataggio tre naufraghi aspiranti immigrati si scambiano alcune parole. Uno di essi dice: «Le mafie in Italia hanno un fatturato di oltre cento miliardi di euro». Il secondo gli risponde: «E poi l’emergenza saremmo noi…». Il terzo prende atto.

Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, guarda in faccia la realtà e sostiene: «Non è “emergenza” il fenomeno dei migranti – richiedenti asilo o economici – che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri, sia assoluti che percentuali, sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. (…) L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese».

In questi giorni, mentre riempiamo la bocca e le pagine di legalità miserevolmente contrapposta alla solidarietà verso i migranti, a Licata, nel cuore della Sicilia, il sindaco, che da mesi viveva sotto scorta dopo essere stato minacciato, aggredito, dopo aver subito ben due incendi alle sue case, per la sua battaglia contro gli edifici abusivi, viene sfiduciato dal consiglio comunale con un autentico colpo di mano a cui sembra abbiano addirittura partecipato alcuni consiglieri in odore di abusivismo. Un vero e proprio incredibile soccorso politico alla rovina territoriale, che oltretutto si ritorce contro di noi, quando la realtà naturale mette a nudo la nostra fantasia criminale.

È più illegale un povero diavolo che si rifugia in Italia senza avere i documenti in ordine o un italiano che difende a spada tratta la sua proprietà abusiva magari opportunamente difeso dalla politica (i cinque stelle sembrano vaneggiare e addirittura teorizzare e difendere “l’abusivismo di necessità” in cerca di consensi per le prossime elezioni regionali siciliane). Abusivi di necessità ok, scempi edilizi sanati, immigrati di necessità a casa loro: questa è la nostra legalità.

Poi arriviamo a Foggia e si squaderna davanti a noi una situazione di vera propria guerra mafiosa a suon di droga, estorsioni, delitti, lupare bianche, faide tra clan, omicidi, di fronte a uno Stato assente, che manda precipitosamente il suo pur bravo ministro degli interni ad assicurare una risposta durissima agli attacchi della delinquenza organizzata. Mafiosi tollerati, clandestini criminalizzati: questo è il concetto di legalità che abbiamo.

Ognuno vede l’emergenza dove gli fa più comodo. Ognuno difende la legalità a suo modo. Le contraddizioni sono evidentissime e tali da svergognare gli improvvisati tutori del (dis)ordine umanitario, ma anche legalitario.

Termino citando ancora Enzo Bianchi: «Sragionare per slogan, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi».

I calci della giustizia asinina

Adesso basta! Che l’intento indagatorio della magistratura arrivi a mettere nel mirino un prete, don Mussie Zerai accusato di favoreggiamento nei confronti dell’immigrazione clandestina, è clamorosamente fazioso e sinceramente intollerabile. Il capo d’accusa è talmente generico da mettere i brividi. Stiamo arrivando al reato d’opinione, anzi al reato di solidarietà. Cosa vuol dire favorire l’immigrazione? Certo, favorisce l’immigrazione chi si sente in coscienza di aiutare gente disperata a fuggire dal proprio paese, non per fare una passeggiata turistica o una missione terroristica, ma per cercare uno spazio vitale di cui ogni persona umana ha il sacrosanto diritto, che viene assai prima delle fisime giudiziarie dei procuratori x e y.

E cosa significa immigrazione clandestina? La fuga dalla fame, dalla tortura, dalla guerra, dall’oppressione, è di per sé clandestina, deve ricorrere necessariamente, per cause di forza maggiore, alla clandestinità: non si può fare domanda in carta bollata, mettersi disciplinatamente in fila e aspettare di morire per fare piacere ai pruriti garantisti di chi vuol chiudere gli occhi di fronte a un fenomeno enorme e di proporzioni bibliche.

Mi sono sempre detto: se mi si rivolge, per chiedere aiuto, un immigrato che vive nella clandestinità, non lo denuncerò mai e poi mai, con buona pace di ogni e qualsiasi procuratore della Repubblica.

Questo prete eritreo, tra l’altro candidato al premio Nobel per la pace nel 2015, aiuta da vent’anni i suoi connazionali a scappare dalla guerra, dalla violenza e dalle torture. Il solo fatto di metterlo sul banco degli imputati (non in quanto prete e/o personaggio noto, ma in quanto persona schierata a favore dei poveri) mi fa letteralmente ribrezzo. Se nel corso del tempo si fosse eventualmente macchiato della colpa di aggirare qualche ostacolo, operando ai limiti della legalità, avrebbe tutta la mia approvazione: non ci si può immergere in certe realtà con il codice in mano, bisogna tenere in mano il Vangelo, se uno è cristiano, oppure farsi guidare dalla coscienza. Queste sono le vere obiezione di coscienza che mi convincono, non quelle di comodo di chi non si vuole sporcare le mani navigando in un mare di merda.

A don Gallo un importante Cardinale fece alcuni appunti sul modo di testimoniare la fede. Don Gallo si difese citando il Vangelo. Il Cardinale reagì stizzito dicendo: «Se la metti su questo piano…». Al che don Gallo ribatté: «E su quale piano la devo mettere?».

Proviamo a riportare l’episodio al discorso dell’aiuto ai migranti e vedremo che il conto torna perfettamente nel senso dell’assurdità delle indagini. Don Mussie Zerai dovrebbe rispondere: «Cosa dovevo fare di fronte a situazioni disperate? Girarmi dall’altra parte per paura di contravvenire a qualche assurdo obbligo di legge? Non posso non aiutare chi sta sprofondando nel fango perché qualche schizzo potrebbe sporcarmi!». Sta dicendo infatti cose di questo genere con una certa energia. Fossi al suo posto, ne direi di ben più pesanti e irriguardose nei confronti della politica e della giustizia (?).

A far del bene agli asini si prendono i calci, ma qui stiamo andando ben oltre i calci dei beneficiati, arriviamo alle indagini della magistratura, che finiranno sì in una stupida bolla di sapone, ma che rischiano di fare opinione. “Indagato l’amico di Laura Boldrini” ha titolato qualche giornale, di quelli che su Berlusconi non si poteva e doveva indagare, su don Mussie Zerai invece…

Cosa vuol dire tutto questo? Siamo al reato di amicizia con chi sostiene politicamente una linea di accoglienza verso gli immigrati? Reati di solidarietà, di amicizia! Roba da matti. E il Consiglio Superiore della Magistratura assiste imperterrito a questo scempio del buon senso, a questi autentici ribaltoni della spirito solidale in nome di una fantomatica legalità (quella di chi non vuole essere disturbato). Se è questo il modo di onorare la memoria dei Falcone e dei Borsellino…

Basti aggiungere che in questi giorni il leader della Lega Matteo Salvini ha mandato un avvertimento a Roberto Saviano, autorevole sostenitore di una linea solidaristica sul problema immigrazione: se la destra andrà al governo gli ritirerà la scorta, a lui concessa per i pericoli riguardanti le sue battaglie contro la mafia. Autentiche ritorsioni in una guerra all’ultimo voto e all’ultimo naufrago.

Se andiamo avanti di questo passo dovremmo arrivare ad indagare papa Francesco: qualcuno, che sta rozzamente teorizzando che la Chiesa dovrebbe interessarsi dei cristiani e non dei migranti, lo sta già facendo. Molti volevano un papa che desse una scrollata caritativa alla Chiesa: adesso che la scrollata è in atto e sta facendo proseliti, certi benpensanti si accorgono che il cristianesimo, se esce dalle sacrestie, è scomodo e provocatorio. Meno male!

La squadra …e la città del “non gioco”

Cosa mi sta succedendo? Mi allontano dalla politica e mi riavvicino al calcio? Paradossi della mia terza età? No, solo la voglia di rilassarmi uscendo dalla mia ipercritica torre d’avorio. Forse per mettere a posto la coscienza, in senso famigliare e sociale, ho ripreso da qualche tempo a seguire, seppure a distanza, la squadra del Parma calcio. Perché famigliare? Si tratta di una eredità paterna, una sua debolezza piena di significato e di insegnamenti. Perché sociale? Sempre meglio legare il calcio alle vacche magre della comunità locale piuttosto che rincorrere il vomitevole mercato delle vacche grasse.

E allora parliamo un attimo di questo Parma calcio riveduto e rilanciato. Non mi hanno convinto le scelte societarie durante lo scorso campionato: tuttavia i risultati mi hanno dato torto, c’è scappata la promozione in serie B. Non mi convince l’assetto della squadra approntata per la serie B e non vedo molta convinzione a livello societario e nemmeno a livello della tifoseria. Spero di essere smentito dai fatti.

Ripesco dalla memoria un giudizio che mio padre formulava sconsolatamente sulla squadra di calcio parmense. Le voleva bene, la seguiva con interesse e partecipazione, non ci faceva una malattia, ma tifava e soffriva in silenzio. Alla fine spesso concludeva con un’amara constatazione tecnica (lui che non si avventurava mai in critiche ad allenatori): «Il Parma, diceva, può vincere o perdere, ma il fatto è che non ha un gioco…le altre squadre possono essere migliori o peggiori, ma comunque hanno un loro schema di gioco…».

Dopo la faraonica sbornia “tanziana”, che in un certo senso non fa testo, siamo tornati coi piedi per terra e il Parma, come diceva mio padre, si ritrova senza un gioco. Qualcuno si accontenterà dei risultati, che finora non sono mancati: in due anni dalla famigerata quarta serie alla dignitosa e interessante serie cadetta. Ma se questi traguardi non sono accompagnati e conquistati col gioco, che senso ha appassionarsi al calcio che è il più bel gioco del mondo? Il Parma gioca male? Direi, alla luce di quel che ho potuto vedere dalle cronache televisive (è poco ma sufficiente): non gioca, salvo qualche raro sprazzo, più personale che di squadra.

Ricordo di avere interrotto il mio seguito al calcio parmense nel pieno dell’avventura della serie A: si giocava una partita di cartello e mi ritrovai a soffrire per il risultato in bilico. Mi scossi e pensai: soffro? Ma per chi soffro? Per la mia squadra? No, per la squadra di Tanzi, legata ai suoi interessi imprenditoriali!. Basta e avanza… Fui, in un certo senso facile profeta. Non bastò il fascinoso e perbenistico afflato di Nevio Scala, uomo di grande levatura morale e di forte sensibilità umana e sociale.

Ricominciare dal basso mi ha sdoganato dai sistemici propositi contestatori. Nelle serie minori mi ritrovo a casa mia anche se non ho ancora avuto il coraggio di rimettere piede allo stadio Tardini. Sono un perdente, non mi interessa vincere, mi piace divertirmi in modo semplice e pulito. Ma se non si gioca, casca l’asino.

Così come il Parma di Tanzi era specchio fedele della megalomania della città, l’attuale Parma del non gioco assomiglia molto alla città della non politica. E dalli con questo tasto. È più forte di me…Anche se la politica voglio farla uscire dalla porta, eccola rientrare dalla finestra. Tutte le occasioni sono buone. Forse però è meglio parlarne in piazza anziché allo stadio. Ci penserò.

 

Quel mercato che non esiste

Non per fare il bastian contrario, ma negli accordi di cartello fra imprese concorrenti all’assegnazione di importanti appalti non ci trovo nulla di strano e tanto meno di delinquenziale a prescindere. Innanzitutto bisogna smetterla di fare i puristi della libera concorrenza: essa non esiste o meglio esiste in teoria, ma non nella pratica. Esisterebbe se il mercato, altro mito liberista, potesse essere fatto dalla domanda, ma in realtà è l’offerta di beni e servizi che crea e condiziona il mercato. E allora dalla libera concorrenza si passa inevitabilmente a regimi di monopolio o più realisticamente a situazioni di oligopolio. Questa è economia politica da scuola media superiore: i giornalisti e i commentatori politici vantano fior di lauree, ma incespicano in queste lapalissiane analisi.

Non basta quindi creare una forte concentrazione della domanda a livello di pubblici appalti (la tanto chiacchierata Consip voleva costituire un’unica stazione appaltante al fine di ottenere vantaggiose condizioni nell’assegnazione dei servizi riguardanti gli enti pubblici di vari comparti e di varie zone), perché dall’altra sponda, quella dell’offerta, si reagisce tendendo a spartirsi la torta senza bisogno di smagrirla eccessivamente.

Fin qui le regole di mercato. Altro è il discorso della corruzione o della concussione, vale a dire l’ottenimento tramite mezzi illeciti (danaro o altri favori) di appalti truccati e/o tagliati su misura dell’impresa X o Y. Nel groviglio degli appalti risulta difficile capire dove sta il lecito e l’illecito, non per questo tutto è da considerare illecito gridando sempre e comunque allo scandalo. Il giustizialismo non fa un buon servizio ai corretti assetti economico-finanziari: squalifica tutto e finisce col riportare tutto nella norma. È perfettamente inutile dimenticare che viviamo in un sistema capitalistico, che, purtroppo non ha alternative credibili (la storia lo ha dimostrato) e con esso bisogna fare i conti non a colpi di sentenze, ma di riforme.

In fin dei conti la sfida democratica sta in questo: chi interpreta la democrazia come semplice reggitrice del moccolo al potere economico, chi la punta come condizionatrice del sistema, a monte e valle. Non c’è posto per l’anticapitalismo delle Brigate Rosse e non vi è possibilità per l’illegittimazione ante litteram (delle varie autorità anti-qui e anti-là). In mezzo c’è la politica: è compito suo districarsi nel labirinto, tra ricette relative di destra e di sinistra, tutte comunque discutibili anche a seconda delle congiunture.

E allora ci dobbiamo rassegnare alle ingiustizie, agli squilibri, alle iniquità del mercato? No di certo, ma interrompiamo la ricerca delle scorciatoie teoriche che non esistono, per dedicarci pazientemente alla politica che è l’arte del possibile, lasciandoci possibilmente guidare da certi valori, non gridati solo e tanto dalle e nelle indagini, ma perseguiti concretamente e convintamente. Si tratta anche, al di fuori della bagarre personalistica, del nodo focale di una politica di sinistra che voglia uscire dai nominalismi e dalle utopie: non è di sinistra D’Alema perché accarezza la pancia al ceto medio impoverito e non è di destra Renzi perché detassa la proprietà immobiliare; soprattutto non è di sinistra chi vuole brandire l’arma fiscale e non è di destra chi vuole alleggerire il peso tributario. Bisogna ragionare…Non è facile. E chi mai ha potuto pensare che fare politica sia facile?

Sarà la stanchezza del caldo africano, sarà la superficialità dei media, sarà il tempo che trascorre, ma la demagogia non riesco a sopportarla. Molto meglio, tutto sommato, quella di un tempo, quella delle ideologie. Almeno si partiva dalla teoria per forzare la pratica. Oggi si forza la pratica per arrivare alla teoria.

 

Democrazia soffocata da rigore burocratico e stanchezza etica

La questione delle Organizzazioni non governative impegnate nel soccorso ai naufraghi si sta facendo molto seria e profonda. La volontà di imbrigliarle, l’accanimento inquisitorio nei loro confronti, il subdolo tentativo di generalizzarne gli eventuali errori sono fatti inquietanti oltre che sintomo di grave interferenza, che non mi sento di circoscrivere ai modi di affrontare l’emergenza migranti. Non penso sia solo un problema su come meglio combattere gli scafisti. Non credo nemmeno sia una faccenda dei rapporti tra Stati europei ed UE, tra UE e Paesi africani, tra Paesi africani e mondo occidentale. È tutto questo, ma è qualcosa che viene prima di tutto ciò e va oltre ciò: siamo alla cultura del rapporto aperto e costruttivo dell’individuo e le sue libere associazioni con lo Stato. Si tratta di un vero e proprio oscurantista soffocamento della democrazia tramite un distorto e burocratico concetto di legalità.

L’emergenza migranti scopre il nervo della mano pubblica incapace, a monte e a valle, di affrontare le più drammatiche e spinose situazioni sociali, ma nello stesso tempo velleitariamente e presuntuosamente portata a dettare le strette regole a cui devono attenersi i soggetti privati disposti a offrire e ad aprire la loro consistente mano. Emerge una sorta di prevenuta chiusura dei tradizionali organi dello Stato verso chi opera, è proprio il caso di dirlo, in mare aperto: tutti col fucile spianato a cercare le mani sporche di chi è disposto a sporcarsele; tutti a giudicare e squalificare chi non può formalizzarsi; il discorso migranti è diventato un processo alle ong ed ai loro comportamenti, ma anche e soprattutto ad un modo aperto e solidale di impostare e vivere la società.

Da una parte tutto diventa pretesto per far naufragare assieme ai migranti la cultura dell’accoglienza, riducendola magari alla opzione illusoria del buonismo a tutti i costi: non ci sta, non fosse altro perché le critiche piovono non tanto su chi fa chiacchiere da salotto buono, ma su chi si butta nella mischia e si impegna concretamente.

Da un’altra parte è sempre in agguato la mentalità di chi ritiene monopolio assoluto dello Stato (non) affrontare e risolvere le questioni più delicate e complicate: della serie “ma chi ve lo fa fare, ci pensi lo Stato”. È la teorica anticamera alla triste concretezza dell’egoismo individuale e al penoso tran tran burocratico.

Da un’altra parte ancora vi è chi vuol segnare a tutti i costi il primato dello Stato, che copre i propri limiti imponendone di assurdi, o quantomeno esagerati, agli altri soggetti disposti a scendere in mare.

Fatto sta che è in atto un paradossale giro di vite su un mondo che volontariamente e liberamente opera in situazioni di incredibile difficoltà e disagio: si sta usando la lente di ingrandimento per sputtanare le ong e si sorvola su tutto il resto; affiora sempre più una stanchezza etica che trova riscontro in questa intransigenza pelosa e strumentale.

Il passaggio è molto delicato sul piano culturale oltre che politico: se passa la concezione di una società schematicamente allineata e coperta, è la fine! Non è tanto e non solo questione di destra e sinistra, qui si gioca il modo di essere della società stessa, la sua apertura ai bisogni ed alle soluzioni. Giorno dopo giorno si abbassa la saracinesca: i sindaci per difendere le loro comunità, i magistrati per difendere la scrupolosa osservanza della legge, i politici per raccogliere consensi, le istituzioni per salvare la faccia, i razionalisti per regolare i flussi, i garantisti per sbaragliare gli scafisti, i razzisti per salvaguardare la nostra (in)civiltà, i realisti per sminuire, sfrondare e allontanare la disperazione che ci interpella.

Sarebbe una tragedia se passasse l’idea del perfezionismo del nulla fare, della pace dei sepolcri, dell’ordine nel disordine, del si salvi chi può: vincerebbe la regola che viene prima del bisogno, il sabato che viene prima dell’uomo, il distinguo prima della tragedia.

Il calore della discussione e la freddezza dell’indifferenza

Strana la nostra città e altrettanto strana la nostra diocesi. L’amicizia e la gentilezza di mons. Domenico Magri mi consentono di leggere con grande interesse i profili da lui appassionatamente tracciati di tanti sacerdoti, che hanno fatto la storia della Chiesa di Parma. Pur sgrossando tali ricordi dall’inevitabile enfasi e da un certo automatico stile agiografico, emerge da questa viva memoria storica uno spaccato ecclesiale di grande vivacità culturale, sociale e religiosa.

Dopo avere letto queste toccanti e profonde rivisitazioni mi viene spontaneo chiedermi: perché tanta apparente discontinuità tra un passato fervido e vivace e un presente così asciutto e statico. Ho una mia spegazione del tutto personale. È pur vero che le apparenze ingannano e quindi è possibile che del passato emerga un’immagine esageratamente positiva così come del presente emerga una fotografia smorta e opaca. Alti e bassi nella vita di una comunità non sono l’eccezione, ma la regola e penso sia così anche per una comunità cristiana. In fondo credo che la memoria della prima comunità cristiana emergente dagli Atti degli Apostoli sia un po’ troppo elogiativa e celebrativa: si intravedono tuttavia qua e là contrasti, divergenze e discussioni, cose normali e oserei dire positive. D’altra parte lo stesso papa Francesco dice: «Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».

Temo proprio che la differenza tra passato e presente, riferita alla diocesi di Parma, sia questa: il passato, pur tra le “stecche” di contraddizioni ed errori, alcuni anche gravissimi, veniva riscattato dagli “acuti”, dai “do di petto” di parecchi sacerdoti. L’opera poteva essere monotona e persino insopportabile, ma sul più bello arrivavano certi interpreti che salvavano la baracca col loro coraggio e con la loro lungimiranza. Il presente è invece piattamente e tiepidamente allineato e coperto, non si sentono voci discordanti, nessuno stona perché nessuno canta ad alta voce, tutti, o quasi tutti, solfeggiano e se la cavano senza infamia e senza lode.

La storia di Parma e della sua Chiesa viaggiano in parallelo: le morbide convergenze dello status quo. E non c’è verso di schiodare la diocesi da questo insopportabile piattume. Mi auguro che sotto la crosta dell’immobilità qualcosa si muova: è infatti difficile valutare la consistenza e la vitalità del regno di Dio, ma questo non deve essere un alibi per accontentarsi.

Non pretendo che tutti i sacerdoti di Parma abbiano la verve profetica e contestatrice di don Luciano Scaccaglia. Qualcuno mi dirà che don Scaccaglia ha commesso degli errori. E chi non ne commette! Non si tratta di giudicare e di dare i voti, ma di recuperare un atteggiamento, uno stile vivace e innovativo. È qui che la nostra diocesi lascia alquanto a desiderare. Non voglio tuttavia dare la colpa solo al vescovo ed ai sacerdoti. Sarebbe scorretto e comodo. I laici si devono prendere tutte le loro responsabilità. Il brutto è che se ci spostiamo sul laicato lo troviamo ancor più asfittico e “passo” del clero. Una cosa è certa: diamoci tutti una mossa, guardiamo indietro al fine di prendere la rincorsa. Poi magari cadremo, scivoleremo, ci stancheremo, ma avremo la spinta per andare avanti.

 

 

Il fragile castello ignaziano contro il Pd populista

Ultima accusa al PD è quella di essere alla spasmodica rincorsa del populismo: la prova sarebbe la tentata e non riuscita riforma del Senato prima e la recente approvazione della riforma dei vitalizi per i parlamentari poi. La formula con grande enfasi scientifica Piero Ignazi, accademico e politologo, esperto ed insegnante di politica comparata all’Università di Bologna (cfr. la Repubblica del 29 luglio 2017 pag. 29).

La sua tesi punta diritta a consegnare il partito democratico ad una deriva populista in netta discontinuità strategica rispetto ad un passato (2011) pieno di serietà, affidabilità e senso dello Stato dimostrati con l’appoggio al governo Monti ed a decenni di concretezza e pragmatismo nei governi locali delle zone rosse a livello di partito comunista e poi di suoi epigoni.

Mi permetto di dissentire categoricamente su tutto il fronte. La scelta del governo Monti andrebbe rivisitata profondamente: fu la disperata opzione di Giorgio Napolitano per salvare l’Italia dalla purulenta piaga berlusconiana e rimetterla in carreggiata rispetto ad una crisi economica che, non governata, ci stava portando nel baratro. Siamo proprio sicuri sia stato opportuno, dopo aver gettato la sacrosanta ancora di salvataggio, fermarsi in porto e rinunciare alle urne, trascinando per due anni una situazione di emergenza politica foriera di scelte molto discutibili sul piano sociale e allontanando la politica dai cittadini, che si vedevano imporre sacrifici da commissari ad acta?

Stenderei un velo pietoso sull’esperienza nelle amministrazioni locali che hanno finito col burocratizzare la società chiudendola in un recinto più clientelare che solidale e perdendo, progressivamente e da vecchia data, il rapporto con essa (discorso che risale a tempi antichi e non può certo essere imputato all’attuale Pd, semmai troppo morbido verso una classe dirigente periferica da rottamare in fretta).

Se erano e sono stati quelli gli esemplari punti di forza della serietà ed affidabilità della sinistra, stiamo freschi: pessimi escamotage di un’analisi comparata sommaria e faziosa.

Così come sono inaccettabili le semplificazioni populistiche sulla riforma costituzionale: tanti populisti, quindi, nell’assemblea costituente che accettò obtorto collo un Senato ridondante e ripetitivo, istituzione rivelatasi tale a più riprese nell’ambito di un bicameralismo tutt’altro che perfetto, quello sì, populista e fintamente garantista. Tutti populisti coloro che a più riprese criticarono, anche aspramente, questa paralisi parlamentare i cui danni, provocati nel tempo che fu, dovrebbero essere studiati a fondo (mi permetto di proporre al professor Ignazi un seminario ad hoc a livello universitario).

E veniamo ai vitalizi parlamentari. Ci voleva ben altro, sostiene Piero Ignazi. L’altro lo vedremo, per adesso giudichiamo un provvedimento che toglie di mezzo evidenti e clamorosi privilegi: non vedo un attacco alla politica, ma semmai solo un tardivo tentativo di riportare il trattamento pensionistico degli attuali, dei futuri e dei passati parlamentari a criteri di equità e di compatibilità con il sistema pensionistico in generale. Se si innescherà une revisione globale in tal senso, ben venga: giusto cominciare da chi ricopre ed ha ricoperto incarichi istituzionali per scendere eventualmente a tutta la platea dei pensionati più o meno privilegiati. Non capisco come si possa fare, la Corte Costituzionale ce lo dovrà magari spiegare, a rendere equo un sistema senza toccare nulla (chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato?): sarebbe questa la prova di responsabilità che dovrebbe dare il Pd per non urtare la suscettibilità di un establishment ingessato a difesa pregiudiziale della politica. È più qualunquista e confuso Matteo Richetti (primo firmatario della legge di riforma dei vitalizi) o i parlamentari e consiglieri regionali che hanno portato a casa pensioni da nababbo senza averne un ragionevole diritto. Sono d’accordo che non basti questo a ricuperare credibilità, ma intanto cominciamo.

Ma che più stupisce è l’auspicio finale del professor Ignazi. Si augura che ad affiancare e sorreggere questo partito (il PD) in difficoltà siano truppe fresche, ma esperte, ed aliene da tentazioni populiste. Se tutto il ragionamento ha un senso, mi viene spontaneo pensare ai Bersani, ai D’Alema, ai Rossi e c. Io ho capito così. Sarebbe opportuno che il politologo fosse magari un po’ più chiaro, altrimenti il suo discorso rimane monco. Credo che non abbia fatto nomi per evitare il rischio di far crollare il suo bel castello di carte, che comunque , a mio modesto avviso, non sta in piedi.

Guerra: tutti la vogliono, nessuno la voleva

L’intervento armato in Libia nel 2011 per abbattere il regime di Gheddafi, oltre ad essere dettato dal solito discorso petrolifero, fu chiaramente ed espressamente voluto dalla Francia di Sarkozy (soprattutto per ribadire il suo ruolo internazionale e per rafforzare la scricchiolante presidenza) a cui si aggiunse la solita Gran Bretagna (quando si tratta di fare guerre gli Inglesi non mancano mai l’appuntamento). Europa e Usa subirono questo conflitto armato: nessuno ce la vedeva, per diversi motivi, ma tutti finirono per accodarsi con differenziati impegni. Mio padre sosteneva, con un tollerabile pizzico di qualunquismo, che per fare star bene la gente non si trova mai l’accordo, per fare la guerra ci si mette sempre d’accordo.

Come era facile prevedere la Libia cadde nel caos e c’è tuttora. È inutile nascondere che certi dittatori, paradossalmente, alla fine, sono meglio delle esplosive e improvvise situazioni conseguenti alla loro caduta. La coscienza democratica non si improvvisa, non si cambia regime come cambiare camicia, non basta abbattere i simulacri del potere autoritario per esercitare il potere in modo democratico. Le primavere arabe sono miseramente fallite proprio perché velleitariamente e ingenuamente spinte a voltare pagina, senza sapere cosa scrivere nella pagina bianca successiva: altre dittature, teocrazie, conflitti etnici, divisioni e scontri.

Tornando alla Libia, mentre non si riesce a quadrare il cerchio delle divisioni interne a questo Paese, mentre ci si rende conto che occorrerebbe un interlocutore serio ed affidabile per regolare i flussi migratori e combattere lo scafiamo, mentre si cerca di ricucire rapporti difficilissimi, mentre si è scatenata una sorta di concorrenza tra Italia e Francia per tenere in mano il pallino nel bigliardo libico, mentre l’Europa continua a non avere una sua politica estera degna di questo nome, mentre gli Usa di Trump se ne sbattono le balle e fanno solo ulteriore confusione flirtando con i Sauditi, in Italia si litiga di brutto su chi abbia la responsabilità in quella guerra del 2011.

È triste doverlo ammettere, ma nessuno, a livello istituzionale e politico, ebbe il coraggio di chiamarsi fuori fino in fondo da questo sciagurato intervento. Tutti, a babbo morto, sono contrari e ribaltano su altri le colpe, in un penoso, inutile e deleterio gioco allo scaricabarile…di petrolio. Chi era al governo butta, scorrettamente, sgangheratamente e trivialmente, la croce addosso alla Presidenza della Repubblica di allora, chi era all’opposizione crocifigge chi era in maggioranza, chi era in maggioranza gioca ai tardivi ed inutili distinguo, chi era all’opposizione si nasconde e si divide sul tasso di contrarietà all’epoca timidamente espresso.

Mi rifugio negli insegnamenti paterni, vista l’incoerenza della politica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati. Quando capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali era solito commentare: “S’ag fis Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”. Non c’è più Mussolini in Italia, anche se ce ne sono altri sparsi per il mondo, magari riveduti e (s)corretti, ma le guerre purtroppo si fanno ancora. Ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: “Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?”.

E con questo interrogativo, molto più profondo di quanto possa sembrare, termino la riflessione: chi è senza peccato scagli la prima pietra. In materia bellica e non solo.

 

Fate come dico e non come faccio

In questi giorni, si capirà dopo il perché, mi sovviene un’esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui era seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Ebbene, a mio giudizio, sta succedendo così nei rapporti tra l’Europa, gli Stati membri e le Ong impegnate nel soccorso in mare ai disperati in fuga. Può darsi ci sia qualche comportamento ai limiti della legalità nei rapporti con gli scafisti, può darsi che certe regole non vengano perfettamente rispettate, può darsi persino che non ci sia perfetta trasparenza nei fondi utilizzati. Di qui a mettere i bastoni fra le ruote a chi si fa il mazzo per salvare migliaia di persone che rischiano di affogare, ci passa una bella differenza. Oltre tutto la predica viene da un pulpito menefreghista e/o assenteista. Mentre folle di disgraziati ci tendono la mano, noi non troviamo di meglio che cavillare sui protocolli da siglare e sulle regole da osservare. È come se dentro una piscina un bagnante stesse affogando e i bagnini si mettessero a discutere fra di loro se tuffarsi, se gettargli una ciambella di salvataggio, a litigare su chi dovesse intervenire, etc.

Ho grande stima per Minniti, ministro degli Interni italiano attivo e capace, ma, per cortesia, non mi scivoli sulla buccia di banana della burocrazia trasferita in   mare aperto. Ogni vita salvata val bene una regola trasgredita o un comportamento disinvolto da parte delle Ong. Pensiamo un attimo se non ci fossero queste organizzazioni: quanta gente in più sarebbe affogata in mare, quanta sporca coscienza in più avremmo. Sì, ma la coscienza non è nei protocolli e negli accordi. Già, me ne stavo scordando…

 

La precarietà della moglie piena e della botte vuota

Negli Usa di Donald Trump abbiamo una girandola di nomine, dimissioni, sostituzioni in cui non ci si raccapezza più (probabilmente non ci si raccapezza più nemmeno Trump). Ormai non passa giorno senza che un alto dirigente della Casa Bianca venga sfrattato e sostituito in fretta e furia. Il presidente americano va probabilmente per tentativi e, al di là del pesante condizionamento delle inchieste di cui è oggetto (direttamente o indirettamente), brancola nel buio delle sue assurde promesse elettorali e sta portando alla deriva tutto l’Occidente pur di sopravvivere sul mare agitato della sua (non) politica. Siamo in una situazione di precarietà nei rapporti internazionali, in cui quel che vale oggi verrà messo in discussione domani e non varrà niente dopodomani: incertezza, confusione, incoerenza e improvvisazione.

Se scendiamo di livello, pur restando tuttavia nel variegato mondo degli anti-sistema, arriviamo a Roma: se Donald Trump è un ballerino (il Bolle della politica internazionale), Virginia Raggi è la “Carla Fracci” della politica italiana. Le sue piroette, i suoi cambi di passo, i suoi volteggi non finiscono di stupire. Anche in Campidoglio, con la giunta grillina, si è scatenata una girandola di nomine al di sotto della quale la città rischia di affogare: ho perso il conto, anzi ormai mi rifiuto di tenere dietro ai giornalieri ribaltoni assessoriali, funzionariali e manageriali. Se la Casa Bianca è nel caos, il Campidoglio è nel casino totale. La precarietà domina, non si capisce chi decide, chi comanda, chi amministra. Forse è un modo come un altro per andare incontro alle esigenze della gente: farle credere che nel trambusto generale qualcosa finalmente cambierà. A giudicare dai sondaggi, per il momento, sembra che la ricetta funzioni.

In politica insomma vince la precarietà e in troppi si illudono che possa servire a generare novità. Poi cominciamo a lamentarci perché a livello occupazionale domina il lavoro precario. Siamo belli come il sole: pretendiamo che le aziende, invischiate nella precarietà di una crisi su cui si sta solo galleggiando, condizionate da una politica che non offre strategie di sviluppo ma solo confuse tattiche di resistenza, investano e assumano personale a tempo indeterminato. Pretese irrazionali.

Intanto non facciamo nemmeno una piega di fronte alla precarietà dello sfruttamento a livello schiavistico nelle campagne, laddove le braccianti italiane si confondono con i richiedenti asilo: le une e gli altri vengono remunerati in nero con pochi euro per raccogliere la frutta e magari accatastati in dormitori simili a gironi infernali. Di fronte all’esigenza di governare i flussi migratori, con equilibrio e senza cadere nelle retoriche da strapazzo, non riusciamo a saltarci fuori, tra spinte e contro-spinte, tra Paesi che guardano più alle urne che ai barconi, tra litigi sui soccorsi e tra i soccorritori, tra contraddizioni enormi a livello di Europa, tra forze politiche attente a spillare qualche decimale in più nei loro ipotetici consensi. Qui la precarietà diventa dramma umano, demografico e sociale.

Tutto è precarietà. Non vogliamo la globalizzazione, perché pensiamo di risolvere meglio i problemi in casa nostra, laddove regna il caos. Non ci fidiamo nemmeno dei vaccini perché dietro avrebbero colossali interessi delle case farmaceutiche: sappiamo solo dire no, a tutto e il contrario di tutto. Non capiamo che questo è semmai il modo migliore per lasciare tutto com’è, per cambiare a parole, per sbagliare la mira e colpire solo nel mucchio. Critichiamo il “sessantotto”: ma al confronto era una battaglia creativa e propositiva.

In compenso vorremmo stabilità di lavoro, di benessere, di condizione sociale, ma ad un tempo esigiamo una rivoluzione sistemica, una messa in discussione delle élite e dell’establishment. Non è per caso che vogliamo la quiete prima della tempesta, la botte piena e la moglie ubriaca? Forse stiamo puntando alla moglie piena (di problemi) e alla botte vuota (di soluzioni). Più precari di così…